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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I cover

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Chapter 51: 1.[828]
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About This Book

L'autore ricostruisce la vita e l'opera del celebre pensatore rinascimentale collocandole nel contesto politico e culturale del suo tempo. Analizza le contraddizioni fra esaltazione della libertà e consigli pratici per il potere, valuta criticamente i singoli scritti e confronta interpretazioni contrapposte sulla moralità e il patriottismo dell'autore. Basandosi su documenti d'archivio e sulle ricerche più recenti, l'opera cerca di chiarire fraintendimenti, offrendo una biografia documentata che alterna considerazioni storiche, analisi delle dottrine politiche e discussione delle controversie critiche.

Al suo honorando Niccolò Machiavelli,

D. F.tie Secretario dig.

Forlivii.

DOCUMENTO VII.[819] (Pag. 329)

Lettera dei Dieci di Balìa a Paolo Vitelli, per esortarlo all'espugnazione di Pisa. — 15 agosto 1499.

Illustri Capitaneo Paulo Vytello. Die xv augusti 1499. — Anchorchè la Signoria Vostra, per mezo de nostri Comissarii, habbi più volte inteso lo animo et desiderio nostro, et che quella, per la sua innata affectione verso della nostra Excelsa Repubblica, non habbi bisogno di essere altrimenti pregata et exortata ad expedire quelle chose che ci habbino a tornare in utilità et honore maximo; tamen per lo offitio et debito nostro non vogliamo omettere di scrivere alla Signoria Vostra, et monstrarle come li infiniti oblighi habbiamo con seco, e' quali, non sendo necessarii, non rianderemo altrimenti, richieghono di corroborarsi con questo ultimo della recuperatione di Pisa, per la quale potissimum li fu concesso lo arbitrio delli exerciti nostri. Et veramente quando noi pensiamo con noi medesimi la somma sua virtù, et quanto felice exito habbino auto e' preteriti sua conati, noi non dubitiamo in alcuno modo di conseguire questa desiderata victoria. Dall'altra parte, el desiderio che habbiamo di conseguirla, ci fa stare dubbii assai che la dilatione del tempo non rechi tale incomodità et disordine seco, che non sia in nostro potere el ripararvi; nè ci darebbe mancho dispiacere quando tal cosa seguissi (quod absit), l'honore di che si priverrebbe Vostra Illustrissima Signoria, che lo utile, commodo et sicurtà dello Stato nostro, di che saremo privati noi, perchè non mancho habbiamo a core la grandeza sua che la preservatione nostra, di che sappiamo non bisognare farle altra fede che le opere che si sono facte sino a qui, le quali sempre si accresceranno con li meriti suoi. Sia adunque Vostra Signoria contenta et pregata volere prima coronare sè di cotanta victoria quale è cotesta, con admiratione non solo di tutta Italia, ma di tutto el mondo; et dipoi, con satisfactione et nostra e di tutto questo popolo, preso supplicio di cotesti nostri ribelli, ed reintegrati delle cose nostre, possiamo voltarci a chosa che facci la città nostra felicissima, et la Signoria Vostra non seconda ad alcuno altro, benchè antico et famosissimo capitano. A la quale del continuo ci offeriamo.

DOCUMENTO VIII.[820] (Pag. 329)

Lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso il capitano Paolo Vitelli. — 20 agosto 1499.

Comissariis in Castris contra Pisanos. Die xx augusti 1499. — Noi veggiamo, et con tanto dispiacere nostro quanto si possi mai sentire per alcun tempo, differirsi in modo cotesta giornata, che noi non sapiamo più che ci sperare di bene; perchè, nonobstante che voi scriviate che per tutta stanocte futura saranno ad ordine tutte le cose disegnate; tamen per le parole del Capitano, non ci pare ancora vedere terra, nè ad che porto noi habbiamo ad applicare questa barchetta. Et se Sua Signoria dice che è per fare quello di bene può, et che elli è necessario che ancor noi lo aiutiamo, etc.; noi non veggiamo in che cosa noi li siamo mancati, perchè e' ci pare havere infino a qui et concedutoli ogni cosa che Sua Signoria ci ha adomandata in sua particolarità, et provistolo in tutto quello ci ha richiesto a benefitio della impresa; et per ultimo con quanta celerità ci è stato possibile, vi habbiamo provisto delle balle della lana, delle palle, del fuocho lavorato, et della polvere in quella quantità si è possuto; et questa mattina, per non mancare del consueto, vi habbiamo mandato le lame del ferro stagnato, secondo ne richiedete; et e' danari per rinfrescare e' soldati vi si sono promessi ogni volta ci advisavi il dì della giornata. Ma veggiendo con varie cavillationi et agiramenti tornare invano ogni nostra fatica, et ogni nostra diligentia usatasi annihilarsi,[821] sentiamo dolore infinito; et se la honestà o le leggi el permettessino, egli è più giorni che due di noi sarebbono venuti costì, per vedere con gli occhi et personalmente intendere la origine di cotanti aggiramenti, poi che voi o non ce li volete scrivere o in facto non ve li pare conoscere. Et veramente noi credevamo, et ancora non possiamo se non crederlo, che cotesti Signori volessino più presto tentare la fortuna, et essere ributtati per forza da cotesta expeditione, che per socordia et inertia, consumando il tempo, essere necessitati, per la diminutione della reputatione et delle forze, partirsi di costì con una inhonesta fuga. Il che succederà ad ogni modo, se passa due giorni da oggi che la forza non si sia tentata; perchè, venuta la pagha nuova, cotesti pochi soldati vi restano, haranno iuxta causa di partirsi, et e' nostri cittadini, per parere loro essere dondolati, non saranno per volersi più votare le borse, veggendo non essere del passato suto alcuno utile alla loro città. Noi vi parliamo liberamente a ciò che con la prudentia vostra possiate tocchare fondo, et a noi fare intendere apertamente come ci habbiamo a governare, se hora non succeda la cosa secondo l'ordine dato.[822] Parendoci non havere mancato in nulla, saremo in ferma opinione di essere trastullati, et faremo tutta quella provisione per la salute et honore nostro che ci occorrerà. Et perchè dal canto nostro, come insino ad hora si è facto, non resti ad fare alcuna chosa, siamo contenti che il Capitano facci venire costì a' soldi sua messer Piero Ghambacorti,[823] et riceva etiam e' balestrieri a cavallo sono in Pisa, secondo che voi ne scrivete. Il che facciamo contro a nostra voglia, per molte ragioni, le quali noi vi habbiamo per l'adrieto significate: pure il desiderio habbiamo fare piacere a Sua Signoria ci fa non pensare se non satisfarli; et così confortate Sua Signoria satisfare a noi di questo unico et singulare benefitio, di fare questa benedecta giornata, della quale voi, per nostra parte, con quelle parole vi occorreranno più efficaci il pregherrete, et con ogni instantia graverrete.

