The Project Gutenberg eBook of I promessi sposi.
Title: I promessi sposi.
Author: Alessandro Manzoni
Release date: April 6, 2014 [eBook #45334]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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Opere Di Alessandro Manzoni
EDIZIONE HOEPLI
Vol. I.
I
Promessi Sposi
STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII
SCOPERTA E RIFATTA
DA
Alessandro Manzoni
Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali
di GAETANO PREVIATI
E PRECEDUTI DA UNO STUDIO
SU GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO DEL MANZONI
DI
MICHELE SCHERILLO
Milano—ULRICO HOEPLI—Editore
I PROMESSI SPOSI
Alessandro Manzoni
I
Promessi Sposi
STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII
SCOPERTA E RIFATTA
DA
Alessandro Manzoni
Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali
di GAETANO PREVIATI
ULRICO HOEPLI
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1905
MICHELE SCHERRILLO
GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO
DI
ALESSANDRO MANZONI
INDICE DEI CAPITOLI DEL SAGGIO
| I. | Pag. VII |
| II. | IX |
| III. | XII |
| IV. | XVII |
| V. | XXIV |
| VI. | XXX |
| VII. | XXXIV |
| VIII. | XXXVIII |
| IX. | XLIV |
| X. | XLIX |
I.
Chiudendo il Discorso che prepose alla ristampa, per la Biblioteca Italiana del Le Monnier, dei Versi e delle Prose del Parini (1846), Giuseppe Giusti scriveva: «Così la Lombardia perdè il suo poeta; e non poteva cadere in mente, ai cittadini che lo piangevano, di consolarsene col caro aspetto d'un fanciullo di tredici anni che era allora in Milano, e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno. Dico di te, Alessandro mio; nè mi sarà imputato a vanità se ti rendo l'onore che t'è dovuto, con quella amorosa dimestichezza che volesti concedermi, della quale mi sento nell'animo un'alta compiacenza, temperata di rispetto e di gratitudine».
Nato a Milano, sul Naviglio di San Damiano—dalle parti dell'antico corso di Porta Orientale—, il 7 marzo 1785, da Pietro Manzoni, di nobile famiglia originaria di Barzio nella Valsassina in territorio di Lecco, e da Giulia, la giovane figliuola primogenita di Cesare Beccaria, il bambino Alessandro era stato mandato a respirare le prime aure vitali in un casolare a poca distanza dalla villa paterna del Caleotto, a Castello sopra Lecco. Il magnifico, vario, tenero paesaggio della mirabile costiera orientale di quell'ultima parte del «ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno»; lo spettacolo superbo di quei «monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo», di quelle «cime inuguali», di quelle «ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti»; l'armonia soave dell'Adda e dei torrenti scroscianti: riempirono l'occhio e l'orecchio di quel bambino, che lì appunto, in quell'angolo remoto e quasi segregato dal resto del mondo, avrebbe, nella balda virilità, immaginata la scena del Romanzo immortale. Anche lui, brianzuolo d'adozione, avrà allora imparato, in quei vergini anni, a distinguere di quei torrenti «lo scroscio, come il suono delle voci domestiche»; e le cime di quei monti si saranno allora impresse pur nella sua mente, «non meno che l'aspetto dei suoi più familiari».
Come non ripensare al Parini, e ai «colli beati e placidi» che cingono il vago Eupili, un po' più là, verso occidente, dietro i Corni di Canzo,
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid'ale,
quando, nel Romanzo, ascoltiamo l'inno di nostalgia traboccante dall'anima dello scrittore; che sente battere all'unisono il suo col cuore della cara contadina d'Acquate, fiorente di «quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»; che divide con Renzo la tenera commozione del riudire di tra il fogliame delle alte macchie di pruni, di quercioli, di marruche, la materna voce dell'Adda? «Oh beato terreno», «colli ameni», «clima innocente», aura
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi!
Oh «beata gente, vegeta e robusta»,
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo!
Oh l'inebriante profumo del timo, del croco, della menta selvaggia! Il solenne spettacolo del lago, giacente, nella notte senza vento, liscio e piano, così che parrebbe immobile «se non fosse il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchia di mezzo al cielo»; e il sordo rumore del «fiotto morto e lento» che si frange sulle ghiaie del lido, e «il gorgoglío più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte!».... E lo spettacolo, egualmente solenne, dei monti e del «paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grandi ombre», dove l'occhio esercitato sa distinguere i villaggi, le case, le capanne!... «Quanto è tristo il passo di chi», cresciuto fra tali incanti di natura, in tanta pace d'idillio, «se ne allontana!... Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro».
