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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. II cover

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. II

Chapter 17: CAPITOLO V.
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About This Book

The volume reconstructs the life, career, and political thought of Niccolò Machiavelli within the tumultuous political landscape of the Renaissance. It examines his major writings and public actions through newly available documents and archival evidence to clarify intentions and chronology. The narrative situates those developments amid wars, papal ambitions, and shifting alliances that shaped Italian statecraft. It also surveys contemporary cultural currents—painting, sculpture, literature, and the revival of classical models—and considers how artistic and intellectual life influenced political discourse. Close readings of texts and documents link specific events to the composition and aims of his work.

Un Principe, continua il Machiavelli, ripetendo una sua costante opinione, non deve far disperare i grandi; gli è però necessario favorire il popolo, se non vuole capitar male. Ma perchè la storia degl'imperatori romani, molti de' quali si fondarono in tutto sui loro eserciti, può sembrare ad alcuno che contraddica a questa sentenza, egli fa osservare che la loro condizione era diversa assai da quella dei principi del suo tempo. «Se quegl'imperatori dipendevano dai loro soldati, i nostri principi, ad eccezione del Sultano, dipendono dal popolo; e però, quanto ai grandi, basta non disperarli, ma il popolo debbono soddisfarlo. Così fanno i regni bene ordinati, come è di certo quello di Francia. In esso si trovano infinite costituzioni buone, donde dipende la libertà e sicurtà del re, delle quali la prima è il Parlamento, perchè colui che ordinò quel regno, conoscendo l'ambizione e la insolenza de' potenti, giudicò necessario metter loro un freno in bocca, che li correggesse. Ma conoscendo anche l'opposizione del popolo contro i grandi, e volendo soddisfarla, senza dare questo ufficio al re, che voleva liberare dal carico che e' potesse avere con i grandi, favorendo i popolari, e con i popolari, favorendo i grandi, costituì un giudice terzo, che battesse questi e favorisse quelli.»[576] «Nè puote essere questo ordine migliore, nè più prudente, nè che sia maggior cagione della sicurtà del re e del regno.... Di nuovo concludo che un Principe debbe stimare i grandi, ma non si far odiare dal popolo.»[577] E qui si può intendere anche la ragione per la quale, secondo il Machiavelli, s'ingannano assai coloro che, non considerando come il principato moderno si fondi sul popolo, non vogliono armare i propri sudditi, per paura d'averli nemici, e non comprendono che le milizie nazionali sono la sola difesa su cui si possa fare sicuro assegnamento.

«Quando s'acquista una provincia nuova, che sia come appendice dello Stato vecchio, bisogna governarla coi sudditi di questo, cercando, ove occorra, indebolire i nuovi. Ed in simili casi giova molto al Principe compiere qualche impresa, che gli dia modo di dimostrare la propria forza, e non avendo un'occasione pronta, suscitare qualche nemico che la faccia nascere. Falso è però l'antico sistema dei Fiorentini, i quali volevano tener Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti.» Quest'ultimo modo riuscì funesto anche ai Veneziani. E quanto alle fortezze, sebbene l'autore non sembri qui così assoluto come altrove nel condannarle, pure dimostra sempre poca fede in esse, sia che si tratti di valersene a tenere sottomessi gli antichi sudditi, sia i nuovi, e ripete sempre, che nel primo caso occorre fare assegnamento sull'affetto del popolo, nel secondo, sulle proprie forze, cercando continua occasione a darne prova in nuove ed ardite imprese. «Così fece Ferdinando il Cattolico, il quale agguerrì prima l'esercito; assaltò poi Granata e ne cacciò i Mori; assaltò ancora l'Africa, la Francia, l'Italia. E si tenga bene a mente, che in tutti questi casi bisogna dichiararsi subito amico o nemico aperto, nè pretendere di voler pigliare partiti sicuri, perchè non ve ne sono, consistendo sempre la vera prudenza nel prendere il manco tristo per buono.»[578]

E qui il Machiavelli, per la prima ed unica volta, accenna, sebbene brevissimamente e come di passaggio, a qualche cosa che nella società umana non sia guerra o politica. Il Principe, egli dice, deve incoraggiare i suoi cittadini ad attendere tranquilli alle loro faccende ed occupazioni, alla mercanzia, all'agricoltura, ad ogni altro esercizio, «acciocchè quello non si astenga di ornare le sue possessioni per timore che le non gli siano tolte, e quell'altro di aprire un traffico per paura delle taglie; ma deve preparare premi a chi vuole fare queste cose, ed a qualunque pensa in qualunque modo di ampliare la sua città o il suo Stato.... Debbe, oltre a questo, ne' tempi convenienti dell'anno, tenere occupati i popoli con feste e spettacoli.»[579] E dopo aver messo insieme industria, commercio e feste, risguardando tutto ciò come un mezzo di governo, altro non dice intorno al progresso sociale ed alla necessità di promuoverlo. Così queste poche e fuggevoli parole valgono solo a mettere in sempre maggiore evidenza il fatto da noi già più volte notato, che egli s'occupa solo di politica, e non vede che lo Stato, le arti con cui esso si mantiene, le armi con cui si difende, e ad un tal fine sacrifica ogni cosa.[580]

Nel capitolo seguente si discorre della scelta del segretario, dalla quale, dice il Machiavelli, si può riconoscere l'accortezza del Principe. Vi sono è vero uomini che intendendo bene le cose, riescono eccellenti, senza bisogno che qualcuno li aiuti; ma altri non le intendono da sè, nè per dimostrazioni o consiglio altrui, e questi riescono affatto incapaci. Vi sono però molti, che senza intenderle da sè, sanno profittare dei consigli altrui, ed a questi il segretario riesce utilissimo, come fu Antonio da Venafro a Pandolfo Petrucci, il quale per la buona scelta che fece, e pel vantaggio che seppe cavarne, fu giudicato uomo eccellente. La bontà del segretario si riconosce dal vederlo pensare all'utile del Principe, non al suo proprio, perchè quegli che ne ha in mano lo Stato, non debbe occuparsi mai di sè stesso, ma sempre del Principe, il quale ha dal suo lato l'obbligo di pensare al segretario, dandogli ricchezze ed onori, sì che non possa desiderare altro.[581] Bisogna però fuggire gli adulatori, che sono la peste delle Corti. Lasciar dir tutto a tutti non deve il Principe permetterlo, ma neppure lasciarsi adulare. Elegga uomini savi e prudenti, che liberamente gli dicano il vero su tutto quello che domanderà loro; deliberi poi da sè, e stia fermo alla deliberazione presa. Nè si dica, che con ciò egli mostrerà di non aver prudenza propria, e volerla accattare dagli altri, perchè è una regola generale che non falla mai, che un Principe il quale non sia savio per sè, non sarà mai consigliato bene da nessuno. E se anche il caso lo spingesse a rimettersi in uno, che al tutto lo governasse, e fosse prudentissimo, potrebbe di certo essere guidato bene, ma resterebbe interamente a discrezione di altri, e presto capiterebbe male. Se si consiglierà con più d'uno, potrà scegliere e coordinare i vari consigli; ma dovrà allora esser savio, altrimenti non avrà consigli uniti, nè saprà unirli.[582] — In questo capitolo il Machiavelli evidentemente ragionava alquanto pro domo sua.

«Quando le cose dette fin qui siano osservate,» così egli conclude, «faranno in breve parere antico un Principe nuovo, perchè le sue azioni, essendo molto più di quelle degli altri uomini guardate, una volta che sian riconosciute virtuose, guadagnano molto più l'animo dei sudditi, e molto più gli obbligano, che il sangue antico.» «E così arà duplicata gloria di aver dato principio a un principato nuovo, ed ornatolo e corroboratolo di buone leggi, di buone armi, di amici e di buoni esempi, come quello arà duplicata vergogna che, nato principe, lo ha per la sua poca prudenza perduto.» «E se ora si considerano i principi italiani che hanno perduto lo Stato ai nostri tempi, si troverà in tutti deficienza d'armi proprie; e si troverà oltre di ciò, che alcuni di essi non seppero tenersi amico il popolo, altri non seppero tenersi amici i grandi, perchè senza questi difetti non si perdono gli Stati. Si debbono quindi essi dolere di sè medesimi e non degli altri.[583] È vero che molti credono che le cose di questo mondo siano in modo governate dalla fortuna e da Dio, che gli uomini non vi possano nulla, e che perciò non parrebbe utile pensarvi troppo, ma occorrerebbe lasciarsi piuttosto governare dalla sorte. Questa opinione s'è molto diffusa ai nostri tempi, per le grandi variazioni che sono seguite in Italia, fuori d'ogni umana congettura.» «Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà o poco meno a noi. Ed assomiglio quella ad uno di questi fiumi rovinosi, che quando si adirano, allagano i piani, rovinano gli arbori e gli edifici, lievano da questa parte terreno, lo pongono da quell'altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all'impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare; e benchè siano così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessero fare provvedimenti, e con ripari ed argini, in modo che crescendo poi, o anderebbero per un canale, o l'impeto loro non sarebbe nè sì licenzioso nè sì dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini e ripari a tenerla. E se voi considererete l'Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non avrebbe fatto le variazioni grandi che l'ha, o la non ci sarebbe venuta.»