Le genti del Signore di Piombino si potranno in parte satisfare alla giunta de' danari vi manderemo, et con questa speranza li intracterrete.

Habbiamo questa mattina lettere da Milano, come e' Franzesi hanno expugnato Annone,[824] castello populato assai, forte di sito, di munitioni et di presidio, in uno dì, et noi siamo già con cotesta obsidione a dì 20, et non sapiamo qual successo seguirà.

Da Lucha intendiamo come Rinieri della Saxetta è tornato in Pisa, sì che vedete quello possiamo sperare, poi che luy vi creda stare sicuro hora, et per lo adrieto ne dubîtava. Valete.

DOCUMENTO IX. (Pag. 330)

Altra lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso Paolo Vitelli. — 25 agosto 1499.

Comissariis in Castris contra Pisanos. Die xxv augusti 1499.[825] — Se voi vedessi in quanta mala contenteza et afflictione di animo è tutta questa Città, non che a voi che siete membri di quella, ma a qualunque altro verrebbe istupore et admirazione grande; ma chi sapessi come le cose fino a qui sieno procedute, et con quale spendio conducte, et di che speranza nutriti, non se ne maraviglierebbe, perchè conoscerebbe noy et questa città dopo una lunga fatica et dispendio, quando aspectava indubitata victoria, essere minacciati di manifesta ruina; et sì de repente la vedrebbe menare da uno extremo all'altro, che più tosto la indicherebbe animosa per non si prostèrnere et invilire in tanta angustia, che altrimenti. Et veramente e' ci dorrebbe manco ogni damno che di cotesta impresa fussi resultato a la Città nostra, quando e' si fussi un tracto secondo el desiderio nostro tentato animosamente la forza; perchè, se ne fussino suti ributtati, si sarebbe da' nostri cittadini con più prompteza reparata tanta forza che si fussi al nemico superiore. Ma sendosi consumata tanta fanteria, et preparata con tanti danni, in otio et sanza farne alcuno experimento in favore della nostra città, non sapiamo nè che ci dire nè con qual ragioni exscusarci in cospecto di tutto questo popolo, el quale ci parrà havere pasciuto di favole, tenendolo di dì in dì con vana promessa di certa victoria. Il che tanto più ci duole quanto più ce lo pare havere conosciuto, et con ogni efficacia ricordato alli antecessori vostri.[826] Pure, poi che Dio o la fortuna e qual si fussi altra causa ha condocto le cose in termine che bisogna o soldare di nuovo fanteria, o perdere con perpetua infamia coteste artiglierie, ci sforzeremo di non mancare di fare quanto ci fia possibile.

Et perchè nel fare nuovi danari, per havere a fare nuovi provvedimenti, andrà più tempo; et desiderando che in questo mezo coteste cose si salvino, habbiamo scripto per tutto el territorio nostro, per numero di comandati, de' quali buona parte dovevano essere costì subito, et noi seguiremo col provedimento, per poterci valere di buon numero di fanti freschi e pratichi come ci scrivete....

Siamo a hore 3, et habbiamo differito la staffetta, perchè desideravamo pure con quella mandarvi somma di danari. Ma per essere hoggi domenica, et tutto il giorno suti occupati nella pratica, non ne habbiamo possuto expedire alcuna somma; ma domattina di buon'ora vi se ne manderà quelli ci fia possibile.

DOCUMENTO X. (Pag. 332)

Lettera di Paolo Vitelli a Messer Cerbone. 28 settembre 1499.[827]

Cerbone. Questa sera, a hore 24, questi Signori Commissarii, essendo in casa del Governatore, me retennoro, et hannome messo, a petitione di testa Signoria, nella roccha di Cascina. Io ve ne do notitia, aciò che siate con testi Signori et con testi cittadini, et faciateli intendere come, se non m'è fatto torto, in me non trovaranno errore di natura che meriti minima penitentia. Voi sete prudente; pigliate in questa cosa quello riparo che vi pare expediente, per giustificare la innocentia mia.

