QUADRO QUINTO
Anno 412 av. l’Era Volgare.
(1. dell’Olimpiade 92.ª — 19.º della guerra del Peloponneso)
Exagineto agrigentino vinse il premio ad Olimpia.
SPARTA
Abitazione di Alcibiade. Stanza semplicemente e poveramente arredata. Il soffitto a travi greggie: due porte rozzamente lavorate a sega, una d’uscita nello sfondo, ed una interna a destra.[329] In un angolo per terra un giaciglio o strame di foglie, di giunchi e di canne (στιβὰς).[330] In un altro angolo qualche anfora e qualche ciotola laconica da bere (κώθων).[331] Alla parete armi appese (aste, elmo e scudo). Qualche sedile e un tavolo con sopravi papiri, tavolette e stili per iscrivere.
SCENA PRIMA. CIMOTO, CINÈSIA spartano.
(Cimoto entra infuriato e incollerito parlando con Cinesia)
Cim. Non son Cimoto, s’io nol mando a pascer cornacchie[332] quel tristissimo mariuolo! più ladro di Euribate![333]
Cin. O come l’è stata?
Cim. Tornavo dalla provvista, lungo la via di Ercole, quando innanzi al Platanisto[334] mi imbatto in quel briccone di Gilippo tuo nipote. — «Buon dì, Cimoto! cos’hai lì dentro? — Un po’ di silfio,[335] di maza,[336] e una coscia di montone. — » E il tristaccio guardava la bisaccia con certe occhiate lunghe, amorose, come adocchiasse i tonni.[337] Poi mi si mette a discorrere e m’accompagna per via; qui presso, mi saluta e se ne va. M’avea preso dalla bisaccia il montone... e messovi invece un sasso. Lo scellerato! il ladro!
Cin. Eh via! calma! dillo al Pedònomo,[338] e agli Efori,[339] che ti faran rendere la roba o l’indennizzo, e lo castigheranno colle verghe all’altar di Diana Ortia...[340]
Cim. Lo castigheranno, dici? Mi renderan la roba? Proprio?...
Cin. Sicuro. Ma come ha fatto a levartela? Non era chiusa la bisaccia?
Cim. E a doppio giro di corda!
Cin. O in che maniera l’ha aperta?
Cim. È quello che non so...
Cin. (mostrando sorpresa) Ma dunque non l’hai visto sull’atto...?
Cim. To’ sentine un altra! Che sì, se lo vedevo, voleva star fresco!
Cin. (indifferente, stringendosi nelle spalle) Oh, allora è un altro affare.
Cim. (sorpreso) Come? un altro affare?
Cin. Certo. Non se ne fa più nulla.
Cim. E perchè non se ne fa più nulla?
Cin. Perchè tutto è in piena regola.
Cim. (con interrogazione comica di sorpresa) Eh...? cos’hai detto?...
Cin. Che tutto è in piena regola, (tranquillissimo come chi dice la cosa più naturale) T’ha rubato e non ti sei accorto. La roba è ben rubata. È una legge di Licurgo! E approvata dall’oracolo!...[341]
Cim. (dapprima sbalordito, poi si avvicina con serietà comica a Cinesia) Ah!... qui, da voi altri..., c’è la legge che assolve i ladri?
Cin. (coll’accento di chi dice cosa ovvia, naturalissima) Quando rubano bene. E li castiga colle verghe[342] e li obbliga a restituire, se si lascian cogliere sul fatto. Così si abituano i giovani ad essere svelti...
Cim. (con accento comico) Capisco!... E dimmi: era un onest’uomo... pare... questo vostro... Licurgo?
Cin. Se era! Per i Dioscuri![343] Il fior degli onest’uomini. Tutte le leggi nostre più giuste, più savie, le ha fatte lui...
Cim. Oh Minerva Poliade!...[344] dove è mai venuto il mio padrone!
Cin. Via, via, non pensar altro a Gilippo; e dimmi: Alcibiade verrà presto oggi a casa?
Cim. (comicamente brusco) Non lo so, — concittadino di Licurgo!
Cin. Eppure ho bisogno di saperlo.... (contraffacendo la voce a Cimoto), concittadino di Solone! Io fui ospite in Atene d’Alcibiade quand’era nostro prosséno,[345] ed oggi ho bisogno di lui che mi raccomandi agli Efori per certo affar mio. Dopo le ultime sue vittorie contro Atene, val più in Isparta una parola sua[346] che una parola dei re! Per Castore! è un gran brav’uomo il tuo padrone!