Le grandi e repentine mutazioni nel destino dei principi, dei generali e dei capi di parte, nascono, come s'è già visto nei Discorsi, dal non accordarsi sempre le qualità loro con la natura dei tempi, i quali variano di continuo, mentre che gli uomini non possono a loro arbitrio variare la propria natura, donde ne segue che coloro i quali sono stati fortunati un tempo, o rovinano a un tratto, o nulla più ad essi riesce secondo i desideri. «Variando la fortuna, e stando gli uomini nei loro modi ostinati, sono felici, mentre concordano insieme, e come discordano, sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso che rispettivo, perchè la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tener sotto, batterla ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de' giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.»[584]

Ed ora siamo giunti all'ultimo capitolo, che finisce con la tanto celebrata esortazione ai Medici, perchè, dopo avere ordinato lo Stato nuovo, s'inducano a liberare la patria. A tutti coloro i quali non osservarono, come anche nei Discorsi il grande legislatore, fondato che ha colla violenza un regno, deve, affidandolo al popolo, renderlo libero e difenderlo, questa esortazione sembrò appiccicata, senza legame alcuno nè col resto del libro, nè colle idee dell'autore. In realtà essa è però l'ultima sintesi del Principe, che fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli. Perfino quando egli serviva la Repubblica, lo vediamo rivolgersi ai Fiorentini, esclamando nei propri appunti, già da noi ricordati: «Manco male il tiranno, alla testa delle milizie nazionali, che stare come voi, senza difesa, in balìa del più tristo facchino che vesta armi in Italia.» Non deve quindi recar nessuna maraviglia il vederlo ora concludere: «Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare un Principe nuovo, e se ci era materia che desse occasione a uno prudente e virtuoso d'introdurvi nuova forma, che facesse onore a lui, e bene alla universalità degli uomini di quella, mi pare concorrano tante cose in beneficio di un Principe nuovo, che io non so qual mai tempo fusse più atto a questo.» «E se a provare la virtù di Mosè, di Ciro, di Teseo, era necessario che l'Egitto, la Persia e Atene venissero nelle misere condizioni che troviamo descritte; a provare la virtù d'uno spirito italiano,» «era necessario che l'Italia si riducesse nel termine ch'ell'è di presente, e che la fosse più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz'ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, ed avesse sottoportato di ogni sorta rovine.» «E sebbene finora si sia visto qualcuno,[585] che ha dato un barlume di speranza d'essere mandato da Dio a redimerla, pure è stato poi dalla fortuna respinto, sì che s'aspetta sempre chi venga a sanar le sue ferite.» «Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà ed insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purchè ci sia uno che la pigli. Nè ci si vede al presente in quale la possa più sperare che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua virtù e fortuna, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale ora è principe, possa farsi capo di questa redenzione.» «Qui è giustizia grande e disposizione negli animi; si sono visti prodigiosi segni che annunziano grandi mutamenti; tutto è concorso alla vostra grandezza; il rimanente fate voi, perchè Dio non vuol torre il libero arbitrio.»

«È necessario però non perdersi d'animo, per l'esempio di coloro che non riuscirono nell'impresa, perchè se voi fondate i nuovi ordini militari, questi troveranno subito la materia pronta. Qui è virtù grande negli individui, quando non manchino i capi, come si vede nei duelli e nei combattimenti di pochi, nei quali gl'italiani vincono sempre con le forze, con la destrezza e con l'ingegno. Bisogna armarsi di armi proprie, e fondarsi sulle fanterie nazionali, che possono riuscire eccellenti. Sebbene le svizzere e le spagnuole sieno stimate terribili, esse non sono senza difetti, ed un terzo ordine potrebbe in Italia superarle. Gli Spagnuoli non possono sostenere i cavalli, e gli Svizzeri dovrebbero temere i fanti, quando li trovassero in guerra ostinati come loro; laonde si può ordinare una nuova fanteria, che resista ai cavalli e non tema i fanti, al che si riuscirà non con la nuova qualità delle armi, ma con la variazione degli ordini. E queste son quelle cose, che danno reputazione e grandezza ad un principe nuovo.» «Non si deve adunque lasciar passare questa occasione, acciocchè la Italia vegga, dopo tanto tempo, apparire un suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore ei fusse ricevuto in tutte quelle provincie, che hanno patito per queste illuvioni esterne, con qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbero? quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? quale insidia se gli opporrebbe? quale Italiano gli negherebbe l'ossequio? Ad ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre casa vostra questo assunto, con quell'animo e quella speranza che si pigliano le cose giuste; acciocchè sotto la sua insegna e questa patria ne sia nobilitata, e sotto i suoi auspici, si verifichi quel detto del Petrarca:

«Virtù contro al furore

Prenderà l'arme, e fia il combatter corto;

Che l'antico valore

Negl'Italici cor non è ancor morto.»[586]

Così finisce questo piccolo volume, che restò per sempre un monumento immortale nella storia della letteratura. Nei Discorsi, noi lo abbiamo già visto, i varî elementi da cui il pensiero politico del Machiavelli è formato, son messi gli uni accanto agli altri, senza troppo occuparsi di coordinarli organicamente fra di loro, sotto principii generali, senza neppur troppo occuparsi di vedere se vanno sempre d'accordo fra di loro. L'unità della sua scienza bisogna quindi cercarla nel suo modo di pensare e di osservare, nel suo metodo, nel modo di concepire la società, lo Stato, soprattutto il carattere dell'uomo politico, che può veramente dirsi il centro comune de' suoi pensieri, e che diviene il soggetto stesso del Principe, il quale da ciò acquista la fisonomia ed il valore suo proprio. Sebbene neanch'esso ci dia un vero sistema di filosofia politica, pure i concetti fondamentali vi sono più sicuramente scolpiti, e ritrovano la loro unità organica, personificandosi nel sovrano, che, costituendo lo Stato, redime la patria. E questo Principe redentore, che nei Discorsi apparisce e sparisce di continuo, restando in una forma ancora incerta, quasi astratta, si presenta finalmente come un personaggio reale, vivente. Tutto ciò nell'Italia d'allora non poteva essere, come noi vedemmo, che un sogno; ma il sogno del Machiavelli era talmente fondato sulla realtà, che ebbe l'importanza di un avvenimento storico. Il suo libro perciò è senza alcun dubbio quello che più di ogni altro, esercitò una vera, efficace azione sugli uomini di Stato e sugli avvenimenti, per mezzo dei quali l'Europa uscì fuori del Medio Evo. Ed è un grande errore il credere che egli non facesse altro che esporre, ripetere idee comuni a tutti nel suo tempo: troviamo invece che molti de' suoi contemporanei lo biasimarono o non lo capirono. Egli studiò la storia e la società del suo tempo; fu il solo allora che ne comprese davvero lo spirito; ed assai spesso venne tenuto responsabile, quasi autore dei fatti che andarono poi seguendo in Europa, unicamente perchè essi seguivano nel modo stesso che da lui era stato preveduto. Tutto ciò è ben altro che ripetere quello che allora universalmente si diceva o pensava.

E se molti trovano strano, che, nella esortazione finale, quel Principe che pareva avesse voluto e saputo dare alla società, come a creta molle, la forma che più gli piaceva, a un tratto s'avvicina ad essa, s'immedesima col popolo, per rappresentarne le più nobili aspirazioni, personificarne la più intima coscienza, anche in ciò il libro ritrae fedelmente il processo storico, che le monarchie moderne dovevano necessariamente seguire. Esse infatti cominciarono con la tirannide a formare l'unità nazionale, per poi, appoggiandosi alla borghesia ed al popolo, contro l'aristocrazia, andarsi lentamente trasformando, ed arrivare al governo rappresentativo. Così fu che il Principe finì coll'essere davvero la profezia dell'avvenire. Che se poi si guardi solo all'Italia, l'esortazione sembra descrivere addirittura quello che, dopo tre secoli e mezzo, abbiam visto seguire sotto i nostri propri occhi. E però, a misura che i fatti andarono dimostrando la verità del sogno, si potè sempre meglio comprendere il pensiero del Machiavelli, e misurare tutta quanta la prodigiosa originalità della sua mente.

