Morto Leone IV, la quiete della Città fu gravemente conturbata a causa della elezione pontificia. Il numero maggiore dei Romani sceglieva a papa Benedetto, cardinale di san Calisto, e lo conduceva con solennità di processione in Laterano; al decreto di elezione sottoscrivevano clero e popolo, affine di sottoporlo poi, «come era consuetudine antica», alla confermazione degli Imperatori[152]. Nicolò, vescovo di Anagni, e Mercurio, maestro de’ militi, ne erano fatti latori; ma per via, Arsenio vescovo di Agubbio, convertiva quei messaggieri a differente intendimento. Lo legava amicizia a quel cardinale Anastasio, ch’era stato deposto per ordine di Leone IV, ma che, essendo pur sempre uomo potente ed ambizioso, si struggeva della brama d’impossessarsi della corona pontificia, e coltivava un suo partito in Roma. Arsenio trasse dalla sua i nunzî, ond’eglino si adoperarono alla corte dell’imperatore Lodovico, patrocinando la causa di Anastasio. Tornati a Roma, dove già era venuto questo Cardinale, eglino annunciarono il prossimo arrivo di legati imperiali, e con lui e colla sua fazione composero i loro piani: capi di questa parte erano Gregorio e Cristoforo maestri de’ militi, Radoaldo vescovo di Porto e Agatone vescovo di Todi. Frattanto, i Missi dell’Imperatore, Bernardo e Adelberto conti, giungevano nella città di Orta; Anastasio correva loro incontro, e dietro a lui andavano Nicolò e Mercurio, Radoaldo e Agatone. Tutti insieme mossero indi a Roma; alla quinta colonna miliare, presso alla basilica di san Leucio, s’imbatterono nei messaggieri che erano spediti dall’eletto pontefice Benedetto, li caricarono di catene, ed allora Benedetto deputò un altro Duce e un Secondicerio.
I Missi dell’Imperatore (vedasi con che autorità s’impancassero costoro contro a Roma) comandarono al clero, alla nobiltà ed al popolo di adunarsi nel dì dopo a san Leucio, dove si avrebbe loro fatto conoscere il volere imperiale. Mentre i Romani si affrettavano di andare a quella volta, s’incontravano coi Conti imperiali, con Anastasio e colla sua parte, che traeva in ferri Adriano secondicerio, Graziano superista e Teodoro scriniario. La comitiva, tutta sonante d’armi, cavalcò attraverso il campo di Nerone, e, dalla porta di san Peregrino, entrò nella città Leonina. Roma era messa a grande commovimento; e intanto che l’eletto Benedetto se ne stava in Laterano attendendo ciò che sarebbe per accadere, Anastasio entrava in san Pietro, ed ivi primamente dava sfogo alla sua rabbia e alle sue tendenze ereticali d’iconoclasta. Seguendo un costume antico, Leone IV aveva fatto dipingere sopra alle porte della sacrestia, un quadro rappresentante il Sinodo nel quale il Cardinale ribelle era stato deposto. Non s’accontentava Anastasio di distruggere quella pittura, ma faceva in pezzi ed abbruciava imagini di Santi, e con un’accetta atterrava financo le figure del Cristo e della Vergine[153]; indi cogli amici suoi correva al Laterano, comandava che si rompessero le porte del palazzo ch’ei trovava serrate, e si sedeva sulla cattedra pontificia: nel tempo istesso, dentro della basilica, sopra un altro trono, stavasi assiso Benedetto, circondato dei preti a lui fidi. Anastasio ordinava che ne lo si scacciasse; Romano vescovo di Bagnorea entrava con uno stuolo di armati nella chiesa, trascinava Benedetto giù della sedia pontificia, gli strappava di dosso le vestimenta papali e lo copriva di oltraggi: indi lo dava in custodia di alcuni Cardinali che parimente erano stati deposti da Leone IV. Tutto questo avveniva nel giorno 21 di Settembre dell’anno 855.
Allorchè si sparse per Roma la notizia di questi fatti, molti cittadini e preti mossero in gran furia alla cappella dei Sancta Sanctorum, e vi entrarono dentro con gran clamore di grida. Il dì successivo, gli aderenti di Benedetto, prendendo animo dagli spiriti che correvano fra il popolo, si raccolsero nella basilica Emiliana; nè li vinsero le minacce colle quali i Conti imperiali, entrando colle armi alla mano nel presbitero della chiesa, intendevano di far loro accettare l’Antipapa. Al giovedì, il popolo si raccolse nuovamente in Laterano, e ivi protestò con grida concordi di volere Benedetto, eletto giusta ai canoni[154]. Cedettero allora i legati; Anastasio con vitupero fu cacciato delle case patriarcali, Benedetto fu liberato con molta allegrezza del popolo dalla sua custodia, e, fattolo montare sovra il cavallo di Leone IV, lo trassero in processione alla santa Maria Maggiore. Fu bandito un digiuno di tre giorni a penitenza di quant’era accaduto; gli aderenti di Anastasio si gettarono a’ piedi del Papa implorando mercè, e nel giorno 29 di Settembre, Benedetto III fu consecrato in san Pietro, presenti i legati dell’Imperatore[155].
Questi avvenimenti furono nunzî di una delle più terribili epoche del Papato; svelarono le scissure ognor più minacciose che serpeggiavano dentro della Città, posero in aperto le fazioni che dividevano la nobiltà e il popolo, l’ambizione di Cardinali ribelli, le relazioni che ora andavano facendosi più difficili fra la Chiesa e l’Impero. Del resto, il diportamento sorprendente dei legati imperiali, i quali colle violenze volevano porre nel seggio apostolico un Cardinale su cui il decreto di un Sinodo aveva pronunciato condanna solenne, rivelava che l’Imperatore si stava ancora sotto l’impressione del processo di Daniele e di Graziano, e viveva pur sempre travagliato di sospetti: perciò ei bramava d’impedire che il reggimento capitasse in mano di un Papa d’animo gagliardo com’era stato Leone IV, e mirava a dare la cattedra di Pietro ad un uomo che gli fosse creatura devota. Ma il suo proposito fallì contro alla fermezza dei Romani, e soltanto contribuì a fare spegnere la reverenza che tribuivasi all’Imperatore.
Precisamente un giorno prima dell’ordinazione del novello Pontefice, Lodovico era diventato solo Imperatore. Lotario aveva diviso il suo Impero tra’ figli suoi; affralito d’animo e infermiccio di corpo, torturato dai rimorsi (lo spettro del padre suo gli vagolava sempre davanti con grandi terrori), egli s’era coperto della cocolla di frate benedettino nel convento di Prüm presso a Treviri, ed ivi era morto addì 28 del mese di Settembre[156]: la città di Roma non si mostrò pur accorta di quella morte. Durante il breve pontificato di Benedetto III, la storia propria della Città è vuota d’avvenimenti. La Cronica pontificia narra di ripetute inondazioni del Tevere che recarono gravi devastazioni; del rimanente essa riempie la Biografia del Pontefice soltanto colla enumerazione di doni votivi e di riparazioni di chiese, fra le quali merita che si tenga nota della restaurazione data alla tomba di san Paolo ch’era stata distrutta dai Saraceni.
