Title: La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814
Author: Leopoldo Armaroli
conte Carlo Verri
Editor: Tommaso Casini
Release date: May 25, 2011 [eBook #36212]
Language: Italian
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BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
pubblicata da T. Casini e V. Fiorini. — N. 3
RELAZIONI STORICHE
DI
Leopoldo Armaroli e Carlo Verri
Senatori del Regno italico
a cura di
Tommaso Casini
Marchio tipografico
ROMA
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
1897.
PROPRIETÀ LETTERARIA
DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si ritengono per contraffatti.
(7606) Roma, Tipografia Enrico Voghera.
Milano. — Atrio del Palazzo del Senato nel 1814.
INDICE
Prefazione
Note
Avvertimento
Sulla rivoluzione di Milano — Memoria storica
Note
Sugli avvenimenti di Milano — Relazione
Note
Indice delle persone e delle cose notabili
La rivoluzione milanese dell'aprile 1814 e la caduta del Regno italico, che ne fu conseguenza immediata, ebbero già parecchi storici o raccontatori; quali, per citare solamente i piú diffusi, il Fabi[1], il De Castro[2], l'Helfert[3]: ma sono avvenimenti tuttora avvolti in qualche oscurità, dei quali non si è colta ancora compiutamente la ragione storica, forse perché sin dal primo momento troppi furono gli interessati a nascondere il vero di quei rivolgimenti, o almeno a rappresentarli ciascuno in modo che ne restassero giustificate le proprie tendenze e la propria condotta. La serie delle scritture che rispecchiano direttamente i sentimenti e gli atti di coloro che furono spettatori o partecipi ai fatti del 1814 è lunghissima, e tutte andrebbero minutamente esaminate e raffrontate, chi volesse sceverare in ciascuna la particella di vero, che pur vi sarà, e di tutte le particelle comporre la storia genuina e sincera di quei moti. E dagli articoli, dalle notizie e dai documenti che a cominciare dall'aprile 1814 si vennero pubblicando quotidianamente sul milanese Giornale Italiano — l'officioso napoleonico, tramutatosi improvvisamente a officioso austriaco — la serie si produce lungamente sino a quelli Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni, che, dettati certamente dalla principessa Cristina Belgioioso Trivulzio, furono pubblicati in Parigi solamente nel 1846[4], ma erano eco non ancor fioca dei sentimenti e dei contrasti in mezzo ai quali il Regno italico di Napoleone I era caduto, lasciando, retaggio prezioso, agl'Italiani la coscienza della nazionalità, lo spirito delle armi proprie, il desiderio delle istituzioni civili e la tradizione di un illuminato liberalismo.
A rappresentare con sufficiente fedeltà lo svolgersi di quei memorabili avvenimenti mi è parso opportuno eleggere di mezzo alle scritture di cotesta serie copiosa le relazioni composte, quando erano recenti i fatti, da due uomini di spirito temperato ed equanime, entrambi per l'ufficio loro di senatori presenti e partecipi alle deliberazioni che furono motivo o pretesto alla rovina del Regno. L'una delle quali relazioni, col titolo di Memoria storica sulla rivoluzione di Milano seguita il giorno 20 aprile 1814, fu distesa solamente qualche mese dopo gli avvenimenti e indi a poco divulgata per le stampe con la data del novembre 1814[5]. Duplice, come appar chiaro dalla semplice lettura, era stato l'intendimento di chi scrisse questa relazione: difendere la condotta del Senato contro le postume accuse del partito indipendentista lombardo e rivelare la parte sinistra che i detrattori del Senato avevano avuto nei tumulti dell'aprile, nello strazio del Prina, nella caduta del Regno. Al primo di questi fini non era parso che corrispondesse abbastanza la Lettera sulla seduta del Senato del Regno d'Italia tenuta a Milano il 17 aprile 1814, la quale era venuta alla luce in Parma, sin dalla fine del maggio[6]: se n'era saputo subito autore uno dei senatori, «uomo illustre per probità, per carattere, per dottrina», e si disse che non aveva taciuto «la verità anche parlando di sé medesimo»,[7] ma il nome di lui, se pur corse sulle bocche dei contemporanei, non fu segnato sulle carte, né oggi sarebbe agevole a riconoscere se non per indizi che potrebbero esser fallaci[8]. Ad ogni modo la relazione o «commentariuccio», come la designò il Foscolo, fu come il punto di partenza alla piú diffusa «Memoria storica» del novembre, alla quale anzi la narrazione parmense sulla seduta senatoria del 17 aprile 1814 fu accodata come primo e principal documento[9].
Appena la Memoria storica fu pubblicata, la polizia si diè un gran da fare per impedirne la diffusione, sino a ordinare la chiusura d'una libreria ove si era venduta, e molto si affaccendarono gli interessati, o i colpiti che dir si vogliano, a ribattere come meglio potevano le gravi accuse, alle quali aggiungeva valore la pacatezza del racconto e la temperanza dei giudizi e della forma. Il generale Domenico Pino, che per la parte avuta nelle giornate dell'aprile era già stato bersaglio a ben altre contumelie e alla meglio se n'era schermito[10], non volle lasciare senza risposta ciò che di lui si diceva nella Memoria storica, e diè fuori sul principio del 1815 certe sue, poco concludenti, Osservazioni... sopra alcune asserzioni dell'autore dell'opuscolo che ha per titolo «Su la rivoluzione di Milano seguita il 20 aprile 1814»; osservazioni le quali non valsero certamente a rimuovere tutti i sospetti che si erano venuti addensando sopra la sua condotta[11]. Il conte Federico Confalonieri stampò, con la data del 15 marzo 1815, la sua Lettera ad un amico, il conte Antonio Durini, nella quale, un po' confessando la parte avuta nei fatti dell'aprile 1814 e un po' impugnando le asserzioni della Memoria storica, tentò un'abile difesa di sé stesso e già si mostrò, politicamente, assai mutato da quello che era l'anno innanzi; ma anch'egli riuscí tutt'altro che convincente: fortunato che gli avvenimenti posteriori della sua vita e la grandezza del sacrificio e dell'espiazione, circondando la sua memoria di una fulgida aureola di patriottismo, facessero dimenticare quali erano stati i primi suoi passi sulla via malsicura delle congiurazioni politiche[12]. Finalmente il conte Ludovico Giovio, già consigliere di Stato napoleonico e presidente delle riunioni che nell'aprile e maggio 1814 avevano tenute in Milano i Collegi elettorali di una parte del Regno, difese quella convocazione in un opuscolo, nel quale anche cercò di scagionare sé stesso dalla taccia datagli nella Memoria storica di esser stato troppo facilmente ingrato verso un governo che lo aveva innalzato ai piú alti onori[13].