Nel tempo stesso in cui il Machiavelli correggeva ancora il Principe, Tommaso Moro scriveva la sua Utopia (1515), che fu pubblicata anche prima (1516). Vissuti ambedue pigliando parte non piccola agli affari del loro paese, erano stati l'uno e l'altro educati in mezzo alla erudizione classica. Ma questa erudizione, passando da Firenze in Inghilterra, massime in Oxford, s'andò subito profondamente trasformando. Fra di noi essa rimase solo e sempre un fatto letterario ed intellettuale, ivi invece, come in Germania, apparecchiò la Riforma, iniziando un rinnovamento della coscienza. L'Inghilterra cominciava allora a salire, l'Italia doveva fra poco rapidamente decadere. Nel carattere del Moro, non ostante i suoi difetti, v'era anche una grande altezza e nobiltà morale, che lo condusse in fine al martirio, e che mancava nel Machiavelli. I due libri, sorti da uno stato di cose tanto diverso, si trovarono, come era naturale, l'uno agli antipodi dell'altro.

Tommaso Moro vide i mali, i pericoli, le ingiustizie della società in cui era nato e vissuto. Vide l'ignoranza delle moltitudini, e i potenti che nuotavano nelle ricchezze, vivendo nell'ozio, col sudore dei poveri, che lavoravano come bestie da soma, senza avere abbastanza da sfamarsi. — Perseguitati, egli scrive, quando si danno all'accattonaggio, sono subito messi a morte, se rubano qualche cosa, per soddisfare la fame che li opprime. E così noi ci occupiamo a formar dei ladri, per poi impiccarli. I principi pensano a raccogliere soldati stipendiati, a far guerre per accrescere il proprio Stato, occupati come sono esclusivamente del loro potere, del loro interesse personale. Non sembrano comprendere, non sembrano avvedersi, che la loro vera forza può venir solo dalla giustizia e dal benessere sociale; che essi sono fatti per lo Stato, non viceversa. Ma a che varrebbe il far loro un tale discorso? Qual sovrano, in qual paese del mondo, darebbe ascolto? — L'Utopia nel suo primo libro riusciva così un documento storico di grande importanza, perchè ci fa conoscere la società inglese di quel tempo, descrivendoci i mali che la travagliavano, per bocca d'un uomo, che la vide, la conobbe, e qualche tempo fu anche tra quelli che la diressero. Nel secondo libro il Moro cerca invece i rimedi, ponendoci sotto gli occhi una società ideale, ritrovata in un'isola sconosciuta, che egli suppone scoperta da un compagno d'Amerigo Vespucci. In essa non solamente la giustizia trionfa, ma l'autore, fra molte idee singolari e fantastiche, ha come una chiara visione dei grandi problemi sociali che agiteranno l'avvenire.[587] Ed in un tempo nel quale già cominciavano feroci odii religiosi, che dovevano portare ad una cieca intolleranza, egli esponeva tutti i vantaggi della tolleranza. Nessun uomo, egli dice, deve esser punito per quello che crede, perchè nessuno è padrone di credere quello che vuole. Sulla pena di morte adopera un linguaggio, sostiene idee che preconizzano il Beccaria. La pena, egli dice, deve servire a migliorare l'uomo; ricondurlo al lavoro, alla virtù; non a pervertirlo o distruggerlo. Persino la questione delle otto ore di lavoro, si trova preveduta e risoluta nel modo stesso che si cerca di risolverla oggi. In Utopia l'ozio è severamente vietato, e tutti sono costretti a vivere lavorando. Anche molte questioni moderne d'igiene sulla costruzione delle case e delle città, sono prevedute e risolute. Ma dove propriamente si trova questa fortunata e felice società? Nel paese di Nowhere, cioè in nessun luogo. Chi, quando ed in che modo potrà mai iniziare una così grande riforma del vivere civile? Il Moro non si fa neppure una tale domanda, per lui affatto oziosa. I principi, padroni di tutto, non pensano che a sè, al loro male inteso interesse personale, e sarebbe vano sperare di rimuoverli dalla loro via fallace.

Un tal libro non poteva di certo esercitare alcuna azione efficace sulla società, e fu in parte contradetto dallo stesso autore, che negli ultimi anni della sua vita tornò al cattolicismo, divenendo un persecutore religioso. Ma se molti eruditi, come il Pontano ed Erasmo, si contentarono di descrivere un principe filosofo, ideale, non riuscendo così a far altro che un esercizio di retorica, il Moro descrisse le più nobili aspirazioni dell'umana natura e della futura società, scrivendo un'opera, che ha un vero valore storico, filosofico e morale. Ma egli si allontanò dal presente, senza punto occuparsi d'indicarci la via, i mezzi coi quali si poteva camminare verso questo ideale; ed il suo libro restò quindi una nobile utopia e niente altro. Il Machiavelli prese invece la via opposta, proponendosi di studiare la società quale essa è realmente, e i modi per farla progredire verso la libertà. I principi, è vero, egli disse, non cercano che il loro proprio tornaconto; e supporre che vogliano mai fare altrimenti, sarebbe lo stesso che non conoscere l'uomo, fantasticare, non ricercare la verità. Ma facendo e sapendo fare il loro interesse, possono anche costituire l'unità dello Stato, assicurandone la prosperità. Occorre solo che imparino a condurre con prudenza l'opera loro, e chiamino poi il popolo a compierla, a difenderla colle armi proprie. Ma per riuscire a trovare ed insegnare questa via, bisogna cercare la verità effettuale delle cose; non dimenticare quello che si fa, per correr dietro a quello che si dovrebbe fare; non perdere il tempo, immaginando società e governi, che non sono esistiti, e non esisteranno mai. Questa è la ragione per la quale il Principe, e non l'Utopia, potè essere la guida politica di molti sovrani, di molti uomini di Stato; potè esercitare una efficace, potente azione sulla realtà storica.

CAPITOLO V.

I critici del Principe. — I contemporanei. — I Fiorentini dopo il 1530. — I difensori della Chiesa. — I gesuiti. — Carlo V e gli uomini di Stato. — I protestanti. — Cristina di Svezia, Federico di Prussia, Napoleone I, il principe di Metternich. — I filosofi ed i nuovi critici. — Il Ranke ed il Leo. — Il Macaulay. — Il Gervinus ed altri. — Il De Sanctis. — Il Baumgarten.

Sebbene il Machiavelli avesse sempre esposto le sue opinioni con una chiarezza, che può qualche volta sembrare eccessiva, pure non v'è nella storia di tutte le letterature un altro uomo che sia stato soggetto a tante e così diverse interpretazioni. Nel Principe soprattutto si sono voluti scoprire fini reconditi e misteriosi; e per meglio riuscirvi si è voluto metterlo in aperta contradizione coi Discorsi. Quando poi fu dimostrato, che questa contradizione era immaginaria; allora i sottili comenti, le artificiose ipotesi si fecero non solo sull'una e sull'altra opera ad un tempo, ma anche sulla condotta politica, sul carattere morale dell'autore. Queste interpetrazioni essendo in grandissimo numero e diversissime fra loro, spesso sostenute da uomini di molta dottrina ed ingegno, n'è finalmente avvenuto, che all'enigma del Machiavelli s'è aggiunto quello de' suoi critici. Noi siamo ben lontani dal voler compilare un elenco del numero veramente straordinario di tutti coloro che, in un modo o nell'altro, scrissero di lui. Dovremmo estenderci al di là d'ogni giusto limite, oltre di che, questo è un lavoro cominciato già da molto tempo, e mirabilmente compiuto poi dal Mohl, il cui scritto oggi avrebbe bisogno solamente d'essere condotto dall'anno 1858, in cui fu pubblicato, fino ai nostri giorni.[588] Ma a noi qui importa ricordar solo i principali comentatori ed espositori, per determinare le diverse correnti che seguì la critica, ed indagare le cagioni di tanti e così opposti modi di giudicare uno stesso autore.

Finchè visse il Machiavelli non furono dati alla stampa nè i Discorsi, nè il Principe. Questo ben presto girò, per le mani di molti, in più copie manoscritte, alcune delle quali si trovano ancora oggi in varie biblioteche italiane e straniere.

La prima edizione del Principe è quella stampata dal Blado a Roma, cum Gratia et Privilegio di N. S. Clemente VII, nel gennaio del 1532, il che vuol dire cinque anni dopo la morte del Machiavelli.[589] Nel maggio dello stesso anno la medesima edizione fu riprodotta in Firenze da ser Bernardo di Giunta, e senza giusta ragione, come dimostrò il prof. Lisio, si credette che questa riproduzione fosse condotta sull'autografo, che sfortunatamente non si conosce. Uno studio assai diligente dei più antichi manoscritti, confrontandoli fra loro e con le due antiche edizioni, fu fatto dallo stesso prof. Lisio, il quale si provò a darci una edizione critica del testo, avvicinandolo, per quanto era possibile, a quello che presumibilmente era stato l'autografo.[590] L'impresa doveva riuscire di una estrema difficoltà, perchè non solo le lezioni (spesso arbitrarie) dei codici più antichi e delle due prime edizioni differiscono fra loro; ma l'ortografia e le forme grammaticali usate dal Machiavelli nei suoi autografi variano continuamente. Una norma sicura da seguire costantemente non è quindi possibile trovarla, ed in ogni caso non varrebbe a darci una immagine fedele della spontanea mutabilità dell'originale. Non è perciò da maravigliarsi se, non ostante la sua molta diligenza ed il buon metodo, il prof. Lisio, pure avvicinandosi più degli altri a quello che dovette essere l'autografo, non riuscì sempre a contentare i critici. Non può infatti soddisfare l'avere egli adottato certe forme come, per esempio, preta per pietra, torgnene per toglierne, posserno, possuto e possè, per poterono, potuto e potè, specialmente quando anche alcuni degli antichi manoscritti e delle antiche edizioni adottarono le forme meno lontane dall'uso comune e più moderne.

