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Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III cover

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III

Chapter 60: 7
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About This Book

L'autore ricostruisce la figura politica e intellettuale di Niccolò Machiavelli collocandola nel vivo contesto politico, culturale e diplomatico dell'Italia del primo Cinquecento, confrontando corrispondenze e documenti inediti e valutando nuove ricerche. Discute il confronto tra biografie che privilegiano la vita privata e approcci che sottolineano l'attività pubblica, sostenendo la necessità di leggere le opere alla luce delle responsabilità statali. Dedica ampio spazio alla corte e alla politica di Leone X, al suo mecenatismo, ai funzionari e ai circoli letterari che influenzarono l'epoca, e all'effetto di questi fattori sulle azioni e sugli scritti del protagonista.

Al Magnifico Messer Francesco

Vettori come honorando fratello,

ec., in Firenze.

DOCUMENTO XVIII. (Pag. 333)

Lettera di Filippo de' Nerli a Francesco del Nero. Modena, 1 marzo 1525.[605]

Spectabilis vir tanquam frater honorande. Alla lettera vostra de' ventuno del passato non mi occorre fare altra risposta, se non farvi intendere come il mandato de Dati di Bologna, che venne qui ad fare el pagamento che voi sapete, harà potuto vedere quello che io habbi facto per lui, et quanto la lettera vostra gli habbi giovato; alla relatione del quale in tutto mene rimetto.

Essendo el Machia ad voi parente et amico, et ad me amicissimo, non posso fare che con questa occasione che voi mi havete data di scrivervi non mi condolga con voi di quello che ogni dì mi viene di lui agli orecchi, che a questi dì et in questo carnovale ne ho havuto tante querele, che più non mene toccha di tutti e' malefitii di questa città; et se non fussi che queste gran cose, quasi incredibile, che sono ite atorno in questi dì, in questa povera provincia, hanno dato materia di parlare d'altro che di chiacchiere, sono certo che non si parlerebbe d'altro che di lui, considerato un padre di famiglia di quella qualità andare alla staffa, che non voglio dire di chi, et ha facto una commedia che vi è su di belle cose, secondo che io intendo. Hora mai, Francesco mio, noi ce ne rimarreno nella fossa. Et non prima o pure io vi voglio preghare, che dove voi potete rimediare a queste cose lo facciate, sanza allegarne me altrimenti; et lo pregherrete per mia parte, che sia contento di rispondere ad una mia lettera, mandandomi con epsa la commedia che si recitò a l'orto del Fornacaio. Et per hora non mi occorre altro. Raccomandatemi a' dua mia compari honorandi, co' quali so che siate spesso, quali sono Francesco Vettori et Philippo Strozzi, et similmente al Machia et a Donato infinite volte, et io ad voi mi raccomando ed offero, per quanto posso et vaglio, che Christo sano et felice conservi.

Di Modona, addì primo di marzo MDXXV.

Uti frater
Philippus de Nerlis gubernator.

Spectabili viro Francesco Del Nero

uti fratri carissimo, Florentie.

DOCUMENTO XIX. (Pag. 339)

Minute di lettere, patenti ed ordini scritti dal Machiavelli, come cancelliere dei Cinque Procuratori delle mura.[606]

Yhs Maria

Al nome di Dio et della gloriosa Vergine Maria et di Santo Giovanni Batista advocato et protectore della nostra città. In questo libro si scriveranno le copie di tucte le lectere che gli spectabili procuratori delle mura della città di Firenze scriverranno in qualunque luogo et a qualunque persona. I quali spectabili conservatori presono l'uficio loro adì.... d'aprile[607] 1526, et debbono stare in oficio uno anno, da cominciare decto dì et da finire come segue: i nomi de' quali sono questi:

  • Il Magnifico Ippolito di Giuliano de Medici,
  • Gherardo di Bertoldo Corsini,
  • Raffaello di Francesco Girolami,
  • Luigi di Piero Guicciardini,
  • Dino di[608] Miniati.

1

M.D.XXVI A dì 24 d'aprile.
Scripsono a Giuliano loro ingegnere a Roma nella infrascritta sentenza:

Che si era vista la sua lettera, et come in prima facie il suo disegno ci spaventava per la grandeza sua; nondimeno ci pensereno, et, havendo a mandare al papa il disegno della città et del paese, che allhora con quello si scriverrebbe più appieno la opinione nostra.

2

Scripsono decto dì a Galeotto de Medici oratore a Roma nella infrascritta sentenza:

Che ci piaceva la provisione haveva fatta il papa di mandare Antonio da Sangallo in Lombardia: et come Baccio Bigio sarà tornato si ordinerà che si faccia il disegno, et si manderà subito col parere nostro ancora. Et perciò si lascerà indietro pensare per hora al quartiere di Santo Spirito, et pensereno solo al di qua d'Arno, et ci risolviamo cominciarci alla Porta alla Giustitia et al Canto del Prato, o vero alla Porticciola delle Mulina. Non ci pare da toccare Sangallo, perchè havendo a muovere quivi il letto di Mugnone, et per questo offendere qualchuno, non ci pare da farlo hora, per non dare che dire ad alcuno; ma, cominciata che fia la opera, non si harà rispecto, et chi fia tocco harà patienza. Et come questa medesima ragione ci teneva ad non pensare per hora a' danari; ma che ci pareva da spendere di quegli per hora che il dipositario ha in mano, et di quelli che il papa volessi in questo principio sborsarsi, come ne ha oferto etc.

3

A dì primo di giugno.
A Galeotto de Medici oratore a Roma.

Avanti hieri ricevemo la vostra de' 28 del passato, responsiva alla nostra de' 24.[609] Commendiamo in prima assai la diligenza vostra, et ci piace che a Nostro Signore sodisfaccino i rispetti habbiamo nel cominciare questa opera, sanza dare disagio ad alcuno, per non la fare odiosa prima che la sia per experienza cognosciuta et intesa. Vero è che noi non possiamo darle altro principio che ordinare la materia infino a tanto che noi non siamo resoluti della forma che hanno ad havere questi baluardi, et del modo del collocargli; il che non ci pare potere fare se prima non ci sono tutti questi ingegneri et altri con chi noi voglamo consiglarci. Et benchè il signore Vitello venisse hieri in Firenze, et che ci si aspetti fra duoi giorni Baccio Bigio, è necessario anchora che venga Antonio da Sangallo, del quale non habbiamo adviso alcuno. Et da poi che per commissione di Nostro Signore egli è ito veggiendo le terre fortificate di Lombardia, giudichiamo essere necessitati ad aspettarlo, perchè altrimenti questa sua gita non ci porterebbe alcuna utilità. Però con reverenza ricorderete a Nostro Signore che lo solleciti. Et qui il R.mo legato ha scritto a Bologna a quello governatore che, intendendo dove e' si truovi, lo solleciti allo expedirsi. Et gli rispetti che si hanno ad havere nel murare al Prato o alla Giustitia, alle parti del di là d'Arno et a' riscontri de' monti, secondo che prudentemente ricorda Nostro Signore, si haranno tutti. Et così non siamo per mancare in qualunque cosa di diligenza, quando non ci manchi il modo a farlo; perchè il depositario ci ha facto qualche difficultà in pagare una piccola somma gli habbiamo infino a qui tracta, et crediamo per lo advenire sia per farla maggiore, allegando non havere danari per questo conto. Pertanto ci pare necessario che Nostro Signore ordini che noi ce ne possiamo valere. Et volendo la Sua Santità aiutarci d'alcuna cosa, sarebbe approposito hora, et farebbe molti buoni effecti. Et siamo ogni dì più di opinione che non sia bene toccare in questo principio le borse de' cittadini con nuova graveza. Perciò farete bene intendere questa parte alla Sua Santità. Et quanto al modello de' monti che Sua Santità desidera, come per altra si dixe, quando Baccio Bigio ci fia, non si perderà tempo, acciò il più presto si può se gli possa mandare, nè per noi si manchi di alcuna diligenza in tucto quello si debbe. Et perchè siamo di parere che, fatta la ricolta, si comincino i fossi per tucto di qua d'Arno, ciò è dalla parte de' tre quartieri, habbiamo scritto a tutti i podestà del nostro contado, che scrivino, popolo per popolo, quanti huomini fanno da 18 ad 50 anni, et che ne mandino nota particulare. Et si è anticipato, acciò ch'eglino habbiano tempo a fare questa descriptione appunto, et che noi possiamo, fornita la ricolta, entrare in simile opera gaglardamente.

