152.  Per la prima volta si menziona questa pratica, come era di già in consuetudine all’epoca bizantina. Decretum componentes propriis manibus roborarunt et consuetudo prisca ut poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augustis: Anast. in Bened. III, n. 558.

153.  Imagines enim confregit, ignique concremavit, et Synodum, quam supra sanctuarii januas b. memor. Leo pingi Papa jusserat, destruxit: n. 561. Del quadro che rappresentava il Sinodo parlano gli Annal. Bert., a. 868. Fra i Vescovi franchi v’avevano allora molti avversarî delle imagini; tali erano Claudio di Torino (m. 839), uomo di spiriti liberali, contro cui scrisse Dungallo, e il colto Agobardo di Lione (m. 840). V. il Gieseler, II, 1, p. 93 ecc.

154.  Benedictum beatum Papam volumus, gridava il popolo.

155.  Imperialibus missis cernentibus, in Apostolica sede, ut mos est, et antiqua traditio dictat consecratus ordinatusque est Pontifex: Anast. n. 566. Falso è dunque il diploma di Lodovico, sclama a questo punto il Pagi. Ad onta di questi fatti precedenti, il cardinale Anastasio fu assolto da Nicolò I, indi nuovamente scomunicato da Adriano II.

156.  Il Baronio, Annal., a. 855, riferisce un lungo epitaffio di lui. Quantunque ei dica che l’iscrizione è erroneamente attribuita a Enrico III, tuttavolta io reputo che essa sia di Enrico. Vi parla troppo manifestamente l’indole dell’età degli Ottoni. I versi donde incomincia:

Caesar tantus eras quantus et orbis,

At nunc exigua clauderis urna

trovansi parola per parola nei Mirabilia, riportati come iscrizione della favoleggiata tomba di Cesare, allo obelisco del Vaticano. Il Baronio ha notizia di un’altra iscrizione funeraria in cui è detto di Lotario: qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

157.  Michael — Imp. — misit ad b. Petrum Apost. donum per manum Lazari Monachi et Pictoriae artis nimie eruditi, genere vero, Chazai, i. e. Evangelium de auro purissimo, cum diversis lapidibus pretiosis. Il nome di Lazzaro può pertanto campeggiare come uno degli antichissimi nella storia dell’arte. Osservo di passaggio che allora si coltivava in Roma anche l’arte di dipingere i vetri di finestre: fenestras vero vitreis ornavit, dice Anastasio, n. 572, all’occasione dei restauri operati da Benedetto nella santa Maria in Transtevere.

158.  Praesente Caesare consecratus est, dice la Vita Nicol. I; e gli Ann. Bertin.: praesentia magis ac favore Hludovici regis et procerum ejus quam cleri electione substituitur (a. 858).

159.  Et ecce Aemilienses, ac Senatores urbis Ravennae cum innumero populo: Anast., n. 588. Il concetto Senatus nel significato di nobiltà, compare assai spesso, da dopo di Carlo magno, in tutte le biografie dei Papi; ed anche qui vedesi che esso denotava massimamente soltanto gli ottimati.

160.  Nisi post Electionem Ducis, Cleri et populi (n. 591). Si noti che i Duci pontificî nelle città maggiori, sedi in pari tempo di Vescovi, prendevano parte alla elezione di questi: scomparso era l’Ordo.

161.  Donec in praesentia Apostolica, vel missi ejus, aut Vestararii Ravennae legali ordine illas in judicio convincas: n. 591.

162.  Vedi il Pichler, Storia della separazione ecclesiastica fra Oriente e Occidente, Monaco 1864, Vol. I.

163.  Responsa di papa Nicolò ai Bulgari: asseritis quod rex vester cum ad manducandum in sedili, sicut mos est, ad mensam sederit, nemo ad convescendum etiam neque uxor ejus cum eo discumbat, vobis procul in sellis residentibus, et in terra manducantibus.

164.  Annal. Bertin., a. 865. Il palazzo del Re era circondato da un esercito innumerevole; quando egli si scagliò fuori, seguito da soli quarantotto fedeli, comparvero di repente sette santi preti con cerei in mano, simili ai sette di Amschasbano; i ribelli videro precipitare sulle loro teste una città in fuoco, e i cavalli del Re gli assalsero cacciandoseli sotto le zampe. Caddero a terra tutti; il Re si contentò di cinquantadue teste mozze.

