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Alcibiade

Chapter 70: QUADRO OTTAVO
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO OTTAVO

Anno 405 av. l’Era volgare, nel mese di Boedromione.
(4º della Olimpiade 93.ª — 26º e penultimo della guerra del Peloponneso)
Eubato di Cirene vinse il premio ad Olimpia.

ELLESPONTO (Chersoneso di Tracia).

Corte di Seute re di Tracia[465] a Patti sull’Ellesponto[466]. Tenda foggiata a sala di banchetto, mensa nel mezzo e sedili all’ingiro. Pelli distese qua e là per terra. Sulle mense sono posti dei corni per bere: e dei piccoli tripodi, contenenti le vivande, uno dinanzi a ciascun convitato. Armi tracie sospese in giro (targhe o pelte, sciabole, archi, faretre).

SCENA PRIMA. SEUTE re, ALCIBIADE, CIMOTO, BERÌSADE, MEDÒSADE, ODRISIO traci; altri guerrieri e coppieri traci.

(Ad eccezione di Cimoto, il solo vestito alla greca, tutti i convitati, compreso Alcibiade, indossano il costume trace[467]: berrettoni di pelle di volpe (alopéchidi) coprenti il capo e le orecchie[468]; tonache scendenti sulle coscie, e, sopra le tonache, mantelli più corti e screziati (zeire); calzari o coturni di pelle di cerbiatto ricoprenti i piedi e le tibie; corte sciabole o scimitarre, alla cintura[469]. I convitati, a differenza dell’uso greco, son tutti seduti, non su letti, ma sopra scanni; qualcuno accoccolato su pelli distese per terra. Alcibiade siede alla destra del re. Coppieri traci portano in giro, versando da bere, grandi corni di vino. Il re, tratto tratto, fa in piccoli pezzi i pani (grandi e rotondi) e li getta ai convitati. Il banchetto è sul finire e i fumi del vino cominciano a riscaldarne l’allegria.[470])

Seute.[471] Alcibiade, m’avean raccontato molte cose di te: ma tu veramente sei maggior della tua fama. Sai tu che noi Traci abbiam rinomanza di cavalcatori[472] e che il puledro da te oggi domato parecchi fra i nostri più arditi s’eran provati indarno a salirlo?...

Cim. (che mangia avidamente al capo opposto della tavola) Ma tu, o re, non sai che noi abbiamo vinto alle corse di Olimpia[473] e col carro e col celéte,[474] e che n’abbiam portato la prima, la seconda e la terza corona...

Seute. Che! per Sabàzio![475] tu così pingue ad Olimpia?

Cim. Domandalo ad Alcibiade. N’è vero, Alcibiade, che te le ho portate io le corone?

Seute. (ridendo con gli altri convitati) Ah, ora meglio ti spieghi! Ebbene, Alcibiade, la tua vittoria d’oggi val bene l’altra d’Olimpia. Il vanto più antico del paese nostro — per Mercurio! — [476] è la prima volta che lo sfronda uno straniero...

Alcib. Ti sembra, o re Seute, che ancora io sia così straniero in Tracia? Qui fra voi ospitato, i miei lari, e i beni, e le castella, e tutte le mie cose son qui.

Seute. Nè la Tracia ebbe mai ospite più degno. Anzi, più che ospite! poichè fra i Traci ed Atene sono vincoli antichi: qui è il granajo dell’Attica vostra,[477] e fu nostro re Téreo che sposò Progne, la figlia del vostro re Pandione...[478]

Alcib. Tristi cose rammenti! Téreo e Progne e Filomela, mutati in augelli, vanno ancora piangendo a notte scura l’orrida cena per i boschi di Dàulia.[479] Che giova fra i calici discorrer di delitti e di sventure! Non parliamo d’Atene!... (Alcibiade proferisce quest’ultime parole in modo singolarmente accentato; e come cercando cacciare una nube di tristezza, ripiglia subito dopo una forzata ilarità)

Seute. Oh Alcibiade, ma io so qualcos’altro: so che sei nato a Scambónide,[480] proprio là dove Eumolpo di Tracia[481] segnò con Atene il primissimo patto di alleanza e fondò i misteri delle Dee: e là, ov’è la tomba di Eumolpo nostro, ivi è la culla tua. Vero questo, Alcibiade?