Cim. Bella novità! da noi non si ruba...[347]
Cin. Che in larga scala — lo so. E quelli che non rubano, come Alcibiade, si condannano e si caccian via. Ma questo non c’entra. Alcibiade ha rialzato la fortuna di Sparta — e Sparta lo acclama. Tutti gli vogliono bene: e le donne per via gli lasciano gli occhi dietro... Sóstrata, la bellissima moglie di Stimodóro, ieri raggiava d’orgoglio perchè Alcibiade passando aveva fatto un bacio al piccolo Leógora, il figliuolo suo e di Filurgo...
Cim. Come! come? quella bella giovane bionda è già maritata in seconde nozze...?
Cin. Oibò! Stimodόro vive ancora, e Filurgo non è suo marito.
Cim. O come è dunque?
Cin. È semplicissima. Nicodìce, la moglie di Filurgo, è sterile e vive divisa da lui: ora Filurgo, bramando aver prole, ed onorata, ricorse alla moglie di Stimodóro...
Cim. (con aria comica, mostrando aver capito) Ah!... e Stimodóro... senza saperlo... (ride con aria furbesca d’intelligenza e fa a Cinesia il segno delle corna)
Cin. (coll’accento più naturale e indifferente) Che! che! Ha domandato a Stimodóro il permesso.
Cim. (sorpreso e scandalizzato) Ma... dunque... è anche... contento! Tò! Io che credevo quello Stimodóro una persona così rispettabile...
Cin. Anzi rispettabilissima...
Cim. E cede la moglie a Filurgo...?
Cin. In prestito, perchè Filurgo non resti senza eredi onorati. Un servizio tra amici. Che male c’è in questo? È una legge di Licurgo.[348]
Cim. (dà uno sbalzo per lo stupore) Eh...? (fra sè) (E la mia Filumena voleva la portassi a Sparta!)
Cin. Ma sicuro! Eh, le donne non sono qui da noi quel che lassù, da voi altri, ad Atene. Licurgo, sì, ne ha fatto quello che la donna deve essere. Voi altre le adoperate per arredi della casa; noi ne facciamo delle madri di Spartani. Le vostre, rinchiuse da piccole,[349] vengono su marmottine, non ad altro istrutte che a far di cucina, sorvegliar le guattere, lavorar di conocchia e di telaio: sicchè per iscambiare due parole di proposito, vi bisogna andar fra le cortigiane; e imprecate il rigor delle leggi che vi obbligano a dormir colla moglie almeno tre volte al mese![350] Intanto, la malizia del sesso, le vostre pudibonde verginelle la impiegano a fare in privato quel che non possono in pubblico: e mentre le castigate se appena si mostrino la rara volta per via non vestite con tutta la decenza, nel fondo de’ ginecei le si danno a lascivie di ogni sorta, che solo Venere Pandemia[351] le sa. Le nostre, da giovinette, danzano nude, cantano nude in pubblico, in cospetto degli uomini:[352] e crescono più caste e più virtuose delle vostre. Le van libere in giro, si mischiano cogli uomini, attendono ai loro stessi esercizii, alla corsa, alla lotta;[353] e lascian la conocchia alle serve e s’intendon di studj e di affari dello Stato.[354] Voi custodite ad Atene le mogli vostre con sigilli, chiavistelli, chiavi segrete di Laconia e cani molossi per far paura ai drudi:[355] ed elle si vendicano, giocando di furberia per tirarseli in casa:[356] e si ungono d’aglio perchè il marito non pigli sospetto quando torna dalla guardia delle mura e regalan le carni alle mezzane nelle feste Apaturie,[357] dicendo che il gatto le ha portate via. Se poi la moglie è savia, e dolce e casta, e si porta da brava la casa sulle spalle come le lumache, e ama il marito, e non brama farsi veder che da lui, — allora il marito ringrazia gli Dei che gli han dato una moglie così virtuosa... e sbadigliando va da un’etéra a cacciar la noia del matrimonio. Qui i mariti, invece di annoiarsi, cercano al matrimonio le illusioni e la voluttà del primo amore: perchè Licurgo nostro ha provveduto che la luna di miele non la consumin da ingordi: e colle spose non ponno ritrovarsi che di nascosto, e di sotterfugio, e soltanto allo scuro.[358] Ma dei figli delle donne vostre, per un che si chiama Alcibiade, cento si chiamano Clistene, il damerino:[359] i figli delle nostre... (con accento di orgoglio e gravità) si chiamano tutti — Leonida!
Cim. Leonida? già! già! (fa colle dita il gesto mimico di chi ruba) Hai finito? E con questa parlantina sei di Laconia tu — e stai a Sparta?
Cin. Sono di Sparta — ma fui un pezzo ad Atene. E Alcibiade ancora non giunge...
Cim. Sai quel ch’hai a fare? là ci son le tavolette.[360] Lasciagli scritto quel che vuoi — e torna più tardi...