Benedetto coltivò relazioni d’amicizia con Bisanzio. Un dì l’imperatore Michele spedì a Roma Lazzaro monaco e pittore, che recava al Pontefice un magnifico libro degli Evangelî rilegato in oro e coperto di pietre preziose: era per certo opera delle mani del messaggiero, che lo aveva ornato di miniature. Possiamo imaginare che i pittori romani avranno fatto ressa intorno a questo artista bizantino, per mostrargli i loro lavori e per averne consiglio o lodi[157].
Benedetto III moriva nel giorno 8 di Aprile dell’anno 858, in quello che Lodovico aveva abbandonato Roma, dove era venuto per ragioni che ci sono ignote. Appena che l’Imperatore udì della morte del Papa, tornò difilato alla Città affine d’impedire, colla sua presenza, che la elezione pontificia avvenisse contrariamente alla legge. Lodovico seppe indurre i Romani a raccogliere i loro voti sul diacono Nicolò, uomo di nobile stirpe, figlio di Teodoro regionario, e illustre per qualità così rare d’ingegno e di animo, che tenne grandissimo luogo in mezzo ai Pontefici. L’eletto fu consecrato in san Pietro sotto agli occhi dell’Imperatore; indi Lodovico, poichè ebbe assistito alle solite feste dell’ordinazione, si partì della Città[158]. L’estimazione ch’egli dimostrò a Nicolò, il quale contava molti avversarî fra il clero, e la gratitudine di cui questo Pontefice non mise indugio di fargli testimonianza, fanno supporre che i due uomini fossero legati con vincoli di amicizia personale. Uscito di Roma, l’Imperatore fe’ sosta in vicinanza a san Leucio, dove oggidì sono le ruine di Torre del Quinto. Ivi ricevette visita da Nicolò, che vi andò accompagnato dal clero maggiore e dalla nobiltà. L’Imperatore gli corse incontro; lungo un tratto di via condusse per le briglie il cavallo del Papa, lui accolse ospite nella sua tenda, lo rimandò con ricchi regali, e quando il Pontefice s’accomiatò, s’abbassò nuovamente a guidarne il palafreno. In questo atteggiamento superbo di contra ad un Imperatore che gli si umiliava dinanzi così profondamente, Nicolò I diede principio al suo pontificato.
Avvenimenti di gravissima natura resero massimamente difficile quel reggimento, chè le chiese nazionali giusto in questo tempo si sollevarono a loro lotte contro la incominciante monarchia del Papato. Ma Nicolò stette saldo e risoluto; tenne testa contro a Re ed a Vescovi, scagliò anatemi contro Bisanzio, diede sapienti costituzioni a popoli barbari, come altra volta aveva fatto Gregorio magno; nè baroni o cardinali di Roma osarono di ribellarsi sotto il severo occhio di lui che li dominava.
Nel primo anno del suo pontificato Ravenna si mostrava reluttante all’obbedienza. Quell’arcivescovo Giovanni non prestava reverenza al primato del Papa, e attentava di farsi independente nel suo territorio, dove trattava da principe con laici e con preti, incamerava beni, scomunicava Vescovi, e ad essi ed agli officiali pontificî vietava che andassero a Roma. Ai nunzî del Papa protestava, che l’Arcivescovo di Ravenna non era tenuto di comparire innanzi ad un Sinodo romano: tre volte Nicolò gliene faceva invito, finalmente lo scomunicava. Giovanni allora andava a Pavia da Lodovico imperatore, e dappoi, accompagnato da legati di questo, veniva a Roma; però Nicolò gagliardamente respingeva qualsiasi intromissione dell’Imperatore, ed allora l’Arcivescovo si partiva della Città. Tosto vi capitavano ambasciatori dell’Emilia e della nobiltà di Ravenna, chiedendo al Papa che andasse egli in persona a quelle terre, affine di salvarle dagli arbitrî dell’Arcivescovo e del fratello di lui[159]. Giovanni non s’aspettava la venuta del Papa, e mentre faceva ritorno all’Imperatore, Nicolò veniva fra i Ravennati, e rimetteva a quiete i cittadini col riporli in possesso dei loro beni. L’Arcivescovo si sottomise; il Papa lo assolse, ma gli impose obligo di presentarsi a Roma una volta all’anno, gli vietò di consecrare vescovi nell’Emilia senza che ne ottenesse licenza da Roma e prima che fossero eletti dal Duce pontificio, dal clero e dal popolo[160]. Gli proibì di torne tributi e di porre impedimento ai loro viaggi a Roma, e gli statuì che in tutte le controversie dovesse assoggettarsi alla sentenza del tribunale di Ravenna, cui assistevano il Missus pontificio e il Vestararius di quella città[161]. Dopo che Giovanni ebbe sottoscritto a questi decreti sinodali, partì di Roma, e Nicolò ne conseguì un vero trionfo, anche da signore temporale dell’Emilia e della Pentapoli.
Più grave fu la controversia che di questo tempo ebbe incominciamento contro a Bisanzio, e condusse ad uno scisma senza riparo, che mise al colmo la separazione fra Roma e l’Impero greco. Però gli avvenimenti che vi si associano e nei quali rifulgono i nomi di Fozio e di Ignazio, escono fuor della cerchia in cui si rinserra la storia della Città, laonde in questa non ponno accennarsi che soltanto di volo[162]. Nel Dicembre dell’anno 857, gli intrighi di Barda, ministro onnipossente, avevano indotto l’imperatore Michele a deporre del suo officio Ignazio, patriarca ortodosso; e Fozio protospatario, uomo che per dottrina si levava di gran lunga sopra quella dei tempi suoi, passava addirittura dal ceto laicale al seggio patriarcale di Bisanzio. S’accese in Oriente una gran lotta fra i seguaci d’Ignazio e quelli di Fozio; le fazioni sporsero appello a Roma; i legati pontificî, Radoaldo vescovo di Porto (che anticamente era stato fautore del ribelle cardinale Anastasio) e Zaccaria di Anagni si lasciarono corrompere dall’oro, e protestarono che l’esaltamento di Fozio era avvenuto di buona ragione. Il Pontefice scagliò l’anatema sui traditori dei suoi voleri; convocato un sinodo romano nell’Aprile dell’anno 863, vi condannò Fozio, e, minacciandolo di scomunica, gli impose di scendere del trono patriarcale. Era un via vai di legati fra Roma e Bisanzio; dalla controversia delle imagini in poi, Roma non aveva visto fra le sue mura una moltitudine così numerosa di Greci. Per verità, adesso gli Spatarî imperiali non recavano più doni di libri magnifici di Evangelî, ma lettere cui dettavano l’odio e lo sprezzo. La controversia assunse una piega dogmatica, non sì tosto che Fozio ebbe formulati gli articoli che egli rinfacciava alla Chiesa latina, siccome ereticali: il suo digiuno del sabato, l’uso del latte e del cacio che essa permetteva nella prima settimana della quaresima, il celibato dei suoi preti, e soprattutto quel filioque, onde significavasi la fede che lo Spirito Santo fosse proceduto anche dal Figliuolo: opinioni e cose che per felice ventura non scalderebbero più gli intelletti della nostra età, ma che, in secoli nei quali la gente umana aveva perduto la virtù di studiare problemi alti e condegni della ragione filosofica, bastavano a mettere incendio negli animi e ad evocare quella grande scissura che or separa per sempre le due Chiese. Fozio, alla sua volta, scagliò contro il Pontefice l’anatema, ma nell’anno 867, dopo che fu assassinato l’imperatore Michele, ei fu deposto da Basilio succeditore di questo: per tal modo l’acerba lotta durò tutt’intiero il pontificato di Nicolò.