Alcib. Sì: ma a che pro cercare vincoli incerti, se niun vincolo è più caro agli Dei di quello di ospite ed amico! Re Seute, re Seute, non parliamo d’Atene!

Seute. Dell’amicizia nostra dunque si parli...

Cim. (a Berisade che gli siede vicino, nel ricevere in questo punto un pezzettino di pane gettatogli dal re) O perchè il re mi taglia lui e mi gitta il pane e la carne, così a pezzettini? mi ha preso per una formica?

Beris. Così si usa fra noi.[482]

Cim. Ah, è il vostro costume!... Bello, bello! E invece, ad Atene, se tu vedessi come si usa...

Beris. Come?

Cim. Ora ti mostro. Dà qua quel pezzo. (gli addita un grosso pezzo di carne: Berisade glielo porge. Cimoto se lo prende intero, se lo pone sulle ginocchia e se lo mangia a grossi bocconi) Il nostro costume... vedi, di noi altri Chiechenei,...[483] è questo... (parla mangiando)

Alcib. (osservandolo, con voce di rimprovero) Cimoto!

Cim. (seguendo a mangiare mentre i convitati ridono) Eh?

Alcib. Che fai?

Cim. Mostro qui a Berisade i costumi d’Atene.

Seute. (seguendo il discorso con Alcibiade) E dunque, Alcibiade, poichè mi sei ospite e amico, accettane in pegno il cavallo che oggi domasti; purissimo sangue dei cavalli di Reso.[484]

Alcib. Grazie, o re! Ma tu violi il costume. So che in Tracia è usanza pei re non far doni, ma riceverne.[485] Io qui pur troppo non ho di che ricambiarti il regalo. Solo la spada e il braccio mi restano:[486] poichè (con voce cupa e triste) per altri non m’è dato adoprarli, son tuoi. Tu sei in guerra co’ Traci della montagna:[487] fa conto ch’io sia un Trace del piano.

Seute. Oh, così il sole del Ponto ti avesse visto nascere, come del più perfetto fra i Traci mostri aver veramente le virtù...

Medos. (a voce forte, mezzo brillo) Tranne una, o re, tranne una!... Alcibiade, da noi si giudicano uomini quelli soli che sono potenti a molto mangiare e molto bere![488]

Beris. (dall’altro capo della tavola) Medosade, non hai guardato da questa parte. (indica Cimoto battendogli sulla spalla) Questo è un uomo.[489]

Cim. (inchinandosi) Grazie! Lo sapevo.

Beris. L’amico qui... (seguendo a batter forte sulla spalla a Cimoto, che coi gesti ringrazia modestamente del complimento)

Cim. (a Berisade che nel parlare gli batte sulla spalla troppo forte) Sì, grazie! Ma un po’ più adagio, se non ti dispiace...

Beris. (ripigliando da capo) L’amico qui ha mangiato per me, per te e per altri due...

Medos. Ma del bevere io parlo! Alcibiade, tu oggi per Trace non ti sei distinto. Ti invito alla sfida di Ercole e di Leprea.[490] Vuoi fare un brindisi meco?

Alcib. (cortese sorridendo) Ah! Il cavallo alla pianura![491] E perchè no?

Cim. (a parte) Già! anche il porco una volta sfidò Minerva...[492]

Medos. (non ha ben capito le parole di Cimoto, però gli è parso di sentire un’insolenza, e gli si volta brusco e minaccioso) Che cosa hai detto!

Cim. Niente! niente! che sei un uomo!

Medos. (con aria di soddisfazione, calmandosi) Ah! (si volge ad Alcibiade) Bevi questo adunque ch’è vin puro,[493] e di Bibli, alla salute del re nostro. (si alza mezzo barcollante e gli presenta un corno enorme di vino. Alcibiade pure si alza: gli altri si stringono intorno con curiosità)

Cim. Quel po’ di roba! ma son più di quattro cótile![494] No, no, Alcibiade! sei matto?

Alcib. (sorridendo a Cimoto) Vuoi per te solo la gloria? (a Medosade, freddo) Dà l’esempio: io ti seguo.