Cin. Grazie, Cimoto! Perchè infatti il tempo corre ed oggi ho a far sacrificio[361] (mostrando una focaccia che ha portato con sè) e ho ancora questa focaccia[362] a portar via.
Cim. Bene dunque: va là — e scrivi.
Cin. (depone la focaccia: va ad un tavolo ove son tavolette da scrivere, ne prende una, e postasela sulle ginocchia, vi scrive collo stilo, voltando le spalle a Cimoto)
Cim. (appressandosi alla focaccia — fra sè) Che bella focaccia!... (la guarda con aria golosa; poi data un’occhiata a Cinesia che scrive, non visto da lui, ne addenta e mangia un pezzo, e mostra alle smorfie di trovarla assai di suo gusto; poi, ad un tratto, come venutagli un’idea, prende rapidamente la focaccia, e va in punta di piedi a nasconderla. — Cinesia, finito di scrivere, si alza)
Cin. A te mi raccomando — che appena giunge la legga. (gli dà la tavoletta)
Cim. Fidati a me... E adesso tu vai a far sacrificio?
Cin. Sì. Dalla leggiadra Làmpito, la moglie del vecchio Smicinzione. Che cara donna!
Cim. Ah! già! capisco! (ridendo furbescamente) Anche tu sei di quelli che hanno chiesto il permesso...
Cin. Io? tutt’altro. Il vecchio vuol mangiarmi tutte le volte che mi vede...
Cim. E allora?... (sconcertato)
Cin. (con far naturalissimo) E allora... siccome il vecchio ha sessanta inverni suonati, e la vaga Làmpito non ha che venti primavere — e siccome qui le donne hanno anzitutto ad esser madri, — così il vecchio è obbligato a consentire che ella abbia da un giovane dei figli robusti...
Cim. Che restano del giovane?
Cin. Cioè no, del vecchio.
Cim. (sempre più sorpreso) Per obbligo?
Cin. Certo. E quindi, se non foss’io, sarebbe un altro.[363] Così i vecchi, da noi, ci pensano due volte prima di legare alla loro vita acciaccosa dei fiori sbucciati appena; e se lo fanno, i poveri fiori non restan sacrificati.
Cim. Bravo! dimmi... anche questa è... una legge di...
Cin. Licurgo! s’intende.
Cim. (con vivacità beffarda) Ma era una perla questo vostro Licurgo!
Cin. E che perla!... Oh, addio! me ne vado... (nello andarsene va a riprender la focaccia dove l’ha posta, e la cerca) Dov’è la mia focaccia?
Cim. (facendo lo gnorri) Che focaccia?
Cin. Quella pel sacrificio, che era qui.
Cim. Io non l’ho vista.
Cin. (insistente) Ma era qui.
Cim. E allora il gatto l’avrà portata via.
Cin. (incollerito) Sei tu il gatto!...
Cim. Come puoi dirlo? M’hai visto forse?
Cin. Qui non c’eri che tu.
Cim. (insistendo e poggiando sulla parola) M’hai visto?
Cin. O rendila o ti farò flagellare!
Cim. (con sussiego comico) Dà retta a me. Non farne nulla. Sta alla legge di Licurgo. Era un onest’uomo sai... Licurgo!
Cin. (inviperito) Mariuolo!
Cim. (beffardo) Che perla quel Licurgo! che perla!...
Cin. Per Castore![364] me la pagherai! (va via incollerito minacciando, mentre Cimoto dà in risate)
SCENA II. CIMOTO solo.
