534

L'errore de' Goti, che regnavano in Italia, fu meno scusabile di quello de' loro fratelli di Spagna, e la pena, che ne soffrirono, fu anche più immediata e terribile. Per causa d'una vendetta privata lasciarono che il più pericoloso loro nemico distruggesse il più pregevole alleato che avessero. Si era maritata una sorella del gran Teodorico a Trasimondo Re dell'Affrica[656]: in quest'occasione s'era consegnata a' Vandali la Fortezza di Lilibeo in Sicilia[657], e la Principessa Amalafrida fu accompagnata da una scorta militare di mille Nobili, e di cinquemila soldati Goti, che segnalarono il loro valore nelle guerre contro i Mori. Fu esaltato in quell'occasione il proprio merito da loro medesimi e forse disprezzato da' Vandali: i Goti guardarono il Paese con invidia, ed i conquistatori con isdegno; ma la reale o fittizia loro cospirazione fu prevenuta da un macello. I Goti restaron oppressi; e la prigionia d'Amalafrida fu tosto seguita dalla segreta e sospetta sua morte. S'impiegò l'eloquente penna di Cassiodoro a rimproverare alla Corte Vandalica la crudel violazione d'ogni pubblico e social dovere; ma poteva essa ridersi impunemente della vendetta, ch'ei minacciò in nome del suo Sovrano, finattantochè l'Affrica era difesa dal mare, ed i Goti mancavano d'una flotta. Nella cieca impotenza del dolore e dell'ira, essi lietamente applaudirono all'arrivo de' Romani, accolsero la flotta di Belisario nei porti della Sicilia, e furono ben presto rallegrati o commossi dalla sorprendente notizia, che s'era eseguita la lor vendetta oltre la misura delle speranze, o forse anche delle brame, che avevano. L'Imperatore doveva alla loro amicizia il Regno dell'Affrica, ed i Goti potevano con ragione pensare, ch'essi avevano diritto di pigliare il possesso d'un nudo scoglio sì di fresco separato, come un dono nuziale, dall'Isola di Sicilia. Presto però furon disingannati dall'altiero comando di Belisario, ch'eccitò il tardo loro ed inutile pentimento: «La Città ed il Promontorio di Lilibeo (disse il Generale Romano) apparteneva a' Vandali, ed io gli pretendo per diritto di conquista. La vostra sommissione può meritare il favor dell'Imperatore; ma l'ostinazione provocherà il suo sdegno ed accenderà una guerra, che non può terminare che coll'ultima vostra rovina. Se voi ci costringerete a prender le armi, noi combatteremo non già per riprendere una sola Città, ma per ispogliarvi di tutte le Province che voi avete ingiustamente sottratte al legittimo loro Sovrano». Una Nazione di dugentomila soldati avrebbe potuto ridersi della vana minaccia di Giustiniano, e del suo Luogotenente; ma dominava in Italia lo spirito di discordia e di malcontento, ed i Goti soffrivano, con ripugnanza, la indegnità d'un Regno donnesco[658].

La nascita di Amalasunta, Reggente e Regina d'Italia[659] riunì le due più illustri Famiglie dei Barbari. Sua madre, sorella di Clodoveo, discendeva da' capelluti Re della stirpe Merovingica[660]; la Real successione degli Amali fu illustrata nell'undecima generazione dal gran Teodorico suo Padre, il merito del quale, avrebbe potuto nobilitare anche un'origin plebea. Il sesso della sua figlia l'escludeva dal Trono de' Goti; ma la vigilante affezione, ch'egli aveva per la propria Famiglia, e per il suo Popolo, gli fece scuoprir l'ultimo erede della schiatta Reale, i cui Antenati si erano rifuggiti in Ispagna; ed il fortunato Eutarico fu tosto esaltato al grado di Console e di Principe. Ma egli non godè che per breve tempo il possesso d'Amalasunta, e la speranza della successione; ed essa, dopo la morte del marito e del Padre, fu lasciata custode del proprio figlio Atalarico e del Regno d'Italia. All'età di circa ventotto anni, le qualità della mente e della persona di lei erano giunte alla perfetta loro maturità. La sua bellezza, che secondo l'apprensione di Teodora medesima, le avrebbe potuto disputar la conquista d'un Imperatore, era animata da sentimento, attività e fermezza virile. L'educazione e l'esperienza ne avevan coltivato i talenti; i suoi studj filosofici erano immuni dalla vanità; e quantunque si esprimesse con ugual eleganza e facilità nella lingua Greca, nella Latina e nella Gotica, la figlia di Teodorico mantenne sempre ne' suoi consigli un discreto ed impenetrabil silenzio. Mediante la fedele imitazione delle virtù del Padre, fece risorgere la prosperità del suo Regno; mentre con pia sollecitudine procurò d'espiarne gli errori e di cancellare l'oscura memoria della decadente sua età. Ai figli di Boezio, e di Simmaco fu restituita la paterna loro eredità; l'estrema sua piacevolezza non acconsentì mai ad infliggere ai Romani suoi sudditi alcuna pena corporale o pecuniaria; e generosamente sprezzò i clamori de' Goti, che in capo a quarant'anni risguardavano sempre i Popoli d'Italia come loro schiavi o nemici. Le salutari sue determinazioni eran dirette dalla saviezza, e celebrate dall'eloquenza di Cassiodoro; essa richiese, e meritò l'amicizia dell'Imperatore; ed i Regni d'Europa, sì in pace che in guerra, rispettarono la maestà del Trono Gotico. Ma la futura felicità della Regina e dell'Italia, dipendeva dall'educazione del suo figlio, ch'era destinato fin dalla nascita a sostenere i differenti e quasi non conciliabili caratteri di Capo d'un esercito Barbaro, e di primo Magistrato d'una incivilita Nazione. Si principiò all'età di dieci anni[661] ad istruire Atalarico diligentemente nelle arti e nelle scienze utili o d'ornamento per un Principe Romano; e si scelsero tre venerabili Goti per istillare principj di virtù e d'onore nell'animo del giovine loro Re. Ma il fanciullo, che non sente i vantaggi dell'educazione, ne aborrisce il rigore; e la sollecitudine della Regina, che dall'affetto rendevasi ansiosa e severa, offese l'intrattabil natura del figlio e de' sudditi. In occasione d'una solenne festa, mentre i Goti erano adunati nel Palazzo di Ravenna, il fanciullo Reale scappò dall'appartamento di sua madre, e con lacrime d'orgoglio e di sdegno si dolse d'uno schiaffo, che l'ostinata sua disubbidienza l'aveva provocata a dargli. I Barbari s'irritarono per l'indegnità, con cui trattavasi il loro Re; accusarono la Reggente di cospirare contro la vita e la corona di esso; ed imperiosamente domandarono, che il nipote di Teodorico fosse liberato dalla vile disciplina delle donne e dei pedanti, ed educato come un valoroso Goto in compagnia de' suoi uguali e nella gloriosa ignoranza dei suoi Maggiori. A queste rozze grida importunamente ripetute come la voce della Nazione, Amalasunta fu costretta a cedere, contro la propria ragione e contro i più cari desiderj del suo cuore. Il Re d'Italia s'abbandonò al vino, alle donne ed a' grossolani sollazzi; e l'imprudente disprezzo dell'ingrato giovine scuoprì i maliziosi disegni de' suoi favoriti e de' nemici di essa. Circondata da' nemici domestici, essa entrò in una segreta negoziazione coll'Imperator Giustiniano; ebbe la sicurezza d'essere amichevolmente ricevuta; ed aveva già depositato a Dirrachio nell'Epiro un tesoro di quarantamila libbre d'oro. Sarebbe stato bene per la sua fama e sicurezza, se si fosse quietamente ritirata dalle fazioni barbare a goder la pace e lo splendore di Costantinopoli: ma l'animo di Amalasunta era infiammato dall'ambizione e dalla vendetta; e mentre le sue navi stavano all'ancora nel porto, essa aspettava il successo d'un delitto, che le sue passioni scusavano o applaudivano come un atto di giustizia. Erano stati separatamente mandati alle frontiere dell'Italia tre de' più pericolosi malcontenti sotto il pretesto di fedeltà e di comando: furono questi assassinati da' segreti di lei emissari; ed il sangue di que' nobili Goti rese la Regina madre, assoluta nella Corte di Ravenna, e giustamente odiosa ad un Popolo libero. Ma se erasi essa lagnata de' disordini del figlio, ben presto ne pianse l'irreparabile perdita; e la morte di Atalarico, che all'età di sedici anni si consumò da una prematura intemperanza, la lasciò priva di ogni stabil sostegno o legittima autorità. In vece di sottomettersi alle Leggi della sua Patria, che avevano per massima fondamentale, che la successione non potesse mai passar dalla lancia alla conocchia, la figlia di Teodorico immaginò l'impraticabil disegno di dividere con uno de' suoi cugini il titolo Reale, e conservar per sè la sostanza della suprema Potestà. Ei ricevè la proposizione con profondo rispetto e con affettata gratitudine; e l'eloquente Cassiodoro annunziò al Senato ed all'Imperatore, che Amalasunta e Teodato eran saliti sul trono d'Italia. La nascita di esso poteva considerarsi come un titolo imperfetto, giacchè era figlio d'una sorella di Teodorico, e la scelta d'Amalasunta fu con maggior forza diretta dal disprezzo ch'ella aveva per la sua avarizia e pusillanimità, che l'avevan privato dell'amore degl'Italiani, e della stima de' Barbari. Ma Teodato fu inasprito dal disprezzo, ch'ei meritava: la giustizia della Regina aveva represso, e gli aveva rimproverata l'oppressione ch'egli esercitava contro i Toscani suoi vicini; ed i principali fra' Goti, riuniti dalla colpa e dallo sdegno comune, cospirarono ad instigare la lenta e timida sua disposizione. Appena si eran mandate le lettere di congratulazione, che la Regina d'Italia fu imprigionata in una piccola Isola del lago di Bolsena[662], dove la medesima, dopo un breve confino, fu strangolata nel bagno per ordine, o con la connivenza del nuovo Re, che in tal modo istruì i turbolenti suoi sudditi a spargere il sangue de' loro Sovrani.

