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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 cover

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Chapter 33: V
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About This Book

La raccolta ricostruisce le origini e i primi due secoli dell'organizzazione politica fiorentina, esaminando le istituzioni comunali, le trasformazioni determinate dalle rivolte interne e le diverse forme della repubblica. Analizza statuti, corporazioni d'arti e mestieri, norme civili e penali, e aspetti economici e amministrativi attraverso indagini documentarie e lezioni rielaborate in vari anni. L'autore cerca di individuare cause e periodizzazioni delle trasformazioni politiche, confronta documenti e studi recenti e solleva l'esigenza di un coordinamento erudito più ampio per comporre una storia civile completa.

Capitolo IV I PARTITI, LA COSTITUZIONE DEL PRIMO POPOLO E DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[234]

I

Dopo che l'ufficio del Podestà era stato nel 1207 stabilmente costituito, l'aristocrazia, che piú di tutti lo aveva desiderato e promosso, crebbe di ardire, s'ordinò sotto di esso militarmente, e prese parte sempre maggiore a tutte le guerre esterne. Le cose pareva che dovessero perciò procedere con rapida fortuna, quando invece nel 1215 il fatto del Buondelmonti fece scoppiare la guerra civile. Per pacificare i mali umori, che già serpeggiavano fra alcuni dei nobili, specialmente fra i Buondelmonti da una parte, gli Uberti e i Fifanti dall'altra, con molti aderenti di qua e di là, s'era concluso un matrimonio fra Buondelmonte Buondelmonti ed una giovane degli Amidei. Ma quando tutto era fissato, la moglie di Forese Donati, chiamò il Buondelmonti, e gli disse: «Oh! cavaliere vituperato, che prendi in moglie una donna degli Uberti e dei Fifanti, meglio faresti e piú saresti onorato, se togliessi questa». Ed in cosí dire gli mostrò la propria figliuola, che il Buondelmonti accettò e sposò ben presto, abbandonando l'Amidei. I parenti e gli amici della giovane tradita s'unirono in casa Amidei, ove giurarono di vendicare l'ingiuria. Fu allora che Mosca Lamberti, rivolgendosi a chi doveva eseguir la vendetta, disse: «Chi batte o ferisce solamente, s'apparecchi la sepoltura». E poi a significare che bisognava farla finita, aggiunse le memorabili parole: «Cosa fatta, capo ha». E si venne al sangue.

Il giorno di Pasqua, del 1215, Buondelmonte Buondelmonti, che era bellissimo giovane, venendo d'Oltrarno, sopra un bianco cavallo, elegantemente vestito, con una ghirlanda in testa, passò il Ponte Vecchio, e appena che giunse ivi ai piedi della statua di Marte, fu aggredito. Schiatta degli Uberti, con un colpo di mazza lo gettò a terra, gli altri congiurati gli corsero subito addosso, e con un coltello gli segarono le vene. Allora il cadavere fu messo nella bara, e con la sposa che gli teneva il capo, vennero portati in giro per la Città, ad eccitare nuovi odî, nuove vendette.[235] E cosí ebbe origine una serie di guerre intestine, con le quali molti cronisti fanno cominciare in Firenze la divisione dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma nessuno storico moderno vorrà dare cosí grande importanza ad un fatto d'indole privata, e credere che la mancata promessa alla giovane Amidei, fosse la vera causa di due partiti, i quali già dal 1177 noi abbiamo visto insanguinare piú volte la Città. Lo stesso Villani, che pure al fatto del Buondelmonti attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini, aggiunge: «Con tuttoché dinanzi assai erano le sette tra nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e questioni dalla Chiesa allo 'mperio».[236] Il fatto del Buondelmonti venne di certo, con gli odî privati, ad infiammare sempre piú le passioni politiche di due partiti, che già esistevano, ma che a tempo di Federico II acquistarono una importanza politica assai piú generale, connettendosi con tutta quanta la storia d'Italia, e solo allora presero in Firenze il nome tedesco di Guelfi e di Ghibellini. Ed è da notarsi, che appunto nel luglio del 1215, Federico II entrò solennemente in Aix-la-Chapelle, e prese la corona di Re di Germania, il che non è senza importanza, per la storia dei partiti in Italia. Tutto ciò può spiegar facilmente perché i cronisti attribuissero al fatto del Buondelmonte, seguíto in quello stesso anno, l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma i nomi, non i partiti cominciarono allora.

Il Villani, nella sua cronica, (V. 39) ci dà ora la lista delle principali famiglie ghibelline e guelfe, dalla quale si cava già che quelle di piú antica nobiltà erano quasi sempre ghibelline, mentre che tra i Guelfi v'erano molti «non di grande antichità», ma che pure «già cominciavano a divenire possenti». Piú tardi, quando i Ghibellini saranno distrutti, i nobili guelfi formeranno il partito del popolo grasso. Per ora essi sono nobili avversi agli Uberti, e cominciano perciò ad avvicinarsi alle famiglie dei nuovi ricchi, ed anche al popolo, parteggiando per la Chiesa. Fortunatamente, in questo medesimo tempo, papa Innocenzo III iniziava una Crociata, e molti dei potenti fiorentini andarono in Oriente, a portare in servizio d'una causa piú nobile, il loro ardore bellicoso. Nella presa di Damiata infatti si fecero grande onore, e Bonaguisa dei Bonaguisi fu primo a salir sulle mura, piantandovi, insieme con la bandiera cristiana, quella della Repubblica. Fino ai tempi di Giovanni Villani si conservava e teneva in grandissimo onore questa bandiera.

Nel 1218 si ricominciò la guerra nel contado, e fino al '20 si conquistarono altre terre e castelli, facendo giurare fedeltà a tutti quelli che venivano sottomessi. Ma poi si venne subito ad una guerra assai piú grossa coi Pisani. La gelosia fra queste due repubbliche rivali andava sempre crescendo, gareggiando esse già da un pezzo fra loro, per avere l'assoluto predominio commerciale in Toscana. L'una era padrona del mare, l'altra comandava sul continente, e però l'una aveva bisogno dell'altra. Facevano quindi sempre accordi e trattati, ma erano pur sempre in continua gelosia. Firenze si manteneva costantemente amica della Chiesa; Pisa, invece, dell'Impero. Ma le cose erano a poco a poco giunte a tale, che la piú piccola occasione poteva bastare a promuover la guerra, anzi a cominciare una serie di guerre interminabili, che dovevano dar nuovo carattere ai partiti in Toscana.

Infatti, il primo pretesto alla guerra, quale almeno lo narra il Villani (VI. 2), è cosí futile da sembrare assolutamente ridicolo. Alla incoronazione dell'imperatore Federico II in Roma (1220), assistevano, secondo il cronista, molti ambasciatori, e fra gli altri quelli di Pisa e di Firenze, che da un pezzo si guardavano in cagnesco. Avvenne che uno degli ambasciatori fiorentini, andato a convito da un cardinale, gli chiese in dono un bellissimo canino, che il cardinale promise. Il giorno di poi questi invitò i Pisani, uno dei quali chiese lo stesso canino, che il cardinale promise del pari. Il Fiorentino però mandava prima del Pisano a prenderlo, e l'ebbe. Da ciò nacquero ire e ferite, non solo tra gli ambasciatori e tra i loro seguaci; ma anche tra i Pisani e i Fiorentini che si trovavano a Roma. È difficile dare a questo racconto un valore storico: esso vale però a dimostrare che gli animi erano allora concitati in modo, che ogni occasione bastava per far venire alle mani. Il fatto vero è, come si ritrae anche dal Sanzanome, che Fiorentini e Pisani s'azzuffarono tra loro in Roma. I Pisani furono primi ad assalire, ma ebbero poi la peggio. Giunta a Pisa la notizia della contesa, vi destò grandissimo sdegno: si voleva una pronta riparazione, e furono perciò sequestrate colà le mercatanzie dei Fiorentini. Questi pare che allora facessero di tutto per evitare un conflitto, ma invano. Gli apparecchi continuarono un pezzo da una parte e dall'altra, fino a che, nel 1222, essendo scoppiata la guerra tra i Lucchesi ed i Pisani, i Fiorentini presero la occasione, per assalire i secondi presso Castel del Bosco, e li disfecero, facendo, secondo i cronisti, 1,300 prigionieri. Seguirono poi altri assalti e conquiste di piccoli castelli fino al 1228, quando vediamo i Fiorentini in guerra piú grossa coi Pistoiesi, che dovettero con essi venire a patti. In questo anno si trova per la prima volta, nelle guerre dei Fiorentini menzionato il carroccio.[237] Iniziato già da piú tempo a Milano, era stato a poco a poco, con leggiere modificazioni, adottato dalle altre città italiane, quando le guerre e gli eserciti ingrossando, avevano sentito il bisogno d'un centro intorno a cui far testa. Tirato da buoi coperti di scarlatto, portava due grosse antenne dalle quali sventolava il grande stendardo, bianco e rosso, della Repubblica. Seguiva, sopra un altro piccolo carro, una campana detta la Martinella, la quale serviva a dare ordini militari. Qualche tempo prima che si dichiarasse la guerra, la Martinella veniva attaccata alla porta della chiesa di S. Maria in Mercato Nuovo, e colà sonando, avvisava i cittadini ed i nemici che si tenessero pronti alle armi. Intorno al carroccio stavano a guardia i piú valorosi cittadini; la sua resa era tenuta come l'ultima disfatta ed umiliazione dell'esercito.

