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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 cover

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Chapter 19: IX
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About This Book

La raccolta ricostruisce le origini e i primi due secoli dell'organizzazione politica fiorentina, esaminando le istituzioni comunali, le trasformazioni determinate dalle rivolte interne e le diverse forme della repubblica. Analizza statuti, corporazioni d'arti e mestieri, norme civili e penali, e aspetti economici e amministrativi attraverso indagini documentarie e lezioni rielaborate in vari anni. L'autore cerca di individuare cause e periodizzazioni delle trasformazioni politiche, confronta documenti e studi recenti e solleva l'esigenza di un coordinamento erudito più ampio per comporre una storia civile completa.

Capitolo II LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE

I[83]

I Longobardi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia, che oppressero duramente e lungamente, posero, come è noto, un duca in ciascuna delle città principali che occuparono. Roma restò libera da essi, perché v'era il Papa; Ravenna, perché ben presto vi fu l'Esarca, e quasi tutte le città poste sulla riva del mare furono preservate del pari, perché i Longobardi non erano navigatori, e avevano bisogno di chi facesse per loro il commercio marittimo. Questa è anzi la ragione per la quale le repubbliche come Venezia, Amalfi, Pisa, Napoli, Gaeta, sorsero prima delle altre. I duchi ebbero molta autorità e indipendenza; alcuni dei Ducati, massime ai confini, divennero cosí grossi, che somigliarono a piccoli regni, come furono quelli del Friuli, di Spoleto, di Benevento. Tutto questo contribuí non poco alla decomposizione del regno, ed alla caduta del dominio dei Longobardi, i quali non seppero mai all'ardire ed alla forza unire alcuna grande qualità politica.

Venuti i Franchi, posero invece dei duchi, i conti, i quali ebbero però minore importanza e piú piccolo territorio. Carlo Magno, uomo di grande ingegno politico, non voleva nel suo impero mantenere signori, che, per la voglia di rendersi indipendenti, ne potessero mettere a pericolo l'esistenza. Ma ai confini era pur necessario avere piú forte difesa; vi costituí quindi le Marche, che somigliarono ai piú grossi Ducati longobardi, e venero affidate a margravî o marchesi (Mark-grafen, conti di confine, marchesi o margravî). Cosí si formò anche il Marchesato di Toscana, la cui sede principale fu in Lucca, città che fin dal tempo dei Longobardi aveva, con un proprio duca, avuto non poca importanza, mentre che, come già ricordammo, Firenze era allora caduta in tanta oscurità da essere, nei documenti del tempo, ricordata come se fosse un borgo di Fiesole. Questi margravî divennero quasi da per tutto potentissimi, ed aspirarono a sempre maggiore grandezza. Da essi sorsero infatti uomini come Berengario, Arduino, che mirarono a costruire un regno d'Italia, s'opposero vigorosamente all'Impero, cui recarono spesso gravissimi danni, e mossero guerre sanguinose.

Non v'è quindi da maravigliarsi se la politica degl'Imperatori tedeschi fu piú tardi costantemente diretta ad indebolire in Italia i margravi ed i conti maggiori, dando esenzioni e benefizî ai vescovi, ai minori feudatarî, dichiarando ereditarî i benefizî concessi a questi ultimi, per renderli indipendenti dai maggiori e piú pericolosi. Ne crebbe quindi, specialmente in Lombardia, la loro importanza e cosí pure l'autorità politica dei vescovi, che divennero anch'essi veri e proprî conti. Ma in Toscana le cose andarono diversamente. Sia che la minor forza ed espansione, che ivi ebbe il feudalismo, lo rendesse meno temibile all'Impero; sia che, per la maggiore lontananza, riuscisse meno agevole governare il paese; sia pel bisogno d'avere nel centro d'Italia uno Stato forte, che facesse argine alla potenza crescente dei Papi; sia che questi ne favorissero la formazione, vedendovi un argine contro l'Impero; sia, come è probabile, per tutte queste ragioni insieme riunite, certo è che i duchi o marchesi di Toscana (giacché portavano l'uno o l'altro titolo) crebbero di forza e di potenza, e piú tardi divennero anch'essi minacciosi all'Impero. Ma ne rimase, al paragone della Lombardia, assai abbassata la potenza dei vescovi e dei conti, sotto il peso crescente dei margravî, che s'andavano d'ogni parte allargando, e sembravano qualche volta veri sovrani dell'Italia centrale. Per le stesse ragioni ne fu ritardato anche il sorgere delle città, massime di Firenze.

Già fin dalla seconda metà del decimo secolo, il marchese Ugo, di origine salica, chiamato il Grande, dominava la Toscana, il ducato di Spoleto, la Marca di Camerino; teneva, quasi come sovrano indipendente, la sua sede in Lucca, ed era favorito dagli Ottoni. I suoi successori continuarono a governare con autorità poco diversa dei duchi di Benevento, e Bonifazio III allargò il suo Stato anche nell'Italia superiore, tanto da dar ombra ad Enrico III, col quale seppe spesso lottare d'astuzia. Bonifazio, assai avido di potere, e d'indole dispotica, privò molti vescovi, conti e conventi de' loro beni, sia per impadronirsene, sia per darli a piú fidi vassalli. Aggravò la sua mano anche su quelle città, che, per la cresciuta loro importanza, aspiravano a qualche maggiore indipendenza. Fra queste erano principalmente Lucca e Pisa. La prima aveva prosperato per essere stata lungamente la sede principale del Ducato, la seconda dovette invece la sua prosperità al mare, su cui era, secondo la felice espressione dell'Amari, già libera, quando in terra rimaneva ancora soggetta. Firenze però viveva allora sempre modesta ed oscura, col suo piccolo commercio, circondata per tutto da castelli feudali.

L'anno 1037 Bonifazio aveva sposato Beatrice di Lorena, da cui ebbe nel 1046 la figlia Matilde, la celebre Contessa o Comitissa, come la chiamano i cronisti. Morto Bonifazio, assassinato nel 1052, Matilde si trovò ben presto a governare la Toscana e tutto il Ducato, insieme con la madre; piú tardi, alla morte di lei nel 1076, fu sola signora dei vasti dominî. Beatrice, donna assai religiosa, aveva, in seconde nozze, sposato Goffredo di Lorena, il cui fratello fu papa Stefano IX, e ciò li spinse sempre piú a favorire la politica papale, che fu poi da Matilde seguíta con passionato ardore. Questa donna d'alto animo e di energico carattere, quando si trovò sola, assunse subito con fermezza le redini del governo, e spesso la vediamo, colla spada al fianco, sui campi di battaglia. La sua politica condizione fu piena di pericoli, perché essa venne trascinata nell'aspra lotta, che scoppiò allora tra l'Impero e la Chiesa. Il grande e fiero Ildebrando condusse questa lotta dapprima come ispiratore di varî Papi; piú tardi, salito sulla cattedra di S. Pietro col nome di Gregorio VII, si trovò egli stesso a dirigerla di fronte ad Arrigo IV, ed ebbe in Matilde il piú franco e valido sostegno. In questo conflitto, che divise ed agitò l'intera Europa, molte furono, come era naturale, le opposte passioni che s'accesero in Italia. Le città che, come Pisa e Lucca, si tenevano oltraggiate dal duca Bonifazio, si dichiararono per l'Impero, che subito le favorí contro Matilde. Lo stesso fecero tutti i feudatarî scontenti, massime quelli che da Bonifazio erano stati spogliati dei loro beni. Matilde, è vero, piú di una volta li tolse a coloro cui erano stati arbitrariamente donati; ma di rado li restituí poi agli antichi possessori, preferendo concederli invece a chiese, a conventi, a suoi fedeli. E ciò dette nuova esca al fuoco. Ne nacque cosí un viluppo sempre piú intricato di opposte passioni, d'interessi in conflitto, fra i quali Firenze cominciò finalmente a cavarne vantaggio. Il suo spirito guelfo e la sua posizione commerciale, sulla via che conduce a Roma, l'avevano, sin dal principio, fatta inclinare verso la Chiesa, e la facevano adesso parteggiare apertamente per Beatrice e per Matilde, che perciò molto la favorirono.