A. 535

Giustiniano vedeva con piacere le dissensioni dei Goti, e la mediazione dell'alleato celava, e favoriva le ambiziose mire del conquistatore. I suoi Ambasciatori, nella pubblica loro udienza richiesero la Fortezza di Lilibeo, dieci Barbari fuggitivi, ed una giusta compensazione per il saccheggio d'una piccola Città sui confini dell'Illirico; ma segretamente trattarono con Teodato la resa della provincia di Toscana, e tentarono Amalasunta di trarsi fuori dal pericolo e dalla perplessità, mediante una libera restituzione del Regno d'Italia. La Regina prigioniera sottoscrisse con ripugnanza una lettera falsa e servile, ma i Senatori Romani, mandati a Costantinopoli, manifestarono la vera di lei situazione, e Giustiniano per mezzo d'un nuovo Ambasciatore, intercesse più efficacemente per la libertà, e per la vita di essa. Le segrete istruzioni però dell'istesso Ministro eran dirette a servire la crudel gelosia di Teodora, che temeva la presenza e le superiori attrattive d'una rivale: egli insinuò, con artificiosi ed ambigui cenni, l'esecuzione d'un delitto così vantaggioso a' Romani[663]; ricevè la notizia della morte della Regina con dispiacere e con isdegno; ed in nome del suo Padrone dichiarò immortal guerra contro il perfido di lei assassino. In Italia, ugualmente che in Affrica il delitto d'un usurpatore parve, che giustificasse le armi di Giustiniano; ma le forze ch'egli apparecchiò, non eran sufficienti per rovesciare un potente Regno, se il piccolo numero di esse non si fosse aumentato dal nome, dallo spirito e dalla condotta d'un Eroe. Una scelta truppa di guardie a cavallo armate con lancie e scudi, accompagnavano la persona di Belisario; la sua cavalleria era composta di dugento Unni, di trecento Mori, e di quattromila Confederati; e l'infanteria consisteva in soli tremila Isauri. Il Console Romano dirigendo il suo corso come nella prima spedizione, gettò l'ancora avanti a Catania in Sicilia per osservare la forza dell'Isola, e per determinare, se dovea tentarne la conquista o pacificamente proseguire il suo viaggio per la costa di Affrica. Ei vi trovò un fertil terreno, ed un Popolo amichevole. Nonostante la decadenza dell'agricoltura, la Sicilia sosteneva sempre i granai di Roma; gli affittaiuoli di essa erano graziosamente esentati dall'oppressione de' quartieri militari; ed i Goti, che affidavano la difesa dell'Isola a' suoi abitanti, ebber ragione di dolersi, che la lor fiducia fu ingratamente tradita. Invece di chiedere ed aspettare l'aiuto del Re d'Italia, essi alle prime intimazioni prestarono volentieri ubbidienza; e questa Provincia, ch'era stata il primo frutto delle guerre Puniche, dopo una lunga separazione fu nuovamente unita all'Imperio Romano[664]. La guarnigione Gotica di Palermo, che sola tentò di resistere, dopo un breve assedio fu ridotta ad arrendersi, mediante un singolare strattagemma. Belisario introdusse le sue navi nell'intimo recinto del porto; i loro battelli furono a forza di cavi e di carucole alzati fino alla cima de' loro alberi, e furono empiti di arcieri, che da quel luogo dominavano le mura della Città. Dopo questa facile e fortunata campagna il Conquistatore entrò in Siracusa trionfante, alla testa delle vittoriose sue truppe, gettando al Popolo delle medaglie d'oro, nel giorno in cui gloriosamente finiva l'anno del suo Consolato. Ei passò la stagione invernale nel palazzo degli antichi Re in mezzo alle rovine d'una colonia Greca, che una volta estendevasi ad una circonferenza di ventidue miglia[665]; ma nella primavera, dopo la festa di Pasqua, fu interrotto il proseguimento de' suoi disegni da una pericolosa sommossa delle truppe Affricane. Si salvò Cartagine per la presenza di Belisario, che immediatamente sbarcovvi con mille guardie; duemila soldati di dubbiosa fede tornarono alle bandiere dell'antico lor Comandante; ed ei fece senza esitare più di cinquanta miglia per cercare un nemico, che affettava di compassionare, e di sprezzare. Ottomila ribelli tremarono all'avvicinarsi di esso; furono messi in rotta al primo incontro dalla destrezza del loro Signore; e questa ignobil vittoria restituito avrebbe la pace all'Affrica, se il Conquistatore non fosse stato richiamato in fretta nella Sicilia per quietare una sedizione, che si era accesa durante e la sua assenza nel proprio Campo[666]. Il disordine e la disubbidienza erano le malattie comuni di que' tempi. Non risedevano che nell'animo di Belisario il talento per comandare, e la virtù di obbedire.

A. 534-536

Quantunque Teodato discendesse da una stirpe di Eroi, non sapeva l'arte della guerra, e ne abborriva i pericoli; e quantunque avesse studiato gli scritti di Platone e di Tullio, la Filosofia non fu capace di purgare il suo spirito dalle più basse passioni dell'avarizia e del timore. Egli aveva comprato uno scettro per mezzo dell'ingratitudine e dell'uccisione: e alla prima minaccia d'un nemico, avvilì la propria maestà, e quella di una Nazione, che già sprezzava il suo indegno Sovrano. Sorpreso dal fresco esempio di Gelimero, si vedeva tratto in catene per le strade di Costantinopoli; l'eloquenza di Pietro, Ambasciator Bizantino accrebbe i terrori, che ispirava Belisario; e quell'audace e sottile Avvocato lo persuase a sottoscrivere un trattato, troppo ignominioso per servir di fondamento ad una pace durevole. Fu stipulato, che nelle acclamazioni del Popolo Romano sempre si proclamasse il nome dell'Imperatore avanti a quello del Re Goto, e che ogni volta che s'innalzava in bronzo o in marmo la statua di Teodato, gli fosse posta alla destra la divina immagine di Giustiniano: invece di conferire gli onori del Senato, il Re d'Italia era ridotto a sollecitarli; ed era indispensabile il consenso dell'Imperatore, prima ch'ei potesse eseguir la sentenza di morte, o di confiscazione contro d'un Prete, o d'un Senatore. Il debol Monarca rinunziò al possesso della Sicilia; offerì, come un annuo segno della sua dipendenza, una corona d'oro del peso di trecento libbre; e promise di somministrare, alla richiesta del suo Sovrano, tremila Goti ausiliari per servizio dell'Impero. Soddisfatto di queste straordinarie concessioni, l'abile agente di Giustiniano affrettò il suo ritorno a Costantinopoli; ma appena era giunto alla villa Albana[667], che fu richiamato dall'ansietà di Teodato; e merita d'esser riportato nell'originale sua semplicità questo dialogo fatto fra il Re e l'Ambasciatore: «Siete voi di sentimento, che l'Imperatore ratificherà questo Trattato? Forse. Qualora ei ricusi, qual conseguenza ne verrà? La guerra. Tal guerra sarà ella giusta o ragionevole? Sicurissimamente: ognuno agirebbe secondo il suo carattere. Che intendete di dire? Voi siete un filosofo; Giustiniano è Imperator de' Romani: mal converrebbe al discepolo di Platone spargere il sangue di più migliaia di uomini per una sua privata contesa; ma il successore d'Augusto dovrebbe rivendicare i suoi diritti, e ricuperare con le armi le antiche Province del suo Impero». Questo ragionamento non è per avventura molto convincente, ma servì per mettere in agitazione e per vincer la debolezza di Teodato, che tosto discese all'ultima sua offerta di rinunziare per il meschino prezzo d'una pensione di quarantottomila lire sterline il Regno de' Goti e degl'Italiani, e d'impiegare il resto de' suoi giorni negl'innocenti piaceri della filosofia e dell'agricoltura. Affidò ambedue i trattati all'Ambasciatore, sulla fragile sicurezza d'un giuramento di non manifestare il secondo, finattantochè non si fosse positivamente rigettato il primo. Se ne può facilmente prevedere l'evento. Giustiniano richiese ed accettò l'abdicazione del Re Goto. L'instancabile suo agente da Costantinopoli tornò a Ravenna con ampie istruzioni, e con una bella lettera, che lodava la saviezza e generosità del Reale Filosofo, gli accordava la pensione, con assicurarlo di quegli onori, dei quali poteva esser capace un suddito Cattolico, e prudentemente fu commessa la finale esecuzion del Trattato alla presenza ed autorità di Belisario. Ma nel tempo che restò sospeso, due Generali Romani, che erano entrati nella Provincia di Dalmazia, furon disfatti ed uccisi dalle truppe Gotiche. Teodato, da una cieca ed abbietta disperazione, capricciosamente passò ad una presunzione senza fondamento e fatale[668], ed osò di ricevere con minacce e disprezzo l'ambasciatore di Giustiniano, che insistè nella sua promessa, sollecitò la fedeltà de' suoi sudditi, ed arditamente sostenne l'inviolabile privilegio del proprio carattere. La marcia di Belisario dissipò quest'orgoglio immaginario; e siccome fu consumata la prima campagna[669] nel soggiogar la Sicilia, Procopio assegna l'invasione d'Italia al secondo anno della Guerra Gotica[670].