Medos. A te, o Seute! ho un fanciullo[495] e due schiave di Mileto: mi costano duemila cizicéni,[496] e forme più belle mai non vide la Jonia. Li dono a te.

Cim. (a parte) Eh, anche qui non c’è malaccio a fare il re! (Medosade tracanna e barcolla sempre più. Alcibiade dopo di lui alza il corno ricolmo)

Alcib. Alla tua salute, o re Seute, e che Sabazio, Marte e Zamolchi protettori della Tracia concedano alle tue armi la vittoria! (tracanna di un fiato: poi depone il corno vuoto, colla tranquillità più serena, mentre i convitati lo guardano con sorpresa)

Seute. (e altri convitati) Bravo, Alcibiade!

Alcib. (tranquillissimo, batte sulla spalla di Medosade stupefatto e barcollante) Amico!

Medos. Eh?

Alcib. Io ho bevuto da Trace... ma son di Grecia: e fui un pezzo a Sparta. (Medosade lo guarda senza comprendere) Il re ha una sposa, e i Greci onoran le donne. Ti sei dimenticato della regina.

Medos. (sconcertato) Che?!

Alcib. (freddissimo, sorridendo) Bevi meco ora questo alla regina! (fra la sorpresa dei convitati fa ricolmare ancora i corni, e ne presenta uno a Medosade che guarda Alcibiade estatico e prende il corno macchinalmente)

Beris. Sì, sì, Medosade, alla prova! Bravo Alcibiade!

Seute. Ma è Bacco Tebano in persona, costui!...

Alcib. Alla salute della bellissima Stratónica,[497] la fida sposa del re! e che Giunone Ilìtia[498] doni al suo talamo le gioie! (Alcibiade tracanna, poi depone calmo e sorridente il corno fra gli applausi dei convitati.[499] Medosade, senza dir parola, con uno sforzo supremo appressa il suo alle labbra; a metà lascia cadere il corno, barcolla e stramazza. Alcibiade si guarda intorno, come per vedere se qualcun altro si avanzi alla sfida, indi, calmo, ripiglia) La sfida di Ercole e di Leprèa pare finita... (fra sè mestamente sospirando) (Se Timandra mi vedesse!...)

Seute. (levando il corno a sua volta) E noi tutti, ora, Alcibiade, beviamo alla tua! Così ti guardino gli Iddii e ti rallietino i giorni nelle nostre case ospitali!

Cim. (a parte) Case le chiama?! To! to! Le avevo prese per ispelonche![500] Come ci si sta bene!

Beris. (afferrando le ultime parole) Dove?

Cim. (canzonatorio, senza che l’altro se n’accorga) Nelle vostre... case ospitali!

Convit. Viva Alcibiade! (Seute e gli altri, meno Alcibiade, che è sul davanti della scena, tracannano. Poi Seute, quel che resta di licore nel suo corno lo versa addosso al vicino, e così fanno parecchi altri. Berisade, che è presso a Cimoto, versa addosso a lui sulla testa il vino rimastogli nel corno)

Cim. (brusco, incollerito, dando uno sbalzo) Ehi là! cosa fai?

Beris. (grave e dignitoso) Ti verso il vino che m’è rimasto nel corno.[501]

Cim. Che ti pigli il malanno!

Beris. Non vedi che così ha fatto anche il re? È il nostro costume di Tracia!

Cim. Ah si?... Allora... aspetta... (prende rapidamente il proprio corno per versarne il contenuto addosso a Berisade; ma nell’atto di buttarglielo addosso se ne pente e invece se lo beve) Sarà per un’altra volta.

Seute. Alcibiade, noi Traci sappiamo che le anime dei morti dopo un certo tempo ritornano sulla terra e in altri corpi ripigliano dimora.[502] Per Zamolchi![503] Tu certo prima di essere un Greco dovesti essere un Trace! Se resti a lungo fra noi, diverrai l’idolo delle nostre donne, e romperai i sonni di molti mariti.

Odris. Perdono, o re! Tu fai torto alle donne nostre! Alcibiade, non sai tu nulla delle donne di Tracia?

