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Racconti di guerra

Chapter 17: INDICE
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About This Book

This collection offers a series of first-person sketches and reports from travels along the Adriatic front, blending vivid on-the-spot description with reflective observation. It records mobilization and marches, crowded transport and camp life, and how military movement intrudes on familiar rural routines. Soldiers, civilians, and landscapes are rendered with sensory detail—dust, noise, seasonal fields—while attention turns to absences in villages and altered rhythms of work. Alternating reportage and quiet reflection, the pieces examine how war reshapes daily life, communal ties, and memory without relying on a single narrative thread.

Erano circa duecento, stesi per terra, falciati l’uno accanto all’altro da un sonno più pesante della morte. Parevano cadaveri. L’abbandono, il rilasso dei loro corpi non mostravano più nulla di volontario, di mosso, di vivo. Ci sono posture nel sonno che rivelano ancora il pensiero, o qualche cruccio della veglia, o la serenità del riposo, o la quiete dolce, il sogno. Quelli erano corpi inanimati, senza più nessun appiglio alla vita, nessun ricordo e nessuna plastica, allineati per quattro o cinque lunghe file, tutti voltati sullo stesso fianco, gli uni agli altri accostati, aderenti, stretti come salme deposte in poco spazio per essere inumate in una fossa comune. Certo non l’ala di un sogno affiorava dai giacenti; non si udiva un respiro levarsi di sotto quei cenci che li avviluppavano, li fasciavano come corpi induriti di mummie. Erano i loro cappotti turchini, dai baveroni rialzati, che li coprivano fin sopra la testa: qualche mento con la barba lunga veniva fuori qua e là, qualche pezzo di faccia dalla carne pallida, cerea, o il giallore di una calvizie untuosa, o le occhiaie profonde intorno alle palpebre chiuse, scavate sotto la fronte come in un defunto. Le gambe s’allineavano come tronchetti di legno, ingrossate dalle fasce fangose; e sporgevano i piedi chiusi negli scarponi di cuoio buono che hanno i nostri nemici e che durano addosso ai cadaveri per mesi e mesi: talvolta sui terreni dove i morti non si sono mai potuti seppellire, rimangono a calzare agli scheletri le ossa dei piedi.

C’era una umanità immensa, dantesca, in tutta quella carne prosternata al suolo in attesa di una occulta remota resurrezione. E nella notte, gli alberi a torno apparivano anch’essi senza vita e senza nome, forme imprecise, nere, levate come scheletri su quella specie di umano strame. E dentro il recinto non era che quella miseria, e l’odore del branco putrido e l’albore della pacifica luna. Era un rilievo degno della mente di Dante. Erano anime che venivano dall’inferno, scampate alle bolge e alle doline del Carso, sfuggite al fuoco che piove lassù a larghe falde sulla landa della nostra caccia selvaggia e della loro condanna e del martirio. Erano lì come in un vestibolo di pace, sulla terra che è l’avanzo di un parco, disseminata di paglia, di stracci, di scatolette di carne in conserva. C’erano dei fanali azzurri appesi agli alberi, fiochi come i lumicini che vegliano i malati, inutili, che si perdevano nella chiarità lunare.

E quelli erano i prigionieri del giorno stesso, che avevano addosso la cappa ferrea della fatica, sotto la quale non si potevano più muovere. S’erano lasciati cadere lì allo scoperto, meccanicamente addossati come per non soffrire il freddo pungente dell’alba, con le teste posate sulla terra, come si trovano i morti. Non s’erano nè fatto nè cercato un giaciglio, avrebbero preso sonno sulle più dure pietre, avevano lo sfinimento, l’abbrutimento come capezzale, come materasso e coperta. Si vedeva ch’erano affondati in un sonno cupo, senza risentimento e senza intoppo, quasi presi in braccio dalla terra materna, che è la genitrice eterna, dalla quale si esce, alla quale si ritorna, nella quale si rimane poi per sempre quando ogni altro appoggio e abbraccio e consolazione umana è finita per sempre. La terra che era per la loro infinita stanchezza come il pane solo per la loro fame, come l’acqua sola per la loro sete.