Ex Cascina, die 28 settembris 1499.

Paulus Vitellus, etc.

Al mio Cerbone dei Cerboni

de Castello, in Firenze, etc.

DOCUMENTO XI. (Pag. 333)

Lettere approvate nel Consiglio dei Dieci sulle pratiche dei Venetiani, per rimettere Piero de' Medici in Firenze, coll'aiuto di Paolo Vitelli.

1.[828]

1498 (s. n. 1499) Die XXX Januarij. — In Cons.º X cum additione.

Quod Magnifico Petro de Medicis, respondeatur in hunc modum:

Nuij habbiamo ben intesa la relatione et propositione factane per Vostra Magnificentia, et hane molto piaciuto intender el bon animo et la oblatione del Magnifico Paulo Vitellio, sì verso la Magnificentia Vostra, come verso l'assetamento de le presente dissensione. Et ricercando la importantia de la materia celere resolutione, non habiamo voluto interponer puncto de dilatione a la resposta. Dicemovi adunque ad questo modo: Nuij haver grandemente desiderà et desiderar el ritorno vostro et dei fratelli vostri ne la patria, sicome per experientia habiamo dimonstrato et tutavia demonstramo. Et pero, quando el. Mag.co Paulo sia per far questo effecto, nuij siamo per vederlo tanto volentiera, quanto dir se possi, et maxime, essendo accompagnato cum la compositione de le cosse pisane, sicome ne havete proposto. Et per dirvj in particulari la nostra opinione, circa el desyderio et oblatione del Mag.co Paulo, siamo ben contenti attender al partito el ne propone. Et promettendovi luij el remettervj in casa, cum assetar le cosse de Pisa per quelle vie et modi che siano convenienti, et che ne ha toccato la Mag.tia Vostra, ex nunc nuij volemo concorrer a la conducta soa insieme cum Sig.r Fiorentini, perchè serà via et forma ben rasonevele; et intrando Vostra Magnificentia in casa, come se presupone, potria esser certissima Sua Mag.tia de esser non solum secura de quello li serà promesso, ma etiam cum perpetuo honor et stabilità de le cosse sue. Diremo anche questo altro particulare, per stringersi più a la conclusione, che 'l stipendio del prefato Magnifico Paulo ne pararia conveniente dover esser quello ne ha dichiarito Vostra Mag.tia Luij al presente haver cum Fiorentini, zoè ducati XL/m., de li quali nuij contribuissamo la portione nostra. Questo è quanto ne occorre.

Ben havessamo grato che Vostra Magnificentia subito se transferisse personalmente ad stringer la practica, et veder de condurla ad votivo fine, come ben la saperà far per la prudentia sua, et dielo far gagliardamente, intervenendo principaliter el suo interesse. Li mezi non tocheremo altramente, remettendosi a quella; a la qual etiam volemo affirmar questo per conclusione: che quantunque ne sia sta et sia necessario, per honor nostro, non manchar a Pisanj de le promesse nostre, pur sempre habiamo havuto bon animo verso Sig. Fiorentini, sì per la conformità de l'uno et l'altro Stato, come etiam per la antiqua benivolentia et mutui beneficij che in diversi tempi sono stati fra nuij.

De parte 30
De non 0
Non sincere 0

2.[829]

1498 (s. n. 1499) Die ultimo Januarij, in Cons.º X cum additione.

Ser Jacobo Venerio Provisori nostro.[830]

Non ve replicheremo altramente la propositione factane dal Magnifico Petro de Medici circa Paulo Vitellio, sì per esser sta prima da vui particolarmente significata, si etiam perchè la resposta nostra ve la farà manifesta; la copia de la qual ve mandamo qui introclusa, non perchè la participiate cum alcuno, ma solum per instructione vostra. Vederete per essa nostra resposta tutto el sentimento et resolutione nostra, et anche el desiderio habiamo de vederne presto alcuno effecto, et perhò habiamo deliberato cum el Conseglio nostro di Dieci, cum la Zonta, scrivervi le presente. Et volemo che, zonto el Magnifico Pietro, de lì insieme cum lui vui intrate in questa pratica, cum quella più secreta et cauta via vi apparerà esser cum decoro de la Signoria nostra, forzandovi vederne, senza interpositione de tempo, l'exito de la cosa, cum tal fundamento, che intendiamo subito, et vediamo la ultimatione de tal practica; et se cum Nui se prociede cum quella rectitudine, che Nui procediamo cum altri. Et perchè potria occorrer che sopra doi articoli Paulo Vitellio fusse renitente, et movesse difficultà, come anche de qui ha cegnato el Mag.co Pietro, habiamo deliberato in chadauno de loro resolverne et dechiarirve la mente nostra, per trunchar ogni forma de dilatione che per questo potesse esser introducta.