Mentre cosí si appuntavano le armi contro la relazione documentata, che in povera veste era venuta da Lugano a raccontar fatti che si volevano sopire, era naturale che si cercasse di sapere chi ne fosse l'autore. Sulle prime corse voce che l'avesse fatta Melchiorre Gioia[14], forse perché dell'economista piacentino si ricordavano altri opuscoli pubblicati nell'occasione di gravi mutazioni politiche nel ventennio anteriore; ma la voce cadde di per sé, senza bisogno di essere smentita. Maggior consistenza invece prese l'opinione che uno o piú senatori avessero lavorato a mettere insieme la Memoria storica, e a questa opinione aderí anche Ugo Foscolo, quando prese a confutar quella relazione nei suoi discorsi Della servitú dell'Italia[15]: generosi ed eloquenti discorsi, nei quali per altro non è dissimulato il dispetto del poeta di essere stato additato come frequentatore di mense ministeriali e sovvertitore della plebe ai tumulti del 20 aprile. Il Foscolo, come si vede da piú luoghi di quei discorsi e da altri della Lettera apologetica scritta quasi dieci anni di poi agli editori padovani della Minerva[16], teneva, se non per autore, almeno per ispiratore principale della Memoria storica il senatore Diego Guicciardi, fattosi, sempre secondo il Foscolo, sostenitore del principio della monarchia di diritto divino, appunto in quei giorni che l'Austria si preparava a soppiantare la Francia, e proclamatosi da sé per uomo di Stato a nessuno secondo. E questa ch'era stata l'opinione del Foscolo divenne presto universale, tanto che nel 1822 il Saint-Edme (cioè Teodoro Bourg, già commissario nelle guerre napoleoniche e sostenitore anche dopo il 1815 delle idee repubblicane e imperiali), pubblicando in Parigi la sua traduzione francese della Memoria storica,[17] vi poneva in fronte il nome del Guicciardi e nella prima delle note da lui aggiunte ragionava e argomentava tale attribuzione cosí:
1º Dans son avertissement, l'éditeur annonce que l'ouvrage qu'il publie est dû à un illustre personnage du royaume d'Italie, qui avait le droit de conserver près de lui les documens authentiques placés à la fin du mémoire: le comte Guicciardi était sénateur et chancelier du sénat.
2º L'exposé de la situation morale de l'Italie qui précède l'historique de la révolution, est basé: 1º sur des bruits auxquels n'aurait point ajouté foi tout autre écrivain de l'époque qui n'aurait point eu à justifier une opinion émise dans une assemblée politique, opinion opposée à sa conduite antérieure, aux vues du prince, et peut-être au bien de son pays; l'auteur même avoue ses doutes: mais pourquoi se serait-il arrêté à des mensonges, en aurait-il, comme historien, entretenu le public, s'il n'avait eu l'intention de se servir de cet appui pour se justifier? 2º sur le caractère personnel de quelques individus employés par le gouvernement, tels que le secrétaire des commandemens du prince et le directeur des postes: on ne peut voir là que le fruit d'une animosité particulière, et l'on sait que l'esprit rétif de M. le comte Guicciardi avait été atteint par quelques-uns de traits de MM. Méjan et Darnay.
3º Le 17 avril, lorsqu'on lut au sénat le projet de décret du duc de Lodi, qui s'opposa à son adoption? M. le comte Guicciardi. Et le mémoire cherche à prouver que l'on avait machiné pour surprendre la délibération: l'opposition violente de M. Guicciardi est donc tout honorable pour lui, dans le sens de la marche qu'il avait adoptée.
Mais sans entrer à ce sujet dans une longue discussion, à laquelle le lecteur, une fois prévenue, suppléera facilement avec un peu d'attention, je me bornerai à fare remarquer que M. le comte Guicciardi a fait partie de la commission nommée pour l'examen de la proposition du duc de Lodi; qu'en sa qualité de membre de la commission, c'est lui qui s'est rendu auprès du duc, afin d'en obtenir les éclaircissemens nécessaires au travail de la commission; qu'il a fait le rapport; qu'il a été nommé député; qu'il a eu une entrevue avec le prince; que sa justification au gouvernement provisoire a été imprimée malgré la défense de la régence, et que là, comme dans l'ouvrage, oú il est tant question de lui, ses opinions et son caractère politique sont élevés à un haut degré.
Queste argomentazioni del Saint-Edme, per quanto avvedute e sottili, non hanno, si capisce subito, un grande valore probativo, poiché il Guicciardi in tutte le fasi del movimento milanese dell'aprile 1814 rappresentò le tendenze del partito austriaco, come ha ben dimostrato il Bonfadini[18], e la Memoria storica, se non tace per un senso di imparzialità gli errori e le colpe degli uomini di tutti i partiti, è manifestamente rivolta in particolare contro gli indipendentisti lombardi in quanto spianarono con la Reggenza la via all'Austria di occupare e tener per suo il paese: l'autore quindi, se non era un eugeniano, non poteva essere neppure un austriacante; e ben vide e sentì il significato dell'opera sua la polizia austriaca, che si sforzò di rimuoverla dalla circolazione. I documenti, che accompagnano la Memoria storica, parte erano stati pubblicati per altre vie, parte erano di tal natura da esser passati per molte mani, e l'apologia del Guicciardi poté ben essere comunicata da lui medesimo all'autore di questa relazione, non già perché la pubblicasse, ma come a senatore ch'egli era, poiché il Guicciardi, dopo il divieto della Reggenza di darla alle stampe, avrà sentito il bisogno che ne avessero conoscenza almeno i suoi antichi colleghi del Senato. E che tra i senatori fosse da cercare l'autore della Memoria storica, ove la condotta del Senato era difesa con tanto calore, pochi allora dubitarono; e presto anche si seppe che questo senatore era il maceratese Leopoldo Armaroli, magistrato onorando e insigne giurista[19]: si seppe presto, ma pubblicamente non fu detto se non nel 1823 da Federico Coraccini (sotto il quale nome, ben si sa, nascondevasi Carlo Giovanni Lafolie francese, stato nel 1812 segretario generale della prefettura del Tagliamento e nel 1813 viceprefetto di Ravenna) nella sua Storia dell'amministrazione del Regno d'Italia[20], e fu poi confermato piú tardi da piú credibile testimonio, lo storico dell'esercito cisalpino-italico[21]. Ciò non ostante, poiché si continuò da qualcuno ad attribuire la Memoria storica al Guicciardi[22], parmi opportuno dissipare ogni dubbio per mezzo di una lettera che l'Armaroli stesso scriveva nel 1830 a Francesco Cassi per ottenere dal marchese Antaldo Antaldi di Pesaro la restituzione dell'unica copia rimastagli del suo libretto; lettera che sulla divulgazione di questo scritto ci dà anche alcune particolarità rimaste sin qui ignorate.
Mio degno e rispettabile amico,
Macerata 25 aprile 1830.
Ho bisogno dell'autorità vostra municipale, per citare al vostro tribunale codesto diligentissimo amico nostro marchese Antaldo. È piú di un anno che in vostra presenza gli consegnai quel mio Opuscolo sulla rivoluzione di Milano del 1814, che gentilmente si offerí di farlo osservare ai Revisori per vedere se s'incontrasse difficoltà nel ristamparlo. Ritornando da Bologna mi recai da lui e mi disse che non vi era opposizione, ma non potea restituirmi il libro perché era rimasto presso il Signor Canonico Coli.
Dopo di ciò gli ho scritto, gli ho mandata qualche mia pubblicata freddura, ho certezza che l'ha ricevuta, e non mi ha risposto. Gli ne ho fatta avanzar premure da Asiari, e ultimamente dal Ferri nipote del sordo, ed anche ciò inutilmente.
Parlando sul serio io ne ho vero e sommo bisogno: ho stimoli da piú parti e dalla stessa Lombardia di farne altra edizione corredata di abbondanti commenti; vi è anche dell'onore del mio nome il farlo perché sono stato citato con menzogna. Non solo non ne ho altra copia, ma è impossibile di procurarmela perché le 500 copie venute a Giegler, meno le poche esitate, furono sequestrate dalla Polizia, né so se potessi ottenerne da Parigi. Mi raccomando dunque alla vostra amicizia di farne cortese insistenza all'amico onde io possa ricuperarlo.
Viene qui Delegato Monsignor Ciacchi. Voi forse lo vedrete. Mi sarà grato che mi facciate conoscere ad esso per un uomo d'onore, tranquillo suddito, e vostro amico.
