APPENDICE DI DOCUMENTI
Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, nella quale si discorre della prossima venuta dei Francesi in Italia, e di ciò che a questo proposito diceva Lodovico il Moro. — 30 e 31 marzo 1494.[776]
Magnifico Piero....[777] Stamani andai a Castello um poco innanzi agl'altri, et lexi la lectera tua de xxiiij al sig. Lodovico, presente il Chalcho,[778] la quale S. E. stette a udire con grande attentione. Poi mi rispose: — Io non ho manco desiderio della amicitia vostra, come altre volte vi ho decto, che voi diciate desiderare la mia, per le ragioni altre volte narrate; et se io intendessi liberamente quello che desiderate, come etiam più volte vi ho decto, non mancherei dello offitio mio. Ma voi mi parlate pure di questa Italia, et io non la vidi mai in viso; et non sento che di noi altri si faccia pensiero, il che dà anchora a me confusione d'animo; et quando voi parlerete liberamente con me, et che vi lasciate intendere, sempre troverrete correspondentia. — Io li risposi: — Quanto al parlare delle cose d'Italia, mi parea che si potessi intendere e' beneficii nostri, benchè non si dicessi per expresso; a il lasciarsi intendere, che noi li haviamo parlato molto liberamente: prima, che desiderando la pace et quiete, la venuta de Franzesi per niente non ci piaceva, et più preghavamo la Excellentia Sua che, come l'havea dato principio a dare favore in Francia, che non havessimo a essere astretti a declaratione, seguitassi. Ma ci dava bene grandissima molestia d'animo havere veduto la Excellentia Sua dar principio a tante buone cose, et da poi in uno subito mutarsi come ha facto, non ci conoscendo maxime alcuna nuova cagione. —
La S. E. dixe, che poichè non era chi pensassi a' facti suoi, era necessario che vi pensassi lui, et se non basteranno i Franzesi, sarà necessitato aiutarsi et con Franzesi et con Tedeschi; et saltò a dire: — Questi regii hanno usato dire, che il re Alfonso si farà innanzi insino qua con la gente dell'arme; et che[779] havea scripto una lettera che faceva intendere alla Maestà Sua, che, volendo muovere la gente d'arme, facessi pensiero di non passare le terre della Chiesa, perchè, quando volessi venire più avanti, li andrebbe all'opposito con tucte le sue forze, et rimanderebbeli la figliuola a casa. — Ad questo io risposi, che credevo che in questa proposta il Re farebbe pocha perdita, perchè si stima che, venendo e' Franzesi con le spalle di S. E., l'harebbe per nimica in ogni modo. — Replicò che non era obbligato a' Franzesi, se non a cinquecento huomini d'arme. — Io li subiunsi, che la E. S. havessi rispecto di non mettersi Franzesi in casa, perchè, quando fussi imbarcato, li bisognerebbe andare a 500 et a 1000, et a quella somma che paressi a loro. Et in su questo mi parve di toccarlo umpoco più avanti, et dixi: Signore, io vi voglio parlare liberamente come servitore, et ho caro ci sia presente messere Bartolommeo. Io vi affermo quello che altre volte vi ho decto, che della città nostra et di Piero in specie, la E. V. si può promettere come delle prime cose che abbi, andando con quelli termini che ragionevolmente si conviene alli amici. Dipoi le voglio ricordare amorevolmente, che consideri bene in che termine si truovano le cose; et havendo quella autorictà che ha di poterle posare, se è bene lasciarle schorrerle; perchè, quando pure si venissi all'arme in Italia, o per mezo di Franzesi o altrimenti, potrebbe accadere che non sarebbe poi in sua facultà poterle posare quando li paresse, et ch'io ero certo, per la sua prudentia, ne intendeva più di me. — Dixe: — A questa parte non voglio rispondere. Ma che vorresti voi da me? Domandatemi liberamente ciò che voi vorresti, et io vi responderò. — Dixi: — Che la E. V. mi chiarisca, che cagione l'ha facto fare tanta mutazione: acciò che noi possiamo remediarvi, se e' nascessi da noi. — Risposemi, la cagione essere che avendoci richiesto d'uno scripto per la sicurtà,[780] etc., tu li havevi renduto solamente buone parole; et che, veduto non era havuto consideratione a' facti suoi, era constrecto pensarvi ut supra; accennando che non li basterebbe anche starne alla sicurtà vostra sola; che si vede volle ritornare a quello ti scripsi per l'ultime mie, che questi Signori non li erano venuti a particulare alcuno, etc. Et subiunse: — Et anche vi ricerchai per mio fratello della sicurtà delli Orsini, come sapete, che benchè io sia disposto di queste cose di Roma non me ne travagliare, pure tuttavolta non posso lasciare mio fratello.[781] — Io domandai di nuovo: — Sono queste le cagioni che hanno facto mutare la E. V.? — Dixe: — Sì veramente. — Risposili, parermi che la E. S. havessi torto, concio sia che le lettere tue, dal mandare lo scripto infuora, parlavano in modo che gli haveva molto bene potuto comprehendere lo animo tuo buono; et intorno a questo m'ingegnai quanto potei farli intendere la tua buona disposizione, nientedimeno con parole di natura che non obligassino, et non togliessino speranza. Alla parte delli Orsini: che la S. E. medesimamente haveva inteso, che tucta la autorità che tu havevi con loro, la opereresti più volentieri per monsignore Ascanio, che non faresti pel Cardinale tuo. Et compresi che, o per le parole li haveva prima decte el Conte,[782] aggiunte quelle gli havevo decte io, che furono più non ti scrivo per brevità, et delle brusche et delle dolci, o perchè così fussi disposto, che gl'era volto di cominciare a parlarmi liberamente, et per tornare in su quelli ragionamenti buoni che ti scripsi. Et sopragiugnendo li ambasciatori regii et venetiano, dixe: — Io voglio che ci riserbiamo a oggi a finire questo ragionamento. — E diemmi la posta alle xx hore.