Uno dei codici più autorevoli che abbiamo del Principe è quello che si trova nella Laurenziana (Pluteo XLIV, cod. 32), da alcuni ritenuto di mano del fido Buonaccorsi[591] e da lui indirizzato a Pandolfo Bellacci con una lettera, nella quale dice che gli manda l'opera «nuovamente composta» dal Machiavelli, e che in essa troverà descritte «tutte le qualità de' principati, tutti i modi a conservarli, tutte le offese di essi, con una esatta notizia delle istorie antiche e moderne.» Lo prega poi di apparecchiarsi «acerrimo difensore contro a tutti quelli che, per malignità o invidia, lo volessino, secondo l'uso di questi tempi, mordere e lacerare.»[592] Tali parole dimostrano, che già si temevano critiche, non però uno scandalo; e provano ancora, che un uomo di mediocre ingegno, ma di animo onesto quale era il Buonaccorsi, aveva abbastanza chiaramente inteso il significato e lo scopo manifesto del libro, riconoscendone il valore. Il Vettori, come noi vedemmo, appena che ebbe letto i primi capitoli del libro, gli aveva assai lodati. Il Guicciardini, quando esaminò i Discorsi, s'era più volte fermato a quelle massime appunto, che si ritrovano anche nel Principe, e se spesso aveva dissentito dal Machiavelli, non s'era poi molto scandalizzato, nè aveva fatto cenno alcuno che altri avesse allora protestato. È difficile supporre, che se scandalo vi fosse stato davvero, non se ne trovasse almeno qualche ricordo nelle lettere del Machiavelli o in quelle a lui dirette. Leone X non lo avrebbe consultato, come fece, sulla politica generale e sulle condizioni di Firenze; Clemente VII non gli avrebbe fatto aver la commissione di scriver le Storie, nè lo avrebbe più tardi adoperato, come vedremo, in ufficî di qualche importanza.

V'è un altro fatto, il quale conferma quello che noi diciamo, e dimostra ancora che il Principe, prima d'essere pubblicato, ciò che avvenne solo nel 1532, era assai conosciuto e diffuso in Italia. Agostino Nifo di Sessa, filosofo di mediocre ingegno, ma pur molto lodato allora, insegnò qualche tempo a Pisa, fino all'anno scolastico 1521-22. Tornato a Napoli, egli pubblicava nel 1523 un libro intitolato: De regnandi peritia,[593] il quale non è altro che una imitazione, anzi cattiva traduzione latina del Principe. Lo divise in quattro libri, sopprimendone l'ultimo capitolo, quello che conclude l'opera con la celebre esortazione a liberare l'Italia, aggiungendovi invece di suo un quinto libro, diviso in pochi capitoli, che trattano di quelli che egli chiama i modi onesti di governare, ripetendo in essi i soliti luoghi comuni sulle virtù del buon Sovrano. Evidentemente il Nifo pretendeva d'aver così compiuto, anzi corretto il Principe, di cui mostrava invece di non aver capito nè il significato, nè il valore. Questa cattiva copia egli dedicava, come suo lavoro originale, a Carlo V, dicendogli che in esso avrebbe trovato brevemente esposte le azioni dei tiranni e dei re, «come nei libri dei medici si trovano indicati i veleni e gli antidoti.» Il Machiavelli, fin da quando scriveva il suo libro nel 1513, aveva, come noi vedemmo, temuto che qualcuno si volesse far bello dell'opera sua. Pure della pretesa imitazione, che fu molto lodata dai letterati napoletani,[594] non pare che s'accorgesse o desse molta importanza al plagio. Fu però ben presto notato da altri, ed ai giorni nostri molti se ne occuparono. Primo fra questi v'accennò il Ferrari.[595] Poi se ne occupò il Settembrini, il quale da principio credette che il Machiavelli avesse imitato il Nifo;[596] più tardi suppose che l'uno o l'altro avesse imitato Isocrate. Il Nourrisson, in un suo libro sul Machiavelli, pubblicato nel 1875, credendo d'essere il primo a notare le somiglianze, si fermò a dimostrare il plagio; e suppose che fosse rimasto lungamente inosservato, perchè il Nifo era poco conosciuto, e perchè le massime che i due scrittori sostenevano, non avevano allora nulla di singolare, essendo, come egli dice, la moneta corrente a quel tempo.[597] Bisogna però notare che il Nifo, professore nell'Università di Pisa, non era uno sconosciuto, e che il plagio, come vedremo, non era rimasto ignoto neppure ai contemporanei. Egli pubblicò il suo libro quattro anni prima della morte del Machiavelli. Oltre di ciò, con le modificazioni e aggiunte fatte nel suo scritto, il Nifo aveva cercato di attenuare l'effetto che certe massime troppo audaci potevano produrre sull'animo dei lettori; e così modificato, aveva dedicato il suo lavoro a Carlo V. Il che sembra provare che quelle massime non erano poi interamente, secondo affermava il Nourrisson, la moneta corrente a quel tempo. E come questi aveva ignorato i suoi predecessori, così non li conobbe neppure il prof. Francesco Fiorentino, il quale credette anch'egli d'essere stato il primo a scoprire il plagio. Aggiunse però alcune utili notizie sulla vita del Nifo.[598]

Recentemente della stessa questione si è occupato a lungo e con diligenza il Tommasini. Egli non vuol credere ad un vero e proprio plagio (II, 137 e nota 2). Il Nifo, secondo lui, avrebbe pensato piuttosto ad un rifacimento in latino e con forma peripatetica, seguendo il gergo della scuola. — Il Machiavelli, egli dice, «se ne compiacque forse,» quantunque non amasse quel gergo scolastico. — Al plagio però, che a me parve evidente, credettero non solo i moderni, ma anche gli antichi. Bernardo di Giunta, nella sua lettera dedicata a Monsignor Gaddi, premessa alla prima edizione del Principe (1532), allude evidentemente al Nifo, quando dice: «Con ciò sia che di già, siano stati di quegli che in buona parte tradottala nella lingua latina, l'abbiano per sua mandata fuori in stampa come facilmente potrà vedere chiunque.»[599] E nella stessa lettera, ripetendo la raccomandazione già fatta dal Buonaccorsi al Bellacci, prega Monsignor Gaddi di difendere il libro «da quelli che, per il suo soggetto, lo vanno ogni giorno lacerando sì aspramente, non sapendo che coloro i quali insegnano le medicine, insegnano del pari i veleni, acciò possano difendersene.»[600] Eran queste le parole stesse adoperate dal Nifo nella sua lettera a Carlo V, parole le quali pare che facessero fortuna, giacchè le troviamo ripetute fino ai nostri giorni.

Le condizioni politiche e la pubblica opinione s'andarono, dopo la morte del Machiavelli, rapidamente mutando in Firenze. Dopo l'assedio e la resa della Città nel 1530, i Medici tornarono colla forza, non più come timidi protettori d'una repubblica efimera, ma come tiranni assetati di vendetta; e ben presto cominciarono gli esilî, le persecuzioni, le condanne a morte. Se quindi al tempo di Giuliano e Lorenzo nessuno aveva biasimato il Machiavelli, perchè voleva servire i Medici, nè il Principe aveva dato origine a sospetti o calunnie, ora invece cominciarono a giudicarsi diversamente il libro ed il suo autore. Perchè un repubblicano aveva cercato di servire la famiglia di coloro che erano stati sempre tiranni della patria? Che scopo aveva egli avuto nel dare a Lorenzo, uomo di sua natura dispotico e crudele, consigli intorno al modo di conservare il principato e la tirannide? Così l'antica invidia e i nemici che lo spirito mordace del Machiavelli gli aveva suscitati, si ridestavano. E tanto è vero che il modo di vedere e di giudicar le cose politiche s'era in pochi anni sostanzialmente mutato, che coloro stessi i quali volevano difenderlo, ricorrevano ora ad argomenti, ai quali nessuno aveva prima pensato. Si disse che, se aveva nel suo libro insegnato ai principi come farsi tiranni, aveva anche insegnato ai popoli come spegnerli. Si aggiunse da altri, che egli aveva dato quei consigli a Lorenzo, perchè seguendoli andasse ad inevitabile rovina. Si pretese ancora, che il Machiavelli stesso si fosse a questo modo difeso, nel rispondere agli amici che lo avevano accusato o interrogato;[601] ma di ciò non v'è traccia o memoria alcuna durante la sua vita, nè risponde punto alle intenzioni da lui realmente avute, e francamente manifestate.