Addio. Alla vostra famiglia ed a voi cordialmente mi raccomando. Vale.
Il Vostro
Armaroli.
Al Nobil Uomo
Il chiarissimo Signor Conte Francesco Cassi
Gonfaloniere di
Pesaro[23].
La Memoria storica dell'Armaroli fu per molto tempo una delle piú copiose fonti d'informazioni a chi ebbe ad occuparsi dei fatti dell'aprile 1814: dal Jomini, che ne fece larghissimo uso nella sua storia dell'ultima campagna dell'armata franco-italiana[24], giú giú sino ai piú recenti narratori della fine del Regno italico, tutti si valsero della operetta del senatore maceratese; alla quale si presenta ora, in parte come opportuno riscontro, in parte come necessario correttivo, la relazione particolareggiata che di quelli avvenimenti stese e lasciò ai posteri il collega suo Carlo Verri milanese[25]. Il patrizio lombardo fu veramente nei moti del 1814 uno dei rappresentanti piú cospicui e sinceri del partito austriaco; meno vigoroso all'operare che non fosse il Guicciardi, giovò piú di lui al trionfo di quel partito rafforzandolo con l'autorità del suo nome, e prestò l'opera propria, come presidente della Reggenza provvisoria, alla consolidazione che fu lenta, ma sicura e avveduta, della nuova dominazione[26]. Però, come il Verri fu animato da un sincero, per quanto fallace, sentimento di giovare agli interessi del suo paese, cosí la sua testimonianza molto ci aiuta a intendere le cagioni e i procedimenti di un fatto che tanto sembrò contrastare con il desiderio dell'indipendenza nazionale, della quale in quei giorni tutte le parti politiche s'erano fatta una bandiera per conto proprio. Storia dolorosa di errori, se non di colpe, onde procedette una espiazione ancor piú dolorosa durata oltre mezzo secolo; ma storia feconda di ammaestramenti, anche per noi che di quella espiazione raccogliemmo i frutti, poiché ci insegna come la rettitudine delle intenzioni non basti a salvare un paese quando non sia accompagnata dal senso dell'opportunità, dall'accortezza dei mezzi, dalla prontezza dell'azione.
T. Casini.
1. Milano e il Ministro Prina, narrazione storica del Regno d'Italia (aprile 1814) tratta da documenti editi ed inediti per Massimo Fabi, Novara, A. Pedroli, 1860; 8º, p. 248. È libro notabile perché vi sono raccolti molti documenti pubblici concernenti quei fatti; ma il Cantù, Cronistoria dell'Indip. ital., vol. 1, p. 869 attesta: «questo è lavoro del consigliere Carlo Castiglia, che lo esibí a me e ad altri, prima di venderlo al Fabi, che lo stampò per suo».
2. La caduta del Regno italico, narrazione desunta da testimonianze contemporanee e da documenti inediti o poco noti per cura di Giovanni De Castro, Milano, Treves, 1882; 16º, p. 366. È ricco, come tutti i libri del De Castro sull'età napoleonica, di notizie e giudizi tratti da scritture contemporanee, e ha uno spiccato carattere aneddotico che ne rende piacevole la lettura né poco conferisce all'intelligenza dei tempi e degli uomini.
3. Barone von Helfert, La caduta della dominazione francese nell'Alta Italia e la congiura militare bresciano-milanese nel 1814, traduzione consentita dall'autore di L. G. Cusani Confalonieri, con un'appendice di documenti, Bologna, N. Zanichelli, 1894; 16º, pag. 282. È importante specialmente perché l'autore attinse notizie da documenti riservati degli archivi di Vienna, ma, come altri libri dell'Helfert su cose italiane, tende a giustificare la politica austriaca, e però trascura fatti, censura persone, pronuncia giudizi dimostrando molta parzialità. La pubblicazione dell'originale tedesco è del 1880.
4. Il testo francese fu pubblicato in Parigi, Laisné, 1846, e la traduzione italiana, ivi 1847. È un libro ormai rarissimo, perché le copie venute in Italia furono quasi tutte confiscate dalla polizia austriaca, e però ci proponiamo di ristamparlo quando che sia in questa nostra Biblioteca storica del Risorgimento italiano. Intanto sovr'esso si vedano Cusani, St. di Milano, VII 84, De Castro, op. cit., p. 10, Helfert, op. cit., pag. 24.
5. Il titolo del libretto, stampato in carta grossolana e della dimensione di cm. 21×12, è riprodotto a fac-simile nella p. 1 del presente volume. La data di Parigi è probabilmente fittizia, poiché la carta, i caratteri ed altre particolarità materiali del libro lo mostrerebbero uscito dalla stamperia del Veladini di Lugano (cfr. De Castro, op. cit., p. 39; Catalogo del Museo del Risorgimento nazionale di Milano, II, 236): tuttavia a provenienza parigina sembra accennare l'autore stesso nella sua lettera al Cassi, che sarà riferita or ora.
6. Parma, stamperia Carmignani, 1814, 16º, p. 12.
7. Fabi, op. cit., p. 223.
8. A questa Lettera di stampa parmense accenna il Foscolo, Opere V, 221: «.... benché vi fosse da ridire, tuttavia si è lasciato correre, perché era dettato a difesa con modestia d'uomo dabbene: tace il vero, che forse era occulto a quello scrittore; non però dice il falso». Non crederei di errare sospettando autore di questa relazione uno dei senatori Vincenzo Dandolo o Federico Cavriani, i soli, tra quelli che vi son nominati, cui possano applicarsi e la qualifica d'uomo dabbene, secondo il giudizio del Foscolo, e le lodi raccolte dal Fabi: per il Cavriani starebbe anche il fatto che a lui fu erroneamente attribuita la Memoria storica dell'Armaroli (cfr. G. Melzi Dizion. di opere anon. e pseudon., vol II, p. 470).
10. Alludo specialmente al libello, tribuito a Stefano Méjan, Le Roi Pino à la bataille des parapluies, stampato in Germania nel maggio 1814, e all'altro intitolato: Le Lamentazioni, ossieno le quattro Notti del general Pino. Italia 1815 (forse stampato a Milano): il Pino rispose con gli Schiarimenti sopra alcuni articoli esistenti nel libello intitolato, «Le quattro Notti del generale Pino,» anche questi del 1815.
11. È un opuscolo in 8º, di p. 16. — Da vedere in proposito ciò che scrisse, a cose quiete, A. Zanoli, Sulla milizia cisalpino-italiana cenni storico-statistici dal 1796 al 1814, Milano, Borroni e Scotti 1845, vol. II, pp. 441-445.
12. La Lett. ad un amico, senza note tipogr., è un opuscolo di p. 23, oggimai introvabile: una copia è nell'Ambrosiana (De Castro, p. 36), un'altra nel Museo milanese del Risorgimento (Catalogo I, 316): ma è stata ristampata in Memorie e lettere di F. Confalonieri, a cura di G. Casati, Milano, Hoepli, 1890, p. 253-273.
13. L'opuscolo del Giovio è rarissimo: una copia ne conserva l'Ambrosiana in una miscellanea S. C. v. v. 26, che è tutta di cose manoscritte e stampate sui fatti del 20 aprile 1814 (De Castro, pp. 36, 82).
14. Il nome del Gioia è dato da un esemplare della Memoria storica, posseduto dalla R. Biblioteca Vittorio Emanuele (22, 14, B, 11) con queste parole manoscritte: Vuolsi del senatore Conte Guicciardi, ma piú si attribuisce al Gioia.