Non voglio lasciare di dirti, che nel sopradecto discorso egli toccò pure qualche paroletta di quelle ha altra volta facto, se e' ti piaceva tanta grandezza del Re;[783] et mostrando lui che 'l Papa se n'andava alla volta di Sua Maestà, subiunse, che, non li bisognando più le gente d'arme di questo Stato, le richiamerebbe, con dire che un altro li farebbe forse un Concilio adosso come potrebbe lui; ma che essendo in quella sede per loro, et havendolo beneficato (come hanno), non si potevono sì presto ridire, et che se la Santità Sua non farà verso di loro quello che è conveniente, non sarà per questo che li vogli fare altro che bene.
Desinando, arrivò la tua de' xxviij con li advisi da Roma de' 26. Andai a Castello alle xx hore, secondo l'ordine datomi; trovai el signore Lodovico essendo con tucti e' consiglieri, che erono gran numero; et per quanto ritrahessi da uno amico, erono in sull'accordo di Roma, che ne haveva lettere di là, de xxiij, che gliene davono qualche fiuto, ma non particolarmente, come intesi poi per la tua. Stette poco et licenziolli, et fecemi chiamare, et trova' lo assai di buona cera. Quando li lexi le particolarità dello achordo, si vide manifestamente et mutarsi et risentirsi, et poi mi disse: — Ambasciatore, havetemi voi a dire altro? — Risposi, che ero venuto per finire quello ragionamento, come eravamo rimasti stamani. Dixemi, che era in sulla medesima sententia di stamane, ciò è che s'era mutato per le cagioni predecte. Quanto alle cose di Ascanio, ciò è delli Orsini, etc., non ne dixe parola; ma che bene era xv o xx dì, che haveva scripto ad Ascanio, che e' farebbe bene a venirsene di qua sotto ombra di venire ad visitarlo, che riscontra che Ascanio si partirà di Roma. Entramo dipoi nelle cose nostre di Francia, et promise più liberamente che havessi ancora facto mai, di aiutarci sanza exceptione alchuna, et che non era per fare a voi in queste occorrentie mercantìa, sì come non vorrebbe che voi pensassi di volerla fare seco.... Mi tochò quest'altra corda: che non li mancherà riconoscere el re Alfonso per cognato, et il Duca di Calabria per nipote, et che dalla sera alla mattina lo potrebbe fare....[784] Et vedesi manifestamente che lo adviso da Roma li ha entorbidato in modo el cervello, che e' restò tucto confuso e con grandissima suspensione, che mi persuado fussi cagione che non seguitassi el ragionamento. Sarò domattina con la E. S., et farò quel bene che potrò, et di tucto ti darò adviso. Et io non mi sono molto curato che la sia ita per hoggi così, perchè non ho giudicato fuora di proposito lasciarlo stare in questa concia, tanto che habbi resposta da te come mi habbi a governare....
Come io ti ho tocho di sopra, costui si vede in tanta confusione di animo, quanta io non credo che fussi mai alla vita sua; et per bene che vedessi che il Papa era per accordarsi col Re, non stimò però mai che l'accordo venissi con tanta securtà et reputatione del Re quanto ha facto. Nè harebbe creduto che el Re si fusse lasciato andare a sì gran partito col Papa, ciò è di dare Stati et sì gran provisioni al figliuolo; et èccisi aggiunta la venuta subita del Vincula a Roma, che interamente li ha tocho il cuore, et parli, quello che è il vero, che ci sia andato assai della reputatione sua. Et per la sua natura fumosa, et per havere parlato in sua gloria quanto ha facto a questi tempi, questa bastonata è stata molto maggiore, e più li è doluta. Et perchè tu intenda, qua, in fra e' suoi medesimi, ci ha tanto perso, che non te lo potrei mai dire, benchè ci sieno molti che ne fanno fuoco ne l'orcio. Et in effecto costui è tristo come una starna, et non credo sia cosa alcuna, et fussi di che natura si vuole, vedendo fussi a suo proposito, che e' non tentasse, che è pure da haverci qualche consideratione. Et parmi ancora essere certo che buona parte del grado tocchi a noi; et quando voi fussi in proposito di costà di non lasciare andare le cose a totale disperatione, et di mantenervi costui, non so se sia da lasciare transcorrere più in là, perchè, secondo el mio poco iuditio, egli è in luogo che potrà molto bene conoscere, che quello che si facessi procederebbe da altro che da paura et da minaccia, ma da buona natura d'altri. Se noi giriamo tucta la buxula, si vedrà che costui è necessitato o rimettersi nelli Ultramontani, et séguiti quello che vuole, o reconciliarsi col Re nel modo che potrà, et temporeggiare quanto potrà (et el Re per la natura sua et per posarsi, la doverìa fare), o tentare qualch'altra via scandalosa, o veramente rassettarsi et ritornare in fede et amicitia con voi, il che io credo senza dubio nessuno, quando non havessi vergognosamente a mendicare, che sarebbe volto a farlo, et sommamente lo desideri. Io col mio poco iuditio sono nella sententia medesima che ti scripsi nell'altra, et crederrei quello si aprovassi essere bene da farlo presto, in uno tempo a farlo in un altro sarebbe grande differentia nell'averne o più o manco grado. Voi siate prudenti, et in tutto vi resolverete bene, et super omnia è necessario che spesso spesso mi advisiate delle deliberationi vostre, a fine che io possa di mano in mano accordarmi con quelle; chè vedi a che termini strecti ci riduciamo.
