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I Viaggi di Marco Polo / Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice magliabeccano e sulle opere di Charton cover

I Viaggi di Marco Polo / Unica versione originale fedelmente riscontrata sul codice magliabeccano e sulle opere di Charton

Chapter 16: NOTE:
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About This Book

A Venetian merchant's extended travelogue recounts multiyear journeys across the Mediterranean, the Middle East, Central Asia and China, recording markets, courts, political arrangements and commercial routes; it details encounters with Mongol rulers, service on diplomatic missions, logistical aspects of caravans and sea passages, and vivid descriptions of cities, customs and resources; the narrative blends itinerary and ethnographic observation with notes on trade goods, administrative practices and episodes of return voyages that illustrate exchanges between East and West.

VII.
De' signori de' tarteri del ponente.

Lo primo signore ch'ebbono gli tarteri del ponente si fu uno ch'ebbe nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente, e conquistò molte provincie e molte terre, ch'egli conquistò Rossia e Chomania e Alanai e Lacca e Megia e Ziziri e Scozia e Gazarie. Queste furono tutte prese per cagione che non si tenevano insieme, che se elle fossero istate tutte bene insieme, non sarebbono istate prese. Ora dopo la morte di Frai fu signore Patu, dopo Patu si fu Bergho, dopo Bergo Mogleten, poscia fu Catomachu, dopo costui fu il re ch'è oggi, lo quale ha nome lo re Tocchai. Ora avete inteso di signori che sono istati delli tarteri del ponente; vogliovi dire d'una battaglia, che fu molta grande tra lo re Alau signore del levante, e dello re Barga signore del ponente.


VIII.
D'una gran battaglia.

Al tempo degli anni Domini MCCLXI sì si cominciò una grande discordia tra gli tarteri del ponente e quegli del levante, e questo si fu per una provincia, che l'uno signore e l'altro la voleva, sì che ciascuno fece suo isforzo e suo apparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo degli sei mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo, e ciascuno avea bene in sul campo bene ccc mila cavalieri, bene apparecchiati d'ogni cosa da battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga avea bene CCCL mila di cavalieri. Or si puose a campo a X miglia presso l'uno all'altro; e voglio che voi sappiate, che questi campi erano i più ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di trabacche, tutti forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento; e costì istettoro tre dì. Quando[Pg 137] venne la sera, che la battaglia dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua gente, ed amonìo, sì come si conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re Barga fece XXXV ischiere, lo re Alau ne fece pure XXX, perchè avea meno di gente, e ogni ischiera era da X mila uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e grande, e bene faceva bisogno, che giammai non si ricorda che tanta gente s'asembiasse in su 'n un campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della ischiatta di Cinghy Cane, ma poi sono divisi, che l'uno è signore del levante, e l'altro del ponente. Quando furono acconci l'una parte e l'altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette; le saette cominciarono ad andare per l'aria tante, che tutta l'aria era piena di saette, e tante ne saettarono che più non n'avevano. Tutto il campo era pieno d'uomeni morti e di feriti; poi missoro mano alle ispade; quella era tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che[Pg 138] giammai tale non fu veduta nè udita, e tanti cavalieri a terra, ch'era una maraviglia a vedere da ciascuna parte; nè giammai non morì tanta gente in un campo, che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli uomeni morti e feriti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo romore e il pianto era sì grande di feriti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo re Alau fece sì grande maraviglie di sua persona che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sì che il re Barga non potè durare, anzi gli convenne alla per fine lasciare il campo, e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con sua gente, tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e' comandò che tutti gli morti fossono arsi, così gli nemici come gli amici, però ch'era loro usanza d'ardere i morti; e fatto ch'ebbono questo, sì si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che[Pg 139] sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere; salvo che del Mar Maggiore non vi abbiamo parlato nè detto nulla, nè delle provincie che gli sono d'intorno, avegnachè noi il ciercamo ben tutto, perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica a dire quello, che non sia bisogno nè utile, nè quello ch'altri fa tutto dì; che tanti sono coloro che il cercano e 'l navicano ogni dì che bene si sa, sì come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v'è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno capitolo, ove parla della briga e fatica ch'ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello capitolo conta la ventura ch'avemo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sì che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessero sapere le cose che sono per lo mondo,[Pg 140] che secondo ch'avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e' non fu mai uomo nè cristiano nè saracino nè tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia. Deo gratias. Amen. Amen.


