QUADRO SESTO
Anno 407 av. l’Era Volgare (6 giugno, ossia 25 di Targelione)
(2.º della Olimpiade 93.ª — 24.º della guerra del Peloponneso)
Eubato di Cirene vinse il premio ad Olimpia.
ATENE
Le Lunghe Mura, Via di Teseo, lungo il muro boreale, conducente dal Pireo alla città.[402] Davanti alla casa di Alcibiade.
SCENA PRIMA. DIOCARE, AMINIA, CARINADE, altri cittadini da opposte parti. CRITILLA vecchia, MIRRINA sua figlia, poi ANDROCLE.
Carin. (accorrendo, nell’incontrar Diocare) E così?
Dioc. (vien correndo) È sbarcato ora nel Pirèo. O spiriti, o Dei![403] che nuvola di gente! che baccano! che fanatismo!
Carin. E l’hai veduto? l’hai veduto?
Dioc. Per Giove! E come era commosso! parea gli spuntasser le lagrime!
Amin. Stava ritto, esitante sulla prua, mentre tutti l’acclamavano; e se non era Eurittòlemo suo cugino che gli facea segno dalla riva, ancora non sapea, per la emozione, risolversi a scendere![404]
Dioc. Sono otto anni che non vedeva Atene!
Critil. (accorrendo) Aminia, Aminia, da che parte viene Alcibiade?
Amin. (accennando) Di qua.
Critil. È lontano?
Amin. A st’ora sarà al tempio di Teseo. Mamma Critilla, se vuoi vederlo, non c’è che aspettarlo qui, dinanzi alla sua casa.
Critil. (a sua figlia Mirrina che l’accompagna) Sì, sì, Mirrina, aspettiamolo qui... (si mette intanto a discorrere con altre donne)
Dioc. (ad Aminia) E non ti pare che, da quando partì, si sia fatto più magro?
Amin. Per Ercole, ne ha passate tante! povero giovane!
Carin. E dire che in causa di quei calunniatori, ci siam bisticciati con lui proprio per l’ombra dell’asino![405] e l’abbiam cacciato in bando a quel modo!...
Dioc. E, per gli Dei, ne abbiam pagato il fio! Se non lo condannavamo, le cose in Sicilia non sarebbero finite come finirono...[406]
Andr. (sopraggiungendo) Però quella d’essere passato a Sparta non fu una buona azione...
Dioc. (ad Androcle) Avrei voluto veder te ne’ suoi panni che cosa di peggio avresti fatto..
Carin. Che ha costui da dire contro Alcibiade?
Amin. Chi parla contro Alcibiade?
Dioc. (accennando Androcle) Costui.
Carin. Sarà uno de’ calunniatori! Dalli al tristo!
Amin. Sì, sì, dalli al sicofante![407]
Dioc. Dalli al filolácone![408] alla spia! (Androcle fugge inseguito dai popolani)
Carin. Duecento navi prese, e le isole riconquistate. Si fa presto a dirlo! E così giovane ancora! Che età avrà Alcibiade?...
Critil. Oh, il conto è subito fatto! Ne avea ventinove quando è andato via; e in quel tempo mi faceva un po’ di corte...
Amin. Egli t’ha fatto la corte?! (ridendo) O care Ore!...[409] Quanti denti avevi?
Critil. Scoppia! — Avevo circa la sua età — ed ero anche più bella di adesso, una volta...
Amin. (canzonandola) E anche i Milesj una volta eran gagliardi...[410]
Critil. Impertinente! (andandogli incontro coi pugni chiusi)
Dioc. (interponendosi) Ma sta zitto, Aminia!... Non la far arrabbiare! Sicchè, mamma Critilla, quanti anni hai?
Critil. Sicchè, dicevo, io ora ne ho trentasette... ne avrà giusto trentasette anche lui...
Dioc. Mamma Critilla, la sai la storia di Giove quando dormì con Alcmena?[411]
Critil. E di tre notti ne fece una.
Dioc. Appunto, mamma Critilla, i tuoi anni son come le notti di Giove.
Amin. e Carin. (ridendo) Ah! ah!
Critil. Che le cornacchie ti mangino!