Non lascerò di dirti che el signor Lodovico considerò molto bene tucti quelli capi dello accordo, ad uno ad uno, più d'una volta; et in su quella parola che dice, il Papa s'obliga difendere il Re contra Franciosi et quoscumque alios, si fermò et replicò più volte quello quoscumque alios, et mostrò considerarlo molto bene.
Tenuta a stamani a dì 31, che hiersera tornai tardi da Castello....
Postcripta. Deliberai, poi che tanto era soprastato il cavallaro, di tenerla tanto che parlassi col sig. Lodovico. Et dixemi havere advisi di Francia, che le cose procedono nel modo che advisano li ambasciatori nostri, con quella caldezza, et che il Re insiste in voler venire in persona. Dipoi mi dice, che Monsignore di Obignì era partito, et con lui Perone di Baccie,[785] et già erano cominciate ad adviarsi le genti d'arme, che sarebbono insino in cccto lancie....
Di sopra ti dico, che il sig. Lodovico mi aveva toccho di reconciliarsi col Re, etc.; stamani ha decto a messere Ferrante, che in ogni modo vuole aconciare le cose della Maestà del Re, et che li farà un servitio el più relevato che si sia facto gran tempo fa a huomo in Italia. Ulterius li vuole dire un secreto con iuramento di grandissima importantia, con promissione che la Maestà del Re non li faccia risposta se non di sua mano o di mano del Duca di Calabria, perchè non vuole che cancelliere nessuno l'habbi ad intendere. Questa è la substantia di molte buone parole et liberalissime offerte ha facto stamani a costoro, che sono molte più che insino ad hora habbi mai facto: tucto non replico per non essere sì lungo....
Servitor devotus Petrus Alamanni.
DOCUMENTO II. (Pag. 263)
Lettera di Alessandro Bracci, ambasciatore fiorentino in Roma, ai Dieci, relativa all'uccisione del Duca di Gandia. — 17 giugno 1497.[786]
Magnifici Domini mei observandissimi. Hieri diedi notitia alle S. V. del miserando caso del Duca di Candia,[787] el quale fu sepellito a ore 24 in Santa Maria del Popolo, et andò scoperto in sulla bara, con non molta cerimonia di pompa funebre, et fu acchompagnato solamente dalli oratori della Legha, excepto il Venitiano, et dalla famiglia sua et del Papa, la cui Santità non resta di affliggersi, et non dà anchora audentia a persona. Et per li ministri suoi di iustitia, et per tucti li modi possibili di coniecture, di inditii et d'altro non si attende se non a ricercare et investigare li auctori del male, nè per anchora truovono cosa di fondamento: et se bene hanno varie opinioni, non le riscontrano poi. El Ghovernatore et così el Bargello sono entrati in più case, non solum dove il Duca havea qualche consuetudine manifesta, ma anchora occulta, non senza nota di qualche persona da bene, con examinare famigli et fantesche, intra li quali è suto il conte Antonio Maria Dalla Mirandola, per havere una figliuola molto formosa, ma di buonissima fama: et questo perchè è certissimo che el Duca fu morto non molto dischosto dalla casa sua, la quale è poco lontana da luogho donde il Duca fu buttato in fiume. Et è comune opinione, che chi ha voluto condurre alla rete il povero signore, li habbi gittato innanzi questo logoro, et datoli ad intendere che l'ordine fusse dato per quella sera, perchè colui che li parlò stravestito, et che li montò in groppa, li ha parlato altra volta in simile habito, et sempre di nocte per monstrarli bene el secreto. Et stimasi che lo habbi pasciuto con vana speranza d'una simile impresa, tanto che chi lo voleva giugnere al bocchone, havessi l'esca bene preparata. Et certamente chi ha governata la cosa ha havuto cervello et buono coraggio, et in ogni modo si crede sia stato gran maestro. La Santità del Papa è immodo accesa alla vendecta, per quanto si può intendere, che non è per lassare alcuno pensiero indietro, per ritrovare li malfactori, et per valersi della iniuria, la quale non li poteva essere facta nè più intollerabile nè maggiore, per le circumstantie che la aggravono....
Et io mi rachomando humilmente alle S. V.
Rome, xvij iunii 1497.
Servitor Ser Alexander Braccius.
DOCUMENTO III.[788] (Pag. 299)
Traduzione assai libera, fatta dal Machiavelli, d'un brano dell'Historia persecutionis vandalicae di Vittore Vitense.