Fine.


INDICE

CAPITOLO I.

Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle esplorazioni nel centro dell'Asia.—Condizione della famiglia Polo a Venezia.—I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.—Vanno da Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.—Loro ricevimento alla corte di Kublai-Kan.—L'Imperatore li nomina suoi ambasciatori presso il papa.—Loro ritorno a Venezia.—Marco Polo.—Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re tartaro.—Il nuovo papa Gregorio X.—La relazione di Marco Polo scritta in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al 1324) Pag. 5

CAPITOLO II.

L'Armenia Minore.—La Turcomania.—L'Armenia Maggiore.—Il monte Ararat.—La Georgia.—Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.—La Persia.—La Provincia di Kirman.—Comadi.—Ormuz.—Il Vecchio della Montagna.—Cheburgan.—Balk.—Il Balacian.—Cascemir.—Cascegar.—Samarcanda.—Cotan.—Il deserto.—Tangut.—Caracorum.—Signan-fu.—Tenduc.—La grande Muraglia della China.—Ciandu,[Pg 142] la città attuale di Sciang-tu.—La residenza di Kublai-Kan.—Cambaluc, attualmente Pekino.—Le feste dell'Imperatore.—Sue caccie.—Descrizione di Pekino.—La zecca ed i biglietti di banca chinesi.—Le poste dell'Impero Pag. 15

CAPITOLO III.

Tso-tcheu.—Tainfu.—Pin-yang fu.—Il fiume Giallo.—Chaciafu.—Si-gnan-fu.—Il Sze-tchuen.—Ching-tu-fu.—Il Tibet.—Li-Kiang-fu.—Il Caragia.—Yung-chang.—Mien.—Il Bengala.—L'Annam.—Il Tai-ping.—Sinuglil.—Sindi-fu.—Chacafu.—Ciaglu.—Ciagli.—Codifu.—Lin-tsin-tcheu.—Lin-tching-hien.—Il Mangi.—Yang-tcheou.—Città del litorale.—Quinsay o Hang-tcheu.—Il Fuchian " 55

CAPITOLO IV.

L'India.—Cipango o Zipagu (il Giappone).—Partenza dei tre Polo colla figlia dell'imperatore e gli ambasciatori persiani.—Saigon.—Giava.—Condor.—Bintang.—Sumatra.—I Nicobari.—Ceylan.—La costa di Coromandel.—La costa di Malabar.—Il mar d'Oman.—L'isola di Gocotora.—Madagascar.—Zanzibar e la costa africana.—L'Abissinia.—Aden.—Schehr.—Dafur.—Kalhat.—Hormuz.—Il Golfo Persico.—Ritorno a Venezia.—Una festa in casa Polo.—Marco Polo prigioniero dei Genovesi.—Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.—Suoi discendenti.—Ricordi della famiglia Polo " 85


APPENDICE.

I. Della Gran Turchia.

II. D'una battaglia

III. Delle parti di verso tramontana

IV. Della Valle Iscura

V. Della provincia di Rossia

VI. Della provincia di Lacca

VII. De' signori de' tarteri del ponente

VIII. D'una gran battaglia

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NOTE:

[1] Sarà nostra cura il dare a questi viaggi il maggior sviluppo possibile, confrontando il lavoro di G. Verne colla lezione del Codice Magliabeccano pubblicato a cura del Bartoli; nonchè coi lavori del Francese Charton; giacchè gl'Italiani hanno diritto di pretendere in una nuova edizione dei viaggi del grande Veneziano tutta quella estensione che ben s'addice al più illustre viaggiatore di quel secolo. (N. del Trad.)

[2] Enrico Dandolo, eletto doge di Venezia nel 1192, benchè ottuagenario e cieco divenne celebre alla quarta crociata, durante la quale domò Zara, nel 1202. Conquistò Costantinopoli, il 17 luglio 1203, facendo a Venezia importantissimi acquisti marittimi sulle coste del Mar di Marmara e Mar Nero; s'impadronì di Candia e d'altre isole del Mediterraneo, e portò a Venezia i famosi cavalli di S. Marco. Dopo l'assassinio dell'imperatore Alessio, eresse l'impero latino col conte Baldovino a imperatore. Morì a Costantinopoli il 1o giugno 1205, al ritorno d'una spedizione infelice contro gli abitanti ribellatisi di Adrianopoli. (N. del Trad.)