A. 537

Dopo aver Belisario lasciato sufficienti guarnigioni in Palermo e in Siracusa, imbarcò le sue truppe a Messina, e le sbarcò senza resistenza sui lidi opposti di Reggio. Un Principe Goto, che avea sposato la figlia di Teodato, stava con un esercito a guardar l'ingresso d'Italia; ma esso imitò senza scrupolo l'esempio d'un Sovrano, che mancava a' suoi pubblici e privati doveri. Il perfido Ebermore disertò con i suoi seguaci al campo Romano, e fu mandato a godere i servili onori della Corte Bizantina[671]. La flotta e l'esercito di Belisario s'avanzarono quasi sempre in vista l'una dell'altro da Reggio a Napoli, per quasi trecento miglia lungo la costa del mare. Il Popolo dell'Abruzzo, della Lucania e della Campania, che abborriva il nome e la religione de' Goti, profittò dello specioso pretesto che le rovinate lor mura erano incapaci di difesa; i soldati pagavano un giusto prezzo di ciò che compravano sugli abbondanti mercati; e la sola curiosità interrompeva le pacifiche occupazioni degli agricoltori o degli artefici. Napoli, ch'è divenuta una grande e popolata Capitale, conservò lungamente il linguaggio ed i costumi di colonia Greca[672]: e la scelta, che ne fece Virgilio, aveva nobilitato quest'elegante ritiro, che attraeva gli amatori del riposo e dello studio, allontanandogli dallo strepito, dal fumo e dalla laboriosa opulenza di Roma[673]. Appena fu investita per mare e per terra la piazza, Belisario diede udienza ai deputati del Popolo, che l'esortavano a non curare una conquista indegna delle sue armi, a cercare in un campo di battaglia il Re dei Goti, e dopo d'averlo vinto, a ricevere come Sovrano di Roma l'omaggio delle Città dipendenti. «Quando io tratto co' miei nemici, replicò il Capitano Romano con un altiero sorriso, io son più assuefatto a dare, che a ricever consiglio: ma tengo in una mano l'inevitabil rovina, e nell'altra la pace e la libertà, come ora gode la Sicilia». L'impazienza della dilazione lo mosse ad accordar le più liberali condizioni, ed il suo onore ne assicurava l'effettuazione: ma Napoli era divisa in due fazioni, e la democrazia Greca era infiammata da' suoi Oratori, i quali con molto spirito e con qualche verità rappresentarono alla moltitudine, che i Goti avrebber punito la lor mancanza di fede, e che Belisario medesimo dovea stimare la loro lealtà e valore. Le deliberazioni però che facevansi, non erano perfettamente libere; la Città era dominata da ottocento Barbari, le mogli ed i figli de' quali si ritenevano a Ravenna come pegni della lor fedeltà; e fino gli Ebrei, ch'erano ricchi e numerosi, opponevansi con disperato entusiasmo alle intolleranti leggi di Giustiniano. In un tempo assai posteriore, la circonferenza di Napoli[674] non era più di duemila trecento sessantatre passi[675]: le fortificazioni eran difese da precipizi o dal mare; se si tagliavano gli acquedotti, poteva supplirsi con l'acqua de' pozzi e de' fonti; e la quantità delle provvisioni era sufficiente a stancar la pazienza degli assedianti. Al termine di venti giorni era quasi esausta quella di Belisario, ed erasi accomodato alla vergogna d'abbandonar l'assedio per poter marciare, avanti l'inverno, contro Roma, ed il Re de' Goti. Ma fu la sua ansietà soddisfatta dall'ardita curiosità d'un Isauro, ch'esplorò il canale asciutto d'un acquedotto, e segretamente riferì, che potevasi aprire un passaggio per introdurre una fila di soldati armati nel cuore della Città. Quando l'opera fu tacitamente eseguita, l'umano Generale rischiò la scoperta del suo segreto con un ultimo ed infruttuoso avviso dell'imminente pericolo. Nell'oscurità della notte, quattrocento Romani entrarono nell'acquedotto, s'introdussero per mezzo d'una fune, che legarono ad un ulivo, nella casa o nel giardino d'una solitaria matrona, suonarono le loro trombette, sorpreser le sentinelle, ed ammessero i loro compagni, che da ogni parte scalaron le mura, ed aprirono le porte della Città. Fu commesso, come per diritto di guerra, ogni delitto che si punisce dalla giustizia sociale; gli Unni si distinsero per la crudeltà ed il sacrilegio, ed il solo Belisario comparve per le strade, e nelle Chiese di Napoli a moderar la calamità, ch'egli aveva predetto. «L'oro e l'argento, esclamò più volte, sono i giusti premj del vostro valore; ma risparmiate gli abitanti: essi son Cristiani, son supplichevoli, e son ora vostri concittadini. Restituite i figli a' loro Genitori; le mogli a' loro mariti; e dimostrate loro, mediante la vostra generosità di quali amici hann'ostinatamente privato se stessi». La Città fu salvata per la virtù, e per l'autorità del suo Conquistatore[676]; e quando i Napoletani tornarono alle loro case, trovarono qualche sollievo nel segreto godimento de' nascosti loro tesori. La guarnigione Barbara s'arruolò al servizio dell'Imperatore; la Puglia e la Calabria, liberate dall'odiosa presenza de' Goti, riconobbero il suo dominio; e L'Istorico di Belisario curiosamente descrive le zanne del Cignale Calidonio, che tuttavia si mostravano a Benevento[677].

A. 536-540

I Soldati e Cittadini fedeli di Napoli avevano indarno aspettato d'esser liberati da un Principe, che restò inoperoso, e quasi indifferente spettatore della loro rovina. Teodato si assicurò dentro le mura di Roma, mentre la sua cavalleria si avanzò quaranta miglia sulla via Appia, e si accampò nelle paludi Pontine, le quali, mediante un canale lungo diciannove miglia erano state recentemente seccate, e convertite in eccellenti pasture[678]. Ma le Fortezze principali dei Goti eran disperse nella Dalmazia, nella Venezia, e nella Gallia, ed il debole spirito del loro Re era confuso dall'infelice evento d'una divinazione, che sembrava presagir la caduta del suo Impero[679]. I più abbietti schiavi hanno (talvolta) processato il delitto, o la debolezza d'uno sfortunato padrone; ma il carattere di Teodato fu rigorosamente esaminato da un libero, e quieto campo di Barbari, consapevoli del lor diritto e potere; fu esso dichiarato indegno della sua razza, della Nazione e del trono, ed il loro Generale Vitige, che avea segnalato il proprio valore nella guerra Illirica, fu innalzato con unanime applauso sopra gli scudi de' suoi compagni. Al primo romore di ciò, il deposto Monarca fuggì dalla giustizia de' propri Nazionali; ma fu inseguito dalla vendetta privata. Un Goto, ch'egli aveva offeso nel suo amore, sorprese Teodato sulla via Flaminia, e senza riguardo alle non virili sue strida, lo scannò, mentre stava prostrato sul suolo, come una vittima (dice l'Istorico) a piè dell'Altare. L'elezione del Popolo è il titolo migliore e più puro per regnare sopra di esso; pure tal è il pregiudizio d'ogni tempo, che Vitige impazientemente desiderò di tornare a Ravenna per poter ivi prendere, con la ripugnante mano della figlia di Amalasunta, una debole ombra di ereditario diritto. Si tenne immediatamente un Concilio Nazionale, ed il nuovo Monarca dispose l'impaziente spirito dei Barbari ad un passo vergognoso, che la cattiva condotta del suo predecessore avea reso indispensabile e savio. I Goti acconsentirono a ritirarsi in faccia d'un vittorioso nemico; a differire fino alla primavera seguente le operazioni d'una guerra offensiva: a richiamare le sparse loro truppe; ad abbandonare i lontani loro stabilimenti, e ad affidare anche la stessa Roma alla fede de' suoi abitanti. Lauderi attempato guerriero, fu lasciato nella Capitale con quattromila soldati: debole guarnigione, che avrebbe potuto secondare lo zelo de' Romani, quantunque fosse incapace d'opporsi ai desiderj di essi. Ma si accese ne' loro animi un momentaneo entusiasmo di religione e di patriottismo: essi furiosamente esclamarono che la Sede Apostolica non dovea più lungamente profanarsi dal trionfo, o dalla tolleranza dell'Arrianismo, che non si dovevan più calpestare le tombe de' Cesari da' selvaggi del Settentrione; e senza riflettere, che l'Italia dovea divenire una Provincia di Costantinopoli, con trasporto applaudirono alla restaurazione d'un Imperator Romano, come, ad una nuova epoca di libertà e di prosperità. I Deputati del Papa e del Clero, del Senato e del Popolo invitarono il Luogotenente di Giustiniano ad accettare il loro volontario omaggio, e ad entrare nella Città, di cui si sarebbero aperte le porte per riceverlo. Tosto che Belisario ebbe fortificato le sue nuove conquiste di Napoli e di Cuma, si avanzò per circa venti miglia fino alle rive del Vulturno, contemplò la decaduta grandezza di Capua, e si fermò dove la via Latina si separa dall'Appia. L'opera del Censore, dopo l'uso continuo di nove secoli, tuttavia conservava la sua primitiva bellezza, e neppure, una fessura potea scuoprirsi nelle grandi e levigate pietre, delle quali era quella solida, sebbene stretta via, si stabilmente composta[680]. Belisario però preferì la via Latina, che lontana dal mare e dalle paludi continuava per lo spazio di centoventi miglia lungo il piede delle montagne. I suoi nemici erano spariti. Quando egli fece il suo ingresso per la porta Asinaria, la guarnigione partì senz'alcuna molestia per la via Flaminia; e la Città, dopo sessant'anni di servitù, fu liberata dal giogo de' Barbari. Il solo Leuderi, per un motivo d'orgoglio o di mal contento, non volle accompagnare i fuggitivi; ed il Capitano de' Goti, ch'era egli medesimo un trofeo della vittoria, fu mandato con le chiavi di Roma al Trono dell'Imperator Giustiniano[681].