Quelli erano i combattenti di ventiquattr’ore prima, che avevano sparato sui nostri soldati usciti fuori dalle trincee, che ne avevano anche ucciso qualcuno, che avevano preparato dolore e lagrime alle nostre madri. Erano lì, riposavano. Avevano salva la vita che è ancora un bene sulla terra. Taluno di loro interrogato appena preso intorno a quel che pensasse della guerra, aveva risposto: Per noi la guerra è finita. Tutto quel che sarebbe accaduto dopo la loro partenza dalle linee perdute, non li riguardava affatto: diventava una faccenda per gli altri. E nella totale assenza di ogni altro sentimento che non fosse di questa liberazione intera, suprema, avevano parlato.

* * *

Scampavano chi da uno, chi da due anni di guerra. Non avevano più altre memorie che di guerra. Chi aveva fatto tre campagne, chi quattro: parlavano della Serbia e della Galizia, dei Carpazi e del Trentino, dove i loro battaglioni erano stati richiamati e sbattuti, dove erano stati decimati e rifatti, donde erano tornati, come onde di un mare in tempesta. Avevano corso tutte le linee ferroviarie dell’Impero, nei lunghi treni che portano di qua e di là il nerbo delle offensive, e poi i soccorsi febbrili sulle retrovie dei fronti rotti o minacciati. Avevano combattuto d’inverno e d’estate, s’erano trovati di fronte sempre nuovi nemici, s’erano trovati di fianco commilitoni sempre nuovi, dalle favelle incomprese. Erano la storia viaggiante di tutte le spedizioni militari dell’Austria. Avevano combattuto in Serbia senza trincee, riparando il capo dietro un sasso qualunque: avevano combattuto sui Carpazi nevosi nei rigidi inverni, con la morte nelle carni, nelle ossa; erano stati mandati ora sul Carso, nella bolgia più orrida di tutta la loro guerra.

Alcuni di costoro erano stati veduti e descritti da Wiegand mentre tornavano dai trinceroni di Sei Busi, di Selz e del Cosich: gente che aveva incrostata sul volto la maschera di terrore della guerra: la carne dei loro compagni aveva appestato la conca di Doberdò, aveva riempito i cimiteri sparsi sui luoghi dove oggi sono i nostri soldati. Erano i testimoni della nostra guerra terribile, dicevano senza esitazione che di tutti i fronti il nostro è quello dove si vive e si muore più tragicamente di tutti. Parlando delle campagne sul fronte russo, i contadini accennavano con poche parole alle terre distese, su cui marciando avevano posato il piede, in cui avevano potuto scavare le trincee con la vanghetta, su cui i proiettili affondano nella mollezza del terriccio e dei solchi. Ma qui sul Carso avevano trovato la pietra che vola in schegge sotto gli scoppi e dissemina e centuplica la strage, come se ogni lastra d’acciaio riscoppiasse a mitraglia.

E avevano narrato il martirio della resistenza su linee che non erano ancora pronte e finite: specie le più avanzate, contro le quali le nostre fanterie avevano sferrato l’assalto, dopo due giorni di bombardamento distruggitore. Chi aveva potuto trovare una caverna vi si era imbucato, e non se ne era più mosso: era stato fatto prigioniero dai nostri. Altri avevano avuto ordine di non arrendersi, di lottare fino alla morte, così com’erano, allo scoperto o quasi, dietro alcuni muretti di divisione tra campo e campo. Altri assicuravano che gli ufficiali li avevano abbandonati in massa il giorno prima, lasciando l’ordine di ripiegare lentissimamente, passo per passo, ricostruendo difese improvvisate ad ogni opportunità che offrisse il terreno. Ad alcuni era stato detto che le loro retrovie erano bombardate da nostre granate asfissianti, e che perciò non pensassero nemmeno a fuggire, perchè avrebbero trovato nella fuga la più atroce delle morti. Ad altri erano state affidate le mitragliatrici, con l’ordine di scaricarle non appena si mostrassero le nostre truppe: la grande arma con la quale il nemico cerca di controbilanciare l’effetto spaventoso delle bombarde italiane.