II

Per lungo tempo si credette che sin dal 1102 la città avesse avuto i suoi Consoli, cioè la sua indipendenza, perché essi sono ricordati in un trattato, che ha questa data, col quale gli abitanti di Pogna le si sottomettevano. Ma riusciva difficile mettere in armonia un tal fatto con la dipendenza allora chiaramente manifesta di Firenze da Matilde. Piú tardi fu provato che la data del documento era sbagliata, e doveva mutarsi in 1182, quando realmente era avvenuta la sottomissione di Pogna. L'indipendenza della Città fu perciò portata a dopo del 1115, anno in cui morí la Contessa. Ma non riusciva poi facile spiegare le guerre che già prima la Città aveva mosse, per suo proprio conto, ed altri eventi di simile natura. La verità è che non si può assegnare un anno determinato alla nascita del Comune fiorentino, il quale s'andò lentamente formando e svolgendo dalle condizioni in cui Firenze s'era trovata sotto gli ultimi duchi o marchesi. Riassumiamo un momento il già detto. Noi abbiamo ricordato i tumulti popolari, degli anni 1063-68, contro il vescovo Mezzabarba, accusato di simonia, ed abbiamo narrato come finissero con la prova del fuoco, sostenuta da Pietro Igneo nel 1068. Citammo, a questo proposito, le lettere di S. Pier Damiano, indirizzate: civibus florentinis. Citammo pure un documento[84] in cui il clerus et populus florentinus si rivolgevano al Papa, e, narrando ciò che era accaduto, parlavano di un municipale praesidium, di un Praeses della Città, e di una superiore Potestas. Questo ci provò che la cittadinanza allora già sentiva la sua propria personalità, e che dentro le mura v'era già l'embrione d'un governo locale. La suprema Potestas era senza dubbio il duca Goffredo, marito di Beatrice: il Praeses era il loro rappresentante in Firenze. Dinanzi ad esso il Vescovo aveva minacciato di far trascinare, come vedemmo, i suoi avversarî, i cui beni sarebbero stati confiscati, egli diceva, se persistevano nella disubbidienza. Questo Preside comandava il praesidium, al quale si dava nome di municipale prima ancora che il municipio veramente esistesse, ed un tal nome ci prova che, almeno in massima parte, il presidio doveva essere composto di cittadini. Ma tutto ciò dimostra del pari che, quando Firenze faceva ancora parte integrante del Margraviato, le forme, le tradizioni, le idee romane prevalevano già tanto in essa, da far dare nomi romani ad istituzioni di origine feudale. Questo è un fatto sul quale dobbiamo ora fermarci, perché ne sorge una questione, che non è solo di forma, ma ha una vera importanza storica.

Un tale linguaggio non deve recare gran meraviglia, se pensiamo che lo studio degli elementi del diritto romano, unito a quello della retorica,[85] dell'ars dictandi, faceva allora parte del Trivium, e s'insegnava perciò largamente in Italia. Nella prima metà del secolo XI, uno studio anche piú elevato del diritto era già fiorente nella scuola di Ravenna, di dove faceva sentire la sua crescente azione in tutta la Romagna, e di là in Toscana. Pareva che questo diritto rifiorisse spontaneamente dal seno stesso delle popolazioni latine, in mezzo alle quali non s'era mai interamente perduto: nel suo nuovo vigore esso modificava, alterava le istituzioni, le legislazioni diverse con cui veniva a contatto.[86] Infatti nelle sentenze di Beatrice e di Matilde troviamo qualche volta citato il Digesto, che secondo la procedura del tempo, era portato nei tribunali da coloro che su di esso fondavano i loro diritti.[87] Che anche i Fiorentini attendessero a questo studio, e tenessero in gran pregio il diritto romano, ne abbiamo una prova abbastanza manifesta nelle opere di S. Pier Damiano. Egli ci narra d'una loro disputa giuridica, per la quale, verso la metà di quel secolo, avevano chiesto il parere dei sapientes di Ravenna, che, a suo grande disdegno, presumevano, coll'autorità del Digesto, alterare le prescrizioni del diritto canonico. E fra tali sapienti, egli dice, il piú impetuoso e sottile, era appunto un Fiorentino.[88] Un'altra prova se ne potrebbe vedere nella osservazione già fatta dal Ficker,[89] che cioè nei tribunali tenuti in Firenze e nel suo contado, assai di rado si trovarono presenti quegli assessori o causidici romagnoli, che abbondavano invece nei tribunali d'altre parti della Toscana. Questo vorrebbe dire, ci sembra, che i Fiorentini non avevano per ciò bisogno di ricorrere alla Romagna. Piú tardi, cioè verso la fine del secolo, cominciò a fiorire in Bologna la scuola d'Irnerio, che mirava all'esatta riproduzione, e promosse un vero rinascimento del diritto romano. Ma la scuola di Ravenna, nel tempo di cui qui parliamo, rappresentava invece una continuazione dell'antica sapienza, in parte decaduta, in parte alterata dai diversi elementi di civiltà, in mezzo ai quali sopravviveva, e che a sua volta andava profondamente modificando.[90] Una di queste alterazioni, assai notevole per le sue conseguenze, non solo giuridiche, ma anche politiche, seguí nella formazione e nell'indole del tribunale margraviale.