A. 537

I primi giorni, che corrispondevano agli antichi Saturnali, consacrati furono alla vicendevol congratulazione, ed alla pubblica gioia; ed i Cattolici si preparavano a celebrare, senza rivali, la prossima festa della Natività di Cristo. Nella famigliar conversazione d'un Eroe, acquistarono i Romani qualche cognizione delle virtù, che l'Istoria attribuiva a' loro Maggiori, furono edificati dell'apparente rispetto di Belisario per il successor di S. Pietro; e la rigida sua disciplina assicurò loro, in mezzo alla guerra, i vantaggi della tranquillità e della giustizia. Essi applaudirono al rapido successo delle sue armi, che invasero l'addiacente campagna, fino a Narni, Perugia e Spoleto; ma tremò il Senato, il Clero ed il Popolo imbelle all'udire, ch'egli aveva risoluto, e presto sarebbe stato nel caso di sostenere un assedio contro le forze della Monarchia Gotica. Furono eseguiti nella stagione invernale i disegni di Vitige con diligenza ed effetto. I Goti dalle rustiche loro abitazioni e dalle lor guarnigioni più distanti, adunaronsi a Ravenna per difesa del loro Paese; e tale ne fu il numero, che dopo averne distaccata un'armata in aiuto della Dalmazia, marciarono sotto le bandiere Reali ben cento cinquantamila combattenti. Secondo i vari gradi del posto o del merito, il Re Goto distribuì armi e cavalli, ricchi doni e liberali promesse: ei si mosse lungo la via Flaminia, evitò gl'inutili assedj di Perugia e di Spoleto, rispettò l'inespugnabile Rocca di Narni, ed arrivò lontano due miglia di Roma, a piè del Ponte Milvio. Quello stretto passo era fortificato con una torre, e Belisario avea contato l'importanza di venti giorni, che bisognava consumare nel costruire un altro ponte. Ma la costernazion de' soldati della torre, che o fuggirono o disertarono, sconcertò le sue speranze, ed espose la sua persona al più imminente pericolo. Il Generale Romano, alla testa di mille cavalli, uscì dalla porta Flamminia per notare il luogo d'una vantaggiosa posizione, e per osservare il campo de' Barbari; ma mentre li credeva sempre dall'altra parte del Tevere, fu ad un tratto circondato ed assalito dagl'innumerabili loro squadroni. Il destino d'Italia dipendeva dalla sua vita; ed i disertori si dirigevano all'appariscente cavallo baio[682] con la faccia bianca, ch'ei cavalcava in quella memorabil giornata: «Mira al cavallo baio» era il grido universale. Ogni arco era teso, ed ogni dardo appuntato contro quel fatale oggetto, e veniva ripetuto ed eseguito quest'ordine da migliaia di persone, che ne ignoravano il vero motivo. I più arditi Barbari si avanzarono al più onorevol combattimento delle spade e delle lance, e la lode d'un nemico ha onorato la caduta di Visando, che portando la bandiera[683] mantenne il suo posto avanti degli altri, finattantochè non rimase trafitto da tredici ferite, per mano forse di Belisario medesimo. Il Generale Romano era forte, attivo e destro; da ogni parte scagliava i pesanti e mortali suoi colpi; le fedeli sue guardie ne imitarono il valore, e ne difesero la persona; ed i Goti, dopo una perdita di mille uomini, fuggirono innanzi alle armi d'un Eroe. Furono temerariamente inseguiti fino al lor campo, ed i Romani, oppressi dalla moltitudine, fecero una lenta ed alla fine precipitosa ritirata verso le porte della Città, le quali si chiusero in faccia de' fuggitivi; ed il pubblico terrore s'accrebbe dalla notizia, che Belisario era stato ucciso. Era in vero sfigurato il suo aspetto dal sudore, dalla polvere, e dal sangue; rauca n'era la voce, e quasi esausta la forza; ma tuttavia gli restava l'invincibile suo coraggio: ei lo partecipò agli abbattuti compagni; ed il disperato loro ultimo sforzo si sentì da' Barbari, posti nuovamente in fuga come se fosse uscito dalla Città un altro vigoroso ed intero esercito. Fu aperta la porta Flamminia ad un vero trionfo; ma non potè Belisario esser persuaso dalla moglie e dagli amici a prendere il necessario ristoro di cibo e di sonno, prima d'aver visitato ogni posto, e provveduto alla pubblica sicurezza. Nello stato più perfetto dell'arte della guerra, è raro che un Generale abbia bisogno, o che anche gli sia permesso di mostrare la personal sua prodezza di soldato; e può aggiungersi quello di Belisario a' rari esempi di Enrico IV, di Pirro e d'Alessandro.

Dopo questo primo ed infelice sperimento de' nemici, tutto l'esercito dei Goti passò il Tevere e formò l'assedio della Città, che continuò più d'un anno, fino all'ultima loro partenza. Per quanto possa spaziar l'immaginazione, l'esatto compasso del Geografo determina il circuito di Roma ad una linea di dodici miglia e di trecento quarantacinque passi; e questo circuito, eccettuata la parte ch'è nel Vaticano, è stato invariabilmente il medesimo dal trionfo di Aureliano, fino al pacifico, ma oscuro Regno de' moderni Papi[684]. Ma nel tempo della sua grandezza, lo spazio compreso dentro le mura era pieno di abitazioni e di abitanti; ed i popolati sobborghi, che s'estendevano lungo le pubbliche strade, partivano come tanti raggi da un centro comune. Le avversità le tolsero questi estranei ornamenti, e lasciarono desolata e nuda anche una parte considerabile de' sette Colli. Nondimeno, Roma, nel presente suo stato, potrebbe mettere in campo sopra trentamila uomini atti a militare[685]; e nonostante la mancanza di disciplina e d'esercizio, la massima parte di essi, assuefatta a' travagli della povertà, sarebbe capace di portar le armi per la difesa della patria e della religione. La prudenza di Belisario non trascurò questo importante ripiego. Furono alquanto sollevati i suoi soldati dallo zelo e dalla diligenza del Popolo, che vegliava mentr'essi dormivano, e lavorava mentr'essi riposavano; egli accettò il volontario servizio della più brava e indigente gioventù Romana; e le compagnie di cittadini talvolta rappresentavano, in un posto vacante, le truppe, che si eran mandate a fare operazioni di maggiore importanza. Ma la giusta sua fiducia era posta ne' veterani, che avevan combattuto sotto le sue bandiere nelle guerre di Persia o dell'Affrica; e sebbene quella valorosa truppa fosse ridotta a cinquemila uomini, con sì tenue numero intraprese a difendere un recinto di dodici miglia contro un esercito di cento cinquantamila Barbari. Nelle mura di Roma, che Belisario costruì o restaurò, si possono ancora discernere i materiali dell'antica architettura[686]; e fu compita l'intera fortificazione, a riserva d'un apertura, che sempre esiste fra le porte Pincia e Flamminia, e che i pregiudizi de' Goti e de' Romani lasciavano sotto l'efficace custodia di S. Pietro Apostolo[687]. I bastioni erano fatti ad angoli acuti; un fosso largo e profondo difendeva il piede della muraglia; e gli arcieri sopra di essa erano aiutati dalle macchine militari, come dalla Balista, forte arco in forma di croce, che scagliava corti, ma grossi dardi, e dagli Onagri, o asini selvaggi che a guisa di fionde gettavano pietre e palle di enorme grandezza[688]. Sì tirò una catena a traverso il Tevere; si resero impervj gli archi degli acquedotti; e la mole o il sepolcro d'Adriano[689] fu per la prima volta convertito in una Cittadella. Questa venerabile Fabbrica, la quale conteneva le ceneri degli Antonini, era una Torre circolare, che s'alzava sopra una base quadrangolare; era coperta di marmo bianco di Paros e decorata da statue di Numi e di Eroi; e l'amatore delle arti dee leggere sospirando, che le opere di Prassitele o di Lisippo fossero staccate dagli alti lor piedestalli, e gettate nel fosso sulle teste degli assedianti[690]. A ciascuno de' suoi Luogotenenti Belisario assegnò la difesa d'una porta, con la savia e perentoria istruzione, che qualunque muovimento potesse farsi, essi restassero costantemente a' rispettivi lor posti, e lasciassero al Generale il pensiero della salvezza di Roma. Il formidabil'esercito de' Goti non fu sufficiente ad abbracciar l'ampio circuito della Città; di quattordici porte non ne furono investite che sette dalla via Prenestina fino alla Flamminia; e Vitige divise le sue truppe in sei campi, ciascheduno dei quali era fortificato con un fosso ed un muro. Dalla parte del fiume verso la Toscana, formossi un settimo accampamento nel campo o circo del Vaticano, per l'importante oggetto di dominare il ponte Milvio, ed il corso del Tevere; ma s'accostavano con devozione alla vicina Chiesa di S. Pietro, e durante l'assedio, la soglia de' Santi Apostoli fu rispettata da un nemico Cristiano. Ne' secoli delle vittorie, ogni volta che il Senato decretava qualche distante conquista, il Console dichiarava la guerra con aprire in solenne pompa le porte del Tempio di Giano[691]. La guerra domestica rese in quest'occasione superfluo l'avviso, e la ceremonia erasi abolita dallo stabilimento d'una nuova Religione: ma rimaneva tuttora in piedi nel Foro il tempio di bronzo di Giano, ch'era di una grandezza capace di contener solamente la statua di quel nume alta cinque cubiti, di figura umana, ma con due faccie, dirette all'Oriente ed all'Occidente. Le doppie porte erano parimente di bronzo; ed un inutile sforzo per girarle su' rugginosi lor cardini, manifestò lo scandaloso segreto, che v'erano de' Romani tuttavia attaccati alla superstizione de' loro Maggiori.