15. Foscolo, Opere, vol. V, p. 171-253; specialmente si noti ciò che leggesi a p. 175, 178, 183, 211-213, 222.
16. Op., vol. V, p. 489-609; specialmente, p. 495, 568.
17. Relation historique de la Révolution du royaume d'Italie en 1814; par le comte Guicciardi, ex-chancelier du Sénat; traduit de l'italien par M. Saint-Edme. A Paris, chez A. Corréard, libraire, Palais-royal, Galerie de bois, n. 258, 1822; in-8º, di p. VI-204.
18. R. Bonfadini, Mezzo secolo di patriotismo, Milano, Treves, 1886, p. 84-91, dove il ritratto politico del Guicciardi è delineato con mano maestra, sebbene un po' indulgente. Non inutile mi sembra l'aggiungere che il Guicciardi fu di una famiglia nobile di Tresivio, ma nacque accidentalmente in Lugano il 26 febbraio 1756: fatti gli studi di legge, si volse ai pubblici uffici, e fu dapprima luogotenente del Vicario in Sondrio, poi delegato presso il Pretore in Morbegno, e non ancora trentenne fu chiamato nel 1785 alla piú eminente carica amministrativa che fosse nella Valtellina, quella di cancelliere di Valle. Nel 1787 fu uno dei deputati che trattarono innanzi alla Corte di Vienna la questione dei diritti valtellinesi contro i Grigioni, e fin d'allora cercò di collegare le sorti e gli interessi della Valtellina con quelli della Lombardia; e questo fine il Guicciardi raggiunse dieci anni di poi alla prima venuta dei francesi, poiché egli fu principal promotore dell'unione della Valtellina alla Cisalpina accaduta nel novembre 1797. L'amicizia allora contratta con Antonio Aldini, andato commissario organizzatore in Valtellina, gli aprí la via degli uffici politici nella novella Repubblica: fu chiamato da Bonaparte il 20 novembre 1797 nei Comitati riuniti e assegnato a quello di costituzione, e contemporaneamente fu fatto rappresentante del popolo al Corpo legislativo nel Consiglio dei seniori, ma chiese e ottenne la dimissione il 26 dicembre; nel febbraio 1798 fu Commissario straordinario del governo nei dipartimenti del Lamone e del Rubicone; il 15 aprile fu nominato ministro di polizia generale, il 10 luglio ministro dell'interno, nel quale ufficio rimase fino a tutto il gennaio 1799. Nella seconda Cisalpina il Guicciardi si tenne in disparte, finché mandato all'assemblea di Lione, come uno dei notabili del dipartimento del Lario, vi si segnalò per moderazione e dirittura d'idee, di modo che Bonaparte il 26 gennaio 1802 lo chiamò all'alto ufficio di segretario di Stato della Repubblica italiana. Vive antipatie sorsero tra il Melzi, vicepresidente di quella, e il Guicciardi, sí che questi lasciò l'ufficio passando il 31 maggio a far parte della Consulta di Stato, la quale alla formazione del Regno italico costituí poi la prima sezione del Consiglio di Stato. Nominato direttore generale della polizia il 1º agosto 1805, esercitò il difficile ufficio con tatto e moderazione, finché Napoleone I, per motivi non ancora chiariti, sospettò della sua condotta e lo tolse di mezzo nominandolo senatore il 19 febbraio 1809. Da questo momento fino al 1814 fu cancelliere del Senato ed ebbe gran parte nelle deliberazioni di quel corpo, mentre poi veniva insignito via via delle piú alte onorificenze napoleoniche. Nel 1814 fu a Vienna a procacciare il mantenimento dell'unione della Valtellina alla Lombardia, e riuscí gradito all'Austria sí da esser fatto nel 1818 vicepresidente dell'I. R. governo della Lombardia, nel 1825 I. R. consigliere intimo attuale e presidente della Commissione centrale di pubblica beneficenza. Collocato a riposo nel 1826, morí nel 1837.
19. Non si ha alcuna biografia dell'Armaroli, del quale ho potuto raccogliere che nacque in Macerata il 4 gennaio 1766 di famiglia patrizia, fece buoni studi di lettere in patria e fu laureato in giurisprudenza: entrato nella magistratura pontificia, era presidente del tribunale di Macerata allorché poco dopo l'unione delle Marche al Regno italico, fu con decreto del 5 luglio 1808 nominato presidente della Corte di giustizia in Fermo. Chiamato a far parte del Collegio elettorale dei dotti, fu designato come candidato al Senato, e nominato senatore il 19 febbraio 1809. Si trasferí quindi a Milano, donde solamente nel 1815 tornò, con una modesta pensione, in patria, dove si diede con fortuna all'esercizio dell'avvocatura e divenne presto il principe del foro marchigiano. Viveva ritirato nella solitudine della sua villa in Appignano, allorché scoppiata la rivoluzione del 1831 l'Armaroli fu chiamato a far parte del governo provvisorio delle Provincie unite come ministro della giustizia; ma la rapida fine di quel moto non gli diede tempo di recarsi a Bologna ad assumere il ministero, nel quale fu supplito da Antonio Silvani. Il 9 giugno 1843 l'Armaroli morí nella sua villa di Appignano che egli aveva battezzata col nome di Tusculano, lasciando alla famiglia Tambroni i suoi averi e i suoi libri.
20. Lugano, fr. Veladini [s. a., anno 1823 o poco dopo], p. LXV-256. La traduzione francese fu pubblicata in Parigi, Audin. 1823, poi raffazzonata con altro titolo.
21. A. Zanoli, op. cit., II 441: «... io ho dati per credere che [la Memoria storica] sia invece del di lui collega Leopoldo Armaroli».
22. Per es. nel libro Milano e il suo territorio, Milano, 1844, vol. I, p. 375: il Cantù, Il Principe Eugenio, vol. IX, p. 57, si mostra ancora dubbioso sull'appartenenza dell'opuscolo all'Armaroli.
23. Biblioteca Oliveriana di Pesaro, Carte mss. di F. Cassi.
24. Dernière campagne de l'Armée franco-italienne sous les ordres d'Eugène Beauharnais, en 1813 et 1814, suivie des Mémoires secrets sur la révolution de Milan, du 20 avril 1814, et les deux conjurations du 25 avril 1815, la campagne des Autrichiens contre Murat, sa mort tragique et la situation politique actuelle des divers États d'Italie, par le chevalier S. J. *** témoin oculaire, précédé d'une notice historique sur Eugène Beauharnais. Paris, Dentu e Lugano, Veladini, 1817, in-8º, p. XVI-194. Questo opuscolo è da alcuni attribuito al Julhien, generale francese al servizio del Regno italico (cfr. Coraccini p. XCV; Cantù, Il Principe Eugenio, vol. VIII, p. 311).
25. Primo a servirsi della relazione del Verri fu il Cusani, che nella sua Storia di Milano, vol. VII, p. 91 e segg. ne riferí lunghi estratti: essa fu poi pubblicata con molti errori e lacune nel vol. IV, pp. 445-507 dalle Lettere e scritti inediti di Pietro e Alessandro Verri a cura di C. Casati, Milano, Galli, 1879-81. La mia ristampa è condotta sopra una copia piú corretta e compiuta, sebbene non ancora perfettamente, perché l'autore non poté darvi l'ultima mano.
