Qualunque del resto fosse lo stato del suo animo e delle sue idee, il Machiavelli non aveva allora il tempo necessario alle scientifiche meditazioni, ed a scrivere lavori di lunga lena. Si provò quindi solamente a narrare in breve tutto quel che aveva veduto in Romagna, non per darne un esatto ragguaglio storico, che già trovavasi nelle molte lettere della sua legazione, sebbene più d'una ne fosse andata perduta; ma per mettere, invece, anche meglio in chiaro la prudenza e l'arte, secondo lui maravigliose, del Duca. Compose perciò la ben nota Descrizione,[606] in cui il modo da questo tenuto nell'uccidere i suoi nemici, vien dipinto in quella forma che meglio rispondeva allo scopo che lo scrittore aveva preso di mira. Così e non altrimenti si può spiegare perchè il Machiavelli ora descriva i fatti tanto diversamente da quel che vedemmo nella Legazione, quando egli era sul luogo, e ragguagliava i Dieci per dovere d'ufficio.
Nella Descrizione comincia col presentarci il Duca che ritorna di Lombardia, dove era stato a scusarsi col Re di Francia «di molte calunnie gli erano state date da' Fiorentini per la ribellione d'Arezzo.» Il che non è vero, perchè i Fiorentini non lo avevano calunniato, e ciò dovrebbe in ogni caso bastare a far ricredere tutti coloro che in questa Descrizione non vollero vedere altro che una delle sue solite lettere ai Dieci o ai Signori. Certo il Segretario non avrebbe potuto, scrivendo ad essi, parlare delle calunnie de' Fiorentini. Continuando poi, egli narra con molta brevità la congiura alla Magione, e l'accordo più tardi seguìto fra i ribelli e il Duca, del quale fa in ogni maniera risaltare l'astuzia. Qui il Duca parte da Imola alla «uscita di novembre,» e nella Legazione il 10 dicembre; parte da Cesena «intorno a mezzo dicembre,» e nella Legazione, invece, era il 26 dicembre ancora «in sul partire.» Si procede poi narrando come, presa Sinigaglia dai Vitelli e dagli Orsini, la fortezza non si volle arrendere, avendo il castellano dichiarato di cederla solo «alla persona del Duca,» che fu perciò invitato a venire. A lui, osserva il Machiavelli, parve la occasione buona e da non dare ombra, e per meglio colorire la cosa licenziò i Francesi.[607] Nella Legazione invece aveva detto, come del resto da tutti gli storici ed ambasciatori del tempo risulta chiaro, che i Francesi partirono improvvisamente il 22 dicembre, perchè furono richiamati senza che se ne sapesse la ragione, e in ogni modo con grande dispiacere e pericolo del Duca.[608] Anzi il 20 dicembre scriveva che la cosa aveva «mandato il cervello sottosopra a questa Corte,» ed il 23, che al Duca erano così «mancate più che la metà delle forze e a due terzi della reputazione.» Nella Descrizione, invece, tutto ciò si muta in un tratto di fina accortezza del Valentino. Anche la strada che da Fano mena a Sinigaglia, apparisce qui assai diversa da quella minutamente descritta nel brano che ci resta della citata lettera, in cui si epiloga il racconto dei fatti. E sino alla fine si continua sempre allo stesso modo. Il Duca comunica il suo disegno a otto de' suoi fidi, di alcuni dei quali sono dati i nomi della Descrizione, sebbene nella Legazione di ciò non si faccia parola. Si racconta diversamente anche la presa dei quattro capitani, e si danno le parole dette da Oliverotto e Vitellozzo in sul morire, parole di cui nessuno può confermare o negare la verità storica, non avendone l'autore accennato nulla altrove, nè essendo presumibile che le conoscesse di certa scienza. Come si spiegherebbero mai così patenti contradizioni, se non si ammettesse che qui non si tratta di storia vera e propria? Il Valentino che il Machiavelli ci descrive ora, calunniato dai Fiorentini, abile ed accorto anche più di quel che appaia nella Legazione, non è altro che il precursore del suo Principe, nel quale ci sarà più tardi esposto in una forma teoretica ciò che ora vediamo invece in una forma individuale e concreta. Il concetto scientifico, sebbene ancora non apparisca molto chiaro, è però già nascosto nel personaggio ideale che ci sta dinanzi.
CAPITOLO VI.
Necessità di nuove imposte. — Discorso sulla provvisione del danaro. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa. — Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II.
(1503)
La Repubblica trovavasi ora molto angustiata dall'urgente bisogno di danari necessarî ad assoldare nuove genti; giacchè non solo i Borgia minacciavano da un lato e i Pisani dall'altro, ma un nuovo esercito francese era in via per Napoli, ed a nessuno era dato prevedere le complicazioni e i pericoli che da ciò potevano nascere. Pure fu questo il momento, in cui il gonfaloniere Soderini, che finora aveva governato con grandissimo favore, e tutto gli era riuscito, trovò la prima forte opposizione nei cittadini. Sette proposte diverse furono nel febbraio e nel marzo 1503 presentate al Consiglio Maggiore, per ottenere il danaro necessario, e nessuna fu vinta. Nè si sapeva più a quale partito appigliarsi, perchè se la imposta che si proponeva era grossa, non poteva essere accettata da un popolo già tanto gravato; se piccola, non soddisfaceva al bisogno. A queste ragioni di scontento se ne univano altre, che rendevano la presente opposizione assai viva. I cittadini più ricchi avevano non solo pagato le ordinarie gravezze; ma erano stati costretti ad imprestare non piccole somme di danaro al Comune, il quale perciò aveva con essi un debito di 400,000 fiorini, di cui 18,000 erano dovuti al Soderini ed ai suoi nipoti. Non volevano adunque i ricchi sentir parlare di provvedimenti straordinarî; ma chiedevano una imposta ordinaria e generale che, cadendo del pari su tutti, desse alla Repubblica modo di pagare qualche parte de' suoi debiti a chi essa aveva finora più aggravato. Questa norma s'era appunto seguìta nelle varie proposte sostenute dal Gonfaloniere, e respinte dal Consiglio, in cui prevalevano i meno ricchi, i quali si dolevano che egli, eletto dal popolo, favorisse invece i potenti. Ed aggiungevano che tutto ciò seguiva, perchè voleva ora farsi pagare i crediti che aveva egli verso lo Stato, dal quale riscoteva pure così grosso stipendio. Nè bastando, si univano a questi lamenti anche le grida di coloro che erano stati colpiti dai molti risparmî introdotti nella nuova amministrazione; e si faceva perfino un gran brontolare, perchè la moglie del Gonfaloniere, che era dei marchesi Malaspina, «bellissima, benchè attempata, e savia con modi regî,» secondo l'espressione del Cerretani, avesse allora preso alloggio in Palazzo, e quindi si vedesse per quelle scale un gran salire e scendere di signore, cosa fino allora insolita a Firenze.