II.
Di sei anni, Alessandro fu affidato ai padri Somaschi del collegio di Morate: un ridente paese anche questo, in collina, a poca distanza dall'Adda; ma vi manca il lago, e i monti son lontani. Nell'aprile del 1796 mutò collegio, e fu rinchiuso in quel di Lugano; dove insegnava il padre Soave, un instancabile imbastitore di libri scolastici d'ogni genere e novellatore a tempo perso. Il Manzoni non lo ebbe effettivamente a maestro che un giorno solo, in luogo del professore di matematica, infermo; pure, da vecchio narrava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria[1]». Agli altri padri però non gli riusciva davvero di voler bene: eran tutti un po' maneschi, screanzati, ignoranti, venali. Che noia e che stizza vedersi costretto a quella educazione collegialesca e fratesca; a quegli studi tutto meccanici, arretrati, insipidi! Ed egli s'atteggiava a ribelle.
...............Nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
De l'insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.
Si sente aria di temporale; e si capisce che anche nel collegio di Merate e in quel di Lugano era penetrato di contrabbando qualche volumetto del Rousseau o qualche volume dell'Alfieri. A buon conto, quel giovanotto era nipote di Cesare Beccaria, e pel grande nonno aveva imparato dalla madre ad avere una venerazione oltre che filiale. Non lo aveva visto che una volta sola: la signora Giulia lo aveva condotto nella casa di via Brera, prima di metterlo in collegio. E il marchese, che non avrà certo indovinato in quel bambino il più insigne scrittore del secolo prossimo a cominciare, s'era accostato a un armadio, per prendere dei cioccolatini e donarglieli. Non ricordava se non questo solo aneddoto, il Manzoni, ma si sentiva fiero del cognome materno. Da giovanotto, nelle lettere agli amici o già compagni di collegio, si compiaceva di aggiungerlo al paterno.
Anzichè, dunque, mortificar il suo spirito in quegli esercizi facchineschi di memoria, il giovanetto si chiudeva, quando nessuno avrebbe potuto impedirglielo, in una stanza remota, e lì leggeva i suoi poeti o invocava per suo conto la Musa. Per buona fortuna, un di quei Padri, più umano cultore delle lettere umane, «invece di darmi le busse come i Prefetti»—narrava il Manzoni,—«vedendo questa mia facilità a compor versi, mi dava le chicche». Un giorno, soggiungeva, «sento bussare all'uscio dai miei compagni, che mi dicono: Apri, camerata; vieni fuori, che abbiamo stabilito di tagliarci le code. Io dapprima risposi: Lasciatemi star quieto. Ma poi ho ceduto, ho aperto, e mi sono lasciato tagliare il codino. È stato un gran delitto, perchè era segno d'idee liberali; e molti anni dopo, morto mio padre, tra le sue lettere ne ho trovata una del Padre rettore del mio Collegio, la quale diceva: «Questa volta la camerata dei mezzanelli me ne ha fatta una di grossa: si son tagliate le code! E quello che più mi dispiace si è di doverle dire, signor Manzoni, che suo figlio è stato uno dei caporioni[2]».—Un altro giorno, dell'agosto (1799), mentre usciva dal solitario ripostiglio, dove era stato a quattr'occhi con la Musa e le aveva recitata a voce alta La caduta pariniana, s'incontrò in un compagno che gli diede la notizia, giunta fresca fresca da Milano, che il Parini era morto. Ne ebbi, ricordava da vecchio il poeta, «una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita[3]».
Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero Allobrogo,
......che ne le reggie primo
L'orma stampò de l'italo coturno;
E l'aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!
E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora tenevano, qui in Milano, il collegio dei Nobili, poi detto Longone, sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai prischi sommi»;
........o ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.
E, insieme coi prischi, i sommi moderni, che ad essi s'erano ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo» e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei «mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»
III.
Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto», avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il Monti; la cui Basvilliana era stata, per mano del boia e per la boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi, prese a venerarlo.
Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi. Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume, come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia—la primogenita del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le portrait»—la Feroniade. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni; «lasciala nella sua oscurità!»—E a proposito della volubilità del pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli napoleonici, e del Ritorno d'Astrea, il Manzoni narrava ai suoi intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese, questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore Francesco[4]».