4

A dì primo di giugno.
A tutti i podestà del contado di Firenze.

Perchè noi voglamo per buona cagione havere notitia degli huomini che fa tucta cotesta tua potesteria, desideriamo che il più presto puoi, usando quanta diligenza ti è possibile, ci mandi una nota di tucti quelli che vi sono da i diciotto a' cinquanta anni; et terrai questo ordine. Manderai o per i sindachi o per i rectori de' popoli, et insieme con i tuoi messi farai fare a ciascuno, popolo per popolo, la sua listra. Et vedrai nel farla che si notino i lavoratori di terra da quegli che fanno l'altre arti; nè lascierai indietro pigionali o altri habitanti in detti popoli: et riductogli tucti in un quaderno con questa distintione, ce lo manderai. Di nuovo ti ricordiamo la diligenza, acciò che noi ci possiamo tenere sodisfacti della opera tua.

Tenute et mandate a' dì 6.[610]

5

Patente. Dicta die. Per Giovanfrancesco da Sangallo et Baccio Bigio.

Noi procuratori delle mura della città di Firenze a qualunque vedrà queste nostre patenti lettere facciamo intendere, come ostensore di esse sarà Giovanfrancesco da Sangallo ingegnere et architectore nostro. Al quale havendo commesso ritragga il sito della città di Firenze con il paese circunstante, discosto da essa città circa due migla, voliamo et comandiamo a qualunque in decti luoghi habitante, presti a decto Giovanfrancesco, quanto si appartiene a tale opera, ogni aiuto et favore, lasciandolo passare per ciascuno luogo sanza farli oppositione, et darli impedimento alcuno. La quale cosa farete per quanto stimate la gratia, et la nostra indegnatione temete. Presentibus post duos menses minime valituris. Vale etc.

6[611]

Oratori Florentino Rome, Ghaleocto de Medicis.
Die viij iunii.

Essendo venuto el S.or Vitello in Firenze, come per l'ultima nostra vi scrivemo, et non potendo molto soprastare, ci parve da pigliare consiglio da lui come ci havamo ad ghovernare in questo principio, circa questa nostra muraglia, non obstante che non ci fussi Baccio Bigio nè Antonio da Sanghallo; et andamo parte di noi con lui veggiendo questa parte del Prato Ognissanti, perchè stavamo in dubio se noi cominciavamo dalla Porticciola della Mulina o dal Canto del Prato. Donde che havendo decto Signore in più giorni examinato tutto, si è resoluto che sia bene cominciare in sul canto, allegando che quello baluardo, posto in quello luogho, difenderà le mulina, la bocha d'Arno et la Porta al Prato: il che non potrebbe fare quello che si cominciasse alla Porticciola. Disputossi dipoi se questo baluardo si faceva tondo (come haveva disegnato il conte Pietro Navarra) o vero affacciato. Parveli da farlo affacciato, alleghando che non potendo e' baluardi defendere se medesimi, ma havendo bisogno di esser difesi dalli altri fianchi, ne seguita che quando e' sono tondi, li altri fianchi ne guardono solo uno puncto; ma quando sono affacciati, possono tutte le faccie esser guardate. Disputamo dipoi s'egli era da farlo con le cannoniere da basso et da alto scoperte, secondo il disegno di quelli che si sono facti a Piacenza, o s'egli era da fare coperte quelle di sotto, con palcho o volta che facessi piano a quelle artiglierie che havessino ad trarre di sopra. Parve a decto Signore che si faccia con l'artiglierie da basso coperte, parendoli quelli di Lombardia troppo grandi, et in quello luogho troppo sconcio, et non necessarii, affermando che, quando l'artiglierie coperte hanno quelli sfogatoi che possono havere, queste stanno meglio.

Disegnossi pertanto sopra decto Canto del Prato uno baluardo affacciato, che abraccia una torre, che è in su decto canto; il quale ha le sua maggior faccie lunghe l'una lxxta braccia et le minori circa xx. Et disegnamo che le mura che sono dalla parte di verso la porta, sieno grosse braccia viij, et quelle che sono di verso le mulina, per non potere esser battute, sieno braccia vj. Et dalle mura del baluardo alla torre che rimane drento, sono per tutto quelli spatii che voi potrete vedere per il disegno vi mandiamo con questa. Ha da basso iiij cannoniere, due per fianco; et disegniamo che le sieno alte dal piano del fosso braccia iiij, et che da decto piano le sua mura alte braccia xviij. Et che si gittino archi da[612] la torre al muro nuovo; et sopra quegli archi si faccia un palco che habbia di parapetto due braccia, tanto che l'artiglerie che fieno di sotto hanno di sfogatoio tutto quello spatio, delle xviij braccia che sono alte le mura, che non sarà dal parapetto et dal palco mangiato. Al quale sfogatoio si aggiugne la rarità del palco, et le aperture che si faranno di verso la città, per potere entrare in detto baluardo. Gl'anguli di questo baluardo, come voi vedete, vengono acuti, et noi sappiamo bene che questi anguli sono più deboli che i recti et che gli ottusi: nondimeno si sono fatti così, perchè a volergli fare ottusi ci bisognava entrare in maggiore largheza, et così fatti ci paiono assai forti per havere, quelli duoi maxime che possono essere battuti, dieci braccia di sodo. La torre che resta di mezo disegniamo abbassarla infino al piano del palco, acciò che lo spatio delle artiglerie che hanno a trarre di sopra sia largo. Questo è in effecto come, secondo il consiglo del signore Vitello, ci parrebbe da farlo, di che vi se ne manda il disegno, acciò possiate mostrare tucto a nostro Signore, et intendere la opinione di Sua Santità.

Et perchè ci parve,[613] poi che noi eravamo in quello luogho, examinare el modo di fortificare dalle Mulina alla Porta al Prato, mandiamo el disegno di tutta decta fortificatione, per il quale vedrete come si disegna abracciare la Porta al Prato con uno baluardo chiuso, che non habbia uscita, et la Porta solo serva ad entrare in quello; et per uscire della città si facci una porta di nuovo allato a decto baluardo di verso el Canto del Prato. Disegnasi quella torretta che è nel mezo, infra la Porta et il Canto, bucarla dalla parte di drento, et aprirla um poco da ogni fianco, tanto che duoi vi si possino con li archobusi maneggiare. Disegnasi fasciare le Mulina con uno muro, secondo vedrete in sul disegno, facendo um poco di ricepto fra 'l muro vechio et il nuovo, che tiri artiglierie per li fossi. Pare anchora da fare una piactaforma in mezo, tra le Mulina et il Canto, che giri da ogni banda per il fosso. Disegnasi fare il fosso largo 30 braccia, seguitando el consiglio di Pietro Navarra, che danna i fossi di maggior largheza. Vero è che al signor Vitello pare che ad canto a' fossi sì faccia una via largha almeno x braccia; et che la terra si ha ad cavare del fosso, quella cioè che non si metterà dentro alle mura, per far terrapieno, si metta di là da questa via, et se ne faccia uno argine alto 3 braccia da decta via, il quale argine si spargha in modo verso li campi, che non facci grotta et parapetto alli inimici. Questa via disse esser necessaria per poter girare le mura di fuora, per dare adiuto, et più spatio al fosso; et sempre, respecto all'argine, si potrà da quelli di dentro usare. Et tutte queste cose così disegnate, per farsi hora e ad tempo, sono distribuite in modo che le risponderanno bene a tutte quelle cose che di là d'Arno si edificassino. Questo è tutto quello che si è col signor Vitello ragionato. Farete intendere tutto a N. Signore, adciò che Sua Santità ne dica la sua opinione.