Primo el potria esser che Paulo Vitellio non se contentasse del solo titulo de Capitanio de' Fiorentini, nel qual caso el M.co Pietro ha proposto che per nui se li desse titulo de Vicario nostro. Ad questo ve dicemo che, occorrendo tale difficultà, vui promettiate tal titulo, et dagate speranza che per questo la cossa non resterà de recever bon fine. Preterea, se dicto Paulo omnino volesse, ultra la conducta de cavalli, per li quali l'ha el stipendio de ducati XL,[831] alcuno numero de fanti, come se affirma lui haver da Fiorentini, etiam in questo affirmerete che nui seremo contenti contribuir insieme cum Fiorentini la portion nostra de la spesa de dicti fanti, in caso che i se habino adoperar. Queste sono le doe particularità ve habiamo voluto far intender resolutamente, per remover ogni termino de dilatione. Vui però non procederete a la promissione de quelle, nisi vedendo, che altramente far non potesti, et che la conclusione se differisse, over se rompesse per esse difficultà, over alcuna de quelle. Et però, in tal caso, semo contenti vui li possiate prometter cum le altre condicion contenute et expresse ne la resposta nostra. Sollicitate adunque cum ogni vostro studio et diligentia stringer questa pratica a la fine; et venendo Paulo Vitellio ad alcuna resolutione, lo farete confortar ad mandarne subito suo nuncio, cum pieno et sufficiente mandato, azò se possi far la sigillatione. Et tutto questo ordine tenerete apresso vui secretissimo, quanto recercha la importantia sua, dandone hora per hora diligentissimo adviso de ogni successo.

De parte 29
De non 1 Facte et misse littere cum incluso exemplo.
Non sincere 0

DOCUMENTO XII. (Pag. 333)

Lettera, senza firma e senza indirizzo, che discorre della cattura di P. Vitelli.[832]

Sendo pervenuta nelle mani d'un mio amico una lettera sopradscripta ad m. Jacobo Corbino canonico pisano, me la portò, et io per lo officio mio apertola, non mi maravigliai tanto del subbiecto di epsa, quanto io mi maravigliai di voi che lo havessi scripto, perchè io mi persuadevo che ad uno huomo grave, quale sete voi, et ad una persona publica, quale voi tenete, si aspectassi scrivere cose non disforme alla professione sua. Hora come e' sia conveniente ad un secretario di cotesti magnifici Signori notare d'infamia una tanta Republica, quale è questa, ne voglio lasciare fare iuditio ad voi, perchè di quello che dite contro ad qualunque pontentato di Italia, se ne ha più ad risentire e' Signori vostri che alcuno altro; perchè, sendo voi la lingua loro, si crederrà sempre che quelli ne sieno contenti, et così venite ad partorire loro odio sanza loro colpa. Nè io mi sono mosso ad scrivere tanto per purghare le calunnie, di che voi notate questa Città, quanto per advertire voi adciò per lo advenire siate più savio, il che mi pare essere tenuto ad fare, sendo noi sotto una medesima fortuna. Fra molte cose che dimostrono[833] li (sic) huomo quale e' sia,[834] non è di poco momento el vedere, o come egli è facile ad credere quello che li è decto, o cauto ad fingere quello che vuole persuadere ad altri; in modo che ogni volta che un crede quello che non debbe, o male finge quello che vuole persuadere, si può chiamare et leggiere et di nessuna prudentia.

Io voglio lasciare indirieto la malignità dello animo vostro, demostrato per queste vostre lettere; ma solo mi distenderò in demostrarvi quanto ineptamente o voi avete creduto quello vi è suto referito, o fincto quello desideravi si disseminassi in infamia di questo Stato. Io vi ringratio prima della congratulatione fate col Pisano, per la gloria che ad vostro iuditio hanno adquistata, et per la infamia ne haviamo reportato noi, condonando tucto alla affectione ci portate. Di poi vi domando, come può stare insieme, che questa Città habbi speso un tesoro da non poterlo extimare, et li Pisani si sieno difesi sanza fraude di Pagolo Vitelli, come voi volete inferire.[835] Appresso vi domando, quale sana mente o quale bene edificato ingegno si persuaderà o che Pagolo Vitelli ci habbi prestati danari, o che la cagione dello haverlo preso[836] sia per non pagharlo. Nè vi advedete, povero huomo, che questo totalmente excusa la Città nostra et accusa Pagolo; perchè ogni volta che un crederrà che Pagolo ci habbi prestati danari, crederrà de necessitate che Pagolo sia tristo, non potendo haver avanzato danari, come ognun sa, se non o per corruptione factegli, perchè c'inghannassi, o per non havere tenuta ad un pezo[837] la conpagnia. Donde ne nascie che, o per non havere voluto, sendo corropto, o per non [hav]ere potuto, non havendo la conpagnia, ne sono nati per sua colpa infiniti mali ad la nostra [Città; et] merita l'uno o l'altro errore o tucta dua insieme (che possono stare), infinito [castigo].[838] Alle altre parti della lettera vostra, per essere fondate tucte in su questi due [errori],[839] non mi occorre rispondere; nè mi schade etiam iustificarvi la captura, come cosa che non mi si aspecta ad farla; et quando mi si aspectassi, ad voi non si richiede lo intenderla. Solum vi ricorderò che non vi rallegriate molto delle pratiche, che voi dite andare attorno, non sapiendo maxime le contrappratiche che si fanno; et admunirodvi, fraterno amore, che quando pure voi vogliate per lo advenire seguitare nella vostra captiva natura di offendere sanza alcuna vostra utilità, voi offendiate in modo che ne siate tenuto più prudente.