Se si fosse tenuto conto di questo mutamento della pubblica opinione in Firenze, non si sarebbe dato gran peso ad una lettera scritta l'anno 1549 dal Busini a Benedetto Varchi. In essa, riconoscendo pure che il Machiavelli «amava la libertà estraordinarissimamente,» aggiungeva che tutti l'odiavano. «Ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca tor loro tutta la roba, ai poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva che e' fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro, talchè ognuno l'odiava.»[602] Ed il Varchi ripetè nella sua Storia le medesime accuse.[603] Ma se la lettera del Busini fu scritta ventidue anni dopo la morte del Machiavelli, e diciannove circa dopo il ritorno dei Medici, il Varchi, che se ne valse, compose più tardi ancora la sua opera, per ordine del duca Cosimo, quando tutto era mutato, non solo in Firenze, ma anche in Italia ed in Europa. La repubblica era spenta per sempre, il dominio assoluto dei Medici era costituito, gli stranieri percorrevano da padroni la Penisola. La riforma aveva ridestato il sentimento religioso in Germania, e la Chiesa cattolica costretta a reagire, a correggersi, si trovava in condizioni ben diverse da quelle del Rinascimento. Il Machiavelli l'aveva accusata d'essere stata sempre la rovina d'Italia, il principio della corruzione del mondo: queste ed altre sanguinose ingiurie non si potevano ora ascoltare o leggere con la quasi indifferenza con cui le avevano udite Leone X e Clemente VII. Coloro i quali lavoravano a ricostituirne l'autorità, a restituirle la direzione suprema delle coscienze, della condotta politica dei governanti, dovevano naturalmente vedere un nemico da combattere, da distruggere in colui che aveva parlato di essa con tanto disprezzo, che aveva voluto sottometterla allo Stato, occupandosi della religione solo come un mezzo di governo. E così fu che il Machiavelli si trovò a un tratto circondato da mille nemici, esposto al fuoco incrociato delle loro armi. Gli esuli fiorentini non gli perdonavano il desiderio manifestato di voler servire i Medici e i consigli dati a Lorenzo; i sostenitori del nuovo Duca non gli perdonavano i suoi sentimenti repubblicani e l'odio ai tiranni, che egli aveva smascherati; i protestanti erano scandalizzati del suo indifferentismo religioso, e del modo in cui aveva parlato del Cristianesimo; la Chiesa cattolica vedeva in lui l'idra da calpestare.

Infatti i primi suoi fieri assalitori furono uomini di Chiesa. Incominciò il cardinal Reginaldo Polo, dicendo nella sua Apologia,[604] che le opere del Machiavelli erano state scritte col dito del diavolo, che egli aveva mirato alla rovina di coloro stessi cui aveva dato consigli, che la sua vita non poteva non essere stata trista e detestabile al pari de' suoi scritti. Seguirono il vescovo di Cosenza Catarino Politi,[605] il vescovo portoghese Osorio,[606] ripetendo le medesime ingiurie. Ma la battaglia regolare fu intrapresa dai gesuiti, i quali, lavorando a tutta possa per rimettere lo Stato sotto la Chiesa, e credendo giustificato, santificato ogni mezzo che conducesse a questo fine, divennero i nemici dichiarati di colui che aveva combattuto per l'indipendenza dello Stato. Incominciarono quindi col farlo bruciare in effigie ad Ingolstadt,[607] ed indussero nel 1559 Paolo IV a metterne all'Indice le opere, con decreto che fu nel 1564 confermato dal Concilio di Trento.[608] Il Possevino, promotore di tutto ciò, fu anch'egli dei primi e più fieri ad assalire il Machiavelli. Non gli negava ingegno, ma gli negava religione, morale ed anche vera conoscenza del mondo. I suoi consigli, così diceva, porterebbero a sicura rovina chiunque li seguisse. Ma questa sua critica era fatta in modo, che subito si vide che egli non aveva neppur letto il Principe, che, fra le altre cose, supponeva diviso in varî libri, quando è solo diviso in capitoli.[609] In sostanza al Machiavelli si faceva allora una guerra di partito. Egli era divenuto per questi avversarî una specie di mito, che rappresentava l'opposizione dello Stato alla supremazia della Chiesa. Lo chiamavano autore della così detta Ragione di Stato, parole che non furon mai da lui pronunziate nè scritte. Combattendolo, volevano sopra tutto sostenere, persuadere, che chiunque, privato cittadino o principe, non si fosse lasciato guidar dalla Chiesa, era un nemico di Dio e del genere umano. Qualunque arme a questo fine adoperata era buona, era santa.

E che tal fosse veramente lo scopo che avevano, apparisce assai chiaro dalle loro stesse parole. Il gesuita Ribadeneira pubblicò varie opere a difesa «delle virtù vere e non simulate dei principi,» contro il Machiavelli. E in una di esse,[610] rivolgendosi al principe ereditario di Spagna, che stava per succedere a Filippo II, dice che «l'infernal fuoco dei politici e machiavellisti va dilatandosi per tutto, e minaccia di bruciare il mondo.» Lo consigliava perciò d'imitare l'esempio di Ferdinando di Castiglia, il quale non si contentava di far condannare gli eretici; ma quando dovevano esser bruciati, «andava egli stesso a porvi di propria mano il fuoco e le legna, per fare il sacrificio.» Chi non fa a questo modo, egli aggiunge, va incontro a certa rovina. Infatti Enrico III di Francia, che invece di farsi regolare dalla legge del Signore, prese consiglio dai politici e machiavellisti, dovette, per giusto giudizio di Dio, «morire per mano d'un povero frate, giovine, semplice e pio, d'una ferita che li diede con un picciol coltello nella propria sua stanza.»[611]

Il frate Bozio da Gubbio, dell'Oratorio, assalì il Machiavelli, per ordine d'Innocenzo IX, usando un linguaggio molto più temperato; ma facendo comprender del pari, che il suo scopo finale era pur quello di ristabilire, al di sopra delle repubbliche e dei principi, il papato di Gregorio VII e di Bonifacio VIII.[612] E così si continuò fino al Machiavellismo degollato[613] del gesuita spagnuolo Clemente, ed al Saggio della Sciocchezza di Niccolò Machiavelli,[614] che fu scritto dal gesuita italiano Lucchesini, e che i librai chiamarono Le sciocchezze del padre Lucchesini, solo titolo che davvero meritasse.

Chi ne abbia voglia, può trovare molte notizie sopra altri simili scrittori nel Cristio e nel Mohl. La loro critica è però sempre la stessa, accecata sempre dalle stesse passioni, senza mai alcun valore scientifico. Tutto il loro metodo si riduce a separare le sentenze del Machiavelli dalle condizioni in cui furono pensate ed esposte, dallo scopo che avevano, considerando e giudicando come massime di morale assoluta, quelle che sono norme di condotta politica, e così vengono alterate in modo da non poterle più riconoscere. Certo si può discutere, si può trovar modo di combattere uno scrittore, il quale dice: in politica, in diplomazia è lecito qualche volta mentire; in uno Stato gettato nel disordine dalla violenza dei partiti e delle ribellioni, si possono, debbono usar la forza, la violenza, anche l'inganno, per rimetterlo in condizioni normali; il Principe deve, se anche non crede alla religione, fingere di credervi e rispettarla. Ma se, per meglio combattere queste sentenze, si fa, in termini generali, dire allo scrittore, che bisogna mentire, ingannare, esser crudele, e finger di credere quello che non si crede o si disprezza, allora cessa la possibilità d'ogni discussione, e si ha facile vittoria contro un mostro, che però esiste solo nella immaginazione del critico. Questo è quello che assai spesso si fece contro il Machiavelli, e non senza fortuna, riuscendosi a farlo passare presso i più per un nemico della morale, della religione e della giustizia, animato da una sola passione: l'odio del bene.

