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Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 cover

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Chapter 75: NOTE:
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About This Book

Il volume ricostruisce il ruolo di Roma nel primo medioevo, analizzando le relazioni tra il papato, l'impero carolingio e Bisanzio e il modo in cui la città riaffiora come centro spirituale e simbolo di universalità cristiana. L'autore esamina l'idea di una repubblica cristiana, la neutralità di Roma come asilo politico, la nascita del dominio temporale del pontefice sostenuto dai sovrani franchi e le tensioni tra idealità ecclesiastica e ambizioni mondane. Vengono esplorate inoltre le conseguenze istituzionali e culturali di questa nuova centralità sul futuro dell'autorità imperiale e sulla coesione delle nazioni cristiane.

NOTE:

1.  Roma appellavasi capo e rocca munita dell’Impero: così il Diacono Floro, nella sua Querela de divisione Imperii post mortem Ludovici Pii (Dom. Bonquet VII, 302), esclama:

O fortunatum, nosset sua si bona, regnum,

Cujus Roma arx est.

Ma nel fatto, Roma non era altro che il capo ideale dell’Impero: Carlo magno, per buona sorte dei Vescovi romani, lo ebbe costituito acefalo.

2.  Il Muratori, ad a. 801, parla di «un magnifico palazzo,» che Carlo s’ebbe edificato in Roma; però nessun Cronista ne discorre. Del palazzo che era in vicinanza al san Pietro fanno menzione i Regesta Farf. n. 537: ad basil. b. Petri Ap. in palatio domni Karoli. Un diploma di Lodovico II, dell’anno 872 (Chron. Farf.), dice: Acta in civitate Roma, Palatio Imperatoris, che corrisponde coll’altra dizione: Actum apud S. Petrum. Il Libell. de Imp. Potest. dice chiaramente del Missus imperiale: morabatur quippe in palatio S. Petri.

3.  Ordinatis deinde Romanis urbis et apostolici totiusque Italiae non tantum publicis, sed etiam ecclesiasticis et privatis rebus: nam tota hieme non aliud fecit imperator: Einhardi, Annal., ad a. 801.

4.  Leggasi il Libellus de Imperatoria Potestate in Urbe Roma: Inventum est, ut omnes majores Romae essent imperiales homines, et ut suus missus omni tempore moraretur Romae. I documenti taciono dell’officio di Prefetto fino all’anno 995: se durante l’età dei Carolingi avesse cessato di esistere, è incerto.

5.  Anastas., in Leone III, c. 31; Einhard. Ann., 801; Annal. Fuld.; Poeta Saxo etc. — Il Galletti, Inscr., I, 21, ha riferito erroneamente a Leone III la iscrizione che trovasi nel chiostro del san Paolo, nella quale Leone I parla della caduta e della restaurazione della basilica.

6.  Anno consulatus autem nostri primo. I Carolingi indi in poi tennero nota anche dell’anno del postconsolato; ad esempio: Imp. Dnn. pp. Aug. Hludowico a Deo coronato magno pacifico Imp. anno sexto et PC. ejus anno sexto sed et Hlotario novo Imp. ejus filio anno tertio Ind. XII.

7.  Ne darebbero conferma le lettere di Leone, se fossero giunte fino a noi le epistole di quell’anno. Delle sue dieci lettere (Cenni, Monum., tom. II) la prima appartiene all’anno 806; nelle successive si rivelano le lagnanze onde abbiamo detto. Del resto, il Poeta Saxo ne sa i motivi: Ecclesiae quoque pro caussis. Del viaggio del Papa parlano gli Annales Einh., Fuld., Amandi, Juvav., Lauriss.

8.  Einh. Annal., ad a. 806. La divisio Imperii è compresa nei Capitular., Mon. Germ., III, 140. Il Muratori ne ha chiarito che Modena, Reggio, Parma e Piacenza appartenevano al reame d’Italia, e non già all’Esarcato di Ravenna.

9.  Annal. Einh. e Fuld., ad a. 808. Le lettere quinta, sesta e settima di Leone, nel Cenni.

10.  L’anno 812 si desume dagli Annal. Einh., da quelli Lauriss. min., e Xant.: l’anno 813 si ricava da quegli Annali stessi e dal Thegano, Vita Ludov.