Noi sappiamo che Matilde, al pari de' suoi antecessori, amministrava, in nome dell'Impero, la giustizia, solennemente presiedendo i tribunali. Questo era anzi uno de' suoi principalissimi ufficî. Abbiamo parecchie delle sue decisioni, dalle quali possiamo vedere come era composto il tribunale. Accanto a lei sedevano alcuni grandi feudatarî; poi v'erano giudici, assessori, causidici e testimoni; poi il notaio. Già il Lami aveva osservato, che i giudici e specialmente gli assessori mutavano, secondo che la Contessa andava da città a città, il che gli dimostrava che non pochi di essi erano abitanti di quelle città in cui giudicavano.[91] Ed invero chi sono costoro in Firenze? Noi vi troviamo i Gherardi, i Caponsacchi, gli Uberti, i Donati, gli Ughi ed alcuni altri.[92] Questi erano sin d'allora i principali e piú autorevoli cittadini, i Bomi Homines, i Sapientes, gli stessi che piú tardi vedremo Consoli. È un piccolo numero di famiglie, che prima entrarono a far parte del tribunale margraviale, e poi si trovarono alla testa del Comune. Il mutamento politico venne agevolato, apparecchiato da un mutamento giuridico, seguito per la crescente azione del rinnovato diritto romano. Quale fu questo mutamento? La distinzione precisa delle diverse funzioni che, secondo il diritto germanico, spettavano al presidente del tribunale, il quale pronunziava la sentenza, o ai giudici, che l'apparecchiavano, applicando la legge, s'era andata perdendo. Qualche volta la Contessa sentenziava senza i giudici; piú spesso erano essi che facevano il processo, applicavano la legge, formulavano la sentenza, la quale veniva semplicemente sanzionata da lei, che si riduceva cosí ad essere, secondo dice il Ficker, un presidente inattivo.[93] Ciò vien confermato dal vedere come piú di una volta manchi nel tribunale la presenza stessa di Matilde, ed il processo rimanga interamente affidato ai giudici. Entrata che fu per questa via, le sue molte e gravi occupazioni politiche, le continue guerre in cui si trovava impegnata, dovettero aumentare il numero dei giudizî abbandonati a giudici cittadini. Ed il fatto doveva avere una grande importanza in un tempo nel quale l'amministrazione della giustizia era uno dei principali attributi della politica sovranità. Questi tribunali cittadini sono quindi un segno precursore della indipendenza comunale, prima che il Comune abbia ancora acquistato la sua vera autonomia, la sua piena personalità. La notevole mancanza di documenti, i quali provino la esistenza di giudizî presieduti da Matilde in Firenze, negli ultimi quindici anni della sua vita, è una conferma di quanto diciamo. Un fatto simile si riscontra ancora in quelle città toscane che erano rimaste fedeli all'Impero, giacché vi troviamo del pari esempi di tribunali, nei quali la giustizia non veniva amministrata da potestà feudali, ma da cittadini investiti dell'autorità giudiziaria dall'Imperatore.[94] Anch'essi sono un apparecchio all'indipendenza comunale, quantunque non ne siano veramente il principio, come alcuni pretesero.

Certo è che per questa e per altre vie, durante la lotta fra Matilde ed Arrigo IV, molte delle città toscane, parteggiando per la Chiesa o per l'Impero, venendone perciò efficacemente favorite, iniziarono cosí la propria indipendenza. Dopo la sconfitta data a Matilde nel Mantovano, l'anno 1081, Arrigo IV fece larghe concessioni a Pisa ed a Lucca, dimostratesi a lui amiche. In un diploma dato a Roma, il 23 giugno 1081, egli non solo garantiva a Lucca la integrità delle sue mura, ma le concedeva facoltà di non permettere ad alcuno di costruire castelli dentro le Città o nel contado, a sei miglia d'intorno, e le assicurava che non sarebbe costretta a edificare palazzo imperiale. Dichiarava inoltre che non manderebbe messo imperiale a pronunziar sentenze nella Città, riservando però il caso che fossero presenti l'Imperatore stesso, il suo figlio o il cancelliere. Finalmente annullava le perverse consuetudini imposte da Bonifazio III a danno di Lucca,[95] a cui dava libera facoltà di esercitare il proprio commercio nei mercati di S. Donnino e di Capannori, dai quali espressamente escludeva i Fiorentini. Quest'ultima clausola ci prova ad un tempo l'avversione dell'Impero contro Firenze, e l'importanza che doveva allora avere già preso il commercio di questa città. Nel medesimo anno, con un altro diploma, furono a Pisa garantite le sue antiche consuetudini, ed Arrigo le dichiarava, che non avrebbe nelle mura o territorio di essa mandato a far placiti alcun messo imperiale, appartenente ad altro contado. Ma, quello che è piú ancora, dichiarava che non manderebbe in Toscana alcun marchese, senza il consentimento di dodici Buoni Uomini, eletti dall'assemblea popolare, radunata in Pisa al suono della campana.[96] Qui, se noi ancora non vediamo apparire i Consoli, abbiamo però in questi Buoni Uomini o Sapientes eletti dal popolo, i loro precursori, ed abbiamo già una popolare assemblea. Se il Comune non è ancora nato, lo vediamo, si può dire, nascere sotto i nostri occhi. Notevolissimo è poi (se non v'è qualche interpolazione) il trovare sottomesso all'approvazione del popolo l'invio di un margravio imperiale. Questo accennerebbe anche al bisogno (inattuabile finché viveva Matilde) di assumere direttamente il governo del Margraviato, cosa che, dopo la morte di lei, fu davvero tentata, ma che anche allora solo in piccola parte e per breve tempo poté, come vedremo, riuscire.

III

Ma le condizioni di Firenze erano molto diverse da quelle di Pisa e di Lucca. Queste due città, già lo vedemmo, erano da gran tempo state piú prospere. Esse avevano spesso combattuto fra loro; Pisa, fiera e baldanzosa sui mari, aveva, sin dalla metà del decimo secolo, cominciato una guerra lunga ed ardita contro i Musulmani in Sicilia, nella Spagna, in Africa.[97] Firenze, invece, parteggiando per Matilde, si trovava di necessità nemica di tutta quella grossa nobiltà feudale del contado, che da ogni parte la circondava, e che, sin dai tempi di Bonifazio III, scontenta del modo come era stata trattata dai marchesi di Toscana, aderiva in parte non piccola all'Impero. Il suo antagonismo con la Città era reso maggiore, non solamente dall'essere i nobili di origine germanica, come germaniche erano le istituzioni feudali, quando invece in Firenze s'era riunita una popolazione principalmente artigiana, di origine e di tradizioni romane; ma anche dalla stessa posizione geografica della Città. Se questa fosse stata sulla pianura, come Pisa e Lucca, o sul monte, come Siena ed Arezzo, la nobiltà feudale avrebbe avuto assai maggiore interesse ad entrarvi. Ma si trovava in una valle, in mezzo ad un cerchio di colline, su cui s'erano incastellati i nobili, che da ogni lato la circondavano minacciavano e stringevano, chiudendo tutte le vie al suo commercio.

Queste condizioni geografiche portarono conseguenze non lievi nel destino futuro di Firenze; anzi contribuirono non poco a dare alla sua storia la particolare fisonomia che essa ebbe. Prima di tutto ne resultò piú inevitabile, piú sanguinoso il conflitto tra i nobili feudali e la Città, che sin dal principio dimostrò un carattere assai piú democratico; ne fu inoltre molto ritardata la proclamazione d'indipendenza. Perché questa fosse possibile, era infatti necessario che Firenze giungesse ad aver forze sue proprie, tali da poter combattere contro i tanti nemici che l'accerchiavano. Fino a che ciò non avveniva, ogni suo interesse la induceva a starsene amica e sottomessa a Matilde, che sola poteva tenere a freno i nobili, e che, abbandonandola, l'avrebbe lasciata in preda sicura ai loro odî. Ciò spiega, insieme col ritardo della proclamata indipendenza, anche la totale mancanza di documenti intorno alle origini di un Comune, il quale aveva già acquistato forze notevoli, e cominciava a far guerre per suo conto, prima che avesse una esistenza ufficialmente riconosciuta. Quelle guerre continuavano ad esser fatte in nome di Matilde, che qualche volta si trovava presente in campo; la Città non compariva nei pubblici atti, perché non aveva ancora una personalità propria. Ciò non ostante, noi dobbiamo riconoscere i primi segni della sua vita comunale nelle guerre da essa cominciate contro i nobili del contado, a tutela del proprio commercio, guerre che andarono sempre crescendo di numero e di forza, né cessarono mai fino al totale annientamento d'ogni nobiltà feudale. Questo fu il punto di partenza e il punto di mira di tutta quanta la storia fiorentina.