(va a riprendere la focaccia dal ripostiglio ove l’ha nascosta)
Cim. Ancora, ancora, di tutte le leggi di Licurgo questa passa... ma le altre! Puh!... E Alcibiade servir questa gente! E far quella vita che fa! un uomo come lui, avvezzo a tutte le delicatezze del lusso! vestir come costoro, dormir come costoro, mangiar le porcherie che mangiano costoro![365] per me, già, non ho potuto ancora farci lo stomaco!... (mangia qualche boccone della focaccia) da che son qui, è il primo boccone da galantuomo che mando giù...: e lo devo a Licurgo. Che Giove gli perdoni tutte quelle altre stramberie! È vero (mangiando) che questo boccone era destinato per gli Dei... ma già, invece degli Dei, se lo mangiavano i sacerdoti... dunque è meglio che lo mangi io. Per quel bene, che han fatto i sacerdoti al mio padrone!... Povero padrone! Da ieri che è tornato dalla flotta, tutti gli fan festa! ma egli è tutt’altro che allegro!... L’abbandono di Timandra lo ha reso ben triste! (va a riporre il resto della focaccia) Questo glielo voglio metter via per lui... se pure lo mangierà: è diventato tanto sobrio! e vuole che lo sia anch’io!... Qui tutti sono sobrii... e un dì sì, un dì no, si patisce la fame di quei di Melo.[366] Non ci sono che i due re che stiano bene!... (mentre parla seguita a far qualche cosa: riporre oggetti, metter ordine alla stanza, ecc.) Oh, i re, quelli sì!... loro qui hanno doppia razione, e su ogni scrofa che partorisce un porcellino da latte è per i re!...[367] Oh quelli sì!... Eh, (sospirando) quei di Atene erano tempi! Se non era quel briccone di Tèssalo e compagnia!... Il bel servigio che han reso ad Atene col farle nemico Alcibiade! Quarantamila uomini e duecentoquaranta navi perdute in Sicilia; il bravo Làmaco morto in campo, Nicia e Demostene presi e giustiziati, l’Attica invasa e mezze le isole perdute!...[368] Bel guadagno! Pensar tutti quei poveri ragazzi lì ad ingrassare i corvi dell’Etna o a marcir di stenti e di fame in fondo alle Latómie![369] Povera gente! (intenerito, asciugando col dorso della mano una lagrima) Per essere giusti, a dirla qui, il padrone s’è vendicato fin troppo!... infin dei conti, Atene è il suo paese!... ma già, gliene han fatte tante!... trattarlo in quel modo... proprio il dì della sua vittoria!... Basta, il tempo è galantuomo... (da qualche momento Cimoto ha smesso di lavorare, e s’è piantato a chiacchierar tra sè, sul davanti della scena: ma a quest’ultima riflessione si riscuote)... e tu, Cimoto, il tempo lo stai qui a perdere... e Alcibiade (guardando fuori) è qui che arriva... (pone in assetto in furia alcune cose, e va incontro ad Alcibiade) Uh! che faccia scura! pare abbia visto il lupo!...[370]
SCENA III. CIMOTO e ALCIBIADE.
(Alcibiade entra vestito da capitano lacedemone)[371]
Cim. Salve, Alcibiade! dacchè s’è saputo il tuo ritorno dalla flotta, qui l’è una processione di gente. Anche or ora fu qui un tal Cinesia, tuo ospite antico. Lasciò per te questo scritto.
Alcib. (presa la tavoletta, letta e depostala — con accento serio ed asciutto) Fra poco verrà alcun degli Efori e Bràsida. Fuor di essi, rimanda chicchessia.
Cim. Alcibiade!
Alcib. Che c’è?
Cim. (appressandosegli con voce affettuosa e insinuante e presentandogli il resto della focaccia) Tu non mangi mai altro che maza e zuppa nera. Se oggi hai molto a discorrere, piglia un po’ di questa che ti ristorerà.
Alcib. (brusco e severo) Porta via!... E sempre non pensi che a ghiottonerie! Non ti vergogni di ingrassare a quel modo?
Cim. (sorpreso, mortificato) O che colpa n’ho io?
Alcib. (severo) Ma lo sai che la pinguedine è punita a Sparta?...[372]
Cim. (sempre più scandalizzato) Come?!... è punito il diventar grassi? (fra sè) (Questa legge di Licurgo poi non la sapevo!) Ma... ma io...
Alcib. Ma tu ingrassi, ti dico! (minaccioso) Bada a te!... Va...
Cim. Vado... (fra sè allontanandosi) Anche questa! Proibito diventar grassi! Perchè lui, Licurgo, sarà stato magro come uno struzzo! O Minerva Antesignana![373] dove siam mai capitati! (va via esclamando e borbottando)
SCENA IV. ALCIBIADE solo, poi ENDIO, éforo.
Alcib. (solo, cogitabondo) Eccomi ben presto di ritorno!... Città prese, battaglie vinte! vittorie cadmée![374] Ne reco molti a Sparta di allori... (pausa, indi con voce lenta, amarissima) di quelli che non piacciono a Timandra!... Perfino agli omicidi dalla patria banditi vuole la patria concesso nel loro esilio il riposo, e perseguitarli divieta:[375] che cosa è dunque che mi perseguita qui? (si porta la mano al cuore e rimane lungamente e cupamente assorto: entra Endio)
End. Buon dì, Alcibiade!
Alcib. Salve, Endio!
End. Gli efori e il Senato di Sparta si adunan domani a udir da te il racconto degli ultimi fatti di guerra e deliberare sulle ricompense. Venni ad avvisartene.
Alcib. Grazie. Domani Sparta saprà da me che ad Alcibiade è sufficiente compenso non avere smentita la fiducia posta in lui. Quanto al racconto de’ miei fatti sarà breve: Chio, Clazomene, Policna, Lèbedo, Ero, e Tèo, e Milèto ritolte ad Atene: la flotta ateniese messa in fuga da Chio a Samo:[376] conchiusa ai danni di Atene l’alleanza difensiva ed offensiva tra Sparta ed il re.[377]
End. Di già?