La conseguenza naturale di tutto ciò fu, che il credito della Repubblica, rapidamente salito per la elezione del nuovo Gonfaloniere, e per la ordinata amministrazione di lui, discese ora con uguale rapidità, e i luoghi del Monte Comune e del Monte delle Fanciulle si tornavano a negoziare a bassissimo prezzo come in passato. Onde egli, stanco ormai di più temporeggiare, radunò il Consiglio Maggiore, e fece un solenne discorso, in cui, esposti gl'imminenti pericoli, rimise nei cittadini stessi la forma da dare alla nuova gravezza, pur che il danaro necessario a conservare e difendere la Repubblica, fosse una volta deliberato. E così finalmente si vinse una Decima universale su tutti i beni immobili, compresi gli ecclesiastici, quando se ne avesse il permesso da Roma, consentendo anche «un poco d'arbitrio.» Era l'arbitrio una tassa sull'esercizio delle professioni, e questo nome derivava forse dal mettersi senza regole molto determinate, massime poi nel caso presente, in cui veniva affidata del tutto alla discrezione dei magistrati. In ogni modo le cose tornarono subito nel loro stato normale, essendosi così superate le difficoltà assai più facilmente che non si sarebbe potuto supporre.[609]
Il Machiavelli si provò allora a mettere sulla carta il discorso che, secondo lui, avrebbe dovuto essere fatto in quella occasione. Se lo scrivesse per ordine del Soderini, e se veramente sia lo stesso che questi lesse o recitò in Consiglio, noi non possiamo affermarlo. Certo egli lo compose come se a ciò fosse destinato. Scritto in modo da poter essere, nel pronunziarlo, ancora più ampliato e svolto, ha una forza e concisione di stile singolarissime, e vi si trovano molte di quelle massime, di quelle sentenze generali e reminiscenze storiche, che, quasi direi, galleggiavano ancora non bene coordinate fra loro nella mente del Segretario fiorentino, ma venivano pur sempre da lui esposte e ripetute con una lucidità inarrivabile.[610] Egli incomincia col notare che tutti gli Stati hanno bisogno d'unire la forza alla prudenza. I Fiorentini avevano fatto prova di prudenza, nel dare unità e capo al governo; mancarono però subito al debito loro, non volendo provvedere alle armi, quando pochi mesi prima erano stati, per opera del Valentino, vicini all'ultima rovina. Nè valeva il dire che ora egli non aveva più ragione di offendere, «perchè bisogna sempre tenere che sia nemico chiunque può levarci il nostro, senza che noi siamo in grado di difenderci. E voi non potete ora difendere i vostri sudditi, e siete fra due o tre città, che desiderano più la vostra morte che la loro vita. Se andate poi fuori di Toscana, troverete che l'Italia gira tutta sotto i Veneziani, il Papa e il Re di Francia. I primi vi odiano e vi chiedono danari, per farvi guerra: meglio spenderli voi, per farla ad essi. Ognuno conosce che fede si può avere nel Papa e nel Duca, coi quali finora non vi è stato possibile concludere alleanza di sorta, e quando pure vi riuscisse, io vi ripeto che quei signori solamente vi saranno amici, che non vi potranno offendere, perchè fra gli uomini privati le leggi, le scritte, i patti fanno osservare la fede, e fra i Signori le armi. Quanto al Re di Francia, ci vuol proprio chi osi dirvi il vero, e quest'uno son io. O egli non troverà altro ostacolo che voi in Italia, e allora siete perduti, o vi saranno anche altri, e la salute vostra dipenderà solo dal sapervi fare rispettare in modo, che non si pensi d'abbandonarvi in preda a lui, e che egli non creda potervi lasciare fra i perduti. Pensate, in ogni caso, che non sempre si può mettere mano sulla spada di altri, e però gli è bene averla allato e cingersela, quando il nemico è discosto. Molti di voi debbono ricordare che, quando Costantinopoli fu per esser presa dal Turco, l'Imperatore previde la rovina, e non potendo provvedere colle sue entrate, chiamò i cittadini, ed espose quali erano i pericoli ed i rimedî; e se ne feciono beffe.» «La ossidione venne. Quelli cittadini che aveano prima poco stimato i ricordi del loro Signore, come sentirono suonare le artiglierie nelle loro mura, e fremere lo esercito de' nemici, corsono piangendo all'Imperadore con grembi pieni di danari, i quali lui cacciò via, dicendo: andate a morire con codesti danari, poi che voi non avete voluto vivere senz'essi.... Se però gli altri diventano savi per li pericoli dei vicini, voi non rinsavite per li vostri.... Perch'io vi dico, che la fortuna non muta sentenza dove non si muta ordine; nè i cieli vogliono o possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere, veggendovi Fiorentini liberi, ed essere nelle mani vostre la vostra libertà. Alla quale credo che voi avrete quei rispetti, che ha avuto chi è nato libero e desidera viver libero.» Quello che noi dobbiamo per ora notare si è la tendenza, che apparisce sempre più chiara nel Machiavelli, a formulare massime di politica generale, anche parlando di un affare così semplice come era il raccomandare una nuova imposta.
Le trattative intanto iniziate dai Borgia, per fare alleanza coi Fiorentini, continuavano senza speranza d'alcun resultato, perchè questi volevano procedere in tutto col consenso della Francia, la quale ora s'allontanava dal Papa, che dimostrava favore agli Spagnuoli. Essa cercava di favorire una lega tra Siena, Firenze, Lucca e Bologna, il che era finora riuscito solo ad aiutare il Petrucci a tornare in Siena. Colà i Fiorentini mandarono nell'aprile il Machiavelli, per comunicare a quel Signore le pratiche e le premure fatte dal Papa; e ciò per dargli una prova d'amicizia, più che per speranza o desiderio avessero di venire a qualche pratico resultato.[611] E però vinta che fu la provvisione del danaro, pensarono seriamente a mettersi in difesa contro inaspettati assalti dei Borgia, ed il Machiavelli era di nuovo al suo banco a scrivere lettere. Ad un commissario scriveva di tener d'occhio i nemici, ad un altro d'armare la fortezza, un terzo veniva rimproverato aspramente di mollezza e pigrizia. Nel maggio avvertiva che il Valentino licenziava le sue genti, le quali potevano fare qualche colpo di mano per proprio conto, o anche tentar, sotto queste mentite apparenze, di meglio servire il loro signore. Intanto esse erano verso Perugia, e minacciavano il confine. «Laonde, sebbene il divieto della Francia non ci faccia credere possibile un assalto, nè abbiamo pelo addosso che pensi quella Maestà essere per consentirgliene;[612] pure non bisogna punto addormentarsi, ma stare in guardia come se ci si credesse, visto il modo con cui procedono ora le cose, riuscendo quasi sempre dove nessuno immagina. Più adunque le vedi rannugolarsi e le conosci pericolose, e più terrai gli occhi aperti.»[613] I Dieci invero temevano poco un assalto manifesto, ma dubitavano molto di furti, di rapine, di saccheggi o anche di ribellione provocata in qualche terra, per poi scusarsene. «Se si ha a dubitare di assalto manifesto a 12 soldi per lira, e' se n'ha a dubitare a 18 soldi di furto.»[614] Forse ancora tutti questi segni di minacce avevano per unico scopo d'impedire che si désse il solito guasto ai Pisani, richiamando altrove l'attenzione e le forze della Repubblica. Ma quanto a ciò, essa era fermamente decisa a profittar della buona stagione.
Infatti s'erano già inviati al campo, come commissarî di guerra, Antonio Giacomini, che faceva anche l'ufficio di capitano con ardore sempre maggiore, e Tommaso Tosinghi. Nell'aprile una circolare dei Dieci ordinava che s'arrolassero nel territorio alcune migliaia di marraiuoli per dare il guasto, e nel maggio si mandavano al campo travi, bombarde, maestri d'ascia, e si annunziavano pronti a partire fanti, uomini d'arme e guastatori, tanto che i Pisani si spaventarono e dettero segno di voler venire ad accordi. Ma nè il Giacomini nè il Tosinghi si lasciarono prendere a questa pania, dichiarando di volere stare ai fatti, non alle parole, e ne furono molto lodati dai Dieci, in nome dei quali Niccolò Machiavelli scriveva loro il 22 maggio, confortandoli «a seguire co' medesimi termini in ogni vostra azione, mostrando sempre dall'una mano la spada e dall'altra l'unguento, in modo che conoscano essere in loro arbitrio pigliare quale e' vogliano.»[615] E il 23 del mese uscirono in campagna 300 uomini d'arme, 200 cavalli leggeri, 3000 fanti e 2000 guastatori, che per l'energia del Giacomini, in due giorni, dettero dalla parte dell'Arno un guasto così generale, che i Dieci stessi ne restarono assai soddisfatti, anzi maravigliati, e incoraggiavano a continuare in Val di Serchio.[616] Il Machiavelli, nello scrivere tutte queste lettere, non solo trasmetteva gli ordini avuti; ma qualche volta si distendeva a dare consigli, direzioni, suggerimenti, entrando nei più minuti particolari, quasi fosse un uomo di guerra, e che si trovasse in sul posto, pure ripetendo sempre che la Repubblica si rimetteva del tutto ai giudizî dei commissarî e capitani.[617]
Ai primi di giugno era finito il guasto anche nella Valle del Serchio, ed arrivava il balì di Caen, il quale, portando poco più che la bandiera di Francia, e qualche uomo d'arme, cominciava subito coi soliti lamenti e le solite pretese. Tuttavia la sua presenza e quella dei suoi, senza poter fare nè gran male nè gran bene, toglievano animo ai Pisani e ne davano ai Fiorentini, i quali subito presero Vico Pisano e la Verruca, di che i Dieci molto si rallegrarono,[618] ed il 18 giugno ordinarono che si espugnassero Librafatta e la Torre di Foce.[619] Ma la notizia che i Francesi comandati dal La Trémoille s'avanzavano verso Napoli, fece sospendere queste operazioni, essendo ora necessario d'avere l'esercito libero ad ogni occorrenza imprevista; e però fu dato invece ordine di limitarsi a pigliar solo la Torre di Foce, «perchè si lievi questo riceptacolo ai Pisani, e che non possino più rifarci nidio alcuno.»[620] Dopo di ciò la guerra fu da quel lato sospesa, ed il Giacomini richiamato per mandarlo ai confini.