165.  Sulla venuta dei legati vedasi Anast., n. 608. Andreas Presbiter, contemporaneo, dice che il Re stesso venisse a Roma e ricevesse il battesimo dal Papa, et fide sancta confirmata recepit doctores ab eodem apostolico et in suam reversas est patriam (Dom. Bouquet, VII, 105). È difficile che Anastasio avesse taciuto della venuta del Re. D’altronde questi già aveva assunto nome di Michele da quello dell’Imperatore greco.

166.  Al confine trovavano Teodoro generale bizantino, il quale staffilando le teste dei loro cavalli, diceva loro in isplendido latino: Imperator noster vos necessarios sane non habet.

167.  La Vita Nicol. I, n. 609, dice: omnes a suo Regno pellens alienigenas (ossiano i Greci), praefatorum Apostolicorum solummodo praedicatione usus missorum.

168.  Quia Constantinopolis nova Roma dicta est favore principum potius, quam ratione, patriarcha ejus pontifex appellatus est: n. 92 dei Responsa ad Consulta Bulgar., Labbé, Concil., IX, 1534. Il Papa vieta espressamente l’uso della tortura contro i ladri, e massimamente contro gli accusati; proibisce espressamente il battesimo violento. Egli non avrebbe consentito mai ad un battesimo come fu quello famoso del fanciullo ebreo Mortara.

169.  Di questo si lagnarono i due Arcivescovi nel loro libello: sine synodo et canonico examine, nullo accusante, nullo testificante — tuo solius arbitrio et tyrannico furore damnare nosmet voluisti: Hincmaro, Annal., a. 864, Mon. Germ., I. Tutti questi avvenimenti e gli atti del Sinodo romano sono descritti in quegli Annali e negli altri di Fulda, di Metz e in Anastasio. Vedine inoltre il Dümmler, I, 506, ecc.

170.  Ricavo questa data da un diploma di Farfa: dat. VII Kal. Martii anno Christo propitio Imperii Domni Hludovici Piiss. Aug. XI (dee porsi X dall’era di Lodovico, che fu l’anno 855 in cui diventò solo Imperatore) Ind. XII actum Leonina Civitate (nel Fatteschi ecc. n. LV).

171.  Hincmaro, Annal., a. 864; Erchemperto, c. 37. Anastasio tace. Anche il Libell. de Imp. Potest. narra assai chiaramente di questi fatti; dice che il Papa si tenne chiuso nella chiesa dei santi Apostoli pregando Dio contro il Principe malvagio. Quell’avvenimento però lo avrebbe reso più pieghevole: pro qua causa Apostolica mitior effectus est (p. 721). Secondo lo stesso Libellus, l’Imperatore, ancor prima, avrebbe incamerato alcuni beni della Chiesa nella Campagna.

172.  Annal. Hincmar., a. 864.

173.  Riguardo alla validità del matrimonio di Gualdrada, eglino contrapponevano arditamente il diritto di natura al giure canonico: et quia suo viro parentum consensu, fide, affectu, ac dilectione conjugali sodata est, uxor profecto, non concubina habenda sit.

174.  Tutte queste notizie sono dovute a Hincmaro.

175.  Lotario cacciò nuovamente la sventurata Regina, e si riprese Gualdrada, per lo che questa nell’anno 866 fu scomunicata da Nicolò.

176.  Anast., Vita Nicol., n. 600. Si contava allora per ferie. La domenica era feria prima. Noci vuotate ed infilate a funicelle significavano i giorni pei quali valevano quei marchi.