[3] Gran Signore. (N. del Trad.)

[4] Questo porto, conosciuto oggidì sotto il nome d'Isso, è posto in fondo al golfo Issico.

[5] Il codice Magliabeccano dice da Vinegia (Venezia), ma il testo francese, il Ramusiano ed il Riccardiano, da Vicenza. Nell'opera di Verne, per un errore certamente di tipografia, leggiamo: de Vienne! (Nota del Trad.)

[6] È nelle carceri di Genova che Marco Polo dettò il racconto de' suoi viaggi a Rusticano da Pisa suo compagno di prigionia. (Nota del Trad.)

[7] L'Jerzenga dei moderni.

[8] La nafta propriamente detta è un bitume liquido, infiammabilissimo, incoloro, della stessa origine del petrolio; è volatile, di odore speciale fortissimo e penetrantissimo. La nafta si trova raramente pura in natura. S'incontra in Persia, in Media, sulle sponde del mar Caspio, in Sicilia ed in Calabria. Il petrolio distillato le somiglia perfettamente. Il territorio di Bacu e tutta la penisola di Apsercon sul Caspio sono sparsi di sorgenti di nafta, cinerea e bianca. La nafta bianca arde benissimo, ma n'è scarsa la quantità; all'incontro la cinerea è abbondantissima, e sgorga talora in piccoli ruscelli. La nafta, in medicina, è stata adoperata, come il petrolio, come vermifuga e antispasmodica. (Nota del Trad.)

[9] Melic è voce araba, usata anche nella lingua mongolla, e significa re.

[10] Gli indigeni credono che Alessandro Magno fondasse la città di Derbend, e facesse erigere quella gran muraglia che corre sino al Mar Nero, per proteggere la Persia dalle invasioni degli Sciti.

[11] Califfo, titolo assunto dai luogotenenti e successori di Maometto, nel nuovo imperio temporale e spirituale fondato dal grande legislatore. (Nota del Trad.)

[12] Ecco quanto riferisce il Polo intorno alla presa di Bagdad:

«Egli è vero che negli anni Domini 1258 lo Gran Tartero, ch'avea nome Alau, fratello del signore che in quel tempo regnava, ragunò grande oste, e venne sopra lo califfo in Baudac (Bagdad), e presela per forza. E questo fu grande fatto, imperocchè in Baudac aveva piue di cento mila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò al califfo piena una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vide tanto tesoro, molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo ch'era preso, e sì gli disse: califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne volevi tu fare? E quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e gente per difendere te e la terra tua e la tua gente? Lo califfo non li seppe rispondere. Allotta (allora) disse Alau: califfo, da che tue ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare. E fecelo mettere in quella torre, e comandò che non gli fosse dato nè bere nè mangiare, e disse: Ora ti satolla del tuo tesoro. E quattro dì vivette, e poscia si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per difendere sua terra.»

[13] Ecco la storia meravigliosa citata dal Polo:

«Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac (Bagdad) e a Mosul. Negli anni MCCLXXV era uno califfo in Baudac che molto odiava gli cristiani; e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e a questo aveva suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti i cristiani ch'erano di là, e misse loro dinanzi questo punto; che egli trovava in uno vasello iscritto, che se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farebbe giungere due montagne insieme; e mostrò loro il vasello. Gli cristiani dissero che bene era vero.—Dunque, disse il califfo, tra voi tutti dee essere tanta fede, quanto un granello di senape; or dunque fate rimuovere quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, chè chi non ha fede dee essere morto.—E di questo fare diede loro termine dieci dì. Quando gli cristiani udirono ciò che il califfo avea detto, ebbono grandissima paura; e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti, piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'l vescovo, e pregarono assai Iddio; e istettono otto dì tutti in orazione, pregando che Iddio loro aitasse, e guardassegli da sì crudele morte. La nona notte apparve l'angiolo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e dissegli che andasse la mattina al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la montagna si muterebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì buona vita, che un dì una femmina venne a sua bottega, molto bella, nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si percosse, sicchè mai non ne vidde; sicchè egli era santo e buono uomo. Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani, e disse loro la visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che mutasse la montagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a ciò: tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si misse in orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani n'andarono alla chiesa, e feciono cantare la messa, pregando Iddio che gli aiutasse; poscia tolsero la croce e andarono nel piano dinanzi a questa montagna, e quivi era, tra maschi e femmine, piccoli e grandi, bene centomila. E 'l califfo vi venne con molti saracini armati per uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e pregando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto, e il califfo si convertì con molti saracini; e quando lo califfo morìo, si trovò una croce a collo, e gli saracini vedendo questo nol sotterrarono nel monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro luogo.»