Ricevemo hieri la vostra de' iiij del presente, et quanto al danaio che importa più d'ogni altra cosa, noi vi habbiamo a dire questo: come, considerato li tempi che si apparecchiano et le spese che potrieno sopravenire, noi siamo di quelli che se questa opera si havessi ad cominciare, che consiglieremo che la si soprasedesse, pensando che non fussi bene acchozare muraglia et guerra; ma da poi che la è con tanta demonstratione et expectatione, noi non possiamo consigliare che la si lasci indrieto. Et parrebbeci che questo si potessi fare sanza torre assegnamento di importanza alla guerra, entrando in imprese che si spendessi poco et si facessi demonstratione assai. Questo baluardo che si è disegnato in sul Canto del Prato, non ascenderebbe alla spesa di cinquemila ducati; li quali non si hanno ad spendere tutti ad un tratto, ma in iij o in iiij mesi che penerà ad fornirsi; in modo che, cominciando ad murare questo, et dall'altra parte, facta la ricolta, tenere due o tremila contadini intorno alle mura ad cavare li fossi (come si potrà sanza spesa fare), sarà la demonstratione grande et la spesa poca, nè tanta che l'habbia ad impedire le altre nostre necessità. Hora, piacendo a N. S. questo modo, conviene che S. Santità ordini qui che di quelli tanti danari che habbiamo di bisogno, noi ne siamo provisti, perchè di qualunque luogo e' si habbino ad trarre, o dalla Parte[614] o d'altrove, noi habbiamo bisogno della auctorità sua; maximamente perchè circa 1600 ducati, che avanzavono alla Parte, più settimane sono, pervennono alle mani del depositario, dal quale non si potrebbono sanza la auctorità di quella trarre. Infine, se noi sareno provisti, noi usereno quanta sollecitudine sapreno et potreno maggiore. Ma quando, respecto alli tempi, non si possa, ce ne rapportereno a l'iudicio et prudentia di Sua Santità. Non essendo anchora venuto Baccio Bigio, per avanzare tempo sopra 'l disegno che desidera N. S., habbiamo imposto a Giovanfrancesco da San Ghallo cominci ad levarlo; et venuto Baccio, li accozeremo insieme et acciò che 'l sia più perfecto et possa meglio satisfare.[615]

7

A dì ij di giennaio 1526.

Perchè ci occorre havere bisogno di ......[616] huomini usi a maneggiare la terra, t'imponiamo che con quanta diligentia puoi gli provvegga, et sotto uno capo che gli conduca ce li mandi, et con tale presteza che sieno rapresentati venerdì proximo, che sareno adì 4 del presente, alla porta a San Giorgio, ad uno nostro commissario: il che fa' che non manchi per quanto stimi la gratia nostra. Et fa' loro intendere che saranno qui pagati da noi giorno per giorno, secondo l'opere di questi tempi. Et farai che portino il terzo vangha, il terzo zappa, et il terzo pala. Oltre a di questo comanderai a tutti i tuoi subditi, che ci conduchino fra 3 dì da hoggi, pure alla porta a San Giorgio, una soma di stipa per casa; la quale ancora sarà pagata da noi giusto prezo. Bene vale.[617]

8

A dì 21 di gennaio 1526.

Per ordinare et deliberare alcuna cosa che concerne al bene di questa città, voliamo che subito ricevuta la presente, raguni i capi di cotesta tua podesteria, et facci fare loro uno sindaco, huomo prudente, et quello, il più presto potrai, manderai qui con tue lettere al magistrato nostro. Fa' quanto t'imponiamo, usando grande et buona diligenza. Vale.[618]

9

Abbati Cortusii. Dicta die (26 gennaio 1526/27).

Perchè noi intendiamo come voi havete propinquo al munistero vostro, o vero nella selva di Treggiaia, uno bosco di scope grande da taglarsi, però voliamo che subito vi facciate mettere, et da voi et da lo aiuto di questo tavolaccino presente apportatore, quanti taglatori potete, perchè habbiamo necessità di quella stipa, et vi sarà da noi giusto prezo sodisfacta.[619]

DOCUMENTO XX. (Pag. 344)

Lettera di Iacopo Fornaciaio al Machiavelli. Firenze, 5 agosto 1526.[620]

Carissimo Nicholò, a voi de chontinovo mi rachomando etc. Questa per dare risposta a una vostra, per la quale intendo chome avete venduto el chavalo, e dove ò avere e danari; e somi istati pagati, che tutto istà bene. Anchora per detta intendo chome la Barbera no' v'à mai ischritto, e ch'aresti disiderio intendere chome istà. Di che, subito ebi la vostra, andai a trovare detta Barbera; e di già v'aveva ischritto, e chredo l'abiate auta: e no' potei fare che io no' li dicessi una charta di vilania: i' modo me rispose che si maravigiava di me, e che non aveva uomo che la istimasi più, e che più le potesi chomandare; ma bene che la vi faceva qualche bischencha, per vedere se voi le volete bene. E arebe disiderio voi fusi più presto a Firenze, perchè gli pare, quando voi ci siete, dormir cho gi occi vostri. Ora voi la chonocete megio di me. Non so se s'è da chredegli ongni chosa. E a me si ischusò cho dire non ese istata a Firenze; che di questo so che la dice el vero, perchè io mandai più volte per lei, e subito fu tornata vene a l'orto, perchè v'avevo una romana (sic). E a' mi detto vi schriverà ongni settimana, po' che la vede che voi le vedete volentieri. E pregòmi istrettamente che io ve la rachomandasi, e pregasi non avesi istista con eso lei. Io salutai Rafaelo Chorbinegli per vostra parte, e lui mi dise che se io vi ischrivevo, che si rachomandava a voi, e ch'è tutto vostro. Se io posso qua chosa alchuna, chomandatemi, che voi no' mi potresti fare e magior piacere. Idio vi guardi.

A' dì 5 d'agosto 1526.

Vostro Jacopo di Filipo
Fornaciaio, in Firenze.

Spectabili viro Nicholò Maciavegli,

in chanpo de la Lega.

DOCUMENTO XXI.[621] (Pag. 345)

LETTERE DI ROBERTO ACCIAIUOLI,[622] AMBASCIATORE DI CLEMENTE VII E DELLA REPUBBLICA FIORENTINA IN FRANCIA.

1[623] Al Cardinale di Cortona.

R.me Domine. Io scrivo un poco largo a' Signori Octo, perchè io penso ch'allo arrivar di questa sia scoperta la Lega per tucto, et publicata; et per animarli, accenno dove ci troviamo, quando non ci aiutiamo, perch'io so certo ch'el disegno di Cesare è di andare a Roma et lì fermarsi uno anno o dua, et deporre el Papa et ridurre Toscana in Ducato, et darlo all'Arciduca,[624] et spacciare Ferrara et Mantova, et darli a sua amici, et dipoi spacciare e Vinitiani. Questi ragionamenti hebbe col Re più volte, confortandolo a non s'impacciar delle cose d'Italia, per apartenersi a lui; sicchè non è da dormire, et maxime havendo questo favore et questo appoggio, che vengon tanto di buona voglia quanto è possibile, et io mi trovo qui con gran favore, per haver ferma fede ch'el Papa vadia con animo sincero et stietto verso di loro, et dachè si ha a far la guerra, è bene farla da homini dabene, et in modo che possiamo vincere et non restare a discretione di questi lupi. Alla Ciptà è naturale questa compagnia, et ne possiamo sperare più sicurtà che dalli altri. Vostra Signoria conforti el Papa che, trovandosi horamai scoperto, s'appoggi tucto di qua, perch'io so che ci troverà tal riscontro et tale sicurtà che potrà godersi el suo pontificato et salvare noi.

Costoro ci hanno hoggi domandati, l'Anglico, el Veneto[625] et me, se volendosi partire el Vicerè hora che era excluso dell'acordo per venire in Italia, ci pareva che li dovessi dare licentia, et se ci pareva che si ordinassi a' passi che li corrieri et le lettere non fussin più lasciate passare d'Hispagna in Italia, et così e converso. Habbiamo resposto con molta ragione, non esser per modo alchuno da lasciare venire el Vicerè in Italia, nè che lettere o corrieri vadino a torno, et così ci hanno promesso di fare. Racomando a Vostra Signoria R.ma Que bene valeat.

In Angolem. die XVII junii MDXXVI.

2[626] Alli Signori Octo di Pratica in Firentie.