Alcib. Ben poco. So che in Eritréa han dato le chiome per farne corda e trarre alla riva il simulacro di Ercole,[504] e questa fu un’azione buona: e so che in Dione di Macedonia hanno mangiato a pranzo il poeta Orfeo,[505] e questa, se vogliamo, fu un’azione cattiva.

Odris. Allor sappi anche questo. Noi di Tracia siamo gagliardi e le nostre mogli sono caste.[506]

Alcib. (sorridendo) Davvero?

Odris. (continuando) E quando il marito muore, è gara fra di esse a scegliere quella che più gli è stata diletta e fedele...

Alcib. E quando è scelta?

Odris. La si accoppa, perchè tenga al marito compagnia.[507]

Alcib. (avvicinandosi ad Odrisio, a voce più bassa) Ebbene allora, amico mio, se anche tu hai mogli e se anch’elle sono caste, vigila! vigila su di loro!...

Odris. (incollerito, portando la mano all’elsa) Per il Vento e per la Scimitarra![508] tu insulti le mie donne e me!

Alcib. Pace, amico! e consenti alla gioia di Bacco qualche libertà di parola. Non le ho vedute mai, le donne di Tracia, alla prova...

Odris. Bada, io non te n’offra, di prove, una, e umiliante per te...

Alcib. L’avrò meritata. L’accetto.

Odris. Re Seute, Alcibiade vorrebbe veder a prova di fedeltà le donne nostre...

Seute. Nient’altro che questo? (a un servo) Vengano mia moglie e le mogli dei convitati.[509]

Alcib. (vivamente) Tua moglie! Ah no! mai!

Seute. Ella sola temerebbe confronti? (al servo) Va! (il servo esce)

Beris. (a Cimoto) Ora vo’ mostrarti una delle mogli mie ch’è una bellezza.

Cim. O quante n’hai?

Beris. N’avevo dieci; ma sei non le mi servivano più, e dopo un anno, le ho restituite ai parenti.[510] Dell’altre quattro, poi, una è un portento. Mio zio sposandola la pagò a suo padre duecento bei dárici sonanti: è quel che di meglio mi ha lasciato in eredità.

Cim. Eh? In eredità?

Beris. Sicuro: eravam due nipoti soli eredi. Nella ripartizione dell’asse ereditario, la moglie è toccata a me.

Cim. (guardandolo attonito) Ah?... Mi congratulo!

Beris. Esse vengono... Guarda, è la terza!

Cim. (osservandola nell’interno) Bella davvero! (a parte) Povera creatura! toccar in eredità a questo bue!

SCENA II. Detti, STRATONICA, ELPINICE, ARGIA, DROSO, altre donne.

Straton. Addio, Seute. A che ci hai chiamato?

Seute. Da Alcibiade d’Atene, qui presente, lo saprai. (Stratonica dà segni di inquietudine: le altre guardano con curiosa avidità Alcibiade additandoselo fra loro) Farai quel che egli dice.

Cim. (a parte, a Berisade) Così le comanda?

Beris. O non è sua moglie?

Cim. Non è come a Sparta. Là, le mogli comandano ai mariti...

Beris. E qui i mariti alle mogli.[511] È più sicuro...

Cim. Già! e per questo le vi son fedeli?

Beris. Certo. Ora vedrai. (questo breve colloquio fra Berisade e Cimoto ha avuto luogo rapidamente, mentre Alcibiade e gli altri scambiano qualche parola colla regina e le altre donne)

Odris. Parlerò io, o re, per Alcibiade. (ad Alcibiade) È nel patto?...

Alcib. (inchinandosi) È nel patto.

Odris. O regina, o donne, sapete di voi che cosa disse Alcibiade di Clinia, ateniese, qui presente?

Straton. Che disse?

Odris. Tristi cose! Che le donne di Tracia non sono caste! (esclamazioni fra le donne)

Argia. Per le colombe di Citerea! Egli ha detto questo?

Alcib. Ma Odrisio!... io non ho...

Odris. Tu non hai libertà di parola, perchè mi hai dato libertà di prove. È nel patto. Tu taci. (alle donne) Egli ha detto questo, e peggio ancora...

Elpin. Peggio? Che cosa?

Odris. Che le donne di Tracia sono brutte.

Straton. (con risentimento maggiore di prima) Alcibiade!