[14] L'Oasi di Kabis era un giorno asilo delle carovane, florida sede di commercio e d'industria, e governata da un luogotenente del principe di Seiestan.

[15] Crediamo opportuno di riprodurre integralmente dal Codice Magliabeccano, questo interessante capitolo:

«Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna soleva dimorare anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo che messer Marco intese da più uomini. Lo Veglio è chiamato in lor lingua Aloodyn. Egli aveva fatto fare fra due montagne, in una valle, lo più bello giardino, e 'l più grande del mondo; quivi avea tutti frutti, e li più belli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti: per tale veniva acqua e per tale miele e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo, e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò il fece, perchè Malcometto disse, che chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse, quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece simile a quello che avea detto Malcometto. E gli saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo giardino non entrava se non colui, cui egli voleva fare assassino. All'entrata del giardino avea un castello sì forte, che non temeva niuno uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare.

«Quando gli giovani si svegliavano, e gli si trovavano là entro, e vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso; e queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi; donde egli aveano sì quello che volevano, che mai per loro volere non si sarebbono partiti di quello giardino. Il Veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quegli di quella montagna, che così sia com'io v'ho detto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli giovani, in niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliano, trovansi quivi, molto si maravigliano, e sono molto tristi, chè si trovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: Onde venite? Rispondono: Dal paradiso, e contangli quello che v'hanno veduto entro, e hanno gran voglia di ritornarvi. E quando il Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa tôrre quello lo quale sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scampano, ritornano al loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice: Va', fa tal cosa: e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al paradiso. E gli assassini vanno e fannolo molto volentieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui egli lo vuole fare: e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella paura. Egli è vero che negli anni 1277, Alau signore dei Tartari del levante, che sapeva tutte queste malvagità, pensò tra sè medesimo di volerlo distruggere, e mandò e' suoi baroni a questo giardino, e istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono; nè mai non lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta per fame fu preso, e fu morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non vi fu più Veglio niuno: in lui fu finita tutta la signoria.»

[16] Ecco il testo preciso delle parole del Polo, secondo il Codice Magliabeccano:

«E quivi si trova tale maraviglia: quando l'uomo cavalca di notte per lo deserto, egli avviene questo, che se alcuno rimane addietro delli compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giungere li compagni, ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano li suoi compagni, e più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è fatto disviare talvolta in tal modo che mai non si trova; e molti ne sono già perduti; e molte volte ode l'uomo molti stromenti in aria, e propriamente tamburi.»

Qualche commentatore ha trovato ragioni per credere che il passare delle carovane sia accompagnato, in questo deserto, da un suono speciale, prodotto dalla sabbia messa in movimento da molti animali.

[17] La falsa credenza popolare che la salamandra possa resistere al fuoco, indusse probabilmente il Veneziano a dare questo nome a quella pietra che noi conosciamo sotto il nome di amianto, minerale che si presenta in filamenti sottili bianchi alquanto madreperlacei, morbidi come seta, infusibili, incombustibili. Nelle Alpi del Piemonte l'amianto è comune; la sua quantità non è però tale da farne grandi applicazioni: si adopera a mo' di lucignolo per le lampade ad alcool; si è pensato pure a farne filacce per gli usi della chirurgia. Pei chimici, l'amianto è un silicato di magnesia. (Nota del Trad.)

[18] La moderna Su-ceu, nella provincia di Can-su, al termine occidentale della grande muraglia.

[19] Nel testo francese si legge: «il prenent le cousines por feme, et prenent la feme sun pere.»