177.  Formam aquae, quae vocatur Tocia (Anast., n. 584). Quest’acqua sarebbe, come alcuni Archeologi credono, la Jopia o Jovia, ovvero la Trajana Tuscia; ma un insigne conoscitore della topografia di Roma nei bassi tempi, ci dimostra con buoni argomenti che la Tocia era la Appia. Vedi Costantino Corvisieri, dell’Acqua Tocia in Roma nel medio evo, articolo di sommo pregio inserito nel «Buonarroti» (Roma 1870, Febbraio, Marzo e Luglio). La Tocia forniva di acqua la regione Lateranense. Il nome Tucia ossia Tuscia è antico, perchè così si chiamava un fiumicello nelle vicinanza di Roma, e già fin dal tempo di papa Silvestro era conosciuto il Fundus Aquae Tuscae nell’Agro Verano. Peraltro ho già osservato che vi sia corrispondenza fra l’Aqua Tocia e l’Acquatoccio, che è il nome medioevale di un piccolo fiume che si mesce colle acque del rivo chiamato Almo (a).

(a) Questa nota, che si sostituisce all’altra apposta nell’originale tedesco (seconda ediz., 1870), ci fu, con una lieve modificazione nel testo, fornita dall’illustre Autore, il quale viene, con sua grande cortesia, offerendoci delle aggiunte o delle varianti anche ad altri luoghi dell’Opera. Ne faremo, a loro sito, avvertenza, come di cosa che reca gran pregio alla nostra edizione italiana. (N. del T.)

178.  Secondo la Vita Gregor. IV, n. 467, la Sabbatina continuava a scorrere ad Ecclesiam b. Petri Ap., atque ad Janiculum sicut prius. La Vita Nicol. I, n. 607, contraddicendo: formam aquaeductus qui multis a temporibus ruerat, et ad b. Petrum Ap. ob hoc aqua non ducebatur, in meliorem, quam fuerat, certamine quam plurima revocari statum. Quel multis a temporibus è pertanto inesatto ed erroneo.

179.  Vita Nicol. I, n. 607: Ostiensem urbem — in ruinis jacentem — fortiori, firmiorique fabrica raedificari — jussit — promptos ad bella in ea homines collocavit.

180.  Pater vero ejus liberalium cum fuisset amator artium, et nobilissimum polleret fomitem cunctis eum elementis, almificisque ritibus imbuens, literarum studiis, et optimis artibus perornabat, ita ut nulla sacrarum species remaneret disciplinarum: incominciamento della Vita Nicol. I.

181.  La Constitutio Lotharii è data nel Maggio 825 da Olona, e non nell’823, come opinano il Muratori e il Tiraboschi, Mon. Germ. III, 248. Incomincia: de doctrina vero, quae ob nimiam incuriam atque ignaviam quorundam praepositorum, cunctis in locis est funditus extincta, placuit, ut sicut a nobis constitutum est, ita ab omnibus observetur, videlicet ut ab his qui nostra dispositione ad docendos alios per loca denominata sunt constituti, maximum detur studium, qualiter sibi commissi scholastici proficiant. Si noti l’espressione Scholasticus in significato di scolare.

182.  Decreto di Eugenio nel Concil. Roman. 826, Canon. 34: magistri et doctores constituantur, qui studia literarum, liberaliumque artium, ac sancta habentes dogmata assidue doceant; e l’aggiunta di Leone IV: etsi liberalium artium praeceptores in plebibus (oggidì «pievi») ut assolet, raro inveniuntur, tamen divinae scripturae magistri, et institutores ecclesiastici officii nullatenus desint.

183.  Se possedessimo questi Regesti, sì come dal tesoro del secolo sesto conservammo per felice ventura le lettere di Gregorio I, se ne avessimo soltanto quel che contengono i Regesti di Giovanni VIII, vivrebbe per noi a nuova vita anche l’oscura storia della città di Roma dal settimo secolo al decimo. L’odierno archivio secreto del Vaticano conserva soltanto i Regesti continuati da Innocenzo III in poi: formano più di duemila volumi, e questa parte della storia universale è, ancora ai dì nostri, pari a una fonte celata nelle viscere della terra!

184.  Vedi il Chronic. Centulense nel D’Achéry, Spicileg., II, c. 3. Il Ginguené, (Histoire littér., c. 72) ne avrebbe potuto apprendere che erronea è l’opinione dell’Andres: il n’y avait pas dans toute la France un Térence, un Cicéron, un Quintilien.