Amin. Oh! oh! Alcibiade si avvicina! (suon d’istrumenti e voci di popolo ancora in qualche lontananza)
Carin. (guardando verso l’interno) Egli arriva! Egli arriva! (le grida e gli evviva vanno appressandosi, molti corrono incontro — la scena si riempie di popolo)
SCENA II. CIMOTO, soldati del corteo, popolo, FILUMENA, vecchia. — Un bimbo e detti.
(Cimoto entra vestito da fante leggero, precedendo nel corteo Alcibiade. Distribuisce con serietà comica e affettata modestia, come se gli applausi fossero indirizzati anche a lui, saluti e ringraziamenti a dritta e a manca)
Dioc. E chi è quello là che viene davanti? (guardando colla palma della mano tesa davanti l’occhio) Oh Numi! o Mercurio agorèo![412] guarda, guarda! È Cimoto il parassita! Cimoto vestito da guerriero!
Amin. (chiamando e salutando) Ehi là! Cimoto! Cimoto!
Voci del popolo. Evviva il trionfatore!
Cim. (a Diocare e agli altri che gli fan ressa intorno, con aria di sussiego comicamente modesta, e mimica analoga) Grazie! Nulla! Nulla!... non abbiam fatto che il nostro dovere! (vede sua moglie vecchia, che gli corre incontro facendosi largo tra la folla e la chiama andando verso lei) Mia moglie! O Filumena!
Filum. O il mio tesoro! il mio amorino! Come ti sei fatto bello! e abbronzato! (lo abbraccia)
Cim. Eh, già! il sole delle battaglie!... E dimmi, o Filumena... (con solennità comica fissandola in volto) mi sei stata... fedele?
Filum. Oh, te lo giuro, per la regina Venere...
Cim. (con forza interrompendola) Giuralo ancora!
Filum. Sì, lo giuro per i misteri santissimi delle Dee!
Cim. Basta. Ora ti credo...
Filum. (accarezzandolo) Oh il mio tesoruccio!
Cim. Ma con voi altre donne non si sa mai! e la casa della virtù è tanto lontana![413] Sai, Filumena (con accento grave, paternale), che è un gran delitto, in odio ai Numi, mentre il marito lontano sui campi della gloria espone la vita e conquista la corona del valore, il preparargli in casa delle altre... corone?
Filum. Che gli Dei le puniscano quelle donnaccie!...
Cim. (sullo stesso tono paternale) E vedi come punirono le Fedre, le Menalippe e le Clitennestre! Oggi, o Filumena, tre quarti delle donne son Clitennestre...[414] Guardati dal malo esempio! e i Numi ti benediranno, così come io, reduce Ulisse al dolce antico letto,[415] ti benedico, deponendo questo bacio sulla tua casta fronte di Penelope...
Voci del popolo. Eccolo! eccolo, Alcibiade! (voci vicine; molti si levano in punta di piedi)
Carin. (drizzandosi sulle punte) Dov’è? dov’è?
Amin. (additando) Il secondo a destra, dopo l’arconte.
Carin. Ah, vedo!
Critil. (cercando farsi innanzi e por sua figlia Mirrina in vista) Fatti in qua (alla figlia), ch’egli ti possa vedere. Aggiustati quel riccio! Su, alta quella testa! Dritta la persona!
Voci. Viva Alcibiade! (Alcibiade spunta col seguito dallo sfondo della scena)
SCENA III. Detti, ALCIBIADE, col seguito di arconti,[416] strategi, ipparchi, tassiarchi[417] ed altri ufficiali e soldati; CALLIA primo arconte; ANDROCLE; un cancelliere, e popolani.
Critil. (a Mirrina) Lo vedi? È quello là, grande.
Mirr. Oh Venere! com’è bello!
Un bimbo. (dietro la folla) Anch’io! anch’io voglio vederlo!
Cim. (avanzandosi verso il bimbo, e pigliandone per sè la curiosità) To’! guardami! sei contento?
Bimbo. (guardandolo) Sei tu Cibìade?
Cim. Io e lui siam lo stesso.
Bimbo. Va via! Tu sei brutto!
Cim. (indispettito, con aria comica, allontanandosi) E tu una marmotta!
Bimbo. (strillando) Cibìade! voglio veder Cibìade!