Magnifici Domini Obser.mi.... Io credo che la tardità delle provisioni che si dovevan mandar di qua in favor dell'impresa, haranno non solamente facto danno alle cose di Lombardia, et causato più lungheza di guerra, ma facto anchora dubitare Nostro Signore et le Signorie Vostre di qualche vacillamento dell'animo et mente di questa Maestà Christianissima, perchè qualunque non vede le vere cause, ragionevolmente ne debba dubitare, et pensarne qualche mysterio diverso dalla verità. Nondimeno io non ho mai visto segno nessuno da farmi mutare di opinione, che tengo dell'animo sincero et fermo di sua Maestà in questa impresa. Et sebene ogni giorno el Vinitiano et io habbiamo importunato et solicitato et monstro li disordini che poteva fare tanta lunghezza, nondimeno, havendo conosciuto le vere cagione, ci siamo più doluti delli sua ministri et executori della sua commissione, che delle deliberatione di Sua Maestà et delli Signori del Consiglio, le quali si son facte in tempo, che, se l'exequtione havessino acompagnate, non si saria soportato questo danno et disagio. Ma havendo trovato le cose del regno al suo ritorno d'Hispagna, et maxime delle gente d'arme, in disordine, et volendo di 4000 lance cassarne una parte, consumorono molti giorni, per non si resolvere bene chi dovessino cassare, chè per non discontentare nessuno diminuirno poi la tertia parte a tucte le compagnie. Et di poi, facta la deputatione de capitani per Italia, et ordinato e quartieri, et spacciatili di Corte, e thesorieri che havevon la cura et a Lione et altrove di pagarli con mala contentezza del Re li hanno stratiati tre settimane. Di che havendo noi hauto notitia dopo qualche giorno da Lione, ce ne siamo forte risentiti et doluti, et al Re è dispiaciuto assai, et subito et per più mandati li ha facti solicitare et expedire, et insino non ci siamo assicurati che habbino hauto el quartiere, non habbiamo cessato d'importunare. Et però Vostre Signorie non si mararaviglino della lunghezza, nè suspectino di mala voluntà; ma l'atribuischino alla propria natura loro et modi di far le faccende, che son quelli che li hanno più volte facti ruinare. Perchè l'animo del Re è tanto inclinato al fare dal canto suo ogni possibile conato et spesa, quanto dir si possa, per vincere questa impresa. Et appresso a Svizeri non ha lasciato indrieto alchuna spetie di favore, per convertirli al venire in benefitio della Lega, come l'avanti lo arrivar di questa Vostre Signorie haranno inteso, perch'io sono avisato da messer capino,[627] che si partiva alli XXVI con 8300 Svizeri, et credo anchora che buona parte delle lance franzese a quel tempo medesimo saranno in Astigiano....

.... Il Re ha qualche aviso, ch'el Principe d'Orange debba passare per la Savoia con una banda di Alamanni, per venire in Italia, et però col Duca ha facto gran querela et protestatione, che non dia passo alli nimici sua, et ordinato al Marchese di Saluzo, che oltre alli 4 mila fanti, che farà a spese comun della Lega, ne faccia ancor 11 mila per suo conto proprio, acciò possa oporsi, bisognando, a decto Principe, dove vedessi di poterseli fare incontro.

Dipoi scripto el disopra, ho parlato alla Maestà del Re, et mi ha decto haver questa mattina scripto al Marchese di Saluzo, che parendoli di haver bisogno di più gente d'arme, che li manderà anchora 200 o 300 lance; et perch'io lo ho confortato al mandarle, credo che questo dì le ordineranno. Et così per tucti e segni si vede Sua Maestà infocata grandemente in questa impresa. Et a noi hanno facto più volte intendere, che noi ricordiano et pensiamo quello che sia per benefitio comune, ch'el Re non è per denegare alchuna cosa.

Nè per la presente occorrendo altro, a Vostre Signorie mi racomando. Que bene valeant.

Ex Ambusa. Die XXXI julii 1526.

3[628] Al Magnifico Luogotenente del Papa, M. Francesco Guicciardini, in Campo.[629]

Magnifico Signor Luogotenente. Io mandai di qua Barranino corriere, alli XXXI passato, et nel plico di Vostra Signoria erano le lettere di Roma aperte, acciò quella vedessi tucto che di qua si scriveva, et risuggellate, le mandassi subito con le altre lettere di Firentie; et alli XXIII havevo spacciato el Targa col medesimo ordine, li quali spacci reputando salvi, non replicherò altrimenti. Ho di poi di Vostra Signoria una de XVIII, et intendo per epsa e disegni vostri, i quali si mostron farsi più per necessità che per volontà. Dio ce ne adiuti, che quando el castello[630] si perda, come di già ce n'è qualche aviso esser seguito, veggo siamo inviluppati in una guerra da consumarci et forse ruinarci. Noi di qua non restiamo d'importunare questi signori, che ne hanno bisogno, non perchè si truovino freddi o mal disposti a questa impresa, ma per haver un modo di negotiare et di exequire da far disperare ogni homo che ha a far con loro, et poco si può havere honore, respecto alla difficultà che ci è nel redurre a fine quello che lor medesimi voglion fare; et poichè hanno dato l'expeditione, son di poi dalli lor ministri stratiati un mese, el che ha causato questa lor lunghezza dell'armata et gente d'arme, le quale troviamo pure che hanno cominciato a marciare col Marchese di Saluzzo; et pensiamo che se non tucte, almanco la sua persona con una parte, possa trovarsi di costà alli X di questo, perchè el Re lo ha forte solicitato da molti giorni in qua, et noi, sendo lontani, non possiamo misurare e passi sua.

Vidi una di Vostra Signoria, per la quale si mostrava che quella era contenta concorrere alli IIII mila fanti, et perchè una parte ne haveva di qua da' monti, et a causa non havessi a perder tempo, el Re li ha mandato di qua li denari per pagarli; et inoltre, parendoli haver bisogno di più somma di fanti, ne facci d'avantaggio dua mila a suo proprie spese. Li IIII mila vanno a comune spese della Lega, et come è decto, el Re li ha mandato e denari, et riterrà la parte et rata del Papa et della Signoria in su la seconda paga de XXXX mila D. El resto di decta paga, perchè di già ne ha ordinato XXV mila, si faranno di contanti; et però saria bene, allo arrivare di decto Marchese, quando non venga in campo così presto, mandare a rivedere se ha el pieno di decte fanterie, et quanto porta apunto decta spesa, et che io ne havessi notitia, acciò si possa fare el conto quello vi si spende, et ritrarre el resto in su la paga de XXXX mila. Et Vostre Signorie di costà, quello che dovevon pagare al decto Marchese, per la lor portione di decti iiii mila fanti, li potranno voltare dove harebbono a voltare li XXXX mila, per riempire quella somma. Et noi qua volentieri habbiamo consentito questo modo, per haver a risquoter da loro quel meno.

Al conte Pietro Navarra si è mandato el breve del Capitano Generale di tucta l'armata di mare della Lega, che così si è giudicato el meglio, per farli tanto più presto uscire all'impresa di Genova, che molto el Re desiderava se li dessi questo titulo. Et però siamo restati che Vostra Signoria lo avisi di quanto sia necessario, qualunque volta habbi commodo di mandar le lettere, et occurrendo al decto conte Pietro, quando sarà intorno a Genova, habbi bisogno che per terra si mandi qualche gente, per stringerli da più bande, Vostre Signorie liene potranno ordinare o di quelli del Marchese di Saluzo o dell'altre. Et lui ha commissione di governarsi secondo parerà a voi altri Signori del campo.

La sera che io spacciai l'ultimo corriere, arrivò qui el secretario Sanga,[631] mandato da Nostro Signore per solicitare queste lunghe provisione, et poi andare in Angliterra; ha trovato el medesimo, cioè animo prompto et sincero del Re et di tucti questi del governo, ma lunghi, confusi, irresoluti et con malissimo governo in le cose lor proprie, nonchè in le nostre. Et perchè Sua Sanctità vorrebbe esser soccorsa di maggior contribuitione in questa guerra, et maxime per cominciare ad assaltare el Regno di Napoli, per divertire ecc., non veggo conrespondino a molte offerte ne hanno facto. Pur quando Nostro Signore conceda lor certe decime che domandone, credo concorreranno alla spesa del Regno, nè altro siamo per trar de' casi loro, per trovarsi el regno molto exhausto et agravato da molte spese.

Sarà con questa una copia di lettera di Domenico Canigiani di Granata, la quale monstra che le cose di Cesare non sono spente, ma si vogliono adiutare per ogni canto. Et quando el Vicerè venga, le cose del Papa si troveranno in mal termine, se in Lombardia voi non vincete, perchè non mi pare basti stare in capitale a dove siamo condocti con la lunghezza della guerra.