Libro delle persecutione d'Africa per Henrico re dei Vandali, l'anno di Cristo 500, et composto per San Victore vescovo d'Utica. — Già sono sexanta anni da questo tempo, che quello crudele popolo de' Vandali entrò ne' confini d'Affrica, passando per lo stretto del mare, quale è intra l'Africa et la Spagna. Venendo adunque questa generatione di huomini, che erano fra piccoli et grandi, giovani et vecchi, più che octocento mila, secondo che loro medesimi affermavano, acciò che li huomini sbigottiti da tale numero pensassino meno a difendersi; et trovando l'Affrica pacifica et quieta, piena di richeze et d'ogni bene abbundante, non mancorno di alcuna ragione d'iniuria, così contro alli huomini come contro al paese, perchè questo arsono et ruinorno dovunche passavano, et li huomini rubavano, ammazavano, pigliavano ad prigioni, et li facevono morire in carcere, con ogni ragione suplitio. Nè perdonò la loro crudeltà alli arbori et ad le piante, et, che è peggio, non lasciorno indreto le chiese, nè le sepulture de' sancti, che tucte le arsono et disfeciono. Nè valeva ad li huomini nascondere loro et loro cose per le valli o selve o caverne, perchè in ogni loco erano ritrovati, et dipoi rubati et morti, et con maggiori odii et maggiori persecutioni guastavano e' templi di Dio che le case de' privati, et trovandole serrate, con le scure le assaltavono, come si fa le querce ne' boschi, acciò che si potesse dire quel verso della Scriptura: Quasi in silva lignorum, securibus conscinderunt ianuas eius; in securi et ascia deiecerunt eam, incenderunt igni sanctuarium tuum.[789]
Quanti preclari[790] vescovi et prelati et nobili sacerdoti furono morti con diversa ragione di suplicio, acciò che palesassino[791] s'egli havevono o oro o ariento apresso di loro. Et non bastava che dessino loro quello ch'egli havevono, perchè semple (sic) estimando che ne potessino dare più, quanta maggior somma ne davono, tanto più li tormentavano, mettendo ad alcuno del fango puzolente giù per la gola, ad alcuni facevono bere acqua di mare, ad alcuni aceto, ad alcuno altro sterco o feccia di vino, o qualunque altra cosa liquida et puzolente, et di quelle li riempievono come otri, senza havere di loro alcuna misericordia: nè perdonavano anchora alle donne o alle fanciulle. Quivi non era consideratione di nobiltà nè di doctrina, non reverentia di sacerdotio; ma queste cose facevano li animi loro più efferati; et dove era più nobiltà et più grado, quivi si vedeva il loro furore più esercitarsi. Quanti sacerdoti egregii, quanti huomini inllustri (sic) si vedevono con pesi adosso, ad uso di cammegli et d'asini, e' quali erano da loro con certi pungenti, come e' buoi, punzechiati, ad ciò ch'eglino accelerassino el passo, de' quali molti socto la graveza di detti pesi morivano. Non gli moveva ad misericordia la vechiaia, non la pueritia; et infiniti fanciulli erano da' pecti delle madri divelti o[792] mandati in captività, o presi per li piedi et bactuti in el conspecto delle madri in terra, o veramente presi per le gambe, et divisi infino al capo in due parti. Et potevasi in ogni loco dire questo verso: Dixit inimicus incendere se fines meos, interficere infantes meos, et parvulos meos se elisurum ad terram.[793]
Quelli edifitii che per lo splendore et grandeza loro non potevono essere offesi dal fuoco, li distruggevono con la ruina, in modo che l'antiqua belleza di molte città non apparisce niente come la era già; et molte terre o da nessuno o da pochi sono habitate, et in Cartagine si vede come e' teatri, le chiese, la via che si chiamava celeste, et molti altri belli edifitii essere ruinati. Oltra di questo, molte chiese che non destruxono, come la basilica dove sono e' corpi di Sancta Perpetua et di Sancta Felicita, li accomodorno ad templi della loro religione; et dove e' trovavano qualche ròcca o sito forte che loro non potessino expugnare, e' vi ammazavono intorno di molti huomini,[794] et conducevonvi di molti huomini morti, acciò che quelli di drento fussin constrecti per il puzo o morire o arrendersi.
Quanti sancti sacerdoti fussino da costoro cruciati et morti non si potrebbe explicare, infra e' quali el venerabile Pampinia[795] (sic), vescovo della nostra città, con lame di ferro ardenti fu tucto dibruciato, et similmente Mansueto fu arso in su la porta decta Fornitana. Et in quel medesimo tempo la città di Ippona era assediata, della quale era vescovo sancto Agostino, huomo degno di ogni laude, perchè el fiume della sua eloquentia correva per tucti e' campi della Chiesa; ma in quel tempo adverso si veniva ad sechare, et la dolceza del suo parlare era convertita in amaro absentio, et verificavasi quel detto di Davit: Dum consisteret peccator adversum me, obmutui.[796] Infino a quel tempo lui haveva scripto dugento trentadue libri, oltre alle innumerabili Epistole ch'egli haveva facte, insieme con la expositione di tucto el Saltero et de' Vangelii,[797] le quali sono decte ordinariamente Omelìe; el numero delle quali non si potrebbe appena comprendere.
Che bisogna dire tante cose? Dopo molte crudeli impietà, Gisserico expugnò et obtenue la bella et grande città di Cartagine, et quella antiqua, ingenua et nobile libertà riduxe in servitù, perchè fece servi tucti e' Senatori d'essa, et propose uno decreto, che ciascuno dovessi portagli tucto l'oro, pietre pretiose et vestimenti richi ch'egli havessi: et così in breve tempo li huomini si privorno delle robe che 'l padre et l'avolo havieno loro lasciate; perchè e' divise infra sua soldati tucte le provincie, riservandosi ad sè le principali, anchora che Valentiniano imperadore ne difendessi alcuna, le quali poi furno medesimamente occupate da Gisserico dopo la sua morte. Nel quale tempo egli occupò tucta l'Affrica insieme con l'isole che sono tra quella et l'Italia, come la Sicilia, la Sardigna, Maiorca et Minorica, le quali occupò et difese con la sua consueta superbia; nondimanco poi la Sicilia a Clodoacro re d'Italia, con reservo di certo tributo.[798] Facta che Gisserico hebbe questa distributione, comandò ad tucti e' Vandali, che cacciassino tucti e' vescovi e tucti e' nobili de' luoghi et terre loro, il che fu facto in dimolti lati: et noi conoscemo et vedemo essere servi de' Vandali molti nobili vescovi et honorati et clarissimi huomini.
