CAPITOLO X.

Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno. Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni.

A.D.
248-268

I vent'anni, che scorsero dai grandiosi giuochi secolari di Filippo alla morte di Gallieno, furono una serie di obbrobrj e di calamità. In ogni momento di quel calamitoso periodo, si videro barbarici invasori, e militari tiranni opprimere ogni provincia del romano Impero, il quale pareva ormai giunto all'ultimo funesto termine del suo disfacimento. La confusione dei tempi, e la scarsezza di memorie autentiche, oppongono uguali difficoltà allo Storico, che procura di conservar chiaro e non interrotto il filo della sua narrazione. Circondato da imperfetti frammenti sempre concisi, spesso oscuri, e talvolta contradditorj, egli è ridotto a raccogliere, paragonare, e far congetture; e sebbene non dovrebbe mai fondarle sulla schiera dei fatti, pure la cognizione della natura umana, e della sicura operazione delle vive e sfrenate passioni della medesima, potrebbe in qualche occasione supplire alla mancanza di molti materiali storici.

Non v'è, per esempio, alcuna difficoltà nel concepire, che le successive uccisioni di tanti Imperatori avessero sciolti tutti i vincoli di fedeltà tra il Principe ed il Popolo; che tutti i Generali di Filippo fossero pronti ad imitare l'esempio del loro Sovrano, e che il capriccio degli eserciti, da gran tempo avvezzi alle spesse e violente rivoluzioni, potesse ogni giorno innalzare al trono il più vile dei soldati. La Storia può solamente aggiungere, che, la ribellione contro l'Imperatore Filippo scoppiò nella state dell'anno dugentoquarantanove tra le legioni della Mesia; e che Marino, uffiziale subalterno[722], fu l'oggetto della loro sediziosa scelta. Filippo si spaventò. Temeva che il tradimento di quell'esercito non divenisse la prima favilla di un generale incendio. Agitato dalla coscienza della sua reità, e dal suo pericolo, comunicò la nuova al senato. Restarono tutti in un profondo silenzio, effetto del timore, e forse della malevolenza: ma Decio finalmente, uno dell'assemblea, con animo degno della nobil sua nascita[723] osò mostrarsi più intrepido del medesimo Imperatore. Trattò tutto quell'affare con disprezzo, come un precipitoso o sconsiderato tumulto, ed il rivale di Filippo, come un fantasma di sovranità, che sarebbe in pochi giorni distrutto dalla stessa incostanza che creato l'avea. Il pronto adempimento della profezia inspirò a Filippo una giusta stima verso un consigliere sì abile; e Decio gli parve il solo capace di ristabilire la quiete e la disciplina in un esercito, il cui spirito tumultuoso non era interamente calmato dopo l'assassinio di Marino. Sembra che Decio, resistendo lungamente alla scelta fatta di se, volesse mostrare il pericolo che vi era nel presentare un condottiero di merito agl'inaspriti e paventanti soldati; e la sua predizione fu di nuovo confermata dall'evento. Le legioni della Mesia costrinsero il loro giudice a divenire lor complice, presentandogli l'alternativa della morte o della porpora. La sua susseguente condotta, dopo un passo così decisivo, era già inevitabile. Condusse egli, o piuttosto seguì la sua armata ai confini dell'Italia, dove Filippo, adunando tutte le sue forze per respingere il formidabile competitore da lui stesso innalzato, si avanzò ad incontrarlo. Le truppe imperiali erano più numerose[724]; ma l'esercito dei ribelli era tutto composto di veterani, e comandato da un Capo abile e sperimentato. Filippo o fu ucciso nella battaglia, o messo a morte pochi giorni dopo in Verona. Il suo figlio e collega nell'Impero fu trucidato in Roma dai Pretoriani; e Decio vittorioso con le più favorevoli circostanze, che potessero in quel secolo servir di pretesto all'ambizione, fu universalmente riconosciuto dal Senato e dalle province. Vien riferito che immediatamente dopo d'avere contro sua voglia accettato il titolo di Augusto, avea con un secreto messaggio informato Filippo della sua innocenza e della sua fedeltà, solennemente protestando che al suo arrivo nell'Italia deporrebbe gli ornamenti imperiali, e rientrerebbe nella condizione di suddito obbediente. Poteano essere sincere le sue proteste. Ma nella situazione, in cui l'avea posto la sorte, era quasi impossibile ch'egli potesse o perdonare, od ottenere il perdono.

A.D. 250

L'Imperatore Decio aveva impiegati pochi mesi nella opera della pace, e nell'amministrazione della giustizia, quando l'invasione dei Goti lo chiamò sul Danubio. È questa la prima importante occasione, nella quale la Storia faccia menzione di quel gran popolo, che atterrò di poi la romana potenza, saccheggiò il Campidoglio, e regnò nella Gallia, nella Spagna, e nell'Italia. Essi contribuirono cotanto alla sovversione dell'Impero occidentale, che il nome de' Goti viene spesso, ma impropriamente, usato come una generale denominazione di Barbari bellicosi e feroci.

Sul principio del sesto secolo, e dopo la conquista dell'Italia, i Goti, in possesso di una grandezza presente, contemplarono con natural piacere il prospetto della passata e della futura lor gloria. Essi desiderarono di conservare la memoria dei loro antenati, e di trasmettere alla posterità quella delle loro proprie imprese. Il principale ministro della Corte di Ravenna, il dotto Cassiodoro, secondò l'inclinazione dei conquistatori in una Storia gotica di dodici libri, ridotta adesso all'imperfetto compendio di Giornandes[725]. Questi Scrittori, passando sulle sventure della nazione con una brevità artificiosa, ne celebrarono il fortunato valore, e adornarono il di lei trionfo con molti asiatici trofei, i quali più giustamente appartenevano ai popoli della Scizia. Sulla fede di antiche canzoni (incerti, ma soli annali dei Barbari) essi derivarono la prima origine dei Goti dalla vasta isola o penisola della Scandinavia[726]. Non era quell'ultima contrada del Settentrione sconosciuta ai conquistatori dell'Italia; i vincoli dell'antica consanguinità furono rinvigoriti da recenti ufficj di amicizia; ed un Re della Scandinavia rinunziò volonterosamente alla sua selvaggia grandezza, per poter passare il resto de' suoi giorni nella tranquilla e cultissima Corte di Ravenna[727]. Molti vestigi, da non potersi ascrivere all'artifizio di una popolar vanità, attestano l'antica residenza dei Goti nelle contrade di là dal Baltico. Dal tempo del geografo Tolomeo in poi, la parte meridionale della Svezia sembra essere rimasta sempre sotto il dominio del meno intraprendente residuo della nazione; e vi è tuttavia un vasto territorio, che si divide in Gotlandia orientale ed occidentale. Nei secoli di mezzo (cioè dal nono al dodicesimo secolo) mentre il Cristianesimo faceva lenti progressi nel Settentrione, i Goti e gli Svezzesi erano due distinte, e talvolta nemiche nazioni di una medesima Monarchia[728]. L'ultimo di questi due nomi ha prevalso, senza però estinguere il primo. Gli Svezzesi, che avrebbero potuto contentarsi della propria lor fama nell'armi, hanno in ogni secolo preteso di partecipare dell'antica gloria dei Goti. In un momento di disgusto contro la Corte di Roma, Carlo XII. disse apertamente, che le vittoriose sue truppe non erano degenerate dai lor valorosi antenati, che avean già una volta soggiogata la padrona del Mondo[729].