26. Fratello ai piú famosi Pietro e Alessandro, Carlo Verri nacque in Milano il 21 febbraio 1743, e compiuta con buoni studi la propria educazione visse per molto tempo alieno dalle cure pubbliche, tanto intento alla cultura delle proprie terre e alle prove di miglioramenti agrari e tecnologici, sui quali anche pubblicò alcuni notabili scritti (registrati dal Corniani, I secoli della letteratura italiana, Torino, 1855, VII, 489). Venuti i tempi piú quieti della Repubblica Italiana, il Verri fu chiamato nel 1802 a far parte del Corpo legislativo, dal quale uscí allorché per le insistenze del Melzi accettò la prefettura del Mella conferitagli con decreto del 26 aprile di quell'anno. Il 29 settembre 1804 fu fatto membro del Consiglio legislativo, e cosí alla creazione del Regno italico fu coi decreti del 9 maggio e 9 giugno 1805 compreso tra i componenti il nuovo Consiglio di Stato. Nominato senatore il 10 ottobre 1809, fu in quel corpo uno dei piú autorevoli per dirittura e moderazione di idee, ed ebbe nel 1814 la parte larghissima ch'egli stesso racconta. Lasciato l'anno dopo l'ufficio di presidente della Reggenza provvisoria, si ritirò di nuovo a vita privata, e morí poi in Verona nel luglio 1823.
SULLA RIVOLUZIONE
DI MILANO
Seguita nel giorno 20 aprile 1814
SUL PRIMO SUO GOVERNO PROVVISORIO
E SULLE QUIVI TENUTE ADUNANZE
DE' COLLEGJ ELETTORALI
MEMORIA STORICA
CON DOCUMENTI.
PARIGI
Novembre 1814.
Il manoscritto della presente memoria, opera di un personaggio illustre del Regno d'Italia, e la di cui autorità è tanto piú rispettabile, che esso vi godette per molti anni di una riputazione fondata sulle di lui eminenti qualità, venne per una combinazione felice nelle mani dell'editore. Egli sarà facile di convincersene colla lettura delli documenti autentici che si presentano al lettore, e molti de' quali non potevano cadere in possesso di una persona, la quale per il suo posto non avesse avuto il diritto di leggerli non solo, ma anche di ritenerli presso di sé. L'editore si è fatto un dovere di dare questa memoria alla luce, senza aumentazioni, né diminuzioni, e senza permettersi veruna osservazione. Non è opinione sua quel che espone, ma bensí un racconto fatto da un uomo autorevole, di fatti autentici, e di cui gli effetti furono pubblici.[27]
MEMORIA STORICA.[28]
Dopo la ritirata di Mosca, tutte le molle politiche de' governi di Francia e d'Italia perdettero all'istante la loro elasticità. Il sentimento della potenza di Napoleone a rapidi gradi si estinse, e cessò l'illusione che la fortuna e la vittoria marciassero costantemente alla testa delle sue armate. Gli animi dei popoli sempre piú s'indispettirono per l'aumentato rigore delle finanze, e per l'accresciuto bisogno della coscrizione desolatrice delle famiglie. Ciò non ostante, il rovesciamento totale del sistema non entrò nei piani delle Potenze, e molto meno nelle viste dei sudditi, come quello che non sembrava verificabile senza rinnovare gli orrori di una rivoluzione. Miglior partito parve quello di sostenere il Governo e di somministrargli i mezzi, onde colla gloria delle armi ottenere finalmente una pace onorevole e solida. Non vi fu perciò sforzo che si risparmiasse. Artiglieria ed armi si fabbricarono da ogni parte con un'attività che non ha esempio. La coscrizione ebbe il suo effetto quasi per intero, si offrirono persino gratuitamente dai corpi e dai privati cavalli in gran numero e guerrieri.
Lo spirito italiano, non mai versatile, ma attaccato sempre tenacemente ai suoi principi, superò, alla debita proporzione, la Francia nelle volontarie oblazioni. Nel Regno d'Italia si ebbe per istimolo ulteriore, che alla pace generale cessasse l'esercizio di un Governo per procura coll'organo di un Viceré, e che sul capo del Principe Eugenio passare ne potesse indipendente la corona. Non vi è dubbio che a quell'epoca concorressero nel Principe l'amore ed il desiderio dei popoli. Non vi è dubbio che si avesse di lui l'opinione di un buono e zelante amministratore, di un uomo di Stato, di un prudente e generoso condottiero di eserciti, educato ad una grande scuola. A ciò si aggiungeva la rispettosa affezione che si era conciliata la Principessa sua consorte, a cui tutti offerivano i loro omaggi, chi per la sua pietà e per le sue virtú, chi per le sue grazie e la sua amabilità, chi per le beneficenze che a larga mano spargeva, specialmente sulla classe degli indigenti che qual rifugio e madre la riguardavano.
Niun debito si faceva al Principe del complicato sistema di amministrazione, della coscrizione, e soprattutto della gravezza delle imposte. Il solo Re ne sopportava l'odiosità, non che, rapporto alle finanze, quel Ministro, che aveva la bassezza di prostituire i suoi sommi talenti nel secondarlo e facilitargli i mezzi di esecuzione. I sentimenti del suo segretario degli ordini erano conosciuti da pochi nella capitale, da pochissimi nei dipartimenti. Quest'uomo, tuttoché naturalizzato italiano con la sua ammissione al Collegio elettorale dei dotti, si crede che non abbia mai naturalizzato il suo cuore.
Furono i pochi uffiziali reduci dalla campagna di Mosca, che inserirono nell'animo degli Italiani i primi semi di diffidenza verso la persona del Principe. Questi lamenti, già disseminati abbastanza, crebbero a dismisura nel 1813, allorché fu miseramente l'Italia ancora il teatro della guerra. Non piú il solo uffiziale, ma dal generale al soldato si chiamarono tutti mortificati dal Principe, offesi dal suo primo aiutante. Saranno state forse calunniose alcune acerbe proposizioni poste in bocca dell'uno e dell'altro, ma pure da moltissimi si recitavano come vere. Fece dispiacere il vedere trascurato il primo ed il piú provetto tra i generali italiani, che dal Nord al Sud ha sempre associata la sua carriera alla gloria delle armi italiane.
Ad alienare gli animi dal Principe concorse un terzo francese, il suo segretario di gabinetto, passato, contro il prescritto della costituzione, alla direzione generale delle poste. Egli con la polizia esercitata negli ultimi tempi sul carteggio, col trattenere ed anche disperdere le lettere, specialmente de' negozianti, portò al colmo il malcontento in questa classe sí benemerita della società, la quale era già prima indispettita abbastanza per il sistema continentale e per l'incaglio totale di ogni ramo di commercio.
Altr'oggetto di avversione, e forse il maggiore, era negli abitanti della città di Milano, perché il governo ridondasse di forestieri, che spendevano in essa con i loro soldi, i quali venivano pure dai rispettivi dipartimenti, anche le rendite de' propri patrimoni. Unico paese in Italia, e forse in tutto il mondo civilizzato, ove in pochi si trovi una cordiale ospitalità, ed ove in moltissimi, specialmente fra i nobili, regna una decisa avversione contro i forestieri, e per forestieri quelli riconoscono che non sono oriundi della antica Lombardia Austriaca! Oggetto di gelosia e di rabbia erano i ministri ed il senato, quasi che tra sei ministri in Milano non se ne vedessero ultimamente due lombardi, due milanesi fra cinque dignitari, otto tra cinquanta senatori, quasi tutti i consiglieri di cassazione ed i giudici della Corte dei conti, la metà circa de' consiglieri di Stato, la maggior parte dei direttori generali, tutti i segretari generali dei ministeri e quasi tutti quelli delle direzioni, dieci tra ventiquattro prefetti, e cosí molto e molto piú nel restante, giacché la Corte era popolata di ciambellani, di dame di palazzo, di scudieri e di altri soggetti milanesi tutti al soldo della corona, e non vi era dipartimento nel Regno, che non contasse e giudici ed uno stuolo grandissimo d'impiegati della capitale. Volere un regno costituzionale, ed un corpo per conseguenza intermediario, e pretendere che i membri non fossero oriundi dei dipartimenti, è un concepimento, un assurdo tutto nuovo.