In quel medesimo tempo el vescovo della detta cictà di Cartagine, chiamato Quodvultdeus, insieme con una gran turba di cherici furono spogliati et posti sopra certi navilii, et cacciati d'Affrica, e' quali per miseratione di Dio si conduxono ad Napoli in Italia, e' quali, cacciati di facto, la chiesa loro nominata Restituta, nella quale sempre facevono residenza e' vescovi, la consacrò alla sua religione. Et tucte l'altre chiese, così drento alla città come fuori, spogliò, et in particulare due grandi et belle chiese, di San Cipriano martire, l'una, dove lui sparse el sangue, l'altra dove fu sepolto, el quale luogo si chiama Mappalia. Chi potrebbe sanza lacrime ricordarsi, come questo crudele tiranno comandava, ch'e' corpi de' nostri sancti, sanza solennità di salmi o altre cerimonie ecclesiastiche, fussino sepelliti?
Et mentre che queste cose si facevano, quelli sacerdoti delle decte provincie che lui haveva divise, e' quali ancora non erano iti in exilio, deliberorno d'andare ad trovare il Re, et suplicare che dovessi havere compassione di loro. Et così, sendo tucti convenuti, andorno ad Re, che era questo al lito Maxilitano, suplicandolo che per consolare el popolo di Dio, e' dovessi essere loro dato solamente facilità di potere habitare in Affrica, et mendicare la vita loro. A' quali dixe el Re: — Io ho deliberato del nome et generatione vostra non ne lasciare alcuno, et voi havete ardire di domandarmi gratia? — Et voleva farli in quel medesimo punto gittarli tucti in mare, se non fussi suto da' suoi baroni lungamente pregato, che non volessi fare questo male. Fattisi loro maninconosi et afflicti, cominciorno, come potevano et dove potevano, administrare e' divini misterii.
DOCUMENTO IV. (Pag. 300)
Lettera che non ha firma, nè indirizzo, nè data; trascritta dal Machiavelli, ma non sua; accenna ad affari di famiglia.[799]
Carissime frater. Sabato fece 8 dì, ti scripse,[800] dandoti notizia come e' ci pareva da pensare di far San Piero in Mercato litigioso,[801] come hanto da messer Baldassarre per simonìa, perchè 'l piovano vechio non volle mai cedere alla renuntia, se non haveva cento ducati da Pèro, et di questo ce ne è tanti testimoni et sì autentici et sì disposti al provare, che se questa cosa si dà in accomandita ad chi voglia la golpe, el priore ci ha una speranza grandissima, et crede che sia costì chi ci attenderà. Messesi innanzi messer Pº. Accolti o el Cardinal di San Piero in Vincula o messer Ferrando Puccietti.
Ad me pare che tu ti ingegni di tòrre huomo che non solum sia atto ad favorire la causa, ma anchora ad spendere di suo, et che dal canto nostro non corra spesa; et più tosto convenire collui grassamente, purchè e' titoli una volta rimanghino: dell'altre cose.... mettile ad tuo modo, perchè la spesa si lievi da dosso ad noi, et che altri....[802] colli favori et con la industria et con danari. Dal canto nostro puoi offerire la simonìa certa, la contenteza de' 2⁄3 de' padroni, la possessione facile, le pruove della simonìa vera et autenticha, le quali son tucte cose da farci correre un di cotesti cortigiani, che non sogliono attendere ad altro che ad simile imprese, quando e' ne possono havere. Et tu sai che per la soddomia, che è causa più ingiusta, sono molti che hanno e' benifitii litigiosi, et assai li hanno perduti. È costì messer Giovanni delli Albizi, che è huomo d'animo: penserai se ad questo tu potessi valertene in cosa alcuna. Nicholò nostro ci farà tucti quelli favori che saranno possibili, et parli mill'anni vedere el fummo di questo fuoco. Le altre letere si mandorno per la via dello 'mbasciatore, et harai ricevuto la cifera, con la quale hora ti scrivo. Di nuovo ti ricordo el mettere in questa impresa huomo che spenda et habbi favori da sè. Vale.[803]
DOCUMENTO V. (Pag. 305)
Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N. Machiavelli conosceva la lingua greca.[804]
Pregiatissimo sig. Professore,
Fino da quando Ella mi fece conoscere lo scritto del professor Triantafillis intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875), nel quale è provato con tutta evidenza che il Segretario fiorentino si valse di Polibio nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, della Orazione d'Isocrate a Nicocle nella dedica del Principe, e dell'opuscolo di Plutarco Del non adirarsi nel Dialogo Dell'ira e dei modi di curarla; mentre mi parve importante che per siffatte indagini fosse posta in chiaro la cognizione e l'uso che il Machiavelli ebbe della materia trattata dagli scrittori greci, non seppi liberarmi da un certo sentimento di meraviglia, accorgendomi come il prof. Triantafillis ne inferiva che esso avesse attinto direttamente ai testi greci, e che per conseguenza ben conoscesse la lingua greca. A chiunque ponga mente alle condizioni degli studî classici in Italia nei secoli XV e XVI, non può sfuggire che fu principale opera degli ellenisti italiani di quel tempo di propagare per mezzo di traduzioni latine i monumenti della letteratura greca; come ancora, che una gran parte di quelle versioni che allora andavano manoscritte per le mani di molti, o non fu mai stampata e rimase obliata nelle biblioteche, o andò perduta dal momento che si spense in Italia il fervore per gli studî classici. Conseguentemente, le prove addotte dal prof. Triantafillis, che cioè i frammenti del VI libro di Polibio non fossero tradotti in latino prima del 1557, nè l'opuscolo di Plutarco prima del 1525, non essendo appoggiate ad altra autorità che a quella del Lexicon Bibliographicum dell'Hoffmann, mi parvero affatto prive di valore rispetto all'asserto, per il quale l'autore se ne serviva. Questa convinzione che io mi era formata a priori, trovò piena conferma appena ebbi agio di far qualche ricerca nelle biblioteche fiorentine.