11.  Tunc jussit eum pater, ut propriis manibus elevasset coronam, quae erat super altare, et capiti suo imponeret. At ille jussionem implevit: Thegani, Vita, c. 6.

12.  Ne lo dimostra il passo della lettera di Lodovico II, indiritta a Basilio imperatore, dove è detto: Qui nisi Romanorum Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumsimus, apud quos profecto nimirum primo tantae culmen sublimitatis et appellationis effulsit, quocumque gentem et Urbem divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam — suscepimus: Anon. Salern., c. 102.

13.  Agnellus, Vita Martini, c. 2: Mensam argenteam unam absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, una eum tetragonis argenteis pedibus. — Eginh., Vita, in sulla fine: decrevit, ut una ex his, quae forma quadrangula, descriptionem urbis Constantinopolitanae continet Romam ad basilicam b. Petri ap. deferatur, et altera quae forma rotunda, Romanae urbis effigie decorata est, episcopio Ravennatis etc. conferatur. — Una terza mensa d’argento, ancor più bella, rappresentava l’universo mondo con figure di piccole dimensioni (minuta figuratione); era composta di tre dischi aderenti insieme, che probabilmente corrispondevano alle tre parti del mondo: me la imagino della forma di una foglia di trifoglio. Ex tribus orbibus connexa, dice Eginardo.

14.  Pasquale III, antipapa a’ tempi di Alessandro III, cedette al desiderio dell’imperatore Barbarossa, e beatificò Carlo: quella canonizzazione ebbe conferma da Gregorio IX. Nella biblioteca municipale di Zurigo si conserva tuttavia il decreto di Eberardo vescovo di Costanza, dato a’ 22 del Febbraio 1272, in cui è ordinata la celebrazione della festività di Carlo.

15.  Monum. Germ., V, p. 710 sgg., c. 30.

16.  Annal. Fuld. a. 815: Romae quidam primores in necem Leonis Papae conspirantes interficiuntur. Con ciò si modifica quel tardus ad irascendum, che la Biografia di Leone III gli attribuisce; però si comprende la ragione del rigore. — Astron., Vita Ludov., c. 25: perlatum est Imperatori, quod Romanorum aliqui potentes contra Leonem apostolicum pravas inierint conjurationes, quos detractos atque convictos isdem apost. supplitio addixerit capitali, lege Romanorum in id conspirante. — Einh. Annal., a. 815.

17.  Astronom. c. 26, sa di Domus cultae fondate da Leone III, delle quali Anastasio non fa menzione: Praedia omnia, quae illic domocultas appellant, et novi ab eodem apostolico instituta erant. Secondo gli Annal. Einh., queste ville erano situate in singularum civitatum territoriis. E vi è detto: Tunc Romam ire statuunt, et quae sibi erepta querebantur violenter auferre.

18.  La Chiesa ne proclamò la santità, e riunì le ceneri di lui con quelle del primo, del secondo e del quarto Leone, i quali, eccezion fatta dal secondo, furono uomini cui ben s’addiceva nome di leone, e, per grandezza dei tempi, degni di ammirazione. Le loro ceneri, sepolte in un sarcofago degli antichi tempi cristiani, sono deposte nella cappella della Madonna detta «della colonna», sotto l’altare di Leone I. Vi sormonta il rilievo che è opera dell’Algardi; i loro nomi leggonsi scritti nel pavimento.

19.  Siffatto mi sembra essere il carattere di tutte le chiese romane dell’età dei Carolingi, quali sono quelle di santa Maria in Cosmedin, di santa Francesca Romana, dei santi Nereo e Achilleo, la torre di santa Cecilia, la chiesa di santa Maria in Domnica, ecc.

20.  Agnellus, Vita Martini, c. 1: Leo Romanae Ecclesiae et Urbis Antistes misit cubicularium suum nomine Chrysaphum et reliquos caementarios, restauravit tecta B. Apollinaris. — Nella Vita di Leone III si menziona per la prima volta che il Papa togliesse cura di basiliche di remoti paesi, ed è prova dell’ampliazione che assumevano i rapporti di Roma. Il Pontefice provvide a restaurare parecchie chiese a Velletri, a Preneste, ad Albano, a Porto, ad Ostia, a Tivoli, nella Sabina.