Di certo, sin dal principio noi troviamo anche in Firenze non poche famiglie che possono dirsi nobili. Tali sono i Donati, i Caponsacchi, gli Uberti, i Lamberti e quegli altri che abbiam visti nei tribunali, e troveremo fra poco nel Consolato. Sono essi che comandano, che governano, che stanno alla testa della Città. Ma non erano né conti, né marchesi, né duchi, come i conti Cadolingi, Guidi, Alberti, che dimoravano nel contado; non appartenevano a quei Cattani lombardi, come li chiamavano allora, per indicare appunto la loro origine germanica. Piú che veri nobili, essi erano dei Boni Homines, dei Grandi,[98] senza titoli feudali; gente salita in Città a maggiore fortuna, o discesa dalla piccola nobiltà feudale, oppressa nel contado, e rifugiatasi perciò dentro le mura. Essi ben presto s'assimilarono col popolo, alla cui testa si trovarono; presero parte a tutte le sue guerre contro i vicini castelli, e le guidarono. Né è raro il caso, come vedremo, di trovare piú tardi alcuni di essi, che esercitano il commercio o sono a capo delle Arti, non appena che queste si furono costituite un po' stabilmente. Ed è un fatto certo non privo d'importanza, il vedere che nei tumulti seguiti a Pisa, a Siena, altrove, s'incontrano spesso veri e propri nobili cittadini, come conti, visconti e simili, i quali non s'incontrano mai a Firenze. Nei documenti non c'è quasi mai avvenuto, quando si parla dei Fiorentini, d'imbatterci nella parola nobiles, che invece è usata non di rado quando si parla dei Pisani, dei Senesi o di altri. Troviamo, è vero, di frequente, la parola Milites; ma se questi non erano popolani, che certo allora non facevano parte della cavalleria, non erano in Firenze neppure nobili feudali; erano quei maggiori cittadini, che non attendevano ai mestieri, quei Grandi, di cui abbiamo piú sopra fatto cenno. Accolti da Matilde nei tribunali, adoperati da lei in piú modi, essi comandavano il municipale praesidium, ad essi era molto probabilmente affidato l'ufficio di Præses, essi conducevano le guerre. Piú culti, piú ricchi, piú adatti alla politica ed alle armi, perché non costretti al lavoro giornaliero, erano quei Boni viri, quei Sapientes, quei Milites, che troviamo piú o meno per tutto, e qui con un carattere diverso.

Ma con questo Preside e presidio, con questi tribunali, sappiamo assai poco del modo in cui era governata, amministrata una società, la quale già cominciava a prosperare non poco, ad avere svariati interessi. Il governo esercitato da Matilde doveva in Firenze essere poca cosa, una volta che la Città poté cominciare a far guerre per proprio conto, nel suo proprio interesse, sia pure che le facesse ancora in nome di lei. A misura che la sua prosperità commerciale cresceva, e la lotta coll'Impero teneva Matilde sempre piú occupata, la Città doveva rimanere sempre piú abbandonata a sé stessa. La conseguenza fu che sin d'allora si andarono formando quelle associazioni, in cui la cittadinanza si divise ed organizzò, e che piú tardi noi troviamo già forti e vigorose. Questo faceva sí che quasi senza un governo centrale, esistesse un governo locale, e che le forze del Comune s'apparecchiassero di lunga mano, prima che esso proclamasse la sua indipendenza. E spiega come è che quando esso fu sorto davvero, poté subito con grande rapidità progredire e mettersi a capo della Toscana. Certo è che, nella seconda metà del secolo XII, noi vediamo da una parte i Grandi o, se cosí vogliamo chiamarli, i nobili ordinati in Società delle torri, delle quali ben presto troveremo anche gli statuti; e vediamo dall'altra le associazioni delle Arti non solo esistere, ma avere anche una politica importanza tale da far loro assumere qualche volta la rappresentanza stessa della Repubblica. È possibile supporre che ciò avvenisse senza una lunga preparazione antecedente? Le Scholae, da cui vennero poi le Arti, non continuarono nel basso Impero, non le troviamo in tutto il Medio Evo dividere la società intera, anche l'esercito, anche gli stranieri a Roma, a Ravenna? Potevano averle distrutte i barbari, che non esercitavano i mestieri, di cui pure avevano bisogno? Il commercio e l'industria fiorentina erano già, sotto la contessa Matilde, cresciuti di certo. Il diploma del 1081 ce ne ha dato una prova, e le prime guerre iniziate dai Fiorentini, nell'interesse del loro commercio, ce ne dànno una sicura conferma. Se in tali condizioni noi non ammettessimo le associazioni delle Arti, dovremmo ammettere sin d'allora l'operaio moderno, isolato, indipendente, il che non è possibile nel Medio Evo. Era un tempo in cui tutti i mestieri venivano esercitati da gruppi di famiglie, e tradizionalmente si trasmettevano da padre in figlio. Spesso anche gli ufficî pubblici venivano serbati ad alcune famiglie. Era una società di gruppi e di caste, quella da cui il Comune cavò poi lo Stato moderno, ma di questo non v'era allora neppur l'idea. Supporre, come fanno alcuni, che le Arti sieno cominciate solo quando ebbero proprî statuti, è assurdo. Questi formularono sempre ciò che da un pezzo già esisteva, ed a Firenze ogni cosa ci fa credere che le associazioni, sebbene ancora embrionali, delle Arti e delle Torri, dovettero precedere la formazione del Comune, che da esse si svolse.

IV

Da per tutto noi vediamo del resto, in modo diverso, un lungo periodo d'incubazione, che precedette la formazione del Comune, il quale nacque, come era naturale, dagli elementi preesistenti. La celebre Concordia che il vescovo Daiberto fece a Pisa, circa il 1090, forse anche qualche anno prima,[99] dimostra che i nobili erano organizzati e fieramente si combattevano fra loro colle torri, che egli indusse a demolire in parte, con solenne giuramento di non oltrepassare mai l'altezza di 36 braccia, la quale era stata già prima determinata nel diploma di Enrico IV (1081).[100] E colui, cosí proseguiva la Concordia, che crederà essere ingiustamente danneggiato nelle sue case, dovrà querelarsene ad commune Colloquium Civitatis; né la casa del disturbatore potrà essere demolita, senza l'approvazione della cittadinanza intera.[101]

Da tutto questo documento si vede non solo che i nobili pisani erano già organizzati; ma che avevano dentro la Città una importanza non mai avuta a Firenze.[102] Ancora non troviamo i Consoli, e se ci fossero stati, il documento li avrebbe certo nominati. Vi sono però tutti gli elementi che costituiranno quel Comune assai piú aristocratico del fiorentino.[103] Si vede in fatti già un commune Consilium di Sapientes o Boni homines, che è una specie di Senato, ed il commune Colloquium di tutti i cittadini, che sarà poi il Parlamento o Arrengo. Cinque Sapientes, di cui si danno i nomi, si trovano accanto al Vescovo.[104] Essi sono gl'immediati precursori, i Vorbilder, (come dice giustamente il Pawinski) dei Consoli, che poco dopo, nel 1094, troviamo finalmente nominati in un'altra Concordia dello stesso Daiberto. Alla loro autorità (huius civitatis Consulibus) egli esplicitamente se ne appella, ordinando che fossero lasciati in pace i fabbri, i quali attendevano ai lavori che eran tenuti fare al Duomo.[105] Il Comune pisano adunque è preceduto da una lotta di nobili armati ed ordinati intorno alle loro torri, ed i suoi Consoli sono nominati la prima volta a difesa dei fabbri.