Gli assedianti consumaron diciotto giorni a provveder tutti gl'istrumenti d'attacco, che aveva inventato l'antichità. Si prepararon delle fascine per empiere i fossi, e delle scale per salir sulle mura; i più grossi alberi della foresta somministraron le travi di quattro arieti, che avevano le teste armate di ferro; essi eran sospesi per mezzo di cavi, e maneggiati da cinquant'uomini per ciascheduno. Le alte torri di legno si muovevano sopra delle ruote o de' rulli e formavano una spaziosa piattaforma al livello della muraglia. La mattina del decimonono giorno, fu fatto un generale attacco dalla Porta Prenestina fino alla Vaticana: s'avanzarono all'assalto sette colonne Gotiche con le loro macchine militari; ed i Romani che stavano in fila sulle mura, prestavano con dubbiezza ed ansietà orecchio alle vive assicurazioni de' lor Comandanti. Appena il nemico s'accostò al fosso, Belisario medesimo scagliò il primo dardo; e tale fu la sua forza e destrezza, che trafisse il primo de' condottieri barbari. Un rimbombo d'applauso e di vittoria andò eccheggiando lungo le mura. Tirò egli un secondo dardo, ed il colpo ebbe il medesimo successo e la medesima acclamazione. Allora il Generale Romano diede ordine, che gli arcieri mirassero a' luoghi dov'erano attaccati i bovi, e questi furono immediatamente coperti di mortali ferite; le torri, ch'essi tiravano, restarono inutili ed immobili; ed un solo momento sconcertò i laboriosi progetti del Re dei Goti. Malgrado di questo smacco, Vitige continuò tuttavia, o finse di continuare l'assalto della porta Salaria per divertir l'attenzione del suo avversario, mentre le principali sue forze più fortemente attaccavano la porta Prenestina, ed il sepolcro d'Adriano alla distanza di tre miglia da quella. Vicino alla prima, le doppie mura del Vivarium[692] erano basse o rotte: le fortificazioni dell'altro erano guardate debolmente: si eccitava il vigore de' Goti dalla speranza della vittoria e della preda; e se avesse ceduto un sol posto, i Romani e Roma stessa erano irreparabilmente perduti. Questa pericolosa giornata fu la più gloriosa nella vita di Belisario: in mezzo al tumulto ed allo spavento era distintamente presente al suo spirito tutto il piano dell'attacco e della difesa; osservava le mutazioni d'ogni istante; pesava ogni possibil vantaggio; accorreva ne' luoghi di pericolo; e comunicava il suo coraggio con tranquilli e decisivi ordini. Il combattimento mantennesi fieramente dalla mattina fino alla sera; i Goti furon rispinti da tutte le parti ed ogni Romano potè vantarsi d'aver vinto trenta Barbari, se pur la strana sproporzione del numero non fu contrabbilanciata dal merito d'un sol uomo. Trentamila Goti, secondo la confessione de' propri lor Capitani perirono in questa sanguinos'azione, e la quantità de' feriti fu uguale, a quella de' morti. Allorchè si avanzarono all'assalto, lo stretto loro disordine non permise che un sol giavelotto andasse a vuoto; e quando si ritirarono, s'unì la plebaglia della Città ad inseguirli, e trafisse impunemente le schiene dei fuggitivi loro nemici. Belisario immediatamente sortì dalle porte, e mentre i soldati celebravano il nome e le vittorie di lui, furono ridotte in cenere le macchine di guerra ostili. Tale fu la perdita e la costernazione de' Goti, che dopo quel giorno l'assedio di Roma degenerò in un tedioso e indolente blocco; e furono essi continuamente inquietati dal Generale Romano, che in frequenti scaramucce distrusse più di cinquemila uomini delle loro più valorose truppe. La cavalleria de' Goti non era pratica nell'uso dell'arco; i loro arcieri militavano a piedi; e questa forza così divisa non fu capace di contendere co' loro avversari, le lancie ed i dardi de' quali erano ugualmente formidabili sì da lontano che da vicino. La consumata perizia di Belisario gli faceva abbracciar tutte le occasioni favorevoli; e siccome sceglieva il luogo ed il momento, insisteva nell'attacco o suonava la ritirata a proposito[693], così rare volte gli squadroni, ch'ei distaccava, ebber cattivo successo. Questi particolari vantaggi sparsero un impaziente ardore fra i soldati, ed il Popolo che principiava a sentir gl'incomodi dell'assedio, ed a non curare i pericoli d'una mischia generale. Ogni plebeo s'immaginò d'essere un eroe, e l'infanteria, che dopo la decadenza della disciplina erasi rigettata dalla linea di battaglia, aspirava agli antichi onori della legione Romana. Belisario lodò il coraggio delle sue truppe, condannò la lor presunzione, cedè a' loro clamori e preparò i rimedi d'una disfatta, la possibilità della quale egli solo ebbe il coraggio di sospettare. Nel quartiere del Vaticano, i Romani prevalsero; e se nel saccheggio del campo non avessero consumato degli irreparabili momenti, avrebber potuto occupare il ponte Milvio, ed attaccar l'esercito Gotico nella retroguardia. Dall'altra parte del Tevere s'avanzò Belisario dalle porte Pincia e Salaria; ma la sua armata, forse di quattromila soldati, si perdè in una spaziosa pianura e fu circondata ed oppressa da fresche truppe, che continuamente supplivano le rotte file de' Barbari. I valorosi condottieri dell'infanteria, non sapendo vincere, morirono; una precipitosa ritirata fu coperta dalla prudenza del Generale; ed i vincitori si sottrassero con spavento dal formidabile aspetto d'una muraglia armata. La riputazione di Belisario non fu macchiata da una disfatta; e la vana confidenza de' Goti non fu meno vantaggiosa pe' suoi disegni, che il pentimento e la modestia delle truppe Romane.

Fin dal momento in cui Belisario erasi determinato a sostenere un assedio, l'assidua sua cura fu di metter Roma al coperto dal pericolo della fame, più terribile che le armi de' Goti. Vi s'era introdotta dalla Sicilia una straordinaria quantità di grano; le raccolte della Campania e della Toscana furono a forza destinate per l'uso della Città; e si violarono i diritti della proprietà privata per la forte ragione della salvezza pubblica. Era ben facile a prevedersi che il nemico tagliato avrebbe gli acquedotti e la mancanza de' mulini a acqua fu il primo incomodo che prestamente si rimosse, legando insieme delle gran barche, e fissandovi delle macine lungo la corrente del fiume. Questo però fu tosto imbarazzato di tronchi di alberi e contaminato di cadaveri; ma le precauzioni del General Romano tornarono sì efficaci, che le acque del Tevere continuarono sempre a dare il moto a' mulini e la bevanda agli abitanti; a quartieri più lontani supplivano i pozzi domestici, ed una Città assediata poteva senza impazienza soffrire la privazione de' suoi pubblici Bagni. Una gran parte di Roma, dalla porta Prenestina fino alla Chiesa di S. Paolo, non fu mai investita da' Goti; si frenavano le loro scorrerie dall'attività delle truppe Moresche; e la navigazione del Tevere, e le strade Latina, Appia ed Ostia erano libere e senza molestia per l'introduzione del grano e del bestiame, o per la ritirata degli abitanti, che cercavan rifugio nella Campania o in Sicilia. Belisario, desideroso di sgravarsi d'una inutile divorante moltitudine, diede i suoi perentorj ordini per la subita partenza delle donne, de' fanciulli e degli schiavi. Volle che i suoi soldati licenziassero i loro serventi, sì maschi che femmine, e regolò in modo il loro stipendio, che ne ricevessero una metà in provvisioni, e l'altra in danaro. La sua previdenza fu giustificata dall'aumento della pubblica strettezza, tosto che i Goti ebber occupato due posti importanti nelle vicinanze di Roma. Mediante la perdita del porto, o come si dice adesso, della città di Porto, restò chiuso il paese alla destra del Tevere, e tolta la miglior comunicazione col mare; ed il Generale rifletteva con dispiacere o con isdegno, che con trecent'uomini, se avesse potuto risparmiare sì tenue quantità di truppa, avrebbe potuto difenderne le inespugnabili fortificazioni. Alla distanza di sette miglia dalla Capitale, fra la via Appia e la Latina, due principali acquedotti, replicatamente incrociandosi fra loro, chiudevano dentro i solidi ed alti loro archi un luogo fortificato[694], dove pose Vitige un campo di settemila Goti per intercettare i convogli della Sicilia e della Campania. Si esaurirono appoco appoco i granai di Roma; l'addiacente campagna era stata devastata dal ferro e dal fuoco; e quegli scarsi sussidi, che si potevan ottenere per mezzo di frettolose scorrerie, servivan di premio al valore, ed erano il prezzo della ricchezza: non mancò mai veramente il foraggio per i cavalli, ed il pane per gli uomini: ma negli ultimi mesi dell'assedio il Popolo trovossi esposto alle miserie della carestia, ad un cibo malsano[695], ed al disordine del contagio. Belisario scorgeva e compassionava i lor patimenti; ma egli avea preveduto, e stava osservando in essi la diminuzione della fedeltà ed il progresso del malcontento. L'avversità avea risvegliato i Romani da' sogni di grandezza e di libertà, ed aveva insegnato loro l'umiliante lezione, che poco importava per la reale felicità loro, che il nome del padrone a cui dovevano ubbidire, derivato fosse dalla lingua Gotica o dalla Latina. Il Luogotenente di Giustiniano ascoltò le giuste loro querele, ma rigettò con isdegno l'idea della fuga, o della capitolazione; represse la clamorosa loro impazienza di combattere; gli lusingò col prospetto d'un sicuro e pronto soccorso; ed assicurò se medesimo e la Città dagli effetti della disperazione o del tradimento di essi. Due volte il mese mutava il posto degli Ufiziali, a' quali era commessa la custodia delle porte; impiegò più volte le varie precauzioni di pattuglie, della parola, de' fanali e della musica per scoprire tutto ciò, che seguiva sulle mura; furon poste delle guardie avanzate di là dal fosso; e la fedel vigilanza de' cani suppliva alla più dubbiosa fedeltà degli uomini. Fu intercettata una lettera, che assicurava il Re de' Goti, che la porta Asinaria, annessa alla Chiesa Lateranense si sarebbe segretamente aperta alle sue truppe. Sulla prova dunque o sul sospetto di tradimento furon banditi più Senatori, e fu citato il Pontefice Silverio a portarsi dal Rappresentante del suo Sovrano, al principal quartiere di esso nel Palazzo Pinciano[696]. Gli Ecclesiastici, che seguitavano il loro Vescovo, furono ritenuti nel primo e nel secondo appartamento[697], ed egli solo fu ammesso alla presenza di Belisario. Il Conquistatore di Roma e di Cartagine sedeva modestamente a piè d'Antonina che riposava sopra un magnifico letto: il Generale tacque ma uscì la voce del rimprovero e della minaccia dalla bocca dell'imperiosa sua moglie. Accusato da testimoni degni di fede e della prova della propria sua sottoscrizione[698] il successor di S. Pietro fu spogliato dei suoi ornamenti Pontificali, vestito da semplice monaco; e senza dilazione imbarcato per un lontano esilio in Oriente. Per ordine poi dell'Imperatore, il Clero di Roma procedè alla scelta d'un nuovo Vescovo, e dopo una solenne invocazione dello Spirito Santo, elesse il diacono Vigilio, che avea comprato la sede Papale con un donativo di dugento libbre d'oro. S'imputò a Belisario il profitto, e per conseguenza la colpa di questa simonìa: ma l'Eroe ubbidiva agli ordini della sua moglie; Antonina serviva alle passioni dell'Imperatrice; e Teodora prodigamente spargeva i suoi tesori con la vana speranza d'ottenere un Pontefice contrario, o almeno indifferente per il Concilio di Calcedonia[699].