Verso la fine dell'undecimo secolo, sussisteva un Tempio famoso in Upsal, la più considerabile fra le Città degli Svezzesi o dei Goti. Era questo ricchissimo per l'oro che gli Scandinavi aveano acquistato nelle loro piraterie, e santificato co' rozzi simulacri delle tre principali divinità, il Dio della guerra, la Dea della generazione, e il Dio del tuono. Nella generale festività che ogni nove anni solennizzavasi, si sacrificavano nove animali di ogni specie (senza eccettuarne l'umana) e i loro sanguinosi corpi venivano appesi agli alberi del sacro bosco adiacente al Tempio[730]. Le sole tracce che adesso sussistano di questa barbara superstizione, son contenute nell'Edda: sistema di mitologia compilato nella Islanda verso il tredicesimo secolo, e studiato dai dotti della Danimarca e della Svezia, come il più stimabile avanzo delle antiche loro tradizioni.

Nonostante la misteriosa oscurità dell'Edda, si possono facilmente distinguere due persone confuse sotto il nome di Odino, il Dio della guerra ed il gran legislatore della Scandinavia. L'ultimo, il Maometto del Settentrione, instituì una religione adattata al clima ed al popolo. Molte numerose Tribù su l'una e l'altra riva del Baltico furono soggiogate dall'invincibil valore di Odino, dalla sua persuasiva eloquenza, e dalla riputazione, ch'ei si era acquistata, di abilissimo mago. Con una volontaria morte egli confermò quella credenza, che avea propagata nel corso d'una lunga e prospera vita. Temendo l'umiliante assalto dell'infermità, si risolse di morir da guerriero. In una solenne assemblea di Svezzesi e di Goti si dette egli stesso nove mortali ferite, affrettandosi, come affermò con la moribonda sua voce, a preparare la festa degli Eroi nel palazzo del Dio dello guerra[731].

La nativa e propria abitazione di Odino è distinta col nome di As-gard. La fortunata somiglianza di questo nome con quello di As-burg, o As-of[732], parole di simil significato, ha fatto nascere un sistema storico così piacevolmente tessuto, che noi quasi brameremmo di persuaderci che fosse vero. Si suppone che Odino fosse Capo di una tribù di Barbari, che abitarono sulle rive della palude Meotide, finchè la caduta di Mitridate, e le armi di Pompeo minacciarono al Settentrione la schiavitù. Questo Odino, cedendo con furibondo sdegno a quella potenza, cui non poteva resistere, condusse la sua tribù dalle frontiere della Sarmazia asiatica nella Svezia, colla grande idea di formare in quell'inaccessibile asilo della libertà, una religione ed un popolo, che in qualche remoto secolo potesse servire alla sua immortale vendetta, quando i suoi invincibili Goti, armati da un militar fanatismo, uscirebbero a turme dalle vicinanze del cerchio Polare, per punir gli oppressori del genere umano[733].

Se tante successive generazioni di Goti non poterono conservare che una debole tradizione della loro origine dalla Scandinavia, non dobbiamo aspettarci da Barbari così inculti alcuna distinta relazione del tempo, e delle circostanze della loro emigrazione. Il passaggio del Baltico era impresa facile e naturale. Gli abitanti della Svezia avevano un numero sufficiente di vascelli grandi con remi[734], e non vi sono che poco più di cento miglia da Carlscrona ai più vicini porti della Pomerania e della Prussia. Qui finalmente si cammina colla scorta dell'istoria sopra uno stabil terreno. Sul principio almeno dell'Era Cristiana[735] e non più tardi del secolo degli Antonini[736], i Goti erano stabiliti verso la foce della Vistola, ed in quella fertile provincia, dove furono poi gran tempo dopo fondate le commercianti città di Thorn, Elbing, Konigsberg, e Danzica[737]. All'occidente dei Goti, le numerose Tribù dei Vandali erano sparse lungo le rive dell'Oder, e lungo il littorale della Pomerania e di Meelenburgo. Una viva somiglianza di costumi, di colore, di religione e di lingua pareva indicare, che i Vandali e i Goti fossero originariamente un solo gran popolo[738]. Sembra che i secondi fossero suddivisi in Ostrogoti, Visigoti, e Gepidi[739]. I Vandali erano più distintamente divisi in varie e indipendenti nazioni, gli Eruli, i Borgognoni, i Lombardi, e in diversi altri piccoli Stati, molti dei quali divennero in seguito Monarchie formidabili.

Nel secolo degli Antonini, i Goti abitavano tuttavia nella Prussia. Verso il regno di Alessandro Severo, la romana provincia della Dacia si era già risentita della lor vicinanza per le frequenti e rovinose loro irruzioni[740]. In questo intervallo pertanto, di quasi settant'anni, si deve porre la seconda emigrazione dei Goti dal Baltico al mare Eusino; ma la cagione che la produsse, giace nascosta nella varietà delle molle che pongono in moto i Barbari vagabondi. Una pestilenza od una fame, una vittoria od una disfatta, un oracolo degli Dei o l'eloquenza di un ardito condottiero erano bastanti per rivolgere le armi dei Goti verso i più dolci climi del mezzogiorno. Oltre l'influenza di una religione marziale, il numero ed il coraggio dei Goti erano proporzionati alle più rischiose avventure. L'uso degli scudi rotondi o delle corte spade li rendea formidabili nel combattere da vicino; la non servile ubbidienza, che aveano pe' loro Re ereditarj, dava ai loro consigli un'unione ed una stabilità non comune[741], ed il famoso Amala, eroe di quel secolo, e decimo antenato di Teodorico Re d'Italia, illustrò coll'ascendente del suo merito personale, la prerogativa della sua origine, ch'egli deduceva dagli Ansi o semidei della nazione Gotica[742].

La fama di una grande impresa eccitò i più coraggiosi guerrieri di tutti gli Stati dei Vandali nella Germania, molti dei quali si vedono combattere, pochi anni dopo, sotto la comune insegna[743] dei Goti. I primi passi degli emigranti li condussero sulle rive del Prypec, fiume che veniva generalmente dagli antichi creduto il ramo meridionale del Boristene[744]. Le tortuosità di quel gran fiume per le pianure della Polonia e della Russia diressero la loro marcia, somministrando costantemente acqua dolce, e pasture ai loro numerosissimi armenti. Seguitavano essi l'ignoto corso del fiume, confidando nel loro valore, e disprezzando qualunque forza potesse opporsi ai loro progressi.

I primi a presentarsi furono i Bastarni ed i Venedi, ed il fiore della loro gioventù, o per elezione o per forza, si unì all'armata dei Goti. I Bastarni abitavano sulle falde settentrionali dei monti Carpazj; e l'immenso tratto di terra, che li divideva dai selvaggi della Finlandia, era occupato, o devastato, per meglio dire, dai Venedi[745]. Vi sono buone ragioni per credere, che i Bastarni, i quali si distinsero nella guerra Macedonica[746], e si divisero poi nelle formidabili tribù dei Peucini, dei Borani, dei Carpi ec, discendessero dai Germani. Con ragioni più autentiche poi si possono credere di origine sarmatica i Venedi, che nei secoli di mezzo si rendettero tanto famosi[747]. Ma la confusione del sangue e dei costumi su quella incerta frontiera tiene spesso dubbiosi gli osservatori più esatti[748]. A misura che i Goti s'innoltrarono verso l'Eusino, incontrarono una più pura stirpe di Sarmati, gli Iazigi, gli Alani, ed i Rossolani; ed essi furono probabilmente i primi Germani che vedessero le foci del Boristene e del Tanai. Se noi esaminiamo le distintive caratteristiche dei Germani e dei Sarmati, vedremo che queste due numerose porzioni del genere umano si distinguevano principalmente per le fisse capanne o le tende movibili, per l'abito stretto o sciolto, per l'unità o la moltiplicità delle mogli, per la forza militare, consistente per la maggior parte o nell'infanteria o nella cavalleria; e sopra tutto per l'uso della lingua teutonica o della schiavona; l'ultima delle quali si è, per le conquiste, estesa dai confini dell'Italia alle vicinanze del Giappone.