Mentre però si continuava questa facile e fortunata crociata, seguiva un fatto singolare, che obbligava a riflettere. Le edizioni e le traduzioni del Principe si moltiplicavano, ed il libro faceva grande cammino nel mondo. È certo che Carlo V lo studiava con diligenza, che i suoi cortigiani e suo figlio lo leggevano.[615] Il cardinal Polo lasciò scritto, che Tommaso Cromwell, l'accorto, audace e potente ministro di Enrico VIII d'Inghilterra, gli espresse la sua grande ammirazione pel Principe, dicendo d'averlo preso a guida della propria condotta politica. E sebbene la verità di questa asserzione sia stata recentemente negata, pure l'essere essa stata creduta e ripetuta da storici autorevolissimi, è un'altra prova della opinione universalmente accolta, che cioè i più celebri politici del secolo XVI studiassero e pigliassero a modello il Principe.[616] Certo è che il cardinale di Richelieu dette incarico di scrivere un'apologia del Machiavelli a Luigi Machon, arcidiacono di Toul. Questi che, contro l'opinione de' suoi concittadini, era un dichiarato fautore della politica d'annessione della Lorena alla Francia, sostenuta dal Cardinale, non potè compiere la sua opera prima del 1643, quando cioè il suo protettore era già morto. Così essa restò non solo inedita, ma per molto tempo anche poco nota, ignorandosene perfino l'autore. Pure sembrò scritta con tanto calore, con tanta eloquenza, che alcuni vollero attribuirla perfino al Pascal. Ora però che è stata da molti esaminata, studiata, in parte anche pubblicata, si può affermare, che non ha nessun valore scientifico, essendo l'opera non di un critico, ma di un avvocato, il quale, difendendo il Machiavelli, voleva difendere la politica del Richelieu. Ed in ciò sta la sua storica importanza.[617] Caterina dei Medici, secondo uno scrittore moderno, fu quella che introdusse la prima volta il Principe in Francia, dove il Machiavelli acquistò una vera cittadinanza, esercitando, secondo l'espressione di un moderno, un'autorità quasi dinastica, nella Corte e nelle guerre di religione.[618] Si affermò ancora che Enrico III ed Enrico IV avevano indosso il Principe quando furono uccisi. Sisto V ne fece di sua propria mano un sunto.[619] Il fatto certo è che gli uomini di Stato leggevano allora con avidità il Machiavelli, perchè in lui trovavano il solo scrittore, che parlasse un linguaggio che rispondeva alla realtà delle cose, e desse consigli i quali riuscivano davvero praticamente applicabili nella condotta generale dei grandi affari politici. Tutti coloro che, in un modo o nell'altro, consapevolmente o inconsapevolmente, lavoravano alla ferma costituzione ed alla durevole indipendenza del nuovo Stato, dovevano riconoscere che esso s'andava costituendo sulle rovine del Medio Evo, per opera di principi quali appunto il Machiavelli li aveva descritti. Chiara appariva allora l'altezza del suo genio politico, trovandosi in lui solamente la vera spiegazione, e fino ad un certo segno anche la storica giustificazione della realtà in mezzo alla quale si viveva. E quando a questa corrispondenza del libro colla realtà, anzi in conseguenza di essa, si aggiunse la continua lettura che ne facevano allora i più grandi uomini di Stato, e la esplicita ammirazione che perciò professavano al suo autore, si finì col credere che tutto quello che allora seguiva in Europa, era conseguenza delle dottrine esposte nel Principe. E ciò appunto doveva procurare al Machiavelli un'altra serie di non meno implacabili e più formidabili nemici.

Quando il potere regio fu assicurato e l'unità dello Stato consolidata in Europa, cominciò subito la lotta di coloro che volevano mettere un freno al dispotismo crescente, per salvare la libertà politica e l'indipendenza delle coscienze. Il Machiavelli s'era nei Discorsi occupato solo della prima, lasciando sempre da parte il problema della libertà di coscienza, e nel Principe aveva soprattutto dimostrato la necessità di sospendere ogni franchigia per poter costituire lo Stato. Egli doveva quindi facilmente apparire allora, come il sostenitore del dispotismo; fu infatti odiato da tutti coloro che combattevano per le nuove libertà. E vediamo quindi entrare in lizza i protestanti, specialmente in Francia, dove allora si trovavano in lotta colla monarchia, cui domandavano la libertà di coscienza. Essi odiavano il Machiavelli, che era tenuto ispiratore della politica della Corte, e che sapevano poco fervido cristiano, indifferente verso la religione, di cui aveva parlato solo come mezzo di governo.

Primo di tutti fra costoro si presenta Innocenzo Gentillet, il quale, attribuendo alle dottrine del Principe le stragi della notte di San Bartolommeo, e scrivendo sotto l'azione di un tale convincimento, assaliva senza pietà il Machiavelli, che chiamava ce chien impur. Sebbene il Gentillet abbia uno scopo assai diverso, anzi contrario a quello dei gesuiti, pure egli in sostanza segue la loro stessa critica. Riduce cioè le parole del Machiavelli a sentenze generali di condotta morale, dopo di che gli è facile accusarlo d'immoralità, d'iniquità. E non basta, perchè gli nega anche l'ingegno. La sua politica, egli dice, non arriverebbe mai allo scopo che si propone: non conobbe che i piccoli Stati in dodicesimo dell'Italia, e gli mancò quindi una vera cognizione della storia e del mondo: De jugement naturel, ferme et solide, Machiavel n'en avait point.[620] Pure una critica così superficiale, nè punto nuova, fece allora grande fortuna, perchè rispondeva ad un nuovo bisogno dei tempi. Essa, è vero, ripeteva cose vecchie, ma con uno scopo affatto diverso, a difesa cioè della libertà religiosa, non del dispotismo teocratico; e però il libro del Gentillet venne subito imitato, copiato da molti. Così il Machiavelli si trovò assalito con le stesse armi dai gesuiti e dai protestanti, dai sostenitori del dispotismo e dagli amici della libertà.

Ma il primo degli avversarî, che ebbe un ingegno veramente originale, fu Giovanni Bodino, il celebre autore del libro De Republica, in cui il Machiavelli è continuamente preso di mira. Il Bodino non è un protestante; ma si connette con lo spirito della Riforma, sebbene da un altro lato sia ancora legato al Medio Evo. Egli oscilla fra il metodo storico ed il metodo scolastico-teologico, fra l'esperienza e le scienze occulte, con le quali ultime pretende qualche volta di spiegare le rivoluzioni politiche. In sostanza il Bodino si proponeva di far quello appunto che il Machiavelli aveva dichiarato inutile e puerile, costruire cioè uno Stato a priori; esaminare non quel che fanno gli uomini, ma quel che dovrebbero fare, e persisteva nelle sue teorie, che credeva sostenute dalla ragione, anche quando non poteva metterle d'accordo colla storia e colla realtà. Si credeva predestinato a fondare la politica sulla morale cristiana, facendo del sovrano un modello di virtù. Con tali idee egli doveva di necessità trovarsi in contradizione col Machiavelli; ed infatti egli continuamente assale «questo tristo uomo, che è venuto in voga fra i cortigiani, e mena vanto del suo ateismo. Coloro i quali sanno veramente ragionare degli affari di Stato, converranno però che egli non si addentrò mai nelle profondità della scienza politica, la quale non consiste in quelle furberie tiranniche, andate da lui cercando in tutti gli angoli d'Italia. Il suo Principe innalza fino al cielo, e prende a modello dei re il più sleale figlio di prete, che sia mai esistito al mondo, e che, non ostante tutta la sua accortezza, precipitò vergognosamente qual furfante che era. Così è sempre avvenuto ai principi che ne hanno seguito l'esempio, andando dietro ai precetti del Machiavelli, il quale pone a fondamento della sua repubblica l'empietà e l'ingiustizia.»[621]

Insieme col Bodino possiamo citare anche Tommaso Campanella, filosofo di molto ingegno, che cospirò in Calabria contro il dispotismo spagnuolo, e sopportò con eroismo una prigionia di molti anni, una tortura prolungata e crudelissima. Anch'egli ogni volta che incontra il Machiavelli, lo morde ferocemente. Il Campanella era frate domenicano, nemico degli eretici, che voleva estirpare; autore della Città del Sole, che è un'utopia filosofica, della Monarchia di Spagna e della Monarchia Messianica, altre due utopie, con la prima delle quali sosteneva il dominio universale della Spagna, che poi sottoponeva nella seconda alla Chiesa universale. Ci vuol quindi assai poco a capire che doveva essere nemico del Machiavelli: infatti lo chiama sempre tristissimo uomo, inventore della ragione di Stato, che sostituisce l'interesse del sovrano a quello del popolo, e segue l'egoismo invece d'uniformarsi alla schietta giustizia, la quale guarda alla ragione universale, eterna.[622]