La lettera di Belisario all'Imperatore annunciava la vittoria, il pericolo e la fermezza di esso. «Secondo i vostri ordini sono entrato (dic'egli) ne' dominj de' Goti, ed ho ridotto alla vostra ubbidienza la Sicilia, la Campania e la Città di Roma: la perdita però di tali conquiste sarà più vergognosa di quel che ne fosse glorioso l'acquisto. Fin qui abbiamo felicemente combattuto contro sciami di Barbari, ma la lor moltitudine può alla fin prevalere. La vittoria è dono della provvidenza; ma la reputazione de' Re e de' Generali dipende dal buono o cattivo successo de' loro disegni. Permettetemi di parlare con libertà: se volete che viviamo, mandateci viveri; se desiderate che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli, e uomini. I Romani ci hanno ricevuto come amici e liberatori; ma nella nostra presente angustia, o saranno essi traditi per la loro fiducia, o noi resterem oppressi dal tradimento e dall'odio di essi. Quanto a me, la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se in questa situazione la mia morte contribuirà alla gloria, ed alla prosperità del vostro Regno». Forse quel Regno sarebbe stato ugualmente prospero, se il pacifico Signor dell'Oriente si fosse astenuto dalla conquista dell'Affrica e dell'Italia: ma siccome Giustiniano era ambizioso di fama, egli fece alcuni sforzi, sebbene deboli e languidi, per sostenere e liberare il vittorioso suo Generale. Martino e Valeriano condussero un rinforzo di mille seicento Schiavoni ed Unni; e siccome si erano riposati nella stagione invernale ne' porti della Grecia, non s'era la forza degli uomini e de' cavalli diminuita dalle fatiche d'un viaggio per mare, ed essi distinsero il lor valore nella prima sortita contro gli assedianti. Verso il tempo del solstizio estivo sbarcò a Terracina Eutalio con grosse somme di danaro per il pagamento delle truppe: proseguì cautamente il suo cammino lungo la via Appia, ed entrò in Roma questo convoglio per la porta Capena[700], mentre Belisario, da un'altra parte, divertiva l'attenzione de' Goti mediante una vigorosa e felice scaramuccia. Questi opportuni aiuti, l'uso e la riputazione de' quali destramente si maneggiarono dal Generale Romano, ravvivarono il coraggio, o almen le speranze de' soldati e del Popolo. Fu mandato l'Istorico Procopio con una importante commissione a raccoglier le truppe e le provvisioni, che potea somministrar la Campania, o si eran mandate da Costantinopoli; ed il segretario di Belisario fu tosto seguito da Antonina medesima[701], che arditamente traversò i posti del nemico, e tornò coi soccorsi Orientali in aiuto del suo marito e dell'assediata Città. Una flotta di tremila Isauri gettò l'ancora nella baia di Napoli, ed in seguito ad Ostia; più di duemila cavalli, una parte de' quali erano Traci, sbarcarono a Taranto; e dopo la riunione di cinquecento soldati della Campania, e d'una quantità di carri carichi di vino e di farina, essi presero il loro cammino per la via Appia, da Capua verso Roma. Le forze, che arrivarono per terra e per mare, erano tutte unite all'imboccatura del Tevere. Antonina dunque adunò un consiglio di guerra, dove fu risoluto di vincere a forza di vele e di remi la contraria corrente del fiume; ed i Goti non ardirono disturbare con alcuna temeraria ostilità la negoziazione, a cui Belisario accortamente avea dat'orecchio. Credettero essi troppo facilmente di non vedere che la vanguardia d'una flotta e di un'esercito che già copriva il mare Ionio e le pianure della Campania; e fu sostenuta quest'illusione dal superbo linguaggio, che tenne il Generale Romano, allorchè diede udienza agli Ambasciatori di Vitige. Dopo uno specioso discorso per dimostrar la giustizia della lor causa essi dichiararono, che per amor della pace eran disposti a rinunziare il possesso della Sicilia. «L'Imperatore non è meno generoso,» rispose con un sorriso di sdegno il suo Luogotenente, «in contraccambio d'un dono, che voi più non possedete, vi regala un'antica provincia dell'Impero; rinunzia egli a' Goti la sovranità dell'Isola Britannica». Belisario con ugual fermezza e disprezzo rigettò l'offerta d'un tributo; ma concesse agli Ambasciatori Goti di sentire il loro destino dalla bocca di Giustiniano medesimo; ed acconsentì con apparente ripugnanza ad una tregua di tre mesi, dal solstizio d'inverno fino all'equinozio di primavera. Potea la prudenza certamente diffidare sì de' giuramenti, che degli ostaggi dei Barbari; ma la nota superiorità del Capitano Romano si manifestò nella distribuzione delle sue truppe: ogni volta che il timore o la fame costrinse i Goti a lasciare Alba, Porto, e Civitavecchia, fu immediatamente occupato il lor posto; si rinforzarono le guarnigioni di Narni, di Spoleto e di Perugia; ed i sette campi degli assedianti furono appoco appoco circondati dalle calamità d'un assedio. Le preghiere ed il pellegrinaggio di Dazio, Vescovo di Milano, non furono senza effetto; ed egli ottenne mille Traci ed Isauri per sostenere la rivolta della Liguria contro l'Arriano di lei tiranno. Nell'istesso tempo Giovanni il Sanguinario[702], nipote di Vitaliano, fu distaccato con duemila cavalli scelti, prima per Alba sul lago Fucino, e poi per le frontiere del Piceno sul mare Adriatico: «In quella provincia, disse Belisario, i Goti hanno depositato le lor famiglie ed i loro tesori, senz'alcuna guardia o sospetto di pericolo. Senza dubbio essi violeranno la tregua; vi trovino dunque presenti prima che abbiano notizia de' vostri movimenti. Risparmiate gl'Italiani; non vi lasciate dietro le spalle alcuna piazza ostile fortificata; e conservate fedelmente la preda per farne un uguale e comune riparto. Non sarebbe ragionevole, soggiunse con un sorriso, che mentre noi travagliamo per distruggere i calabroni, i nostri più fortunati fratelli portassero via e godessero il miele».