DOCUMENTO XIII.[840] (Pag. 355)

Lettera di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Francia. — 23 agosto 1500.

Honorando et charo mio Niccolò. Se io vi ho ad confessare la verità, questa vostra lettera ricevuta stamani mi ha facto un poco gonfiare et levare in superbia, vedendo che tra li Stradiotti[841] di Cancelleria pure tenete un poco più conto di me; et per non calare di questa mia opinione, non ho voluto ricercare se ci è vostre lettere in altri. Io ne ho preso piacere grandissimo, parendomi parlare con voi proprio et familiarmente, come eravamo usati; et ne havevo preso qualche poco di passione, havendo visto la prima volta vostre lettere, et non esser facto da voi mentione alcuna di me, dubitando che il proverbio che si dice vulgarmente — dilungi da ochio, dilungi da quore — non si verificassi in voi, il che questa vostra lettera ha cancellato: et così vi prego seguitiate quando vi avanza tempo, chè io per me non mancherò mai di fare mio debito verso di voi.

Io non voglio mancare di significarvi quanto le vostre lettere satisfanno a omniuno; et crediatemi, Niccolò, chè sapete che l'adulare non è mia arte, che trovandomi io ad leggere quelle vostre prime a certi cittadini et de' primi, ne fusti sommamente commendato; di che io presi piacere grandissimo, et mi sforzai con qualche parola dextramente confermare tale oppinione, mostrando con quanta facilità lo faciavate.[842] Et così dove io veggo potere giovare, lo fo, parendomi farlo per me proprio, come certamente fo; et pure stamani fui con Luca delli Albizi, col quale era di già stato Totto vostro fratello, et facto il bisognio: fece lo officio dello amico, come sempre è usato fare. Così messer Marcello, insieme con Totto vostro, fa omni cosa obtegniate il desiderio vostro;[843] et credo per adventura, avanti il serrare di questa, harà effecto; et non lo havendo così hora, lo harà un'altra volta. Scrivete pure a Totto che non la stachi, perchè stamani mi dixe: — Se io non la fo hoggi, io me ne andrò in villa, etc. — Voi sete savio, et basti.

La vostra lettera mi dètte il nostro messer Marcello, et seco era Totto, al quale havea date le altre vostre fidelissimamente. Così havea mandate quelle di Francesco[844] ad casa sua per huomo ad posta, chè per non mi sentire bene non ero in Cancelleria: basta che hanno havuto optimo ricapito, et così haranno tutte le altre.

Io ho messo da uno canto tutt'i piaceri che io ho, sendo qui, et tutti li altri che io harei, sendo costì; et certamente lo essere insieme con voi dà il tracollo alla bilancia; pure bisognia havere patientia, da che non si può: et se voi continuerete nello scrivermi anchora, mi sarà manco grave questa vostra absentia, di che io vi prego quanto più posso.

Io feci la ambasciata del parcatis a messer Cristophano. Mi respose che alla tornata vostra facessi motto a Lione al Rosso Buondelmonti, che da lui sarete informato di tutto, per essere pratico, etc.

Dapoi la partita vostra habbiamo perso Libbrafacta et il bastione della Ventura, et per anchora Pisani sono signori della campagnia.

Pistoia ha facto grandi movimenti, et la parte Cancelliera ha cacciato la parte Panciatica con grande arsione di case et botteghe, et morte di qualche huomo; pure la parte restata superiore si dimostra fidelissima et observantissima di questa Excelsa Signoria. Dio ne aiuti, chè ce n'è bisogno.

Niccolò, io vi prego che a mia contemplatione spendiate uno scudo in guanti et dua scarselle di tela, delle più piccole trovate, et qualche altra zachera, che ve ne rimborserò a chi mi ordinerete. Così vi prego mi mandiate uno stocco, ma lo voglio in dono, poichè non ho havuto quello mi promectesti alla partita. E raccomandatemi quanto più possete al nostro Francesco Della Casa, et me li offerirete in tutto quello li accaggia di qua, et che lui stimi si possa fare per me. Nec plura. A voi mi raccomando quanto più posso, et prego Dio vi guardi dalle mani di Svizeri.

Florentie, die xxiij augusti M. D.

Vester Blas. Bo. Cancellarius.[845]

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis,

mandatario fiorentino

apud Christianissimam Maiestatem,

amico honorando.

Alla Corte.

DOCUMENTO XIIIbis.

Due lettere di Agostino Vespucci da Terranova, scritte da Roma nel luglio e agosto 1501, al Machiavelli. Ragguagliano di fatti seguìti in Roma.[846]

1[847]

Spectabilis vir, honorande, etc. È sul mezo dì, et io spiro del gran chaldo è a Roma, et per non dormire fo questi pochi versi, et etiam mosso da Raffaello Pulci che si trastulla con le muse. Spesso alle vigne di questi gran maestri et mercanti dice improviso, et comprendo dica con uno ser Francesco da Puligha di costà, che non so che si faccia a Roma. Et costui a' dì passati fe' uno sonetto per contro a Francesco Cei nostro, che mi pare un poco troppo dishonesto; et ho facto ogni cosa di haverlo scripto, et non ho possuto; et questo ser Francesco non lo ha dato a persona, ma sì bene lecto o vero recitato: potendolo havere ve lo manderò. El Pulcio si trastulla, et sempre è in mezo di quattro p....; et emmi decto lui havere qualche dubio, che sendo di lui opinione et certeza di esser poeta, et che l'Academia di Roma lo vuole coronare ad sua posta, non vorrìa venire in qualche pericolo circa pedicationem, perchè è qui Pacifico Phoedro, et delli altri poeti, qui nisi haberent refugium in asylum nunc huius, nunc illius Cardinalis, combusti iam essent.