Si cominciò ancora una lunga e sanguinosa guerra coi Senesi, che fu continuata quasi ogni anno dal 1227 sino al 1235. I Senesi soffrirono gravissimi danni, ma presero Montepulciano, di cui disfecero le mura e le torri, e danneggiarono Montalcino, che era in lega coi Fiorentini. Questi però, non solamente guastarono molte volte il contado senese, e fecero numero grande di prigionieri; ma posero l'assedio alla stessa città nemica, e, sebbene non potessero pigliarla, pure vi si avvicinarono tanto da manganarvi dentro degli asini, in segno di disprezzo. Finalmente, per la mediazione del Papa, si concluse la pace, che fu fatta a grande vantaggio dei Fiorentini. I Senesi dovettero pagare grossa somma di danaro, per far ricostruire le mura e le torri di Montepulciano, terra che non dovevano piú disturbare, e si obbligarono anche a rifornire il castello di Montalcino, a richiesta dei Fiorentini, che restarono padroni di Poggibonsi.

II

E cosí, fra tutte queste guerre, nelle quali l'azione del Papa e dell'Imperatore si faceva da un lato o dall'altro sentire, noi possiamo vedere come s'andassero costituendo i partiti in Toscana, e come andasse cominciando il predominio politico e commerciale di Firenze. Le sue rivali sono ora Pisa e Siena, che aderiscono all'Impero; essa invece aderisce sempre di piú alla Chiesa. Pisa le chiudeva la via del mare, onde l'origine della loro rivalità, e delle guerre continue, rese inevitabili quando la potenza commerciale di Firenze le fece sentire piú che mai insistente il bisogno d'uno sbocco al mare. Siena da un altro lato rivaleggiava con Firenze, per porre in mano dei proprî banchieri tutti gli affari della curia romana, i quali erano tali e tanti che bastavano ad arricchire coloro che li trattavano. Queste gelosie continue spingevano costantemente Pisa e Siena a favorire l'Impero. Lucca, invece, per la rivalità che aveva con Pisa, s'accostò a Firenze, e fu guelfa. Pistoia si trovava fra due città guelfe, che sempre la minacciavano, e divenne perciò ghibellina. Cosí dunque si divisero i partiti in Toscana, e reagirono poi sulla formazione dei partiti in Firenze, i quali, a cagione del carattere piú generale che andavano ora assumendo, per la crescente azione dell'Imperatore Federico II in Italia, presero il nome germanico di Guelfi e di Ghibellini. Firenze, avendo umiliato Pisa, Siena e Pistoia, si trovò di fatto alla testa della Toscana; ma c'era il pericolo che aumentasse la potenza di Federico II, nemico del Papa, che lo aveva scomunicato, e dei Guelfi. Egli s'era prima allontanato, per andare alla Crociata in Asia; ora si trovava in Germania a lottare contro il proprio figlio, che gli s'era ribellato, e tutto ciò aveva molto contribuito alla buona fortuna dei Fiorentini. Ma doveva ben presto tornare, e ciò poteva far rialzare la testa a tutti i loro nemici.

Intanto, sotto la signoria dei varî Podestà, che s'erano in questo tempo seguiti, Firenze prosperava nella guerra, s'ordinava ed abbelliva nella pace. Per opera del podestà Torello da Strada (1233) furono chiamati a scriversi presso i pubblici notai tutti gli uomini del contado, secondo la loro condizione di liberi, servi, o dipendenti, perché si potesse cosí conoscere lo stato vero della popolazione, e meglio amministrare. Il podestà Rubaconte da Mandello (1237 e 38) fece costruire un nuovo ponte sull'Arno, che da lui si disse a Rubaconte, e piú tardi, alle Grazie, dalla vicina chiesa. Furon del pari, per opera sua, lastricate la prima volta tutte le vie di Firenze, ed eseguite altre opere pubbliche, utili alla salute dei cittadini, o di ornamento alla Città. Cosí un magistrato che, secondo i cronisti, aveva cominciato con l'ufficio di semplice giudice, lo vediamo sempre piú operare come capo della Repubblica. E l'aristocrazia sotto di esso cresceva ogni giorno piú d'ardire e di potenza, massime quando la venuta di Federico II cominciò a sollevare il partito ghibellino in tutta Italia. All'assedio che questi pose a Brescia nel 1237, vediamo pigliar parte molti nobili Fiorentini. Le amicizie e gli aiuti che l'Imperatore trovava nella loro Città andavano ogni giorno crescendo, il che fu causa di molti tumulti, per la viva opposizione che a tutto ciò faceva la nobiltà guelfa, unita al popolo, che era guelfo anch'esso.[238] Nel 1240 noi troviamo che furono nominati tre cittadini, per raccoglier danari in aiuto dell'esercito imperiale,[239] cosa strana veramente in una repubblica dove il popolo era tutto guelfo. Non è però strano, che tali fatti portassero l'inevitabile conseguenza, d'una reazione.

Sin dal 1246 Federico II aveva mandato vicario generale in Toscana, il suo figlio naturale Federico d'Antiochia, e pose ancora in Firenze suoi vicarî a tenere l'ufficio di Podestà. Questo suscitò il malumore dei nobili guelfi, che volevano invece ricondurre la Città alla loro parte. Allora Federico II, che l'anno 1247[240] trovavasi nella Lombardia, in guerra sempre piú aperta col Papa, il quale ripeteva le scomuniche, gli toglieva il titolo d'Imperatore, e gli suscitava nemici per tutto, mandò suoi messi agli Uberti in Firenze, avvisandoli ch'era venuto per essi il momento d'impadronirsi del governo della Repubblica. Osassero pur di pigliare le armi, che i suoi aiuti non sarebbero fra poco mancati. E gli Uberti non furono sordi. Raccolti i capi delle piú potenti famiglie ghibelline, decisero di venire senz'altro alla prova delle armi. La Città si trovò subito divisa: da un lato era l'aristocrazia ghibellina, dall'altro tutto il popolo coi nobili guelfi, e fu levato il rumore. Si combatteva da una contrada all'altra, continuando di giorno e di notte, dai serragli, dalle torri, con manganelle e con altri strumenti di guerra. A poco a poco gli animi si riscaldarono per modo, che la lotta divenne generale. I Ghibellini, sicuri nella speranza dei vicini aiuti, e piú destri nelle arti di guerra, avevano unità di comando, e fecero testa alle case degli Uberti, donde partivano gli ordini. Il popolo, invece, che si batteva senza alcun ordine, si vide ben presto circondato. Pure vi fu un momento, in cui pareva che ciò appunto dovesse assicurargli la vittoria. Stretto da ogni lato, si trovò poco a poco forzato a raccogliersi intorno al serraglio dei Bagnesi e dei Guidalotti, di dove, facendo testa con gran vigore, sembrava che fosse per ripigliare il terreno perduto. Ma in quel punto arrivarono gli aiuti imperiali, e allora tutto fu perduto. Federico, figlio e vicario generale dell'Imperatore, entrò in Firenze conducendo 1,600 cavalieri tedeschi, i quali con molto impeto assalirono il popolo, che per tre giorni ancora si difese con grande ostinazione d'animo. Ma era una resistenza vana del tutto. I Ghibellini da per ogni dove soverchiavano, e l'Imperatore avrebbe, all'occorrenza, potuto mandar loro sempre nuovi aiuti. Rustico Marignolli, uno dei piú valorosi Guelfi, che aveva fino allora tenuto nella mischia la bandiera del popolo, venne ferito e morto d'un quadrello nel viso. I capi della parte perciò decisero finalmente di cedere, e di esulare la notte della Candelora (2 febbraio 1249). Radunatisi in armi tutti quelli che erano decisi a partire, andarono a pigliare il corpo del Marignolli, e con grandissima pompa di popolo, di armi e di fiaccole, lo seppellirono di notte in S. Lorenzo, portando la bara sulle spalle i piú onorati cavalieri, e trascinando per terra la bandiera vinta, ma non umiliata. Tutto aveva somiglianza piú d'un giuramento di futura vendetta, fatto sul cadavere del morto guerriero, che d'un funebre convoglio.