[20] Rubruquis, o Ruysbroeck (Guglielmo di), frate cordeliere celebre pei suoi viaggi, nato nel Brabante verso il 1215, fu inviato nel 1253 da S. Luigi, re di Francia, ad un capo dei Tartari che aveva, dicesi, abbracciato il cristianesimo. Accompagnato dal cordeliere Bartolomeo da Cremona, traversò il Mar Nero, ed incontrò Sortach presso il Volga; ma questo capo non era cristiano, e Rubruquis fu spogliato di tutto quel che possedeva. Ei riconobbe il Mar Caspio, visitò il Khan Batu, andò a Carakorum, presso Mangu, successore di Gengis-Khan, e tornò per l'Armenia. Da San Giovanni d'Acri rese conto della sua missione a S. Luigi; la sua narrazione, scritta in buona fede, è piena di particolari curiosi sui Tartari e si trova nelle raccolte Hakluyt e Purchas. (Nota del Trad.)

[21] Verso la metà del secolo XII, si sparse in Europa la vaga notizia dell'esistenza in Asia di un sovrano, spirituale e temporale ad un tempo, chiamato Prete Gianni. Dalle ricerche fatte dagli storici risulterebbe in fatti che al tempo della presa d'Antiochia era re del Cara-Catay, Coir-can, e che dopo la sua morte usurpò il trono un prete nestoriano, capo dei Naimans, generalmente chiamato il Prete Giovanni.

[22] Specie di tessuto di peli di cammello, molto compatto e molto solido, che un giorno si fabbricava in Oriente, ed oggi si fabbrica anche da noi con peli di capra. Ai nostri dì il cambellotto è pure una stoffa di lana pura, o mista di lana e seta, che si prepara tanto in Francia che in Italia. (Nota del Trad.)

[23] Cioè, è condannato a morte dalla giustizia. (J. V.)

[24] Cinghis Cane, figlio maggiore dell'imperatore, essendo venuto a morte, l'eredità del trono spettava di diritto al primogenito del defunto. Come ognuno vede, questa legge è la stessa che regola le successioni delle monarchie europee. (nota del Trad)

[25] Morus papyrifera. Parlando di queste specie di gelso, il Capitano Mayne-Reid così si esprime: «Il morus papyrifera è originario della China, del Giappone o delle isole dell'Oceano Pacifico: ma come gli altri gelsi, venne portato in Europa ed in America, ove lo si coltiva oggidì a titolo d'ornamento. Il suo frutto, di colore scarlatto, è sferico, in luogo d'essere oblungo come quelli dei gelsi propriamente detti. È per questa ragione che i botanici fanno un genere a parte, di cui è l'unico campione: le sue foglie non servono di cibo al baco da seta, ma costituiscono, in cambio, un eccellente foraggio pel bestiame. Però la parte più interessante del gelso-papiro è senza dubbio la corteccia, che serve a fabbricare la carta nella China e nel Giappone. È appunto con questa sostanza che si fabbrica la magnifica carta della China, che serve nell'incisione, ed è con questa stessa corteccia che i naturali delle isole della Società tessono quella superba stoffa bianca, che causò tanta sorpresa agli Europei allorchè la videro per la prima volta.» (Nota del Trad.)

[26] Malgrado la pomposa dissertazione che fa il Polo intorno ai meriti ed i vantaggi della carta monetata, diremo che questa istituzione, di cui i Chinesi avevano già sperimentato tutti i beni e tutti i mali, essendo stata introdotta in China (secondo le dotte ricerche del Klapreth) sino dall'807 dell'èra volgare, regnando Ian-tsunh, della dinastia dei Tang, fu causa di gravissimi scompigli nelle finanze chinesi, sia per la spaventosa falsificazione di quelle carte, sia pei fallimenti delle banche autorizzate all'emissione di questi cenci rappresentativi delle ricchezze. Nel 1287 Kublai-Khan, adottando il progetto del ministro Lusci-iung, piantò il credito sulla base fallace della violenza: la rovina del commercio, il depauperamento de' privati, la perdita d'ogni fiducia nel principe, furono gli effetti inevitabili di questo pericoloso sistema. Invano la dinastia dei Ming cercò di sostenere il credito periclitante: il governo passava da un fallimento all'altro; e verso la metà del secolo XVo una crisi finale fece scomparire nella China, per sempre, la carta monetata.