Ho caro el Machiavello habbi dato ordine a disciplinare la fanteria, che volessi Dio fussi exequtato quello che lui ha in concepto; ma dubito che non sia come la Republica di Platone, che non fu possibile mai trovar chi in facto la mettessi o ne facessi una secondo che lui dispose. Et però mi pareria fussi meglio tornassi a Firentie a far l'offitio suo, per fortificare le mura, perchè corron tempi di haverne haver bisogno, et facci solicitare quella opera, se vuol che Gerozo[632] sia contento di lui. Racomandomi a Vostra Signoria et a lui.

Ex Ambuosa. Augusti vij[633] M.D.XXVI.

4[634] Al Signor Locotenente del Papa, Messer Francesco Guicciardini, in Campo.[635]

Magnifico Signor Locotenente. Io scripsi avantheri a Vostra Signoria, sotto lettere del Vinitiano, et non feci passare el corriere di costì, per torli meno quel tempo. Lo spaccio non conteneva altro che assicurare el Papa del buono animo del Re in questa impresa, et accertar Sua Beatitudine che Sua Maestà non vuole risparmiare la vita propria per la sua conservatione, et che quella non ha nessun pensiero nè altri in questa Corte di voler per sè lo stato di Melano, et va con tanta sincerità et fede quanto noi sapiamo desiderare, et così prego Vostra Signoria che confidi et si renda certa. Et ultra hoc, Sua Maestà è contenta contribuire XX mila D. el mese di più che li XXXXmila, perchè Sua Sanctità si possa aiutare; ma vorria bene che servissino all'impresa di Napoli, et di già ce li ha ordinati la prima paga, che sono a posta mia. Sichè non vi precipitate per li suspecti entrativi per la tardità delle gente d'arme, che io vi assicuro che si trovavono in tal disordine quando tornò d'Hispagna, che male potevano esser più presto, et ogni giorno lo veggiamo più riscaldare; et tucti confessono esser necessario che la curino come lor caso proprio.

Questo giorno in Consiglio, havendo aviso della mala resolutione della Dieta de Svizeri, habbiamo ordinato che Sua Maestà scriva alli sua in Svizeri, che favorregino la levata loro, et operino che quelli ha mandato messer Capino non sieno revocati, et che in Grigioni di nuovo scriva tenghino el passo alli Lanzchnet, et facci tucti quelli favori et aiuti come fussi sua particularità; el che ha facto et dove può far bene non manca in parte alchuna, et spesso ci fa dire che noi divisiamo et pensiamo quello possa fare in favore della impresa, che non lascerà indrieto alchun nostro ricordo. Et perchè el rimettere li XX mila D. a Roma non si può fare senza gran damno, ce li paga a Lione con 2000 di vantaggio, acciò prendiamo la cura di farli tenere a Roma.

Habbiamo apuntato questo dì con li Signori del Consiglio, che la paga de XXXX mila cominci alli XV di luglio, che più avanti non li habbiamo potuti tirare, nè siamo voluti stare duri, per haver condocto Sua Maestà a XX mila più el mese, et perchè non si sono cominciati a spender tucti avanti questo tempo: et mi hanno promesso che s'el Papa concede loro le decime, tucto quello ne trarranno lo vogliono per le spese d'Italia.

El Re ci ha facto dire che noi scriviamo a Vostra Signoria et al Proveditor veneto, ch'è advertito ch'el campo della Lega è un bel campo, et ben governato, et grande abondantia: ma ch'è necessario Vostre Signorie lo tenghino insieme et lo rassegnino spesso, perchè ha notitia certa, che l'imperiali hanno in disegno di non lo combattere per hora, ma che tucti e lor pensieri son volti a sviare li vostri soldati, et quelli che cominceranno a tirare dal canto loro, adoperar per mezani et instrumenti ad sviarne delli altri, et come havessino voto di molte compagnie, improvisamente darvi uno assalto. Però dice che vigiliate ogni loro andamento, et che pensiate tucti li progressi loro essere con artificio et inganno, et ne sta con grandissima gelosia.

Sua Maestà et questi Signori del Consiglio si maravigliono che noi habbiamo li avisi de' progressi tanto di raro, et se ne son doluti questo dì con noi, dicendo, sendo questa cosa tanto importante al Re, noi vorremo pure saper più spesso quello che segue, perchè ci è pure l'interesse del Re, et fa la spesa che voi vedete, et non solamente desideriamo sapere le factione, ma li disegni et pensieri che si fanno nel procedere della guerra. Et però el Vinitiano et io habbiamo consertato, che sia necessario dare al Re notitia di tucto, et che ogni dua dì almeno facciate correre la posta insino a Lucerna, et che tegnate uno homo vostro a Coyra et uno a Lucerna, insino dove sono le poste venete, che basteria ogni stradiotto con poco soldo a chi s'indirizassino le lettere prima a Coyra, et da questo fussin indiricte a quel di Lucerna, che le mandassi per le poste regie in Corte.

Conforta Sua Maestà che s'intratenga el duca Francesco, et da che è perso el castello, ha molto caro el Duca non sia acordato con loro.

Monsignor d'Autrec, parlando questa sera con Sua Signoria, mi ha commesso che io scriva a Vostra Signoria, et li ricordi che ha da fare con soldati vincitori, periti nella guerra et sagaci al possibile, et che quella proceda passo passo, et examini bene che cuore hanno e sua soldati, che voluntà, se son disposti ad assaltare l'inimico, se si amano et conoscono l'un l'altro, se fanno l'arte del soldo per honore o per leggierezza, et secondo li trova, secondo li metta ne' periculi; vegga che li capitani non faccino l'arte per mercantia, et più presto cerchi di guadagnare un miglio el dì, che dieci, purechè possi assicurarsi in sul guadagnato, et non si havere a ritirare. Et sendo Sua Signoria l'homo ch'è, et del paese et delle cose d'Italia molto instructo, mi è parso non pretermettere tale offitio.

Molti sarien d'opinione, et maxime li homini di guerra, che hora che è perso el Castello, arrivate fussin le lance franzese, si facessi la guerra più con li cavalli che con la fanteria, et si recassino li campi in su loro forte, et si travagliassino loro le vectovaglie el più si potessi, et che bastassi tenerli impegnati intorno a Melano, et che col meglio della fanteria si andassi alla volta del Regno, perchè si diminuirebbe la spesa, et consequenter si potria più in durarla, et mandarvi ad ogni modo 3000 Svizzeri infra loro.

El Sanga è partito questa sera per Angliterra, et domane o l'altro sarà qui el Batoniense[636] per quella Maestà, per tractare ecc.

Crederrei, non havendo a sforzare più el castello, nè l'Hispagnoli volendo uscire in campagna, ma starsi drento, si potessi fare senza levare più Svizzeri, che porton con loro spesa infinita; et bastassino quelli havete, perchè li troppi, mutinando loro come sogliono dal decto al facto, vi potrien rovinare; et questo rispiarmio vi faria soportare la guerra più tempo.

Ex Ambuosa. Augusti XIII M.D.XXVI.

5[637] Al R.mo Datario et a Messer Iacopo Salviati. Roma.[638]

Reverendissime Domine ac Magnifice Vir. .... Di poi tucti questi ragionamenti Monsignor d'Aultrech mi disse, per parte del Re et di tucti loro, che la Sanctità di Nostro Signore pensassi a questo accordo del Duca di Ferrara, perchè importava el tucto, et conoscevon bene ch'el non haver hauto et non haver un capo di reputatione rovinerebbe questa impresa, perchè lor sapevon certo che li capitani del Papa non eron d'accordo, et si trovavon in gran contentione, et l'inimici se ne trovavon lieti, et procedevono le cose con poca reputatione, et che di tucto questo male era causa non haver capo che sia stimato da tucti, et che le cose del Papa eron ridocte in termine, che l'honor di Sua Sanctità non consisteva nè in Modena nè in Reggio, ma liene andava tucto lo Stato della Chiesa et di Firentie, et che quando vinca, sarà più honorato et più glorioso, che fussi mai pontefice; nè lo havere un poco abassato el grado suo per vincere, li sarà imputato se non a prudentia et a maggior laude. Et che per questo lor col Re insieme sarieno d'opinione, che Sua Sanctità non indugiassi più et si lasciassi un poco ingannare,[639] perchè sarà causa d'intronare et confondere l'inimici sua et assicurarsi la victoria in mano. Et quando Sua Beatitudine stia pure dura, pensi ch'el Duca non sia per star suspeso, ma o secreto o palese farà tal guerra che ruinerà tutti li disegni della Lega. Et con tanta instantia ne parlorno tutti, che si vede temono grandemente et de danari et delle forze sua, et dicono che, accordandosi Sua Sanctità a fare composition con lui et farlo capo generale, unisce tucta Italia, et se ne può servire et all'impresa del Regno et a quella di Lombardia dove meglio li paressi, et expressamente dicono questo caso non essere bene inteso.