Le contese coll’Oriente rinfocolarono più veementi a causa anche delle fauste relazioni che Roma contraeva con un popolo barbarico, proprio ai confini di Bisanzio. Quando Gregorio magno aveva steso la sua mano paterna alle ultime terre di Britannia per bandire in mezzo agli Anglosassoni le leggi della Chiesa romana, Bisanzio non se n’era dato pur mente; ma che Nicolò tentasse di accogliere nel seno e nelle costumanze della Chiesa romana i Bulgari, quest’era intendimento che doveva destare in altissimo grado la gelosia dei Greci. Da alcuni secoli quel formidabile popolo slavo aveva sue sedi sulla riva meridionale ed esterna del Danubio, in un territorio ubertoso, diviso in dieci comitati. Esso conduceva vita vagante, saccheggiando le pianure dell’Istro e le steppe che si stendono fino al Don; aveva spesso combattuto contro ai Conti franchi in Pannonia, e aveva trattato seco loro per ragione dei confini; si spingeva ben dentro nelle province dell’Epiro e della Romania, e più di un esercito bizantino aveva dovuto soccombere sotto ai colpi delle sue frecce micidiali. Fin dall’anno 811, il feroce Re dei Bulgari beveva il suo vino entro una tazza formata del teschio di un Imperatore bizantino, mentre sedeva solo a mensa, circondato dai suoi terribili guerrieri che mangiavano il grossolano loro cibo, assisi sopra scanni a reverente distanza, o accoccolati sul nudo terreno[163]. Quella coppa era composta col cranio, cerchiato in oro, dell’ipocrita Niceforo che aveva rovesciato del trono Irene imperatrice; in quell’uso, per la prima volta, esso s’era fatto vase di qualche generosa cosa. In mezzo alle orde selvagge dei Bulgari, il Cristianesimo s’aveva sgombrato la via, venendo di Bisanzio, per opera di Costantino, ossia di Cirillo apostolo degli Slavi. Re Bogori, che tenevasi in pace con Lodovico imperatore, nell’anno 861 s’era fatto battezzare con rito greco sotto nome di Michele; il partito pagano dei suoi maggiorenti, che aveva attentato alla sua vita, era stato vinto da lui coll’ausilio dei Santi celesti, ossia col fendente della sua spada e col coraggio di lui, guerriero valoroso; ora poi il Re spediva suoi ambasciatori a Roma[164]. S’eran destati dei dubbî nell’animo suo intorno al modo con cui fosse a darsi battesimo al popolo dei Bulgari; probabile è che lo mettessero in forse le contraddizioni dei missionarî che venivano nella sua terra, dove il prete latino e il greco facevano a chi più lavorasse l’uno a danno dell’altro; laonde molte incertezze s’avevano fatto strada nello spirito ingenuo del Re, che fino a quell’ora aveva tratto dì felici nella beata ignoranza della sua vita pagana. Il possedimento della cattedra patriarcale di Bisanzio era a quel tempo oggetto di un’acerrima disputa fra due pretendenti, perlochè Bogori si volgeva a Roma, alla fonte remota e santa della dottrina cristiana, per averne lume di consigli e soccorso di sacerdoti.
Gli ambasciatori bulgari, che erano gli uomini maggiori di lor terra, capitanati dal figliuolo stesso del Re, giunsero a Roma nell’Agosto dell’anno 866. Fra i ricchi donativi che portavano seco, trovavansi anche le armi vittoriose che il Re aveva impugnato durante la sua guerra contro i ribelli; le votava a san Pietro. La novella di ciò accese peraltro la collera di Lodovico, che omai s’era istizzito contro il Papa: l’Imperatore era allora a Benevento. Chiese che gli si consegnassero le armi e gli altri doni dei Bulgari; può darsi che ei reputasse non convenirsi tai segni di vittoria al san Pietro, e li bramava per sè, quali trofei guerrieri di una nuova provincia della Bulgaria, che egli sperava di riunire all’Impero suo. Qualche cosa Nicolò ne concedette; il resto, scusandosi, tenne per sè[165]. Del resto i Bulgari furono accolti a braccia aperte in Roma. Due Vescovi elesse il Papa, affinchè andassero a portare l’insegnamento apostolico in Bulgaria; furono Paolo di Populonia e Formoso di Porto, al quale era serbata più tardi la corona pontificia. Con loro partì un’ambasceria mandata a Costantinopoli, che, passando dal regno dei Bulgari, doveva andare a quella città. Felicemente arrivarono i nunzî nella contrada, ma i legati che erano spediti a Bisanzio non furono lasciati passare oltre al confine, e dovettero tornarsene con vergogna[166]. Formoso e Paolo però andarono battezzando senza posa turbe intiere di Bulgari; discacciarono i missionarî greci, indussero il Re ad accogliere soltanto preti latini e culto romano; ed anzi l’accorto Formoso giunse ad ottenere che un’ambasceria spedita al Papa, lui domandasse ad arcivescovo di Bulgaria[167]. Ma Nicolò respinse quelle istanze, perocchè non volesse torre a Porto il suo Vescovo, e mandò in gran fretta due altri Vescovi e preti molti alla lontana terra, comandando che l’Arcivescovo si eleggesse tra questi.