Rispetto dunque al Polibio, posso affermare che anche i frammenti del libro VI erano tradotti in latino fino dal principio del secolo XVI; essendosi occupato della versione del brano sulla milizia dei Romani Giovanni Lascaris, come attestano Filippo Strozzi e Bartolomeo Cavalcanti, che poco appresso volgarizzarono quel medesimo brano; e leggendosi anc'oggi nel Cod. Laur. 40 del Plut. 89 inf. una traduzione latina di Francesco Zefi del frammento sulle forme degli Stati. Alcune notizie intorno allo Zefi sono date dal Bandini, Catalogo dei Mss. latini della Laurenziana, vol. III, pag. 401, nota.
Egualmente una traduzione latina antichissima dell'opuscolo di Plutarco, corretta e raffazzonata nello stile da Coluccio Salutati, si trova nel Cod. 125 della biblioteca del Convento di Santo Spirito, ora Laurenziano. Nel Cod. 40 tra quelli provenienti dal Convento di Ognissanti questa versione è attribuita senz'altro al Salutati.
Del discorso di Isocrate a Nicocle non ho trovato una versione più antica di quella che da Giovanni Brevio fu intitolata al duca Alessandro de' Medici, e che si trova nel Cod. 67 Mediceo-Palatino, oggi Laurenziano.
Una seconda pubblicazione del prof. Triantafillis (Sulla vita di Castruccio Castracani descritta da Niccolò Machiavelli: Venezia, 1875) è intesa a provare come il Machiavelli si valesse eziandio di Diodoro Siculo e di Diogene Laerzio.
Quanto alle Vite di Diogene Laerzio, è ben noto che Ambrogio Traversari le tradusse in latino. Le biblioteche di Firenze hanno esemplari manoscritti a dovizia di questa traduzione, che del resto fu messa a stampa già nella fine del secolo XV.
Dei libri XIX e XX delle Storie di Diodoro, che contengono la narrazione verace dei fatti di Agatocle, sopra la quale dimostrò il Triantafillis essere stata composta dal Machiavelli quella favolosa dei fatti di Castruccio, una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli non mi è nota. Poggio Bracciolini non voltò in latino che i primi cinque libri di Diodoro. Un'altra versione di anonimo dedicata a Pio II (non già fatta da lui, come erroneamente fu creduto da alcuni, perchè egli stesso si lagna nelle epistole di non sapere di greco) si trova nel Cod. Laur. 10 del Plut. 67; ma non va oltre il libro XIV. Nondimeno questa versione inedita e poco conosciuta basterebbe a provare che siffatte ricerche, se non condurrebbero ad un risultato definitivo quando pur comprendessero le collezioni dei manoscritti (niuna delle quali è pervenuta sino a noi nella sua integrità), riescono poi affatto illusorie quando non si estendano oltre le cose messe a stampa.
Certo è pertanto che al tempo del Machiavelli erano già voltati in latino i frammenti del VI libro di Polibio, le Vite di Diogene Laerzio e l'opuscolo di Plutarco: nè è inverosimile che a quel tempo già esistessero traduzioni del discorso d'Isocrate e dei due libri di Diodoro. Non è dunque da escludere la possibilità che il Machiavelli attingesse alle traduzioni latine anzichè ai testi greci, restando però intatta la questione se e quanto egli sapesse di greco; per risolvere la quale non mi sembra che abbiamo dati sufficenti. Positivo e pratico parve a me di ricercare, mettendo a confronto i luoghi del Machiavelli dal Triantafillis indicati, con il testo greco e con le antiche versioni latine, se egli si valse di quello o di queste. E tralasciato il confronto del dialogo, sull'autenticità del quale cade qualche dubbio, presi infatti ad esaminare quelli tra i detti memorabili della vita di Castruccio, che sono foggiati sopra gli apoftegmi da Diogene Laerzio attribuiti al filosofo Aristippo, e il frammento di Polibio, del quale il Machiavelli fece suo pro nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Sennonchè nè rispetto al Diogene Laerzio, nè rispetto al Polibio, mi fu dato di giungere ad un risultato per me soddisfacente, cioè sicuro e definitivo. Nè ciò è da far meraviglia se si considera che il Machiavelli, piuttosto che tradurre, imita liberamente i due scrittori greci, di rado gli segue da vicino; mentre le interpretazioni del Traversari e dello Zefi sono così letterali, che difficilissimo è decidere se l'imitatore attinse, come io suppongo, sia da quelle sia da altre versioni latine, oppure dal testo greco, come crede il professor Triantafillis.
Mi creda con distinto ossequio.
Pisa, 11 novembre 1876.
Suo devotissimo
E. Piccolomini.
DOCUMENTO VI. (Pag. 325)
Lettere di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Forlì. — Luglio 1499.