Vorremmo ingannarci, ma tale è pure la sorte serbata alla circolazione cartacea presso le nazioni europee. (Nota del Trad.)

[27] I Chinesi dànno a questo fiume il nome di: Hoang-ho. (Nota del Trad.)

[28] Pari a L. 20,220.—Il Bisante è un antica moneta d'oro, coll'impronta di due santi, così appellata da Bisanzio, ora Costantinopoli, ove questa moneta coniavasi primamente. Equivaleva a lire 20 e cent. 22 di nostra moneta. (N. del Trad.)

[29] Il Bambu comune (Arundo Bambos) ha sovente l'altezza di 20 metri. (N. del Trad.)

[30] Qualche commentatore crede che questi terribili mostri di cui parla il Polo, sieno boa (boa constrictor), frequentissimi nella China Meridionale, massime nell'Yun-nan, e che sono spesso lunghi da 25 a 30 piedi. Essi inghiottono gli animali, come i caprioli ed altri. La carne di questi boa è squisita a mangiarsi; il fiele estrattone vendesi caro per medicina; della pelle si fanno tamburi e vagine di pugnali e spade.

[31] Confucio (Khung-fu-tseu o Khung-tseu), nato verso il 551 av. Cristo nella città di Tsi-nan-fu, di cui suo padre era governatore, discendeva, dicesi, da Hoang-ti, legislatore della Cina. Fino dalla prima gioventù sostenne uffici governativi; a 24 anni, dopo la morte della madre, si consacrò alla meditazione e formò il disegno di riformare i costumi della sua patria. Percorse parecchie provincie e si vide in breve circondato da un gran numero di discepoli. Il re di Tsi-nan-fu lo nominò suo primo ministro. Corresse i costumi, riformò la giustizia e fece prosperare l'agricoltura ed il commercio, ma ben presto fu costretto a ritirarsi. Dopo aver di nuovo percorso le provincie per predicare la morale, scrisse i libri che lo resero immortale, e morì verso il 479 av. Cristo, circondato dai suoi discepoli, che gli resero una specie di culto. I suoi discendenti esistono ancora nella Cina e vi godono di parecchi privilegi.—Confucio rivide i Kings, libri sacri dei Cinesi, riorganizzò il culto e divenne così il capo o restauratore della religione, o piuttosto della setta filosofica religiosa che vige tuttodì nella Cina. Scrisse l'Yih-King (libro delle Trasformazioni), lo Sciu-King (Libro per eccellenza), che contiene un sunto storico sulla storia della Cina fino al 770 av. C.; il Sci-King (Libro dei versi), raccolta di canti popolari, nazionali e religiosi: il Li-Ki (Rituale), sul quale poggia tutto il sistema religioso; lo Sciun-Sieu (primavera ed autunno), storia del reame di Lu; il Hiao-King (dialogo sulla pietà filiale), che contiene gli apoftegmi di Confucio; e ciò che precede il Ta-hio (la grande scienza), uno dei quattro libri scritti dai suoi discepoli. (Nota del Trad.)

[32] Oggidì la carità dei missionari cristiani si è sostituita a quella del buon principe, là ove madri snaturate abbandonano per le vie i proprî nati, che, non di rado, divengono pasto ai porci od ai cani. (Nota del Trad.)

[33] Qui finisce la seconda parte dei Viaggi, nella quale descrivesi la China.

[34] Cipango o Zipagu è il Giappone, che il Polo fu il primo a far conoscere all'Europa; ed il nome da lui datogli è probabilmente la corruzione del chinese Sci-pen-cuo, regno dell'oriente, trovandosi all'est della China. Gl'indigeni del Giappone chiamano il loro paese Nipon o Nifon, che ha lo stesso significato. (N. del Trad.)

[35] Questa provincia, conosciuta anche sotto il nome di Saïgon, appartiene oggidì alla Francia.


Nota del Trascrittore.

Corretti gli ovvii errori tipografici.
Uniformate le varie grafie diverse utilizzate dall'autore per indicare la stessa località.
La copertina è stata creata dal trascrittore ed è posta in pubblico dominio.