Voci di popolo. Viva il vincitore di Sparta! (Alcibiade fa cenno colla mano di voler parlare) Silenzio! silenzio! (silenzio generale)
Alcib. Cittadini ateniesi! Giusta legge fra di voi punisce di morte il mancator delle promesse al popolo ed al Senato.[418] Vengo a mantenere una promessa data, partendo, otto anni or sono, a voi, e una promessa data agli efori di Sparta... (susurro e movimenti di sorpresa fra il popolo)
Carin. e altri. Oh! oh!
Dioc. Che mai dice?
Voci. Silenzio!
Alcib. Promisi ad Atene riportarle le spoglie di Siracusa. Promisi a Sparta che avrei guidato le sue navi fin dentro il Pireo. Gli Iddii non permisero che la Sicilia fosse nostra; ma sono cento di Siracusa[419] e sono cento di Sparta le triremi dalle nostre prese e rimorchiate che al Pireo navigarono con me. (scoppio generale e fragoroso di applausi)
Voci del popolo. Viva Alcibiade! Viva il trionfatore!
Alcib. Ateniesi, la fortuna che sì a lungo ne separava,[420] sorride ancora a questa città[421] cara a Nettuno e a Pallade Atenea! Ancora nostro è il dominio del mare, al quale ci invitano i destini;[422] nostre ancora quasi tutte le isole e le coste dell’Asia; ancora le triremi di Atene coprono l’Egèo vittoriose da Creta all’Ellesponto!... (nuovi vivissimi applausi)
Voci del popolo. Bravo! evviva!...
Amin. (a Carin.) E neppure una parola ha detto dei torti ricevuti!...
Dioc. E non una parola della sua condanna! Che cuore d’oro!
1.º Arc. Alcibiade, sulla colonna di Diofante sta scritto di premiar come Armodio...
Alcib. (fra sè, con sussulto di gioia) Armodio!
1.º Arc. ... ed Aristogitone chi per la libertà d’Atene affronta danni e pericoli.[423] Cancelliere,[424] leggi il decreto.[425]
Cancell. (legge) «Sotto l’arconte Callia, il dì sesto di Targelione spirante,[426] pritaneggiando[427] la tribù Leontide,[428] in assemblea convocata dai capitani, così piacendo al popolo e al Senato, Crizia di Callescro Falereo disse: Il Senato e il popolo riconoscendo i servigi di Alcibiade figlio di Clinia Scambónide, han rivocato il suo esilio, gli restituiscono i suoi beni, le sue case, i suoi servi, i suoi diritti di cittadino: lo nominano capitano supremo delle forze di terra e di mare:[429] e gli decretano corona d’oro, con bando nelle Panatenée e nelle Dionisiache,[430] il dì delle nuove tragedie.[431] Il Polemarco e i Tesmotéti, e i Pritáni e gli Agonotéti[432] sono incaricati del bando. Disse Crizia di Callescro Faleréo.»[433] (Alcibiade, terminata la lettura, s’inchina e riceve dall’arconte la corona d’oro)
1.º Arc. Alcibiade, i tuoi nemici e accusatori Tessalo, Cleonimo, Teucro, si sono sottratti a tempo colla fuga alla giustizia del popolo e delle leggi: costui solo dei calunniatori ci restò fra le mani: Atene lo consegna a te; scrivi la pena;[434] faranno gli Undici il resto.[435] (fa avanzare Androcle legato fra arcieri sciti)
Alcib. (vivamente) Costui?! (serio e grave all’arconte) Sapersi ridonato all’amore de’ concittadini è al cuor di Alcibiade risarcimento troppo grande, perchè altri ei ne brami. (si volge ad Androcle) Come ti chiami?
Andr. Androcle.
Alcib. Per gli Dei! M’è nuovo il tuo nome. Sei uno de’ cavalieri?[436]
Andr. Oh no...
Alcib. Certo però paghi almeno venti dramme di imposta e sei scritto fra gli opliti?
Andr. Neppure...
Alcib. Ma avrai almeno servito negli arcieri regolari... o sulle triremi...
Andr. Non ho i requisiti per appartenervi...
Alcib. (vibrato, con sorpresa) Come?! Tu non hai nulla, tu non sei nulla, e sei bastato per rovesciare la fortuna di Alcibiade? (con forza) Oh, per tutti i Numi! è ben umiliante per me!! Degno arconte, è nella legge che a me spetti la mia quota nel bottino de’ nemici?