Havendo anchora parlato a Madama[640] con l'homo del Duca di Melano, Sua Excellentia mi tirò da parte et mi dixe: provedete al vostro campo, che noi intendiamo che sono in gran divisione et ne potria succedere qualche gran disordine, et di poi ch'el Re l'ha inteso, ne stiamo di malissima voglia et con gran paura, et di tucto è causa el non haver accordato el Duca di Ferrara. Io li dixi non era restato dal Papa, che con suo dishonore si reduceva a contentarlo. Resposemi: faccisi che accordo si vuole, el Papa non può haverci vergogna, perchè l'importa tanto che la necessità lo excuserà, et se vincereno, el Duca li sarà o voglia o no vasallo, et perdendo li sarà patrone: pregate el Papa che per l'amor di Dio si lasci ingannare, et serri li occhi, et faccilo suo amico, et non risparmi a niente, che ogni pacto è ben fare per vincere questa guerra, che se ne porta et Sua Sanctità et Italia et Francia et ogni altra cosa....

Ex Ambuosa. Augusti XXIII — Tenuta alli XXV.[641]

6[642] Al R.mo Datario et a Messer Iacopo Salviati. In Roma.[643]

Reverendissime Domine ac Magnifice Vir etc. Fu l'ultima mia delli VIII, et la mandai a Lione con ordine si mandassi per mano del Marchese di Saluzo in campo, non sendo anchora assicurato s'el camino di Saona sia aperto, come credo doverrà essere in breve. Ordinai per quello spaccio a Lione, che per via di Svizzeri fussin mandati in campo mille D., che restavono in su Salviati, della seconda paga, et 3387, che mi hanno costor dati qui per resto della prima, che per un disordine d'una cedola, eron sopratenuti da chi li haveva in mano, per non li pagar dua volte: nè resposi per quella alle de XV, XVIII, et XXX, per non haver hauto tempo; et di poi comparson le de XX, et se la memoria non mi inganna, responderò per la presente a quelle parte che sarà necessario. Ma avanti che parli di decte lettere, seguiterò di significare a Vostre Signorie quello che per l'ultime harrei decto, s'el tempo non mi fussi mancato.

E si truova qui in corte uno Spagnolo di Burgos, homo a casa sua di bon conto et ricco et molto pratico et svegliato in le cose del mondo, et che già in le sublevatione delle comunità d'Hispagna, molto si travagliò contro l'Imperatore, et anchora oggi tiene el medesimo veneno in corpo. Trovasi qui per certe robe li furon già tolte, et è drieto alla recuperatione di che ne ha hauto le sententie, ma per la exequtione li pare essere soprafacto et stratiato. Questo tale ha gran familiarità antiqua col Secretario veneto, per esser suto alloggiato in Hispagna in casa sua, et ne ha buona notitia, col quale sendosi assai doluto, non potere havere expeditione del suo negotio, li ha più volte decto: s'el Re mi facessi expedire, io sarei huomo per poter fare anchora io a Sua Maestà qualche servitio, et tale che non li pareria haver perso el benefitio mi facessi, et havendoli più volte accennato d'haver qualche notitia d'importantia per conto della Lega, è parso al Secretario di restringerlo più avanti et trarne qualche costructo, et havendoli promesso che, se vuole più particularmente allargar l'animo suo, farà opera insieme con meco di farlo expedire. Et tandem per ridursi in brevità, ha facto far sacramento al Vinitiano di non conferire se non al Re proprio et a Rubertet et a me quanto li dirà. Et così li ha aperto saper con certa et sicura notitia, che la Maestà Cesarea dà voce di preparare l'armata, per mandare el Vicerè in Italia con VIII mila fanti, ma re vera la prepara per la persona sua, per dar qui a Natale, una volta et non prima, per non poter se non a tal tempo esser in ordine. Et disegna di menare XVIII mila fanti et 2000 cavalli utili, et menare con seco Madama Leonora[644] et darla a Borbona col ducato di Melano, et de dua figlioli del Re menare seco el Delphino, per non lesciarli ambodua in Spagna, et in un tempo medesimo far passar l'arciduca con un'altra banda, sperando che l'exercito di Melano si mantenga et conservi insino a quel tempo, et disegna et pensa subito allo arrivar suo venire verso Roma, et forzare el Papa, et farlo calare alle voglie sua, et così la Toscana tucta, et di lì venire in Lombardia, et con l'exercito vi ha, et con l'Arciduca ridurre e Vinitiani ad ogni accordo et compositione vorrà Sua Maestà; et composto le cose d'Italia secondo lo arbitrio suo, el che spera li sarà facile per questa via, entrare dipoi in Francia con tucto quello exercito victorioso et apto ad ogni grande intrapresa, et sfogarsi con questa Maestà di tucte le iniurie et offese facteli da quella. Et per condurre tale effecto, ha provisto in Fiandra, per quel tempo, 160 D. all'Arciduca; et per la sua passata fa tucte le provisione di danari che può, et spera dal Re di Portogallo valersi di qualche somma. Et la dilatione insino a Natale è per non poter prima essere in ordine, et perchè, sendo nel core del verno, el Re non possa offenderlo in Hispagna. La notitia di queste pratiche, questo Spagnolo monstra di trarla dall'oratore di Cesare che è qui, in casa del quale lui si torna, et per havere decto oratore obligo particulare con lui, per conto di servitio di danari, et per essere epso homo molto sagace et advertito, li trahe di corpo tucto quello che ha di Spagna, et quello che di là scrive.

Hauto che habbiamo questa notitia, ne andamo avanthieri dal Re, et postoli in secreto tucto questo ritracto, et dectoli la qualità dello Spagnolo, et donde ne trahe questi disegni, et ad che fine et con che sperantia si allarga, et che promette, quando sia expedito, di far molti altri servitii et ritracti d'Hispagna, Sua Maestà subito monstrò conoscere la persona per haverli parlato del caso suo, et ci dixe: questa cosa non è senza fondamento, perchè dal mio ambassatore sono avisato per le lettere hebbi a questi giorni, che molti erono di opinione che l'Imperatore volessi passare in Italia per di qua a martio, et che queste provisione de navilii raccoglieva, non era per altro, nè io per non lo scriver per certo, lo credevo nè vi adgiustavo fede; ma vedendo di presente un tal riscontro, lo voglio credere et pensare che sia vero. Et però circa el caso dello Spagnolo, ordinate facci motto a Rubertet, che harà in mano la sua expeditione; ma acciò ce ne serviamo in altri servitii, li dite che stia sicuro, che quando ci vorrà dare dell'altre notitie, non solo harà la sua expeditione, ma li renderò tal premio che si terrà contento di me. Et quanto alla passata dell'Imperatore, io credo sia per farlo, ma noi anchora non ci stareno. Però fate intendere et scrivete al Papa et alla Signoria, che io son deliberato, se l'Imperatore piglia un tal partito, di venire anchora io in Italia con XXX mila fanti, et non lasciare un paggio in Francia, che possa cavalcare armato, che io non lo meni, che mi voglio sgannare ad ogni modo con lui: et in questo molto copiosamente ne parlò di venire al sicuro, all'incontro di lui. Et di poi subiunse: ma quando el Papa et la Signoria, venendo io in Italia et vincendo, havessin sospecto della grandezza et forze mia, io lascerò el venire in Italia, et entrerrò in Spagna con una tal banda che vi ho decto. Et però scrivete che divisino et consultino intra tanto che viene questo tempo, quel che par loro ch'io facci, quando l'Imperatore vengha in Italia, et qual partito di questi dua debbo pigliare, perchè voglio ne deliberi el Papa et la Signoria, et parendo lor meglio io venga in Italia, io verrò, parendo meglio io entri in Hispagna, io vi entrerrò con tante forze che lo farò voltare l'animo a casa sua.