S'era unita tutta la Nazione degli Ostrogoti per l'attacco di Roma, e restò quasi tutta consumata nell'assedio di questa Città. Se qualche fede si dee prestare ad un intelligente spettatore, fu distrutto almeno un terzo dell'enorme loro esercito ne' frequenti e sanguinosi combattimenti seguiti sotto le mura di essa. Alla decadenza dell'agricoltura e della popolazione potevano già imputarsi la cattiva fama, e le perniciose qualità dell'aria della state; ed i mali della carestia e della pestilenza furono aggravati dalla propria loro licenza, e dalla non amichevol disposizione del Paese. Mentre Vitige combatteva con la sua fortuna, mentre stava dubbioso fra la vergogna e la rovina, le domestiche vicende ne accelerarono la ritirata. Il Re de' Goti fu informato da tremanti messaggi, che Giovanni il sanguinario estendeva la devastazione di guerra dall'Appennino fino all'Adriatico; che le ricche spoglie e gl'innumerabili schiavi del Piceno erano dentro le fortificazioni di Rimini; e che quel formidabile Capitano avea disfatto il suo zio, insultato la sua Capitale e sedotto, per mezzo di una segreta corrispondenza, la fedeltà dell'imperiosa figlia d'Amalasunta, sua moglie. Pure avanti di ritirarsi, Vitige fece un ultimo sforzo d'assaltare o di sorprendere la Città: fu scoperto un segreto passaggio in uno degli acquedotti; s'indussero due cittadini del Vaticano per mezzo di doni ad inebriare le guardie della porta Aurelia; fu meditato un attacco sulle mura di là dal Tevere in un luogo che non era fortificato con torri; ed i Barbari s'avanzarono con torce, e con scale a dar l'assalto alla porta Pincia. Ma fu reso vano qualunque tentativo dall'intrepida vigilanza di Belisario, e della sua truppa di Veterani, che ne' più pericolosi momenti non si sgomentarono per l'assenza de' loro compagni; ed i Goti, privi di speranza, non meno che di sussistenza, insisteron clamorosamente sulla ritirata, prima che spirasse la tregua, e di nuovo s'unisse la Romana cavalleria. Un anno e nove giorni dopo il principio dell'assedio, un esercito poco prima sì forte e trionfante bruciò le sue tende, e tumultuariamente ripassò il ponte Milvio. Non lo ripassò per altro impunemente. L'affollata moltitudine, oppressa in un luogo angusto, fu rovesciata nel Tevere da' propri timori, e dal nemico, che l'inseguiva; ed il Generale Romano, fatta una sortita dalla porta Pincia, fece un forte e vergognoso sfregio alla ritirata dei Goti. Un esercito infermo ed abbattuto, che dovea marciar lentamente, fu a stento condotto lungo la strada Flamminia, dalla quale i Barbari furon talvolta costretti a deviare per paura di non incontrare le guarnigioni nemiche, le quali guardavano la strada maestra verso Rimini e Ravenna. Ciò nonostante questa armata fuggitiva era sì forte, che Vitige destinò diecimila uomini per difender quelle Città, che più gli premeva di conservare, e distaccò Uraia suo nipote con una sufficiente forza per gastigare la ribelle Milano. Alla testa poi della sua principale armata egli assediò Rimini, ch'era solo trentatre miglia distante dalla Capitale de' Goti. Una debol muraglia ed un tenue fosso si sostennero per la perizia e il valore di Giovanni il Sanguinario, che partecipava il pericolo e la fatica del minimo soldato, ed emulava, in un teatro meno illustre, le virtù militari del suo gran Comandante. Le torri e le macchine de' Barbari si resero inutili, se ne rispinser gli attacchi; ed il tedioso blocco, che ridusse la guarnigione all'ultima estremità della fame, diede tempo all'unione ed alla marcia delle forze Romane. Una flotta, che aveva sorpreso Ancona, navigò lungo la costa dell'Adriatico in soccorso dell'assediata città; l'eunuco Narsete sbarcò nel Piceno con duemila Eruli, e cinquemila delle più brave truppe d'Oriente. Fu forzata la rocca dell'Apennino; diecimila veterani girarono il piè delle montagne sotto il comando di Belisario medesimo: e comparve una nuova armata che s'avanzava lungo la via Flamminia, gli accampamenti della quale risplendevano d'innumerabili lumi. I Goti oppressi dallo stupore e dalla disperazione, abbandonaron l'assedio di Rimini, le loro tende, le lor bandiere ed i lor condottieri; e Vitige, che diede o seguitò l'esempio della fuga, non si fermò finattantochè non trovò un ricovero nelle mura e nelle paludi di Ravenna.

A. 538

A queste mura e ad alcune Fortezze prive d'ogni comunicazione fra loro era in quel tempo ridotta la Monarchia Gotica. Le Province d'Italia avevano abbracciato il partito dell'Imperatore; ed il suo esercito, reclutato di mano in mano fino al numero di ventimila uomini, avrebbe dovuto compire una rapida e facil conquista, se le invincibili sue forze non si fossero indebolite dalla discordia de' Generali Romani. Avanti che terminasse l'assedio, un atto sanguinoso, ambiguo ed indiscreto macchiò la bella fama di Belisario. Presidio, fedele Italiano, mentre fuggiva da Ravenna a Roma, fu duramente arrestato da Costantino, Governator militare di Spoleto e spogliato anche in una Chiesa di due pugnali riccamente intarsiati d'oro e di pietre preziose. Passato che fu il pubblico pericolo, Presidio si lagnò della perdita e dell'ingiuria ricevuta: fu ascoltata la sua querela; ma fu disubbidito all'ordine di restituire dall'orgoglio, e dall'avarizia dell'offensore. Inasprito dalla dilazione Presidio fermò arditamente il cavallo del Generale, mentre passava pel Foro; e col coraggio d'un Cittadino richiese il comun benefizio delle Leggi Romane. Fu impegnato in quest'affare l'onore di Belisario: ei convocò un consiglio; ricercò l'ubbidienza de' suoi subordinati Ufiziali; e fu provocato da un'insolente risposta a chiamare in fretta l'assistenza delle sue guardie. Costantino, riguardando la loro entrata come un segnale di morte, sfoderò la sua spada, e corse contro il Generale che destramente evitò il colpo, e fu difeso da' suoi amici; mentre il disperato assassino fu disarmato, tratto in un'altra camera e decapitato, o piuttosto trucidato dalle guardie all'arbitrario comando di Belisario[703]. In questo precipitoso atto di violenza non fu più rammentato il delitto di Costantino; la disperazione e la morte di quel valoroso Ufiziale segretamente imputaronsi alla vendetta d'Antonina; e ciascheduno de' suoi colleghi, rimproverandosi la medesima rapina, temeva il medesimo evento. Il timore d'un nemico comune sospese gli effetti della loro invidia e malcontentezza, ma nella speranza della vicina vittoria, intrigarono un potente rivale ad opporsi al Conquistatore di Roma e dell'Affrica. Dal servizio domestico del Palazzo, e dell'amministrazion delle rendite private, l'eunuco Narsete fu innalzato ad un tratto alla testa d'un esercito; e lo spirito d'un Eroe, che in seguito uguagliò il merito e la gloria di Belisario, servì solo ad imbarazzare le operazioni della guerra Gotica. Il soccorso di Rimini fu attribuito ai suoi prudenti consigli da' Capi della malcontenta fazione, ch'esortaron Narsete ad assumere un indipendente e separato comando. La lettera di Giustiniano in vero gli aveva ingiunto l'ubbidienza al Generale, ma quella pericolosa eccezione «finattantochè possa esser di vantaggio al pubblico servigio» riservava qualche libertà di giudizio al discreto favorito, che sì di fresco era venuto dalla sacra, e famigliar conversazione del suo Sovrano. Nell'esercizio di questo dubbioso diritto, l'eunuco sempre dissentì dalle opinioni di Belisario; e dopo aver ceduto con ripugnanza all'assedio d'Urbino, abbandonò di notte il suo Collega e marciò alla conquista della provincia Emilia. Le feroci e formidabili truppe degli Eruli erano attaccate alla persona di Narsete[704]; diecimila Romani e confederati si lasciaron persuadere a marciare sotto le sue bandiere; ogni malcontento abbracciò questa bella occasione di vendicare i privati o immaginari suoi torti; e le rimanenti truppe di Belisario eran divise e disperse dalle guarnigioni di Sicilia fino a' lidi dell'Adriatico. La sua perizia e perseveranza peraltro superò qualunque ostacolo: fu preso Urbino; s'intrapresero e vigorosamente si proseguirono gli assedj di Fiesole, d'Orvieto e d'Osimo, e finalmente l'eunuco Narsete fu richiamato alle cure domestiche del Palazzo. Tutte le dissensioni furon quietate, e fu vinta ogni opposizione dalla temperata autorità del Generale Romano, a cui non potevano i suoi stessi nemici ricusare la loro stima; e Belisario inculcò sempre quella salutar lezione, che le forze d'uno Stato dovrebber comporre un solo corpo ed essere animate da un solo spirito. Ma nel tempo della discordia fu permesso a' Goti di respirare; si perdè un'importante stagione; fu distrutto Milano; e le Province settentrionali d'Italia furono afflitte da un'inondazione di Franchi.

