Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram. Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio. Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio.
Il conflitto tra Roma e la Persia s'era prolungato dalla morte di Crasso fino al regno di Eraclio. Una sperienza di settecento anni potea convincere le nazioni rivali dell'impossibilità in cui erano di mantenere le loro conquiste al di là de' fatali termini del Tigri e dell'Eufrate. Eppure i trofei di Alessandro destarono l'emulazione di Traiano e di Giuliano; ed i sovrani della Persia nudrivano l'ambiziosa speranza di ristabilire l'impero di Ciro[480]. Tali straordinarj sforzi della potenza e del coraggio sempre riscuotono l'attenzione della posterità; ma gli eventi che materialmente non cangiano il destino delle nazioni, lasciano una debole impronta sulla pagina dell'istoria, e la pazienza del lettore si stanca nel sentire a ripetere le stesse ostilità, intraprese senza cagione, proseguite senza gloria, e terminate senza effetto. Le arti della trattativa, sconosciute alla semplice grandezza del Senato e de' Cesari, venivano assiduamente coltivate dai Principi bizantini: e le relazioni delle perpetue loro ambascerie[481] ripetono, colla stessa uniforme prolissità, il linguaggio della fallacia e della declamazione, l'insolenza de' Barbari, e la servile natura de' tributarj Greci. Deplorando la nuda superfluità de' materiali, io mi sono studiato di compendiare il racconto di queste pratiche poco importanti. Ma il giusto Nushirvan è tuttora applaudito come il modello dei Re Orientali, e l'ambizione del suo nipote Cosroe ha preparato la rivoluzione dell'Oriente, che tosto dopo venne operata dalle armi e dalla religione de' successori di Maometto.
A. D. 570
Nelle inutili altercazioni che precedono e giustificano le contese de' Principi, i Greci ed i Barbari si accusarono a vicenda di aver infranto la pace ch'era stata conchiusa tra i due Imperi, circa quattr'anni prima della morte di Giustiniano. Il Sovrano della Persia e dell'India aspirava a ridurre nella sua obbedienza la provincia d'Yemen ossia l'Arabia Felice[482], la lontana terra della mirra e dell'incenso, ch'era sfuggita anzi che avesse resistito, ai conquistatori dell'Oriente. Dopo la disfatta di Abrahah sotto le mura della Mecca, la discordia de' suoi figli e fratelli aperse un facile ingresso ai Persiani. Questi cacciarono gli stranieri dell'Abissinia oltre il Mar Rosso; ed un Principe natio, discendente dagli antichi Omeriti, fu riposto sul trono, come vassallo o vicerè del gran Nushirvan[483]. Ma il nipote di Giustiniano dichiarò la risoluzione in cui era di vendicare gli oltraggi del suo alleato cristiano il principe dell'Abissinia, togliendo con ciò un decente pretesto per non più pagare l'annuo tributo che meschinamente travisavasi sotto il nome di pensione. Le chiese della Persarmenia erano oppresse dallo spirito intollerante dei Magi; secretamente esse invocavano il protettore de' Cristiani, ed i ribelli, dopo la pia uccisione de' loro satrapi, erano riguardati e sostenuti come i fratelli od i sudditi dell'Imperatore Romano. Le lagnanze di Nushirvan non trovarono ascolto presso la Corte di Bisanzio; Giustino cedette all'importunità de' Turchi, i quali offrivano di collegarsi contro il comune inimico; e la monarchia Persiana fu minacciata ad un tempo stesso dalle forze riunite dell'Europa, dell'Etiopia e della Scizia. Il Sovrano dell'Oriente, giunto all'età di ottant'anni, avrebbe forse prescelto di gioire pacificamente la sua gloria e grandezza: ma appena egli vide che inevitabil era divenuta la guerra, scese in campo colla vivacità di un giovine, nel tempo che l'aggressore tremava nel palazzo di Costantinopoli. Nushirvan, o Cosroe, condusse in persona l'assedio di Dara; e sebbene questa importante fortezza si fosse lasciata sfornita di truppe e di magazzini, tuttavia il valore de' cittadini fece fronte per più di cinque mesi agli arcieri, agli elefanti ed alle macchine militari del Gran Re. In quel mezzo, il suo generale Adarman mosse da Babilonia, valicò il deserto, passò l'Eufrate, insultò i sobborghi di Antiochia, ridusse in cenere la città di Apamea, e depose le spoglie della Siria al piè del suo Signore, la cui perseveranza nel cuor del verno rovesciò finalmente il baluardo dell'Oriente. Ma queste perdite