Erano gli animi in questo caldo allorché i successi delle armi delle Alte Potenze coalizzate sempre piú si moltiplicavano in Francia, e facevano veder prossimo un qualche decisivo avvenimento. Si permettevano i discorsi i piú allarmanti ne' luoghi pubblici, ne' caffè e nei teatri. All'annunzio poi dell'ingresso degli Alleati in Parigi, non ebbe piú ritegno la commozione. I primari patrizi milanesi, e quegli stessi che allora prestavano piú ligio il servizio alla Corte e maggiori ne avevano sperimentati i benefizi, correvano da ogni parte baccanti, esagerando i torti del governo, e per maggiormente dilatare l'allarme associarono a loro tre soggetti d'amplissima trachea, che alzavano con piú coraggio la voce. Un generale di brigata italiano, sdegnato di non aver avuto i desiati avanzamenti, un generale straniero al soldo italiano riformato per demeriti, un estero letterato che non sembrava attaccato a questo paese da altri vincoli che da quelli delle tante mense de' ministri alle quali era assiduo, questi furono i piú animosi apostoli della rivoluzione.
Bisogna credere che il Principe Eugenio, il quale gemeva in Mantova tra le gravi cure della guerra e tra le angoscie per l'incertezza della sua situazione, non fosse inteso di quanto si vociferava in Milano, ovvero bisogna convincersi che chi lo tradiva continuasse ad adularlo per non incontrare ostacoli all'esplosione della sua perfidia. La verità pur troppo non arriva che tardi e zoppa ai gabinetti dei principi. Egli, che si era mantenuto sempre costante e fedele nella sua direzione verso il proprio padre e sovrano, che aveva resistito a tutte le insinuazioni della politica, egli finalmente pensò ai destini del Regno, e forse anche a sé stesso, quando giunsero a sua notizia gli strepitosi avvenimenti seguiti in Parigi ne' primi giorni d'aprile e la singolar metamorfosi del primo corpo di quello Stato. Fu allora che nel dí 16 di aprile convenne in una capitolazione con il Feld Maresciallo Conte di Bellegarde, e mediante la cessione di alcune piazze ottenne una sospensione d'armi fino all'esito di una deputazione del Regno, da presentarsi alle Auguste Potenze coalizzate.[29] Le sue viste palesi furono di far chiedere che il Regno fosse chiamato a parte della pace generale, proclamata all'Europa, e godesse finalmente della sua indipendenza: tanto apparve sulla sostanza della convenzione, tanto e non piú manifestò nella lettera scritta al duca di Lodi, resa poi da questo ostensibile alla commissione del Senato, e tanto assicurò ai deputati del Senato, quando a lui si presentarono in Mantova. È ben presumibile però che fosse tra i suoi desiderî che si domandasse per il suo capo la corona d'Italia. Fu almeno sicuramente questo lo sforzo dei ministri. Tra le persone piú addette ai suoi intimi consigli fu discusso sul modo di dare un carattere a tale deputazione e sulli stessi soggetti che dovessero comporla. Si sa che furono designati li generali Fontanelli e Bertoletti per l'armata, li conti Paradisi e Prina rappresentanti la nazione. Rapporto ai primi si ottenne facilmente l'adesione degli uffiziali, segno, checché si pretenda in contrario, che non aveva veramente perduto affatto il Principe il loro amore, o lo aveva ricuperato. Si decise di fare che il Senato autorizzasse i secondi, e qui si praticarono senza dubbio mezzi oscuri e subdoli. In niuno dei senatori era venuto mai meno il rispetto e l'attaccamento verso il Principe Eugenio, niuno aveva prestato fede alle voci accreditate nella piazza, e molto meno all'orgasmo dei nobili milanesi. Ma ognuno era penetrato dal sentimento de' propri doveri e da quello della rispettiva risponsabilità verso i suoi committenti, per non decidersi se non con gran ponderazione in un emergente cosí delicato e in un momento in cui l'attenzione e le congetture degli Italiani erano rivolte verso i Sovrani d'Austria e di Napoli, che quasi tutta occupavano e tenevano la penisola.[30]
In forza di un dispaccio del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli della corona, fu convocato straordinariamente il Senato nel giorno 17 aprile. È rimarcabile che di un affare, a cui si pretese di attaccare un sommo mistero, se ne parlasse contemporaneamente ne' caffè, e piú nella platea del teatro della Scala, e che i soli senatori ne fossero all'oscuro, come quelli che tali luoghi non frequentavano. Fu letto un messaggio del duca di Lodi in cui, dopo aver fatto un quadro per verità molto vago della situazione del Regno, presentava al Senato un progetto di decreto per autorizzare una deputazione a chiedere a S. M. l'Imperatore d'Austria, e pel di lui organo alle Alte Potenze, la cessazione assoluta delle ostilità, l'indipendenza del Regno ed un re nella persona del Principe. Che non si macchinò, che non si disse, perché a sorpresa si adottasse la deliberazione proposta? Fermi i senatori nella loro massima, vollero che la materia si digerisse prima da una commissione di sette membri, la quale prendesse, siccome fece, i migliori schiarimenti dal duca di Lodi e riferisse. Sul rapporto della medesima fu adottata la deputazione per i due primi oggetti della cessazione delle ostilità e dell'indipendenza del Regno, esclusa la domanda del Viceré in nostro Sovrano, come diffusamente risulta dagli atti di quella seduta espressi nell'allegato num. 1 con gli analoghi documenti A, B, C. Pareva che i patrizi milanesi dovessero esser paghi del contegno dignitoso del Senato e della sua risoluzione. Se la loro volontà era quella dimostrata, che non si ricercasse il Principe in re, il Senato era stato del loro avviso. Indispensabile era la deputazione, per l'effetto della capitolazione col Feld Maresciallo Conte di Bellegarde. Sapevano tutti che a vuoto andarono le pratiche per la nomina de' conti Prina e Paradisi; sapevano che la scelta era caduta nel conte Guicciardi, uomo di Stato non secondo a veruno, il primo ed il piú acerrimo impugnatore del progetto del duca di Lodi; nel conte Luigi Castiglioni milanese, cavaliere di cui il solo nome bastava a giustificare la nomina. Si arrivò a spargere il dubbio, che le istruzioni date ai deputati dal duca di Lodi fossero divergenti dal decreto del Senato, quasi che questi fossero uomini da riceverle tali; quasi che le AA. PP. potessero ammetterle in contraddizione: tutto era artifizio e pretesto. Come i rivoluzionari erano prima de' senatori intesi del messaggio e del progetto del duca di Lodi, cosí mediante lo stesso mezzo conoscevano benissimo le istruzioni del medesimo, le quali a comune intelligenza si danno al num. 2, unitamente alla di lui credenziale per il principe di Metternich, ministro di S. M. l'Imperatore d'Austria, num. 3. La sola intenzione loro fu quella di rovesciare la macchina del governo, di figurare da popolo sovrano, di trattare in piena confidenza con i potentati della terra, di fissar essi i futuri destini del Regno, senza il concorso di tutti i rappresentanti del medesimo, che come forestieri non dovevano entrare a parte degli alti loro consigli, far circolar calunnie, assoldare gente facinorosa, insultare la rappresentanza nazionale, trascorrere rapidamente di delitto in delitto; tutto ciò doveva operarsi, onde giungere allo scopo proposto, e tutto ciò fu maturatamente macchinato nel circolo di alcune primarie famiglie, d'onde partí l'allarme disseminato ne' luoghi pubblici. Le prime sottoscrizioni del foglio che forma l'allegato al num. 5, possono spandere gran luce sull'orditura della presente catastrofe.[31]
Si farebbe un torto all'accortezza ed ai vasti talenti di chi presiedeva alla polizia dello Stato, se si supponesse che tante pratiche rivoluzionarie sfuggissero alla di lui vigilanza. Non si sa quindi concepire come egli o il Principe non vi provvedessero, mentre, essendo spogliata di truppe la capitale, poteva ottenersene in qualunque numero nella vicina Cremona e forse anche in Lodi. Non si spiega neppure come nel giorno venti, quando cadeva l'ordinaria seduta del Senato, si mandasse contro il solito alla custodia del palazzo, non l'ordinaria guardia, ma un picchetto non piú forte di otto o dieci coscritti, e cresce la maraviglia nell'essersi visto al portone del medesimo il capitano Marini, aiutante di piazza, che disse essere stato spedito per riparare qualche disordine che si temeva: qual riparo poteva opporre un solo uffiziale isolato, e neppur milanese?