Le cose del Reame avevano preso una piega assai contraria alla Francia, di cui i Borgia perciò cominciavano a curarsi assai poco, e quindi i Fiorentini si sentivano ora meno sicuri che mai. Alcune genti del Valentino scorrevano già nel Senese, di che il commissario Giovanni Ridolfi era in grandissimo pensiero, e però, con lettera del 4 agosto, il Machiavelli cercava fargli animo, scrivendo: «Gaeta non è poi all'olio santo come tu supponi, gli Spagnuoli cominciano a ritirarsi, i Francesi s'avanzano. Ed è falsa la tua opinione che l'esercito loro resti in Lombardia per paura dei Veneziani;» «e' quali non sono meglio in su le staffe, che si sieno stati tutto questo anno, nè si sente che tramutino un cavallo, nè che muovino un uomo d'arme, tale che, per tornare al proposito, noi non veggiamo come el Duca in su el traino di queste cose, abbi a cominciare una guerra e turbare apertamente le cose di Toscana, possendo in mille modi esserli, colla metà di questi favori, messo fuoco sino sotto el letto.»[621] Tuttavia, non ostante questa fiducia apparente, si davano gli ordini per la difesa, e si mandavano al Ridolfi 250 lance francesi. Così fra questo ondeggiare passò buona parte dell'anno, quando nuovi eventi in Roma mutarono affatto le condizioni della politica italiana.
Colà, dopo che le genti del Duca avevano finalmente preso Ceri, pareva che fosse nato dissenso fra lui ed il Papa, non volendo quegli procedere risoluto contro Bracciano e gli Orsini, per rispetto della Francia, quando l'altro si mostrava per ciò pieno di così gran furore, che minacciava scomunicare il figlio; e corse perfino la voce che una sera erano tra loro venuti alle mani.[622] Ma tutto questo, secondo l'ambasciatore veneziano, era una commedia. Nella presente incertezza intorno ai prossimi eventi del Reame, il Papa dimostrava d'inclinare a Spagna, il Duca a Francia. Pure, «buttandosela un all'altro, continuava il Giustinian, non restano di far li soi disegni.»[623] La verità era che adesso più che mai speravano poterli finalmente, fra i prossimi ed inevitabili disordini, porre in atto, e perciò con ogni mezzo davano opera a far danari. Il dì 29 marzo lo stesso ambasciatore scriveva che erano stati con una Bolla creati ottanta nuovi ufficî nella Curia, venduti subito a 760 ducati l'uno. «La Sublimità Vostra fazi el conto, e vedrà quanti denari ha toccato el Pontefice.»[624] E nel maggio aggiungeva, che erano stati nominati nove cardinali, uomini della peggior sorte, pagando tutti buona somma di danaro, alcuni da 20,000 ducati in su, tanto che s'erano messi insieme da 120 a 130 mila ducati. Così Alessandro aveva fatto vedere al mondo, che le entrate d'un Papa possono esser quali e quante esso vuole.[625]
Ma tutto ciò non bastava, e si ricorreva quindi ad altri mezzi. La notte dal 10 all'11 aprile, il cardinale Michiel, dopo due giorni di vomito, moriva, e prima dell'alba la sua casa era svaligiata, per ordine del Papa, che, secondo il Giustinian, tra danari, argenti, tappezzerie, prese più di 150,000 ducati. Infatti, andato questi in Vaticano, trovò tutte le porte serrate, e non fu ricevuto, perchè erano occupati a contar danari, e continuavano ancora nella sala, in cui fu condotto la mattina del 13, quando v'andò perchè invitato dal Papa. Questi gli disse: «Vedete, non sono che 23,832 ducati, e pure tutta la terra è piena della notizia che abbiamo avuto in contanti da 80 a 100 mila ducati.» E domandava la testimonianza di quelli che erano presenti, «quasi,» osservava l'ambasciatore, «ch'el fosse gran cosa che loro el dovessero servire di busìa.» E tuttavia il Papa gli faceva vivissime premure, perchè si ricercasse nel Veneto dove erano gli altri danari del cardinale, parendogli pochi quelli che aveva trovati.[626] Non andò guari, e Iacopo da Santa Croce, colui che lo aveva aiutato ad impadronirsi del cardinale Orsini, accompagnandolo in Vaticano, fu fatto prigioniero anch'egli, e dopo pattuito con lui di lasciarlo vivo, mediante buona somma di danari, gli fu invece il dì 8 giugno tagliata la testa. Il suo cadavere venne lasciato per terra sul ponte Sant'Angelo fino a sera, i suoi beni mobili e immobili confiscati, la moglie ed il figlio mandati raminghi.[627]
Intanto il 19 maggio era a un tratto fuggito di Roma il Troches o Troccio, uno dei più fidati strumenti degli assassinii de' Borgia, i quali ora lo cercavano a morte.[628] Il Valentino, con lettera dello stesso giorno, pregava gli amici, ed ordinava «a tucti nostri vaxalli,» sotto pena di ribellione, che lo ritenessero prigioniero, fuggendo egli per cose che erano «contro l'onore del Re di Francia.»[629] Altri però affermavano, che causa della fuga di questo assassino era stata lo sdegno di non esser messo nella lista dei nuovi cardinali, sdegno da lui manifestato al Papa, il quale gli avrebbe risposto che tacesse, se non voleva essere ammazzato dal Duca; e ciò lo aveva, come si affermava, indotto a rivelare alla Francia i loro segreti maneggi colla Spagna. Quindi il furore dei Borgia, e la brama ardente d'averlo nelle mani. Comunque sia, fu preso in una nave che lo menava in Corsica, e portato subito a Roma, venne chiuso in una torre nel Trastevere. Colà, dopo poche ore, comparve il Duca che gli parlò brevemente, e poi, ritiratosi in luogo donde lo vedeva e non era visto, mandò don Micheletto a strangolarlo. La sua roba, che era stata già inventariata, fu distribuita secondo gli ordini del Papa. E così, osservava il Giustinian, di tutti i più sicuri e fedeli strumenti dei Borgia restavano ora vivi solo don Micheletto e Romolino, ai quali era forse tra poco serbata la medesima sorte degli altri.[630] Veramente pareva che non vi dovesse essere più fine alle persecuzioni ed alle morti. Molti vennero imprigionati come ebrei, altri in maggior numero come marrani: con questi pretesti s'entrava nelle loro case, svaligiandole d'ogni cosa; poi si pattuiva con ciascuno di essi di lasciar solo salva la vita, mediante una somma più o meno grossa. «Sono tutte invenzioni da far danari,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Vittorio Soderini, e lo stesso diceva presso a poco il veneto.[631] Questi annunziava più tardi che il dì 1º agosto, verso l'Ave Maria, dopo due soli giorni di malattia, era improvvisamente morto il cardinal di Monreale, Giovanni Borgia, «per la morte del quale el Pontefice ha abuto una bona zera, benchè li fosse nepote.» Andato l'ambasciatore in Vaticano, non fu ricevuto, scusandosi il Papa col dire d'esser fastidito per la morte del cardinale nepote; «et el fastidio doveva esser in contar danari e manizar zogie.» Infatti, tutto computato, si trovò, fra contanti ed altro, pel valore di 100,000 ducati; e pubblicamente si affermava, «che lui etiam sia sta' mandato per la via che sono tutti gli altri, da poi che sono bene ingrassati; e dassi di questo la colpa al Duca.»[632] Le cose erano ormai arrivate a tal punto, che chi aveva danari o fama d'averne, tremava per la sua vita, parendogli da tutta ora aver el barisello alle spalle.»[633]
I Borgia facevano ora ogni sforzo, per trovarsi pronti a nuove imprese, in mezzo al disordine generale che s'aspettava pei rapidi mutamenti che seguivano nel Napoletano. Il D'Aubigny era stato disfatto in Calabria dagli Spagnuoli sopravvenuti di Sicilia; il Nemours alla Cerignola da Consalvo di Cordova, che era uscito di Barletta, e dopo una splendida vittoria entrò nel maggio trionfante in Napoli. In breve ai Francesi non restò che la fortezza di Gaeta, dove si rifugiò il maggior numero dei loro soldati avanzati alla rotta; Venosa, dove era Luigi d'Ars; Santa Severina, dove era assediato il principe di Rossano. Luigi XII si dovette quindi rifar da capo, assalendo direttamente la Spagna, ed inviando in Italia un nuovo esercito sotto Luigi La Trémoille e Francesco Gonzaga, esercito che doveva essere poi accresciuto cogli aiuti promessi da Firenze, Siena, Mantova, Bologna, Ferrara. Questa spedizione procedeva però con una lentezza incredibile, a causa della sospetta neutralità di Venezia, e della sempre più mutabile e meno comprensibile politica del Papa. Egli manifestamente inclinava a Spagna, cui permetteva fare pubblici arrolamenti in Roma; ma faceva poi sentire ai Francesi, che gli avrebbe aiutati nella loro impresa, pagando sino a due terzi della spesa, quando però dessero il Reame o la Sicilia al Valentino, rifacendosi nell'Italia superiore a loro piacere.[634] Nello stesso tempo faceva le più grandi profferte d'amicizia e d'alleanza ai Veneziani, perchè s'unissero con lui contro la Francia e contro la Spagna, a difesa comune dell'Italia dagli stranieri.[635] A Massimiliano re dei Romani, che pensava sempre di venire in Italia a pigliar la corona imperiale, chiedeva invece con grande istanza la investitura di Pisa pel Duca, dicendo che altrimenti sarebbe obbligato d'abbandonarsi alla Francia, che gli prometteva il Reame in cambio della Romagna.[636] Che riuscita potesse avere una così stolta condotta, lo lasceremo giudicare a coloro che esaltarono l'accortezza e il senno politico dei Borgia. Trattando con tutti contro tutti, dopo tanto agitarsi, il Papa si trovava condannato alla immobilità, senza poter contare sull'amicizia di alcuno. E il Duca, che s'armava con animo d'andar contro Siena, di unirsi a Pisa, e, fattosene padrone, spingersi contro Firenze, non poteva neppur egli muovere ora un passo; giacchè avrebbe per via incontrato l'esercito francese, e gli sarebbe stato necessario dichiararsi amico o nemico, cioè combatterlo o unirsi con esso e seguirlo nel Reame. Volendo invece serbarsi pronto a tutti i possibili eventi, a lui non conveniva nè l'uno nè l'altro partito, e quindi il resultato di tanto agitarsi, di tante astuzie, di tanti assassinii, era anche per lui l'immobilità e l'incertezza.