1.º Arc. È nella legge.[437]
Alcib. Domando adunque che la mia parte sia data a costui: (additando Androcle e intanto lo slega egli medesimo) perchè io ho bisogno che egli sia qualche cosa! perchè se si venisse a sapere che un simil uomo ha potuto ingannare a mio danno una intera città, senza guadagnarvi nulla,... la razza dei calunniatori si perderebbe, e allora, per Ercole, non ci sarebbe più merito nè ad essere onesti, nè ad essere eroi.
1.º Arc. (inchinandosi). Sarà fatto come Alcibiade desidera. (fa cenno agli arcieri di lasciar libero Androcle)
Cim. (ad Androcle prendendolo in disparte) Una bella fune di Aliarto ti ci voleva![438] Che la lezione ti serva, mariuolo, e ricordati quel che devi alla nostra clemenza!
Alcib. Ora, Ateniesi, precedetemi nello Pnice. Di molte cose ho a rendervi conto, prima di ripormi fra pochi giorni in mare; e dobbiam render l’onore degli elogi funerei ai fortissimi estinti.[439] Io rientro a sciogliere il voto agli Dei tutelari di questa casa ove nacqui, dove ebbi il primo bacio di mio padre Clinia. Fra brevi istanti allo Pnice vi raggiungerò.
Voci del popolo. Sì, sì, allo Pnice!
1.º Arc. Noi, Alcibiade, ti precediamo.
Amin. Corriamo allo Pnice a pigliar posto!
Carin. e altri. Sì, sì, corriamo! Allo Pnice! (gli arconti e i capi salutano Alcibiade ed escono lentamente; i cittadini van via correndo, Alcibiade ed Antioco restano in iscena)
SCENA IV. ALCIBIADE, ANTIOCO, poi TIMANDRA.
Alcib. (appena uscito il popolo, si volge vivissimamente, a mezza voce, ad Antioco) Oh Antioco! hai visto chi c’era presso il tempio di Teseo?
Ant. Se ho visto! Glicera! E la ti guardava!
Alcib. Come s’è fatta bella! Povera Glicera! Mezzo nascosta, là, tra la folla, colle spalle a una colonna del tempio, la mi fissava in volto quei suoi grandi occhioni... affè di Giove, non ho avuto coraggio di sostenerne l’incontro! Sulle labbra pareva errarle un mesto sorriso, e nell’angolo dell’occhio, ai raggi del sole che la investivano, m’era parso veder luccicare una lagrima... Povera fanciulla! Dei torti... e grossi... ne ho avuti con lei...
Ant. (sorridente) Poichè lo confessi... è già qualche cosa...
Alcib. (quasi fra sè, pensieroso) Mi avesse almeno perdonato!...
Ant. Del resto, io non solo l’ho vista, ma le ho parlato...
Alcib. (con impeto vivissimo) Tu! Come! Quando? Che ti disse? Che ti disse!
Ant. Poi ch’io, vedendola, la salutai per nome, e me le accostai stendendole la mano, ella la strinse e mi rispose: Saluta Alcibiade vincitore, per mio marito Carmide e per me.
Alcib. Questo?... (detta questa parola con impeto vivissimo, soggiunge subito, lento e con malumore) È un po’ poco.
Ant. Confessa che sarebbe indiscreto, ne’ tuoi panni, il pretender di più...
Alcib. (sospirando) È vero! hai ragione! Ma!... Destino!... Foss’ella almeno felice!
Ant. Mi hanno assicurato che col suo Carmide lo sia.
Alcib. Tu dici? Ed io giurerei che non le sono uscito interamente dall’anima. Quegli occhioni! quella lagrima! quel sorriso! Come s’è fatta bella! come s’è fatta bella!... (succede una lunga pausa, durante la quale Alcibiade sembra vada parlando e pensando fra sè, come profondamente assorto)
Ant. Che pensi, Alcibiade?