21.  Anastas., Vita Leonis III, c. 65. — Il Rumohr, Studî sull’Italia I, 204, scambia la cappella battesimale del san Pietro col battisterio del Laterano.

22.  Vita Leonis III, c. 27: Et in pavimento marmoreis exemplis stratis: in tal senso, durante questo periodo, deve spiegarsi la parola exempla che di frequente è adoperata. Vi erano presso il san Pietro edificî parecchi: Cum caeteris amplis aedificiis, tam in ascensu scalae, quamque post ipsum triclinium compte fecit. Penso che questo grande triclinio fosse nel palazzo di Carlo.

23.  Fecit et ubi supra juxta columnam majorem balneum (c. 89). Il popolo diceva allora in suo linguaggio columna o columpna majore, e la parola agulia, venuta più tardi, o l’espressione sepulchrum Julii Caesaris, non si attribuivano ancora all’obelisco di Caligola.

24.  Vita Leonis, c. 90: Hospitalem in loco qui Naumachia dicitur, e al c. 81: In hospitali Dominico ad Naumachiam. Secondo i Mirabilia e la Graphia, il sepulchrum Romuli si comprendeva nella Naumachia, laonde così dev’essere stato appellato l’intiero tratto di territorio che si stendeva fra il Vaticano e il Castel sant’Angelo. — Cod. Laurent. XXXV: In Naumachia est sepulcrum romuli et vocatur sci. petri. L’Anon. Magliab. (XXVIII, Cod. 53) così appella perfino la città Leonina: civitas quae dicitur in Almachia. La menzione più antica fatta della Naumachia è quella nella Biografia di Leone, per cui puossi ritenere che ivi fosse situato quel luogo.

25.  Questa chiesa va debitrice della sua conservazione al Baronio, che da essa ebbe suo titolo cardinalizio. In una inscrizione ivi apposta, egli ammonì i posteri di non rimodernarla: un siffatto anatema sarebbe da scagliarsi contro ogni mala restaurazione. Dopo che il periodo del barocchismo ebbe cancellato i caratteri del medio evo, le chiese subirono un novello periodo di restaurazione, che potrebbe appellarsi dello stile da salotto. — Al c. 75 della Vita Leonis, quell’antico titolo presbiteriale è annoverato quale diaconia: errore che il Vignoli non corresse.

26.  In ecclesia S. Agathe — imagine lignea, in qua depicta erat vultum ipsius martyra, dice Benedetto di Soratte, c. 31, parlando dell’anno 921; qui per certo devesi a preferenza reputare che fosse una pittura in tavola.

27.  Occorre appena far avvertito il leggitore che a ciascuno di questi nomi va preposto l’addiettivo «Santo», o «Santa». Il Sinodo dell’anno 499 numera ventotto chiese titolari; all’età di Gregorio I, parimenti come a quella di Leone III, io ne contai ventiquattro; soltanto, invece della Emiliana, vi si sostituisce quella dei santi Apostoli. Giusta un codice del secolo decimoterzo, che io vidi nella Laurenziana (Plut. 89, Inter. Cod. 48), nel secolo duodecimo o nel decimoterzo vi avevano Titoli ventotto, che concordano col codice dell’archivio Lateranense riportato dal Crescimbeni nella Istoria di S. Giov. av. P. Latina, p. 369.

28.  Reputa il Vignoli che sia la chiesa di santo Abbaciro in Septimo, ignota. Però essa non può esser altro che la diaconia di sant’Angelo in Piscaria, che esisteva di già ai tempi di Leone III.

29.  Il codice fiorentino usa la dizione: Ynter Ymagines, e allude al gruppo di Orfeo.

30.  Nel codice fiorentino trovansi di bel nuovo numerate tutte queste diaconie, ad eccezione di quelle dei santi Silvestro e Martino, della santa Maria a porta san Pietro e dell’altra in Adrianio: invece dell’Arcangelo vi si usa la denominazione Angeli, e si annovera anche la chiesa di san Nicolò in carcere Tulliano, la quale diaconia difetta nel codice del Crescimbeni. Contiene pertanto le diciotto diaconie sorte più tardi.