Ancor prima, egli aveva acchetate le dubbiezze puerili dei Bulgari; e i suoi precetti, raccolti sotto il titolo di Responsa, formano quasi un codice di costituzioni civili accomodate all’uso di una nazione rozza; la loro ragione pratica e mite è tale da ispirarci altissima reverenza della mente del Papa. Avvi appena un dovere o una evenienza della vita civile su cui gl’inesperti Bulgari non chiedessero consiglio; domandavano quale dovesse essere il rito delle loro nozze, quale il tempo in cui potessero consumare l’atto conjugale, a che ora dovessero pranzare, come vestire, se potessero giudicare gli uomini delinquenti: ond’è che fanno sovvenire dei selvaggi del Paraguay e della costituzione impartita a queste genti dai Gesuiti. Dicevano che fin allora avevano costumato di inalberare come vessillo nelle loro battaglie una coda di cavallo, e chiedevano che cosa dovessero introdurre fra loro in cambio di questo simbolo di cavalleria turchesca: il Papa alla coda di cavallo sostituiva la croce. Narravano che prima di appiccare la mischia avevano usato di ogni sorta di incantesimi pagani per impetrare dagli Dei il trionfo; il Papa consigliava loro che, a vece di quelle ceremonie, pregassero nelle chiese, aprissero le carceri, liberassero gli schiavi e i prigionieri di guerra, mandassero consolati i deboli afflitti. Chiedeva il Re se fosse cristiano costume quello suo di pranzare superbamente solitario, separato dalla Regina e da’ suoi guerrieri; rispondeva il Papa ammonendolo all’umiltà e dicendogli che gli antichi Re famosi avevano accondisceso a cibarsi alla stessa mensa coi loro amici e coi loro schiavi. Allorchè poi gli rivolsero una domanda, ch’era piuttosto d’ordine politico che pratico, quando cioè gli chiesero quali Vescovi dovessero venerarsi da veri patriarchi, Nicolò afferrò la propizia opportunità per rispondere con discorso lungo e con voce alta sì, che stuzzicasse le orecchie anche a Bisanzio. Primo di tutti i Patriarchi, disse, è il Papa di Roma, la cui Chiesa fu fondata dagli apostoli Pietro e Paolo; tiene luogo secondo Alessandria, dacchè fu costituita da Marco santo; terza è Antiochia, perocchè Pietro, prima di venire a Roma, abbia governato quella Chiesa. Sono questi i tre Patriarcati veramente apostolici. Per contro, Costantinopoli e Gerusalemme non possono pretendere a tanta autorità; la sede di Costantinopoli non ebbe a fondatore apostolo alcuno, e il Patriarca di questa città appellata novella Roma, è nomato pontefice soltanto per favore degli Imperatori, non già per intima ragione di diritto[168].
Questi e simiglianti articoli conteneva la costituzione data da Nicolò I ai Bulgari; fu essa uno dei più mirabili monumenti del pontificato di questo uomo illustre, monumento eziandio dell’operosità pratica e dell’accortezza della Chiesa romana, la quale, tutto ad un tratto, senza violenza d’armi e di tribunali, seppe introdurre lingua e costumi romani in un paese che, da dopo i tempi di Valente e di Valentiniano, non era stato più calpestato da alcun uomo latino: così la Chiesa di Roma imprendeva a guadagnarsi una novella provincia nel remoto Oriente. In verità, le relazioni che si conchiusero tra Nicolò e re Bogori, pur d’indole sì diversa, non furono per Roma meno gloriose delle vittorie che un dì Trajano aveva riportate su re Decebalo in quelle terre che il Danubio bagna. Però la provincia di Bulgaria non rimase lungo tempo sotto il dominio religioso di Roma; per forza naturale delle cose cadde in balìa dei Greci.
Intanto che Nicolò cercava di far romana la giovane Chiesa dei Bulgari, intanto che combatteva contro allo scisma di Bisanzio e mirava con grave cura dell’animo i progressi dei Maomettani in Sicilia e nell’Italia inferiore, egli si vedeva in pari tempo trascinato ad una lotta così veemente colla casa regale e colla Chiesa dei Franchi, che lo prendeva trepidanza perfino di uno scisma franco. Ne porgevano occasione i casi avventurosi di alcune donne illustri. Il costume morale publico (se di esso parlar si possa in quel secolo) era offeso da alcuni avvenimenti rilevanti, ma non insoliti. Giuditta, figlia di Carlo il Calvo e vedova di Etelwolfo, s’era sposata a Etelbaldo figliastro di lei, senza che questa unione fosse tenuta in conto di immorale. Morto il suo novello marito, tornava ella in Francia; la donna voluttuosa destava le brame di Balduino conte, e questi se la rapiva: re Carlo faceva che un Sinodo pronunciasse contro a lui la scomunica, ma allora gli amanti si rivolgevano al Papa, il quale riconciliava con loro il padre. Nello stesso torno di tempo un’altra femmina si acquistava nominanza con sue dissolutezze. Ingiltrude, figlia di Mactifredo conte, maritata al conte Bosone, fuggiva dalle case del suo sposo, andava lunghi anni menando nel mondo una vita randagia in mezzo ai piaceri, e fra le braccia dei suoi ganzi non badava all’anatema che il Papa le scagliava. Però la sventura d’una Regina e il trionfo sfacciato d’una concubina regale, seppellivano nell’ombra le sorti di quelle femmine.
Lotario di Lorena, fratello dell’Imperatore, ripudiava Tiutberga sua sposa, a cagione di Gualdrada sua amanza. Questo dramma conjugale levava a grande commovimento paesi e popoli, Stato e Chiesa, ed offriva al Papa opportunità di sollevarsi a tanta altezza, che gliene veniva splendore più chiaro di quello che gli avrebbero procacciato dispute di dogmi teologici. Il diportamento di Nicolò I di contro a questo scandalo regio, fu quale si conveniva ad animo saldo e invitto; in lui la podestà sacerdotale apparve essere forza morale che salva la virtù e punisce il vizio: forza per verità necessaria in un tempo barbarico, nel quale non era ancor sorta quella potenza della opinione publica che è giudice anche dei Principi. La rejetta Regina, coperta di onta inventata dalla calunnia, privata della corona che Lotario aveva già posto in capo della favorita, invocava il soccorso del Papa. Questi commetteva al Sinodo di Metz di pronunciare sentenza, e minacciava di scomunica l’adultero regale se innanzi a quel tribunale non comparisse. I legati del Papa, fra i quali trovavasi Radoaldo di Porto, quegli stesso che dapprima s’era venduto a Bisanzio, erano inchinevoli alla forza dell’oro, che in tutti i tempi esercitò sui Romani un’attraenza irresistibile. Eglino pertanto non produssero le lettere pontificie, ma protestarono che il matrimonio di Lotario era stato disciolto a buon dritto, e che Gualdrada gli era legittima moglie: tanto per far qualche cosa, mandarono a Roma Guntero, arcivescovo di Colonia, e Teutgaudo di Treviri, affinchè sottoponessero le deliberazioni del Sinodo al giudizio del Papa. Fra i molti Vescovi che, cupidi di immunità regali e di donazioni, secondavano senza coscienza i desiderî di Lotario, quei due uomini erano i suoi più stretti e fidi: d’altronde essi tenevano le parti della monarchia per porla di mezzo fra l’Episcopato e la supremazia pontificia. Venuti a Roma, produssero gli atti di Metz, pieni di speranza di guadagnare il Papa colle loro persuasioni; ma Nicolò per tre settimane non se li lasciava accostare, indi comandava loro di comparire innanzi al Sinodo che s’era raccolto in Laterano; e senza lasciar loro adito di difesa, senza esame, senza accusa, senza intervento di Vescovi franchi, pronunciava la loro deposizione e gli scomunicava, in quello che senza più cassava le statuizioni del Sinodo provinciale di Metz[169]. Tutto questo accadeva nello autunno dell’anno 863.