Alcib. (riscotendosi e riprendendo il far vivace di prima) Penso che Amore è un Dio bizzarro ed ingiusto: poichè mi dice il cuore che nessuna persona al mondo io sarei stato capace di amar quanto Glicera... ah! (mentre sta per finire la frase, s’accorge in questa punto di Timandra, la quale si è affacciata sulla soglia della casa di Alcibiade: e lo guarda sorridente. Alcibiade corre a lei vivissimamente, con trasporto affettuoso, e l’abbraccia, intanto che rivolto sorridente ad Antioco, continua, correggendola, la frase sospesa)... se non amassi Timandra! (mentre bacia di nuovo Timandra, ancora rivolto ad Antioco, corregge anche l’altra frase di prima) Non mi diceva nulla il cuore, sai! Non mi diceva nulla! (a Timandra) Oh mia Timandra! (in questo punto Cimoto, che era entrato nella casa d’Alcibiade e poi ne è uscito, conduce Antioco via, facendogli intendere un po’ comicamente che è meglio lasciar Alcibiade e Timandra soli).
Timand. Che stavi dicendo ad Antioco, Alcibiade?
Alcib. Oh nulla, nulla! Dicevo (sorridente in viso, e con accento dolce, poetico, amorosissimo) che Amore è vita del mondo, è luce di Olimpo, è fiamma di mille colori, è celeste armonia di mille suoni; e che il prisma del cuor d’Alcibiade ha una faccia per ognuno de’ suoi raggi e la sua anima ha un’eco per ognuna delle sue note divine; risponde capricciosa ora all’una, ora all’altra; riflette, cangiandosi, or l’uno, or l’altro colore, — va scherzando, instabile sempre, di canzone in canzone, di luce in luce; ma che tutti quei suoni diversi si fondon pur sempre qua dentro in una armonia ineffabile e sola, e tutti quei raggi non vi forman che un fascio ed una fiamma sola; l’armonia della tua voce, o mia Timandra, la fiamma del tuo sguardo, anima mia! (abbracciandola con trasporto vivissimo)
Timand. (affettuosa) Cattivo!
Alcib. Fedele, vuoi dire!
Timand. E di’, sei contento, ora, Alcibiade?
Alcib. (con affetto ed espansione di gioia) Oh Timandra! mi hanno parlato di Armodio!
Timand. T’ho preceduto nella casa tua, per essere, non veduta, testimone del tuo trionfo, e gustarne liberamente da sola, nel segreto dell’anima, tutta la gioia. Questi applausi e questi evviva che portavano alle stelle il tuo nome, hanno fatto balzare di ineffabile orgoglio e di voluttà sovrumana il cuore della tua Timandra. Sii benedetto per quest’ora che mi donasti! (lo bacia con trasporto) Era così ch’io ti sognai!... Sei contento?
Alcib. Mel chiedi?! È il dì più bello della mia vita questo, e a te, a te sola, mia Timandra, lo devo...
Timand. E al tuo valore. Guarda chi viene.
Alcib. Che?! I sacerdoti! (guardando verso l’interno)
Timand. Sì, essi: gli Eumòlpidi che vengono a ribenedirti.
Alcib. Ah, infatti! per Cerere! dimenticavo che le maledizioni delle due Dee pesano ancora su di me. È strano! Dal giorno che i sacerdoti mi hanno maledetto, tutto mi è andato a gonfie vele. Che la loro benedizione mi avesse a portare il malaugurio?
Timand. No, no, Alcibiade, non bestemmiare...
Alcib. Io non bestemmio; ricordo. E penso che costoro coi loro anatemi son riusciti a farmi andare a Sparta, e a trarre Atene ad un pelo dalla rovina... Oh, eccoli.
SCENA V. Detti, il GRAN SACERDOTE (gerofante) degli Eumòlpidi,[440] altri sacerdoti.
Gr. Sac. Alcibiade, noi abbiamo immolato alle Dive del profondo Tartaro,[441] e alle loro terribili ministre, le Erinni venerande,[442] un’agnella di pelo nero: gli indizj delle viscere riuscirono fausti, e l’offerta fu gradita dalle Dee. Perciò ti abbiamo ribenedetto...[443] e abbiamo maledetto invece i tuoi accusatori...
Alcib. (fra sè, a parte) Non c’è verso! Qualcuno costoro bisogna che maledicano!... (si ode un suono lontano)
Gr. Sac. (in ascolto) Senti! per essi suonan già l’aria del fico![444] Quanto a te, in segno della ribenedizione, abbiamo gettato in mare le lapidi su cui furono scritti gli anatemi...[445]
Alcib. (con leggera inavvertita inflessione sardonica) E dite... non ci sarà pericolo che ritornino a galla?...