185.  In quel tempo che la scarsezza di libri era tanto grande, v’aveva in Roma maggior liberalità che oggidì. Si davano codici a prestito perfino ai paesi stranieri. Quae auctorum opera si vestra liberalitas nobis largita fuerit, deo annuente, una cum memorato S. Hieronymi Codice fideliter omnino, restituenda curabimus: Lupi Ferr., Ep., 103. Le lettere di Lupo trovansi nel Tom. II del Duchesne, e l’accennata è a pag. 778.

186.  I codici sono a tenersi in conto di opere d’arte. Chi non vide senza sentirne ammirazione il celebre Codex Amiatinus della Vulgata, ornamento della Laurenziana di Firenze? Il Bandini (Dissert., Vol. I, Suppl. ad Catal., p. 701) opina che esso venisse in dono al convento di Amiata fin dai tempi di Lodovico I, ma non può darsi dimostrazione della sua ipotesi che abbia appartenuto a Gregorio magno. I Papi donavano codici alle chiese, e i cataloghi gli enumerano insieme coi candelabri e coi ciborî. L’epitaffio di Pacifico arcidiacono di Verona (m. 846) celebra, con espresso discorso, di lui: Bis centenos terque senos codices fecerat (Murat., Diss. XLIII). La iscrizione del prete Giorgio di san Clemente in Roma, dice che egli donò questa chiesa (a. 743) di codici, vero obolo della vedova:

Veteris novique Testamentum denique libros

Octateuchum, Regum, Psalterium, ac Prophetarium,

Salomonem, Esdram, Storiarum Ilico Plenos.

(ibid.)

187.  Un frontespizio così fatto, è posto innanzi al celebre Codice di Farfa nella Vaticana; il più meraviglioso di questo genere vid’io a Monte Cassino: è il Codice longobardo n. 353, del secolo decimo, che contiene la Regola di Benedetto, l’originale dei due Chronica Ignotor. Casinens., un prezioso catalogo di Papi e la Epistola Pauli Diaconi ad Carol. Regem. Nel frontespizio è dipinto l’abate Giovanni il quale offre il codice in dono a san Benedetto che tiensi seduto. L’imagine è giovevole a far conoscere il ricco vestimento a foggia antica dei Benedettini.

188.  I caratteri longobardi dei secoli nono, decimo e undecimo, che erano usati in molti conventi, sono resi difficili a causa delle lettere a e t che facilmente si scambiano, così a cagione della r e della s, e per la connessione delle lettere n e m; del resto i caratteri sono costanti di forma, e questo è loro privilegio. Naturalmente i diplomi possono dirsi veri geroglifici. Il lettore se ne può persuadere esaminando il Mabillon, De Re Diplom., osservando ad esempio il diploma di Nicolò I (p. 441), o la bolla di Pasquale I, a Patronace di Ravenna, le bolle di Benedetto III e di altri Papi del secolo nono.

189.  Quest’opera fu trafugata a Parigi al tempo della Republica francese-romana, ma poi tornò felicemente a Roma. Era stato certamente un donativo dei Carolingi; ma è incerto se la prima imagine miniata rappresenti Carlo magno oppure Carlo il Calvo. Il disegno delle miniature è cattivo e grossolano; le lettere iniziali sono fatte con molto garbo di arte.

190.  Monete di Leone III tengono scritto dalla faccia diritta s. Petrvs, nel mezzo Leo Pa.; dal rovescio Carlvs; nel mezzo Ipa (Imperator). Le monete attribuite a Stefano IV sono di origine dubbia. Denari di Pasquale hanno la scritta Ludovvicvs imp.; nel mezzo Roma; dall’altra parte Scs Petrus; nel mezzo il monogramma Pscal. E nelle simiglianti monete di Papi che vennero dopo, non manca mai il nome dell’Imperatore: quelle di Leone IV hanno dalla diritta Leo papa in monogramma, nell’orlo Scs Petrvs; dal rovescio Hlotharivs, nel mezzo IMP. Vedi l’opera di Domenico Promis intitolata: Monete dei Romani Pontefici avanti il mille, Torino, 1858. Essa completa e corregge il Vignoli e la compilazione del Cinagli.