Gli Arcivescovi, frementi d’ira, corsero con quanta fretta erano capaci, a Benevento, dov’era l’Imperatore. Si dolsero della violenza patita, gli dissero che nella persona di loro il Papa aveva offeso Lotario fratello suo, anzi lui stesso; gli rappresentarono che la signoria sconfinata del Pontefice minacciava di gran pericolo la maestà imperiale e la regia, ed eziandio la Chiesa franca; le loro parole misero il fuoco addosso a Lodovico. Questi allora mosse tosto con un esercito su Roma, accompagnato da Engelberga, sua donna, e dai due Arcivescovi, dacchè egli voleva costringere il Papa a rimetterli nella loro dignità. Entrò nella Città che era il mese di Febbraio dell’anno 864[170]. Poichè si era sparsa voce ch’ei veniva con intendimenti ostili, il Papa aveva ordinato dappertutto digiuni e letanie, e una mestizia desolata si spandeva per la Città tutta quanta. L’Imperatore poneva dimora nel palazzo vicino al san Pietro; ma il Papa non andava a fargli omaggio, e si teneva chiuso in Laterano, dove attediava il cielo con orazioni incessanti contro «il malefico Principe.» Indarno i baroni di Lodovico significavano al Papa che con quei modi di provocazione malaccorta ei non faceva altro che aggiungere fiamma alla collera dell’Imperatore; le processioni non finivano di percorrere in tutti i versi le vie della Città. Una di esse s’incamminava verso il san Pietro e stava per ascendere i gradini dell’atrio, allorchè alcuni vassalli e armigeri di Lodovico, istizziti dei rifiuti del Papa, si scagliarono sovra ai preti; li conciarono a nerbate, li gettarono a terra, rovesciarono i vessilli ecclesiastici, e fecero in pezzi la croce di sant’Elena, nella quale, secondo la credenza che allor correva, era racchiuso il legno della vera croce: quelli della processione si salvavano dandosela a gambe[171]. Un simile spettacolo non si era mai visto in Roma dacchè aveva avuto fondazione l’Impero dei Carolingi: parve rotta l’armonia fra il Papato e l’Impero, e per la prima volta scoppiarono dentro della Città gli odî di nazione fra Germani e Romani.
Narrò la fama che il Papa in gran secreto si fosse messo in una barca, e pel Tevere fosse fuggito in san Pietro, dove avesse passato due giorni e due notti senza torre cibo o bevanda, e si sparse voce che la morte avesse colpito il Franco spezzatore della croce di santa Elena, e che l’Imperatore fosse infermato di febbre. L’Imperatrice allora s’inframmise fra Nicolò e il suo sposo per compor pace.
Avuta promessa di sicurtà, il Papa venne alle case dell’Imperatore, e v’ebbe con lui un lungo colloquio. Nicolò tornò indi al Laterano, non sciolse però dalla scomunica gli Arcivescovi, e Lodovico comandò a questi di tornare in Alemagna. Prima di lasciar Roma i due prelati tedeschi compilarono una scrittura, in cui protestarono contro la loro deposizione e contro l’opera del Papa, e lo fecero con linguaggio sì veemente quale giammai un Pontefice l’ebbe udito dalla bocca di Vescovi; vi era espresso con discorso gagliardo l’intendimento per cui le Chiese nazionali cercavano di ottenere independenza e di svincolarsi dal primato di Roma. Nell’esordio del loro libello, che era intitolato ai Vescovi della Lorena, quei due osavano dire: «Sebbene Nicolò, che appellato è Papa, che da apostolo si ficca in mezzo agli Apostoli, che pompeggia da imperatore dell’universo mondo, ci abbia condannati, tuttavolta, per grazia di Cristo, egli ha trovato da parte nostra ferma resistenza, nè poco s’ebbe pentito di ciò che poi fece»[172]. Il loro scritto conteneva sette capitoli indirizzati al Papa: gli autori vi condannavano il suo procedimento contrario ai canoni, indi ritorcevano l’anatema sul capo di lui[173]. Guntero di Colonia, animo robusto e risoluto fuor del comune, incaricava Ilduino, fratel suo, ch’era cherico, di recapitare egli stesso in mano del Pontefice quella scrittura, e, se questi si fosse rifiutato di accettarla, di deporla nella Confessione del san Pietro. Nicolò fece quanto previsto s’era, e Ilduino, tutto circondato di uomini armati, andò tosto audacemente in san Pietro per fare ciò che il fratello gli aveva commesso. I guardiani della Confessione (formavano una Schola loro propria con titolo di Mansionarii scholae confessionis S. Petri) si posero all’intorno della tomba dell’Apostolo per respingerli, ma gli invasori si scagliarono su di loro, ne lasciarono uno di morto sul terreno, gettarono la scritta nella Confessione, e, sgombrandosi la via colle spade, uscirono della basilica.
Questo avvenimento dimostrò che l’Imperatore non s’era in alcun modo riamicato col Papa. Senza darsene un fastidio al mondo, Lodovico stavasi spettatore impassibile dei più feroci eccessi che le sue soldatesche commettevano, parimente come se fossero state in terra nemica: saccheggiamenti di case e perfino di chiese, ammazzamenti, stupri di monache e di matrone. Lodovico sdegnava perfino di passare la Pasqua in Roma; partiva della Città, e con maligno intendimento moveva a Ravenna per celebrare le feste presso all’arcivescovo Giovanni: questi infatti andava sempre covando i suoi rancori, memore dell’umiliazione patita in Roma; anzi con grande animo afferrava l’opportunità delle discordie sorte fra i Vescovi alemanni e Roma, entrava in buone relazioni coi prelati scomunicati, e con gran calore attizzava le ire di Lodovico[174]. Queste tempeste avrebbero atterrato un Pontefice d’animo fiacco, ma non piegarono la tempra gagliarda di Nicolò: il suo animo orgoglioso e inflessibile stette saldo colla fortezza di un Romano antico. Minacciò scomuniche, e furono temute come folgori vere; i Vescovi di Lorena gli mandarono proteste di pentimento; Arsenio legato di lui, munito di lettere indirizzate ai Re, ai Vescovi ed ai Conti, e fiammeggianti di minacce, andò in Lorena con una baldanza tale da far ricordare l’orgoglio dei proconsoli della vecchia Roma. Con una mano quel legato riconduceva la sposa ripudiata al Re che s’era fatto trepido per paura dell’anatema, coll’altra gli strappava dal fianco la donna amata. Il reame, debole e disunito, abbandonando una cattiva causa venuta a lotta con Roma, non resistè più a lungo, e diede in mano al Papato la più splendida vittoria. Tuttavolta non era ancor giunto a fine l’ultimo atto di questa tragedia; papa Nicolò morì mentre essa ancor durava, chè soltanto al tempo del suo succeditore ebbe termine lo scandalo di quel processo[175].
Durante il pontificato di Nicolò I non si parla di torbidi cittadini che avvenissero in Roma, ed anzi si narra che quel suo tempo s’allietasse per pienezza di prosperità od almeno per ubertà di ricolti. Ai poverelli si provvedeva satollandoli con generosità; e il Papa, sì come un Imperatore romano avrebbe fatto, giungeva perfino a dispensare dei marchi che davano il diritto di un pranzo a chi li mostrava; erano segnati col nome di lui e si distribuivano agli uomini indigenti o a quelli che erano incapaci di lavorare[176].