Fu piú o meno piovosa la giornata de' venti aprile. Con tutto questo, verso un'ora pomeridiana, quando si radunavano i senatori, si videro nell'esterno del loro palazzo, sotto seriche ombrelle, una nobile corona di soggetti decorati e addetti per la massima parte alla Corte, da' quali tutt'altro poteva temersi che disordine; quivi era un conte Federico Confalonieri, marito di una dama di palazzo; quivi due fratelli Cicogna, l'uno ciambellano e scudiere l'altro; lo scudiere Ciani; quivi un Fagnani, che riuniva all'onore di ciambellano il rango di consigliere di Stato, e che, a spese del governo, aveva poc'anzi fatto il viaggio ed un lungo soggiorno in Russia; quivi, in uniforme, diversi uffiziali della guardia civica, tra li quali si distinse il capitano Benigno Bossi; quivi piú rampolli d'illustri famiglie, e Silva, e Serbelloni, e Durini, e Castiglioni, ed altri diversi. Si notò un uomo di alta statura con alle mani una breve scala, sulla quale uno degli astanti saliva all'arrivo di ogni carrozza, per riconoscere il senatore che era in essa. Si seppe poi esser quegli un domestico travestito di alcuno dei cavalieri surriferiti. All'arrivo de' senatori facevano plauso ad alcuni, accompagnavano altri con urli plebei e con fischi, e precisamente quelli che in Senato avevano nel dí 17 mostrato di aderire al progetto del duca di Lodi; tanto è vero che erano al pieno giorno di ciò che si era parlato e risoluto in quella seduta, e non era che per un indegno pretesto che calunniavano l'intero corpo, accusandolo di quello che con piú di due terzi di suffragi aveva escluso.
Al momento della convocazione, alla quale non erano intervenuti li conti Paradisi e Prina, si erano confusi intorno al palazzo, con gli altri astanti cavalieri, diversi uomini di truce aspetto, che poi si seppe essere sicari stipendiati, e molti altri del popolo chiamati dalla curiosità, e varie indistinte voci cominciarono a sollevarsi. Si riuní nella sua sala il Senato, ove doveva solamente farsi leggere ed approvarsi il processo verbale della seduta antecedente. Prima di procedersi a tale lettura ed all'appello nominale e mentre l'esterno rumore cresceva, partecipò il presidente, non officialmente, ai senatori, che il Podestà di Milano aveva spedito al duca di Lodi ed a lui la copia di un'istanza fatta alla Municipalità, in cui si chiedeva, che nell'attuale posizione del Regno si adunassero i collegi elettorali, per trattare in essi della cosa pubblica. Il Podestà diceva nella sua lettera di attendere su di essa le analoghe deliberazioni del Senato, allegati num. 4 e 5. La prima era firmata da 141 cittadini, e si dicevano per brevità ommesse molte altre firme. Erano firmati i primi il conte Pino generale di divisione, il conte Luigi Porro, il conte Giacomo Trivulzio, il conte Federico Confalonieri, il conte Federico Fagnani con la qualità di consigliere di Stato, il conte Giberto Borromei, Giacomo Ciani. De' consiglieri di Stato non vi era, oltre il conte Fagnani, che il conte Lodovico Giovio col solo carattere di elettore; vi erano il colonnello e molti uffiziali della guardia civica, tra i quali meritano attenzione il capo battaglione Pietro Balabio e il capitano Benigno Bossi: erano pure firmati nello stesso foglio il Podestà ed i Savi municipali.
In questo mentre chiese ed ottenne il permesso, e fu da un usciere introdotto nella sala il capitano aiutante Marini, il quale espose che gli ufficiali della guardia civica esclamavano ad alta voce di voler essi presidiare il Senato e difenderlo. Vi aderí il presidente e ne diede in iscritto l'autorizzazione, non sapendo neppure concepire il sospetto, che discendere si potesse all'infamia di tradire la fiducia dell'unico corpo di rappresentanza permanente del Regno, quando inerme si abbandonava in braccio de' cittadini della capitale, che ultroneamente offerivano assistenza e difesa. Ma il primo loro passo fu di accorrere con una forte e preparata pattuglia, e cacciare bruscamente e con una somma indecenza dai loro posti i soldati di linea, e quelli persino che erano all'immediata porta della sala della seduta.
Prima di quel momento niuno del popolo aveva ardito di penetrare nel palazzo, niuno aveva ardito di sforzare i soldati di linea che erano schierati alla porta. Il solo conte Confalonieri si era appressato piú degli altri, e la sola sua voce si ascoltava esclamando: «Noi vogliamo la convocazione dei Collegi elettorali, e che si richiami la deputazione del Senato!». Tutto che il capitano Marini gli insinuasse che fosse entrato in seduta e senza innalzare in istrada clamori plebei e sediziosi avesse manifestati ai senatori i suoi voti, rispose di non poterlo fare, perché destituito di carattere e di rappresentanza, ma intanto sempre piú sollevava la voce, ripetendo le cose stesse.