Elpin. O l’impudente! Questo è troppo!

Alcib. (a Odrisio cercando difendersi) Odrisio!... ma...

Odris. Ma tu taci...

Argia. Che Giove gli mozzi la lingua!

Odris. Silenzio! E ha detto ancora...

Tutte le donne ad una voce, indignate. Come? Come? Ancora?

Odris. Che le donne di Tracia giurano il falso...

Argia. Uh! l’iniquo!

Elpin. Vogliam fargli la festa d’Orfeo?

Cim. (a parte) Povero padrone! Quella ci mancherebbe!

Droso. Che Zamolchi lo confonda!

Odris. Confonderlo sta in voi! Giurate sull’onor vostro...

Cim. (a parte, sogghignando) Bella garanzia!

Odris. Di dire il vero (esclamazioni fra le donne: Sì, sì!): e senza riguardo ai mariti, ponga ciascuna in un’urna il nome di colui ch’ella vorrebbe nel talamo... a compagno...[512]

Seute (alzandosi repente con voce severissima) Odrisio!

Odris. (intimidito) Seute?

Seute. La tua domanda è sleale e temeraria: ringrazia la fortuna che mi trovi di umor lieto: se no, potrei ricordarmi che s’appressa la festa di Zamolchi e ch’egli aspetta il suo ambasciatore! Ma poichè osasti una simile domanda, e voi (ai convitati) la consentiste, sia vostra la pena e sia la domanda più completa. Abbia ciascuna di voi (alle donne) per sempre il compagno ch’ella si avrà scelto, sia o no suo marito: e senza timore lo scelga!... Paventi la mia collera chi ad esse oserà torcere un capello!

Straton. (come volendo parlargli) Seute...

Seute. Per tutte io parlo: e anche per te. Sia schietto e libero il cuore della regina, come quel dell’ultima fra le sue donne. Ho detto. (le donne si ritirano in un lato della sala a scrivere i nomi ciascuna separatamente)

Cim. Bravo il re! Ora vogliam vederne di belle! Coraggio, Cimoto, fatti avanti. Che fossi proprio questa volta venuto in Tracia a far fortuna![513] (Cimoto si rassetta i capelli e gli abiti, e ripassa davanti le donne con aria da bellimbusto che cerchi mettersi in evidenza: i Traci si consultano fra di loro ostentando sicurezza baldanzosa: Alcibiade passeggia solo su e giù per la sala)

Beris. (con boria a Cimoto) Ora vedrai come la mia Argia mi è fedele. La è Penelope in persona.

Cim. Vedremo! E dimmi intanto una cosa... Di che ambasciatore parlava dianzi il re?

Beris. Ah, sicuro! Ognun di noi, quando muore, va a ritrovare il nostro dio Zamolchi: e per tenerci con lui in buoni termini, ogni anno gli si manda colle debite istruzioni un deputato in ambasciata. Si mettono in tre colle lancie in resta: poi l’ambasciatore nominato lo si butta dall’alto, e lo si ripiglia sulla punta delle lancie...[514]

Cim. Brrrrrrrr!!!

Beris. Se muore, è segno che Zamolchi ha fatto buon viso all’ambasceria; se guarisce, è segno che l’ambasciatore è un furfante; lo si bastona a dovere, e si nomina un altro in sua vece, incaricato di nuove istruzioni...

Cim. (lo guarda spaventato) Ah... sì?... E già... dev’essere un Trace l’ambasciatore...

Beris. (con indifferenza) Oh anche un forestiero può aver diritto alla nomina... Purchè acquisti la cittadinanza... Vuoi ch’io te la faccia avere?

Cim. (abbracciandolo) Ottimo cuore! grazie! tralascia! tralascia! (le donne frattanto han posto le tavolette in un’urna. Odrisio va a prenderle)

Odris. Ecco i nomi.

Seute. E tu leggili forte. (attenzione negli astanti)

Odris. (estraendone una) La regina! Seute, re.

Seute (avanzandosi verso la regina e baciandola) Grazie! Porrò un segno bianco nella mia faretra.[515] Ero ben certo della tua scelta e di te.

Straton. (con civetteria) E se io avessi scelto... un altro?