Gr. Sac. Oh, no. Son di bronzo.
Alcib. A ogni buon conto però, se si potesse fare — a mie spese — un sacrifizio anche a Nettuno, perchè le trattenga ben giù in fondo al mare...? Se si potesse...
Gr. Sac. Oh, si potrebbe...
Alcib. In tal caso vi inviterei alla rinnovazion del sacrificio in casa mia... Preparerei da immolare una magnifica agnella... (interrompendosi con inflessione sardonica dissimulata) o è meglio una giovenca...?
Gr. Sac. Una giovenca.
Alcib. (dissimulando sempre sotto la cordialità l’intonazione sarcastica) Bene!... Una magnifica giovenca dalle corna d’oro... e poichè le libazioni alle Erinni, essendo astemie,[446] avranno inaridito la gola, si inaffierebbero le viscere e i voti al Nume con libazioni di eccellente vino di Chio e di Siracusa... Si può fare? (sottolineando le parole)
Gr. Sac. Oh, si può fare.[447] (gli altri sacerdoti fanno anch’essi segni premurosi di assenso)
Alcib. (sempre cortesissimo nella velata ironia) A domani adunque, in casa mia.
Gr. Sac. A domani! (saluta inchinandosi ed esce cogli altri)
SCENA VI. ALCIBIADE e TIMANDRA, indi SOCRATE.
Alcib. (appena usciti i sacerdoti, dà in iscoppio di risa) Ah! ah! ah!
Timand. (che durante la scena coi sacerdoti è sempre rimasta, tacita spettatrice, in disparte) Sei ben allegro.
Alcib. (prosegue ridendo) E fui bandito sotto l’accusa d’aver posto i loro riti in commedia! Per i Numi! non c’era bisogno di Alcibiade!... (desistendo dal ridere si volge a Timandra ch’è rimasta pensierosa) Tu vedi, Timandra! questi sacerdoti non finiscono di contentarmi: mangiano troppo, e scrivono troppo! ho bisogno di un Nume, che maledica un po’ meno, e parli all’anima un po’ più: se tu ne sai l’ara, e tu guidami ad essa: se sei il suo sacerdote, benedicimi tu! (in questo punto Socrate traversa, lentissimo, con aria grave, lo sfondo della scena)
Timand. (ad Alcibiade) Un sacerdote tu cerchi? (gli addita Socrate) Eccolo.
Alcib. (volgendosi e vedendo Socrate) Socrate!... (corre a lui) Oh, finalmente ti ritrovo! (con voce di affettuoso rimprovero) Tutti gli amici oggi mi vennero incontro; tu solo, il più caro, non ti sei fatto vedere. Ma io di te mi son ricordato, sai!... e ho portato dei doni per te...
Socr. (serio e grave) Grazie. Dalli a qualcun altro.[448]
Alcib. Ma tu verrai oggi meco, e al mio fianco, nell’Assemblea, e al sacrificio e al banchetto e alla festa! Io voglio che tutta Atene sappia come Alcibiade onora il suo vecchio maestro — colui che il Nume di Delfo proclamava il miglior dei mortali.
Socr. No, no! tralascia. Non posso. C’è troppo rumore, c’è troppo baccano laggiù. Il posto di Socrate non è dove si grida, ma dove si soffre. Non è dove si applaudono i trionfatori, ma dove dormono ignorati i vinti. (dette queste parole con voce grave, solenne e mesta, si avvia)
Alcib. (cercando trattenerlo) Ma dove vai? Dove vai?
Socr. (con calma mesta e severa) Al Ceràmico, a deporre questa corona sul cenotafio[449] dei valorosi morti in Sicilia...
Alcib. (sopraffatto e mortificato dalle parole di Socrate,[450] dopo un momento di pausa, si strappa dal capo la corona avuta dall’arconte e la scaglia con ira a terra; poi, come pentendosi dell’atto, e mutando pensiero, la raccoglie con gesto vivissimo e la presenta a Socrate, dicendogli, a capo chino, sena guardarlo in faccia, con voce mesta e cupa) Deponvi anche questa! (Socrate prende la corona, e senza dir parola, serio, a passo lento, si allontana. Alcibiade e Timandra lo seguono). — Quadro.
CALA LA TELA.