Ma un fatto inaspettato venne a mutare improvvisamente lo stato delle cose. Il 5 agosto verso sera, il Papa andò col Duca a cena nella vigna del cardinale Adriano da Corneto, in Vaticano, e stettero colà fino a notte. Il mese di agosto, sempre cattivo per le febbri romane, era quell'anno pessimo. Alcuni degli ambasciatori, moltissimi della Curia, specialmente coloro che abitavano in Palazzo, s'erano ammalati; e però tutti quelli che erano stati alla cena, se ne risentirono più o meno gravemente. Il giorno 7 il Giustinian andò dal Papa che, rinchiuso e rimbacuccato, gli disse volersi aver cura, perchè gli facevano paura le tante febbri e morti che allora seguivano in Roma.[637] Il giorno 11 il cardinale Adriano era a letto colla febbre; il 12 il Papa fu preso da un assalto di febbre e di vomito; il Duca s'ammalò anch'egli dello stesso male.[638] Il Papa aveva allora 73 anni, e quindi era evidente la gravità del suo stato. Infatti cominciarono subito minacce di congestione cerebrale, cui si cercò riparare con abbondanti salassi, i quali, indebolendo il malato, rendevano più forte la febbre.[639] Sopravvenne un sopore minaccioso, che pareva quasi di morte. Il 17 la febbre, che l'ambasciatore di Ferrara chiama tertiana nota,[640] tornò con parossismi così violenti, che il medico dichiarò il caso disperato. Il disordine fu subito grandissimo in Vaticano, molti cominciavano già a mettere in salvo le loro robe. Alessandro VI, che durante tutto questo tempo non aveva neppur chiesto notizia del Duca o della Lucrezia,[641] il giorno 18 si confessò e comunicò. Verso le ore 6 si svenne in modo che parve spirare, e si rinvenne solamente per dar subito dopo l'estremo respiro, verso l'ora di vespro, in presenza del vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.[642]
Allora la confusione fu al colmo. Il Duca, sebbene stésse sempre assai male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare in Castello buona parte delle proprie robe, e dato ordine alle sue genti di venire in Roma. Don Michele era con alcuni armati entrato nelle stanze del Papa, e, chiuse le porte, aveva fatto puntare un pugnale alla gola del cardinal Casanova, minacciando di ucciderlo e gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i danari del Papa. Così furono presi pel Valentino da 100,000 ducati in contanti, oltre le argenterie e le gioie, in tutto un valore di più che 300,000 ducati.[643] Fu però dimenticata la stanza accanto a quella, in cui era spirato Alessandro, nella quale erano le mitrie preziose, anelli e vasi d'argento da empirne molte casse.[644] I servitori pigliarono ogni altra cosa che trovarono nelle camere già saccheggiate. Da ultimo si spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.
Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro fino alla sepoltura. Lavato e vestito il cadavere, fu abbandonato con due soli ceri accesi. I cardinali chiamati non vennero, e neppure i penitenzieri che dovevano dire l'ufficio dei morti. Il giorno seguente il cadavere s'era, per la corruzione del sangue, alterato in modo che aveva perduto ogni forma umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua s'era ingrossata così che riempiva tutta la bocca, la quale rimaneva aperta.[645] In sul mezzogiorno del 19 agosto fu esposto, secondo il costume, in San Pietro; «tamen per esser el più brutto, mostruoso et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma nè figura de omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, e poi avanti el sol a monte, lo sepelite, adstantibus duobus cardinalibus de' suoi di Palazzo.»[646] In San Pietro mancava il libro per leggere le preci, e poi seguì un tafferuglio tra preti e soldati, in conseguenza del quale il clero, smesso il canto, fuggì verso la sagrestia, ed il cadavere del Papa restò quasi abbandonato. Portatolo all'altar maggiore, si dubitò d'insulti per l'ira popolare, e lo posero perciò con quattro ceri dietro un'inferriata che venne chiusa: così restò tutto il giorno. Dopo 24 ore fu portato nella cappella de febribus, dove sei facchini, beffando ed insultando la sua memoria, cavarono la fossa per seppellirlo, mentre che due falegnami, i quali avevano fatto la cassa troppo corta e stretta per lui, messa la mitria per parte, copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a forza di pugni.[647] La sepoltura fu tale, che il marchese di Mantova, il quale nel settembre trovavasi coll'esercito francese presso Roma, scriveva a sua moglie, la marchesa Isabella: «Fugli fatto un deposito tanto misero, che la nana, moglie del zoppo, l'ha lì a Mantova più onorevole.»[648]
La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue, e l'essersi nello stesso tempo ammalati il Papa, il Valentino ed il cardinale Adriano, fecero spargere la voce, e credere universalmente, che vi fosse stato veleno, opinione che veniva suggerita dal nome stesso dei Borgia. Si disse che il Papa e il Duca volevano disfarsi del cardinale; ma che per errore, il vino, già prima avvelenato per lui, era stato dato invece ad essi. Senza qui osservare che i Borgia non erano nel proprio mestiere tanto inesperti da lasciar facilmente commettere, a proprio danno, simili errori, non si capirebbe in questo caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato.[649] Da altri si affermava che questi si salvò, perchè, avvedutosi a tempo del pericolo, corruppe con 10,000 ducati il coppiere, che dètte perciò il veleno solo ai Borgia. Ma tutte queste voci pèrdono ogni valore dinanzi ai dispacci degli ambasciatori, massime del Giustinian, il quale descrisse, giorno per giorno, l'origine ed il progresso della malattia; parlò continuamente col medico del Papa, e così seppe che la congestione cerebrale, sopravvenuta alla febbre, aveva prodotto la morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, che il 19, dopo la rapida corruzione del cadavere, annunziava la voce per questa ragione diffusa e creduta di avvelenamento, aveva il 14 dichiarato esplicito, che era febbre terzana, di che nessuno poteva maravigliarsi, perchè quasi tutti della Corte erano stati presi dallo stesso male, che allora infieriva in Roma, «per la mala conditione de aere.» Sarebbe in ogni caso assai strano, per non dire di più, che il veleno dato la sera della cena avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili solo dopo sette giorni, quando infatti cominciò la febbre.[650] Anche l'oratore ufficiale, che dinanzi ai Cardinali radunati prima del Conclave, pronunziò la orazione funebre sopra Alessandro VI, dice che fu quadriduana febris quella che lui e medio abstulit.
Noi risparmieremo al lettore tutti gli altri racconti che furono allora ripetuti, di diavoli visti presso al letto del Papa, con cui avevano pattuito sin dal principio del pontificato, per avere la sua anima, e simili altre favole, tanto più credute, quanto più incredulo era il secolo. Il 19 agosto anche il Duca sembrava vicino a morte, le botteghe si chiudevano, gli Spagnuoli si nascondevano, e correva voce che Fabio Orsini era entrato in Roma coll'Alviano e cogli altri di sua casa, pieni d'un furore indescrivibile di vendetta. Cesare Borgia lo sapeva; ma egli che, come disse al Machiavelli più tardi, aveva pensato a tutto meno che al caso di trovarsi moribondo quando il Papa era morto, sembrava che ora si fosse perciò affatto smarrito.[651] I suoi soldati tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una parte. Finalmente il Conclave, per mezzo degli ambasciatori, riuscì a persuadere tutti ad una specie di tregua. Gli Orsini ed i Colonna si allontanarono quindi da Roma; il Duca, essendo migliorato, mandò innanzi le sue artiglierie, ed il 2 settembre uscì anch'egli da Roma in portantina, per andarsene al castello di Nepi ancora suo. Colà si trovava vicino all'esercito francese, già in via per Napoli, e da esso sperava aiuto, essendosi a un tratto dichiarato per la Francia, sebbene ponesse sempre tutta la sua fiducia nei cardinali spagnuoli, dai quali era circondato e favorito.