Alcib. (secco) Di già.
End. E la scitála[378] che ti spedimmo colle istruzioni intorno ai patti?
Alcib. (sempre secco nel discorrere) Arrivò tardi. I patti dell’alleanza eran già conchiusi, e... migliori che voi non domandaste. Alcibiade fa gli affari di Sparta meglio che Sparta non chieda.
End. (fissandolo serio in volto) Sei ben superbo, Alcibiade!
Alcib. A te. (gli consegna un papiro arrotolato)
End. (continuando a fissarlo, prende lentamente da lui il papiro, lo spiega, lo legge — e dà in segni improvvisi di sorpresa e soddisfazione) E questo è il trattato che presenterai domani agli efori[379] e all’assemblea?[380]
Alcib. (senza dir parola s’inchina e riprende il rotolo dalle mani di Endio)
End. Sparta può essere contenta di te.
Alcib. (asciutto, con fierezza) Lo credo! Un tempo, anche Atene lo fu!
End. E la flotta fenicia?
Alcib. L’ho fatta avanzare già sino ad Aspendo. Là attende un mio avviso per procedere oltre e venirsi a congiungere colle navi nostre in Milèto. Oggi stesso, per mezzo di Brásida, lo spedisco da qui. Al mio ritorno, subito dopo il plenilunio,[381] le flotte congiunte faran impeto contro Samo — e in breve avrò finita la guerra.
End. (calmo, senza troppa espansione) Gli Dei salvatori facciano vero l’augurio! e Sparta ti proclamerà suo cittadino, come già fosti suo ospite. Addio.
Alcib. (vivamente, trasalendo) Cittadino di Sparta?!... (con amarezza profonda) È un bel compenso!
End. Ti offende il titolo?[382]
Alcib. Oh no. (mesto, reprimendo un sospiro) Penso alla fortuna degli eventi — e a ciò che questo titolo significava un giorno per me. Addio. (Endio si allontana: quand’egli è sulla porta, Alcibiade, che è immerso in meditazione cupa, si riscuote d’un tratto e lo richiama indietro) Endio!
End. (si sofferma sulla soglia, serio, senza dir parola, con aria interrogativa)
Alcib. Te ne vai?
End. (asciutto) T’ho salutato.
Alcib. (sottolineando le parole) Sei freddo — oggi.
End. Io? che vuoi dire?
Alcib. (andando vivamente a lui, gli si pianta di fronte e gli stende la mano per prendergli la sua) Endio!... che pensi tu di me?
End. (freddo, ritirando la propria mano) Che sei un valente capitano. Addio. (esce)
SCENA V. ALCIBIADE solo, poi CIMOTO.
Alcib. (partito Endio, rimane alcuni istanti immobile, cupo, cogitabondo) Un valente capitano?... Che ha inteso dire costui?... Questa parola che era per me un giorno il più bel sogno di gloria, potrebbe ella forse (a voce lenta) sulla bocca di un uomo suonare anche insulto? La gloria e il disonore avrebbero confuso, scambiato i loro nomi?... Un... valente... capitano? (dopo sillabata lentamente, come ponderandola fra sè, questa frase, rompe in iscoppio repentino di voce e d’ira) Ma mi disprezza costui! Per i Numi! Questo spartano sarebbe forse così superbo perchè egli ha una patria? ma questa sua patria son io che glie l’ho fatta grande — e che domani posso ancora ridurla quel che era or fa un anno!... ed egli lo sa! (dopo una pausa, calmandosi alquanto, e passeggiando su e giù meditabondo) La mia mente ombrosa, malata, si crea sempre intorno inutili sospetti!... Egli anzi fu cortese con me... Disse che Sparta m’avrebbe fatto suo cittadino... essa non farebbe suo cittadino un uomo che disprezza!... (pausa) Ma... e se nulla di spregevole è in me, perchè Timandra mi ha abbandonato? Ella mi amava! «Ti seguirò dovunque in capo alla terra, fino a che Alcibiade sia degno di Alcibiade!...» È un anno che servo Sparta (sempre più meditabondo) ed è un anno che Timandra mi lasciò!... Non dovevo io dunque vendicarmi? Non fui io vittima della più nera ingratitudine de’ miei concittadini? E coloro che mi condannavano, mentre io conquistavo Catania, non ora ad Atene comandano? Essi, essi sono i veri nemici di Atene![383] Io proscritto non vado contro una patria ancor mia, ma tento riacquistare quella che mia più non è.[384] Che disonore in questo? (riscotendosi) Se Timandra mi lasciò... ebbene... ebbe torto! Cimoto...!
Cim. (entrando alla chiamata) Alcibiade?