Non appena i soldati di linea si ritirarono nell'appartamento del custode, non appena il palazzo fu in balia della guardia civica, che fu dato l'adito indistintamente ai grandi, ai sicari ed alla plebe di penetrare in esso liberamente. Il conte senatore Verri si offrí di perorare al popolo, ed a lui si unirono li conti senatori Massari e Felici. Piú volte andarono e tornarono e riferirono sempre l'inutilità de' loro sforzi, perché non emergeva cosa volesse un popolo tumultuante che sollevava grida confuse. Il conte Verri dette in Senato una carta che disse essergli stata posta in mano da persona incognita e che non si ebbe tempo di leggere. Alcun senatore, che vi gittò sopra una rapida occhiata, vide che era scritta di carattere alterato, e nel primo paragrafo esponeva che, come la Spagna e la Germania avevano dato l'esempio, cosí doveva scuotersi dagli italiani il giogo francese.[32] La moltitudine si tratteneva nella gran corte, e niuno si faceva lecito di salire il maestoso scalone del palazzo. Furono i civici ufficiali che la incoraggiarono, la spinsero, e già in un momento il gran portico contiguo alla sala della seduta ridondava di popolo. Di piú, due cavalieri erano alla porta della prima anticamera, e senza entrare in essa si limitarono a prestare il loro nobile officio ed introdurre a forza que' tali che alla medesima si avvicinavano. Finalmente si restituí l'ultima volta in seduta il conte Verri, e palesò che non restavano che due soli minuti a deliberare, o tutto era perduto. Si domandò cosa alla perfine si domandasse dai senatori. Gli uffiziali della guardia civica, e tra essi il capo battaglione Pietro Balabio, erano entrati nella sala con viso pallido, alteratissimo, come di uomini cui non erano famigliari i delitti. Il capitano Benigno Bossi esclamò ad alta voce che si voleva il richiamo della deputazione e la convocazione dei Collegi. Il presidente, sull'insinuazione di qualche senatore e senza alcuna precedente regolare deliberazione, scrisse: «Il Senato richiama la deputazione e riunisce i Collegi». Lo stesso capitano sortí dalla sala con questo foglio, e quindi, senza aver parlato con persona, come attestano gli uscieri del Senato, rientrò esclamando essere intenzione del popolo che si dichiarasse sciolta la seduta, e questo stesso scrisse di nuovo il presidente, con aggiungerlo in altro foglio in questi termini: «Il Senato richiama la deputazione, e riunisce i Collegi elettorali, ed è sciolta la seduta». Piú di trenta copie ne furono all'istante scritte dai segretari, dagli impiegati e dalli stessi uffiziali civici, che dopo averle fatte soscrivere dal presidente le recavano al di fuori.
Ciò conseguito si attendeva che fosse dissipato il tumulto; ma ben altre essendo le viste dei tumultuanti, crebbe anzi il disordine sempre piú. I senatori sortir dovettero da altra porta, e dietro di essi si affollò con impeto il popolo concitato. Il conte Confalonieri fu il primo a scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dal celebre Appiani, che con l'ombrello ruppe e gittò dalle finestre, dalle quali egli il primo cominciò a gettare le suppellettili della sala. Il suo nobile esempio fu avidamente eseguito dalla plebe. Sedie, tavolini, specchi, stufe, persino le persiane, le stesse porte, tutto fu fracassato e gittato in istrada. L'istessa sorte subirono i parati, i tappeti e parte delle carte e dei libri. Non erano ancora tutti i senatori fuori del palazzo che tutto era in preda al saccheggio, da cui fu solo in quel giorno risparmiata la segreteria, e l'appartamento del conte cancelliere. Niuno dei senatori fu offeso nella persona, alcuno solamente fu urlato di nuovo.
Cessò la depredazione e lo spoglio, allorché alcuno dei capi andò spargendo la voce che era tempo di portare la vendetta ed il furore contro il Ministro delle finanze. Tutto il popolo, ed alla testa di esso quelli che si coprivano di seriche ombrelle, corsero al di lui palazzo. Infelicissimo conte Prina! Egli era stato avvertito fino dal giorno innanzi di quanto si macchinava contro di lui; nella mattina fece ogni sforzo un di lui cugino per condurlo a Pavia nella propria vettura: impavido volle rimanere al suo posto, fidato nell'attività della polizia, nella facilità di reprimere una sommossa al suo primo scoppio, e nell'opinione invalsa sempre che l'ardore della plebe milanese fosse fuoco di paglia, ristretto, come si vede giornalmente nelle loro risse, a semplici parole, non estensibili ad eccessi di fatto. Tanto è vero che a niuno è dato di evitare il proprio destino, contro il quale non siamo trattenuti né dalle sollecitazioni di persone sensate, né dalla forza e dalla maturità del raziocinio, né dalla evidenza stessa del pericolo! Non fu che la presenza del medesimo che inducesse il conte Prina a pensare finalmente alla sua salvezza: atterrate le porte, fuggiti i domestici, invaso da ogni parte ed occupato il palazzo, fu allora che si risolvette a nascondersi; ma non era piú in tempo, non vi rimase piú scampo veruno. Inutilmente il mantovano Barone de Peyri, generale di divisione, si cacciò in mezzo alla folla in uniforme e tentò di salvarlo; nulla ottenne se non qualche momento di sospensione, e terminò col farsi strappare le fibbie d'oro dalle scarpe e le catene degli orologi. Il conte Prina fu rinvenuto, fu preso, denudato, percosso, strascinato, e rovesciato a capo in giú da una finestra.
Rifugge l'animo a rammentare la lenta carneficina e il feroce trastullo fatto a sangue freddo di un uomo cui pure niuno niega che fosse per ingegno, per facondia e per dottrina chiarissimo, e della di cui onestà ha fatto fede non dubbia il ristretto patrimonio lasciato. Mentre il basso popolo si è abbandonato al saccheggio del palazzo, dopo averlo spinto gli altri nell'atrio di una casa contigua, gli hanno fatto percorrere tutta la contrada del Marino sino alla piccola piazza del teatro della Scala: questa e quella erano ricoperte di agitate ombrelle vario-colorate. Vicinissimi erano il palazzo della polizia, quello del ministero della guerra, quello dell'intendenza ove un folto numero si era raccolto di guardie di finanza. A tutti fu interdetto di accorrere in suo aiuto; chi solo aveva mezzi ed autorità per salvarlo, se si fosse prestato con un atto di volontà deliberata, e non con ciarle artificiosamente vaghe, anzi allarmanti, passeggiava in una contigua contrada in compagnia del conte Luigi Porro. Un buon negoziante di vino, esso solo ascoltò un sentimento di pietà, ed in un opportuno contratempo lo strappò dalle mani della moltitudine e nella sua cantina il nascose. Furenti erano gli ammutinati sul timore di averlo perduto. Scoprirono l'asilo, minacciarono d'incendio il mercante, finché l'infelice Prina, visto il pericolo del suo benefattore e non isperando per sé altra risorsa qualunque, si offerí in istrada alla ferocia de' suoi assassini, e «sfogatevi, disse, sfogatevi pure sopra di me, poiché sono già immolato alla vostra rabbia; ma fate almeno che sia l'ultima questa vittima». Estreme, memorande parole, dopo le quali non ebbe piú lena di proferirne. Fu allora che in mezzo agli scherni ed agli insulti volle ciascuno la sua parte di gloria nel percuoterlo coi puntali delle loro ombrelle. Per circa quattro ore gli fu fatto desiderare un colpo decisivo, che terminasse lo strazio. Egli è morto e strascinato per la città con torchi accesi, e trasfigurato tanto che aveva perdute le forme e l'effigie. È fama che il giudice di pace, nell'ispezione fatta del suo cadavere, non trovasse chi lo riconoscesse, come che non trovassero i professori tra le tante contusioni una ferita, una offesa veramente mortale: egli è morto d'angoscia e di spasimo.
Intanto chi può descrivere lo spoglio totale del suo palazzo, e la veemenza e la prontezza della rapina? In poche ore non vi erano piú suppellettili non meno ordinarie che preziose, non una porta, non una finestra, non una pianta, non una persiana, un vaso, un utensile nell'amenissino giardino annesso. Tant'oltre si spinse la depredazione e la devastazione che tutte furono schiantate e rubate le moltissime ferrate, e cosí i calcani delle porte, i chiodi, i condotti, i canali dei tetti. I tegoli stessi furono sollevati tutti e scomposti, per la smania d'indagare nel tetto alcun tesoro nascosto. Insomma, un ampio, maestoso e ricco palazzo pubblico fu ridotto in brevi istanti uno scheletro trasparente, che il governo ha poi giudicato miglior partito di far demolire e formarci una piazza, la quale offrirà maggior comodo alle carrozze affluenti al vicino teatro.