31.  Con denotazione di monasteria quinque constituta juxta magnam Ecclesiam S. Petri, sono tutti enumerati nella bolla di Giovanni XIX, a. 1024, nel Bullar. Vatican., I, 17.

32.  Il convento dei santi Andrea e Bartolomeo è oggidì il noto ospitale di questo nome. Del monastero dei santi Sergio e Bacco fa cenno la Vita Paschalis I (n. 442): Post formam aquaeductus Patriarchi Lateran. positum. Non trovo più menzione dell’antico convento dei Benedettini vicino al Laterano, che era restaurato ancora da Gregorio III.

33.  Questo soprannome rinviensi in un diploma di Subiaco, n. 967, nel Codex Sublac., manoscritto che è nella biblioteca Sessoriana, CCXVII, p. 142.

34.  Da quei due conventi si pare che in Roma esistevano a quell’età dei luoghi di romitaggio pei Côrsi e pei Sardi. Dalla Vita Leon. IV, n. 507, si rileva che il convento dei Côrsi era in prossimità di santo Sisto: Mon. Corsarum quod juxta basil. b. Sixti Martyris; e il Vignoli opina che fosse identico di quello di S. Caesarius in Palatio (n. 513, Vita Leon. IV): — n. 406, Vita Leon. III: In Oratorio S. Viti quod ponitur in Monast. quod appellatur de Sardas: — n. 499, Vita Leon. IV: vicus qui nuncupatur Sardorum. Questo stesso vico, al n. 541, vien detto situato al milliario ab urbe Roma trigesimo. Significa dunque che esisteva nella Campagna una colonia di Sardi.

35.  Il Martinelli e il Vignoli lo pongono situato alle Carine; il secondo dei due Scrittori reputa che fosse la santa Maria Purificationis, in vicinanza del san Pietro ad vincula.

36.  Incerto; lo si cita nel Muratori, Antiq. V, 772, e nel Bullar. Casin., II, const. 112 e 150.

37.  Anche nell’Ordo Rom., XII (Mabillon, Mus. Ital., II, 206) è detto: Monasterio Tempoli. Il Torrigio, Historia della Imagine di Maria Vergine di S. Sisto e Domenico, Roma 1641, p. 31, crede che fosse situato nel Transtevere e altresì appellato: in Torre, ma questa opinione è contestata dal Mammachio, Annal. Ord. Praedicator., I, 557; secondo lui la santa Maria in Tempulo era in vicinanza della santa Balbina, nella via Appia.

38.  Arnoldus de S. Emmerammo, lib. II, c. 54 (Mon. Germ. VI). Sulle venti abazie di Roma a’ tempi posteriori, vedasi l’Ordo Rom., XI, nel Mabillon II, 160.

39.  Qui statim — jussit omnem populum Romanum fidelitatem cum juramento promittere Hludowico: Thegan. Vita Lud. c. 16, — prova della sovranità che l’Imperatore esercitava sopra di Roma. — Praemisit tamen legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret: Astron., Vita c. 26, — prova che di già Carlo pretendeva al diritto di approvare la elezione pontificia: peraltro non se n’era ancor costituita legge.

40.  Astronom., c. 26; Thegan., c. 16, 17. Stefano avea portato con sè una corona preziosa, ed Ermoldo Nigello (II, v. 425) da poeta afferma che fosse quella di Costantino. Egli fa che Stefano acclami all’Imperatore ed ai suoi eredi: quique regat Francos necnon Romamque potentem, e dà notizia che Elisacario cancelliere ebbe rogato un documento in cui davasi confermazione imperiale ai privilegî della Chiesa. Secondo gli Annal. Einh., il Papa intraprese il suo viaggio sulla fine di Agosto.

41.  Omnes exsules, qui illic captivitate tenebantur propter scelera et iniquitates suas, quas in S. Ecclesiam Rom., et erga Domnum Leonem Papam gesserunt, secum reduxit.