I Goti erano allora padroni dell'Ucrania, paese di una estensione considerabile e fertilissimo, traversato da varj fiumi navigabili, che dall'una e dall'altra parte si scaricano nel Boristene, e sparso di vasti ed alti boschi di querce. L'abbondanza della cacciagione e del pesce, gl'innumerabili alveari di pecchie depositati nei vuoti degli alberi annosi, o nelle cavità delle rupi, i quali erano, anco in quei barbari secoli, un ramo considerabile di commercio, la grossezza del bestiame, il clima temperato, l'attività del suolo per ogni sorta di semenza, o l'ubertosa vegetazione, tutto mostrava in somma la liberalità della natura, ed invitava l'industria dell'uomo[749]. Ma resisterono i Goti a codesti inviti, menando sempre una oziosa, rapace, e misera vita.

I paesi degli Sciti, che verso l'Oriente confinavano coi nuovi stabilimenti dei Goti, non presentavano alle loro armi se non se l'incerto evento di una inutile vittoria. Ma allettante assai più era l'aspetto dei territorj romani; e le campagne della Dacia erano coperte di messi ubertose, seminate dalle mani di un popolo industrioso, ed esposte ad essere raccolte da quelle di una nazione guerriera. È probabile che le conquiste di Traiano, conservate dai suoi successori più per un decoro ideale, che per alcun reale vantaggio, avessero contribuito a indebolire l'Impero da quella parte. La nuova e non bene ancora stabilita provincia della Dacia non era nè forte abbastanza per resistere alla rapacità dei Barbari, nè ricca assai per saziarla. Finchè le remote rive del Niester si considerarono come gli argini della potenza romana, le fortificazioni del Danubio inferiore furono più trascuratamente custodite, e gli abitanti della Mesia vissero in una indolente sicurezza, scioccamente credendosi ad una inaccessibil distanza da qualunque Barbaro invasore. L'irruzione dei Goti sotto il regno di Filippo, fu per loro un disinganno funesto. Il Re o sia condottiero di quella feroce nazione traversò con disprezzo la Dacia, e passò il Niester ed il Danubio senza incontrare ostacolo, che ritardar potesse i suoi progressi. Il rilassamento della disciplina fece perdere alle guarnigioni romane i posti più importanti, ed il timore del meritato castigo indusse gran parte di loro ad arrolarsi sotto le insegne dei Goti. Comparve finalmente quella moltitudine di tanti diversi Barbari sotto le mura di Marcianopoli, città fabbricata da Traiano in onore della sorella, e Capitale allora della seconda Mesia[750]. Gli abitanti furono contenti di riscattare le loro vite ed i loro beni con una somma considerabile, e gl'invasori si ritirarono di nuovo nei loro deserti, animati, anzichè soddisfatti dai primi successi dell'armi loro contro un ricco, ma debol paese. Venne ben presto a Decio la nuova che Gniva, Re dei Goti, avea di nuovo passato il Danubio con forze più considerabili; che i suoi numerosi distaccamenti devastavano la Mesia; mentre il grosso dell'esercito, consistente in 70000 Germani e Sarmati, forza sufficiente per le più ardite imprese, esigeva la presenza del Monarca romano, e lo sforzo del suo poter militare.

A.D. 250

Decio trovò i Goti che assediavano Nicopoli sull'Iatro, uno dei molti monumenti delle vittorie di Traiano[751]. Levarono essi al suo arrivo l'assedio, ma con idea soltanto di marciare ad una più importante conquista, all'assedio di Filippopoli, città della Tracia, fondata dal Padre di Alessandro, presso alle falde dell'Emo[752]. Decio li seguitò per cammini scabrosi, e con marcie forzate; ma quando egli credea di essere ben lontano dalla retroguardia dei Goti, Gniva si rivolse con impeto furioso contro i suoi persecutori. Fu il campo dei Romani sorpreso e saccheggiato, e per la prima volta il loro Imperatore fu messo in disordinata fuga da una truppa di Barbari mezzo armati. Dopo una lunga resistenza Filippopoli, priva di ogni soccorso, fu presa d'assalto; e si riferisce che furono centomila persone trucidate nel saccheggio di quella vasta città[753]. Molti riguardevoli prigionieri accrebbero il valor del bottino, e Prisco, fratello dell'ultimo Imperatore Filippo, non arrossì di prendere la porpora sotto la protezione dei Barbari nemici di Roma[754]. Il tempo, per altro, da loro impiegato in quel lungo assedio, diè campo a Decio di reclutar le sue truppe, di rianimarne il coraggio, e di ristabilirne la disciplina. Tagliò diverse partite di Carpi ed altri Germani, che si affrettavano per partecipare nella vittoria dei loro concittadini[755], affidò i passi dei monti ad uffiziali di una fedeltà e di un valore sperimentato[756], riparò ed accrebbe le fortificazioni del Danubio, ed impiegò tutta la sua vigilanza per opporsi o all'avanzamento dei Goti, o alla loro ritirata. Incoraggiato dalla nuova fortuna, ansiosamente egli aspettava l'occasione di ristabilire con un colpo grande e decisivo la sua propria gloria, e quella delle armi romane[757].

A.D. 251

Nel tempo stesso che Decio lottava con quella furiosa tempesta, il suo spirito riflessivo e tranquillo in mezzo al tumulto della guerra, investigava le cagioni più generali, che dal secolo degli Antonini avean tanto affrettata la decadenza della Romana grandezza. Si avvide ben presto ch'era impossibile di ristabilire questa grandezza sopra una ferma base, se prima non si facevano risorgere la pubblica virtù, i costumi, e le massime antiche, e l'oppressa maestà delle leggi. Per eseguire questo nobile ed arduo disegno, volle prima ristabilire l'antiquato uffizio di Censore; ufficio il quale, finchè sussistè nella primiera sua integrità, avea tanto contribuito alla conservazione dello Stato[758]; ma fu poi usurpato dai Cesari, e a poco a poco negletto[759]. Sapendo che può il favor del Sovrano conferire il potere, ma che la sola stima del popolo può accordare l'autorità, egli rimise la scelta del Censore alla incorrotta voce del Senato. Con voti, anzi con acclamazioni unanimi, Valeriano, allora illustre ufficiale nell'esercito di Decio, e poi Imperatore, fu dichiarato il più degno di quell'eccelsa dignità. Appena ebbe l'Imperatore ricevuto dal Senato il decreto, convocò nel suo campo un numeroso consiglio, e prima della investitura rappresentò all'eletto Censore, la difficoltà e l'importanza del grande impiego. «Fortunato Valeriano» (disse il Principe a quel suddito illustre) «fortunato per la generale approvazione del Senato e della romana Repubblica: ricevi la Censura del Genere Umano, e giudica i nostri costumi. Tu eleggerai quelli che meritano di conservare il nome di Senatori; tu renderai all'ordine equestre il suo primo splendore; tu aumenterai le pubbliche entrate, ma prima modererai i pubblici pesi. Tu dividerai in classi regolari la varia ed infinita moltitudine dei cittadini, ed esaminerai diligentemente tutto quel che appartiene alla forza militare, alle ricchezze, alle virtù, ed alla potenza di Roma. L'esercito, la Corte, i ministri della giustizia, e le cariche più grandi dell'Impero sono tutte soggette al tuo Tribunale, da cui saranno esenti soltanto i Consoli ordinarj[760], il Prefetto della Città, il Re dei sacrifizj, e la maggiore delle Vestali, finchè illibata conserva la sua castità: e questi pochi, benchè non possano temere la severità del romano Censore, ne cercheranno ansiosamente la stima[761]