Dopo di ciò i capi de' Guelfi partirono, e si rifugiarono nei vicini castelli, quei medesimi castelli, da cui con tanto sangue avevano snidata la nobiltà feudale, che, venuta poi in Città, ripagava ora in tal modo le sofferte ingiurie. Trentasei case di Guelfi furono disfatte, fra cui il palazzo Tosinghi in Mercato Nuovo, alto novanta braccia, tutto a colonnini di marmo. L'odio andò tanto oltre, che si poté dire e credere da molti avere i Ghibellini meditato perfino la distruzione del tempio di S. Giovanni, perché ivi solevano radunarsi i Guelfi. Avevano, si affermava, scavato le fondamenta della vicina torre del Guardamorto, acciò, cadendovi sopra, lo rovinasse. Il tentativo non sarebbe riuscito, perché, nel cadere, la torre prese miracolosamente altra direzione. Ma assai piú credibile è il racconto del Vasari, il quale scrive, invece, che la torre fu abbattuta per sgomberare la piazza, e che Nicolò Pisano, il quale ne ebbe commissione, la tagliò e fece cadere in modo da non danneggiare la chiesa né le case vicine.

Comunque sia, fu questa la prima volta, in cui cominciò veramente la storia funesta delle crudeli vendette cittadine, non solo col disfare le case dei vinti, ma esiliandoli in massa. I Ghibellini restaron padroni di tutto, e per maggior sicurezza ritennero 800 soldati tedeschi, comandati dal conte Giordano Lancia. Si direbbe che il partito il quale traeva la sua origine di Germania, dove riteneva sempre forti aderenze, non potesse neppure ora pigliare in mano le redini del governo fiorentino, senza essere sostenuto dal braccio del soldato tedesco, e potesse nella Repubblica comandar solo in nome dell'Imperatore. Tali furono dunque le ultime conseguenze dell'aver lasciato entrare in Firenze l'aristocrazia feudale-imperiale, e dell'averle permesso di trovare nel Podestà non solamente un giudice, ma ancora un capo politico e militare.

III

La vittoria ottenuta nel 1249 dai Ghibellini contro i Guelfi in Firenze, era stata violenta e sanguinosa, ma non sicura. I Ghibellini avevano disfatto gli ordini della libertà; avevano cacciato in esilio un numero grandissimo dei loro nemici; con l'aiuto del conte Giordano Lancia, vicario di Federico II, e cogli 800 Tedeschi, erano divenuti padroni di Firenze; ma il popolo, la borghesia, tutto il maggior numero de' cittadini erano Guelfi. Inoltre papa Innocenzo IV sollevava in Italia tanti nemici all'Imperatore, che i trionfi di questo non potevano durare a lungo. Gli esuli fiorentini perciò s'erano annidati nei vicini castelli, specialmente in quello di Montevarchi, nel Valdarno superiore, ed in quello di Capraia, nel Valdarno inferiore. Di là facevano continue scorrerie, dimostrando chiaro di non avere perduto la speranza di tornare ben presto in Città. Bisognava dunque proseguire la guerra contro di essi, per non vederli da un momento all'altro tornare potenti.

Venne perciò assalito Montevarchi, con l'aiuto dei soldati tedeschi; ma furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri. Quella rotta fece veder piú chiaro ai Ghibellini di Firenze il pericolo in cui si trovavano, e decisero perciò di portare un regolare assedio al castello di Capraia, dove s'erano chiusi i principali Guelfi, capi della parte o Lega, come allora la chiamavano, i quali guidavano i movimenti degli altri. Sebbene circondati da forze maggiori, gli assediati si decisero ad un'ostinata difesa, ed i Ghibellini s'apparecchiarono a combatterli con l'armi e con la fame. Non sarebbero tuttavia riusciti nell'intento, se non fosse venuto aiuto di nuove genti, mandate dall'imperatore Federico, che allora appunto aveva dovuto abbandonare l'assedio di Parma, ed erasene venuto in Toscana. Ma anche dopo questi aiuti, solo la fame fece arrendere i Guelfi. I principali di essi furono mandati a Federico II, che si trovava a Fucecchio. Egli li menò seco nel regno di Napoli, e quivi li fece, dicono i cronisti fiorentini, barbaramente accecare, mazzerare, affogar nel mare, salvandone uno solo, cui concesse la vita, ma non la vista.

L'Imperatore era stanco, irritato dalla continua guerra mossagli dai papi. Non aveva avuto mai pace dacché Sinibaldo de' Fieschi, pigliando nome d'Innocenzo IV, era salito sulla sedia di S. Pietro, il 24 giugno 1243. In un concilio tenuto a Lione (1245), questi lo aveva condannato e deposto. Aveva poi segretamente promosse contro di lui molte cospirazioni, e si era sempre piú o meno adoperato a farle riuscire nell'intento. In una di esse i sospetti dell'Imperatore caddero perfino sul suo piú fedele segretario ed amico, Pier delle Vigne, che, chiuso nella torre di S. Miniato al Tedesco, fu colà condannato a perdere gli occhi, e menato poi a Pisa, si uccise battendo la testa ad un muro. Queste traversie ora irritavano ed ora piegavano l'animo di Federico, che, sebbene filosofo e scettico, pure temeva assai i fulmini del Vaticano. Voleva riconciliarsi col Papa, partire di nuovo per l'Oriente a combattere gl'infedeli; ed Innocenzo, invece, allora appunto sollevava contro di lui tutte le città guelfe, obbligandolo a prendere di nuovo le armi, per sostenere il partito ghibellino e la propria autorità in Italia. Il che egli non seppe fare, senza abbandonarsi, come abbiam visto, ad eccessi d'inaudite crudeltà, le quali naturalmente accrebbero per tutto il numero de' suoi nemici. In Germania già il partito guelfo non aveva voluto riconoscere l'autorità di Corrado, figlio dell'Imperatore, che lo aveva mandato colà per essere da lui rappresentato. A Parma l'esercito comandato da Federico in persona era stato disfatto. Bologna si mise alla testa di tutte le città guelfe di Romagna, e con forte esercito, andando incontro ai Ghibellini, comandati da re Enzo, altro figlio naturale di lui, li ruppe nella battaglia di Fossalta, il 26 maggio 1249. Lo stesso Enzo fu preso e portato trionfalmente nelle prigioni di Bologna, dove rimase sino alla sua morte, seguita nel 1271. Federico non visse però tanto da provar quest'ultimo dolore. Il 13 dicembre 1250 moriva in un castello presso Lucera, nelle Puglie, e la sua morte fu l'ultimo crollo del partito ghibellino in Firenze ed in tutta Italia.

Contro questo partito s'univa allora all'odio politico anche un odio religioso, non solo perché i Ghibellini combattevano il Papa; ma piú assai, perché le eresie che cominciavano a serpeggiare in Italia, trovavano fra di loro molti seguaci, come avevano spesso trovato nell'Imperatore tolleranza e favore. Questo veleno, che ora filtrava lentamente nella società italiana, teneva i Papi in grandissimo pensiero. Avevano dapprima cominciato a levar grido e trovare seguaci gli Albigesi nella Provenza, dove i poeti avevano attaccato con tutte le loro forze la Corte di Roma. Erano però sorti a combatterli, gli ordini religiosi di S. Francesco e S. Domenico. Innocenzo III aveva a questo fine fondata la Sacro-Santa Inquisizione, e S. Domenico, alla testa di moltitudini assetate di sangue eretico, aveva comandato la strage degli Albigesi, dilaniando tutta la Provenza. Ma gli esuli erano venuti in Italia a comunicare lo stesso odio contro Roma, a seminare il medesimo veleno. Infatti i Paterini, che combattevano il Papa e non credevano alla verginità della Madonna, né alla transustanziazione, né ad altri dommi della religione cattolica, trovavano seguaci per tutto, e si riunivano pubblicamente. Gli Epicurei, gli Avverroisti, altre sette filosofiche si propagavano con rapidità fra i dotti italiani. Per qualche tempo era parso, che il centro principale di questo tumulto intellettuale e religioso si formasse a Palermo, nei giorni piú felici della Corte di Federico II. Circondato da scolastici, da trovatori, da poeti d'ogni sorta, da Musulmani e da Greci scismatici, da Provenzali albigesi e da filosofi materialisti, egli che pure andò alla Crociata, e perseguitò gli eretici, s'era singolarmente compiaciuto di questa multiforme società, nella quale, fra il sarcasmo, il dubbio e l'odio ai preti, sorse quella poesia italiana, che nella Divina Commedia doveva mostrarsi piena di tanta vera fede e di cosí nobili aspirazioni. Ma intanto l'eresia e il dubbio s'eran diffusi per tutta la Penisola. I Paterini s'erano rapidamente moltiplicati tra i Ghibellini di Firenze, dove il Papa mandava l'Inquisizione ad iniziar processi e condanne. Nel 1244 fra Pietro da Verona, animato piú da furore che da zelo religioso, veniva dal pergamo ad infiammare lo spirito cattolico; istituiva una Società dei Capitani di S. Maria o della Fede, nella quale s'arrolavano uomini e donne a sterminio degli eretici. Le passioni s'accesero, e nel 1245 vi fu per le vie di Firenze una regolare battaglia fra cattolici ed eretici. A. S. Felicita ed alla Croce al Trebbio, dove una colonna rammenta ancora l'infausto giorno, i Capitani della Fede, vestiti di bianco, croce-segnati, e guidati da fra Pietro da Verona, alto, robusto, animoso, ruppero i Paterini e li costrinsero a lasciar Firenze. In premio di questa sanguinosa vittoria, esso fu nominato inquisitore di Toscana, e poi anche di Lombardia, dove finalmente, tra Milano e Como, trovò la morte, per opera di coloro che erano stanchi delle sue persecuzioni. Il che gli fece aver nome di santo e di martire, e fu d'allora in poi chiamato S. Pietro martire da Verona.[241]