Due acquedotti restaurò Nicolò, l’Aqua Tocia e la Trajana o Sabbatina, la quale nella città Leonina, da essa abbeverata, aveva allora nome di acquedotto di san Pietro[177]. Dappoichè Gregorio IV aveva restaurato questo medesimo acquedotto, convien dire che, dopo di lui, lo avessero danneggiato i Saraceni, oppure che Nicolò gli desse una direzione differente e ne facesse una distribuzione migliore delle acque[178]. Il cattivo modo di fabbricazioni di quella età faceva sì che gli edificî prestamente decadessero; Nicolò ebbe pertanto necessità di costruire novellamente financo le mura di Ostia, benchè soltanto da Gregorio IV derivasse la loro erezione; e dovette munirle di saldi torrioni, entro ai quali collocò un presidio. Il terrore dei Saraceni aveva fatto omai che Ostia si lasciasse in abbandono, laddove Porto si conservava ancora, grazie alla colonia di Côrsi che ivi era[179].
Il numero mirabilmente scarso di doni votivi e di edificazioni di chiese cui diè opera Nicolò I, non torna a disdoro dell’intelletto pratico di questo Pontefice. A detta del suo Biografo, egli costruì il portico a santa Maria in Cosmedin; nè v’ha dubbio che Nicolò fosse stato diacono di quella chiesa, perocchè, sopra tutte le altre, rivolgesse cura ad adornarla: infatti, oltre alle menzionate case dei Papi, egli vi edificò anche un bel triclinio. Da lui derivarono le pitture o musaici allogati nella diaconia di santa Maria Nuova, edificio di Leone IV; al palazzo Lateranense aggiunse poi una nuova fabbrica di abitazione, e presso al san Sebastiano eresse un convento.
Se il Biografo di questo Pontefice avesse avuto senso di comprendere quello che valeva la cultura scientifica in Roma, ben avrebbe potuto narrare che Nicolò provvide al suo incremento. Se non è altro, il Biografo dà lode al padre di Nicolò per ciò che era stato amico delle arti liberali e il figliuolo aveva iniziato in cosiffatti studî; ma siccome aggiunge che il Papa fu per questa ragione erudito in ogni maniera di sacre discipline, ei ci vieta di pensare che quella scienza uscisse fuor degli studî attinenti alle cose teologiche[180]. Ad ogni modo il periodo dei Carolingi s’adorna di chiarissimo pregio, poichè accolse il generoso intendimento di diradare la tenebra della barbarie colla cultura delle scienze. Il genio di Carlo e degli amici suoi iniziati nella letteratura classica dei Romani, diede agli studî un repentino impulso, ed i succeditori di Carlo operarono con pari indirizzo. Ne offre splendida testimonianza l’editto promulgato da Lotario nell’anno 825. L’Imperatore vi deplora che, per ignavia degli uomini prepostivi, le discipline dell’istruzione abbiano cessato quasi in tutte le terre d’Italia, e comanda la fondazione di nove scuole centrali per i respettivi territorî; le costituisce a Pavia (la cui Università, celebre dappoi, certo erroneamente si attribuisce a fondazione di Carlo Magno), a Ivrea, a Torino, a Cremona, a Firenze, a Fermo (per il ducato di Spoleto), a Verona, a Vicenza ed a Forum Julii (Cividale di Friuli)[181]. L’aperta dichiarazione che s’era spento del tutto l’insegnamento di scuole, fa che s’argomenti lo stato miserrimo in cui era l’istruzione in Italia. Di istituti scolastici maggiori non puossi pur pensare; ciò che si denotava sotto il concetto di doctrina comprendeva soltanto le cose di religione, e fuor d’esse tutt’al più gli elementi delle scienze profane, segnatamente della grammatica.
L’editto di Lotario si riferiva al reame d’Italia e non a Roma, nè alle province della Chiesa, ma anche qui v’aveva la istessa ignoranza se pur non era più grave, sì come lo dimostrano le decisioni di alcuni Concilî romani. Nell’anno 826, Eugenio II faceva ordinanza che in tutti i vescovati e nelle parrocchie si raccogliessero dei dottori che insegnassero con diligenza le scienze, le arti liberali e i sacri dogmi. Quest’ordinamento in classi dimostra che si aveva riguardo anche agli umani studî (artes liberales), facendosene espressa differenza dalla teologia (sancta dogmata); ma appena egli era se ne trovavano maestri. Estinto s’era lo studio di quelle discipline profane, e allorquando Leone IV confermava nell’anno 853 il decreto di Eugenio, v’aggiungeva queste testuali parole: «Sebbene, com’è di solito, rade volte si trovino nelle parrocchie precettori di scienze liberali, occorre tutta volta che non difettino maestri della divina scrittura, e istitutori di officiatura ecclesiastica»[182].
Anche in Roma si poteva muovere eguale lamentanza. Non si fa pur cenno di un maestro, o di scuola alcuna che ivi avessero qualche rinomanza. Certo è che fin dal tempo in cui i Benedettini avevano posto stanza nella Città, s’erano aggiunte scuole ai conventi, e continuava quella antica Lateranense che loro doveva sua origine, e nella quale erano stati educati parecchi Papi: però questi istituti romani non potevano gareggiare colle scuole di Alemagna e di Francia, quali erano quelle di Fulda, di San Gallo, di Tours, di Corveia o di Pavia in Lombardia. Roma non isplendeva per ornamento di uomini illustri pari a Giovanni Scoto, a Rabano Mauro, ad Agobardo di Lione, o pari allo scozzese Dungalo che viveva a Pavia, od a Lupo di Ferrières. Può darsi che le dottrine giuridiche fiorissero ancora di qualche po’ di cultura in mezzo a tutte le discipline degli studî profani; ed invero, dopo dello Statuto di Lotario, dovevano trovarsi dei professori di giure che fossero addottrinati nelle leggi di Giustiniano e che le insegnassero in compendio; nè gli avvocati e i notai potevano essere del tutto digiuni di scienza della legge salica e di quella longobarda.
Parecchi Papi avevano posto monaci greci entro a nuovi conventi; e quelli nella loro lingua materna impartivano istruzione a’ sacerdoti romani, per guisa che, se anche non ne profittava la cultura delle lettere greche, se ne manteneva tuttavia viva in Roma la cognizione del linguaggio; i Papi in quei seminarî educavano alcuni uomini che potevano adoperare da nunzî a Bisanzio, o da scrivani e da interpreti.
Alcune chiese e alcuni conventi di Roma erano forniti di biblioteche. Durava sempre quella Lateranense, e il glorioso titolo di «Bibliotecario» s’ode anche nel tempo della più fitta tenebra. L’archivio pontificio custodiva gli innumerevoli atti della Chiesa e i Regesti, ossiano lettere dei Papi, che erano documenti inestimabili della storia, della lingua latina di quei secoli, e, può dirsi, della pretta letteratura romana nella prima metà del medio evo: tesori che nel secolo duodecimo perirono senza lasciar traccia di sè, e la cui perdita lasciò nella storia un vuoto profondo, che non è mai deplorato abbastanza[183].