Arrivarono a Roma il cardinale Giuliano Della Rovere, dopo un esilio di dieci anni; il cardinale Ascanio Sforza, liberato dalla prigionìa per opera del cardinale di Rouen, che aspirava al papato, ed altri molti. Il 3 di settembre furono fatte le esequie solenni e di rito al Papa morto; il 22 fu eletto finalmente Francesco Todeschini dei Piccolomini, nipote di Pio II, e prese il nome di Pio III. Aveva allora 64 anni, ed era così malato, che saliva sul trono come un'ombra passeggera, quasi destinato solamente a lasciar continuare le trame che d'ogni parte si ordivano, e dar tempo di misurarsi ai varî partiti, che già erano in moto per la prossima elezione. L'esercito francese che s'era fermato, proclamato che fu il nuovo Papa, continuò il suo cammino; ed allora il Duca, trovandosi solo co' suoi a Nepi, dove s'avvicinava l'Alviano assetato di sangue e di vendetta, tornò subito a Roma. Ivi seppe che le città, già sue una volta, richiamavano i loro antichi signori, i quali tornavano ed erano festosamente accolti. La Romagna però, essendo stata da lui assai meglio governata, gli restava ancora fedele, e le sue fortezze colà, occupate da comandanti spagnuoli, si mantenevano sempre per lui. Pure non gli venne mai l'idea di mettersi alla testa del suo piccolo esercito, per aprirsi la via fra i nemici, riconquistare e difendere il proprio Stato colle armi. Sperava sempre e solo negli intrighi orditi, acciò la prossima elezione riuscisse a lui favorevole. Intanto il nuovo Papa, d'indole mitissima, gli dimostrava per ora compassione. Ma gli Orsini, sentito che egli s'era volto a Francia ed era stato accettato, ne furono sdegnatissimi, e fecero subito alleanza coi Colonna, con Consalvo e la Spagna. Una parte di essi assalirono Borgo, misero fuoco a porta Torrione, per entrare in Vaticano ed ivi impadronirsi del Borgia, che essi cercavano a morte. A fatica ed in fretta egli potè essere salvato da alcuni cardinali, i quali lo menarono pel corridoio in Castel Sant'Angelo. E così là dove tante vittime di lui e del padre erano spirate nelle tenebre, fra i tormenti, consumati dal veleno, si trovò finalmente anch'egli per un momento quasi prigioniero. Seppe allora che Pio III, il quale non s'era potuto tenere in piedi il giorno 8 ottobre, quando fu incoronato, dopo dieci giorni era morto.[652]
Il resultato della nuova elezione non poteva ormai essere più dubbio, perchè tutto era stato apparecchiato con danari, concertato con promesse, con intrighi fatti per ogni verso, anche coi cardinali spagnuoli, per mezzo del Valentino, il quale credeva così d'essersi assicurata valida protezione. Il 31 ottobre trentacinque cardinali entrarono in Conclave. S'erano a mala pena radunati, e quasi non s'era ancora, secondo il costume, chiusa la porta, che già il nuovo Papa veniva proclamato nella persona di Giuliano Della Rovere, che prese il nome di Giulio II. Questo acerrimo nemico dei Borgia, il quale pure seppe a tempo favorirli, nato presso Savona, di bassa origine, aveva allora 60 anni; ma della forte stirpe di Sisto IV, di cui era nipote, cardinale dal 1471 e per molti vescovadi ricchissimo, aveva una tempra di ferro. Sebbene la sua gioventù non fosse stata molto diversa da quella dei prelati d'allora, e sebbene non fosse uomo di molti scrupoli, pure egli mirava alla potenza e grandezza politica della Chiesa con un ardore ed un ardire maravigliosi alla sua età. Senza abbandonare i suoi, non voleva sacrificare ad essi gl'interessi dello Stato e della Chiesa, e però non trasmodò mai troppo nel nepotismo. Le sue vie, le sue mire, il suo carattere impetuoso, violento, erano affatto contrari a quelli dei Borgia. Pure sapeva a tempo simulare e dissimulare, e non aveva avuto scrupolo alcuno di trattare col Valentino per la propria elezione, promettendo di farlo Gonfaloniere della Chiesa, lasciargli governar la Romagna, far sposare la figlia di lui con Francesco Della Rovere, prefetto di Roma. Sebbene però egli non fosse proprio deliberato a violare queste promesse, era ben altro che deciso a mantenerle. Tutto dipendeva dal vedere se il Duca poteva, per un po' di tempo almeno, essere utile strumento ai disegni del Papa, che erano di respingere i Veneziani dalla Romagna, dove s'avanzavano. Prima o poi doveva consegnare le fortezze che ancora si tenevano per lui, qualunque fossero le promesse fatte o le speranze date; giacchè l'interesse generale della Chiesa non poteva cedere dinanzi ad alcun riguardo umano. In questi propositi Giulio II era saldo e deliberato, ed il suo carattere era tale, che nulla poteva ormai farlo deviare. Lo stato delle cose s'andò quindi rapidissimamente complicando; con questo Papa anzi cominciò addirittura un'epoca nuova, non solamente in Italia, ma in Europa. Ha perciò tanto maggiore importanza la nuova legazione del Machiavelli, che allora appunto fu spedito a Roma.
CAPITOLO VII.
I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. — Legazione a Roma. — Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. — Seconda legazione in Francia. — Si ripiglia la guerra di Pisa. — Vani tentativi per deviare l'Arno. — Decennale Primo. — Uno scritto perduto.
(1503-1504)
Quando a Roma seguivano i fatti da noi ora descritti, Firenze teneva l'occhio rivolto a quello che accadeva negli Stati già appartenuti al Valentino, coi quali essa confinava. Ciò che più di tutto voleva evitare era l'avanzarsi dei Veneziani, che aspiravano sempre alla Monarchia d'Italia. E però il Machiavelli, per ordine e in nome dei Dieci, scriveva ai commissarî e podestà, che favorissero la Chiesa o il ritorno degli antichi Signori o quello del Duca stesso, secondo la piega che gli avvenimenti pigliavano, pur di chiudere la porta a Venezia.[653] Nè si tralasciasse di considerare, se non fosse possibile profittare del generale trambusto, impadronendosi per conto proprio di qualche terra vicina: si raccomandava però sempre di farlo con molta prudenza, e senza esporre la Repubblica a conseguenze pericolose. In questo senso i Dieci scrivevano al commissario Ridolfi per Citerna, Faenza, Forlì, dichiarandosi pronti a spendere, per avere quest'ultima terra, sino a 10,000 ducati. Ma aggiungevano al solito che, non avendo la Repubblica forze sufficienti a fare imprese ardite, bisognava, ad eccezione dei Veneziani, favorire in ogni caso chiunque avesse maggiore probabilità di fortunato successo.[654] Mentre però si discuteva se conveniva impadronirsi di Forlì, v'entrò invece il signor Antonio Ordelaffi, il quale fu bene accolto dalle popolazioni, e dichiarò subito di rimettersi tutto alla protezione dei Fiorentini. Questi allora non seppero più come regolarsi. Non potevano convenientemente ricusargli protezione; ma non si sentivano in forze da difenderlo contro la Chiesa e contro il Valentino, che facilmente lo avrebbero assalito. Ricorsero quindi al ripiego d'invitarlo a Firenze, dicendo che ivi starebbe più sicuro, e che avevano da trattare con lui faccende di importanza. Nello stesso tempo il Machiavelli scriveva al commissario in Castrocaro: «Questa venuta farà sollevare gli animi dei Forlivesi, e insospettire le genti del Duca. Ai primi dirai che lo abbiamo fatto venire per aiutarlo meglio; ai secondi, invece, che lo abbiamo chiamato per vantaggio del Duca, e per chiudere quella porta aperta ai Veneziani, togliendo loro di mano uno strumento. E così verrai bilanciando la cosa per farci guadagnare tempo. Bisogna però governare con destrezza e segretamente questo maneggio, e colorirlo in modo che nessuna delle parti s'avvegga d'essere aggirata o tenuta in pratica.»[655] Un così continuo e misero tergiversare era ciò che più di tutto disgustava il Machiavelli, che vi si trovava, per obbligo d'ufficio, costretto, e lo spingeva sempre più ad un'esagerata ammirazione per la condotta di uomini come il Valentino, i quali, senza riguardi umani nè divini, andavano diritti al loro fine.