42.  Ancor di recente, il Floss nello scritto: La elezione pontificia sotto gli Ottoni, 1858, ha attribuito a Stefano IV (V) il decreto di Stefano VII, locchè a mia persuasione è un errore.

43.  Excusatoriam Imperatori misit epistolam: Einh. Annal. 817. — Legatos cum epistola apologetica et maximis imperatori misit muneribus, insinuans non se ambitione nec voluntate, sed cleri electione et populi adclamatione huic succubuisse potius quam insiluisse dignitati: Astron., Vita, c. 27.

44.  Lo dice Astronomo con semplice linguaggio: Theodorus nomenculator — negotio peracto, et petitis impetratis super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est. — Einh. Annal., a. 817: pactum, quod cum praecessoribus suis factum erat etiam secum fieri et firmari rogavit.

45.  Patrimonium Beneventanum, et Salernitanum, et patrimon. Calabriae inferioris, et superioris, et patrimon. Neapolitanum: così il diploma. Durante la controversia delle imagini, Bisanzio s’aveva preso i dominî di Roma nell’Italia meridionale, dove i Franchi nulla possedevano. Il testamento di Carlo non fa neanche parola di Benevento. — Insulas Corsicam, Sardiniam, et Siciliam sub integritate. L’Ep. 4 di Leone III parla di una donazione di Corsica fatta da Carlo, ma ne è oscuro il concetto. Da quella lettera e dal diploma di Lodovico, i Pontefici derivarono le loro pretese sull’isola. In Sicilia ed in Sardegna, la Chiesa avea avuto anticamente degli estesi possedimenti, e di essi ripetute volte faceva reclamo appresso gli Imperatori greci. Nicolò I scrive a Michele: Calabritanum patrimon. et Siculum, quaeque nostrae ecclesiae concessa fuerunt — vestris concessionibus reddantur (Labbé, IX, 1296). Laonde quel Papa nulla sapeva della donazione di Lodovico, e si riferiva soltanto a chiedere i patrimonî che Roma aveva colà posseduto dai tempi di Gregorio I. Parimente i diplomi di Ottone I e di Enrico I, non sanno altro che del patrimonium Siciliae.

46.  Del diploma di Lodovico fanno menzione per la prima volta il Chronic. Vulturnense, che appartiene alla fine del secolo undecimo (Mur. I, 2, 369), e Leo Ostiens. I, c. 16, che rimonta al principio del secolo duodecimo: concordano fra loro quasi parola per parola. Dicono che Lodovico avesse concesso a Pasquale il pactum constitutionis et confirmationis, ma non parlano nè di una donazione, nè del tenore del diploma. L’autografo non può essere fornito; apografo dev’essere quello conservato nell’archivio pontificio. Graziano inserì il diploma, abbreviandolo, nel Decret., Dist. 63, can. 30; Cencio lo introdusse nel Liber Censuum traendolo dal Cod. Vatic. 1984, che è del secolo undecimo, o da Albino (Cod. Vatic. 3057). La impostura dimostrarono il Pagi, ad a. 817, e il Muratori negli Annali, nella Dissert. 34, nella Piena esposiz. c. 4: il Beretta, Tab. Chor. VI, se ne giova soltanto nei riguardi della geografia, e determina che la finzione avvenisse nell’età di Gregorio VII, alla quale appartengono le falsificazioni dei Pacta dell’817, del 962 e del 1020, conservati soltanto in copie. Modernamente la questione fu discussa profondamente dal Ficker, nel secondo volume dei suoi Studî sulla storia dello Stato e della Chiesa d’Italia (Innsb. 1869), § 347 e segg. Egli accoglie opinione che di questi celebri diplomi si falsassero alcuni passi, non l’intiero. Vedasi anche il Sickel, Acta Karolinor., II, 381.

47.  Thegan., c. 23. — Il Chron. Reginen. dice il vero: Bernhardus dolo capitur. Della sua tragica fine discorrono Astron., Vita, c. 30; Thegan., c. 22; Eginh., Annal., a. 817, 818. — Andreas presbyter dice concisamente: Hermengarda — oculos Bernardo avulsit.