Seute. Idolo mio!... (riabbracciandola teneramente e baciandola ancora) T’avrei fatto tagliar la testa.

Straton. (balzando di spavento) Ma... e il tuo decreto?

Seute (a voce bassa). Era per gli altri — s’intende.[516]

Straton. (abbassando la testa fra sè, a parte) Ho fatto bene!

Odris. (estrae un’altra tavoletta: fa un gesto e una pausa di sorpresa, indi con voce di malumore) Alcibiade!

Beris. (e gli altri Traci, guardando con occhio torvo le loro mogli) Che!?

Cim. Bene!

Odris. (estrae un terzo nome; nuovo atto di sorpresa: la sua faccia si fa scura, e la sua voce tradisce l’ira) Alcibiade! (Alcibiade ha rialzato la testa e rimane immoto, sorridente; i Traci guardano alternamente con volti scuri ora lui, ora le mogli, Seute si mostra allegro e ridente)

Seute (ridendo). Ah! ah!

Cim. Benissimo!... Ci ho gusto... Eh già, noi Greci d’Atene!... (con compiacenza ed orgoglio fregandosi le mani) Adesso scommetto che viene la volta mia!

Odris. (estrae la quarta tavoletta: con voce rotta di collera repressa) Al-ci-bia-de!...

Cim. Oh, oh, adesso basta per lui!

Odris. (non più lento come prima, ma con precipitazione crescente estrae altre quattro tavolette fino all’ottava ed ultima e le legge con voce concitatissima) Alcibiade! Alcibiade! Alcibiade! Alcibiade! (all’ultima scaglia l’urna, per ira, a terra. Cimoto, che non ha visto uscire il suo nome, perde alquanto della sua aria soddisfatta)

Beris. e gli altri. Che?! (sbalordimento fra i convitati, che gettano grugniti sordi di minaccia e sguardi truci di collera verso le donne ed Alcibiade; questi rimane sempre muto, immobile, tranquillo e sorridente. Le donne in disparte si mostrano confuse e impaurite)

Cim. (fra sè) A chi troppo e a chi niente! E a sentirle, le innocentine, volevano fargli la festa di Orfeo!... (si accosta a Berisiade che è cupo ed accigliato, e gli batte sopra una spalla) ... Eh... come hai detto che si chiama la tua moglie?... Penelope?

Beris. (si volta inviperito portando la mano all’elsa. Cimoto scappa)

Seute (ad Alcibiade). Costoro l’han voluto, e tu non hai nulla a rimproverarti. Figlio di Clinia, la fortuna ti è molto benigna, e il tuo ginecèo è molto ricco.

Alcib. (vivamente) Oh non già! non già! Nè Alcibiade è da tanto da aver sì splendido ginecèo, nè la scelta è così facile fra bellezze sì rare, perch’egli se l’arroghi! Re Seute, tu fa rispettare il tuo decreto, che nessuno le molesti. Amici, Odrisio ha parlato per ischerzo e certo elle per ischerzo hanno votato... Tornate allo amplesso delle vostre donne fatte prudenti! e tu, Odrisio (accostandosegli a voce bassa), come t’ho detto, vigila, vigila sulla tua!

Odris. (brusco) Non ho bisogno del tuo consiglio.

Alcib. (sempre parlando con Odrisio sottovoce e battendogli amichevolmente sulla spalla) Te ne darò un altro, allora... (gesto interrogativo di Odrisio) Quando vuoi perdere un uomo agli occhi delle donne, guardati dal dipingerlo un perfido! non bisogna nelle donne stuzzicare la curiosità. (Odrisio con un gesto brusco indispettito s’allontana, mentre Alcibiade sorride)

Seute. Addio, Stratonica! (ad un cenno di Seute le donne tutte escono)

SCENA III. Detti, meno le donne.

Cim. Una su otto! o fedeltà femminina! (si accosta ad Alcibiade) Io, già, al tuo posto, non sarei stato così generoso...

Alcib. Dovevo scegliere in presenza della regina?

Cim. (senza comprendere la risposta d’Alcibiade) Ah! la regina! quella sì è una brava donna!

Alcib. Sì!... poveretta!... E così innamorata di me...

Cim. (attonito) Eh?... e tu?...