Un Magistrato, rivestito di un poter così esteso, sarebbe paruto più collega che ministro del suo Sovrano[762]. Valeriano temè giustamente un'elevazione così esposta all'invidia ed ai sospetti. Egli modestamente esagerò la spaventosa grandezza di un tanto peso, la sua propria insufficienza, e l'incurabile corruttela dei tempi. Insinuò accortamente che la carica di Censore era inseparabile dalla dignità imperiale, e che la destra di un suddito era troppo debole per sostenere un così immenso peso di cure e di potere[763]. L'imminente esito della guerra pose fine al proseguimento di un sì specioso, ma impraticabil progetto; e preservando Valeriano dal pericolo, salvò l'Imperator Decio dagli sconcerti, che probabilmente ne sarebbero derivati. Può un Censore conservare, ma non mai ristabilire i costumi di uno Stato. È impossibile che un tal Magistrato eserciti utilmente, o con efficacia almeno, la sua autorità, se non è sostenuto da un vivo sentimento di onore e di virtù negli animi del popolo, da un decente rispetto per la pubblica opinione, e da una serie di utili pregiudizj, i quali combattano in favore dei nazionali costumi. In un secolo, in cui sieno questi principj annullati, la giurisdizione del Censore deve o degenerare in una vana pompa, o convertirsi in un parziale istrumento di molesta oppressione[764]. Era più facile vincere i Goti, che sradicare i pubblici vizj; e nella prima ancora di queste imprese, Decio perdè l'esercito e la vita.

Erano i Goti allora circondati per tutto e inseguiti dall'armi romane. Il fiore delle loro truppe era perito nel lungo assedio di Filippopoli, e l'esausta regione non poteva più lungamente somministrare la sussistenza alla rimanente moltitudine di quei Barbari licenziosi. Ridotti a tale estremità, avrebbero i Goti di buon grado comprata, con la restituzione di tutto il loro bottino e dei prigionieri, la permissione di ritirarsi senza essere molestati. Ma l'Imperatore, stimando la vittoria sicura, e risoluto di spargere un salutare spavento tra i Popoli settentrionali col castigo di questi invasori, non volle ascoltare alcuna proposizione di accordo. I magnanimi Barbari preferirono la morte alla schiavitù. Una oscura città della Mesia, nominata Forum Terebronii[765], fu il teatro della battaglia. Era l'armata gotica schierata in tre linee, e fosse per elezione o per caso, la fronte della terza era coperta da una palude. Sul principio dell'azione il figliuolo di Decio, giovine di bellissime speranze, e già associato agli onori della porpora, fu da una freccia ucciso innanzi agli occhi dell'infelice padre, il quale richiamando tutta la sua virtù, disse alle truppe atterrite, che la perdita di un solo soldato era di piccola importanza per la Repubblica[766]. Fu terribile il conflitto; combatteva la disperazione contro il cordoglio e la rabbia. Fuggì finalmente disordinata la prima linea dei Goti; e la seconda, avanzatasi per sostenerla, ebbe la stessa sorte. La terza solamente rimase intera, e preparata a disputare il tragitto della palude, che fu imprudentemente tentato dal presuntuoso nemico. «Qui si cangiò la fortuna di quella giornata, e tutto divenne ai Romani contrario: il suolo era profondamente fangoso, cedente sotto i piedi di quelli che stavan fermi, e sdrucciolevole per gli altri che s'avanzavano: grave era la loro armatura, profonde le acque, nè poteano essi maneggiare i pesanti lor dardi in quell'incomoda situazione. I Barbari, al contrario, erano avvezzi a combattere nel fango; alti erano di statura, ed avean lunghe lance per ferir da lontano»[767]. In questa palude, dopo un inutil contrasto fu l'esercito romano irreparabilmente perduto; nè potè mai ritrovarsi il corpo dell'Imperatore[768]. Tal fu il destino di Decio nell'anno cinquantesimo, Principe perfetto, attivo in guerra, ed affabile in pace[769], e che insieme col suo figliuolo ha meritato di essere paragonato, nella sua vita e nella sua morte, ai più luminosi esemplari dell'antica virtù[770].

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Questo colpo fatale umiliò, ma per poco, l'insolenza delle legioni. Sembra che pazientemente attendessero, o ricevessero con sommissione il decreto del Senato, che regolava la successione al trono. Per un giusto riguardo alla memoria di Decio, fu il titolo imperiale conferito ad Ostiliano, unico suo figlio superstite: ma si diede un grado uguale, ed un più effettivo potere a Gallo, la cui esperienza ed abilità parevano proporzionate al grande impegno di Custode del giovinetto e dell'Impero angustiato[771]. La prima cura del nuovo Imperatore fu di liberare le province illiriche dal peso intollerabile dei vittoriosi Goti. Consentì a lasciare nelle lor mani i ricchi frutti della loro invasione, un immenso bottino, e ciò ch'era più vergognoso, un gran numero di prigionieri d'un ordine e d'un merito il più distinto. Fornì abbondantemente al loro campo tutti i comodi, che potessero addolcire la costoro ferocia, o facilitarne la tanto sospirata partenza; e promise perfino di pagar loro annualmente una gran somma d'oro, a condizione che non mai più ritornassero ad infestare colle loro incursioni i territori romani.[772].

Nel secolo degli Scipioni, i più opulenti Re della Terra, che richiedevano la protezione della vittoriosa Repubblica, si contentavano di doni così frivoli, che non potevano trar valore se non dalla mano, che ad essi largivali; una sedia d'avorio, una rozza veste di porpora, un piccol pezzo di argento, o una quantità di rame coniato[773]. Dopo che le ricchezze delle nazioni si concentrarono in Roma, gl'Imperatori mostrarono la loro grandezza, ed anco la politica loro, col regolare esercizio di una costante e moderata liberalità verso gli alleati dello Stato. Sollevavano la povertà dei Barbari, onoravano il loro merito, e ne ricompensavano la fedeltà. Questi volontari segni di benevolenza non s'intendeva che derivassero dalla paura, ma dalla generosità o dalla gratitudine dei Romani; e mentre generosamente si distribuivano doni e sussidj agli amici ed ai supplicanti, venivano fieramente negati a chiunque li pretendea come un debito[774]. Ma questa stipulazione di un'annuale paga ad un nemico vittorioso si mostrò senza velo nell'aspetto di un vergognoso tributo; gli animi dei Romani non erano avvezzi ancora a ricevere leggi così ineguali da una tribù di Barbari; ed il Principe che con una necessaria concessione avea forse salvata la patria, divenne l'oggetto del disprezzo e dell'avversion generale. La morte di Ostiliano, benchè accadesse nel colmo della più fiera pestilenza, fu interpretata come un personale delitto di Gallo[775]; e la disfatta persino dell'ultimo Imperatore fu dalla voce del sospetto attribuita ai perfidi consigli dell'abborrito suo successore[776]. La tranquillità di cui godè l'Impero nell'anno primo del suo governo[777], servì piuttosto ad inasprire, che a calmare il pubblico disgusto; ed appena che allontanati furono i timori di guerra, l'infamia della pace più grave divenne e più sensibile.