191.  XXXII Philosophos illo tempore Beneventum habuisse perhibetur, ex quibus illorum unus insignis Ildericus nomine: Anon. Salern., c. 133. Che cosa poi fossero i così detti filosofi, si rileva da ciò che Ilderico, in un’opera a lui attribuita, si ricovera sotto alla protezione della Madonna: lo si scorge anche nel suo inno dedicato a Cristo.

192.  Ut linguae Latinae injuriam irrogaretis, hanc in epistola vestra barbaram et Scythicam appellantes: Ep. Nicol. I nel Labbé, IX, 1320. Per far l’apologia della lingua ei non ricorre a Cicerone, a Virgilio o a Giustiniano, ma afferma che Dio l’ha creata ut cum Hebraea atque Graeca in titulo domini a reliquis discreta insignem principatum tenens omnibus nationibus praedicat Jesum Nazarenum regem Judaeorum: parlava pur sempre la coscienza che il latino era divenuto lingua universale cristiana.

193.  Il manoscritto antichissimo del Liber Pontificalis dell’incominciamento del secolo ottavo, fu dal Pertz rinvenuto a Napoli. Vedasi ciò ch’egli racconta delle fonti della Storia antichissima dei Papi nell’Archivio della società di storia antica tedesca, V, 68. Il Giesebrecht ha trattato ad evidenza così dell’origine del Liber Pontificalis come della sua continuazione: vedine nel Giornale universale mensile di scienza e letteratura, Aprile 1852.

194.  Il Tiraboschi tratta di questo periodo assai superficialmente, e ciò per verità non gli si può apporre a colpa: del Ginguené e del Sismondi non torna il conto parlare. Merita gran lode la Dissert. XLIII del Muratori.

195.  Lo affermano il Novaes, il Pagi ed altri, appoggiandosi al detto di Anastasio: coronatur denique. Le monete di Nicolò I non rappresentano la sua effigie. Sergio III (904) è raffigurato in una moneta colla mitra in capo. La tiara, cinta di serto, di forma affatto orientale, aveva altresì nome di Regnum o Phrygium; per lo che Innocenzo III diceva: In signum spiritualium contulit Mitram, in signum temporalium dedit mihi Coronam, Mitram quoque pro sacerdotio, Coronam pro Regno. Di rado, scriveva questo Pontefice, i Papi portavano la tiara; quasi sempre la mitra. Vedi il Vignoli, Antiq. Pontif. Rom. Denarii p. 63, e il Novaes, Introduzione II, Diss. V. — Non si conservò alcuna delle antiche corone pontificie; la più vecchia data soltanto da Giulio II.

196.  Le Decretali erano sconosciute ai Papi prima dell’anno 864. Furono compilate da un chierico nelle Gallie intorno all’anno 851 od all’852. Vedi gli studî dell’Hinschius, Decretales pseudo-Isidorianae et capitula Angilramni, Lipsia, 1863, nella introduzione.

197.  Anastasio ne significò la morte a Adone arcivescovo di Vienne (Labbé, Concil., IX, p. 1587), dicendo: Eheu! quam sero talem virum ecclesia meruit, quam cito reliquit. E Regino, ad ann. 868, dice: post b. Gregorium usque in praesens nullus praesul in Romana urbe — illi videtur aequiparandus. Regibus ac tyrannis imperavit, eisque ac si dominus orbis terrarum auctoritate praefuit. Il Baronio, Annal., a. 867, riferisce l’epitaffio di Nicolò.

198.  Vita Hadr. II, n. 614. Il Papencordt, ecc. p. 164, dipinge con grande verità il malcontento partito franco che era in Roma.

199.  Vita Hadr. II, n. 616. Però santo Gregorio non gli concesse diritti ospitali; parecchie volte gli comparve con aspetto irato nel sogno, e gli comandò di uscire del suo chiostro. Teutgaudo fuggì nella Sabina, dove morì: Gio. Diacono., Vita s. Gregor. IV, c. 94. Anche Guntero, colpito gravemente dai fulmini di Nicolò I, non si rialzò più, quantunque Adriano nell’anno 869 lo ammettesse alla comunione (Annali di Incmaro a quest’anno).