Alessandro Manzoni a 17 anni.—Disegno del pittore Bordiga.
Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni—che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci—veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].
Quel poemetto—che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla Basvilliana e sulla Mascheroniana, ricordate pur nelle note—si chiude anzi con un inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.
O Pïeride Dea,.................
Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorïoso segno.
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi,
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,
Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.
Ma tu l'invida turba addietro lassi,
E le robuste penne ergendo come
Aquila altera, li compiangi e passi.
Invano atro velen sopra il tuo nome
Sparge l'Invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome.
Ed io puranco, ed io Vate trilustre,
Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume
A me fo scorta no l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde» a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito flutto o di abitati pin»;
Ma verdi colli e biancheggianti ville
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d'Aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l'ombre salubri.
È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i lavorati campi» agl'industri villani,
nè udir le preci
Inesaudite e gl'imprecanti voti
De le madri che seguono da lungo
Con l'umid'occhio o con le strida il caro
Fan destinato a la lame de' figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l'innocua mano
Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti.
Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.
................Salve,
Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda;
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconìadi,
Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello;
O, traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella; che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno,
Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udíilo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natio movèalo al canto
E l'indomata gioventù de l'alma.
Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi
È silenzio ed orror!
Chi non ricorda il leggiadro episodio della Mascheroniana (1801; canto IV), in cui l'ombra di Pietro Verri, alla vista dei «placidi colli felici»,
Che con dolce pendio cingon le liete
Dell'Eupili lagune irrigataci,
esclama:
Salvete,
Piagge diletto al Ciel, che al mio Parini
Foste cortesi di vostr'ombre quete,
Quando ei, fabbro di numeri divini,
L'acre bile fe' dolce, e la vestia
Di tebani concenti e venosini?
Invano il futuro narratore dei Promessi sposi cercava, in quei cari luoghi, di risentire la cara voce del poeta eupilino: «le commosse reliquie sotto la terra argute sibilar»; il «plettro arguto» taceva, e negli amati boschi fiancheggianti l'Adda era «silenzio ed orror».Venga dunque lui, il Ferrarese, «a risvegliar, col canto, novo romor Cirreo»:
............A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soavi e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse.
IV.
Anche a lui adolescente Euterpe aveva fatto qualche carezza:
Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte.
E appunto, in uno di quei momenti in cui si sentì infiammato dal «furor sacro» o «furor santo» che quella Musa suol destare nel seno de' suoi devoti, il Manzoni scrisse il poemetto, di titolo e forma petrarchesca, Il trionfo della Libertà. Il 20 piovoso, o, per parlare un linguaggio meno repubblicano, il 9 febbraio 1801, era stata firmata la pace di Luneville. Insieme con tutto il mondo liberale, applaudì anche il quindicenne Manzoni, scrivendo quel poemetto. V'inneggia all'aurora d'un'êra novella: son finite le guerre, la Superstizione è stata finalmente sbandita dal mondo, la Libertà procede trionfatrice.
Coronata, di rose e di vïole,
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del Sole;
E le spade stringea d'aspre ritorte,
E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la Morte;
E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline....
Son mosse e colori montiani. Il novizio cerca la sua forma, ma per ora non sa che calcar le orme altrui. Il modello prossimo è la Mascheroniana; ma ogni tanto spunta il ricordo pur della Basvilliana o degli altri poemetti del fecondo e facondo Ferrarese. La dea Libertà v'è raffigurata
Umilemente altera, ed il decenne
Berretto il crine affrena;
com'è appunto nel Pericolo:
E di Bruto l'insegna è il suo cappello.
E oltre alla forma in generale, e ai tanti particolari d'invenzione e di stile, è montiana perfino l'idea prima, di celebrare in versi quella pace, e di celebrarla a guisa d'un Trionfo. Non so che altri ci abbia pensato; e, per esempio, il Petrocchi non ha rammentato, su quell'avvenimento, se non una lirica del Ceroni. Altro che Ceroni! Quella pace fu cantata dal Monti in persona, in un'ode a strofi saffiche (il metro della pariniana Alla Musa), che ha ispirazione moderna e gusto classico. Di sotto alla patina caduca del frasario mitologico e alle incrostazioni parassitarie della rettorica giacobina, quanta freschezza di sentimento in quest'ode, che fa non a caso ripensare ai Cori manzoniani e a taluna delle più belle poesie del Carducci!