IV

Ma intanto l'anno 1250, di cui dobbiamo ora discorrere, Federico II moriva, Enzo suo figlio era in prigione a Bologna, Innocenzo IV sollevava il partito guelfo, Pietro da Verona faceva terrore agli eretici ed a tutti i nemici del Papa, in Toscana ed in Lombardia. Il trionfo ghibellino non poteva quindi durare a lungo in Firenze. Ed infatti, sin da quando Federico s'era ritirato in Puglia, già vicino a morire, i Guelfi avevano preso tanto animo, che i Ghibellini pensarono di far nuovo sforzo, ed andarono ad assalirli nel castello d'Ostina, in Valdarno, ove in gran numero s'erano radunati. Ma nel porre l'assedio, bisognò tenere una forte guardia a Figline, per difendere le spalle degli assalitori contro gli altri Guelfi, che in numero non piccolo si trovavano raccolti a Montevarchi. E questi allora assalirono di notte il campo, che era posto a guardia di Figline, e lo ruppero per modo che, quando la nuova giunse ad Ostina, i Ghibellini levarono l'assedio, tornandosene a Firenze. Allora subito cosí il popolo come la borghesia, stanchi già delle incomportabili gravezze sopportate per le guerre continue fatte dai Ghibellini, delle «gravi torsioni e forze e ingiurie», con cui essi tiranneggiavano il popolo, videro giunto il momento della vendetta, e si levarono a tumulto. Ne furono capi i piú autorevoli fra gli uomini, cosí detti, di mezzo, che allora guidavano il popolo. Costoro si raccolsero nella Chiesa di S. Firenze, poi in quella di S. Croce, e finalmente, temendo sempre d'essere assaliti dagli Uberti, si restrinsero in minor numero, piú sicuri, nelle case degli Anchioni, dove nell'ottobre del 1250, nominarono trentasei Caporali di popolo, sei per Sesto, i quali posero le basi della terza costituzione di Firenze, che si chiamò del Primo Popolo, perché intesa principalmente a costituire il popolo e renderlo forte contro i nobili. E questi si trovavano ora cosí perduti d'animo, che senza resistere, accettarono le nuove leggi.

Si cominciò col rimuovere d'ufficio tutti i magistrati; si pose poi mano alla riforma. Si mantenne la istituzione del Podestà, che anzi rimase sempre piú come capo dei nobili, perché di fronte ad esso fu ora istituito il Capitano del popolo, quale capo dei popolani. E perché cosí la Repubblica si trovò divisa in due, furono alla testa di essa, come governo centrale, posti dodici Anziani di popolo, due per Sesto. Questi venivano in certo modo a riprendere l'antico ufficio dei Consoli; ne differivano però non solo perché eran popolani, ma anche per la esistenza del Podestà e del Capitano, nelle mani dei quali si trovò principalmente il governo della Città. La parte nuova e piú importante della riforma fu infatti la istituzione del Capitano, messo a comandare il popolo, che venne allora militarmente ordinato. In Città fu diviso in 20 compagnie armate, con 20 gonfaloni o bandiere, sotto 20 Gonfalonieri; nel contado si ordinarono invece 96 compagnie, trovandosi esso già diviso in 96 pivieri. Riunite tutte queste compagnie della Città e del contado, formarono un solo esercito popolare, pronto, in ogni occorrenza, a combattere cosí i nemici esterni, come le prepotenze dei nobili all'interno. Esso stava sotto gli ordini del Capitano, che era come il tribuno, il generale ed il giudice di questa moltitudine armata, e perciò fu piú tardi chiamato anche Difensore delle Arti e del Popolo, Capitano della massa de' Guelfi, ecc. Simile al Podestà, durava in ufficio un anno, e doveva essere guelfo, nobile e forestiero. Conduceva seco, nel venire a Firenze, giudici, cavalieri, e cavalli armigeri, perché nella guerra guidava il popolo, e nella pace amministrava la giustizia. L'ufficio del Podestà ritenne, come già dicemmo, tutta la sua importanza civile e militare. A lui spettavano di regola le cause civili e criminali; al Capitano erano serbate principalmente quelle che nascevano da violenze dei grandi contro il popolo, quelle risguardanti la gabella o l'estimo, e ancora le estorsioni, falsità, violenze, quando però non ne fosse prima venuta querela al Podestà, o questi non se ne fosse occupato.[242] Ed in tali cause il Capitano poteva condannare anche a morte. A lui era affidato il gonfalone o bandiera del popolo, bianca e vermiglia, e con la campana posta sulla torre detta del Leone, radunava il popolo. Esso dimorava nella Badía, insieme cogli Anziani, che in molte cose furon come suoi consiglieri. Il primo che assunse il nuovo ufficio fu messer Uberto da Lucca. Il Podestà poi, sebbene alcuni scrittori, ingannati dalle parole alquanto oscure del Villani e del Malespini, lo credessero, almeno per qualche tempo, abolito, restò sempre a capo di quello che chiamavasi piú specialmente Comune.[243] Ebbe anch'esso le sue compagnie d'uomini armati, ed ebbe inoltre le bandiere della cavalleria, composta quasi tutta di nobili, e quelle degli arcieri, dei palvesari, dei balestrieri, ecc., i quali, insieme riuniti, formavano l'oste propriamente detta, o sia la parte piú regolare dell'esercito repubblicano. Il Podestà comandava assai spesso tutto l'esercito, ma era suo speciale ufficio stare a capo della cavalleria e dell'oste.[244] E per crescerne sempre piú la importanza, fu deliberata la costruzione d'un grande e monumentale palazzo,[245] in cui avesse residenza, e raccogliesse i suoi ufficiali e consiglieri. Ma da un altro lato, siccome nulla si tralasciava, per afforzare il popolo a danno dei nobili, fu ordinato che tutte le torri dei potenti venissero abbassate in modo che niuna superasse l'altezza di 50 braccia, e con le pietre cosí raccolte, si murò la città oltre l'Arno.[246]

Insomma la terza costituzione, o del Primo Popolo, fu una costituzione politico-militare, che divise la Repubblica in Comune e Popolo, nei quali, come in due campi avversi, si raccolsero l'aristocrazia e la democrazia. L'esercito usciva in campo, a Comune ed a Popolo, le principali deliberazioni dovevano essere approvate dal Comune e dal Popolo. Che se una tal divisione ci sembra strana, essa era pure assai generale nel Medio Evo. La troviamo in molte città di Toscana, la troviamo a Bologna, dove i nobili ed il popolo formavano come due repubbliche, con leggi e statuti diversi, con due palazzi di residenza distinti. A Milano troviamo la repubblica tripartita nella Credenza dei Consoli, nella Motta e nella Credenza di Sant'Ambrogio, nelle quali erano la nobiltà maggiore, la media ed il popolo. E tutto ciò sembrava assai naturale, giacché le istituzioni ritraevano lo stato della società, e questa era divisa, perché sorta in origine dalla lotta delle popolazioni latine con le germaniche, dei conquistati coi conquistatori. I lontani eredi degli uni e degli altri si trovavano armati, in due campi opposti, pronti sempre a combattersi.[247]