Interrogato in quali condizioni si trovasse Comen, un prigioniero aveva dichiarato che tutti i Comandi n’erano scappati, cacciati dal nostro fuoco. Altri parlavano della linea di Kostanjevica, come della vera linea loro di difesa, senza interruzioni, ricca di caverne, munita di saldi punti d’appoggio, in complesso durissima. Ma annunciavano anche che i nostri calibri la tormentavano intensamente. Alla domanda se avessero sofferto la fame, rispondevano che da qualche tempo nell’esercito austriaco si gode del buon raccolto fatto quest’anno in Ungheria. Ma negli ultimi due giorni moltissimi non avevano più ricevuto il pane nè il rancio perchè il nostro fuoco d’interdizione aveva impedito tutti i rifornimenti. E finalmente interrogati su quel che si dice e pensa nel campo avversario della nostra continua pressione e della nostra attuale offensiva, alcuni avevano risposto che ogni giorno si attende una ripresa a fondo delle nostre operazioni, che le preoccupazioni sono molte e vive, che l’animo delle truppe è incerto, e che se noi fossimo giunti a Kostanjevica, essi avrebbero dovuto poi ritirarsi su Adelsberg. Insistevano specialmente sulla gravità delle perdite subíte sotto i nostri bombardamenti furibondi.

* * *

Questo ed altro avevano detto nei primi rapidi interrogatorii, subito dopo essere calati giù in branco, per le strade carsiche che qualche mese fa essi stessi o i loro commilitoni avevano disperatamente difese. Quanti di quelli che noi vedevamo lì non erano passati in formazione di plotoni e di compagnie su per la strada di Doberdò, dove ora corrono i nostri autocarri, o per le strade di San Martino e di Castelnuovo, dove ora s’odono i dialoghi dei soldati delle nostre centurie? Quanti di quelli che giacevano a terra, ridotti come cenci, senza più forma e senza più forza, non avevano tenuto per mesi e mesi le trincee al di qua del Vallone, ora vuote, abbandonate, imbiancate alla calce come luoghi d’infezione, corse nei lunghi silenzi da frotte fameliche di topi?

Erano, quei prigionieri ai quali non si sarebbe dato un soldo, nient’altro che i soldati dell’Austria, che avevano combattuto fino a ieri come combattono i nostri nemici, tenacemente; senza speranza di vittoria, ma senza rilasso. E duri alle fatiche fino all’estremo. E fin quando sono sotto la sferza dell’aguzzino, disciplinati e feroci. Poi, caduti prigionieri, perdono ogni carattere, ogni coesione, quasi ogni fisionomia militare e d’un tratto rendono a chi li guarda l’imagine degli elementi diversi dell’impero.

Ora, non parevano più che avanzi di uomini. Nel silenzio raccolto del luogo, una bestialità stanca e greve li accomunava, come capi di un gregge, distesi in lunghe file sulla terra che era già stata la loro, donde s’eran dovuti ritirare, che avevano abbandonata a noi, e sulla quale ora ritrovavano, tornando, una notte di requie.

Fine

INDICE

Fra gli uomini rossi (a Vincenzo Valducci) PAG. 1
Vele latine (a Sante Solazzi) 31
Un dottore (a mio zio Giovanni) 47
Sulle terre invase (a Giulio Bechi) 67
Due muli e una carretta (a Enrico Bettazzi) 85
Ritorno in trincea (ad Alighiero Castelli) 103
Fra Globna e Zagora (a Gino Berri) 121
Il “Diario di trincea” di Renato Serra 155
Mattino di battaglia (ad Achille Benedetti) 177
Alle trincee di Selz (alla memoria di Gigi De Prosperi) 193
Sui ghiacci dell’Adamello (alla memoria del Generale Carlo Giordana) 213
Don Bigolin (a Giorgio Bardanzellu) 245
Autocarri (a Gino Piva) 257
Giugno vicentino (a Roberto Cantalupo) 275
Laghetto di Doberdò (ad Arnaldo Monti) 289
Prigionieri Austriaci (a Mario Missiroli) 301

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.