200.  Benedictionem summi Pontif. ad consolationem videlicet multorum qui factiosorum tyrannide liberius solito saeviente inter unius decessionem et alterius substitutionem Pontificis diversis agitantur exiliis etc. Vita Hadr. II, n. 615. Dei Vescovi esigliati, al n. 617.

201.  Divisis quippe Italiae finibus, Spoletanorum dux Romae constitutus est vice Regis, tali pacto ut quando Apostolicus obiret, interesset Dux praefatus electione futuri Pontificis, accipiens plurima dona in partem regiam; Eutropii Presbyteris Langobardi Tractatus de jurib. et privilegiis Imperatorum in Imperio Romano (compilato intorno al 900), apud Goldast, Monarchia I, 9.

202.  Vita Hadr. II, n. 622: Igitur Lambertus — tempore consecrationis — Romanam urbem, praeter consuetudinem, sicut tyrannus intravit, non rebellantem, sicut victor satellitibus suis ad praedandum distribuit. La Vita nomina altri Lambertini che erano in Roma, Aistaldo, Walterio, Ilpiano, Odone e Teoperto, tedeschi tutti, e certo proavi delle posteriori famiglie romane degli Astalli, dei Gualterii, degli Ilperini e degli Oddoni.

203.  La notevole Constitutio promotionis exercitus observationis partibus Beneventi, trovasi nella Historiola Ignoti Casin., in Camillo Peregrino, a. 866. Quelli di Tuscia, insieme cum populo qui de ultra veniunt, dovevano muovere per Roma a Ponte Corvo (Pons Corvus). Questo castello longobardo era sorto intorno a questo tempo, in vicinanza di Aquino. A Monte Cassino mi giovai del Codex Diplom. Pontis Curvi, che giunge dall’anno 953 al 1612.

204.  Ut ab hostibus s. Nicolai, quia omnia ejus acta penitus infringere nitebantur, Nicolaitanus et scriberetur, et publice diceretur: Vita, n. 618.

205.  Incmaro, Annal., 868. Lodevole è la mitezza della sentenza. Tuttavia la scomunicazione era una punizione terribile; essa separava l’uomo dalla società umana: et qui cum eo in locutione, cibo vel potu communicaverit, pari excommunicatione cum eo tenebatur annexus. Della notizia di tutte queste cose andiamo debitori a quegli Annali.

206.  Anastasio bibliotecario tradusse in latino gli atti dell’ottavo Concilio, e li provvide di un’introduzione. Lodovico in quel tempo lo aveva mandato a Bisanzio, perchè combinasse un matrimonio fra la figlia di lui e Costantino figliuolo di Basilio. Vita Hadr. II, n. 629.

207.  Quam ob rem cavendum est, ne cum ea pari mucrone percellaris sententiae, ac pro unius mulierculae passione et brevissimi temporis desiderio, vinctus et obligatus ad sulphureos foetores et ad perhenne traharis initium. Questa lettera ed altri atti relativi alla cosa trovansi in Regino, Chronic., a. 866, 868.

208.  Vedremo esser esatta soltanto per metà la notizia data dagli Annal. Fuld., che nell’anno 868 ei venisse a Roma, vi trovasse morto Nicolò, e movesse a Benevento.

209.  Incmaro, a. 869. Egli dà al Re del miserabile Giuda. Ipse autem infelix, more Judae, simulata bona conscientia, et impudenti fronte eamdem sacram communionem sub hac conventione accipere non pertimuit. A quest’occasione anche Guntero fu ammesso alla comunione. Erra Regino trasportando a Roma questi avvenimenti.

210.  Indeque solarium secus eccl. b. Petri mansionem habiturus, intravit, quem nec etiam scopa mundatum invenit: così Incmaro. Del resto, i Romani non furono mai vaghi della mondezza, e oggidì ancora la granata è un beneficio raro a trovarsi nelle loro case. Regino dice che Lotario ricevesse onorifico accoglimento, ma è da credersi a Incmaro.

211.  Laena ha anche significato di ruffiana.

212.  Unum est enim Imperium Patris, et Filii, et Spiritus Sancti, cujus pars est Ecclesia constituta in terris (si noti che Ecclesia ha qui il significato di Cristianità). La lettera, dell’anno 871, è nell’Anon. Salernit., c. 102 seg. Io la compendio.