Alcib. (con fare naturalissimo) E io ho ricusato. Seute è mio ospite, e Giove ospitale[517] mi guardi, chè io non so fargli offesa. Ma la regina è donna, ed io non potevo posporla, lei presente, ad un’altra. Buon Cimoto, se hai da fare con donne, ammazzale, che ti perdoneranno; ma non ferirle nell’amor proprio, se non vuoi trovar Nèmesi e le Furie meno terribili di loro.

Cim. Lascia fare! Ci regoleremo! Va là che sei furbo! Se Timandra ti vedesse!

Alcib. Non dirle nulla oggi... sai!...

Beris. (guardando verso l’interno) Alcibiade! qualcuno cerca di te.

Alcib. Di me? Se tu, Seute, permetti... (cenno cortese affermativo di Seute) Venga!

SCENA IV. Detti e TRASILLO.

Alcib. (al veder Trasillo si fa improvvisamente torvo e scuro) Trasillo!

Tras. (accorrendo ad Alcib.) Salve, Alcibiade! Da Atene io vengo.

Alcib. Ad annunciarmi qualche nuova sentenza contro di me? o qualche nuova condanna di capitani vittoriosi?[518]

Tras. No, no, Alcibiade! I tuoi amici d’Atene ti salutano e ti fan sapere che negli animi del popolo rivive il desiderio di te. Ti pregano intanto che tu ti adoperi a rialzare la fortuna depressa di Atene, mentre essi van lavorando al tuo richiamo...

Alcib. (serio e scuro in volto) Questo ti hanno incaricato di dirmi?...

Tras. Sì...

Alcib. (si volge a Seute) Ascolta dunque, o re Seute! Alcibiade ha combattuto per Atene a Potidea, a Delio, a Mantinea, a Catania; e Atene in premio lo ha dannato a morte; pure Alcibiade è tornato a lei, e per lei ha vinto due volte ad Abido, e a Samo, e a Mileto, e a Cizico: ridonatole il dominio dell’isole e del mare, portate ad Atene duecento navi in trofeo: e Atene in premio lo ha condannato una seconda volta!... Ora questa Atene mi manda a salutare!... (si volge a Trasillo e la sua voce sarcastica ridiventa grave e cupa) Ritorna alla città! e di’ a coloro che ti mandarono, che tu hai visto Alcibiade, e che le porte dell’Erebo non son così chiuse dietro le spalle dei morti, come son chiuse le sue orecchie ad ogni voce che gli giunga da Atene! Di’ loro, che tu hai visto Alcibiade, vestito da Trace, ubbriaco come un Trace, e che le sue spoglie e il suo volto erano meno cangiati della sua anima; di’ loro che dall’alto del suo castello egli ha veduto veleggiar per l’Ellesponto le navi di Lisandro che stan preparando le sue vendette; di’ che Alcibiade non ha amici in una città di traditori e di ingrati, ove l’esilio e la morte sono il premio di quelli che combattono e vincono per lei!...

Tras. (annichilito dalla sfuriata di Alcibiade, con voce supplichevole) Alcibiade...

Alcib. Va! va! Annunziami che han profanato il sepolcro di mia madre Dinòmache, sarai meno male accolto che non portandomi i saluti di Atene!... Va!... (con gesto imperioso gli interdice di replicare: Trasillo si allontana mestissimo e mortificato: Alcibiade lo richiama in sull’uscire) Aspetta!... (Trasillo si ferma in sulla soglia. Alcibiade evidentemente combattuto nell’interno dell’animo, vorrebbe dir qualche cosa: ma poi si riprende, e si limita a soggiungere con voce lenta e cupa, senza guardar Trasillo in volto) Salutami Socrate!

SCENA V. Detti meno TRASILLO.