Non vale dubitare che le biblioteche ed i conventi di Roma possedessero eziandio opere di letteratura greca e romana; chè esemplari di quei codici dovevano essersi conservati qua e colà in Roma ancor dopo del periodo dei Goti, e nel corso del tempo se ne erano per certo tratte delle copie. I conventi dei paesi di fuori possedevano nel secolo nono molti tesori di lettere; nell’anno 831 l’abazia di Centule, ossia di San Riquiero nelle Gallie, di cui più in antico era stato abate Angilberto, celebrava a sua gloria di possedere duecento cinquantasei codici, ed è rimarchevole a sapersi quali libri il Cronista registri fra le opere profane che ivi si serbavano. Erano Etico, de mundi descriptione, la Historia Homeri con Dite e con Darete di Frigia, Gioseffo completo, Plinio il giovane, Filone, le favole di Avieno, Virgilio; e fra i «Grammatici», di cui massimamente quell’età era bramosa, Cicerone, Donato, Prisciano, Longino e Prospero[184]. Se di tai libri trovavansi in Francia, può egli darsi che non ne esistessero a miglior ragione in Roma? Lupo, abate di Ferrières, nell’anno 855 volgeva a Benedetto III l’ingenua preghiera che gli mandasse alcuni codici di Cicerone de Oratore, le istituzioni di Quintiliano, il commento di Donato a Terenzio: e lo faceva certo che gli restituirebbe senza dubbio quegli scritti, dopo che ne avesse fatto cavar copia[185]. Soltanto nelle notizie che ci danno i Romani, non si fa pur motto di codici profani. Se nelle Biografie dei Papi si tien parola di libri, d’altro non si tratta che di Evangelî, o di antifonarî, o di messali che solevansi dedicare alle chiese. A ragione si tenevano in conto di doni votivi preziosi, e di essi facevasi menzione perfino nelle iscrizioni funerarie dei donatori. Grande era la spesa che occorreva per compilare un codice in pergamena, e la fatica laboriosa di trascriverlo e di alluminarlo, di gran lunga superava quella che gli orafi o i fonditori di metalli adoperavano a comporre i loro candelabri o i loro vasi[186]. Monaci periti dell’arte passavano la loro vita solitaria a copiare di quei codici delle sacre Scritture e dei Padri ecclesiastici, che eglino, con amore incredibile e con diligenza di pennello e di penna, solevano disegnare anzi che scrivere, parte a caratteri unciali romaneschi in lettere majuscole o minuscole, parte in più difficili caratteri longobardi; tratto tratto fregiavano i codici di miniature, e, di consueto, il primo dei disegni rappresentava lo scrivano, o l’abate che gliene dava incarico, o tutti e due, col codice in mano, in atto di offrirlo ad un qualche Santo[187]. La difficoltà dei caratteri non consentiva correntezza di mano al copista, e lo costringeva a dipingere[188]; oltracciò egli ornava il suo codice di lettere iniziali disegnate con grande arte in oro e a colori. Di queste opere sottili e belle, condotte con grande varietà di colori e con dovizie di arabeschi, fa testimonianza ancora oggidì il celebre Codice carolino della Bibbia, lavoro del secolo nono, che il convento di san Paolo custodisce come massimo tesoro suo[189].
Siffatti codici rivelano in pari tempo l’indole di quell’età in cui l’arte lottava contro a una barbarie profonda, le cui tracce sono segnate nelle sue fatture goffe e ancor sempre stecchite di durezza. La tempra del secolo nono e dei secoli successivi, come quella dei popoli Dorici, degli Egiziani e degli Etruschi antichi, ha qualche cosa di figurativo, di enimmatico e in generale di simbolico; lo dimostrano manifestamente il disegno e i caratteri della scrittura, l’uso dei monogrammi apposti nei documenti e nelle monete, e la consuetudine degli arabeschi. La moneta massimamente rivela in un modo sempre più fisso e preciso l’imagine della vita publica della sua età, e i denari pontificî di questo tempo sono impressi di caratteri bruttissimi nella scrittura e nel disegno[190].
Se l’Anonimo di Salerno fosse venuto a Roma nel tempo di Nicolò I, egli non avrebbe saputo numerarvi una schiera di trentadue filosofi, com’egli afferma di averne contato in sull’anno 870 nella florida Benevento[191]. Se Erchemperto, che fu continuatore della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, fosse uscito del suo dotto monastero di Monte Cassino (dove splendeva allora per grande valore l’illustre abate Bertario), e fosse venuto a Roma, lo avrebbe indotto a spavento l’ignoranza dei frati e dei cardinali: se Fozio, il patriarca di Bisanzio ch’era stato scomunicato da Nicolò I, avesse mosso suoi passi a Roma, il lume della sua scienza avrebbe sfolgorato come un portento in questa città, dove non era più alcun Romano, il quale sapesse distinguer per nome le statue dei savî e dei poeti dell’antichità, che annerite e mutilate duravano ancora in piedi nel cadente foro di Trajano.
Di contro alla cultura scientifica di Costantinopoli, Roma aveva cagione di coprirsi di vergogna profonda; perfino quei Saraceni d’Africa, che avevano messo a ruba i tesori del san Pietro e del san Paolo, potevano tenersi in conto di semidei se si paragonavano ai Romani ignoranti, e se guardavano alle università ed ai filosofi, ai teologi ed ai grammatici, agli astronomi ed ai matematici che fiorivano a Kairewan, a Siviglia, ad Alessandria, a Bassora e a Bagdad, Atene maomettana dell’Oriente. Lo splendore prodigioso della cultura dello spirito appo gli Arabi, influiva a infondere vita a Bisanzio. Questa città, sempre animata di uomini cavillatori e di sofisti, di pedanti e di fanatici, aveva un grande mecenate in quello stesso Cesare Bardane, che aveva discacciato il patriarca Ignazio; e nei suoi Principi, quali furono Leone il filosofo e, più tardi, Costantino Porfirogeneto figliuolo di lui, trovava discepoli zelanti di una sapienza pedantesca: in Fozio possedeva un novello Plinio o un Aristotele di età barbarica, il quale nella sua celebre «biblioteca» custodiva compendî e lavori critici che comprendevano lo stillato di dugentottanta Autori; e non era che una piccola parte della sua scienza.