213.  Quocumque gentem et Urbem gubernandam (chiara espressione della signoria suprema), et Matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam, atque sublimandam accepimus.

214.  Romanorum Imperatores existere cessaverunt, deserentes non solum Urbem et sedem Imperii, sed et gentem Romanam, et ipsam quoque linguam amittentes, atque ad alia transmigrantes.

215.  Incmaro e Regino, a. 871. Sopra tutti il contemporaneo Erchemperto, c. 34: il Chronic. Vulturn. (Muratori, I. 2, p. 403) non fa che copiare da lui. L’Anon. Salernit., c. 117, dice che Lodovico aveva per tre anni continui afflitto e concusso Benevento. Anche il contemporaneo Andreas Presb. bergamasco (Mon. Germ., V, 232) ne dà notizia. L’avvenimento fu tema di una canzone di giullare (Muratori, Dissert. XL, e Sismondi, De la Litérature du Midi, I, 15). Da essa si apprende che nell’anno 871 la «lingua volgare» non era ancora diventata lingua poetica. Ha il tono usato dai nostri cantafavole che incominciano: udite, o uomini, la tremenda istoria:

Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,

Quale scelus fuit factum Benevento Civitas,

Ludhuicum comprenderunt sancto, pio Augusto,

Beneventani se adunarunt ad unum consilium.

Adalferio loquebantur, et dicebant Principi:

Si nos eum vivum dimittemus, certe nos peribimus.

Celus magnum praeparavit in istam provinciam:

Regnum nostrum nobis tollit: nos habet pro nihilum.

Plures mala nobis fecit. Rectum est, ut moriat etc.

216.  Così spiegano il Bouquet ed il Muratori. Incmaro, ad a. 872: Hludowicus autem imp. vigilia pentecostes Romam venit, et in crastinum coronatus ab Adriano papa. Per quel che concerne l’anno e la data della venuta di Lodovico, il Chron. Farf. trova conferma in un diploma già da me notato: V Kal. Junii, Ind. V. Actum in Civ. Roma, Palatio Imperatoris.

217.  Tunc a senatu Romanorum idem Adalgisus tyrannus atque hostis reipublicae declaratur, bellum etiam adversus eum decernitur: Regino, a. 872. Lo stesso Cronista (morì nel 915) narra altresì che Adalgiso fuggì in Corsica, ma dice che l’Imperatore, per reverenza del suo giuramento, non mosse in persona contro a Benevento, e diè l’incarico della guerra alla sua donna.

218.  Il Liber Pontificalis ci ha abbandonati; e gli Annal. Bertin. o Incmaro danno soltanto il giorno dell’ordinazione: Adrianus papa moritur, et Johannes archidiacon. Roman. eccl., 19 Kal. Jan. in locum ejus substituitur. — Johannes, nat. Romanus, ex patre Gundo: così la Vita, tratta dal Catalogo, in Watterich, I, 27.

219.  Ivi leggesi il suo epitaffio; fra altre cose dice:

Huic ubi firma virum produxerat aetas,

Imperii nomen subdita Roma dedit...

Nunc obitum luges, infelix Roma, patroni,

Omne simul Latium, gallia tota dehinc.

(Dom. Bouquet, VII, 380)

Oltre ai Cronisti che parlano della morte di Lodovico, è meritevole di nota la notizia che ne dà Andr. Presb. nella sua barbarica Cronica. Egli ebbe parte a portare la bara dell’Imperatore: Ibi fui et partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine qui dicitur Oleo (Oglio) usque ad flumen Adua: c. 17.

220.  Il severo giudizio può trovare giustificazione, se si pensi che questa pagina fu scritta in tempo, nel quale le questioni dell’independenza e dell’unità d’Italia fervevano più gravemente che mai. (N. del T.)

221.  Ep. 34 Hadr. II, Labbé, VII, 443. Igitur ergo integra fide, et sincera mente, devotaque voluntate, ut sermo sit secretior, et literae clandestinae, nullique nisi fidelissimis publicandae, vobis confitemur — salva fidelitate imperatoris nostri, qui si superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, numquam — suscipiemus alium in regnum et imperium Romanum, nisi te ipsum. E ricolma di predicati adulatorî il Re, che aveva irritato per suoi attacchi contro la Chiesa gallicana.