Evenit etiam che in questi proximi dì in Campo di Fiore fu abrusciata viva una femina, et assai di grado, venitiana, per havere lei pedicato una puctina di 11 in 12 anni, che la si teneva in casa, et factole etiam altro che taccio, per esser troppo dishonesto, et simile alle cose di Nerone romano. Il che etiam conferma decto Raffaello in dovere stare continue per li giardini fra donne, et altri simili ad sè, dove con la lyra loro suscitent musam tacentem, diensi piacere, et si trastullino. Ma, bone Deus, che pasti fanno loro, secondo intendo, et quantum vini ingurgitant poy che li hanno poetizato! Vitellio romano, et apud hesternos Sardanapalo, si reviviscerent, non ci sarìano per nulla. Hanno li sonatori di varii instrumenti, et con quelle damigelle dansono et saltono in morem Salium, vel potius Bacchantium. Honne loro invidia, et mi bisogna rodere la cathena in camera mia, che è ad tecto, chalda, et con qualche tarantola spesse volte: et moro di chaldo, ut vix possim ferre estum; che se non fussi uno respecto, il quale sa Biagio, mene verrei in costà. Vogliovi pregare che rispondiate a Raffaello o ad me, et traheteci mattana del capo, che so lo saprete fare.

El Papa mi pare entrato nel pensatoio in su questo romore de' Turchi, che già risuona forte; et comincia sospirando a dire: Heu quae me tellus, que me equora possunt accipere! Dupplica le guardie al Palazo, dì et nocte, prebet se quibuscumque difficillimum, et tamen animus eius sullaturit[848] et proscripturit in dies magis, che, omnibus videntibus, ad chi toglie la roba, ad chi la vita, et chi manda in exilio, chi in galea ad forza, ad chi toglie la casa et mettevi entro qualche marrano: et haec nulla aut levi de causa. Lascia oltre ad questo fare ad di questi baroni et sua amici molti oltraggi, et torre roba et votare fondachi, et huiusmodi 1000. Sono qui più venali li beneficii che non sono costì e' poponi o qui le cyambelle et acqua.[849] Non si seguita più la Ruota,[850] perchè omne ius stat in armis et in questi marrani, adeo che pare necessario il Turcho, poi li Christiani non si muovono ad extirpare questa carogna del consortio humano: ita omnes qui bene sentiunt, uno ore locuntur. Restavami dire, che si nota per qualcheuno, che, dal Papa in fuori, che vi ha del continuo il suo greggie illecito, ogni sera XXV femine et più, da l'Avemaria ad una hora, sono portate in Palazo, in groppa di qualcheuno, adeo che manifestamente di tutto il Palazo è factosi postribulo d'ogni spurcitie. Altra nuova non vi voglio dare hora di qua, ma se mi rispondete vene darò delle più belle. Godete et valete.

Ex Roma, 16 julii 1501.

Augustinus vester.

Spectabili viro Nicolao domini Bernardi

de Maclauellis, secundo Cancellario

florentino, Secretario honorando.

Florentie.

2[851]

Spectabilis vir, etc. Nicolò Machiavello mio amatissimo, sommi spogliato in pitoccho, sarei in giubbone, nisi austrum nocentem per auctumnos corporibus metuerem. Sendo il desiderio vostro di volere intendere utrum la heredità del Cardinale di Capua sia restata al Papa, o vero instituerit alios heredes, in risposta vi dico, serio loquens (nam secus (sic) fortasse quam claudam istas): il Papa non permettere ad alcuno Cardinale che loro faccino herede, immo circa il testamento la vuol vedere molto pel sottile, il che testifica il caso del Cardinale di Lysbona, quale ne' dì passati, sentendosi grave, non possendo lasciare de' danari che si trovava, che furono 14 mila, ad chi harìa desiderato, più tosto se ne volle spotestare vivente, che il Papa, se mortuo, li havessi ad godere luy. Et chiamando tutta la sua famiglia a giumelle in sul suo lecto, ad vista, tutti li spartì in dono per li sua di casa; et così rinuntiò tutti li sua beneficii veramente, in modo che non si truova nulla in questo mondo, se non la grazia grande, non solo della sua famiglia, ma di tutta Roma. È dipoi sanato, benchè sia vecchio, et hieri parlò con lo ambasciatore, me presente, una hora o più sempre in latino, et constabat sibi in omnibus. Onde il Papa decte l'arcyvescovado di Capua, che vale VI mila ducati l'anno, al cardinale di Modena, il quale, benchè sia o vero pare in gratia del Papa, sborsò 15 mila ducati per la Santità di N. S.; uno altro suo arciveschovado che è in Hispania diè a Monreale, con questo che lasciassi al cardinale da Esty il vescovado di Ferrara. Delli altri beneficij non dico nulla, sennonchè il Papa (quod pace sua dixerim) ne ha di pretio numerato hauto insino in XXV mila o più, perchè era il prefato molto richo. Se volessi intendere quo genere mortis obierit, quì vulgo tenetur ch'è veneno, per esser lui poco amico al gran Vexillifero, che di simil morte si intende spessissimo in Roma: et omnia ex fonte, nec non ex primo rivo emanant. Habes, puto, plus quam petieras; et però resta che ser Antonio, Biagio, ser Luca, et ser Octaviano faccino quanto mi scrivete.