Cim. (è rimasto nel frattempo in disparte con aria pensierosa di rincrescimento: partito Trasillo, si accosta ad Alcibiade e gli parla con voce piana, insinuante) Lo hai accolto molto male... quel povero Trasillo!... (Alcibiade non risponde, in preda a interna violenta lotta; ha il volto scuro, le braccia conserte, lo sguardo a terra. Cimoto incoraggiato dal suo silenzio, e come cercando di scrutarne l’animo, prosegue) È andato via atterrito e mortificato..., e Giove mi renda cieco, se non mi è parso vedergli cader due grosse lagrime dagli occhi... Alcibiade, permetti una parola al tuo buon Cimoto? (Alcibiade non risponde, nè cambia positura. Cimoto, più incoraggiato, prosegue)... Atene ti ha fatto molti torti, ma è pur sempre la terra dove sei nato: e non tutti i perversi sono Atene. Io so che tu l’ami, tuo malgrado... Vedi, tu sei più buono che non vuoi parere, e forse già ti rincresce di esserti lasciato trasportare. (Alcibiade fa un gesto vivissimo, come indispettito d’aver lasciato trasparire la interna commozione) Qualora i tuoi concittadini, ravvedendosi, pensassero...

Alcib. (rompendo bruscamente il silenzio) Qualora pensassero che le tue ciancie han finito per un pezzo di importunarmi, per i fulmini di Giove, avranno detto il vero, se tu mi parli ancora una volta di Atene. (Cimoto si ritrae mortificato e addolorato)

SCENA VI. Detti ed EUFEMO.

Beris. (rientrando) Oh, oh, Alcibiade, ti cercano ancora...

Alcib. (con istizza) Rimanda chiunque! non vo’ veder più nessuno!

Euf. (correndo ad Alcibiade) Tranne me, Alcibiade!... tranne me!

Alcib. Tu qui? (brusco) Anche tu da Atene?

Euf. Non da Atene! Dalla flotta vengo.

Alcib. (sorpreso) Quale flotta?...

Euf. Ma la nostra!... I duci ci han dato facoltà di sbarcare... ed io, sapendoti in questi luoghi, sono corso ad abbracciarti...

Alcib. (fatto improvvisamente attentissimo, a voce lenta, interrotta, che tradisce l’inquietudine) I duci... vi hanno dato... facoltà di sbarcare?... E dove?...

Euf. Alla foce di Egospótamo, rimpetto a Lámpsaco.

Alcib. Ah!... (rompe in un grido fortissimo di ira ed angoscia, che sorprende e spaventa gli astanti; poi prende violentemente per un braccio Eufemo e gli parla con voce soffocata dalla concitazione) E non sapete che a Lampsaco c’è Lisandro appostato in pieno assetto di battaglia; e se restate ad Egospotamo un giorno solo di più siete perduti?! Oh Numi! (con voce rotta, febbrile, tonante di collera) E son capitani, questi! Presto!... a me la corazza, le armi! (Cimoto dà segni di allegrezza e aiuta Alcibiade a vestirsi, associandosi alle sue esclamazioni) Ed è a questa gente che Atene affida le sue navi! Ma vedi, o Seute, se non ho ragione! se non sono traditori! La mia spada!... dove sono i duci? (ad Eufemo, mentre gira impetuoso per la stanza cercando le armi)

Euf. (sbalordito) A terra!

Alcib. Ah! imbecilli! sciagurati!

Cim. (ripete con indignazione comica le parole di Alcibiade) Imbecilli! imbecilli!

Alcib. (pur seguitando a cercare e ad indossar l’armi precipitosamente, alla rinfusa, fra esclamazioni e voci rotte di collera) Cimoto, un cavallo!

Cim. Ce ne sono già pronti![519] (dando segni di gioia, corre per andar via, ma prima di uscire, ritorna indietro verso Eufemo e con voce commossa, che vorrebbe essere brusca, gli dice) Non meritereste un corno! (esce correndo)

Alcib. (mentre si assetta la corazza con precipitazione convulsa) Portar la flotta proprio in bocca al nemico! Ma sono venduti a Lisandro costoro!... Ah! l’elmo... dov’è il mio elmo? (non trovandolo, ne strappa in furia uno appeso)

Seute. Che fai?! È il mio quello!...

Alcib. (badandogli appena) Non fa nulla! (ad Eufemo) Su, su, alla tenda dei duci! In groppa! in groppa! o Atene è perduta! Ah, sciagurati![520] (esce correndo, esclamando, bestemmiando e lasciando tutti attoniti)

Seute. (dopo ch’è uscito, con ammirazione) Due Traci come costui, e conquisto la Grecia!...

CALA LA TELA.