Per buona fortuna egli fu presto levato da siffatta tortura, giacchè il 23 ottobre ebbe le istruzioni e l'ordine di recarsi a Roma, con lettere di raccomandazione a molti cardinali che doveva visitare, specialmente al cardinal Soderini, che trattava colà i principali affari della Repubblica, e dal quale egli doveva dipendere.[656] Era mandato a far condoglianze per la morte di Pio III; a raccogliere tutte le notizie che poteva, durante il Conclave, ed ancora a concludere, mediante il cardinale di Rouen, una condotta con G. P. Baglioni. Questa si faceva in nome dei Fiorentini, ma tutta nell'interesse ed a servizio della Francia, per bilanciare il danno da essa risentito a causa dell'abbandono degli Orsini, che insieme coi Colonna s'erano uniti a Consalvo di Cordova, appena che l'amicizia del Valentino era stata accettata dai Francesi. Come era naturale, la condotta fu subito conclusa, ed il Baglioni s'apparecchiò senza indugio a partire, per riscuotere il danaro in Firenze, che s'era impegnata a pagarlo coi 60,000 ducati dovuti alla Francia «per conto della protezione.»[657] Al quale proposito il Machiavelli scriveva di lui, «che anch'egli era come gli altri che saccheggiano Roma, i quali sono più ladruncoli che soldati, e vengono cercati più pel nome e le amicizie che hanno, che pel loro valore o per gli uomini di cui dispongono. Obbligati come sono alle proprie passioni, le alleanze fatte con essi durano fino a quando non torna loro l'occasione d'offendere, e però chi li conosce cerca solo di temporeggiarli.»[658]
Del resto gli avvenimenti mutarono subito lo scopo e l'indole di questa legazione. Al giungere del Machiavelli in Roma, già erano in sul finire quegli scandalosi maneggi coi quali, secondo che scriveva l'ambasciatore veneto, i voti s'erano contrattati non a migliaia, ma a diecine di migliaia di ducati, chè «ormai non è differenzia dal papato al soldanato, perchè plus offerenti dabitur.»[659] Il cardinale Giuliano Della Rovere aveva così guadagnato rapidissimamente terreno, ed essendogli, come già dicemmo, riuscito, mercè le promesse fatte al Valentino, di avere il favore dei cardinali spagnuoli, era sicuro del fatto suo. Gli animi erano però sempre assai agitati, e grandissimo il disordine nella città, a segno tale che un servitore di quel cardinale, la sera del 31 ottobre, fu accompagnato da venti uomini armati, nell'andare a casa del Machiavelli. Tuttavia questi scriveva la sera stessa, che l'elezione era omai sicura. Il giorno seguente, infatti, radunatosi il Conclave, veniva proclamato il nuovo Papa, che prese subito il nome di Giulio II, e senza esitare strinse con mano fermissima le redini del governo. Così ora non si trattava più di pensare a raccogliere e trasmettere notizie intorno al Conclave; ma sorgevano invece due altre questioni assai più gravi. Che cosa il Papa intendeva fare del Valentino, cui aveva tanto promesso? Che condotta voleva tenere di fronte a Venezia, la quale già si dimostrava deliberata ad avanzarsi in Romagna?
E due erano gli uomini, che con maggiore diligenza e penetrazione le esaminavano: il Machiavelli ed il Giustinian. Questi però, come era naturale, s'occupava assai meno dell'affare del Valentino, di cui la sua Repubblica poco temeva. Fin da quando sentì parlare delle promesse, che gli faceva colui che stava per essere eletto Papa, era andato con grande accortezza a scrutarne l'animo. E gli fu risposto: «Fate che l'elezione riesca, e non dubitate. Voi vedete la miseria, in cui ci ha condotto la carogna che dopo sè ha lasciato papa Alessandro, con questo gran numero di cardinali. La necessità costringe gli uomini a fare quello che non vogliono, finchè dipendono da altri; ma, una volta liberati, fanno poi in diverso modo.»[660] Il Giustinian non ebbe dopo ciò bisogno d'altre spiegazioni, nè più si occupò del Valentino, anzi ripetutamente da lui pregato che venisse a trovarlo, non volle andare, per non crescergli importanza.[661] Invece scrutava, con una riserva e costanza maravigliose, i più segreti pensieri del Papa circa l'avanzarsi dei Veneziani, e ne ragguagliava il suo Governo con una diligenza insuperabile. Egli si era subito avvisto che i primi segni di benevolenza e le prime incertezze del Papa erano solo apparenti ed illusorie, essendo questi deciso a mettere a repentaglio la tiara e la pace d'Europa, per riprendere le terre, che, secondo lui, appartenevano alla Chiesa. E così, prima che si manifestino ad altro occhio umano, noi vediamo i germi della Lega di Cambray nei dispacci del veneto ambasciatore, che invano dava consigli di prudenza al suo Governo, ed invano cercava calmare l'animo irritato e fiero del Papa. Diversa assai apparisce di fronte a questi fatti la condizione del Machiavelli. I Fiorentini erano sopra ogni altra cosa impazientissimi di vedere Giulio II dichiararsi nemico dei Veneziani. Le necessarie riserve da lui usate alle prime notizie dell'avanzarsi di costoro, venivano da essi interpetrate non solo come segni d'imperdonabile freddezza; ma quasi come una prova che egli fosse contento, e forse andasse d'accordo, per impedire così il ritorno del Valentino. Il Machiavelli perciò veniva dai Dieci spronato a destare con ogni arte gelosia e odio contro Venezia; ma ben presto egli si dovette avvedere che la cosa era assai facile, perchè i primi accenni del passionato e deliberato sdegno del Papa non tardarono a manifestarsi. Invece doveva tener d'occhio il Valentino, il quale, quando fosse andato in Romagna, avrebbe dovuto passare per la Toscana, il che non sarebbe stato un piccolo malanno per la Repubblica. Egli poi non aveva come il Giustinian molto frequenti occasioni d'avvicinare il Papa, e quindi non sapeva quale fosse veramente l'animo di lui verso un uomo che aveva molto odiato, ma a cui aveva pure molto promesso.
L'importanza di questa legazione, per quel che risguarda la vita del Machiavelli, viene dal trovarsi egli, dopo breve tempo, nuovamente in presenza del Valentino, caduto dal potere e dalla fortuna in cui lo aveva la prima volta veduto. Infatti ora ne scrive e ragiona con una indifferenza ed un freddo disprezzo, che ha scandalezzato moltissimi, i quali vollero in ciò vedere non solo una flagrante contradizione con quanto aveva scritto di lui altra volta; ma anche la prova di un animo basso, che sapeva ammirare solo il prospero successo e la buona fortuna, pronto a calpestare il proprio eroe appena lo vedeva caduto. Questo falso giudizio però non è altro che la conseguenza naturale del precedente errore, commesso nel voler dare all'ammirazione del Machiavelli pel Valentino un significato ed un valore che non potevano avere. Anche presso un capo di briganti, che fosse stato assai audace ed accorto, tale da saper mettere a soqquadro tutto un paese e dominarlo, il Machiavelli ne avrebbe ammirato l'accortezza ed il coraggio, senza lasciarsi spaventare da qualsiasi azione più sanguinosa e crudele. Ne avrebbe anzi potuto formare nella propria fantasia una specie d'eroe immaginario, lodandone la prudenza e la virtù, nel senso che a questa parola dava il Rinascimento italiano. E tutto ciò per la natura del suo ingegno, per l'indole dei tempi, ed anche, se vuolsi, per la freddezza del suo cuore, non punto cattivo, ma neppur sempre riscaldato da troppo ardenti entusiasmi pel bene. Se però avesse più tardi ritrovato il medesimo brigante, caduto dalla prima fortuna, ritornato nella vita privata, e si fosse visto dinanzi l'uomo, avvilito ed abbietto, nella sua ributtante ed immorale mostruosità, egli, seguendo sempre lo stesso esame impassibile della realtà, senza punto esitare e senza punto temere di contradirsi, lo avrebbe descritto e giudicato quale veramente lo vedeva ed era. Non molto diverso dobbiam credere che fosse allora lo stato del suo animo di fronte al Valentino; e la contradizione non è perciò ne' suoi giudizî, ma in quelli di chi volle attribuirgli opinioni, virtù o vizi che non ebbe mai.