Voi che dell'armi al suono impaurite
Pace invocaste su le patrie arene,
Tenere madri, ardenti spose, uscite:
La dea già viene.
De' suoi bianchi corsieri odo il nitrito,
Sotto l'asse tremar sento la riva.
Fuori uscite: ogni pianto è già finito:
Ecco la diva.
Lungi il loto, o fanciulle, ed il narciso,
Ch'ella non ama delle Parche i fiori:
Date rose e mortelle, e al fiordaliso
Misti gli allori....
Alate strofette; che fan meglio comprendere il paterno compiacimento del provetto poeta, quando, nel lodare i primi tentativi dell'amato novizio, gli scriveva: «I versi che m'hai mandati son belli: io li trovo respiranti quel molle atque facetum virgiliano, che a pochi dettano gaudentes rure camoenae.....; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali».
Quanto a sentimento e impeto patriottico, il figliuolo della Giulia Beccarla non aveva certo bisogno che altri venisse ad insegnarglieli: le idee nuove ed innovatrici, e le dottrine umanitarie e sociali che avevano scosso e scotevano l'antico assetto, eran roba di casa. Il fiero imberbe dubita persino che l'uomo abbia un'anima (c. I):
........s'egli è ver che in noi s'annidi
Parte miglior che de le membra è donna;
e ha sobbalzi e scatti d'un paganesimo così vivace, da fare al libire l'autore degl'Inni e della Morale cattolica (c. II):
Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
Turba di Lupi mansueti in mostra,
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!
E il popol reverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dii
Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questi i diletti de l'Eterno sono?
Questi i ministri del divin volere?
E questi è un Dio di pace e di perdono?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
O degenere figlia di Quirino,
Che i tuoi prodi oblïando, al Galileo
Cedesti i fasci del valor latino!
Codeste note antipapali e peggio avevano nutrita e infiammata la letteratura transalpina e cisalpina di prima e dopo la Rivoluzione, dal Voltaire all'Alfieri, dal Montesquieu al Monti. E con quella letteratura il Manzoni era più che affiatato. Il Foscolo, che lo conobbe di quegli anni appunto, lo proclamava «nato alle lettere e caldo d'amor patrio».Ma certi bollori tra giacobini e tribunizii, gorgoglianti qua e colà nel poemetto, tradiscono un fuoco che non è nativo. Sta bene che, negli anni più maturi, il Manzoni dichiari d'avere scritto quei versi «nell'anno quindicesimo» dell'età sua, «non senza compiacenza e presunzione di nome di poeta», e di rifiutarli perchè troppo primaticci; «ma», soggiungeva, «veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei». Ripudiava i versi, «come follia di giovanile ingegno»; legittimava i sentimenti, «come dote di puro e virile animo». Oh, non tutti i sentimenti! Questo, per esempio, che ha suggerito di raffigurare la Libertà con le mani tutte e due ingombre: la destra dal brando, la sinistra dalla scure che troncò il capo di re Luigi (c. I):
Stringe la manca la fatal bipenne,
E l'altra il brando scotitor de' troni....
(imitazione un po' goffa della figurazione montiana, dei due Cherubini sospesi su le penne, ai fianchi del trono dell'Eterno: «Quegli d'olivo un ramoscel tenea, Questi un brando rovente»; nella Mascheroniana, c. II). O quest'altro, che ha consigliato di rappresentar così la Giustizia:
Quinci è Colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol disuguai per merto o per delitto;
E se vede che un capo in alto saglia,
E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
Alza la scure adeguatrice, e taglia.
Giustizia da Marat, codesta, non da un nipote di Cesare Beccaria!
Dichiarazione premessa al manoscritto del «Trionfo della Libertà».