Così la questione del Machiavelli era pei protestanti e pei cattolici, pei filosofi e pei teologi divenuta un caso di coscienza. Molti credevano che per assalirlo non fosse neppur necessario leggerne le opere. Egli era il tristo, l'eretico, il cane impuro, l'ateo che conduceva a rovina la società e chiunque lo seguiva. E sebbene una tale critica non avesse ombra di carattere scientifico, continuò tuttavia a trovare seguaci fino ai nostri giorni. Citiamo un ultimo e più recente esempio. Il signor Barthélemy Saint-Hilaire ha premesso alla sua traduzione della Politica d'Aristotele una prefazione.[623] In essa si dichiara partigiano deciso di Platone, «che fondò la politica sulla morale,» e condanna Aristotele, «che volle invece fondarla sui fatti e sulla storia, la quale sollevò all'altezza d'un metodo. Polibio andò oltre per questa via, arrivando sino all'empirismo, col quale apparecchiò il terreno al Machiavelli, che merita addirittura l'obbrobrio universale. I personaggi che questi prende a modello, Alessandro VI e Cesare Borgia, sono dei mostri, ed egli approva senza esitare lo spergiuro, il veleno, l'assassinio. Pour peindre d'un mot tout cette politique, c'est le génie appliqué à la scélératesse.» Il dotto scrittore esalta lo stile del Machiavelli al di sopra d'ogni elogio, e conclude dicendo: «che se nelle opere di lui, alla parola succès si sostituisse le bien, allora veramente ci sarebbe molto da imparare intorno agli affari. Ma in sostanza, il metodo storico che aveva portato qualche conseguenza dannosa in Aristotele, che in Polibio viene esagerato, non ha più nel Machiavelli nè freno nè pudore. Ciò che principalmente a lui manca sono le idee generali. Del resto qualunque sieno i suoi meriti, la sua politica rimarrà per sempre disonorata. E di ciò due sono le cagioni: la perversità del cuore ed il cattivo metodo, che egli non ha neppure inventato, ma solo spinto agli estremi.»[624] Noi abbiamo già detto, che il carattere d'un uomo non è stato, nè sarà mai un criterio sufficiente a spiegare e giudicare il suo sistema scientifico. Basta forse a condannare la filosofia di Bacone da Verulamio il suo carattere immorale? E quanto al metodo, il Barthélemy Saint-Hilaire è addirittura fuori di strada, essendo troppo manifesto che quello di Aristotele solamente, non quello di Platone, poteva riuscire, come riuscì di fatto, a creare la scienza politica, la quale se non si fonda sulla esperienza e sulla storia, rimane sospesa in aria. Così noi troviamo anche qui ripetute vecchie ed ormai insostenibili accuse, che rendono il dotto Francese del pari ingiusto verso Aristotele e verso il Machiavelli.

Ma a questo toccava di peggio. Finora i soli che abbiamo trovati a lui favorevoli, sono stati alcuni sovrani o i loro ministri. Ben presto anch'essi cominciarono a volgerglisi contro. Col cadere del secolo XVI le condizioni politiche dell'Europa mutavano di nuovo, ed il sovrano trovavasi nel proprio Stato in una posizione sostanzialmente diversa da quella tenuta nel Rinascimento. Non si trattava più di conquiste contro il feudalismo già domato, contro piccole repubbliche e governi locali già scomparsi; il potere sovrano non era più oscillante ed incerto, ma stabilmente assicurato alle dinastie regnanti. Intanto sorgeva nelle monarchie un popolo nuovo, a cui i re sentivano bisogno di avvicinarsi, per trovare aiuto nella lotta contro l'aristocrazia, nelle guerre che facevan tra loro; per ricever forza dal benessere, dall'incremento morale, civile, industriale di tutti. E così si apparecchiava la via a quelli che furono nel secolo XVIII chiamati principi illuminati e riformatori. Essi sentivano ora di dover essere il capo e la guida dello Stato, i rappresentanti del popolo, i sostenitori o promotori de' suoi veri interessi; non potevano, non volevano quindi più vedere nel Principe, la loro immagine. Questo sovrano che sembrava confondere lo Stato con la sua persona; occuparsi solo di consolidare il proprio potere; presumer di dare al popolo la forma che più a lui piaceva, più a lui conveniva, si presentava ai loro sguardi come la negazione della vera e giusta politica, fatta a vantaggio delle moltitudini, secondo le norme della nuova filosofia. E così anche i re ed i loro ministri divennero finalmente nemici del Machiavelli.

C'è una traduzione francese del Principe, stampata in Amsterdam nel 1683, ed un esemplare di essa fu annotato di mano della ex-regina Cristina di Svezia. L'occhio corre avido a leggere queste note finora inedite, scritte in un francese assai svedese, da una donna culta e d'ingegno, che fu a capo d'uno Stato forte e d'un popolo valoroso; che menò una vita piena delle più singolari vicende; che abbandonò prima la corona, poi la religione de' suoi padri, e si fece cattolica; che non fu senza capacità politica, e non ebbe molti scrupoli; che si macchiò, quando non era più sovrana, del sangue d'un uomo che aveva amato, e finì ritirata in Roma fra gli artisti, meditando sul Principe del Machiavelli. La sola conseguenza che si possa però cavare dalla lettura di quelle note, è che la Regina viveva in un periodo di transizione, e che però la sua mente oscillava incerta fra quell'ammirazione che Carlo V e Richelieu avevano avuta pel Machiavelli, e l'avversione che dovevano fra poco avere per lui i principi riformatori. Ella senza dubbio ammira il Principe, e di continuo scrive nei margini: Que cela est bien dit! — Que ceci est beau et vrai! — Vérité incontestable! — Maxime admirable! — Spesso però respinge sdegnosa altre sentenze. Quando il Machiavelli scrive, che chi vuole esser leale fra molti tristi, trova la sua rovina, ella esclama: «Che importa? Non v'è interesse più grande, che quello di mantenere la propria parola.» Ed altrove: «Io dubito che l'impero del mondo valga un tal prezzo.» Ma poi si va di nuovo lentamente riavvicinando al Machiavelli, e quando questi racconta le uccisioni commesse dal Valentino in Romagna, ella riconosce che furono scelleraggini; ma freddamente aggiunge: «Vi sono altre vie più nobili e più sicure per disfarsi di qualcuno.» Conviene che la forza e le armi sono i soli mezzi che in politica riescano sempre, e quando il Machiavelli loda in termini generali la capacità e l'ardire di Valentino, ella scrive subito: «Grandi qualità! Io non ne dubito punto.» Ha molta ammirazione anche per Alessandro VI, «che fu un gran papa, checchè se ne dica.» E queste oscillazioni continuano sino alla fine. Qualche volta afferma nobilmente: «Non v'è grandezza che meriti d'esser comprata a prezzo di delitti; non si è mai grandi nè felici a questo modo; di rado i malvagi godono della loro fortuna.» Ma quando il Machiavelli discorre delle crudeltà da lodarsi o da biasimarsi, secondo che sono bene o male usate, allora l'ex-regina non resiste, e scrive in margine — Cela n'est pas mal dit. — E poco dopo riconosce, che «senza dubbio vi sono, in politica come in chirurgia, mali che si guariscono solo col sangue e col fuoco.»[625]

Tutte queste incertezze scompariscono nel linguaggio d'un altro sovrano, venuto più tardi, ed assai superiore per ingegno e carattere politico alla regina di Svezia. Federigo il Grande di Prussia scrisse nella sua gioventù una Réfutation du Prince de Machiavel, pubblicata ai nostri giorni nella sua forma originale, ma che era già nota, per essere stata nel 1710 pubblicata dal Voltaire, riveduta e corretta da lui, col titolo: L'Antimachiavel. Il futuro Re si scaglia con tutto l'impeto del suo carattere, contro il Machiavelli, e facendosi difensore dell'onore oltraggiato dei sovrani, dice che il libro del Principe può ritenersi come lo scritto d'uno che voglia insegnare ai ladri ed agli assassini. Esaminando una ad una le principali massime del Machiavelli, le isola, come fecero il Possevino, il Gentillet e tanti altri, dalle condizioni in cui furono scritte, dallo scopo che avevano, considerandole al solito come regole generali e incondizionate di condotta, come norme di morale, e così, al pari de' suoi predecessori, ne ha subito facile vittoria; nè si avvede che in questo modo combatte non il Machiavelli, ma un personaggio fantastico di sua creazione. Egli difende con calore la lealtà, la giustizia, l'onore, che debbono essere le virtù proprie dei sovrani, e conclude al solito, che una politica come quella consigliata nel Principe condurrebbe a certa rovina chiunque volesse seguirla. Una così esplicita condanna, pronunziata da un uomo che fu poi un grande genio politico e militare, il vero fondatore della monarchia prussiana e della sua potenza, doveva certo avere un grandissimo peso a danno del Machiavelli.[626]

Se non che si presentava molto naturale una domanda: quali norme seguì poi Federigo nella sua condotta politica, quelle del Machiavelli o quelle dell'Antimachiavelli? E la risposta non poteva essere dubbia. L'assalto inaspettato ed ingiustificato contro Maria Teresa; la conquista della Slesia; le alleanze tante volte fatte e disfatte, senza scrupoli e senza fede, provavano con ogni evidenza che egli fu nei suoi atti uno dei più fedeli seguaci di quelle dottrine del Principe, che con tanta acrimonia aveva combattute a parole. La sua biografia dimostra con lampante evidenza che, sapendo seguire i consigli del Machiavelli, non si va poi necessariamente a rovina; si può anzi fondare la gloria e la grandezza del proprio Stato; essere ammirato, quasi idolatrato dal proprio popolo, durante la vita e dopo la morte. Perchè dunque aveva il gran Re tenuto un linguaggio da lui stesso così manifestamente smentito coi fatti? Si fecero al solito mille ipotesi. Si disse che il suo alto ingegno vedeva il bene, ed il suo tristo carattere seguiva il male; si disse che l'avere egli scritto L'Antimachiavelli fu un atto del più consumato machiavellismo, con cui voleva farsi credere diverso da quel che era, per poi potere sul trono riuscir meglio nei suoi intenti. Ma queste sottigliezze non erano del suo carattere, e sono smentite nelle sue lettere, dalle quali invece apparisce che il suo sdegno contro il Machiavelli era sincero. Noi crediamo che la vera spiegazione sia molto più semplice.