L'esistenza delle Arti fin dal secolo IX in Venezia viene accertata dalla cronaca Altinate, la quale ci prova che sin d'allora esistevano alcune maggiori industrie, esercitate da determinate famiglie, ed i mestieri propriamente detti o ministeria, assai piú umili, costituiti già come consorzî di persone, che esercitavano l'arte loro, con regole tradizionali, definite. Questi mestieri o ministeria indicavano una condizione non perfettamente libera, giacché coloro che vi appartenevano erano tenuti a prestare allo Stato alcuni servizî gratuiti. Le industrie maggiori, invece, come quelle del mosaico, dell'architettura e simili, che richiedevano piú coltura ed ingegno, esercitate dalle principali famiglie, erano conciliabili con gli ufficî politici dello Stato.[106] Un documento del secolo XI ci dimostra che allora l'Arte dei fabbri era costituita con a capo un Gastaldo, contro il quale uno dei membri ricorse al Doge, per aver giustizia, secondo le consuetudini non ancora scritte.[107] Tutto ciò costringe a credere che l'esistenza delle Arti e delle associazioni in genere, nelle quali la cittadinanza dei Comuni si trova piú tardi divisa, era antichissima, e che a Firenze come altrove erano costituite già prima che il Comune avesse proclamato la sua indipendenza. Altrimenti sarebbe impossibile spiegarsi l'esistenza d'una città che, senza quasi avere un governo visibile, già prosperava nel commercio, e faceva guerre per proprio conto. Tutti i fatti che seguono e dei quali non si può dubitare, resterebbero inesplicabili.

V

Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche Scholae, trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria, forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città, chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto, e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero, contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità del Comune.

Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera, quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre, assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí si spiega piú facilmente la vittoria.[109]

Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. Florentini iuxsta Pesa Comites vicerunt, dicono gli Annales I, i quali incominciano appunto con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I Comites qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero per antonomasia chiamati i Conti. In Val di Pesa furono nel 1110 combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche Cattani lombardi, che possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza, quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle genti di Matilde.

Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119, quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel 1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV, 29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato, che ancora non aveva l'appellativo al Tedesco. La confusione però secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113 vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119, quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto, nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa: il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di Signa, Prato e Val d'Elsa.

Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari, dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier, al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava. Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo, nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto, assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita, perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista, comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.

Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S. Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia, erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore, fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni, e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112] L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà, in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto: «ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena fede.

VI

L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile: quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo rappresentante, col titolo di Marchio, Iudex, Praeses, ad assumerne in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città, che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di questo partito sono di continuo chiamati addirittura Teutonici.[113]

Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo, quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde, ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto, continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a spiegarlo.

Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo, è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era, non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero, si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo, sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso, e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso nella formazione del nuovo governo.

E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei Teutonici, né che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare, sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli Annales, altri non pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora, quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge, che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté per la fede, essendosi nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei, e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma, sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con un moto religioso, ed è certo ancora che gli Annales I, all'anno 1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici. Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che era certo principalissimo.

In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato, nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti. Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla, ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177, aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso agli Uberti, che reggievano la Cittade, e quasi tutta l'arse, che poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117] Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che reggevano la Città.

E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti, di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione, noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam visto che anche la leggenda del Libro Fiesolano, respingendo questa origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli eretici?[118]

VII

Ma chi vinse intanto nella lotta seguita dopo la morte di Matilde? I fatti lo provano abbastanza chiaramente. Nell'anno 1119 i Fiorentini uscirono a dar quell'ultimo assalto al castello di Monte Cascioli, cui abbiamo sopra accennato. Ed è in questo momento che incontriamo davvero il già menzionato Rempoctus[119] o Rabodo, che il Villani (IV, 29) con altri cronisti, fa apparire nel 1113, chiamandolo Roberto tedesco, vicario imperiale, e facendolo quell'anno morire in guerra, a difesa del castello. Noi abbiam detto che allora non potevano esserci vicarî imperiali in Toscana, dove furono mandati dopo la morte di Matilde. Infatti i documenti solo adesso cominciano a parlarne, trovandosi l'11 settembre 1116, per la prima volta, ricordato Rabodo ex largitione Imperatoris Marchio Tusciae;[120] e nel 1119, Rabodo Dei gratia si quid est,[121] la stessa formola di cui si serviva Matilde ne' suoi diplomi. Nel 1120 esso scomparisce dalla scena, ed in sua vece troviamo il margravio Corrado. Possiamo dunque ritenere, che Rabodo veramente morí alla difesa di Monte Cascioli, nel 1119, per opera dei Fiorentini, i quali allora finalmente riuscirono a demolire del tutto e bruciare il castello.[122] E cosí la prima loro impresa, dopo la morte di Matilde, fu la distruzione d'un castello dei Cadolingi, con la disfatta e l'uccisione del primo vicario imperiale, mandato allora in Toscana. Ce n'è piú che d'avanzo, per sapere quale fu l'attitudine che essi presero di fronte all'Impero ed ai Teutonici.

L'altro fatto piú notevole ancora, che seguí poco dopo, fu la presa e distruzione di Fiesole nel 1125. Il Sanzanome, che da questa guerra fa incominciare la storia, come esso dice, moderna di Firenze, ce ne dà una descrizione assai lunga, retorica, ampollosa. Dalla quale però caviamo che la vera origine del conflitto fu principalmente il commercio. I Fiesolani avrebbero malmenato, spogliato d'ogni suo avere un mercante fiorentino, che, con le proprie mercatanzie, passava tranquillo per la loro città. E questo fatto, unito alla memoria degli antichi rancori, di altre recenti depredazioni, avrebbe acceso gli animi alla guerra. Immantinente factum est Consilium per tunc dominantes Consules de processu. Uno dei primi cittadini arringò il popolo, incominciando: Si de nobili Romanorum prosapia originem duximus.... decet nos patrum adherere vestigiis. Dopo di che, illico a Consulibus exivit edictum. Un Fiesolano, invece, alludendo alla origine leggendaria della propria città, cosí cominciava la sua perorazione: Viri frates, qui ab Ytalo sumpsistis originem, a quo tota Ytalia dicitur esse derivata. Tutta questa retorica erudita, che, in uno scrittore dei primi del secolo XIII, ci fa sempre piú vedere quanto pieni di tradizioni romane fossero gli antichi Fiorentini, innanzi e dopo la formazione del loro Comune, non può nascondere l'origine vera della guerra, quale ci vien confermata anche dal Villani, che incomincia adesso ad avere assai maggiore importanza storica. Fiesole, questi dice, era divenuta un vero nido di Cattani e masnadieri, i quali infestavano le strade ed il contado fiorentino.[123] Eran sempre quei signori feudali, che dalle loro rocche volevano impedire il commercio e l'espansione del Comune.