Tuttavia, la maggior parte del poemetto è tale che s'intende come fin l'autore del Romanzo non potesse che compiacersene. E l'apostrofe alla regione nativa, nel canto IV, pur con tutti gli spunti e pariniani e alfieriani e montiani che vi si potrebbero additare, è già schiettamente manzoniana. Chi non lo sa? La bella utopia repubblicana, classicamente drappeggiata, che era valsa a commuovere, negli anni più propensi all'entusiasmo, poeti e pensatori, dal Montesquieu all'Alfieri, e per un momento anche l'austero cantore del Giorno, non aveva, tradotta dal regno dei sogni in quello della realtà, nulla mantenuto delle sue rosee promesse. A una tirannia decrepita e slombata, se n'era sostituita un'altra, incomposta, intraprendente, procacciante, audace, volgare, perchè d'una moltitudine impreparata, inesperta, incapace, e avida di saziarsi e d'inebriarsi di quei vizi medesimi dei quali era stata fin allora spettatrice e biasimatrice invidiosa. Il Parini n'era morto corrucciato; e Vittorio Alfieri faceva, in quegli ultimi inoperosi anni della sua vita già tanto agitata, «dolce l'ira sua nel suo segreto», preparando agl'Italiani, nel Misogallo, il suo testamento politico.
Il Manzoni insorge, legittimo erede dell'onesto brianzuolo e dell'allobrogo feroce (c. IV).
Ma tu, misera Insubria, d'un tiranno
Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!
Gentili masnadieri in le tue ville
Succedettero ai fieri, e a genti estrane
Son le tue voglie e le tue forze ancille.
Langue il popol per fame, e grida: Pane!
E in gozzoviglia stansi o in esultanza
Le Frini e i Duci[6]; turba che di vane
Larve di fasto gonfia e di burbanza,
Spregia il volgo onde nacque e a cui comanda,
A piena bocca sclamando: Eguaglianza!
Il volgo, che i delitti e la nefanda
Vita vedendo, le prime catene
Sospira, e 'l suo tiranno al ciel domanda.
De l'inope e del ricco entro le vene
Succhian l'adipe e 'l sangue; onde Parigi
Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.
E i tuoi figli? I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tal pasce il volgo di sonanti fole;
Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
E liberai non è che di parole....
Vedi quei che sua gloria nei concinni
Capei ripone. Oh generosi spirti,
Degni del giogo estranio e de' cachinni!
Odimi, Insubria. I dormigliosi spirti
Risveglia alfine, e da l'olente chioma
Getta sdegnosa gli Acidalii mirti.
Ve' come t'hanno sottomessa e doma
Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
La Tirannia che Libertà si noma.
Mira le membra illividite, e i tuoi
Antichi lacci; l'armi appresta,
Sorgi, ed emula in campo i Franchi eroi.
E a l'elmo antico la dimessa cresta
Rimetti, e accendi i neghittosi cori,
E stringi l'asta ai regnator funesta.
Come destrier, che fra l'erbette e i fiori
Placido, in diuturno ozio recuba
Sol meditando vergognosi amori,
Scote nitrendo la nitente giuba
Se il torpido a ferirlo orecchio giugno
Cupo clangor di bellicosa tuba,
E stimol fiero di gloria lo pugne,
Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina,
E l'indegno terren scalpe con l'ugne;
Contra i Tiranni sol la cittadina
Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso
Che fosti serva ed or sarai reina.
I Tiranni! L'odio tirannicida era di legato alfieriano. Oh perchè tarda a sorgere un novello Bruto, il quale liberi il mondo dalla turpe e feroce Austriaca, tigre regale, che trucidò, al cospetto del divino golfo di Napoli, l'ammiraglio Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Ettore Carafa!
Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!
Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.
Tigre inumana di pietade ignuda,
Tu sopravvivi a' tuoi delitti? Un Bruto
Dov'è? Chi il ferro a trucidarti snuda?
Muoia, perdio, «l'empia tiranna»!
E disperata mora, e a' suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca o pieghi,
E agli strazii perdoni ed agli insulti,
O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.
Ricalcati su modelli alfieriani sono altresì i due sonetti del 1801: quello dove il Manzoni ritrae sè stesso; e l'altro, A Francesco Lomonaco, che si chiude con le famose terzine:
Tal premii, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che prò se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?
Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre e non cangiata mai.
Quest'ultimo sonetto fu il primo componimento che dal Manzoni fosse pubblicato.
V.
Tuttavia, il poetino
Giovin d'anni e di senno, non audace,
Duro di modi ma di cor gentile,
s'avvide, o credette d'avvedersi, che Euterpe non era sincera con lui, e la piantò in asso. In cose d'amore, diceva da vecchio, sont staa semper un imbrojàa! E si lasciò sedurre dal «sospiro» di Erato.