In tale stato di cose è facile comprendere, come il governo centrale avesse a Firenze ben poca autorità, e come invece, nel contrasto continuo e nella gelosa emulazione, si andassero rafforzando sempre piú il Podestà ed il Capitano. Il primo, sebbene si trovasse ora in compagnia d'altri magistrati, era sempre quello che piú propriamente rappresentava la Repubblica. Faceva i trattati di pace in nome di essa; accettava concessioni e sottomissioni d'altre terre o castelli, e, come già in passato, cosí continuava adesso ad avere due Consigli, lo Speciale che era di 90, il Generale, di 300 Consiglieri. E due ne ebbe anche il Capitano del popolo, che furono del pari, come era l'uso allora, lo Speciale o Credenza di 80 Consiglieri, che uniti al Consiglio generale, arrivavano a 300, fra cui erano gli Anziani, i Capi delle Arti, i Gonfalonieri delle Compagnie ed altri, tutti popolani, a differenza dei Consigli del Podestà, nei quali entravano anche i nobili. Assai spesso i membri del Consiglio speciale entravano a far parte anche del generale, che perciò soleva chiamarsi Consiglio generale e speciale del Podestà o del Capitano. Gli Anziani ebbero un loro proprio Consiglio che fu di 36 Buoni uomini di popolo, al quale bisogna però aggiungere il Parlamento, sebbene ora s'adunasse di rado, e solo nelle grandi occasioni. Ma tutti questi Consigli solo col tempo presero, come noi vedremo; un assetto definitivo; per ora, salvo quelli del Podestà, che erano piú antichi, ebbero una forma ancora incerta e mutabile.[248] In ogni modo l'ordinamento generale che la Repubblica in gran parte aveva già preso, e verso di cui sempre piú s'avviava, era questo: gli Anziani, il Consiglio dei 36 ed il Parlamento costituivano il governo centrale, assai indebolito però dalla costituzione e dalla forza crescente del Comune e del Popolo, i quali, col Podestà e col Capitano alla loro testa, coi rispettivi Consigli maggiori e minori, formavano come due repubbliche l'una di fronte all'altra. Il Comune aveva di certo piú grande autorità ed importanza legale; ma il Popolo cresceva ogni giorno di numero e d'ardire. Ben presto infatti si videro alcune antiche famiglie mutare i loro nomi e lasciare i titoli, per andare a confondersi tra i popolani.

La nuova costituzione venne diversamente giudicata dai grandi scrittori politici di Firenze. Donato Giannotti la biasimò, dicendo che era: «soggetto da sedizioni e non vinculo di pace e concordia, perché chi ordinò quel governo tutto lo dirizzò contro ai Grandi, che avevano al tempo di Federico retto, li quali, stando con continuo timore, furono necessitati sollevarsi tosto che l'occasione apparse».[249] Il Machiavelli, invece, la lodava, concludendo: «Con questi ordini militari e civili fondarono i Fiorentini la loro libertà. Né si potrebbe pensare quanto di autorità e fortezza in poco tempo Firenze si acquistasse. E non solamente capo di Toscana divenne: ma in tra le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta».[250] Ed aveva ragione. I cronisti del tempo, e la storia imparziale dei fatti dànno piena conferma alle sue parole. La Repubblica cominciò ad abbellirsi di nuovi monumenti. Fu costruito non solamente il palazzo del Comune o sia del Podestà, ma anche il ponte a S. Trinita, opera alla quale concorse largamente un privato cittadino col suo proprio danaro. Si coniò il fiorino d'oro,[251] moneta che, per la sua ottima lega, ebbe subito corso, non solo in tutti i mercati d'Europa, ma ancora negli scali d'Oriente, e fu di vantaggio grandissimo al commercio fiorentino, che ogni giorno s'andava estendendo di piú. I nobili certamente non furono contenti, e lo dimostraron subito nel '51, quando la piú parte di essi ricusarono d'andare al campo contro Pistoia; ma dopo che ne furon mandati alcuni in esilio, gli altri s'acquetaron subito. Vennero richiamati gli esuli guelfi, si fecero paci in Città; ed essendo già morto Federico II, l'aristocrazia si trovò frenata dal popolo, divenuto forte e sicuro di sé. Allora ricominciarono subito le guerre esterne, le quali furon cosí fortunate, che i dieci anni che seguirono, si dissero gli anni delle vittorie.

V

Questo Primo Popolo o Popolo Vecchio, come lo chiamarono, perché era infatti il popolo la prima volta politicamente e militarmente costituito, fece subito sentir la propria forza. Per dare alle crescenti mercatanzie fiorentine libero accesso al mare, senza ancora combattere Pisa, concluse il 30 d'aprile 1251 un trattato coi conti Aldobrandeschi, possenti signori della Maremma, mediante il quale la Repubblica ebbe facoltà di passare liberamente per le loro terre, e cosí arrivare a Porto Talamone ed a Port'Ercole, facendone libero uso pel suo commercio.[252] Tutto ciò non poteva certo piacere ai Pisani, che subito strinsero alleanza con Siena, cui aderí anche Pistoia. Cosí le tre città ghibelline si unirono a danno della guelfa Firenze. Ma non bastava. Il 24 luglio 1251 i Ghibellini della Città, mediante un segreto accordo con Siena, aderirono alla lega, con promessa vicendevole d'aiutarsi al conseguimento del fine comune, al trionfo cioè della parte in tutta Toscana. A questo accordo, come era naturale, parteciparono poi i Ghibellini delle vicine terre, che si trovarono cosí tutti collegati a danno di Firenze.

I Fiorentini allora, trovandosi circondati da tanti nemici, cominciarono a difendersi coll'assalir subito Pistoia; ma i Ghibellini della Città ricusarono di pigliar parte ad una guerra, manifestamente diretta a loro danno. E però, quando l'esercito tornò vittorioso dalla scorreria fatta, molti dei piú autorevoli di essi, fra cui gli Uberti ed i Lamberti, furono cacciati in esilio. La cosa dovette avere un'importanza maggiore assai che non pare, perché gli esuli innalzarono la bandiera della Repubblica, la quale s'indusse a mutare la propria, ed invece del giglio bianco in campo rosso, ebbe d'allora in poi il giglio rosso in campo bianco. La bandiera del popolo rimase sempre la stessa, cioè, dimezzata, bianca e rossa. Nella state di quel medesimo anno si sollevarono in Mugello gli Ubaldini, rinforzati dagli esuli, ma furono sconfitti. I Fiorentini s'avvidero adesso che dovevano seriamente pensare ai proprî casi. E però, mediante i Lucchesi già loro amici, strinsero alleanza (agosto 1251) con S. Miniato al Tedesco, dove non era in quel momento vicario imperiale; rinnovarono (settembre) quella che già avevano con Orvieto, e un'altra ne strinsero con Genova (novembre), sempre nemica di Pisa.

Cosí tutta Toscana si trovò divisa in guelfa e ghibellina. Gli esuli, insieme con alcuni soldati tedeschi delle bande di Federico II, si chiusero nel castello di Montaia, nel Val d'Arno di sopra, che era del conte Guido Novello. I Fiorentini corsero ad assalirlo verso la fine dell'anno, ma ne furono con vergogna respinti. Tornati a casa, sonarono la campana, raccolsero un grosso esercito, ed uscirono di nuovo, armati a Popolo ed a Comune, proseguendo nel gennaio con ardore la guerra, non ostante il freddo e la neve. Le condizioni generali delle cose in Toscana allargarono le proporzioni di questa guerra, da un lato essendosi all'esercito fiorentino uniti i soldati lucchesi, e dall'altro movendosi i Pisani ed i Senesi in aiuto degli esuli. Il Primo Popolo si mostrò ora degno di se stesso. I nemici furono respinti, il Castello di Montaia fu preso e demolito, i difensori vennero menati prigionieri a Firenze (gennaio 1252).[253]

Andarono poi i Fiorentini a dare il guasto nel Pistoiese, e si fermarono nel ritorno ad assediare il Castello di Tizzano. Ma saputo colà, che i Pisani, dopo aver disfatto i Lucchesi, se ne tornavano a casa con i prigionieri e la preda, lasciarono l'assedio, per correre loro incontro. Li raggiunsero, infatti, e dettero loro una totale sconfitta a Pontedera, il dí 1 luglio 1852. Fu preso prigioniero lo stesso podestà di Pisa, e si vide anche un altro fatto assai singolare. I prigionieri lucchesi, che erano stati legati e venivano trascinati a Pisa, non solo furono liberati, ma poterono, coll'aiuto dei Fiorentini, menare a Lucca que' medesimi Pisani, dai quali erano stati presi e legati.

Gli esuli intanto, profittando della lontananza dell'esercito fiorentino, s'erano col conte Guido Novello chiusi in Figline, di dove facevano scorrerie continue. E quindi fu necessario affrettarsi ad assalirli. La terra s'arrese, a condizione però che i forestieri, i quali l'avevano difesa, venissero lasciati liberi, e gli esuli riammessi, il che fu fatto; ma essa fu poi, contro i patti, corsa ed arsa (agosto 1252).[254] Ed intanto i Senesi, profittando della occasione, avevano assediato Montalcino, forte castello ai confini dei Fiorentini, i quali perciò corsero subito a liberarlo. Respinti i Senesi, fornito il castello d'ogni cosa necessaria alla difesa, se ne tornarono a casa.