Intanto molte e molto varie erano le voci che correvano sulle intenzioni del Papa, a proposito delle promesse fatte. Non voleva mantenerle, e non voleva passare per violatore della fede, accusa da lui tante volte lanciata ai Borgia. E il Duca dall'altro lato, scriveva il Machiavelli, trasportato sempre «da quella sua animosa confidenza, crede che le parole d'altri sieno per essere più ferme che non sono sute le sue, e che la fede data de' parentadi debba tenere.»[662] Il 5 novembre le lettere dei Dieci narravano come Imola s'era ribellata dal Valentino, e i Veneziani s'avanzavano verso Faenza. Il Machiavelli recò queste notizie prima al Papa, che le ascoltò senza turbarsi, e poi ad alcuni cardinali, cui disse che, andando di questo passo, Sua Santità si ridurrebbe ad essere il cappellano dei Veneziani. Si presentò quindi al Duca, che subito si turbò sopra modo, e si dolse amaramente dei Fiorentini, i quali, egli diceva, con cento uomini avrebbero potuto assicurargli quegli Stati, e non lo avevano fatto. «Giacchè Imola è perduta, Faenza assalita, egli dice che non vuol più raccogliere gente, nè essere uccellato da voi: metterà tutto quello che gli resta, in mano dei Veneziani. Così crede che vedrà presto rovinato lo Stato vostro, e sarà per ridersene, avendo i Francesi tanto da fare nel Reame, che non potranno aiutarvi.» «E qui si distese con parole piene di veleno e di passione. A me non mancava materia di rispondergli, nè anco mi sarebbe mancato parole; pure presi partito di andarlo addolcendo, e più destramente ch'io posse' mi spiccai da lui, che mi parve mill'anni.»[663] Lo stato delle cose era adesso totalmente mutato da quello d'una volta; il Duca non aveva più la forza a suo comando; si trattava solo di ragionare e discutere, ed in ciò il Machiavelli sentiva tutta la propria superiorità sul suo interlocutore, che altra volta gli era apparso tanto maggiore.
A Roma si trattavano adesso i più grandi affari diplomatici e politici del mondo: quelli della Francia e della Spagna, che erano i più importanti in Europa; le faccende della Romagna; le fazioni dei baroni nel Reame e nello Stato della Chiesa. Ma il Papa, obbligato a tutti per la sua elezione, non avendo ancora raccolto proprie forze o danari, non poteva decidersi a favorire alcuno. «Conviene di necessità che giocoli di mezzo, infino a tanto che i tempi e la variazione delle cose lo sforzino a dichiararsi, o che sia in modo rassettato a sedere, che possa, secondo lo animo suo, aderire a fare imprese.» «Nessuno capisce che cosa voglia fare col Valentino: lo spinge a partire, ha scritto e fatto scrivere a VV. SS. che gli diate il salvocondotto, ma non si cura poi che lo abbia davvero.[664] Questi s'apparecchia a prendere la via di Porto Venere o Spezia, e di là per la Garfagnana e Modena, in Romagna. Le sue genti, che sono 300 cavalli leggieri e 400 fanti, passerebbero per la Toscana, avuto il salvocondotto da VV. SS., verso cui si dimostra ora tutto benigno. Ma chi si può fidare della sua amicizia, massime ora che egli stesso non sembra sapere che cosa voglia? Il cardinal di Volterra lo ha trovato» «vario, inresoluto e sospettoso, e non stare fermo in alcuna conclusione, o che sia così per sua natura, o perchè questi colpi di fortuna lo abbino stupefatto, e lui, insolito ad assaggiarli, vi si aggiri drento.» Il cardinal d'Elna[665] ha detto che «gli pareva uscito di cervello, perchè non sapeva lui stesso quello si volesse fare, sì era avviluppato e irresoluto.»[666]
Il nome del Valentino poi era così odiato dalla generalità dei cittadini in Firenze, che, nonostante le raccomandazioni, certo non molto calde, del cardinal Soderini e del cardinal di Roano,[667] portata nel Consiglio degli Ottanta la proposta del suo salvocondotto, sopra 110 votanti ve ne furono 90 contrarî.[668] Ed al ricevere questa notizia, Sua Santità, alzando il capo, disse al Machiavelli, che andava bene così e che era contento; laonde questi scriveva: «si vede chiaro che vuol levarselo dinanzi, senza parere di mancare alla fede, e quindi non si cura punto di quel che altri faccia contro di lui.»[669] Ben diversa naturalmente doveva essere l'impressione prodotta nell'animo del Duca, il quale, appena vide il Machiavelli, andò in furore, dicendo che aveva già inviato le sue genti, che era per montare in acqua, e non voleva più aspettare. L'oratore cercò calmarlo col promettergli di scrivere a Firenze, dove anche il Duca poteva spedire un suo uomo, e qualcosa di buono si sarebbe certo concluso. Ma ai Dieci scriveva invece d'aver parlato così per calmarlo, e perchè esso minacciava che, ove non si concludesse subito, si sarebbe gettato ai Pisani, ai Veneziani, al diavolo, pur di far loro male. «Venendo il suo uomo, VV. SS. potranno trascurarlo e governarsene come parrà loro. Quanto alle genti che sono già partite, 100 uomini d'arme e 250 cavalli leggieri, cercheranno intendere di loro essere, e, quando paia a proposito, opereranno che le si svaligino in qualche modo.»[670] Il Valentino partiva per Ostia con 400 o 500 persone, secondo la pubblica voce, la quale faceva ascendere a 700 i cavalli in via per la Toscana,[671] e il vescovo di Veroli li aveva preceduti, recandosi a Firenze con una lettera di raccomandazione, firmata dal cardinal Soderini, e scritta di mano del Machiavelli,[672] che subito ne inviava direttamente un'altra, con cui avvertiva che erano lustre per addormentare e mandar via il Duca. Potevano regolarsi come volevano.[673]
Ora però le cose si complicavano, perchè arrivava la notizia che i Veneziani avevano preso Faenza, e non molto dopo che avevano acquistato Rimini, per accordo col Malatesta. Il Machiavelli allora, con un linguaggio veramente profetico, scriveva che questa impresa dei Veneziani «o la sarà una porta che aprirà loro tutta Italia, o la fia la ruina loro.»[674] Infatti qui è il germe della futura lega di Cambray. Il cardinal di Rouen, fieramente alterato, giurava sull'anima sua che, se i Veneziani minacciavano Firenze, il Re lascerebbe tutto per soccorrerla; il Papa dichiarava che, se non mutavano consiglio e non si fermavano, s'accozzerebbe con la Francia, con l'Imperatore, con chiunque, per pensare solo alla loro rovina, come difatti poi fece.[675]
E non potendo più stare alle mosse, se prima aveva tollerato che il Valentino se ne andasse ad Ostia, senza lasciare i contrassegni delle fortezze di Cesena e Forlì, che ancora si tenevano per lui, mandava ora il cardinal di Volterra ed il cardinal di Sorrento, perchè se li facessero dare in ogni modo, avvertendolo che altrimenti Sua Santità lo avrebbe fatto arrestare, e dato ordine che fossero svaligiate le genti di lui. Infatti, essendo essi tornati senza aver potuto nulla concludere, spedì subito l'ordine al comandante delle navi in Ostia, che s'impadronisse del Duca; e scrisse a Siena ed a Perugia, perchè ne svaligiassero le genti, e, potendo, gli mandassero prigioniero don Michele che le comandava.[676] Tutto ciò fece correr la voce che Cesare Borgia era stato gettato addirittura nel Tevere, cosa a cui il Machiavelli non prestava piena fede, aggiungendo però: «Credo bene che quando non sia, che sarà.... Questo Papa comincia a pagare i debiti suoi assai onorevolmente, e li cancella con la bambagia del calamaio; e poichè gli è preso (il Duca), o vivo o morto che sia, si può fare senza pensare più al caso suo....[677] Vedesi che i peccati sua lo hanno a poco a poco condotto alla penitenza: che Iddio lasci seguire il meglio.»[678] Ecco un esempio di quel linguaggio che tanto scandalezza coloro i quali, dopo aver fatto del Machiavelli non solo un cieco ammiratore, ma quasi un consigliere ed un agente segreto del Valentino, si debbono maravigliare, non possono comprendere che ne parli ora con così freddo disprezzo, e trovano quindi in ciò materia di nuove accuse contro di lui. Ma la condotta del Valentino in questi giorni apparve a tutti, quale veramente era, bassa, inconseguente, spregevole. Invece di difendere colla spada i male acquistati dominî, divenuto umile ed incerto, fidava solo nei più volgari intrighi. Non è questi più l'uomo che il Machiavelli aveva ammirato e lodato. E per quanto il suo presente linguaggio paia cinico a coloro che lo vogliono, in ogni modo, o troppo lodare o troppo biasimare, assai diverso era il giudizio dei contemporanei. A Firenze egli veniva invece accusato di voler sempre fare gran caso del Duca, al che i meno benevoli aggiungevano ancora la derisione e perfino la calunnia. «Voi,» dice una lettera del Buonaccorsi, «nell'universale ne siete uccellato, scrivendo di lui gagliardo; nè è chi manchi di credere, che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi.»[679]