Par proprio di quel tempo l'Ode, squillante di armonie pariniane, che comincia Qual su le cinzie cime. Al poeta giovinetto fu forse ispirata dall'«angelica» fanciulla, della quale confessava d'essersi invaghito «con fortissima e purissima passione» nel 1801, e soggiungeva d'aver rivista a Genova sei anni dopo[7]. Non ancora, vi dichiara, gli occhi suoi erano «dolci»—«dotti», corresse in un'altra copia—«d'amorose lagrime»; e gli occhi di lei, «vincendo di splendor l'emule Vergini», gli si rivolsero «dolcemente gravi». E come «soave» era quella voce!—Non so se anche il «parlar» di costei, «eletto e nitido», cadesse
come di limpide
Acque lungo il pendio lene rumor;
ma chi non risente la grata fragranza catulliana delle odi Il pericolo e Il messaggio, in queste alate strofette, leggiadramente intessute di settenari e d'endecasillabi, e rese più agili dagli sdruccioli non frenati da rime?
Da gl'innocenti sguardi
Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
Escono accesi dardi,
Non certi men nè di più leve incendio
Se dal fronte scendendo il crine avaro
Dolce fa lor riparo:
Non altrimenti in cielo
Febo sorgendo, di dorate nuvole
A' suoi splender fa velo,
Che vincitor superbi indi sfavillano,
E la terra soggetta in suo viaggio
Tinge di dubbio raggio.
Oh qual tutta di nove
Fatali grazie ride allor che l'invido
Crin col dito rimove,
E doppio appresta di beltà spettacolo
Sul picciol fronte trascorrendo lieve
Con la destra di neve!
Il poeta è stato assalito dal «fanciulletto Idalio», mentre
per le fiorenti
Ascree piagge scorrea, lungo le Aonie
Secrete acque;
e non gli valsero a difesa «gli aspri precetti di Zenon».
Nè vuol ch'io canti, rossa
Di sangue, Italia; onde ancor pochi godono;
Nè di plebe commossa
Le feroci vendette, ed i terribili
Brevi furori, e i rovesciati scanni
De' tremanti Tiranni.
Celebrerà dunque Venere, traente «da' gorghi del paterno Oceano Le rugiadose chiome»,
E il Zeffiro lascivo
Che ne le zone de le incaute vergini
Scherzar gode furtivo,
Onde audaci i pastor maligni ridono,
E a lor la guancia bella e vergognosa
Tinge virginea rosa.
Ma il pudico poeta non ne fece poi più nulla. E si lasciò invescare dall'«amaro ghigno» di quella Musa, che aveva pur allora perduto il principale suo «sacerdote» nel Parini: da Talia.
Nell'ottobre del 1803, in compagnia d'un suo zio paterno e di due altre famiglie milanesi, i Draghi e i Tordarò, era andato a Venezia; dove rimase circa un anno. Che grata impressione ricevette da «quei palazzi così stupendamente variati», da quel dialetto, che è, diceva, «un così felice miscuglio di tronchi, piani e sdruccioli»! (Cara invidia per chi, negli Inni e nell'Ode, avrebbe poi adottati i metri pariniani!). Lo zio e gli altri due, fautori e impiegati dell'Austria, vi erano mal visti; «e siccome Tordarò era brutto bene, i Veneziani fecero quel verso: Due di bestie hanno il nome, un la figura». Ma, soggiungeva, «quanto a me, che fui conosciuto subito per avverso al dominio straniero, si diceva: In presenza di lui si può parlare, perchè non è dei loro». Vi conobbe molti senatori e molte gentildonne: il doge Manin, che «in quell'inverno si lasciò rubare per ben quattro volte il tabarro per via»: Francesco Pesaro, ancor dolente «d'essere stato fischiato allorquando aveva proposto in Senato di armarsi e di unirsi all'Austria contro i Francesi»; e quel Camillo Gritti, in onor del quale il Parini aveva scritto La magistratura. «Io lo trovai una sera», narrò poi il Manzoni, «in una conversazione; e, accostatomi a lui, gli dissi pieno d'entusiasmo: C'è un'ode del Parini fatta per Lei! Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene!» Ritornando, volle soffermarsi un giorno nella «gentil Vicenza»; ma anche qui gli occorse un caso strano. «Entrai», raccontava, «in una bottega da caffè, e uno dei signori che vi erano seduti, s'alzò e venne a me, a chiedermi se io ero nobile, perchè quello era il Caffè dei nobili. Io gli risposi che nel mio paese non c'erano più queste distinzioni; e che se fossi stato nobile prima, non lo sapevo, perchè mi pareva cosa di tanto poca importanza da non curarsene affatto»[8]. (In verità, i Manzoni erano nobili del contado, e possedettero un tempo il feudo onorifico di Moncucco nel Novarese; e quando don Pietro e il fratello canonico don Paolo vennero a stabilirsi a Milano, avevan chiesto d'essere ammessi al patriziato, ma la domanda non era stata accolta, perchè la loro famiglia non era vissuta per oltre cento anni nella città).