Ma in questo caso v'erano speciali ragioni, che dovevano rendere inevitabile e piú sanguinosa la guerra. I comitati o contadi delle due città s'erano, come avvenne anche altrove, formati sul territorio delle diocesi, che a lor volta erano stati calcati sulle antiche divisioni romane. Essendo però, non solo vicini, ma quasi intrecciati, compenetrati fra loro, e i rispettivi vescovi non avendo mai avuto, come in Lombardia, l'autorità ed il potere di conti, ne seguí, che finirono col formare una sola giudiciaria. I documenti infatti parlano spessissimo del contado o giudiciaria di Fiesole e di Firenze, come se fosse una sola medesima cosa. Era quindi naturale che, alla morte di Matilde, Firenze, col divenire un Comune indipendente, volesse dominare sui due contadi, come era naturale che Fiesole a ciò si opponesse vivamente, e però, sebbene assai piú piccola, valendosi della sua forte e fortificata posizione, s'alleasse coi nobili di contado, li accogliesse nella sua rocca, e di là dessero insieme noia continua ai mercanti fiorentini, e depredassero le campagne. Cosí incominciò la guerra. I particolari di essa ci restano ignoti, perché il Sanzanome li esagera in modo da renderli incredibili, e gli altri ne tacciono affatto.[124] Non dovette però essere breve, né facile, a cagione della forte posizione di Fiesole, e fini certo con stragi crudeli, con la quasi distruzione di quella città. Né ce lo dicono solo i cronisti. L'abate Atto di Vallombrosa, poco dopo, invocava da papa Onorio II perdono pro Florentinorum excessibus, adducendo, a loro scusa, che fra di essi v'erano pure vecchi, donne e bambini, che certo non avevano potuto prender parte alla fesulana destruccio, e che molti di quelli che erano andati al campo, dichiaravano ora di volersi correggere, perché sinceramente pentiti di tutti gli eccessi, che non meditata nequitia commisere.[125] La memoria del fatto, sopravvissuta poi lungamente in Firenze, s'incontra spesso nei documenti,[126] ed è certo che con esso e con la disfatta del vicario imperiale a Monte Cascioli, la indipendenza del Comune fu assicurata stabilmente.

VIII

Nessuno può dubitare che Firenze avesse ora un proprio governo coi suoi Consoli, sebbene nei documenti che abbiamo, si trovino menzionati la prima volta solo nel 1138. Il Sanzanome però ce ne parla esplicitamente nella impresa contro Fiesole, quando, come vedemmo, fa da essi deliberare la guerra. Ma quale è l'origine vera e la natura di questo nuovo magistrato? Fu da molti sostenuta l'opinione, che i Consoli derivassero generalmente dagli antichi giudici. In Lombardia sarebbero stati non altro che una trasformazione degli Scabini franchi, e sarebbe quindi assai naturale che fossero in Firenze una trasformazione dei giudici del tribunale margraviale, ai quali Matilde aveva, già assai prima di morire, abbandonato l'ufficio di pronunziare le sentenze. Ma questa è un'idea, che ormai non può piú sostenersi, perché contiene una parte sola del vero. Quando, infatti, noi vediamo i Consoli nell'esercizio delle loro funzioni, che cosa essi sono, che cosa essi fanno, secondo i cronisti e secondo i documenti? Conducono le guerre: conchiudon trattati in nome di tutto il popolo, che rappresentano; governano la Città; amministrano la giustizia. E quest'ultimo è a Firenze come altrove, uno dei loro ufficî, il quale essi adempiono, perché strettamente connesso coll'esercizio del potere politico, che è la vera e principalissima loro funzione. D'altronde che cosa è che fa veramente nascere il Comune fiorentino? La mancanza appunto di quella superiore autorità politica che sino allora aveva comandato in Toscana, il bisogno di condurre le guerre contro gli antichi e nuovi nemici. Il carattere politico ed il carattere militare dovevano adunque di necessità prevalere.

Ed in questo concetto dobbiamo confermarci ancora, se esaminiamo come era costituito il tribunale dei Consoli. Dapprima sembra che tutti o parte di essi indistintamente lo presiedessero; piú tardi tre di essi, scelti a turno, e chiamati Consules super facto iustitiae, o anche Consules de iustitia, presiedono per un mese; piú tardi ancora sono due che presiedono per due mesi, e finalmente, quando però il governo primitivo ha mutato natura, ve n'è uno solo che presiede per tutto l'anno.[127] Potevano essere o non essere uomini periti in legge, giacché non facevano che pronunziare, confermare la sentenza, ma non l'apparecchiavano, né la formulavano. A quest'ufficio attendeva un vero e proprio iudex ordinarius pro Comune, con tre Provveditori o Provisores, che studiavano il processo e scrivevano la sentenza. I Consoli non facevano che presiedere il tribunale, e quando mancavano, il che pur seguiva qualche volta, esso funzionava da sé. Il posto adunque che vi pigliavano era in sostanza quello di Matilde, di chi cioè rappresentava la sovranità, non quello de' suoi giudici.[128]

L'indole vera del nuovo governo noi la possiamo intendere meglio, esaminando piuttosto quali erano i diversi elementi che costituivano la cittadinanza, dai quali esso necessariamente si svolse. Due, come sappiamo, erano le classi principali e gl'interessi che si dividevano la Città: le associazioni cioè delle Arti e quelle dei Grandi o delle Torri. La forza del numero stava di gran lunga dalla parte del popolo; ma i Grandi avevano assai piú la cultura, l'educazione alle armi ed alla politica, l'arte di governo già da essi in parte esercitata. Quindi è che da essi vennero i Consoli, i quali, in sul principio, s'aggirarono in un numero assai ristretto di famiglie, tanto da sembrare poco meno che ereditarî. La sventura di Firenze, come del resto anche degli altri Comuni, esclusa Venezia, fu che i Grandi non poterono mai andare d'accordo fra loro. La nobiltà feudale fu in Italia come una pianta esotica, portata sopra un terreno ingrato. Di origine germanica, essa formava altrove parte di tutto un sistema politico; era capitanata dall'Imperatore intorno a cui si stringeva; ebbe delle virtú qualche volta eroiche; dette origine ad una particolare forma di civiltà, ad una letteratura che fiorí nella Francia e nella Germania, non mai in Italia, molto meno poi in Toscana. I nostri signori feudali dominati solo da interessi personali, s'appoggiavano all'Impero, per combattere il Papa; al Papa, per combattere l'Impero; all'uno o all'altro indistintamente, per combattere le città. E questo seguiva di continuo anche nel contado fiorentino. I Grandi che risiedevano dentro le mura della Città, erano, è vero, d'indole assai diversa, molto piú vicini al popolo, con cui si accomunavano; ma erano composti di elementi assai discordi, perché alcuni di loro erano venuti su dal popolo; altri discesi dai castelli feudali, con cui avevano aderenze, da cui speravano aiuti. L'ambizione del potere ben presto li divise, e la facilità con cui gli uni trovavano favore negli artigiani, quando gli altri lo cercavano e lo avevano nel contado, fecero da questi semi rapidamente germogliare le civili discordie. Piú tardi poi, con l'aumentarsi di coloro che dai castelli venivano in Città, si formò tra di essi un vero partito aristocratico, ghibellino, contro il partito guelfo e popolare. Ma siamo ancora assai lontani da ciò, perché l'interesse generale di far guerra ai signori del contado, prevalse lungamente su tutto e su tutti, da essa dipendendo l'esistenza stessa del Comune.