222.  Il Leo (St. d’Italia, p. 274) dice, che egli bramava un Principe il quale lasciasse correre per la loro china le soperchierie dei maggiorenti, le devastazioni dei Saraceni e il frastagliamento dell’Impero. L’ultima cosa io ammetto, il resto no. I più acerbi nemici di Roma erano i Margravî di Toscana e di Spoleto, gli ottimati romani ed i Saraceni, e contro a tutti loro Giovanni VIII sperava anzi di aver ajuto da Francia, come dimostrano le molte lettere in cui espone sue lagnanze.

223.  L’Aimoin, De Gest. Francor. V, c. 32, fissa l’anno 876, e Incmaro lo computa dal dì della coronazione. La data del giorno di Natale dell’anno 875 è stabilita dal Sinodo di Pavia (Febbraio 876), che confermò l’elezione imperiale. Durante la presenza in Roma di Carlo, giusto allora coronato, è dato il suo diploma di Farfa: VII. kal. Jan. — Imp. ejus I. Actum in S. Petro, Ind. IX.

224.  L’Annalista di Fulda: Omnemq. Senatum populi Romani pecunia more Jugurthino corrupit; e Regino, Chron., a. 877: iampridem imperatoris nomen a praesule sedis ap. Johanne ingenti pretio emerat.

225.  Vedi gli Acta Conventus Ticinensis (Mon. Germ. III, 528; Baron., a. 876), dove Giovanni VIII ripicchia soprattutto sul suo eligimus merito et approbavimus — ad Imperii Romani sceptra proveximus. Tuttavolta, egli non osa ancora di preterire l’adesione del clero e dell’ampli Senatus, totiusque Romani Populi gentisque togatae. Si notino queste reminiscenze antiche, che diventano ognor più manifeste. Vedansi anche il Concilio romano dell’anno 877 e il Concilio di Pontigon del Luglio 876 (Labbé, t. XI, 289). Un Cronista tedesco dice ancor pianamente e con semplicità: A papa accepit benedictionem imperialem: Annal. Vedastini.

226.  Secondo la Ep. IX, da Giovanni VIII indiritta a Landolfo di Capua, è indubitato che Carlo il Calvo diede Capua alla Chiesa: de terrae vestrae pacta — nostro juri potestatique commisit; e il Libell. de Imper. Potest., p. 722, v’aggiunge perfino le Calabrie, il Samnio, il ducato di Benevento, Spoleto, Arezzo e Chiusi. Se si badi a quest’ultimo, Carlo rinunciava ai diritti imperiali in Roma (perdonans illis jura Regni), ed alla presenza del Missus nella elezione pontificia. Quid plura? cuncta illis contulit, quae voluerunt, quemadmodum dantur illa, quae nec recte adquiruntur nec possessura sperantur. Queste cose devonsi accettare con grande cautela. Carlo riconobbe espressamente il primato di Roma (nel Convent. Ticinens.).

227.  I Vescovi ed i Conti protestano: nos Italici Regni Regem elegimus, — è una formale elezione regia. Acta Conv. Ticin.

228.  Georgius, cui cognomen fuit de Aventino: così lo denota il Libellus Auxilii in defens. Formosi, c. 4.

229.  Ep. 319 di Giov. VIII ad univ. Gallos et Germanos de damnatione Formosi ep., Gregorii nomenclatoris, et alior. qui Romae in synodo fuerant excommunicati (Mansi, Con. XVII, 236 e segg.). Questi Atti sinodali furono letti nella dieta dell’Impero a Pontigon. — Il Galletti, Del Prim., p. 71, cercò di chiarire la parentela di quegli ottimati. — L. Richter, nel Programma dell’Università di Marburgo, 1843, publicò le deliberazioni del secondo Sinodo di Giovanni VIII, dei 30 di Giugno, dove perfino fu rimproverato a Formoso venerabilia monasteria hujus ecclesiae quibus praefuit sacrilege depredasse.