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Ma furono assai più irritati i Romani, allorchè si avvidero che neppure il sacrificio del loro onore assicurato aveva il loro riposo. Il fatal secreto dell'opulenza e della debolezza dell'Impero era stato svelato al Mondo. Nuovi sciami di Barbari incoraggiati dal buon successo, e che non credevansi vincolati dall'obbligazione dei loro fratelli, sparsero la devastazione per le province illiriche, ed il terrore fino alle porte di Roma. Prese Emiliano Governatore della Pannonia e della Mesia la difesa della Monarchia, che abbandonata sembrava dal pusillanime Imperatore; e radunando le forze disperse, rianimò il languente coraggio delle truppe. Furono inaspettatamente i Barbari assaliti, sconfitti, cacciati e perseguitati di là dai Danubio. Il vittorioso condottiere distribuì per donativo il denaro raccolto pel tributo; e le acclamazioni dei soldati lo acclamarono Imperatore sul campo di battaglia[778]. Gallo, che trascurando la generale prosperità, s'ingolfava nei piaceri dell'Italia, fu quasi nel tempo medesimo informato del successo della ribellione, e del rapido avvicinarsi dell'ambizioso suo Luogotenente. Si avanzò ad incontrarlo fino nelle pianure di Spoleto. Quando gli eserciti furono in vista un dell'altro, i soldati di Gallo paragonarono l'ignominiosa condotta del loro Sovrano colla gloria del suo rivale. Ammirarono il valore di Emiliano, e furono attratti dalla sua liberalità, che offeriva a tutti i disertori un considerabile aumento di paga[779]. L'uccisione di Gallo e del suo figliuolo Volusiano, terminò la guerra civile; ed il Senato diede una legittima sanzione ai diritti della conquista. Le lettere di Emiliano a quell'assemblea erano un misto di moderazione, e di vanità. Egli assicurava i Senatori che avrebbe rimesso alla loro prudenza il governo civile; e che contentandosi della qualità di lor Generale, avrebbe in poco tempo assicurata la gloria di Roma, e liberato l'Impero da tutti i Barbari del Settentrione, e dell'Oriente[780]. Fu la costui superbia adulata dagli applausi del Senato; ed esistono tuttora medaglie che lo rappresentano col nome e cogli attributi di Ercole Vittorioso, e di Marte Vendicatore[781].

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Se il nuovo Monarca avea le qualità necessarie per soddisfare a queste illustri promesse, gli mancò però il tempo a farlo. Non passarono quattro mesi dalla vittoria alla caduta[782]. Egli aveva vinto Gallo, ma cedè sotto il peso di un più formidabile competitore. Quell'infelice Principe avea mandato Valeriano, già distinto coll'onorevol titolo di Censore, per condurre in suo aiuto le legioni della Gallia, e della Germania[783]. Eseguì Valeriano la commissione con zelo e fedeltà; ed essendo giunto troppo tardi per salvare il suo Sovrano, deliberò vendicarlo. Le truppe di Emiliano, che stavano ancora accampate nelle pianure di Spoleto, furono intimorite dalla santità del suo carattere, ma molto più dalla forza superiore dell'esercito; e divenute ormai incapaci di una personale affezione, come sempre lo erano state di una massima costituzionale, s'imbrattarono subitamente le mani nel sangue di un Principe, che poc'anzi era stato oggetto della loro parziale elezione. Essi commisero il delitto, ma Valeriano solo ne colse il frutto. Egli ottenne il possesso del trono, col mezzo, è vero, della guerra civile, ma con un grado d'innocenza, rara in quel secolo di rivoluzioni; perocchè egli non doveva nè gratitudine nè fedeltà al suo predecessore, che balzato aveva dal soglio.

A.D.
253-268

Era Valeriano nell'età di quasi sessant'anni[784] quando gli fu conferita la porpora, non dal capriccio del popolo, o dai clamori dell'esercito, ma dall'unanime voce del Mondo romano. Nella sua elevazione per gradi agli onori dello Stato egli aveva meritato il favore dei Principi virtuosi, e si era dichiarato nemico dei tiranni[785]. La nobile sua nascita, i suoi dolci ed irreprensibili costumi, il suo sapere, la prudenza e l'esperienza sua erano venerate dal Senato e dal Popolo; e se il Genere Umano (secondo l'osservazione di un antico Scrittore) avuto avesse la libertà di scegliersi un padrone, sarebbe sicuramente in Valeriano caduta la scelta[786]. Forse non era il merito di questo Imperatore adeguato alla sua riputazione; forse i suoi talenti erano indeboliti e raffreddati dalla vecchiezza, o almeno tal era il suo spirito. La conoscenza del suo declinare lo trasse a dividere il trono con un più giovine e più attivo collega[787]: le necessità del tempo chiedevano un Generale non meno che un principe; e la sperienza del romano Censore avrebbe dovuto guidarlo nel conferire la porpora imperiale a chi la meritasse, qual ricompensa di guerriera virtù. Ma in cambio di fare una giudiziosa scelta, che avrebbe assodato il suo regno e fatto amare la sua memoria, Valeriano, non consultando che i dettami dell'affetto o della vanità, immediatamente investì de' supremi onori il suo figliuolo Gallieno, giovane i cui effeminati vizj erano fino allora rimasti ascosi dall'oscurità di una condizione privata. Il governo congiunto del padre e del figlio durò circa sette anni, e l'amministrazione sola di Gallieno ne continuò circa otto altri. Ma tutto quel periodo di tempo fu una serie non interrotta di confusione, e di calamità. Siccome l'Impero romano, nel tempo stesso e per ogni parte, venne assalito dal cieco furor di stranieri invasori, e dalla feroce ambizione di usurpatori domestici, così noi serviremo all'ordine e alla chiarezza, seguitando non tanto l'incerta serie delle date, quanto la più naturale distribuzione delle materie. I più pericolosi nemici di Roma durante il Regno di Valeriano e Gallieno furono 1. i Franchi 2. gli Alemanni 3. i Goti 4. i Persiani. Sotto queste generali denominazioni si possono comprendere le avventure delle meno considerabili tribù, i cui oscuri e barbari nomi servirebbero solamente ad opprimere la memoria, e a confondere l'attenzione del leggitore.