Circa al Pulcio lo trouerrò, et leggerolli la vostra, credo haremo poi materia da rispondere, et piacevole: è un mal muscione, fa più facti che parole, et non pare quel desso.

Hoggi, benchè siamo a dì 25, qui si celebra la festa di San Bartholommeo, et dicesi è per honorare più la festa di San Ludovico re di Francia, che è questo medesmo dì. È in Roma una chiesecta di questo Santo, ignobile, et che mai non vide 50 persone insieme, et questo anno, per havere facto la invitata lo Re di Francia a tutti li cardinali, oratori, prelati et baroni di Roma, stamattina vi è stato ogniuno, videlicet 16 cardinali, tutti l'imbasciatori si truovono in Roma, tutti li baroni et altri signori, e tutti stati a la Messa, che durò 3 hore di lungo. Fuvi la Capella del Papa, che è cosa mirabile: li sua pifferi che ad ogni cardinale, arrivando, li faceano lor dovere; tutti li trombecti; altri delicatissimi istrumenti, id est l'armonia papale, che è cosa dulcisona e quasi divina; non so per ora nominare nissuno de' sei instrumenti per nome, di che non credo Boetio facci mentione, quia ex Hispania. Fu etiam ad meza la Messa per uno doctissimo huomo recitato una oratione latina, contenente breviter la somma della vita di San Ludovico. Dipoi latissime fatta in transgressu aliqua mentione de regibus Gallorum, della grandeza, sublimità et maestà del presente Re, in cuius virtutibus recensendis, videlicet in dotibus corporis et animi, quantumque adversam fortunam egerit sub pedibus prosperae vero quam bene moderetur frenis, consumò circa una grossa hora. Et veramente, Nicolò mio, qui è l'arte dell'oratore, perchè costui è uno ignobile, et non più visto, nè udito circulare o poco; et nondimeno per esser Romano è piaciuto più che o il Fedra o il Marso o il Sabellico o el Lippo, che habentur optimi, et ha dimonstro havere auto in primis memoria grande, sapere bene distinguere et apte narrare; monstrò quantum valeat pronuntiatio, quantum verborum copia et gestus, qui et ipsi voci consentit et animo, cum ea simul paret, ut equidem affirmare ausim, che spessissimo, non solum manus sed nutus ipsius, haria dimonstro alli auditori la sua volontà. Et non so come tam feliciter costui mai avessi potuto orare nisi imitatus Demosthenem, qui actionem solebat componere, grande quoddam speculum intuens. Et lassando la doctrina, la eloquentia, i colori infiniti, molti flosculi et aculei quibus inspersa sua oratio est, illud mehercule prestitit, ut sibi conciliaret, persuaderet, moveret, ac denique delectaret. Et in calce orationis tantam eloquentiae procellam effudit, ut omnes admirarentur ac stupescerent; obque factum est, ut plausus ei quasi theatralis, quamvis in templo, a multis datus sit. Credono molti che, sendo suto alla presentia il Re, che lo harìa facto in quello instanti grande homo appresso di sè.

Una sol cosa mi resta, che alli dì passati, sendo il Papa in fregola di voler ire a spasso, et sendo in camera del Pappagallo uno circulo di 5 in 6 docti, che invero ce ne è assai, benchè anche delli scelerati et ignoranti, ragionando et di poesia et astrologia, etc., uno di loro fu che dixe esser solo uno a Roma, ad che il Papa prestava fede in astrologia, et costui havere male, et è in miseria et povertà per la gran liberalità di questo Principe. Et il Fedra dicendomi costui havere predicto al Papa che sarìa pontefice, sendo ancora cardinale, li mossi che si vorría fare qualche procnostico sine auctore, et lasciarselo cadere, et ita factum est. Prima ci partissimo di lì, questi 3 versolini furon facti, videlicet:

Praedixi tibi papa, bos, quod esses,

Praedico moriere, hinc abibis,

Succedet rota, consequens bubulcum.

La rota è insignia di Lysbona, el bubulco è lui. Questo effecto se ne è visto, che mai poy ha ragionato di partirsi, se bene ci è opinione, che se si scuopre il parentado con Ferrara, lui vorrà ire là, et vagare per la Romagna. Vedreno quello seguirà; et se Valentino tornerà qui, che ce ne è varie opinioni, tornando assai delle sua genti alla sfilata, et etiam havendo mandato Vytellozo e fare quello che vorrìa ragionevolmente poter fare presentialmente da sè. Et venendo la beatitudine del Papa in costà, voi et altri che volessi qualche dispensa o di tòrre o di lasciare la mogliera, la harete benignamente, modo gravis aere sit manus. In questo mezo Camerino teme, Urbino fila, perchè dubita delle relliquie di casa Sforzesca, et di Piombino non dico nulla. Bene vale et excusatum me habe, se io non vi scrivo lungo, perchè non ho tempo. Alias.