Questi fortunati eventi non furono senza le loro conseguenze. Infatti, essendo nel 1253 i Fiorentini andati di nuovo contro Pistoia, questa, senza molta resistenza, s'arrese, obbligandosi (1 febbraio 1254) ad uscire dalla Lega ghibellina, a rimettere nella città i Guelfi, ad essere in tutto a disposizione di Firenze.[255] La quale andò subito a difendere Montalcino, di nuovo assalito dai Senesi, e cosí la guerra contro di essi, cominciata alla fine del 1253, fu ripresa vigorosamente nel 1254, e finita con la sottomissione di Siena, che perdette un gran numero di castelli (giugno 1254), venuti in mano dei Fiorentini, che altri ancora ne presero colla forza o ne ebbero per danaro dai conti Guidi. Tornando poi a casa, sottomisero la grossa terra di Poggibonsi, assai importante, che aderiva ai Ghibellini ed a Siena. Portarono il guasto a Volterra, la quale per la fortezza del luogo pareva addirittura inespugnabile; ma i Volterrani, preso animo, uscirono arditamente a battaglia, e furono vinti ed inseguiti con tanto impeto, che i Fiorentini si trovarono dentro la città prima ancora che avessero pensato di poterla conquistare. Lo spavento fu cosí generale, che vecchi, donne, bimbi, una moltitudine grandissima, con alla testa il vescovo, si presentarono supplichevoli, per arrendersi ai Fiorentini, i quali si dimostrarono assai generosi, proibendo il saccheggio, contentandosi di riformare il governo della città, che ridussero a parte guelfa. E Pisa, trovandosi isolata, fini coll'arrendersi anch'essa a patti, che vennero sottoscritti il 4 di agosto 1254. In conseguenza di essi i Fiorentini poterono entrare ed uscire di Pisa, insieme con le loro mercatanzie, liberi per terra e per mare, da ogni tassa, dazio o gabella. Dovettero inoltre i Pisani, nel contrattar con loro, adoperare il peso, la misura, ed in parte anche la moneta fiorentina. Cedettero varie terre e castella, fra cui Ripafratta. Per sicurtà di questi patti e dell'amicizia che avevano giurata, furono costretti a dare 150 ostaggi. E dopo di ciò si sottomise (25 agosto) anche Arezzo, che accettò un podestà dai Fiorentini.[256]

Questi furono chiamati gli anni delle vittorie del Primo Popolo, di cui i cronisti tanto esaltano il valore e la bontà. Il Villani, copiato al solito dal Malespini, ci dice che esso fu «molto superbo d'alte e grandi imprese», e i suoi rettori «furono molto leali e diritti a Comune».[257] E poco dopo aggiunge: «I cittadini di Firenze viveano sobrî e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti (buoni?) costumi e leggiadrie, grossi e ruddi, e di grossi drappi vestiano loro e le loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, e colle berrette in capo, tutti con gli usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari senza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro o di Camo, cinta ivi su d'uno scaggiale[258] all'antica, e uno mantello foderato di vaio, col tassello[259] di sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo. E lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le piú belle pulcelle avevano venti o piú anni, anzi ch'andassono a marito».[260] Anche la Divina Commedia, come è noto, dà ampia conferma a questi giudizi sul buono e leale popolo vecchio di Firenze, giudizio di cui i fatti rendono testimonianza continua.

E la prosperità cittadina cresceva non solo nella guerra, ma anche nella pace, fuori e dentro le mura. Alle molte opere di pubblico interesse già piú sopra accennate, e che furono ora compiute, altre non poche se ne aggiunsero, avendo gli Anziani a questo fine comperato terreni in piú parti della Città. Ed essi, insieme col Capitano del Popolo, Lambertino di Guido Lambertini, ordinarono (1252-3) che si ricopiasse e continuasse regolarmente il registro di tutti gl'instrumenti del Comune, acciò, dicevano, iura et rationes Communis non restino ignoti né deperiscano, ma si possano in piú luoghi vedere. Questi sono i Capitoli cosí bene conservati fino ad oggi, e tanto utili alla storia di Firenze.[261]

Ma ora lo stato delle cose doveva nuovamente mutare. Per la morte di Corrado, a Federico II succedeva nel Reame l'altro figlio, Manfredi, ardito, ambizioso, di molto ingegno, che s'adoperava a tutt'uomo, per sollevare la fortuna del partito ghibellino in Italia, ed i Fiorentini, sempre accortissimi, cominciarono subito a procedere piú cauti. Nel 1255 fecero alleanza coi Senesi, nell'anno seguente fecero lo stesso con Arezzo, disapprovando severamente il conte Guido Guerra, loro capitano, che aveva di là cacciati i Ghibellini, ed obbligandolo a rimetterli. Anche coi propri esuli si dimostrarono piú benigni assai e piú larghi, facendone via via rientrare alcuni. Ma erano, cosí da una parte, come dall'altra, lustre che non menavano a nulla. Ognuno temporeggiava, per vedere che piega pigliavano gli affari generali d'Italia.

Se la fortuna di Manfredi fosse risorta davvero, i Fiorentini dovevano aspettarsene gravi danni, e lo sapevan bene. Un primo segno, se ne vide infatti nel 1256, quando i Pisani, dimenticati tutti i patti e le promesse giurate, assalirono Ponte a Serchio, castello dei Lucchesi, amici de' Fiorentini, che perciò corsero subito a difenderli, e sconfissero i nemici, molti dei quali, fuggendo, affogarono in quel fiume. Dopo questa vittoria, i Fiorentini andarono sotto le mura di Pisa, a battere moneta, segno allora di grande umiliazione al nemico. I Pisani, inoltre, furono costretti (23 Settembre 1256) non solo a rinnovare la pace umiliante del 1254, ma a cedere molti castelli ai Fiorentini, qualcuno anche ai Lucchesi.[262] E fra i patti della pace v'era adesso aggiunto ancora, che il castello del Mutrone, importantissimo per la sua posizione cosí ai Lucchesi, come ai Fiorentini, fosse reso a questi con la facoltà di distruggerlo o conservarlo, secondo che i loro magistrati avessero deliberato. Fu quindi tenuto a Firenze un Consiglio d'Anziani, fra i quali Aldobrandino Ottobuoni, popolano e povero, ma pel suo amor patrio assai autorevole, sostenne che il castello dovesse distruggersi. E la sua proposta fu vinta, con la condizione però che dovesse essere sottomessa a giudizio del Parlamento. Ma in questo mezzo, i Pisani, ignari della presa deliberazione, e della opinione sostenuta dall'Ottobuoni, sapendo però quanto pericoloso quel castello poteva ad essi riuscire, una volta venuto in mano de' Lucchesi, mandarono ad offerirgli la somma, a que' tempi assai ingente, di 4,000 fiorini, perché sostenesse, fra gli Anziani, quella opinione appunto, che egli aveva già difesa e vinta. Ma questo giovò, invece, a fargli aprire gli occhi, e conoscere il suo errore. Tornato quindi fra gli Anziani, fece in contrario senso mutare la presa deliberazione. La buona fama delle virtú d'Aldobrandino ne crebbe perciò tanto che, dopo la sua morte, gli fu, a pubbliche spese, decretato un monumento in Duomo, che stesse in luogo piú alto di tutti gli altri.[263] Molti furono gli uomini celebrati per le loro virtú, al tempo del Primo Popolo; ma questo governo durò solo dieci anni, e noi siamo già vicini a nuove riforme, a nuove rivoluzioni, che ricominciano ben presto a travagliar la Repubblica.