I. La posterità dei Franchi compone una delle più grandi ed illuminate nazioni dell'Europa; laonde le forze dell'erudizione e dell'ingegno si sono esaurite nella ricerca dei loro inculti antenati. Alle novelle della credulità, sono successi i sistemi della fantasia. È stato esaminato ogni passo, e veduto ogni luogo, che rivelar potesse alcune deboli tracce dell'origine loro. È stato supposto che la Pannonia[788], che la Gallia, che le parti settentrionali della Germania[789] abbiano dato i natali a quella celebre colonia di guerrieri. Finalmente i critici più ragionevoli, rigettando le fittizie emigrazioni d'ideali conquistatori, sono convenuti in un sentimento, la cui semplicità ne persuade la verità[790]. Suppongono essi che verso l'anno dugentoquaranta[791] si formasse sotto il nome di Franchi una nuova confederazione degli antichi abitatoti del Reno inferiore e del Weser. Il presente circolo di Vestfalia, il Langraviato di Assia, ed i Ducati di Brunsvich e Luneburgo furono l'antica sede dei Chauci, che nelle inaccessibili loro paludi sfidarono le armi romane[792]; dei Cherusci, superbi della fama di Arminio; dei Catti, formidabili per la ferma ed intrepida loro infanteria; e di diverse altre tribù d'inferiore potenza e riputazione[793]. L'amore della libertà era la dominante passione di questi Germani, il godimento di quella il loro miglior tesoro, e la voce, ch'esprimeva un tal godimento, era la più dolce alle loro orecchie. Meritarono essi, e presero, e conservarono il glorioso epiteto di Franchi o uomini liberi, che nascondeva, ma non distruggeva i particolari nomi dei varj popoli confederati[794]. Il tacito consenso, ed il vantaggio scambievole dettarono le prime le prime leggi di quella unione; l'uso e l'esperienza l'assodarono a poco a poco. La lega dei Franchi può in qualche modo paragonarsi al Corpo Elvetico, nel quale ogni Cantone ritenendo la sua indipendente sovranità, consulta insieme co' suoi fratelli nella causa comune, senza riconoscere l'autorità di verun Capo supremo o di una rappresentante assemblea[795]. Ma il principio delle due confederazioni era estremamente diverso. Uno spirito incostante, la sete della rapina, ed il violamento de più solenni trattati disonorarono il carattere dei Franchi.

Avevano i Romani per lungo tempo sperimentato l'ardimentoso valore dei popoli della Germania inferiore; l'unione delle loro forze minacciò alla Gallia una più formidabile invasione, e richiese la presenza di Gallieno, erede e collega della imperiale dignità[796]. Mentre questo Principe, col suo figliuolo Salonino ancora fanciullo, spiegava nella Corte di Treveri la maestà dell'Impero, erano le sue armate abilmente condotte da Postumo loro Generale, il quale, benchè tradisse di poi la famiglia di Valeriano, fu però sempre fedele al grande interesse della Monarchia. L'ingannevole linguaggio dei panegirici e delle medaglie oscuramente annunzia una lunga serie di vittorie. I trofei ed i titoli attestano (se può questa prova attestare) la fama di Postumo, ch'è ripetutamente chiamato il conquistator dei Germani ed il liberator della Gallia[797].

Ma un semplice fatto (il solo veramente, di cui abbiamo una esatta notizia) distrugge in gran parte questi monumenti della vanità e dell'adulazione. Il Reno, benchè onorato col titolo di baluardo delle province, fu un debol riparo contro l'ardito ed intraprendente spirito, ond'erano i Franchi animati. Le rapide loro devastazioni si estesero dal fiume alle falde dei Pirenei; nè furono da questi monti arrestate. La Spagna, che non mai avea temute le irruzioni dei Germani, non potè loro resistere. Per dodici anni (la maggior parte del regno di Gallieno) quella opulente contrada fu il teatro d'ineguali e devastatrici ostilità. Tarragona, florida capitale di una pacifica provincia, fu saccheggiata e quasi distrutta[798]; e fino ai giorni di Orosio, che scriveva nel quinto secolo, poche miserabili capanne sparse tra le rovine delle magnifiche città, rammentavano ancora il furore dei Barbari[799]. Quando nel desolato paese non più trovarono i Franchi da saccheggiare, presero alcuni vascelli nei porti della Spagna[800], e si trasportarono nella Mauritania. Rimase quella remota provincia atterrita dal furore di questi Barbari, che parevano all'improvviso caduti da un nuovo Mondo; giacchè il loro nome, i loro costumi, ed il loro aspetto erano ugualmente sconosciuti sulle coste dell'Affrica[801].

II. In quella parte della Sassonia superiore di là dall'Elba, detta adesso il Marchesato di Lusazia, sorgeva negli antichi tempi un sacro bosco, tremenda sede della superstizion degli Svevi. Non era ad alcuno permesso di entrare nel sacro recinto, senza confessare con servili legami e con supplichevole positura, l'immediata presenza del Nume supremo[802]. Il patriottismo insieme e la devozione contribuirono a rendere sacro il Sonnenwald, o sia bosco dei Sennoni[803]. Si credeva universalmente che avesse la nazione ricevuta la sua prima esistenza in quel sacro luogo. In certi determinati tempi le numerose Tribù che vantavano il sangue svevico, vi concorrevano per mezzo dei loro ambasciatori; e vi si perpetuava con barbari riti e con umani sacrifizi la memoria della comune loro origine. Il molto esteso nome degli Svevi empieva le interne contrade della Germania dalle rive dell'Oder a quello del Danubio. Si distinguevano essi dagli altri Germani per la maniera particolare di acconciare i lunghi loro capelli che rozzamente annodavano in cima alla testa; e si dilettavano di un ornamento, che facea comparire più alte e più terribili le loro schiere agli occhi dei nemici[804]. Gelosi, come lo erano i Germani della gloria militare, riconoscevano tutti il superior valore degli Svevi, e le Tribù digli Usipeti, e dei Tencteri, che con numeroso esercito si fecero incontro a Cesare il Dittatore, si dichiaravano di non recarsi a vergogna l'essere fuggiti dinanzi ad un popolo, alle armi del quale neppure gli stessi Dei immortali potrebber resistere[805].

Nel regno dell'Imperator Caracalla uno sciame innumerabile di Svevi comparve sulle rive del Meno, ed in vicinanza delle province romane, in cerca o di vettovaglie, o di bottino, o di gloria[806]. Questa precipitosa armata di volontarj divenne a poco a poco una grande e stabil nazione, e composta essendo di tante diverse Tribù, prese il nome di Alemanni, ovvero All-men, tutti-uomini, per denotare insieme la loro diversa discendenza, ed il comune valore[807]. Fu questo ultimo ben tosto dai Romani provato in molte ostili irruzioni. Combattevano gli Alemanni specialmente a cavallo; ma la cavalleria loro era ancora più formidabile per un miscuglio d'infanteria leggiera, scelta tra i giovani più coraggiosi ed attivi, assuefatti dal frequente esercizio ad accompagnare i cavalieri nella più lunga marcia, nel più furioso assalto, o nella più precipitosa ritirata[808].

Erano quei bellicosi Germani rimasti attoniti dagli immensi preparativi di Alessandro Severo, e furono atterriti dalle armi del suo successore, barbaro eguale ad essi in valore ed in fierezza. Ma sempre scorrendo per le frontiere dell'Impero, accrebbero il generale disordine, che seguitò la morte di Decio. Crudeli ferite essi impressero nelle ricche province della Gallia, e furono i primi a squarciare il velo, che copriva la debole maestà dell'Italia. Un numeroso corpo di Alemanni passò il Danubio, e per le alpi Rezie penetrò nelle pianure della Lombardia, si avanzò fino a Ravenna, e spiegò le vittoriose insegne dei Barbari, quasi al cospetto di Roma[809]. L'insulto e il pericolo riaccesero nel Senato qualche scintilla della sua antica virtù. Erano ambi gl'Imperatori impegnati in guerre molto lontano, Valeriano nell'Oriente, e Gallieno sul Reno. Non aveano i Romani altro scampo ed altre speranze che in se stessi. In tale urgenza presero i Senatori la difesa della Repubblica, condussero fuori i Pretoriani, ch'erano stati lasciati per guarnigione nella Capitale, e ne compirono il numero, arrolando al pubblico servizio i più robusti e volonterosi plebei. Sbigottiti gli Alemanni dall'improvvisa comparsa di un esercito assai più numeroso del loro, si ritirarono nella Germania carichi di prede; e fu la ritirata loro dagl'imbelli Romani[810] considerata come una vittoria.