Alcib. (prendendolo vivamente per una mano) N’è vero che ebbe torto di lasciarmi, Timandra?... perchè io non vorrei vivere se fossi un vile... io non lo sono un vile...[385]
Cim. E chi lo disse?
Alcib. Chi? Nessuno! per gli Dei!... E nemmeno tu... n’è vero?
Cim. Io?... Che ti salta in mente?
Alcib. Di’, Cimoto furono molto ingiusti gli Ateniesi con me!...
Cim. Certo!... (con voce di rammarico) ma l’hanno anche pagata ben cara... fin troppo cara...
Alcib. Tu dici? (con ansia interrogativa) Ma avevo ragione!
Cim. Sì... e per colpa di pochi (con accento mesto, lagrimoso) tanta povera gioventù, là in Sicilia...
Alcib. (vivamente insistendo) Ma avevo ragione!?... (siccome Cimoto tace, e serba l’aspetto pensieroso, intenerito, Alcibiade lo afferra e lo scrolla violentemente, gridando con impeto) Ma dillo dunque che avevo ragione!
Cim. Ahi!
SCENA VI. Detti e TIMANDRA, indi ALCIBIADE e TIMANDRA soli.
Timand. (già da qualche momento affacciatasi velata di nero, sulla soglia, alle ultime parole d’Alcibiade si scopre il volto e lo apostrofa con voce vibrata e severa) E che vuoi ch’egli ti risponda quello che la coscienza non risponde a te?
Alcib. e Cim. (tutti e due con istupore) Timandra! (Alcibiade lascia andar Cimoto. Cimoto, a un segno imperioso di Alcibiade, si ritira ed esce)
Alcib. (a Timandra affettuoso, ma imbarazzato) Tu qui?
Timand. (seria, alquanto ironica) Giungo, sembra, importuna! I colloqui delle coscienze non amano testimoni.
Alcib. E perchè venisti?
Timand. (con voce bassa e grave, ma vibratissima) Perchè la misura del disonore è colma ed è tempo che Alcibiade la getti lungi da sè!
Alcib. (cercando ricomporsi in calma risoluta) Inutilmente allora venisti. L’Alcibiade d’Atene non è l’Alcibiade di Sparta.
Timand. (con sarcasmo) Oh, lo so, lo so! e poi, solo in vederti, lo si comprende! Lo so che dormi sulla nuda terra e bevi acqua e mangi la zuppa nera![386] Sei ben trasformato, Alcibiade! Colui che faceva meravigliare Atene delle sue mollezze e delle sue orgie, fa meravigliare oggi Sparta de’ suoi severi costumi! Lo scapestrato, l’effeminato, il dissoluto Alcibiade, è divenuto un Alcibiade sobrio, temperante, costumato, austero... Eppure... (con forza) eppure valeva assai meglio quell’altro... perchè quello almeno era l’Alcibiade ateniese!
Alcib. (risentito) Timandra!
Timand. Oh, hai torto di rubare alla virtù queste apparenze! Vergognati!
Alcib. (con crescente risentimento) Timandra!...
Timand. (incalzante, senza dargli tempo a replicare) Sì, vergognati a tua volta, perchè mi hai fatto piangere di vergogna per te! Ah, tu credi che sia nulla, per una donna che ama, che ha consacrato ad un uomo tutti i suoi affetti, le sue gioie, i suoi dolori, la sua esistenza intera, il saper quest’uomo venduto ai nemici del suo paese; l’udire ogni giorno intorno a sè le imprecazioni al suo nome, vedersi d’intorno nella sua stessa patria le ruine che egli ha seminato, le lagrime che egli ha fatto spargere? Lo sai tu che ognuna di quelle imprecazioni ripiombava sul cuor mio, che ognuna di quelle lagrime vi scendeva come stilla rovente, che da ognuna di quelle rovine mi pareva alzarsi una voce e rinfacciarmi come delitto il mio amore — e domandarne castigo agli Dei?
Alcib. Cessa, Timandra! Tu sai anche quello che gli Ateniesi han fatto a me.
Timand. Io so che nessuna ingiustizia giustifica il tradimento; ma tu giustifichi tutti i giorni l’accusa e la condanna di Atene contro di te. So che eri innocente, e che ora più non lo sei. Potevi essere Aristide — e non sei più che... Pausania! (con iscoppio di voce) Numi! e costui ama la gloria!