Il carattere, le condizioni morali e politiche dei sovrani nei loro propri Stati apparivano allora, come abbiamo già detto, assai mutate da quel che erano state al tempo del Machiavelli. Ciò che costituisce davvero la storica grandezza di Federigo di Prussia, e ne fa, nonostante le sue colpe, un grande uomo ed un gran re, è il profondo sentimento che lo immedesimava col suo popolo. Innanzi alla battaglia di Rossbach, egli scriveva al suo primo ministro: «Se venissi fatto prigioniero, ordino che, sotto il comando di mio fratello, sia continuata la guerra, come se io non fossi mai esistito a questo mondo. Egli ed i ministri saranno tenuti a rispondermi sul loro capo, che non si penserà a nulla concedere pel mio riscatto.» Un uomo animato da questo sentimento profondo di sacrificare tutto sè stesso alla grandezza, alla gloria del suo popolo, del suo Stato, della sua patria, sebbene ad ottenere un tale scopo non si fosse lasciato mai fermare da veruno scrupolo di coscienza, doveva sentire uno sdegno invincibile contro uno scrittore, che a lui sembrava presentar come imitabile modello l'immagine d'un principe, che voleva sottomettere lo Stato, il popolo, ogni cosa al suo solo personale arbitrio. E se anche Federigo s'ingannò nel suo giudizio, ciò non esclude punto che il suo sdegno fosse sincero, quando diceva: «Il Machiavelli non ha compreso la vera natura del sovrano, il quale deve preferire a tutto la grandezza e la felicità del suo popolo. Invece di essere il padrone assoluto di coloro che son sotto il suo dominio, egli ne è il primo servitore, e deve essere lo strumento della loro felicità, come essi sono lo strumento della sua gloria. Che cosa divengono allora tutte le idee di ambizione personale e di dispotismo? Ecco quello che rovescia dalle fondamenta il libro del Principe, e ricopre di vergogna il Machiavelli. Secondo lui, le azioni più ingiuste e più atroci divengono legittime, quando hanno per iscopo l'interesse e l'ambizione. I sudditi sono schiavi, di cui la vita e la morte dipendono dalla volontà del sovrano, presso a poco come gli agnelli d'una mandra, il latte e la lana dei quali sono destinati all'utilità del padrone, che li fa anche scannare, quando gli torna comodo.»[627]

Educato dalla filosofia umanitaria del secolo XVIII, sebbene d'un carattere violento, ambizioso e niente scrupoloso; ignaro della storia e della letteratura italiana; non avendo neppur letto le altre opere del Machiavelli, a Federigo era impossibile capire il vero significato del Principe, sorto nella mente dell'autore a similitudine dei tiranni del Rinascimento, i quali costituivano l'unità dello Stato e del popolo, sottoponendoli colla violenza alla propria ambizione. Egli non si avvedeva, non capiva, si sarebbe anzi sdegnato e ribellato contro chi gli avesse voluto dimostrare che Il Principe del Machiavelli era stato il precedente storico, necessario del sovrano del secolo XVIII. Pure in nessuno più che nel gran re di Prussia la stretta parentela dei due personaggi appariva evidente, e nessuno più di lui seppe cavar profitto dalle massime che aveva condannate. Nel suo proprio caso egli credeva di certo giustificate quelle massime dallo scopo che aveva, e dalla ineluttabile necessità di praticarle a benefizio dello Stato; ma questo era anche il modo con cui il Machiavelli le aveva giustificate nel Principe. Fin dai primi del secolo XVI questi aveva chiaramente compreso, che la nuova tirannide sarebbe stata un apparecchio alle nuove libertà, e dal Principe contemporaneo aveva profeticamente veduto discendere il futuro sovrano riformatore. Un tale concetto, è ben vero, egli lo accennò nei Discorsi assai più spesso che nel Principe; ma nell'ultimo capitolo di questo è tuttavia esposto chiarissimamente, in quella esortazione nella quale il pubblico bene sorge e s'innalza al di sopra di tutto, come fine ultimo dell'opera. Ma Federigo, arrivato a questo punto, sospende a un tratto il suo giudizio, e si tace, perchè l'esame della esortazione avrebbe anche a lui fatto capire, che la sua critica senza sicuro fondamento, cadeva per terra. In verità, date le cognizioni storiche e letterarie assai limitate del gran Re, che del Machiavelli aveva letto solo il Principe; dato il sentimento che egli aveva dei doveri del sovrano; date le premesse erronee da cui partiva, tutto il resto era una conseguenza logica, necessaria, che non deve recarci nessuna maraviglia. Così potè avvenire che, mentre la sua vita è il più chiaro comento, la più sicura conferma delle verità esposte nel Principe, l'Antimachiavelli n'è invece solamente una parodia superficiale. Ebbe perciò ragione il Mohl, quando disse, che lo scritto di Federigo «non è una critica, ma un malinteso, perchè egli combatte una sua propria creazione, e quindi non si è con lui molto severi se si dice, che il suo è un lavoro da scuola sopra un argomento mal compreso.»[628] Si può aggiungere tuttavia che l'Antimachiavelli rimane, ciò nonostante, un documento storico di grandissimo valore, perchè, se fa poco onore allo scrittore, che non capì il Machiavelli, ne fa invece molto al sovrano, che fin dalla sua gioventù, sentiva l'altezza della propria missione nel mondo.

Nell'esame di questi così varî giudizî, non bisogna mai dimenticare, che se tutte le scienze che si chiamano morali, sono in una stretta relazione con la società in mezzo alla quale nascono e si svolgono, più di ogni altra è soggetta a questa legge la scienza politica. Rispetto ad essa infatti, mutano non solo le idee, le cognizioni e il modo di pensare di coloro che la trattano; ma muta ancora il soggetto di cui essa si occupa, che è per l'appunto la società umana. E quanto al Machiavelli, il fatto diviene anche più visibile, perchè, come vedemmo, i suoi scritti s'immedesimano per modo con la società e i tempi in cui egli visse, che le sue dottrine assumono qualche volta un valore così obiettivo, da apparire addirittura come un prodotto impersonale, fatale della storia. E questo ci spiega perchè anche gli uomini di Stato lo giudicarono tanto diversamente, secondo la diversa condizione in cui si trovarono. Carlo V e Richelieu ammiravano molto il Principe, a cui si sentivano ancora assai vicini; Federigo II, che si trovava in una condizione sociale e politica affatto nuova, lo biasimava. Napoleone I, che era di un carattere ben diverso, si trovò in condizioni non molto lontane da quelle osservate, studiate dal Machiavelli, e lo ammirò. Egli fu veramente un principe nuovo, che tutto dovè alla fortuna, al proprio coraggio ed ingegno; un usurpatore sorto per storica necessità a levare la Francia dal caos in cui l'aveva gettata la Rivoluzione. Il sentimento dominante di Federigo, quello che ne determinava il carattere politico, era la sua immedesimazione con lo Stato e col popolo, in mezzo a cui era nato, per cui doveva e voleva vivere, e di cui diceva d'essere il primo servitore. Napoleone I, invece, comandava e guidava popolazioni alle quali spesso si sentiva affatto estraneo. Le sue stesse parole qualche volta dipingono mirabilmente questa sua condizione. — Mais après tout, un homme d'État est-il fait pour être sensible? N'est-ce pas un personnage complètement excentrique, toujours seul d'un côté, avec le monde de l'autre?[629] — Non solamente tutta la sua vita ci dimostra una continua applicazione delle teorie del Principe; ma spesso anche egli manifesta opinioni, sentimenti che sembrano imitati dal Machiavelli. Anche Napoleone aveva un'assai cattiva opinione degli uomini, ed era convintissimo che seguivano sempre e solo l'interesse personale.[630] Che poi la condotta dell'uomo di Stato dovesse essere giudicata con norme sue proprie, diverse affatto da quelle della vita privata, era per lui un altro assioma. «Le sue azioni,» egli diceva, «che, considerate assolutamente, il mondo così spesso biasima, formano parte integrante della grande opera, che sarà poi ammirata, e che sola può farle giudicare. Innalzate la vostra immaginazione, guardate più avanti, e vedrete che quei personaggi, i quali vi paiono violenti, crudeli e che so io, non sono altro che uomini politici, i quali sanno rendersi padroni delle loro passioni, e calcolar meglio gli effetti delle loro azioni.»[631] Leggendo questo ed altri suoi simili discorsi, si vede assai chiaro come e perchè egli fosse così grande ammiratore di quel Machiavelli che Federigo tanto biasimava.[632]