Quando Gallieno ricevè la notizia ch'era la sua Capitale liberata dai Barbari, rimase molto men soddisfatto che intimorito del coraggio dei Senatori, giacchè poteva questo un giorno animarli a liberare la Repubblica dalla domestica tirannide, come da una straniera invasione. Fu la sua timida ingratitudine disvelata ai suoi sudditi in un editto, che proibiva ai Senatori l'esercizio d'ogni militare impiego, e sino l'accostarsi ai campi delle legioni. Ma erano mal fondati i suoi timori. I ricchi e delicati nobili, ricadendo nel loro naturale carattere, accettarono come un favore questa disonorante esenzione dal militare servizio; e finchè poterono godere i loro teatri, i bagni e le ville loro, rimisero con piacere nelle rozze mani dei contadini e dei soldati[811] le più pericolose cure dell'Impero.

Un'altra invasione degli Alemanni, di più glorioso successo, vien riferita da uno Scrittore del basso Impero. Dicesi che trecentomila di quella bellicosa nazione furono vinti in una battaglia vicino a Milano da Gallieno in persona, alla testa di soli diecimila Romani[812]. Possiam per altro con gran probabilità attribuire questa incredibil vittoria o alla credulità dello Storico, o ad alcune esagerate imprese di qualche Generale di Gallieno. Procurò quest'ultimo, con armi molto diverse, di assicurare l'Italia contro il furor dei Germani. Egli sposò Pipa figlia di un Re dei Marcomanni, Tribù sveva, che fu spesso confusa cogli Alemanni nelle loro guerre e conquiste[813]. Al Padre, come in prezzo della sua alleanza, egli accordò un vasto stabilimento nella Pannonia. Sembra che i naturali vezzi di una rozza beltà fissassero in quella Principessa gli affetti dell'incostante Imperatore, ed i legami della politica furono più saldamente connessi da quei dell'amore. Ma il superbo pregiudizio di Roma negò sempre il nome di matrimonio alla profana unione di un cittadino con una Barbara; e infamò la Principessa germana coll'obbrobrioso titolo di concubina di Gallieno[814].

III. Noi abbiamo di già tracciato i Goti nelle loro emigrazioni dalla Scandinavia, o almen dalla Prussia alla foce del Boristene, e seguitate le vittoriose loro armi dal Boristene al Danubio. Sotto i regni di Valeriano e di Gallieno la frontiera dell'ultimo di questi fiumi fu perpetuamente infestata dalle irruzioni dei Germani, o dei Sarmati; ma fu dai Romani difesa con insolita fermezza e fortuna. Lo province, ch'erano il teatro della guerra, fornivano agli eserciti romani un inesauribil rinforzo di coraggiosi soldati; e più d'uno di quegl'illirici contadini arrivò al grado di Generale, e ne spiegò la perizia. Benchè alcune turme volanti di Barbari, che scorrevano continuamente sulle rive del Danubio, penetrassero talvolta sino ai confini dell'Italia e della Macedonia, era però ordinariamente dai Generali imperiali o arrestato il loro progresso, o intercetto il loro ritorno[815]. Ma il gran torrente delle gotiche ostilità fu divertito in un canale molto differente. I Goti, nel nuovo loro stabilimento nell'Ucrania, divennero presto padroni della costa settentrionale dell'Eusino. Al mezzogiorno di quel mare interno erano situate le molli ed opulenti province dell'Asia Minore, le quali avevano tutto ciò che poteva allettare un Barbaro conquistatore, e nulla che potesse resistergli.

Le rive del Boristene sono sessanta miglia solamente lontane dall'angusto ingresso[816] della penisola della Crimea, nota agli antichi sotto il nome di Chersoneso Taurico[817]. Su quelle inospite spiagge Euripide (adornando con arte eccellente le favole dell'antichità) ha situata la scena di una delle sue più commoventi tragedie[818]. I sanguinosi sacrifizj di Diana, l'arrivo di Oreste e di Pilade, ed il trionfo della virtù e della religione contro una selvaggia ferocia, servono per rappresentare una storica verità, che i Tauri, originarj abitatori della penisola, furono in qualche grado riformati nei loro brutali costumi dal commercio a poco a poco introdotto colle greche colonie, stabilitesi lungo la costa marittima. Il piccol regno del Bosforo, la cui Capitale era situata su gli stretti, pe' quali la palude Meotide comunica coll'Eusino, era composto di degenerati Greci, e di Barbari per metà ridotti al viver civile. Sussisteva questo come Stato indipendente, sin dal tempo della guerra del Peloponeso[819]: fu finalmente assorbito dall'ambizione di Mitridate[820], e col resto de' suoi dominj cadde poi sotto il peso dell'armi romane. Al tempo di Augusto[821] erano i Re del Bosforo umili, ma non inutili alleati dell'Impero. Coi doni, colle armi, e con una debole fortificazione fatta a traverso dell'Istmo, essi effettivamente difendeano contro gli erranti devastatori della Sarmazia l'accesso di un paese, che per la sua particolar situazione, e per gli adattati suoi porti comandava al mare Eusino ed all'Asia minore[822]. Finchè ne resse lo scettro una continuata linea di Regi, essi sostennero con vigilanza e buon successo l'importante lor peso. Le domestiche fazioni ed i timori, o il privato interesse di oscuri usurpatori, che s'impadronirono del trono vacante, ammisero i Goti nel centro del Bosforo. Coll'acquisto di una superflua estensione di fertile terreno, ottennero i vincitori il comando di una forza navale, bastante a trasportare i loro eserciti sulla costa dell'Asia[823]. I vascelli che usavansi nella navigazione dell'Eusino, erano di una costruzione molto singolare. Erano leggiere barche col fondo piano, fatte solamente di legno senza alcuna mescolanza di ferro, e ad ogni apparenza di tempesta coprivansi con un tetto inclinato[824]. In queste galleggianti case, i Goti sconsideratamente si affidarono alla discrezione di un mare sconosciuto, sotto la scorta di marinari forzati al servizio, la cui perizia e fedeltà erano egualmente sospette. Ma la speranza di saccheggiare aveva bandita ogni idea di pericolo, ed una naturale intrepidezza di carattere equivaleva nel loro animo a quella ragionevol confidanza, che è il giusto frutto del sapere e della esperienza. Guerrieri di animo così audace debbono ben e spesso aver mormorato contro la codardia delle loro guide, che richiedevano le più forti sicurezze di una stabile calma, prima di arrischiarsi all'imbarco, e che si sarebbero con pena lasciate indurre a perder di vista la terra. Tale almeno è l'uso dei Turchi moderni[825], niente inferiori probabilmente nell'arte della navigazione agli antichi abitatori del Bosforo.

La flotta dei Goti, lasciando a sinistra la costa della Circassia, si fece per la prima volta vedere davanti Pizio[826], ultimo confine delle province romane; città provveduta di un buon porto, e fortificata con salde mura. Quivi essi trovarono una resistenza più ostinata di quella che potessero aspettarsi dalla debole guarnigione di una remota fortezza. Furono essi respinti; e parve che il lor disastro diminuisse il terrore del gotico nome. Finchè Successiano, uffiziale di un grado e di un merito eminente, difese quella frontiera, inutili riuscirono tutti i loro sforzi: ma appena fu egli trasferito da Valeriano in un più onorevole, ma meno importante posto, ricominciarono essi l'assedio di Pizio, e colla distruzione di quella città cancellarono la memoria della loro prima disgrazia[827].