1[805]
Chiarissimo Niccolò. Benchè dopo la partita vostra di qui non sia accaduto cosa di molto momento, nè che io reputi degnia di vostra notitia, tamen non voglio obmectere darvi notitia come le cose vadino circa la impresa nostra di Pisa, le quali sono cominciate immodo ad riscaldare, che indubitatamente si può dire habbino ad havere quello fine che merita una impresa tanto iusta quanta è questa; perchè, come sapete, Giovanni di Dino tornò di campo, il quale era ito per intendere a punto l'animo et intentione di quelli Signori, dove si risolveranno, et circa il danaio volevono loro, et la somma de' fanti et il numero delle artiglierie et altre cose necessarie a simile expeditione; et tornò al tucto instructo et benissimo resoluto, et le cose chiese per parte del Capitano et Governatore sono state tucte approbate, perchè in vero sono state tanto giuste et tanto honeste, che ciascuno ne è rimaso contentissimo. Et perchè intendiate ad punto la somma del danaio, vogliono fra amendua di presente, cioè innanzi alla expugniatione di Pisa, e' ducati dodicimila di grossi, il che sapete quanto è stato fuora della intentione di omni uno, che si stimava molto maggiore somma. Hora la principale cosa era questa, la quale è ferma, le altre cose sono ordinarie; et di già si è incominciato ad fare li fanti, et mectere ad ordine tucte le altre cose necessarie, le quali il signore Capitano vuole che omnino sieno in campo a dì 28 del presente, che vuole il primo dì d'agosto senza manco accamparsi; et se al dì disegniato de 28 dì, non saranno le cose ad ordine, che possa uscire ad campo il dì dallui disegniato, dice non si moverà poi, se non a dì 13 di agosto: sì che qui con omni sollicitudine si attende sieno expedite il sopradecto dì 28, etc., le quali io stimo certamente saranno, in modo si sollicitano, che a Dio piaccia.
Qui ci è di nuovo come il Duca di Milano ha richiamato da Roma Monsignore Ascanio che vadia ad stare in Milano, perchè lui vuole cavalcare a' confini, et in persona trovarsi in campo. Et benchè noi non habbiamo più lettere di Francia, per esserci intercepte, etc., tamen per le private si intende il Re a dì X di questo essere arrivato a Lione, et con pompa grandissima: et il transferirsi la persona del Duca in campo è segnio che la cosa riscalda troppo, come etiam è da credere.
Da Roma ci è come lo agente del Re Federigo residente quivi, dicendo al Papa, che bisognava che Sua Santità pensassi ad rimediare alli disordini di Italia, etc., li espose, lo haveva facto et farebbe; et decto agente replicò che bisognava uscire de' generali, et che il suo Re non voleva essere giunto al sonno, et che pareva che Sua Santità più tosto cercassi la ruina d'Italia che la salute di quella, con altre parole più ingiuriose. Lui respose reprehendendolo della poca reverentia che elli usava a Sua Santità, et più oltre che il Re passerebbe in Italia, in modo sarebbe per opporsi et al Turco et a omni altro, et expugniare Milano, etc.
Da Vinegia non ci è altro: accadendo, ve ne farò parte, etc.
Scrivendo, sono comparse lettere di là, et in effecto del Turco non si intende altro, se non grande scorrerìe et prede, per non essere anchora giunta l'armata, la quale dicono è cosa grandissima, etc.
Io vi conforto ad tornare più presto potete, che lo stare costì non fa per voi, et qui è uno trabocho di faccende tanto grande, quanto fussi mai.
Tra lo havere ad scrivere fugiasco, et essere impedito quanto è possibile, non posso fare mio debito, et altro non mi accade, se non recomandarmivi, et di nuovo dirvi come le cose di Pisa si sollicitano quanto più è possibile, ad ciò sieno ad ordine a dì 28, etc. Bene valete.
Ex Palatio, die xviiij iulii MCCCCLXXXXVIIII.
Servitor Blasius.
Al suo honorando Niccolò Machiavelli,
Dominationis Florentinae Secretario
dignissimo.
Forlivii.
2[806]
Che io non sia adirato, et che sempre mantenga la fede mia, ve ne faranno buona testimonianza li advisi et de' Turchi et Franzesi, li quali saranno inclusi nella publica;[807] chè, benchè sia stato un poco dificile, pure mi parse meglio farlo per via publica che privata, benchè anchora io private vi advisi di qualche cosetta, et così mi sforzerò, Niccolò mio, di fare mentre sarete costì. Ma vi fo fede che se qui fu mai faccende, hora trabochano; sì che, se non fussino scripte le mia lettere come si richiederebbe, harete patientia, et voi con la industria et ingegno vostro ne caverete più constructo vi fia possibile; et quando harò punto di tempo, più vi scriverrò, et più ad pieno et più distincto, benchè io non credo habbiate ad soprastare costì molto tempo, che qui è nicistà de' casi vostri.
Et quanto al fuggirmi et venire costà, se havessi voluto fussi venuto, non bisogniava mi indugiassi ad hora, chè farei fare uno viso a ser Antonio della Valle,[808] che parrebbe non havessi ritenuto l'argomento; che se farete a mio modo, recherete assai acqua rosa per rinvenirlo, che qui non si sente altri che lui; et di già ci ha facto lavare il capo a' nostri Magnifici Padroni, et da maledecto senno: che li venga il cacasangue nel forame! Pure la cosa è qui, et quattro fregagioni hanno assettato omni cosa. In effecto tucti vi desideriamo, et sopra omni altro il vostro Biagio, il quale a omni hora vi ha in bocha, et parli omni hora un anno, come non pareva a voi quando lui era fuori, il che credo habbia ad essere il riscontro di quelli stratiò lui, etc.[809]
Io non dubito punto che la Ex.tia di Madonna[810] vi faccia quello honore, et vi vegga lietamente, come ne scrivete, maxime per più respecti, li quali al presente non replicherò per non essere tedioso, chè presto vi verrei ad noia.