Però Sua Sanctità ne responda in questa parte lo animo suo, perchè quando pure in tal disegno andassi avanti, io credo che Sua Maestà non mancherà di prendere un de dua partiti; ma non lo sentendo riscaldare, non credo già sia per far molta impresa di qua insino a tempo nuovo. Credo bene, venuta sarà l'intimatione, romperà la guerra; ma non sarà se non guerra guerriabile da tener in traveglio tucte le marcie, et dar pure et spesa et suspitione all'Imperatore. Et di poi hieri questi signori del Consiglio mi hanno afermato ch'el Re ha commisso loro, che quando l'Imperatore pure passassi in Italia, facci d'havere un fondo di danari da potere fare una tale impresa, et vadin disegnando li assegnamenti donde trarli.

Respondendo alla lettera de' XV, dico che ho parlato al Re del far venire el signor Rentio,[645] et Sua Maestà lo aprova molto; ma non crede già venga senza haver conditione o qualche carica et grado, perchè, venendo costì nudo et col nome solo, come huomo del Re, non crede vogli venire, nondimeno ha mandato per lui, che si trova a Parigi, et sarà qui intra 4 o 6 giorni; ma credo si andrà pensando a darli qualche altro loco da non far men proficto che venir costì, come di sotto si dirà.

Quanto all'impresa del Regno, dico ch'el Re la vorria fare ad ogni modo; ma del mettere costì XXXX mila D. a un tracto, non ci veggo disegno, per haverne rimessi XX mila, che sono a Lione in man nostre per questo conto, et di mano in mano vi metteranno el resto, quando si facci per la lor portione. Ma insino non se li è dato principio, et veduto chi ne debba essere capo, et con che ordine, et la cosa in essere, non pare si possino gravare di tanto sborso, perchè so che hanno delle difficoltà a far per hora danari, et si son tracti a questi dì molte somme di mano, che hanno mandato 40 mila D., tra Svizeri et Grigioni, per le pensione, 40 mila per la nuova armata, et a noi le paghe del campo, et XX mila rimessi costì, et hora la tertia paga; et in su le marcie intratengono molti fanti et spese, che ne son gravati molto. Però bisogna fare e conti et disegni in modo possino riuscire, et da altro canto scrivendo Vostre Signorie le necessità in che si trova el Papa, et la penuria et difficultà che ha di sostenere la guerra di Lombardia, non so come si possa concorrere o far nuova impresa verso el Reame, perchè sendo per cadere di quella che è la principale, el tentare nuove et maggiori spese mi pare si contradica, non potendo metter la sua portione. Adeo che volendo fare decta impresa, non conosco si possa fare se non per mano del Re, la più parte col darli decto Regno per un suo figliolo, el che non ho anchora tentato a mio modo, per non haver saputo discernere per le vostre lettere dove più inclinassi Nostro Signore, o darli lo stato di Melano o quel del Regno, non volendo, come è ragione, habbi se non un de dua. Perchè io sarei suto d'opinione, che più presto se li dessi quel del Regno che quel di Lombardia, et le ragioni che mi muovono son molte. Prima mi pare gran dishonore di Nostro Signore, lo haver facto una impresa tanto honorevole, per conservare el Duca in quello stato, et unitosi per tale effecto con le prime potentie del mondo, et in termini di tre mesi abandonarsi et mutare animo; dipoi, havendo la Excellentia del Duca soportato octo mesi l'obsidione, con tanti stenti et disagi, per servare la fede a Sua Sanctità, non veggo senza denigrare el nome suo et senza imputatione d'ingratitudine, possa non solo abandonarlo, ma consentire venga in altri lo stato et le fatiche sua. Movemi anchora che, quamprimum l'Hinghilese si sarà accorto ch'el Christianissimo habbi facto impresa per insignorirsi di quello stato, non entrerrà nella Lega, et se vi sarà entrato, per tenersi ingannato si rivolterà subito, et di amico diventerà inimico, et potria con l'Imperatore insieme dar tanto da fare al Re di qua, che con le difese facessino l'Hispagnoli in Italia, non ne potria seguire lo effecto che si disegnerebbe, et ci troverremo in peggior termine che prima.

Nè oltre a questo io mi posso persuadere che, quando bene hoggi el Re movessi le forze sua per cacciare l'Hispagnoli di Lombardia, potessi fare altri effecti che si facci hoggi l'exercito che vi si trova di presente. Ultra hoc è da credere, che subito venissi in notitia di costà, lo stato di Lombardia essersi concesso al Re, el Duca di Melano se ne andria da l'Hispagnoli, et con loro capitolerebbe el meglio potessi, quando bene per vendicarsi conoscessi non li volessino dare lo stato, et con lui tucti e Ghibellini s'accorderebbono con l'Hispagnoli, et quel medesimo farieno e Guelphi, per tenersi malcontenti dei Franzesi, come di già buona parte di loro hanno cominciato ad accordarsi con Borbon.

Le ragion che mi portono al concedere più presto el regno di Napoli, sono che, conoscendosi la guerra di Lombardia non si possere ultimare se non per via di diversione in decto Regno, et el Papa non potere concorrere alla parte sua, et non potersi movere e populi et baroni, senza un capo di reputatione, et senza vedersi in chi debba cadere el Regno, però essere necessario eleggere Sua Maestà per principe, o un suo figliolo el quale havessi a dar el capo et soportare la più parte delle spese. Dipoi, havendo da desiderare che li stranieri non habbino più che fare in Italia, el modo mi pare el metter lì un principe, che habbi col tempo a diventare italiano, el che è forza succeda per la distantia del paese di qua, et la intersecatione delli stati si trovono in quel mezzo, e quali lo aiuterebbono conservare, ma non lo comporterebbono sublevare più alto ch'el grado suo. Ultra hoc mi par per l'Italiani più sicuro che l'altro partito, non potendo di qua mandarvi più forze si havessino, senza consenso delli altri Italiani. Et quanto alla facilità della impresa, mi vi pare poca differentia, per la mutatione de' baroni, et per non vi haver guardie o gente d'arme, et in questo modo non si perde amici, non si offende el Duca, nè se li manca di fede, nè l'Inghilese ne ha da tener conto, potendo el Papa dare el suo a chi vuole, et fassi la guerra in casa de l'inimico suo. Et in questa opinione so che li Vinitiani più presto concorrono che in l'altra: et però, havendo anchora qualche odore che l'animo del Re più volentieri inclina a questo, per parerli meno offender la Lega, per la promessa data al Duca, et per potersi excusare di havere acceptato un presente da chi ne è patrone, mi sono resoluto intra dua giorni toccarne fondo, parendomi ch'el tempo ci porti et ci consumi....

D'Ambuosa. Die xj ..... M.D.XXVI.

7[646] A Messer Francesco Guicciardini, Locotenente del Papa. In Campo.[647]

.... Dua giorni sono ci furon lettere d'Hispagna come li oratori confederati havevon facto la requisitione a Cesare per la restitutione de figlioli del Re, come dicono e capituli, et ricercola (sic) dovessi entrare in la Lega etc. Sua Maestà Cesarea havea resposto non volere entrarvi, per essere facta contro di lui, et prima voler soportare che tucto l'imperio suo ruini pietra sopra pietra, che essere facto andar per forza; ma quando si habbi a far pace universale, sarà trovata tanto ardente a farla contro l'infedeli et contro li heretici, quanto nessun altro. Dipoi l'altro giorno feciono chiamare in Consiglio l'orator franzese, et li usurno molto benigne parole humane, et li domandorno, se haveva el mandato da poter concordare con quella Maestà Cesarea la restitutione de figlioli, che havendolo, troverrebbe tal riscontro in Sua Maestà, ch'el Christianissimo si contenterà delle conditione et pacti da che non li era parso di observare la capitulation di Madrit. L'orator del Christianissimo respose, che loro respondevon molto ambiguamente alla proposition facta dalli confederati, et che lui havea commissione di non tractare con Cesare alchuna cosa senza li oratori confederati et senza che prima acceptassi lo entrare nella Lega; et però era necessario respondere prima a quella parte, et quando sarà entrata in la Lega con li capituli contenuti, potrà far venire el mandato per tractar de particulari de figlioli del Re. Et haria voluto decto ambasciatore, ch'el Nuntio et el Vinitiano insieme con lui havessino pronuntiato la guerra offensiva all'Imperatore, come dicono li capituli; ma loro non lo hanno voluto fare, et hanno facto un grande errore, et costoro molto se ne dolgono, et hanno ragione; et io ho paura che non sia causa di fare ritardare el mover guerra di qua. Parmi che quello oratore sia proceduto con gran fede et prudentia, et così costoro, che subito ci hanno conferito le lettere, et non voglion respondere se non quanto resolveren con loro di comunicato parere, per responder conforme ciaschuno alli sua oratori. Però Vostra Signoria non dubiti della fede di costoro, che per tucti e segni veggo vanno a buon camino, nè consiste el mal nostro et loro, se non nella longura et tardità, et nel non voler pensieri. Ho lettere dal Nuntio d'Hispagna sopra questo, ma son tanto nude che è una vergogna.