VI

I semi di questi rivolgimenti erano nella costituzione stessa, come abbiamo già accennato, ed aspettavano solo un'occasione propizia a germogliare, la quale non tardò molto a venire di fuori. Il partito ghibellino, decaduto dopo la morte di Federico, risorgeva ora in Italia, per opera di Manfredi, che a tutt'uomo s'adoperava a ciò. I suoi messi arrivarono finalmente anche a Firenze nel 1258, e, come era naturale, si diressero a casa gli Uberti, che trovaron prontissimi a tentare la fortuna delle armi. Questi chiamarono subito i loro amici, e congiurarono di levare il governo di mano al popolo. Ma era ancora troppo presto, perché, come giustamente osservava il Machiavelli, allora «i Guelfi molto piú che i Ghibellini potevano, sí per esser questi odiati dal popolo pei loro superbi portamenti, quando al tempo di Federigo governarono; sí per esser la parte della Chiesa piú che quella dell'Imperatore amata, perché con l'aiuto della Chiesa speravano preservare la loro libertà, e sotto l'Imperatore temevano perderla».[264] La congiura infatti fu subito scoperta, e gli Anziani citarono gli Uberti, i quali, per consiglio di Farinata loro capo, invece di presentarsi, s'afforzarono nelle proprie case. Il popolo allora, assai sdegnato, si levò a tumulto, e le case degli Uberti vennero saccheggiate; alcuni dei loro amici furon presi, altri uccisi, e neppure a quelli che erano semplicemente sospetti si volle usare pietà. L'abate di Vallombrosa, dei Beccaria di Pavia, ebbe tagliato il capo, sebbene fosse, come fu poi da molti riconosciuto, innocente.[265] Tutta la famiglia Uberti e i principali seguaci dovettero, per questi fatti, salvarsi coll'esilio, andandosene a Siena, fautrice dichiarata di Manfredi, e quartier generale dei Ghibellini di Toscana. Gli esuli ivi radunati, si posero sotto il comando di Farinata, il piú ardito e autorevole fra di essi. I Fiorentini giustamente si lamentarono dei Senesi, che, accogliendo i profughi, violavano la pace del 1255; ma i Senesi, che da gran tempo erano in segreto accordo coi Ghibellini, non dierono retta.

Il conflitto era perciò inevitabile, ed i primi segni se ne videro subito nell'assalto dato da Firenze a parecchi castelli e terre nella Maremma senese.[266] Poi la Martinella fu attaccata all'arco di Mercato Nuovo, e sonò a distesa, per annunziare una guerra assai piú grossa. Da una parte e dall'altra cominciarono ad armarsi, chiamando a raccolta anche gli amici. I Fiorentini avevano inviato Brunetto Latini ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, che aspirava alla corona imperiale, perché venisse in Italia contro di Manfredi. Ma già i Senesi, con assai maggiore speranza di buon successo, avevano, per mezzo degli esuli fiorentini, chiesto aiuto direttamente a Manfredi. Questi, trovandosi allora assai occupato nel Reame, mandò Giordano d'Anglona, conte di S. Severino, con circa cento cavalieri tedeschi, che arrivarono a Siena nel dicembre 1259, portando la bandiera del Re. I Fiorentini uscirono finalmente, nell'aprile del 1260, col carroccio, armati a Popolo ed a Comune, con alla testa il podestà Iacopino Rangoni, gli Anziani, i capi delle Compagnie, e vennero addirittura sotto le mura di Siena, presso la Porta Camollia. Il 17 maggio, nel luogo dove è il monastero di Santa Petronilla, vi fu battaglia. Si narra che Farinata degli Uberti, il quale, come capo degli esuli s'era molto adoperato a promuovere la guerra, vedendo il piccolo aiuto mandato da Manfredi con la propria insegna, dicesse: «Noi la conduceremo in luogo che ne sarà fatto tale strazio, che gli verrà voglia d'essere nemico de' Fiorentini, e (de' cavalieri) daranene piú che non vorremo noi».[267] E si aggiunge ancora, che ubriacarono i soldati tedeschi, perché combattessero con cieco furore.[268] Certo è che da Siena uscirono i cittadini armati sotto il comando del loro Podestà, e i Tedeschi con gli esuli, fra i quali primeggiava sempre Farinata, sotto il comando del conte Guido Novello. L'impeto del primo assalto fu da parte de' Tedeschi tale, che i Fiorentini, credendo d'avere addosso un formidabile esercito, si misero in rotta; ma avvistisi poi che il nemico era assai inferiore di forze, resistettero con valore, e dopo una mischia sanguinosa, lo respinsero e presero la bandiera di Manfredi, che trascinarono nel fango. La gioia in Firenze fu grandissima, sebbene la vittoria fosse costata cara, e si fosse anche visto che pochi cavalieri tedeschi, assai bene addestrati, avevano, per un momento almeno, potuto mettere in rotta un esercito numeroso d'artigiani e di contadini. Ciò dava invece animo ai Senesi, massimamente ora che il loro principale cittadino Provenzano Salvani, con altri ambasciatori, tornava da Manfredi, menando un grosso sussidio di 800 Tedeschi,[269] posti anch'essi sotto il comando del conte Giordano, il quale aveva ora anche l'ufficio di vicario di Manfredi in Toscana.

Era perciò inevitabile che la guerra continuasse, ed i Senesi già erano in campo per sottomettere Staggia e Poggibonsi, dare il guasto a Colle, Montalcino e Montepulciano, il che rendeva inevitabile che i Fiorentini pigliassero di nuovo le armi. Farinata degli Uberti e gli altri esuli gettavano di continuo olio sul fuoco, adoperando ogni sottile astuzia per provocarli, e per ordir tradimenti nella loro stessa Città. Furono infatti mandati due frati minori a dire, sotto apparenza di gran segreto, agli Anziani, che Siena era stanca dei Ghibellini e del predominio che in essa aveva Provenzano Salvani; sarebbe perciò stato facile fare aprire le porte all'esercito fiorentino, mediante 10,000 fiorini. Fu agevole ai frati, ingannati, come pare, essi stessi, ingannare gli altri. Venuti nella Città, cosí almeno narra il Villani, chiesero di trattare con due soli degli Anziani, sotto giuramento di strettissimo segreto. E furono a ciò deputati due, i quali, udite le proposte, e pensando che venivano dagli esuli, figli anch'essi della stessa Repubblica, non rammentando quanto potenti erano stati sempre fra loro gli odî di parte, prestarono fede ai fallaci messaggi. Sebbene tutto fosse proceduto con gran mistero, pure a decidere la guerra, era sempre necessario consultare i cittadini. Si tenne perciò un Consiglio numeroso di nobili e di popolo, nel quale gli Anziani, sotto varî pretesti, piú o meno plausibili, sostennero l'utilità e la necessità di ricominciare subito la guerra contro i Senesi. Vi fu nondimeno grandissimo dissenso. E quantunque le leggi fiorentine mettessero mille freni alla discussione, massime quando si trattava di combattere una proposta dei magistrati,[270] pure la deliberazione era di tanta gravità, che piú d'uno si provò a combatterla, sostenendo che il far la guerra adesso, quando si sapeva che Siena non aveva mezzo di mantenere a lungo i Tedeschi, era impresa stoltissima. I nobili specialmente si dimostravano contrarî, perché essi avevano riconosciuto la superiorità della cavalleria tedesca, e non credevano possibile adesso, che ne era venuto un assai maggior numero, tenerle fronte con un esercito d'artigiani e di mercanti poco pratici nell'arte della guerra, la quale aveva già cominciato a far tali progressi, che le battaglie non si vincevano piú col solo valor personale. Ma l'opposizione dei nobili rendeva invece piú caldi i popolani, i quali gridarono che bisognava armarsi e partire senza indugio. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari era stato dei primi a dichiararsi contrario, proponendo che s'aspettasse. Ma a lui lo Spedito, che era, secondo il Villani, uno dei due Anziani a parte del segreto, rispose con ingiuriose parole, concludendo, che se aveva paura, si cercasse le brache. Al che messer Tegghiaio di rimando esclamò, che allo Spedito non sarebbe bastato l'animo di seguirlo a gran distanza nella guerra. E dopo queste irate parole, sorse Cece Gherardini, il quale, senza alcuna reticenza, cominciò anch'esso a parlar forte contro la guerra proposta dagli Anziani. Questi allora, in nome della legge, gl'imposero silenzio, minacciando la pena di 100 lire, voluta dagli Statuti contro chi parlasse senza permesso dei magistrati; ma egli rispose, che voleva pagare e parlare. Portarono allora la pena a 200, poi a 300 lire, e finalmente dovettero, per farlo tacere, imporgli silenzio sotto minaccia del capo.[271] Cosí fu infine deliberata la guerra, la quale, del resto, anche senza questi segreti maneggi, narrati ed esagerati dai cronisti, sarebbe stata inevitabile, tanto s'erano omai accesi gli animi.

L'esercito dei Fiorentini si trovava (1260) sotto gli ordini del medesimo Podestà, che lo aveva comandato nel passato maggio. Ma ora essi avevano aiuti dai Guelfi di tutta Toscana, di Perugia, Orvieto, Bologna ed altre molte città, in modo che si dice ponessero insieme 30,000 fanti e 3,000 cavalli. Messo in moto, nel mese d'agosto, un cosí gran numero di gente, col carroccio, con tutti i capi, con le molte salmerie, entrarono nel territorio senese, e fecero sosta il 2 settembre, alla Pieve Asciata. Le pratiche fatte dagli esuli avevano avuto un doppio resultato. Da un lato cioè avevano nei Fiorentini infuso la vana speranza, che Siena potesse aversi senza sangue, solo con danaro e con la mostra di grandi forze. Da un altro s'erano nell'esercito stesso stretti veramente segreti accordi di tradimento coi nemici. Si cominciò quindi col mandare baldanzosamente ad intimare la resa. Ma gli ambasciatori, entrati in Siena, trovarono tutto il popolo animato dal furore della guerra e della vendetta. Accolti solennemente dai Ventiquattro, che erano alla testa del governo, questi, udite le domande, dissero: Che sarebbe loro risposto in campo, a viva voce. Non restava quindi che apparecchiarsi senz'altro alla decisiva giornata.