Da quanto abbiam detto fin qui risulta sempre piú chiaro, che due ordini ben distinti di cittadini già esistevano in Firenze: il popolo o le Arti, ed i Grandi. Se il nuovo governo fosse sorto solo dalle Arti, avrebbe preso la forma d'un ordinamento secondo i mestieri. Se fosse sorto invece solo dai Grandi, avrebbe dato origine ad un ordinamento regionale, locale, secondo i Sestieri della Città, nei quali essi erano sparsi. Questa diversa tendenza noi la troviamo in tutti i Comuni italiani. A Roma prevalse l'ordinamento per Regioni o Rioni; a Firenze invece prevalse col tempo quello per Arti, a cagione della grandissima prosperità che ebbero in essa il commercio e l'industria. Ma intanto il predominio morale dei Grandi, le necessità urgenti della guerra, per la quale l'esercito poteva assai piú facilmente raccogliersi ed ordinarsi a Sestieri, favorirono un ordinamento locale, ed i Consoli furono quindi eletti per Sestieri.[129]

Che i Grandi fossero allora già costituiti in Società delle Torri, può ritenersi provato dai documenti. Uno del 1165 parla di esse come già esistenti da un pezzo,[130] e poco dopo troviamo nelle pergamene dell'Archivio fiorentino addirittura brani dei loro Statuti.[131] La torre era proprietà comune dei socî o consorti, i quali non potevano lasciare la loro parte a chi non fosse della Società, o non venisse ammesso col voto di tutti i componenti meno uno. Le donne erano naturalmente escluse. Le spese per mantenere, armare la torre, che era in comunicazione con le case vicine dei consorti, e serviva a loro comune difesa, erano a carico di tutti. Tre o piú Rettori, che qualche volta sono chiamati anche Consoli, governavano la Società, erano arbitri delle liti, e sceglievano i loro successori. Questi Rettori e loro consorti sono quelli che troviamo ora alla testa del governo; i documenti provano chiaro che i Consoli del Comune sono quasi tutti di famiglie che fanno parte delle Società delle Torri. Il vedere poi che alcuni di essi, come ad esempio i Cavalcanti ed altri non pochi,[132] si trovano qualche volta anche Consoli delle Arti, è una prova certa della buona armonia in cui essi, come già piú volte dicemmo, erano col popolo. L'ordinamento di queste Società, simile in qualche modo a quello delle Arti, da cui forse era stato ispirato, non aveva nulla di veramente feudale.[133] Se fossero in Città prevalsi solo gli Uberti, piú aristocratici, le cose avrebbero di certo preso ben altro aspetto; ma essi dovettero, sebbene di mala voglia, cedere alla forza degli eventi, che spesso furono loro avversi. Assai di rado infatti li troviamo nel consolato prima del 1177, quando cominciarono ad entrarvi piú spesso, dopo aver fatto una vera rivoluzione. E ciò conferma che nel 1115 essi avevano subito uno scacco. Il governo consolare venne allora in mano di parecchie famiglie di Grandi, amiche del popolo, che prevalse nelle assemblee, senza le quali non si decideva nessuna delle grandi questioni e dei grandi interessi dello Stato.

I Consoli erano eletti in principio d'anno,[134] due per Sesto, tale almeno sembra il loro numero normale, quantunque non sia certo, né paia sempre costante. Fra questi dodici, due, scelti a turno, funzionavano da capi del collegio, ed erano detti Consules priores. Cosí ne seguí che i cronisti usarono nominare solo due, e qualche volta uno solo dei Consoli. I documenti ne nominano due, tre o piú, che stanno però sempre a rappresentare anche i colleghi, di cui si danno spesso i nomi. Di rado, e solamente in casi eccezionali, se ne trovano ricordati piú di 12,[135] forse perché gli uscenti erano stati in ufficio alcuni giorni insieme coi nuovi eletti, o per altra causa temporanea a noi ignota. Tutto ciò non farà maraviglia, se si tien presente, che la costituzione fiorentina è ora in uno stato di formazione, quindi sempre incerta e mutabile, di che ne avremo molte altre prove.

IX

Importa qui osservare la parte che aveva il popolo nella costituzione. Che le Arti fossero solidamente ordinate nei primi del secolo XII, è fuori di ogni dubbio. Il Villani ci dice che i Consoli dei Mercanti o sia dell'Arte di Calimala, verso il 1150 «ebbero in guardia dal Comune di Firenze la fabbrica dell'opera di S. Giovanni». (I, 60). Ma quello che è piú, noi troviamo che il 3 febbraio 1182 gli uomini di Empoli, sottomettendosi a Firenze, si obbligarono a pagare ogni anno 50 libbre di buoni danari, che dovevano dare ai Consoli o Rettori della Città, e quando non vi fossero, ai Consoli dei Mercanti, che avrebbero ricevuto come rappresentati il Comune.[136] Ora se questi avevano già acquistato una tale importanza nel 1182, è chiaro che ciò deve far credere ad una esistenza assai piú antica dell'Arte. E se si pensa che si tratta dell'Arte di Calimala, quella cioè che raffinava e tingeva i panni di lana, fabbricati all'estero, massime in Fiandra, che poi da Firenze andavano in tutti i mercati stranieri, si capirà a che grado di prodigioso svolgimento dovesse essere già arrivato il commercio fiorentino, e quanto piú antico bisogna perciò credere l'ordinamento di molte delle sue Arti. Un solo esempio, è ben vero, proverebbe assai poco, perché potrebbe interpetrarsi in piú modi; ma ne abbiamo anche altri. Il 21 luglio del 1184 si faceva alleanza tra Lucca e Firenze, con la dichiarazione, che i patti potevano essere modificati dai Consoli fiorentini a comuni populo electi, e da 25 Consiglieri, tra cui era espressamente stipulato, che dovevano essere compresi i Consoli dei Mercanti.[137] Ed il 14 luglio del 1193, nella sottomissione degli uomini di Trebbio, i sette Rectores qui sunt super Capitibus Artium avevano essi soli l'incarico di far inserire i patti nel Costituto della Città.[138]

Ma qui si presenta un'ultima osservazione, la quale ci fa vedere di nuovo quanto incerto e mutabile fosse ancora questo governo. I documenti, nell'accennare a quelli che erano a capo del Comune, dicono quasi sempre: Consules seu Rectores vel Rector, e piú tardi aggiungono ancora: Potestas sive Dominator.[139] Tutte queste parole avevano allora un significato assai generale. Pure lo scrivere nei trattati di pace, di alleanza o in altri solenni documenti: i Consoli o i Rettori o la Potestà, deve avere una qualche ragione, e tanto piú dovrà averla, se si aggiunge che spesso dicevano pure: Consules qui pro tempore erint, et si non erint ne faranno le veci i Rettori o la Potestà o i Consoli delle Arti. Perché tanta incertezza nell'indicare il supremo magistrato della Repubblica? Noi non troviamo che una sola spiegazione possibile. Il governo reale, efficace della Città era in mano delle associazioni; l'ufficio dei Consoli aveva poche attribuzioni, né mai ebbe l'importanza e la forza d'un governo centrale, quale noi lo immaginiamo oggi. Lo stesso può dirsi anche dei Priori, degli Anziani e degli altri, che vennero dopo; ma è piú che mai vero per i Consoli, i quali riunirono la prima volta in un governo solo le varie associazioni della Città. Si prevedeva quindi che, per una ragione qualunque, non fossero stati nominati, nel qual caso i Rettori delle Torri o delle Arti avrebbero naturalmente assunto quel potere che da essi emanava direttamente. Noi però non troviamo atti pubblici, compiuti in nome di questi Rettori, il che prova che il caso, preveduto come possibile, di rado s'avverava.