Alcib. (rimasto fin qui come oppresso, accasciato dalle parole di Timandra, a questo punto si riscuote e le parla con voce vibratissima) Ma tu che mi accusi, hai tu letto qui dentro? Hai tu indovinato una sola delle tempeste che vi si scatenarono e mi trabalzarono qui? Ah! tu credevi che Alcibiade si sarebbe umilmente, docilmente rassegnato alla condanna ingiusta che lo colpiva! Che ne sai tu se la mia anima ha la docilità e la rassegnazione di quella di Aristide, per chinarsi come lui alla sentenza del primo venuto e scriverla sul coccio di mio pugno?[387] Aristide si cinse di gloria! Lo chiamarono il giusto! Che m’importa! se per essere gloriosi bisogna essere sommessi, se per essere giusti bisogna curvar la fronte agli ingiusti, — ebbene, che la giustizia non sia più per me che una fola — e che questa gloria vada lungi da me!... Mi parlasti di Pausania![388] E sia!... (con iscoppio di voce e di rabbia) Pur che piangano coloro che mi offesero, ch’io muoja pure come lui! maledetto dalla patria come lui!
Timand. (mutando l’accento severo di prima in accento più mite e mestissimo) Eppure non era così, o pronipote di Ajace,[389] o figlio di Clinia, non era così che morivano i tuoi maggiori!... Là in Atene, al Ceràmico, dove dormono i morti per la patria, han posto, sai, da che fosti assente, la lapide pei morti di Coronea.[390] Fra quei morti... è tuo padre. Passavo dal Ceràmico giorni sono: e su quella lapide recente (con voce che va man mano intenerendosi per l’emozione) fanciulli e giovinette invocavano i Numi, e spargevano le pie libazioni; intorno vi pendevano e ciocche di capelli recisi e cento ghirlande votive;[391] e una turba commossa, riverente, si scopriva a quella pietra modesta, dove erano scritti da una parte i nomi — il nome di tuo padre! — dall’altra una epigrafe pietosa. Di quella epigrafe lessi — e serbai a memoria le parole.
Alcib. (in preda a lotta angosciosa, si è gettato a sedere, nascondendo il volto fra le mani)
Timand. (con voce lenta, alta, commossa, guardando il cielo). «L’étere accolse le anime di questi, ed i corpi la terra. Caddero presso le porte di Coronea. Questa città e questo popolo di Erettéo rimpiangono codesti uomini, che pugnando fra i primi morirono, Ateniesi, figli di Ateniesi. Abbandonando le loro anime, acquistarono a sè fama di virtù, ed alla patria grande rinomanza.» (La voce di Timandra si è venuta man mano esaltando, nel ripetere la epigrafe; alle ultime parole s’arresta con lunga pausa, fissa lo sguardo su Alcibiade, e gli si avvicina parlandogli a voce bassa e vibrata) E a te cosa porremo?...
Alcib. Lasciami! lasciami, Timandra! Ho data la mia parola. Lasciami al mio destino!
Timand. (con voce affettuosa, e man mano affannosa, piangente, incalzante) No, no, Alcibiade, tu non sei legato da nessuna parola; perchè Giove vindice degli spergiuri non accetta gli sconsigliati giuramenti dell’ira,[392] e ogni parola contro la tua terra è nulla, è nulla davanti agli Dei! Vieni! vieni meco, Alcibiade. È un anno ch’io piango per te; ch’io vivo soffocando qui dentro l’angoscia dell’udirti imprecato da coloro che ti furono cari; costretta, ineffabile strazio, a far voti agli Dei contro di te, senza poter cessare di amarti; a maledire ogni tua vittoria, io che andavo sì altera di saperti prode!... Un dì corse il grido che Atene era salva, perchè tu eri morto; e colla morte nell’anima, dovetti quel dì mostrarmi lieta, — e un rimorso e uno spasimo orrendo fu la gioja del dì appresso nell’udir bugiardo quel grido!... Eppure, cercavo ingannare me stessa, andavo fra me ripetendo: «Cessato l’impeto dell’ira, il mio Alcibiade ritornerà...» Ma tu non ritornavi! e le sventure attirate dalla tua collera seguitavano a piombar sopra Atene. Allora lo strazio fu più forte de’ miei propositi — e lasciai Atene per venire a trovarti ad ogni costo, per ricondurti ad ogni costo da qui. Oh, vieni, vieni, Alcibiade, colla tua Timandra; vieni alla tomba de’ tuoi maggiori; lascia la via del disonore!
Alcib. (in preda a emozione vivissima sta per cedere allo scongiuro di Timandra, e la chiama con affetto, avanzandosi verso di lei, e stendendole le braccia) Timandra! (in questo punto si ode dallo interno la voce di Brasida) Ah!
Bras. (dall’interno) Annunziami ad Alcibiade. Devo parlargli...
Alcib. (all’udir la voce di Brasida si arresta come fulminato) Brasida! è qui a prender gli ordini! Ho data la mia parola! Ho data la mia parola! (a Timandra) Va! non posso!... o resta con me!