Roma, XXV augusti 1501.

Deditissimus Augustinus.

Spectabili uiro Nicolao de Maclauellis,

Secretario, Maiori honorando.

Alli Signori Dieci.

In Firenze.

DOCUMENTO XIV.[852] (Pag. 362)

Lettera dei Dieci al Vicario di Scarperia. 7 maggio 1502.

Iuliano Caffino, Vicario Scarperie. Die vij maii. — Tu ci hai scripto più lettere piene di tante exclamationi et tante paure, che le sarebbono sute troppe havendo el campo intorno, et in terra cento braccia di muro. Et perchè sappia da quello che tu ti hai ad guardarti, et quanto habbino ad ire in su e' tuoi sospecti, el campo del Valentinese è ad Medecina, e' Franzesi se ne sono iti verso Lombardia, et noi teniamo buona amicitia con el Duca et col Papa. Ma tucti e' sospetti che si hanno, sono perchè, sendo nel campo del Valentinese Orsini et Vitegli, pensiamo che, sendo inimici nostri, potrebbero di furto fare qualche insulto ad qualche nostro luogo, nè si crede che per altri conti o per altra via possiamo essere offesi. Et sta' di buona voglia, che non ha ad venire costì campo ordinato et con artiglierie et altri instrumenti atti ad expugnare una terra come è cotesta; et se pure e' vi havessino ad venire, l'artiglierie non volano, hanno ad passare li monti, et per certo noi el doverremo intendere, et intendendolo, vi provederemo; sì che non è necessario sbigottire a cotesto modo li subditi nostri, ma confortarli ad stare alla vista et a' passi, et ricorrere così quando tu li chiamerai, et fare la nocte qualche guardia, per guardarsi da' facti; et mostrare di essere huomo, et conoscere di essere in una terra che habbi bisogno del campo ad perdersi, et non ne andare preso alle grida. Noi ti haviamo voluto dire questo, acciò che tu ti conforti et conforti e' sudditi nostri, perchè noi non siamo per abbandonarli, quando tu et loro faranno loro debito, come speriamo....

DOCUMENTO XV.[853] (Pag. 370)

Lettera dei Dieci al Commissario Giacomini Tebalducci. 1º luglio 1502.

Commissario generali, Antonio Iacomino. Die prima iulii 1502. — Hiarsera ti si scripse quello ci occorreva in risposta di più tua; haviamo dipoi ricevute l'ultime di hieri, et per quelle inteso cosa che ci satisfa, et questo è come Anghiari si tiene, et come e' nemici non lo possono molto sforzare per mancamento di palle, etc. Et havendo dipoi ricevuto una lettera da M.re di Volterra,[854] el quale pochi dì sono mandamo ad Urbino ad el Duca Valentinese, della quale ti mandamo copia, et per quella intenderai quello che lui giudicha et advisa delle genti di quello Duca. El quale adviso, quando fussi vero, ci renderebbe più sicuri, et più facile ci farebbe la recuperatione delle cose nostre. Ma desidereremmo bene che la perdita di quelle non fussi maggiore che la si sia suta infino ad qui, ad ciò che si cominciassi dipoi più facilmente ad racquistare la reputatione, et non si continuassi in perderla. Et per questo, se si possessi soccorrere Anghiari o monstrarli qualche speranza di soccorso, ci sarebbe sopradmodo grato, et tornerebbe molto approposito alle cose nostre: il che ci fe' più desiderare uno adviso haviamo hauto da huomo prudente, che ci scrive dalla Pieve ad San Stephano, significandoci prima come gli Anghiaresi si difendono ingenuamente: et che se si mandassi un cento cavalli et qualche fante, admonendogli che facessino spalla ad quelli della Pieve et ad altri del paese, sarebbono per molestare intanto e' nemici, che sarebbono necessitati levarsi da campo. Et per questa cagione ci è parso mandarti la presente volando, ad ciò veggha quello si può fare in questa cosa, et non manchi del possibile. Et ad noi pare che, havendo hora la gente franzese alle spalle, si possa governare le cose costì più audacemente, et con più fiducia mettersi avanti; et però di nuovo ti ricordiamo, se possibile è, se non in facto, saltem in demostratione, rincorare quelli nostri fedeli d'Anghiari, sì per dare animo loro ad stare forti, sì etiam per non lo tòrre ad li altri, et per non dimostrare ad li subditi nostri che noi li lasciamo in preda et sì vilmente nelle mani d'un semplice soldato: et di questo ne aspectiamo risposta, et lo effecto se li è possibile.

Noi attenderemo ad sollecitare e' Franzesi, e' quali fieno ad Sexto domani ad ogni modo, et di mano in mano li respigneremo secondo che ad voi occorra o al capitano di epsi, con el quale speriamo di essere domattina ad Lugo. Scriverete oltre ad di questo ad Poppi, alla Pieve, et se voi potete, ad Anghiari et al Borgo, confortando, monstrando gli aiuti propinqui et che presto con loro satisfactione et danno delli adversarii saremo liberi da ogni molestia. Bene valete.

DOCUMENTO XVI.[855] (Pag. 370)