48.  Astron., Vita, c. 36; diadema imperiale cum nomine suscepit Augusti. — Annal. Einh.: et regni coronam et Imperatoris atque Augusti nomen accepit. — Annal. Fuld.: Hlotarius juvenis, rogante Paschale papa Romam veniens, ab eodem coronatur, et a populo Romano imperator Augustus appellatur. — V’hanno pertanto nei diplomi due epoche imperiali per Lotario, quella dell’anno 820 e questa dell’823. Dalla prima conta Pasquale stesso, in una bolla indiritta all’Arcivescovo di Ravenna: datum V Idus Julias per man. Sergii Biblioth. S. Sed. Ap., Imp. Dnn. pp. Hludovico a D. coronato magno pacifico Imp. anno sexto et po. ejus anno sexto sed et Hlotario novo Imp. ejus filio anno tertio Ind. XII (Marini, Pap. n. XI).

49.  Fragment. Langob. Hist. (Murat. I, p. 2, 184): Paschalis, — potestatem, quam prisci Imperatores habuerant, ei super populum Romanum concessit.

50.  Sub nostro privilegio, atque Mundiburdio consistat (Chron. Farf., Murat. II, 2, 364).

51.  La bolla di Stefano IV, in data X kal. Febr., trovasi nel Chronic. Farf. e nel Galletti, del Primic., appendice n. I; la bolla di Pasquale è nel Chron. Farf., p. 372.

52.  Diploma di Lotario dato da Cavillon (a. 840), nel Chron. Farf., p. 387. Il litigio si rinnovò nell’anno 829, ed anche stavolta ne andò a capo rotto il Papa: vedasi il placito nel Vatican. Regest. Farf., n. 285. I Missi di Lodovico furono Giuseppe vescovo e Leone conte: Missi ipsius Augusti singulorum hominum causas audiendas et deliberandas, et conjunxissemus Rome, residentibus nobis ibidem in judicio in palatio Lateranensi in praesentia domni Gregorii Papa. I Missi erano uomini a finibus Spoletanis, seu Romania; vedasi a che antichità risalga il nome di «Romagna.» La provincia dell’Emilia e Ravenna erano territorio pertinente a Roma, che i Longobardi non avevano conquistato: colà vigeva il diritto romano. In un diploma (a. 881) trovasi scritto: Possessiones tam in Longobardia, quam in Romania, sive in Tuscia, et in Ducatu Spoletano (Monumentor. Magni Farf. Chartarii Epitome del Fatteschi, Cod. Sessor. CCXVIII, n. 331).

53.  Et hoc eis ob hoc contigisse, quod se in omnibus fideliter erga partes Hlotarii juvenis imperatoris agerent; erat et qui dicerent, vel jussu vel consilio Paschalis pont. rem fuisse perpetratam: Annal. Einh., a. 823. — Parimenti Astronomo, c. 37. — Che i Romani stessi fossero gli accusatori, lo dice Thegan., c. 30: Quandam insolentiam quam Romanus populus super Roman. pont. Paschalem dixit, imputantes ei, quod nonnullorum homicida fuisset. Vedasi di che stampa fossero ridotte omai a quel tempo le condizioni de’ Papi in mezzo a’ Romani.

54.  La dizione degli Annal. Einh.: interfectores praedictorum hominum, quia de familia S. Petri erant, significa veramente che non si trattò di esecuzione d’una sentenza, chè altrimenti i Romani non avrebbero potuto dare al Papa dell’homicida.

55.  Accusationi opponentes excusationem, et super vita imperatori offerentes examinationem: Astron., c. 37, Annal. Einh., a. 823.

56.  Annal. Einh.: Legati — res gestae certitudinem adsequi non potuerunt, quia Paschalis pont. et se ab hujus facti communione cum magno episcoporum numero jurejurando purificavit, et interfectores praedictor. hominum, quia de familia S. Petri erant, summopere defendens, mortuos velut majestatis reo condemnavit, jure caesos pronuntiavit. — Più mitemente, ossia con miglior garbo diplomatico, si esprime Astronomo.

57.  Imperator ergo natura misericordissimus, occisorum vindictam ultra persequi non valens, quamquam multum volens, ab inquisitione hujuscemodi cessandum existimavit, et eum responsis congruis missos Romanos absolvit: Astronom.