Allorchè Giustiniano principiò a meditar la conquista d'Italia, egli mandò ambasciatori a' Re de' Franchi, e gli scongiurò per i comuni vincoli dell'alleanza e della Religione ad unirsi nella santa sua impresa contro gli Arriani. I Goti, essendo pressati da più urgenti bisogni, usarono una maniera di persuadere più efficace, e vanamente cercarono con doni di terre e di denaro, di comprar l'amicizia, o almeno la neutralità d'una leggiera e perfida Nazione[705]. Ma le armi di Belisario, e la rivolta degl'Italiani ebbero appena scosso la Monarchia Gotica, che Teodeberto d'Austrasia, il più potente e guerriero de' Re Merovingici, fu persuaso a soccorrer le loro angustie, mediante un indiretto ed opportuno aiuto. Diecimila Borgognoni, recenti suoi sudditi, senz'aspettare il consenso del loro Sovrano, discesero dalle Alpi, e s'unirono alle truppe, che Vitige avea mandato a gastigar la rivolta di Milano. Dopo un ostinato assedio, la Capitale della Liguria fu costretta ad arrendersi per la fame; ma non potè ottenersi altra capitolazione, che per la salva ritirata della guarnigione Romana. Dazio, Vescovo Ortodosso, che aveva indotto i suoi compatriotti alla ribellione[706], ed alla rovina, fuggì a godere il lusso e gli onori della Corte Bizantina[707]; ma il Clero, forse il Clero Arriano, fu trucidato a piè degli Altari dai difensori della Fede Cattolica. Si disse, che vi fossero uccisi trecentomila maschi[708]; le femmine e la preda più preziosa furon lasciate a' Borgognoni; e le case, o almeno le mura di Milano furono livellate al suolo. I Goti negli ultimi loro momenti, si vendicarono con la distruzione d'una Città, che non cedeva che a Roma nella grandezza ed opulenza, nello splendore delle sue fabbriche, o nel numero degli abitanti: ed il solo Belisario compatì il destino degli abbandonati e devoti suoi amici. Teodeberto medesimo, incoraggito da questa fortunata scorreria, nella seguente primavera invase le pianure d'Italia con un'armata di centomila Barbari[709]. Il Re, ed alcuni suoi scelti seguaci erano a cavallo, ed armati di lance: l'infanteria, senz'archi nè picche, si contentava d'uno scudo, d'una spada, e d'una scure da guerra a due tagli, che nelle lor mani era un'arme mortale, che non cadeva mai in fallo. L'Italia tremò al muovimento de' Franchi; e tanto il Principe Goto, quanto il General Romano, ignorando del pari i loro disegni, sollecitarono con speranza e terrore l'amicizia di questi pericolosi alleati. Fino a tanto che non si fu assicurato del passaggio del Po sul ponte di Pavia, il nipote di Clodoveo nascose le sue intenzioni, che alla fine dichiarò, assaltando, quasi nel medesimo istante, i campi ostili de' Romani e de' Goti. Invece d'unire insieme le loro armi, essi fuggirono con ugual precipitazione, e le fertili quantunque desolate Province della Liguria e dell'Emilia restarono abbandonate ad un licenzioso esercito di Barbari, il furore dei quali non veniva mitigato da pensiero alcuno di stabilimento o di conquista. Fra le Città, ch'essi rovinarono, si conta particolarmente Genova, non ancora fabbricata di marmi: e sembra che la morte di più migliaia di persone, secondo l'ordinario uso della guerra, eccitasse minore orrore, che alcuni idolatrici sacrifizi di donne e di fanciulli, che furono impunemente fatti nel campo del Re Cristianissimo. Se non fosse una trista verità, che i primi e più crudeli patimenti debbon toccare agl'innocenti ed a' deboli, potrebbe rallegrarsi alquanto l'Istoria nella miseria de' conquistatori, che in mezzo alle ricchezze restaron privi di pane e di vino, essendosi ridotti a ber le acque del Po, ed a cibarsi della carne di bestie inferme. La dissenteria distrusse un terzo del loro esercito; e le grida de' suoi sudditi, ch'erano impazienti di ripassar le Alpi, disposero Teodeberto ad ascoltar con rispetto le blande esortazioni di Belisario. Si perpetuò nelle medaglie della Gallia la memoria di questa non gloriosa e distruttiva guerra; e Giustiniano, senza sfoderar la spada, prese il titolo di conquistatore de' Franchi. Il Principe Merovingico s'offese della vanità dell'Imperatore; affettò di compassionare le cadute fortune dei Goti; e l'insidiosa sua offerta d'una confederazione fu corroborata dalla promessa, o dalla minaccia di scender dalle Alpi alla testa di cinquecentomila uomini. I suoi disegni di conquista erano illimitati, e forse chimerici. Il Re d'Austrasia minacciò di gastigar Giustiniano e di marciare alle porte di Costantinopoli[710]: ma egli fu gettato a terra ed ucciso[711] da un toro salvatico[712], mentre andava a caccia nelle foreste Belgiche o Germaniche.

Tostochè Belisario trovossi libero da' suoi esterni ed interni nemici, seriamente impiegò le proprie forze nel sottomettere intieramente l'Italia. Nell'assedio d'Osimo, il Generale mancò poco che non fosse trafitto da un dardo, se non si fosse riparato il mortal colpo da una delle sue guardie, che in questo pietoso ufizio perdè l'uso d'una mano. I Goti d'Osimo, in numero di quattromila guerrieri, con quelli di Fiesole e delle Alpi Cozie, furon fra gli ultimi che sostennero la loro indipendenza; e la valorosa resistenza che fecero, e che quasi stancò la pazienza del Conquistatore, meritò la stima di esso. La sua prudenza negò di conceder loro il salvo condotto, che dimandavano per unirsi a' loro confratelli di Ravenna; ma per mezzo d'un'onorevol capitolazione salvarono almeno la metà de' propri averi con la libera alternativa, o di ritirarsi pacificamente alle lor terre, o d'arruolarsi nella milizia dell'Imperatore per servir nelle sue guerre Persiane. Le truppe, che tuttavia militavano sotto le bandiere di Vitige, erano molto più numerose delle Romane; pure nè le preghiere, nè la diffidenza, nè l'estremo pericolo de' suoi più fedeli sudditi poteron trarre il Re Goto dalle fortificazioni di Ravenna. Queste in fatti non potevano espugnarsi nè per mezzo dell'arte nè della violenza; ed allorchè Belisario investì la Capitale, fu tosto convinto, che la sola fame avrebbe potuto ammansire l'ostinato spirito de' Barbari. Dalla vigilanza del Generale Romano si guardavano il mare, la terra ed i canali del Po, e la sua morale estendeva i diritti della Guerra all'uso di avvelenar le acque[713], e di bruciare segretamente i granai[714] d'una Città assediata[715]. Mentre stringeva li blocco di Ravenna restò sorpreso all'arrivo di due Ambasciatori, che vennero da Costantinopoli con un trattato di pace, che Giustiniano imprudentemente avea sottoscritto senza degnarsi di consultare l'autore della sua vittoria. Mediante questo vergognoso e precario accordo si divideva l'Italia ed il tesoro Gotico, e si rilasciavano le Province di là dal Po col titolo Reale al successore di Teodorico. Gli Ambasciatori s'affrettarono ad eseguire la salutare lor commissione; il prigioniero Vitige accettò con trasporto l'inaspettata offerta d'una corona; presso i Goti prevalse all'onore la mancanza e il desiderio del cibo; ed i Capitani Romani, che mormoravano per la continuazion della guerra, professarono una cieca sommissione a' comandi dell'Imperatore. Se Belisario non avesse avuto che il coraggio d'un soldato, gli sarebbe stato strappato di mano l'alloro da' timidi ed invidiosi consigli; ma in quel decisivo momento risolvè, con la magnanimità d'un uomo di Stato, di solo sostenere il pericolo e il merito d'una generosa disubbidienza. Ciascheduno de' suoi Ufiziali diede in iscritto il suo sentimento, che l'assedio di Ravenna era impraticabile, e senza speranza: allora il Generale rigettò il trattato di divisione, e dichiarò la sua risoluzione di condur Vitige in catene a' piedi di Giustiniano. I Goti si ritirarono con dubbiezza e spavento; questa perentoria negativa gli privò dell'unica sottoscrizione, a cui potevano affidarsi; e riempiè le loro menti d'un giusto timore, che un sagace nemico avesse conosciuto in tutta la sua estensione il deplorabile loro stato. Essi paragonarono la fama e la fortuna di Belisario con la debolezza del disgraziato lor Re; e tal confronto suggerì uno straordinario progetto, a cui Vitige con apparente rassegnazione fu costretto ad acconsentire. La divisione avrebbe rovinato la forza della Nazione, l'esilio l'avrebbe disonorata; essi dunque offerivan le loro armi, i tesori, e le fortificazioni di Ravenna, se Belisario avesse voluto non più riconoscer l'autorità d'un padrone, ma accettar la scelta dei Goti, e prender, come meritava, il Regno d'Italia. Quand'anche il falso splendor d'un diadema avesse potuto tentar la lealtà d'un suddito fedele, la sua prudenza avrebbe dovuto preveder l'incostanza de' Barbari, e la ragionevole sua ambizione dovea preferire il sicuro ed onorevole posto di Generale Romano. La pazienza medesima, e l'apparente soddisfazione, con cui esso trattò un progetto di tradimento, sarebbe stata capace d'una maligna interpretazione. Ma il Luogotenente di Giustiniano sapeva la propria rettitudine; egli entrò in un oscuro e tortuoso sentiero, quale avrebbe potuto condurre alla volontaria sommissione de' Goti; e la sua destra politica li persuase, ch'egli era disposto a compiacere i lor desiderj, senza però impegnarsi ad alcun giuramento o promessa per la conclusione d'un trattato, ch'ei segretamente abborriva. Dagli Ambasciatori Gotici fu determinato il giorno della resa di Ravenna; una flotta, carica di provvisioni, quasi un graditissimo ospite, fu introdotta nel più interno recinto del porto; furono aperte le porte all'immaginario Re d'Italia; e Belisario, senza incontrare neppure un nemico, passeggiò in trionfo per le strade d'un'inespugnabil Città[716]. I Romani furon sorpresi del loro successo; le truppe degli alti e robusti Barbari restaron confuse all'aspetto della propria loro pazienza; e le donne d'animo più virile, sputando in faccia de' propri figli e mariti, facevan loro i più amari rimproveri per aver abbandonato il dominio e la libertà loro a que' pimmei del mezzogiorno, spregevoli pel numero, e di statura sì piccola. Avanti che i Goti potessero rientrare in se stessi dalla prima sorpresa, e chieder l'adempimento delle incerte loro speranze, il vincitore assicurò il suo potere in Ravenna dal pericolo del pentimento e della rivolta. Vitige, che forse avea tentato di fuggire, fu onorevolmente guardato nel suo palazzo[717]; fu scelto il fiore della gioventù Gotica per il servizio dell'Imperatore; il resto del Popolo fu rimandato alle pacifiche sue abitazioni nelle Province meridionali: e fu invitata una colonia d'Italiani a riempire la spopolata Città. S'imitò la sottomissione della Capitale nelle Città e villaggi d'Italia, che non furono soggiogati, e neppur veduti da' Romani; e gl'indipendenti Goti, che rimasero in armi a Pavia ed in Verona furono solo ambiziosi di sottomettersi a Belisario. Ma l'inflessibile di lui fedeltà rigettò di accettare, in altra qualità che di delegato di Giustiniano, i loro giuramenti d'omaggio; e non si offese del rimprovero dei loro deputati, ch'ei volesse piuttosto essere schiavo che Re.