A mio iudicio voi havete exequito insino a hora con grande vostro honore la commissione iniunctavi, di che io ho preso piacere grandissimo, et di continuo piglio; ad ciò si vegga ci è altri anchora, che benchè non sia così pratico, non è inferiore a ser Antonio, etc., che gonfiava così; sì che seguitate, chè insino ad hora ci havete facto grande onore.
Io vorrei per il primo,[811] mi mandassi in su uno foglio ritracta la testa di Madonna, che costì se ne fa pure assai; et se la mandate, fatene uno ruotolo ad ciò le pieghe non la guastino. Et altro al presente non mi occorre, se non recomandarmi et offerirmi a voi, etc. Bene valete.
Florentie, die xxvij iulii MCCCCLXXXXVIIII.
Servitor Blasius Bona: Cancel.
Al suo honorando Niccolò Machiavelli,
Dominationis Florentinae dignissimo
Secretario.
Forlivii.
3[812]
Spectabilis vir et honorande patrone, etc. Per le mani di messer Marcello mi fu presentata una vostra, la quale mi fu nel numero delle altre cose vostre oltre ad modo grata, come di quello che io amo sopra tucti li altri di, etc. Et perchè intendiate in che modo ci fu lavato il capo da' nostri padroni, ad ciò siate anchora advisato de' casi della Cancelleria, brevibus accipite. Ser Antonio, come sapete, è in omni minima cosa impedito, et non ci sendo noi la mattina così ad buona hora, et la sera non stando insino alle 3 hore, ne fe' querela grandissima; donde la mattina, chiamati al conspecto de' Signori, fumo pure honestamente admoniti, etc. A che fu resposto prima per lo Alphano, dipoi per il grande ser Raphaello,[813] tanto bestialmente quanto fussi possibile, benchè fussi lasciato dire ad suo modo. Et prima dixe,[814] che Loro Signorie havevono preposto a quello officio uno che haveva poco obligo con la natura, et che non sapeva dove si era, et che quando fussi conmesso a lui farebbe cose grande, maggiore di lui; et così molte altre cose et parole più iniuriose, etc., immodo che lo essere prosumptuoso li è giovato, che a omni hora è chiamato da' padroni, etc. Et io sono et da Marcello et da omniuno sbattuto, et stomi continue ad pregare et sollicitare che ne vegniate, chè ce n'è di bisognio; et tandem io ho voluto giucare il resto con lo amico, et dectoli lo servirò infino alla tornata vostra, et poi voglio ritornare al mio luogo, cioè ad scrivere con voi. Et così mi sto da me, et se non mi è decto, non parlo a persona; in modo s'è adveduto già lo amico, che mi ha iniuriato et non poco; et questo fu che a una certa lettera mi vagliò,[815] et comandò non mi fussi decto cosa alcuna, il che sarà l'ultima volta, perchè mi chiama sei volte inanzi responda; ma io ho disposto l'animo, et così voglio seguire mentre ci starò. Et voi conforto ad expedirvi con quanta più presteza si può, chè non è il facto vostro ad stare costì, di che a bocha vi raguaglierò; così di molte altre cose, et di Marco anchora, il quale ha sentito molto lodare le vostre lettere, et omni dì viene ad fiutare et sbottoneggiare; ma vi possete presummere per certo, li resposi in modo non me ne parla più, nè me ne parlerà per lo advenire: et credo conoscerete nel fine chi è stato et è Biagio, et basti. Alla tornata saremo insieme, et potremovi conferire di quelle cose, pure nostre, che ad scriverle sarebbe lungo, etc.
Con messer Marcello, circa il respondervi presto, etc., non vi sono più buono nè voglio essere, sì che cercate altro mezo, et quello potrò fare io, sapete non sono nè sarò mai per mancare, come a quello al quale sono sommamente obligato.
Qui ci è di nuovo come il Re ha rotto a Milano, et messer Gianiacopo ha facto certe scorrerìe, ma non di danno, secondo habbiamo; et il Re, quanto più vede il Duca[816] prepararsi, tanto più si accende alla impresa.
Li Svizeri et Alamanni sono venuti a questi dì alle mani, et chi se ne habbia havuto il meglio, non si può sapere il vero, come vi è noto, perchè donde viene, se è amico, la fa grassa, et e converso: pure stimiamo per più riscontri li Svizeri havere havuto il meglio.
L'armata del Turco uscì fuora dello strecto, et stimasi vadia ad ferire ad Napoli di Romanìa: è cosa grande, secondo si intende. Così quella Signoria[817] ha facto grande preparationi per defendersi, et anchora ha cominciato ad dare danari alle gente d'arme vuole adoperare in Lombardia, ad rompere a Milano, che dicono vogliono servare le promesse al Re, etc. Dio lasci seguire il meglio.
La impresa nostra di Pisa va di bene in meglio, et questi M.ci S.ri non restono nè dì nè nocte di fare le provisioni necessarie et di danari et di omni altra cosa, et di già hanno ad ordine quasi tucti li fanti, in modo si stima certo Pisa essere presso che in potestà di questa M.ca S.ria, benchè loro sieno per ancora durissimi, etc. Ben sapete che ser Philippo Radichi monstrò tanti disegni, che elli andò Commissario in Lunigiana ad sgallinare,[818] et sovi dire farà il dovere. Nec alia. A voi mi recomando et offero, etc.
Florentie, die xxvij iulii MCCCCLXXXXVIIII.
Servitor B., etc.