Quanto al romper di qua, dua giorni sono, importunando noi el Re, mi disse che sicuramente io scrivessi al Papa, ch'era deliberato di presente romper di qua la guerra; et in nostra presentia commisse a Lautrec, che ha il governo di Ghienna, et a Monsignor di Vendome, che ha quel di Piccardia, che subito commettessin alli loro substituti in quelle provincie, che facessin ritirar li mercanti loro, et facessin cavalcare le gente d'arme in sul territorio dell'Imperatore, et romper la guerra, la quale non sarà da uscire in campagna, ma da tenere in travaglio et spesa quelle provincie di Cesare, et da conoscere ch'el Christianissimo lo tien per inimico.

Dell'armata d'Hispagna intendiamo che si va solicitando, et Domenico Canigiani mi scrive, che debba essere per tucto questo mese almeno in ordine. Ma l'orator franzese la mette più tarda, et monstra che va lentamente o per falta di danari o per altra causa, una volta alli XXX el Vicerè era anchora in corte. Altro non ho che dire. Bene vale.

Da Bles. Die XXIIII Septembris M.D.XXVI.

8[648] A M. Baldassarre da Castiglione, Nuntio del Papa appresso Cesare. In Corte dell'Imperatore.[649]

.... Quanto alla pace che propone la Maestà Cesarea, per non parerli honorevole entrare in una Lega dove non sia nominata principale, siamo rimasi questa Maestà Christianissima et el Venitiano et io, che pongasi qual nome si voglia, non si debba recusare lo accordo, quando vogli le conditione honeste et sicure, perchè ciaschuno ha l'intentione tanto inclinata alla pace quanto saprà pensare Sua Maestà, nè si è venuto alla guerra, se non per venire alla pace, et per la sua sicurtà; nè è nessuno che vogli dall'Imperatore, se non la sua salute propria et la restitutione de figlioli del Re con taglia ragionevole. Et a causa che Vostra Signoria possa certificare quella Maestà del buono animo del Papa et delli altri, quella li può far fede che io ho el potere et mandato di concludere pace et fare accordo con Sua Maestà, per la parte di Nostro Signore, et questo medesimo ha qui el Vinitiano; et che quando Sua Maestà Cesarea comincerà a mostrare lo animo et apetito suo essere di venire effectualmente ad compositione, troverrà in Sua Sanctità et li altri tanto riscontro che se contenterà. Et pertanto insieme con li altri o di comunicato consiglio et parere, perchè senza scientia di tucti non si debba praticare alchuna cosa, Vostre Signorie possono di nuovo parlare alla Maestà Cesarea, et ritornare in su li ragionamenti che ha proposto della pace, et cominciare ad intendere l'animo di Sua Maestà, et restringere el negotio in qualche forma di capitulatione, et mandarla qui; et quando si vegga domandi honeste conventione, in pochi giorni si potria concludere, perchè quando bisognassi, per honorarne Sua Maestà, concluderla, li potremo substituire el potere che habbiamo, in Vostra Signoria et nel Vinitiano. Saremo bene d'opinione che, sendo li confederati della sorte che sono, et intra loro Nostro Signore, capo di tucti e Christiani, per honore di Sua Sanctità, non si tractassi in casa l'inimici, et per essere el cammino di Roma lungo, et perder men tempo, potrebbe Sua Maestà mandare qui l'intentione sua al suo ambassatore, et con epsa el potere di tractare et concludere. Però Vostra Signoria con li altri insieme si certifichino della mente sua, et trovandola purgata di simulatione, la tirino avanti senza perdere tempo, che a Nostro Signore non potrà fare cosa più grata.

Più giorni sono ci furono di varii luoghi avisi securissimi et certi, ch'el Turcho si trovava in persona di qua dal Savo[650] con 200 mila huomini in campagna, et per el Danubio grandissimo numero di navilii non molto grandi, ma pieni di gente et munitione, et andava continue acquistando paese, et ch'el re d'Ungheria havea messo insieme 40 mila huomini de sua, et xx mila Boemi, et andava all'incontro di loro. Dipoi quattro giorni sono, per via di Svizeri, ci son nuove certe et con riscontro di più luoghi di Alamagna, che l'exercito unghero era suto disfacto, et morto XXX mila persone, et la persona del Re annegata in un fiume, nel fuggire, et la Regina essersi fuggita verso Vienna, et li Turchi venire alla volta di Buda, dove eron presso LX miglia, adeo che quel reame si può dire ruinato et perduto, et Dio vogli el fuoco non venga più avanti. Lo Ill.mo Arciduca, con una banda di Alemanni, che haveva preparato per mandare in Italia, havea mutato fantasia, et era andato verso Vienna, per tenere quelli popoli confortati et fermi. Quando non fussi mai altra cosa che dovessi movere quella Maestà Cesarea a pensare alla pace, questo caso miserabile lo doverria movere, perchè l'honore di Sua Maestà per el titulo che tiene, et per essere Christiano, pare che ne lo stringa. Dipoi la vendetta del suo cognato et el periculo dello Stato suo d'Austria lo debba non meno movere che l'altre cose, et a causa lo possi fare più volentieri, questa Maestà Christianissima ha chiamato l'oratore di Sua Maestà Cesarea, et in presentia nostra con molte parole benigne et humane, qual si conviene a l'uno et l'altro principe, si è doluto di questo accidente miserando, et confortatolo che scriva a Sua Maestà Cesarea, che sia contenta per el bene della Christianità, voltare la mente alla pace, et risparmiare el sangue de Christiani, per servarlo contro all'infedeli; et che si offera parato per tale effecto a far pace, non per paura, ma per zelo della religione christiana, con le honeste conditione saprà domandare; et quando la vogli fare, si offera andare in persona con quella banda di gente che vorrà Sua Maestà; et non la volendo, se n'excuserà con tucto el mondo, et sarà la colpa imputata a quella di haver lasciato perder tanto miseramente la fede di Christo; però non haver voluto mancare di scaricarne la sua conscientia, et offerirli la pace per far questo bene. Noi replicamo et offerimo el medesimo, in nome del Papa et della Signoria, el Vinitiano et io, et se li dette licentia spacciassi una posta per tale effecto.

In Lombardia si va drieto alla expugnation di Cremona, dove si trova el Duca d'Urbino con XIIII mila fanti, gente d'arme et 3000 guastatori et artiglierie et instrumenti assai, per minare muraglie; ma tucta la forza è nelle zappe, per raguagliare le trincee dell'inimici, e quali si aiutono valorosamente; ma s'intende non possono defenderla, per esser pochi, et molti malati, et ne stiamo con optima sperantia in brevi di haverne la fine. Quando sarà expedita quella impresa, si manderà X mila fanti a Genova per terra, perchè per mare si può male sforzare; et a Melano si faranno dua campi, et si tiene che, vinta l'impresa di Cremona, non sono per tenersi in Melano, ma ritirarsi a Pavia et Alexandria, per expectare el soccorso di Alamagna, che horamai non può venire; et in Melano patono di molte cose necessarie, et vi sono gran numero di Spagnoli malati, per continue guardie et fatiche, et a questi giorni si è facto una scaramuccia, dove è suto ferito el Marchese del Guasto, et morti molti dell'inimici, et li nostri si sono in modo fortificati nel campo, che son più forti che li di drento....

Da Bles. Die XXVIII Septembris M.D.XXVI.

9[651] Al Signor Locotenente del Papa, Messer Francesco Guicciardini, in Campo.[652]

Magnifico Signor Locotenente. L'ultima mia fu alli 24 passato, et li significai per epsa quanto ci havevo per la notitia di Vostra Signoria, et la resolutione del Sanga, et la resposta della intimatione facta per li oratori confederati da la Maestà Cesarea. Dipoi comparson le de X et XIII di Vostra Signoria, con el disegno di Cremona et la lettera del Machiavello,[653] che di tucto ne ho facto quel capitale che è suto necessario, et conferito et monstro alla Maestà del Re, che ne prese gran piacere, et molto vi passò su tempo per un pezzo.