I Bizantini avevano la coscienza della purezza, pur sempre relativa, della lingua greca, e questa fu che conservò la loro vita scientifica per un corso di secoli, ancora dopo che l’idioma latino si fu estinto: pertanto eglino guardavano con disprezzo alla barbarie di Roma. Michele imperatore, in una sua lettera indiritta a papa Nicolò I, gettava a larga mano lo scherno sui Romani, a cagione del loro latino che egli chiamava linguaggio «da Barbari e da Sciti»; e il modo che esso era parlato in bocca del popolo, o scritto dai notai e perfino dai Cronisti, dava del resto buon giuoco ai motteggi dei Bizantini eruditi. Il Pontefice rispondeva in un latino bello assai; fossene egli l’autore oppure la sua segreteria sempre esperta di stile, fatto sta che vi si metteva tutta l’arte a comporlo, e per fermo era la migliore apologia che oppor si potesse. E il Papa aveva agio di rispondere acconciamente all’Imperatore, essere ridicola cosa ch’egli pretendesse per sè il titolo di Imperatore dei Romani se non ne sapeva parlare la lingua, e se perciò barbarica l’appellava: tuttavolta gli argomenti che il Papa adoperava a difendere l’idioma di Cesare, di Cicerone e di Virgilio, sono rettoricumi frateschi, o attinti per ragione gerarchica all’autorità della religione cristiana e della croce, il cui titolo J. N. R. J., diceva, era scritto in latino[192].
Financo quei popoli di Germania e di Gallia, cui i Romani davano nome di barbari, continuavano a coprir Roma di vergogna, perocchè essi progredissero nella cultura del linguaggio e della scienza dei Latini: agli occhi dei cardinali della Città, un Incmaro di Reims passava per un vero miracolo. Muta s’era fatta in Roma la voce della poesia, fosse di tema religioso o di subbietto profano; ma nel tempo stesso in cui a mala pena avveniva che i Romani possedessero tanto ingegno da comporre qualche epigramma per i musaici delle loro chiese, per le porte della loro Città o per i sepolcri dei loro morti con un’accozzaglia di ritmi e di vocaboli barbarici, Cronisti franchi, quale era Ermoldo Nigello, dettavano le loro Storie in versi latini; e preti tedeschi, i cui padri erano vissuti tuttavia nel paganesimo, scrivevano nella gagliarda lingua primitiva del loro popolo, e poetavano quelle armonie evangeliche, di cui oggidì ancora ammiriamo la tempra originale. Nessun’opera teologica si compilava più in Roma. La storia della Città, la trasformazione memoranda che avea subita da Pipino e da Carlo in poi, non trovava pur un annalista, e intanto che Alemagna e Francia e la stessa Italia meridionale (dove nel venerando Monte Cassino si dava opera a scrivere la storia) ivano producendo un gran numero di Croniche, la ignavia oppure la ignoranza dei monaci romani seppelliva la Città in una tenebra profonda.
Peraltro, giusto in questo tempo, il Papato raccoglieva la sua Cronica antichissima, e in parte vi comprendeva tutto quello che ha maggiore importanza per la città di Roma di quell’età. Dopo che s’era costituito lo Stato ecclesiastico, dopo che aveva avuto incremento la potenza non solo dei Pontefici, ma anche dei Vescovi, i cui vescovadi erano altrettante ricche immunità, facevasi sentir più potente la necessità di tramandare ai posteri la storia delle Chiese, composta in una serie ordinata dei loro Vescovi e in forma di loro biografie. Il bisogno non era specialmente proprio di un solo paese, avvegnachè questo istesso tempo producesse parecchie collezioni di tal foggia, che avevano tutte a fondamento i cataloghi delle vite dei Vescovi, le loro lettere, i loro Regesti ed altri documenti. Fuor di Roma Agnello raccoglieva e scriveva la sua Storia dei Vescovi di Ravenna, opera barbarica ma preziosa, che sta a fianco del Liber Pontificalis; e Giovanni, diacono napoletano, compilava le Biografie dei Vescovi della sua bella terra natìa. Così appartiene pure a quest’epoca la collezione celebre delle Vite dei Papi, che è nota sotto il nome di Anastasio.
Anastasio ebbe il titolo di «bibliotecario», che lo distinguette dal ribelle Cardinale dell’istesso suo nome; visse a’ tempi di Nicolò I, e tuttavia a quelli di Giovanni VIII. Se non abbia dettato di sua mano altre biografie fuor di quelle dei suoi contemporanei, forse da dopo di Leone IV, e, sopra tutte, quella di Nicolò I, che è per vero dire assai poco copiosa, è pur probabile ch’ei raccogliesse il restante; per lo meno la tradizione ebbe raccomandato al nome di lui questo lavoro. Le Biografie, che hanno cominciamento da san Pietro fondatore del vescovato di Roma, furono, dal terzo secolo in poi, continuate in forma di registri riuniti in ordine di calendario e di cataloghi sugli anni di reggimento e sulle geste dei Papi: dopo di Gregorio magno, a compilarle, si trasse giovamento anche dalle epistole e dagli atti dei Pontefici. In tal guisa, da questa materia sempre più perfetta e abbondante ebbero origine le Biografie dei Papi continuate in forma officiale, e, durante il periodo dei Carolingi, contengono dovizia massima di notizie. La loro tessitura non ha la forma degli annalisti, e questo ne rende difficile l’uso; sono un ammasso mal composto di notizie assai esatte delle edificazioni e dei doni votivi di Roma, e di veri avvenimenti storici. Brutto ne è lo stile al paro della trattazione, e la lingua è ben diversa da quella della segreteria romana, di cui l’andatura spigliata, franca e robusta ci induce a meraviglia anche adesso, quando leggiamo i Regesti di Nicolò I e di Giovanni VIII, che per buona ventura giunsero fino al tempo nostro. Ma il valore di quelle Biografie è inapprezzabile, avvegnaddio sieno ricavate dalle origini più sicure e genuine; e, senza di esse, la cognizione della vita del Papato e altresì della città di Roma, sarebbe per lunghi secoli involta in completa oscurità. Ora il Liber Pontificalis nella nota sua forma s’interrompe colla vita di Nicolò I, così che, abbastanza presto nella nostra Storia, avremo a deplorare l’inaridirsi di questa fonte. Vi fanno seguito soltanto le aggiunte Biografie di Adriano II e di Stefano V, che sono attribuite a Guglielmo bibliotecario[193].
L’ingegno di Anastasio era vasto a sufficienza perchè eclissasse col suo splendore i Romani suoi contemporanei. Siccome s’intendeva di greco (e questo bastava per dargli fama d’erudito), ei traduceva la Cronografia di Niceforo, Giorgio Sincello, Teofane ed altre opere di letteratura ecclesiastica greca. Ebbe un solo emulo nel suo concittadino Giovanni diacono, perocchè questi non fosse meno di lui saputo nel greco, e fosse inoltre ornato di maggiore ingegno letterario. Scrisse questi la Biografia di Gregorio magno, giovandosi degli atti dell’archivio Lateranense, e vale che si noti come una tale monografia fosse compilata precisamente nell’età dei Carolingi, e dopo che il suo Autore era sopravvivuto al pontificato di Nicolò I, il quale per operosità e per grandezza richiamava alla mente la ricordanza di Gregorio. Quella scrittura è un lavoro di concetto originale, e mirabilmente differisce dall’arida forma di tutte le altre Biografie dei Papi. L’Autore dà nel rettoricume e corre con fervida imaginativa; tenta miseramente di essere elegante e copioso; però rivela qualche cognizione di letteratura antica[194].