La mattina del tre di settembre un banditore andava in giro per Siena, intimando che ognuno s'affrettasse, «in nome di Dio e della Vergine Maria», ad accorrere sotto il proprio gonfalone.[272] Cosí fu raccolto un grosso esercito, che il giorno stesso uscí di città, per andare incontro ai Fiorentini. È assai difficile dirne il numero, tanto variano i ragguagli dei cronisti. Coi Senesi v'erano i Tedeschi, v'erano gli esuli ghibellini di Firenze, v'erano anche parecchi alleati. Tuttavia erano certo in numero minore dei nemici. Come di regola, il comando generale lo aveva il podestà Francesco Troghisio. Ma la condotta effettiva delle armi l'avevano il conte Giordano e il conte d'Arras, che conducevano i cavalieri ed i fanti tedeschi; il conte Aldobrandino di Santa Fiora ed altri capitani valorosi. Il conte Guido Novello comandava gli esuli fiorentini, fra i quali, piú irrequieto che mai, era Farinata degli Uberti. Alla testa dell'esercito fiorentino stava del pari il podestà Iacopino Rangoni; ma i capitani erano gente inesperta, che si cullava ancora nella lusinga di vincere senza combattere. S'avanzarono adunque col carroccio fino a Monselvoli, in Val di Biena, dove misero il campo, non lungi dal fiume Arbia e dal castello di Montaperti, a quattro miglia da Siena. La mattina del quattro settembre i Senesi, sopra tutto i Tedeschi, iniziarono con grandissimo slancio la battaglia. Il conte d'Arras si teneva con la sua banda in agguato, per attaccare di fianco il nemico, al momento opportuno. Sino all'ora di vespro i Fiorentini resistettero con valore, ma poi cominciarono a dar segni di stanchezza. Ed allora il conte d'Arras, uscendo dall'agguato, al grido di San Giorgio, piombò sul loro fianco con tale impeto, che subito li sgominò. Nello stesso tempo, Bocca degli Abati, uno dei Fiorentini che tradivano, mozzò, con un colpo di spada, la mano a Iacopo dei Pazzi, che teneva la bandiera della cavalleria. E questa, che era quasi tutta di nobili, parte per lo sgomento, parte pel tradimento, si dette alla fuga. La fanteria, composta invece di buoni popolani e fedeli alleati, tenne ancora fermo; ma poi cedette, e fu anch'essa trascinata nella fuga generale. Solo la guardia del carroccio, comandata da Giovanni Tornaquinci, che a 70 anni combatté da leone, stette salda fino a che l'ultimo di essa non fu morto accanto alla bandiera, la quale, con la Martinella e col carroccio, cadde in mano del nemico, che li portò via, trionfando, in Siena, dove mise in pezzi ogni cosa.[273] La strage fu grandissima, molti dei Fiorentini correvano al castello di Montaperti, gridando: misericordia, ch'io m'arrendo; ma erano uccisi lo stesso. Finalmente il capitano dei Senesi, conte Giordano, d'accordo coi gonfalonieri del popolo, consigliato anche da Farinata degli Uberti, mandò ordine, che si sospendesse la strage, e restasse salva la vita di chi s'arrendeva.[274] È assai difficile dire qual fosse in quel giorno funesto il numero dei morti. Il Villani, che li riduce al minimo, afferma che i cavalieri si salvarono tutti colla fuga, ma che la strage fu tra i popolani, di cui 2,500 rimasero morti, 1,500 prigionieri. I Senesi, che riducono le loro perdite a 600 morti e 400 feriti, portano quelle dei Fiorentini a 10,000 morti, 15,000 prigionieri, 5,000 feriti, oltre 18,000 cavalli fra morti e perduti. Se queste cifre sono al di sopra, quelle del Villani possono ritenersi al di sotto del vero.[275] Ma questi descrive il vero stato delle cose quando conchiude: e allora «fu rotto e annullato il Popolo vecchio di Firenze».[276] Tale infatti può dirsi la conseguenza ultima di quella battaglia, che fece l'Arbia colorata in rosso.

Grandi furono la gioia, le feste, i trionfi in Siena; grandissimi il lutto, i lamenti in Firenze, dove non era famiglia che non avesse perduto qualcuno. I capi dei Guelfi sapevano, che per essi non v'era omai piú speranza di salvezza, e però, in gran numero, esularono le famiglie dei loro nobili, e non poche anche di popolani. Uscirono di Città il 13 settembre, ed alcuni si sparsero pei castelli della Toscana, ma i piú andarono a Lucca, che rimase come centro principale dei Guelfi. Il 16 entrò in Firenze il conte Giordano con i suoi Tedeschi, e con essi tornarono gli esuli carichi di preda, che la fecero subito da padroni. Uno dei primi loro pensieri fu d'andare in Duomo a disfare il monumento d'Aldobrandino Ottobuoni, quasi che egli, piú che guelfo o ghibellino, non fosse stato cittadino onesto e benemerito della patria. Cosí cominciarono, sin dal principio, a fare ogni opera, per rendersi sempre piú odiosi ed incomportabili. Poggibonsi, Montalcino, molti dei castelli, pei quali s'era tanto combattuto, furono abbandonati a Siena. Gli ordini della libertà furono distrutti, ed il conte Giordano nominò, per due anni, podestà di Firenze il conte Guido Novello,[277] che entrò subito nel Palazzo del Comune, di dove fece poi aprire una via, che andò fino alle mura, e si chiamò, come anche oggi si chiama, Via ghibellina. Cominciarono intanto gli esilî, le persecuzioni, le distruzioni delle case e delle torri de' Guelfi, i cui beni, confiscati, venivan raccolti a benefizio della parte ghibellina, che doveva trionfare per tutto. Fra gli esuli vi fu anche Brunetto Latini, già stato, come vedemmo, ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, e rimasto ora in Francia, dove scrisse il Tesoro, in cui ricorda la sua ambasceria.

Il conte Giordano, richiamato da Manfredi nel Reame, dové partire, lasciando in sua vece il conte Guido Novello. Ed allora si tenne in Empoli un concilio di tutti i capi ghibellini, per prendere accordi sul da fare. Quello che dimostra a che segno fosse giunto allora il feroce odio di parte contro Firenze, si fu la proposta fatta di distruggerne le mura, abbatterne le case, e ridurla a borgo, come nido eterno dei Guelfi, i quali altrimenti sarebbero in essa sempre risorti. A questo si oppose però generosamente Farinata degli Uberti, il quale nell'impeto della sua collera, mettendo la mano sull'elsa, dichiarò al conte Giordano ed agli altri capitani, ch'egli aveva combattuto per riavere, non per perdere la patria, e che l'avrebbe difesa contro coloro i quali la volevano distruggere, con piú ardore che non aveva combattuto i Guelfi.[278] Tali parole fecero subito respingere l'insensata proposta.

Il conte Guido pose in Toscana alcuni ghibellini come podestà, ritenendo nelle sue mani il governo generale di quella provincia, e reggendo anche la Città, come vicario di Manfredi. Egli si fece basso strumento di tutti gli odî della parte ghibellina, alla quale però assai poco potevano giovare la sua condotta incerta, il suo carattere debole. Tuttavia la persecuzione contro i Guelfi continuò non solamente in Firenze, dove le confische, le demolizioni di case e di torri s'andarono lungamente ripetendo,[279] ma anche nei vicini castelli ed in Lucca, di dove i Guelfi, che vi s'erano rifugiati, vennero cacciati. Fu in questa occasione, che Farinata degli Uberti, avendo preso prigioniero Cece dei Buondelmonti, se lo portava in groppa del cavallo, chi dice per salvarlo, chi dice come preda di guerra. A quella vista però non seppe frenarsi suo fratello Piero degli Uberti, il quale, a colpi di mazza, uccise il prigioniero sulla groppa stessa del cavallo. Tale era allora la ferocia degli odî di parte. Dopo la sconfitta del '60 molti dei Guelfi andarono pel mondo raminghi. Alcuni si recarono colle armi a servire il proprio partito nell'Emilia, addestrandosi nelle nuove discipline dell'arte militare; altri invece andarono in Francia ad esercitare la mercatura, dando cosí nuovo ed assai maggiore impulso al commercio fiorentino.