Cesare Borgia intanto, accompagnato dalla guardia del Papa, arrivava il 29 novembre per il Tevere, sopra un galeone, fino a San Paolo, donde la sera entrò in Roma. «Le SS. VV.,» scriveva il Machiavelli, «non hanno a pensare per ora dove possa spelagare. Le genti partite con lui son tornate alla sfilata, quelle venute con don Michele in costà, non la faranno molto bene.»[680] Il primo dicembre infatti arrivava la notizia che esse, inseguite dai Baglioni e dai Senesi, erano state disfatte e svaligiate, e don Michele, preso dalle genti di Castiglion Fiorentino, mandato prigioniero a Firenze. Il Papa ne fu lietissimo, e voleva averlo nelle mani, per «scoprire tutte le crudeltà di ruberìe, omicidî, sacrilegi e altri infiniti mali, che da undici anni in qua si sono fatti a Roma contro Dio e gli uomini. A me disse sorridendo, che voleva parlargli, per imparare qualche tratto da lui, per saper meglio governare la Chiesa. Spera che voi glielo mandiate, ed il cardinal di Volterra gliene ha dato ferma speranza, e conforta quanto e' può le SS. VV. a fargliene un presente, come di uomo spogliatore della Chiesa.»[681] Il Duca, come era naturale, ne restò sempre più avvilito nelle stanze del cardinal di Sorrento, dove alloggiava. Non per questo però mutava modo. Aveva finalmente dato i contrassegni a Pietro d'Oviedo, che doveva partire con essi, per far cedere le fortezze; ma chiedeva dal Papa assicurazioni per le terre di Romagna, e che il cardinal di Rouen gli guarentisse in iscritto queste assicurazioni. Ma mentre che egli «sta così in sul tirato,» scriveva il Machiavelli, «e pretende guardarla pel sottile, il Papa, sicuro del fatto suo, lascia correre e non vuole sforzarlo. Credesi però che, senza altra assicurazione, il D'Oviedo parta domani;» «e così pare che a poco a poco questo Duca sdruccioli nello avello.»[682]
È inutile ora fermarsi a raccontare come il D'Oviedo partisse; come venisse in Romagna impiccato da uno dei comandanti delle fortezze, che non volle cedere, perchè il suo signore era sempre in potere del Papa, e come questi avesse finalmente le fortezze, ed il Valentino, da tutti abbandonato, andasse a Napoli, dove Consalvo di Cordova lo prese prigioniero, e lo mandò nella Spagna. Sono cose molto note, ed estranee al soggetto di questa narrazione. Importa invece ricordare un ultimo fatto, che illustra assai bene la condotta del Valentino in questi giorni, gettando una luce sinistra sul suo carattere. Egli, che aveva così iniquamente tradito il povero duca Guidobaldo d'Urbino, inseguendolo, cercandolo a morte, volendolo costringere a sciogliere il matrimonio come impotente, a rinunziare al proprio Stato di cui già lo aveva spogliato, ed a farsi prete, come più volte ripetè, aggiungendo che senza questo non li darìa uno suspiro,[683] adesso invece chiedeva, supplicava, come «una grazia speciale,» d'essere ricevuto dal duca Guidobaldo, che da Urbino era venuto a Roma, dove trovavasi in assai buoni termini col Papa. Guidobaldo, sdegnato e disgustato, come era naturale, ricusava di vederlo; ma pure cedè finalmente alle intercessioni di Sua Santità. Il Valentino, scrive un testimone oculare, entrò con la berretta in mano, e s'avanzò facendo due volte umile riverenza, trascinandosi con le ginocchia per terra, fino al duca d'Urbino, che sedeva nell'anticamera dei pontefici sopra una specie di letto. Questi, al vederlo in tale posizione, mosso da un sentimento di dignità e quasi di rispetto per sè stesso, si levò e lo fece con le proprie mani alzare e sedere accanto a sè. Chiese il Valentino umilmente perdono del passato, «incolpando la gioventù sua, li mali consigli suoi, le triste pratiche, la pessima natura del Pontefice, e qualche uno altro che l'haveva spinto a tale impresa, dilatandosi sopra el Pontefice, e maledicendo l'anima sua.» Promise di restituirgli la roba rubata, salvo alcuni «panni troiani» dati al cardinale di Rouen, e qualche altra cosa che più non aveva. Guidobaldo rispose poche parole cortesi, ma tali che l'altro «remase pauroso assai e bene chiarito.»[684] Nonostante, continuò con tutti nella stessa petulante e bassa umiltà, come apparisce dal seguito della citata lettera e dai dispacci dei varî ambasciatori italiani a Roma. Possiamo noi dunque maravigliarci, che il Machiavelli sentisse ora per la persona del Valentino un freddo disprezzo, e cercasse quasi cancellar dalla sua memoria il presente spettacolo, per non perdere la reminiscenza delle osservazioni già fatte, e delle idee che altra volta gli erano state suggerite dallo stesso individuo in condizioni ben diverse?
La legazione può dirsi adesso quasi finita. Il Machiavelli si trattenne qualche giorno di più in Roma, impedito di partire da una tosse allora prevalente colà, e dalle premure del cardinal Soderini, che mal volentieri si separava da lui. In questo mezzo continuò a trasmettere le notizie che raccoglieva alla giornata. Annunziò la presa d'un segretario, che si riteneva avesse, per ordine di Alessandro VI, avvelenato il cardinale Michiel, e che si diceva ora sarebbe perciò stato pubblicamente arso;[685] continuò, come aveva fatto sempre, a dare le notizie che correvano sulla guerra nel Reame, e scritta qualche altra cosa del Valentino, che ormai era come prigione, mandava la sua ultima lettera in data del 16 dicembre, e partiva per Firenze con una del cardinal Soderini, la quale faceva di lui i più alti elogi alla Repubblica, come uomo di fede, diligenza e prudenza senza pari.[686]
Durante la sua dimora in Roma, il Machiavelli aveva mandato sempre notizie incerte e contradittorie sulla guerra che seguiva allora fra gli Spagnuoli ed i Francesi, i quali si trovavano accampati da una parte e dall'altra del Garigliano, su terreni paludosi, sotto piogge continue. Fino alla sua partenza, infatti, non era seguìto nulla di veramente decisivo, e non v'erano che voci sempre diverse. Ma egli non era appena giunto a Firenze, che arrivò la notizia di quella che si chiamò la rotta del Garigliano, seguìta nella fine del dicembre, e che fu pei Francesi una vera catastrofe. Il loro esercito venne disperso e distrutto; i loro migliori capitani uccisi, prigionieri o fuggiaschi; il Reame ormai fu tutto nelle mani degli Spagnuoli. Fra le tante notizie arrivate allora a Firenze, ve ne fu una che rallegrò assai la Città: Piero de' Medici, che seguiva l'esercito francese, era rimasto, come altri non pochi, affogato nel Garigliano, mentre cercava passarlo in una barca. L'essere finalmente liberati da questo tiranno odioso e spregiato, era però un piccolo compenso di fronte alla gravità dei nuovi pericoli che ora appunto minacciavano la Repubblica. A molti pareva già di vedere il gran capitano Consalvo, alla testa del suo esercito vittorioso, avanzarsi fino in Lombardia, per cacciare addirittura dall'Italia i Francesi. Che sarebbe stato allora di Firenze? Sape vasi che Consalvo favoriva i Pisani. E quale animo poteva mai essere il suo verso la più fida alleata di Francia nella Penisola?
Per tutte queste ragioni il Machiavelli, quasi non aveva ancora ripreso il suo ufficio in Firenze, che fu per la seconda volta, spedito in Francia, dove era già ambasciatore residente Niccolò Valori. Le istruzioni, in data 19 gennaio 1501, firmate da Marcello Virgilio, dicevano: «Anderai a Lione presso il nostro oratore Niccolò Valori e presso la Maestà del Re, per far loro conoscere lo stato delle cose di qua; vedere in viso le provvisioni che fanno i Francesi, e scrivercene subito, dando il giudizio tuo. E quando non ti paiano sufficienti, farai bene intendere, che noi non siamo in grado di mettere insieme tante forze da poterci difendere; e però saremmo costretti di volgerci altrove, per cercare la salute nostra donde si può averla, non ci restando altro che questa piccola libertà, la quale ci conviene salvare con ogni industria. Nè ti contenterai di grandi promesse e disegni, ma farai capire che occorrono aiuti effettivi ed immediati.»[687] Oltre di ciò, essendo stata rotta la condotta del Baglioni, doveva sollecitar qualche provvedimento anche per questo verso.