Girando intorno all'orientale estremità del mare Eusino, la navigazione da Pizio a Trebisonda è di quasi trecento miglia[828]. Il corso dei Goti li portò in vista del paese di Colchide, famoso tanto per la spedizione degli Argonauti; e tentarono persino (benchè senza successo) di saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda, celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di Greci[829], dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza dell'Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri[830]. Era la città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con l'aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero i Goti l'estrema negligenza degli assediati, eressero un'alta catasta di fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte. Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso. Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda, come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l'estesa provincia del Ponto[831]. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo[832].

La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale dell'Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte barche di pescatori, si accostarono all'angusto canale, per cui l'Eusino versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell'Europa e dell'Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l'ingresso dello stretto, e questo corpo di truppe superava l'armata Gotica, tanto piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero, il mare alla terra, l'Europa all'Asia, per teatro delle loro ostilità, un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l'irresistibile assalto[833], e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice, Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell'Asia, avevano abolito l'esercizio delle armi, ed allontanato il timor del pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l'entrata delle più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi, e dei Teatri[834].

Quando la città di Cizico resistè a' più grandi sforzi di Mitridate[835], si distingueva per le savie sue leggi, per una forza navale di dugento galere, e per tre arsenali d'armi, di macchine militari, e di grano[836]. Era essa tuttavia la sede dell'opulenza e del lusso; ma niente più le restava dell'antica sua forza che la situazione in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al continente dell'Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a diciotto miglia da quella città[837], già da loro destinata alla distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque del monte Olimpo, crebbe ad un'insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di Eraclea, dov'era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate[838]. Si riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò la loro ritirata[839]. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di poco vantaggio, giacchè l'avvicinamento dell'equinozio autunnale intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell'Eusino avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia[840].

Quando siamo informati che la terza flotta, equipaggiata dai Goti nei porti del Bosforo, consisteva in cinquecento vele[841], la nostra pronta immaginazione calcola in un istante e moltiplica il formidabile armamento; ma assicurati dal giudizioso Strabone[842] che le navi piratiche usate dai Barbari del Ponto e della Scizia Minore, non erano capaci di contenere più di venticinque o trenta uomini, possiamo con certezza affermare, che quindicimila guerrieri al più s'imbarcarono in quella grande spedizione. Non soffrendo di star confinati nell'Eusino, diressero il distruttivo lor corso dal Bosforo Cimmerio al Bosforo Tracio. Erano giunti quasi alla metà degli stretti, quando ne furono improvvisamente respinti indietro all'ingresso; finchè levatosi nel giorno seguente favorevole il vento, li portò in poche ore nel placido mare, o piuttosto lago della Propontide.

Prendendo terra nella piccola isola di Cizico, ne rovinarono l'antica ed illustre città. Di là uscendo di nuovo per l'angusto passo dell'Ellesponto, proseguirono la tortuosa loro navigazione tra le numerose isole sparse sull'Arcipelago ossia Mare Egeo. L'assistenza dei prigionieri e dei disertori debb'essere stata ben necessaria per condurre i loro vascelli, e dirigere le varie loro incursioni, tanto sulle coste della Grecia, quanto su quelle dell'Asia. Finalmente la gotica flotta si ancorò nel Pireo, cinque miglia distante da Atene[843], che aveva tentato di fare alcuni preparativi per una vigorosa difesa. Cleodamo, uno degl'ingegneri impiegati per ordine dell'Imperatore a fortificare le città marittime contro i Goti, aveva già principiato a riparare le antiche mura, cominciate a cadere fino dal tempo di Silla. Inutili furono gli sforzi della sua abilità, e quei Barbari divennero padroni della sede natia delle Muse e delle Arti. Ma mentre i conquistatori si abbandonavano alla licenza del saccheggio ed alla intemperanza, la flotta loro, che stava con poca guardia nel porto, fu inaspettatamente assalita dal valoroso Dexippo, che fuggendo coll'ingegnere Cleodamo dal sacco di Atene, adunò in fretta una banda di volontarj contadini e soldati, e vendicò in qualche modo la calamità della sua patria[844].

Ma questa impresa, per quanto lustro gettar potesse sul decadente secolo di Atene, servì piuttosto ad irritare, che a sottomettere l'intrepido coraggio de' settentrionali invasori. Un generale incendio si accese nel tempo stesso in ogni distretto della Grecia. Tebe ed Argo, Corinto e Sparta, che avean fatte altre volte sì memorabili guerre fra loro, non poterono allora mettere in campo un esercito, o difendere neppure le rovinate loro fortificazioni. Il furor della guerra, e per terra e per mare, si stese dalla punta orientale di Sunio fino alla costa occidentale dell'Epiro. Si erano già i Goti innoltrati alla vista dell'Italia, quando l'avvicinamento di un così imminente pericolo risvegliò l'indolente Gallieno dal voluttuoso suo sonno. Comparve armato l'Imperatore; e sembra che la sua presenza reprimesse l'ardore, e dividesse la forza dei nemici. Naulobato, un capo degli Eruli, accettò un'onorevole capitolazione, entrò con un numeroso corpo de' suoi concittadini al servizio di Roma, e fu rivestito cogli ornamenti della Consolar dignità, non mai per l'avanti profanati dalle mani di un Barbaro[845]. Un gran numero di Goti, disgustati dai pericoli e dai travagli di un tedioso viaggio, fecero irruzione nella Mesia con disegno di aprirsi a forza il passo sul Danubio a' loro stabilimenti nell'Ucrania. L'ardito tentativo sarebbe stato seguito da una inevitabile distruzione, se la dissensione dei Generali romani non avesse risparmiato i Barbari a spese della causa comune[846]. Il picciol resto di quell'esercito distruggitore ritornò a bordo de' suoi vascelli; e rifacendo la strada per l'Ellesponto e pel Bosforo, devastò in passando i lidi di Troia, la cui fama resa immortale da Omero sopravviverà probabilmente alla memoria delle conquiste dei Goti. Appena ch'e' si trovarono sicuri in seno all'Eusino, presero terra ad Anchiale nella Tracia, vicino alle falde del monte Emo; e dopo tutte le loro fatiche, si sollevarono coll'uso di quelle salubri e piacevoli terme. Nè rimaneva del loro viaggio che una corta e facile navigazione[847]. Tali furono le varie vicende di questa terza, e loro maggior impresa navale. Sembra difficile a concepire, come un corpo, in principio di quindicimila guerrieri, potesse sostenere le perdite e le divisioni di una impresa sì ardita. Ma a misura che il loro numero veniva a poco a poco diminuito dalla spada, dai naufragi, e dall'influenza di un clima caldo, era continuamente rinnovato dalle truppe di banditi e di disertori, che concorrevano sotto l'insegna del saccheggio, e da una turma di schiavi fuggitivi, spesso di estrazione germana o sarmatica, che ansiosamente prendevano la gloriosa opportunità di rompere i loro ferri e di vendicarsi. In queste spedizioni, la gotica nazione pretese d'avere avuta una maggior parte nell'onore e nel pericolo: ma le tribù, che combatterono sotto le gotiche insegne, sono talvolta distinte e talvolta confuse nelle imperfette Storie di quel secolo; e siccome le barbare flotte uscir parvero dalla foce del Tanai, così fu spesso data a quella mista moltitudine[848] la vaga e familiare denominazione di Sciti.