Timand. (a quest’ultima frase d’Alcibiade, dà in un gesto vivissimo come di indignazione e di orgoglio ferito, e si drizza fieramente della persona) Che?!... Addio, Alcibiade! (s’avvia per uscire con passo concitato — Alcibiade si è mosso per trattenerla, poi s’è fermato e non la guarda più: ha gli occhi a terra. Timandra dalla soglia s’è volta a gettare un ultimo sguardo su di lui; poi, già sul punto d’uscire, d’improvviso, come chi ha mutato consiglio e presa una risoluzione repentina, si arresta e incrocia le braccia sul petto, in atteggiamento di calma risoluta)
SCENA VII. ALCIBIADE, TIMANDRA, poi BRASIDA.
Alcib. (fra sè, gli occhi a terra, senza accorgersi di Timandra) Ebbene? mi lascerò spaventare dalle parole di una donna? È donna anche la coscienza. Poi il dado è gettato: questi Spartani si son fidati in me. Tradir loro, dopo aver tradito i miei?... Sarei traditore due volte... basta una! (a voce forte, ma sempre cupo ed assorto) Brasida!
Bras. (si affaccia con piglio soldatesco sulla soglia e si avanza verso Alcibiade. È in costume completo di guerriero spartano: lunga asta[393] e siéla,[394] scudo di pelli ampio e rotondo a correggie[395] e recante sull’esterno un Λ iniziale di Lacedemone;[396] veste rossa sotto la corazza di feltro;[397] calotta di feltro in capo).[398] Son qui.
Alcib. (senza guardarlo, gli occhi a terra, come vergognoso del proprio atto, gli stende lentamente col braccio il papiro contenente l’ordine scritto) Eccoti l’ordine per la flotta fenicia. Partirai oggi stesso precedendomi... (alza lo sguardo su di lui nel consegnargli il papiro che l’altro prende, salutando militarmente, e in quel punto si accorge di Timandra, che lo guarda severa, le braccia conserte, quasi in aria di sfida) Tu qui ancora?...
Timand. (con calma sarcastica) M’hai detto di restare!... (cambiando intonazione di voce, e assumendo un accento amorevole, si avanza verso Brasida, mentre Alcibiade rimane visibilmente sconcertato) Brasida, tu porti un nome glorioso.[399] Hai molte cicatrici. Quante campagne?
Bras. (con accento asciutto, laconico) Sette.
Timand. Quante corone?
Bras. Nessuna.[400]
Timand. Il tuo grado?
Bras. Soldato semplice.
Timand. (vivissima) Soltanto?... (fissa severa Alcibiade, che incontratosi nel di lei sguardo abbassa il proprio; e ripiglia a voce lenta, rivolta di nuovo a Brasida) Sparta è ben ingrata con te!... Ami tu qualcuno?
Bras. Sparta e la mia donna.
Timand. E la tua donna ti segue?
Bras. M’aspetta.
Timand. Quando? come?
Bras. (mostrando e stendendo il proprio scudo, prima in atto d’imbracciarlo militarmente, poi rivoltolo in senso orizzontale) O con questo — o su questo.[401]
Timand. (stringendogli la mano con piglio risoluto, e guardando nello stesso tempo Alcibiade) Va! che sei un valoroso!
(Brasida s’avvia per uscire. — Alcibiade alle ultime parole di Timandra fa un gesto vivissimo, com’uom ferito nel vivo — poi visibilmente dominato da interna violentissima lotta, richiama Brasida, che è già in sulla porta per uscire) Aspetta!... (Brasida ritorna indietro, Alcibiade soggiunge a voce lenta) Lo porterò invece io medesimo... Tu parti pure!... (Brasida saluta militarmente e parte)
SCENA VIII. ALCIBIADE, TIMANDRA, poi CIMOTO.
(Uscito Brasida, Alcibiade e Timandra rimangono per qualche istante a guardarsi l’un l’altro in faccia, muti, immobili. Poi Alcibiade, coll’occhio sempre fisso su Timandra, e senza proferir parola, lacera lentamente il foglio. Gesto vivissimo di gioja di Timandra, alla quale senza dar più tempo di soggiungere altro, Alcibiade corre vivissimamente incontro, gettandosi nelle sue braccia aperte) Grazie, grazie, o Timandra! o mio buon genio!... (Cimoto, entrato da un istante, dopo uscito Brasida, ha assistito con segni di gioja a quest’ultima scena e si stropiccia per contentezza le mani. Alcibiade in questo punto si accorge di lui e lo chiama)
Alcib. Vieni, vieni, Cimoto! (Cimoto accorre a lui. — Alcibiade stende un braccio ad collo di Timandra, l’altro a quel di Cimoto e li guarda entrambi affettuosamente) Torneremo ad Atene! (movimento e grido di gioja di Timandra e di Cimoto, subito repressi da un gesto significantissimo di silenzio di Alcibiade. Quadro)
CALA LA TELA.