Piú volte trovammo menzionati i Consiliarii, fra i quali vedemmo compresi i rappresentanti delle Arti. Sappiamo infatti che a Firenze, come in tutti i Comuni italiani, v'era un Consiglio, che il Villani (IV 7, e V. 32) ci dice essere chiamato, «secondo l'usanza data dai Romani ai Fiorentini», Senato, e composto di cento Buoni Uomini. Nei documenti, è vero, essi sono quasi sempre chiamati Consiliarii, una sola volta avendo noi incontrato la parola Senator;[140] ma Senato o Consiglio, Senatori e Consiglieri erano parole che si adoperavano allora spesso l'una per l'altra, massime quando si trattava d'un Consiglio ristretto o Speciale, come si disse piú tardi. Il numero dei Consiglieri non lo troviamo mai con precisione determinato nei documenti; crediamo però che quello ricordato dal Villani sia alquanto al di sotto del vero, perché abbiamo un giuramento dato da 133 Consiglieri.[141] Forse se ne eleggevano 20 o 25 per Sestiere, numero che poteva anche non essere costantemente lo stesso, dal che ne seguiva che il Consiglio si poteva, con vocabolo approssimativo, chiamare dei Cento. Ad esso bisogna aggiungere il Parlamento, detto pure Arengo,[142] che era un'adunanza generale del popolo, tenuta nelle grandi occasioni, per gli affari piú gravi.

X

Il Comune fiorentino era dunque come una confederazione di Società delle Arti e delle Torri. Alla sua testa si trovavano, per la guerra, per la finanza, la giustizia e gli affari piú importanti, i Consoli, eletti ogni anno, con un Senato o Consiglio di Cento Buoni uomini circa, eletti anch'essi ogni anno, e poi il Parlamento. I Consoli erano quasi sempre scelti fra i membri che appartenevano alle Consorterie delle Torri, e quando, per una qualunque ragione, l'elezione non avesse avuto luogo, i Rettori di esse o quelli delle Arti potevano temporaneamente farne le veci. Nel Consiglio le Arti avevano la preponderanza, e cosí ne seguí che fin d'allora il governo fu veramente popolare, e tutta la politica fiorentina fu diretta sempre a favorire l'industria ed il commercio della Città.

A formarci però di un tale governo un'idea anche piú chiara, occorrerebbe sapere con precisione quali e quanti erano i cittadini che effettivamente vi partecipavano, e su ciò restano ancora parecchi dubbî. Il contado veniva interamente escluso dal far parte della cittadinanza, la quale non era concessa piena ed intera neppure a tutti coloro che abitavano dentro le mura, gli operai minori e la plebe essendone privi.[143] Il governo si trovava quindi in mano d'alcune potenti famiglie, dei capi delle Arti e dei loro principali aderenti. Fino agli ultimi tempi della Repubblica, infatti, la vera cittadinanza, che sola dava diritto agli ufficî politici, rimase un privilegio concesso a pochi, i quali anche nel 1494 non superavano di molto i tre mila. E questa è la ragione per la quale, anche ai nostri giorni, v'erano alcune modeste famiglie che si vantavano d'avere l'antica cittadinanza fiorentina, come se fosse un ambito privilegio, quasi un titolo di nobiltà. In Venezia, fino agli ultimi tempi della repubblica, anche nel secolo passato, troviamo ancora diversi gradi di cittadinanza, ed il governo sempre in mano di pochi. Questo in ogni modo è uno degli argomenti che anderebbero nella nostra storia meglio studiati. Nel Parlamento, è vero, s'adunava il popolo indistintamente; ma queste adunanze erano il piú delle volte di pura forma. E quando noi vediamo che il Parlamento veniva convocato in una piazza, spesso non molto grande, o in una chiesa, bisogna pur concludere, che di nome, ma non di fatto, vi pigliavano parte tutti gli abitanti delle Città.

È superfluo poi aggiungere, che allora non si conosceva alcuna esatta divisione di poteri, quale si trova nelle costituzioni moderne. Gli affari si dividevano piú secondo la loro importanza, e secondo la qualità delle persone cui si riferivano, che secondo la loro natura. Il Consiglio dei Cento non era, come si crederebbe oggi, un'assemblea legislativa, né i Consoli un potere esecutivo. Questi giudicavano, amministravano, comandavano in campo, eseguivano la volontà popolare, e qualche volta compievano anche atti legislativi, senza il Consiglio, che nelle riforme di maggiore importanza era sempre consultato, ma assai spesso le votava o le respingeva senza discuterle. Il Parlamento, nei casi piú solenni, approvava con un placet, senza capir sempre neppure di che cosa si trattasse. Da un altro lato non solo gli affari d'una certa gravità, massime se occorrevano danari, venivano portati in Consiglio; ma questo poteva essere consultato su tutto ciò che piaceva ai Consoli, da una proposta di condanna a morte, per ragioni politiche, fino alla concessione d'un permesso per trasferire la propria abitazione da un Sestiere ad un altro,[144] perché questo fatto che a noi apparisce di cosí poco momento, poteva allora alterare la distribuzione degli abitanti nelle diverse parti della Città, e quindi la forza relativa di esse, e la proporzionale partecipazione dei cittadini agli ufficî pubblici, cosa di cui s'era molto gelosi.

Tale era la forma di governo con cui il Comune di Firenze si costituí la prima volta. Esso non era però ancora consolidato, né abbastanza sicuro di sé. Il contado, in cui il Comune comandava, era molto ristretto; i suoi confini incerti, disputabili e disputati; ed anche dentro questi confini la sua autorità era debolissima, perché i castelli dei nobili, non solamente si dichiaravano indipendenti dalla Città, e non volevano riconoscere altra autorità fuori quella dell'Impero, a cui neppur sempre obbedivano; ma le movevano guerra continua, e continuamente eccitavano, aiutavano a ribellarsi da essa le vicine terre. La prima cosa dunque che occorreva fare in questo momento era: impadronirsi del contado colla forza delle armi, sottometterlo davvero e governarlo, il che doveva, come vedremo, essere causa di molte nuove e gravi perturbazioni, cosí interne come esterne. Esse costituiscono la vera storia del Comune fiorentino, la quale ora finalmente incomincia.