58.  Thegan., c. 30. — Stando agli Annal. Einh., morì Pasquale nell’anno 824, pochi giorni dopo il ritorno dei suoi legati: il senso molesto dei loro messaggi affrettò la sua morte. Incerto è il mese: il Pagi accoglie per data il giorno 10 di Febbraio.

59.  Il primo organo, da’ Greci venne tra i Franchi intorno all’anno 757. Gli Annali di Einhardo registrano all’anno 826, che un Giorgio, prete veneziano, il quale aveva appreso il secreto di costruire organi, ottenne impiego in Aquisgrana da Lodovico il Pio. La Diss. XXIV del Muratori illustra questo argomento.

60.  Così in posa giacente la rappresenta nel marmo la vaghissima opera del Maderno, che è collocata nella chiesa della Santa.

61.  Il sarcofago e il luogo della sepoltura si mostrano in quelle catacombe che devono tanta luce di illustrazioni agli studî del De Rossi: i condotti di piombo d’un bagno antico, vedonsi in una cappella della chiesa che la Santa ha nel Transtevere.

62.  Anast., Vita Paschal., n. 437.

63.  In vicinanza della chiesa, Pasquale ebbe edificato anche un convento in honorem martyrum Agathae et Ceciliae juxta ipsius ecclesiam, in loco qui dicitur colles (?) jacentes (Anastas., n. 438): pertanto può essere che quella figura di Santa incerta rappresenti santa Agata.

64.  

Haec domus ampla micat variis fabricata metallis,

Olim quae fuerat confracta sub tempore prisco.

Condidit in melius Paschalis praesul opimus

Hanc aulam Domini firmans fundamine claro.

Aura gemmatis resonant haec Dyndima templis

Laetus amore Dei hic conjunxit corpora sancta

Caeciliae, et Sociis, rutilat hic flore juventus;

Quae prius in cryptis pausabant membra beata.

Roma resultat ovans semper ornata per aevum.

Dyndima significano massimamente istrumenti di musica, difficilmente organi. — Dei musaici parla il Ciampini, Vet. Mon., c. 27. — La storia della Santa scrissero Antonio Bossi: Laderchi Acta S. Caeciliae et Transtyb. Basilica (Roma 1722), e Giuseppe Bondini: Memorie storiche di S. Cecilia (Roma, 1855).

65.  

Emicat aula pie variis decorata metallis

Praxedis Domino super aethra placentis honore,

Pontificis summi studio Paschalis, alumni

Sedis apostolicae, passim qui corpora condens,

Plurima Sanctorum subter haec maenia ponit,

Fretus ut his limen mereatur adire polorum.

66.  Il Rumohr pone troppo soverchiamente in basso le opere del tempo di Pasquale. La loro fattura assai rozza, è pur sempre migliore di quella del tempo di Giovanni VII.

67.  Si costumava con gran predilezione di porre, fuor delle chiese, di quelle anticaglie. Nell’atrio del san Pietro era collocata la pina di bronzo del mausoleo di Adriano; fuor del Panteon era la bella urna di porfido in cui è adesso sepolta nel Laterano la salma di Clemente XII; nell’atrio della santa Cecilia v’ha ancora un grande vase antico di marmo; uno di somigliante è nel cortile della chiesa dei santi Apostoli. Poichè nelle vicinanze di santa Maria in Domnica stava anticamente il campo degli stranieri, può darsi che da quello avesse origine l’antica nave votiva. La V Cohors vigilum stava presso alla villa Mattei. Vedi il De Rossi, Le Stazioni delle VII Coorti dei Vigili, Roma 1859, p. 27 ecc. — L’appellazione in Domnica deve, con massima semplicità d’interpretazione, spiegarsi dal giorno di «Domenica,» in cui è facile che ivi ai celebrasse officiatura festiva.

68.  Anast., n. 432: Gentis Anglorum — omnis — habitatio, quae in eorum lingua burgus dicitur. Può darsi che questo incendio avvenisse a’ tempi di Leone IV.