Nel soggiorno veneziano, nell'arguta oltre che bella città che fu patria dell'ammirato Goldoni (il Manzoni, da vecchio, esclamava: «E il Goldoni! che ingegno comico! Molière fa ridere, ma talvolta fa odiare i suoi personaggi: Goldoni fa sorridere, e li fa amare[9]») e di Gaspare Gozzi, si sentì dunque nelle grazie di Talia, e snocciolò l'uno dopo l'altro tre Sermoni, che mandava via via agli amici milanesi. Persuaso d'esser nato a far versi, preferiva oramai «notar la plebe con sermon pedestre» al celebrare con «numeri sonanti» le memorande, ma fin troppo memorate, «opre antiche d'eroi» (Serm. III). Non già per «consiglio di maligno petto»; ma
Lidia m'occorre, che di frutti estrani
Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio, a me ritrosa
Nega esprimer Talia. Che se propongo
Dir Penelope fida, e il letto intatto
De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente
Feconda l'orto del marito; cui
Non Ilio pertinace o il vento avverso,
Ma il prego mattutino o l'affrettata
Visita de l'amico o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
De l'erede non suo. L'imprese appena
Tento di Cincinnato e il glorïoso
Ferro alternato alla callosa destra,
O i Legati di Pirro innanzi al duro
Mangiator del magnanimo legume;
Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri
Villano, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove, e spaventar mi crede
Con la forzata maestà del guardo.
Difficile arte però quella del poeta, e non da sfaccendato o da distratto in altre cure. E lo sapeva bene il Parini, il «divo Parini»! (Serm. II).
Quando sull'orme dell'immenso Flacco
Con italico piè correr volevi,
E dei potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio[10]. Indi è che, dopo cento
E cento lustri, il postero fanciullo,
Con balda cantilena, al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.
E anche l'Alfieri lo sapeva, «primo signor de l'Italo coturno»! Ma ora, quanta e quale profluvie di «versi inetti», degna forma di «maldigesta dottrina»! Manca (mancava allora, s'intende!) il gusto della buona poesia; e invece tutti ne voglion giudicare: «o sii tu servo, O duro fabbro, o venda in su i quadrivi Castagne al volgo».
Che dirò dei teatri? . . . . .
Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, e la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il ciclo accenna,
Odi sclamar dai palchi:—Oh duri versi!
Oh duro amante! Dal tuo fero labbro
Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megagle ad Aristea, Clelia ad Orazio!—
L'Alfieri è venuto in uggia per la sua austerità ed asprezza. Il dramma che ora piace è quello novissimo—di Francesco Albergati, di Camillo e Carlo Federici, di Giuseppe Foppa, di Giovanni de Gamerra, di Giuseppe Zanoia, di S. A. Sografi, di Giovan Gherardo de Rossi, di Giovanni Greppi, di F. A. Avelloni, di Andrea Willi—che mescola e confonde il riso colle lagrime: un mirabile mostro, il piè destro calzato di coturno, il sinistro di socco, e sul volto una maschera informe, atteggiata a un comico ghigno ma solcata da lagrime e da sangue.
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
Primo signor de l'italo coturno?
Te, ad imparar come si faccia il verso,
De gl'itali Aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le ausonie scene
Or giganteggia. Al destro pie' si calza
L'alto coturno e l'umil socco al manco;
Quindi va zoppicando; informe al volto
Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue.
Che insano entusiasmo, allora, in quel principio di secolo, per simili sconcezze (ogni tempo ha le sue!)...
Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che per le cave
Volte rumoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro e fa sostar per via
Maravigliato il passaggier notturno.
Il poeta, nauseato d'un simile schiamazzo, si chiude coi suoi pensieri e coi suoi libri, e medita.
Io, perchè de la plebe il grido insano
Non mi fieda l'orecchio, in questa cella
Mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri
Quanti coll'occhio annoverar tu possa.
Alessandro Manzoni a 20 anni.