69.  Ut vice sua functus, ea quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice populoque Romano statueret atque firmaret: Einh. Annal., a. 824.

70.  Eugenio confortò questi giudici allorchè più tardi poterono tornare in patria: Romani judices, qui in Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria ingredi permisit, et eis non modicas res de Patriarchio Lateranensi praebuit: Vita Eugenii. — Astronom., c. 38: Reddendo quae injuste sublata erant, Hlotarius magnam populo Romano creavit laetitiam. — Einh. Annal., a. 824: Statum populi Romani jamdudum quorundam praesulum perversitatem depravatum — correxit. A petto di questi fatti è in verità cosa ridicola di voler negare che l’Imperatore esercitasse suprema signoria sopra di Roma.

71.  La Constitutio Lotharii I trovasi nei Monum. Germ., III, 249, ed altrove in luoghi parecchi. Volumus etiam, ut Missi constituantur a Domno Apostolico et a nobis, qui annuatim nobis renunciant etc. Questi erano Missi ex latere imperatoris, come dice Astronom., c. 38, e già in uso ancor da tempo prima: di regola erano due, uno laico, l’altro prete; un Conte e un Abate, un Duce ed un Vescovo per i negozî dell’una e dell’altra specie. Sopravvegliavano i giudici dello Stato della Chiesa; in caso di bisogno li punivano, e massimamente facevano giustizia al popolo. Vedasi anche la Constitutio de Missis ablegandis in Hludovici et Hlotharii Capitul., a. 828, Mon. Germ., III, 328.

72.  Volumus etiam et numerum et nomina scire, et singulis de ministerio sibi credito admonitionem facere: n. VIII dello Statuto.

73.  Il paragrafo incomincia così: Volumus etiam, ut omnis Senatus et populus Romanus interrogetur, quali vult lege vivere, ut sub ea vivat. Il clero per la massima parte seguì il diritto romano (Capitul. Hludov. I: Ut omnis ordo ecclesiarum secundum Romanam legem vivant: Mon. Germ., III, 228). L’uso più antico di quella Costituzione trovo essersi fatto in un istromento del monastero di Farfa, a. 829, che leggesi nel Galletti, p. 184, là dove è detto: uterque secundum suam legem. Un diploma dell’anno 869 è sottoscritto così: Ego Gregorius filius Leonis de Civitate Roma, Legem vivens Romanam (Chron. Casaur. nel Muratori, Diss. XXII), e così devesi anche intendere la dizione: salva lege mea, usata nelle formule giuratorie dei Romani. Il più antico esempio di una sentenza a legge longobardica, pronunciata in Roma nel maggio dell’anno 813, trovasi in Carlo Troya, Della condizione dei Romani vinti da’ Longobardi, Napoli, 1841, tratta dal Galletti, del Vestar., p. 31-34.

74.  Ancor nell’anno 939, Teoderanda, figlia di Graziano console, come moglie del franco Ingebaldo rettore della Sabina, passa sotto la legge dei Franchi: Quae modo professa est vivere in lege Salicha: Fatteschi, Serie ecc., n. LXI.

75.  Qualiter Romanus fieri debeat. Tornerò più tardi su questa celebre formula.

76.  Questo giuramento, aggiunto allo Statuto di Lotario, leggesi nei Mon. Germ., III, nel Muratori, nel Pagi, ecc. Il Cenni esclude il fatto, che si appoggia soltanto sopra il passo dell’incerto Fragment. Langob. Hist. (Muratori, II, p. 1, a. 825), dove, più sopra, è detto che Lotario nell’anno 825 venne per la seconda volta a Roma. Il Pagi afferma la cosa, il Muratori propende ad accoglierla, appoggiandosi alla espressa conferma della elezione di Gregorio IV: ma di ciò diremo in seguito.

77.  Giacinto Gigli, che fu, intorno all’anno 1644, caporione di Campitello, scrive (Mtto. Sessorian. 334): «per autorità di Lothario Imperatore il Popolo Romano tornò alla creatione de’ Magistrati che furono Consoli, Prefetto et 12 Decarchoni nell’anno di Christo 825.» In questa ipotesi per fermo havvi qualche cosa di vero.