che sbigottirono le Province e la Corte, produssero un salutare effetto col cagionare il pentimento e l'abdicazione dell'Imperatore Giustino. Da un nuovo spirito furono animati i Bizantini consiglj, e la prudenza di Tiberio ottenne una tregua di tre anni. Si spese questo opportuno intervallo nei preparativi di guerra; e si fece spargere il grido che dalle distanti contrade delle Alpi e del Reno, dalla Scizia, dalla Mesia, dalla Pannonia, dall'Illirico e dall'Isauria, la forza della cavalleria Imperiale veniva rinforzata di cento e cinquantamila soldati. Ciò nonostante il Re di Persia, o impavido o incredulo, deliberò di prevenire l'assalto del nemico. Egli passò l'Eufrate, e licenziando gli ambasciatori di Tiberio, arrogantemente ad essi comandò di aspettare il suo arrivo in Cesarea, metropoli delle province della Cappadocia. I due eserciti si scontrarono nella battaglia di Melitene: i Barbari, che oscuravano l'aere con un nembo di frecce, prolungarono la linea ed estesero le corna loro nella pianura; mentre i Romani, serrati in profondi e solidi corpi, aspettavano di aver il vantaggio nell'azzuffamento più da vicino, mediante il peso delle spade e delle aste loro. Un capitano Scita, che comandava l'ala destra, improvvisamente voltò il fianco dell'inimico, ne attaccò la retroguardia al cospetto di Cosroe, penetrò nel mezzo del campo, saccheggiò il padiglione reale, profanò il fuoco eterno, caricò una fila di cammelli colle spoglie dell'Asia, si aperse a viva forza la strada a traverso l'oste Persiana, e ritornò, intuonando cantici di vittoria, a' suoi amici che consumato aveano il giorno in singolari conflitti od in piccioli abbattimenti di nessun rilievo. L'oscurità della notte, e la separazione dei Romani porsero al monarca Persiano l'opportunità della vendetta; egli piombò impetuosamente sopra uno de' loro campi che prese d'assalto. Ma l'esame delle sue perdite, e la consapevolezza del suo pericolo, trassero Cosroe ad una pronta ritirata; egli arse, passando, la vuota città di Melitene; e, senza consultare la salvezza delle sue truppe, arditamente valicò l'Eufrate a nuoto sul dorso di un elefante. Dopo questa sventurata campagna, la mancanza di magazzini, e forse qualche incursione de' Turchi, obbligarono il Re a sbandare e dividere le sue forze; i Romani rimasero padroni del campo, ed il loro generale Giustiniano, movendo a soccorso de' ribelli Persarmeni, piantò il suo stendardo sulle rive dell'Arasse. Il gran Pompeo aveva anticamente fatto alto in distanza di tre giorni di marcia dal mar Caspio[484]; una flotta nemica[485] esplorò per la prima volta quel mare circondato da terre; e settantamila prigionieri furono trapiantati dall'Ircania nell'isola di Cipro. Al tornare della primavera, Giustiniano discese nelle fertili pianure dell'Assiria; l'incendio della guerra avvicinossi alla residenza di Nushirvan; il corrucciato monarca precipitò nella tomba, e l'ultimo suo editto inibì ai suoi successori di esporre la loro persona in una battaglia contro i Romani. Tuttavia la memoria di questo passeggiero affronto si smarrì fra le glorie di un lungo regno, ed i formidabili suoi nemici, poscia che si furono pasciuti de' sogni della conquista, chiesero nuovamente di respirare per qualche tempo dalle calamità della guerra[486].
Il trono di Cosroe Nushirvan fu occupato da Ormuz o Ormisda, il primogenito o il prediletto de' suoi figliuoli. Insieme co' regni della Persia e dell'India, egli ereditò la fama e l'esempio del padre, il servizio, in ogni grado, de' valenti e sperimentati uffiziali di esso, ed un sistema generale di amministrazione, che il tempo e l'accorgimento politico aveano posto in armonia per promuovere la felicità del Principe e del Popolo. Ma il garzone reale gioì un benefizio anche più prezioso, nell'amicizia di un savio che avea presieduto alla sua educazione, e che sempre anteponeva l'onore all'interesse del suo pupillo, il suo interesse alla sua inclinazione. In una disputa coi filosofi Greci ed Indiani, Buzurg[487] avea una volta sostenuto che la più grave sventura della vita è la vecchiezza scevra delle ricordanze della virtù; e ci giova credere che lo stesso principio lo abbia mosso, per tre anni, a dirigere i consiglj dell'Impero Persiano. Ricompensato fu il suo zelo dalla gratitudine e docilità di Ormuz, il quale confessò di essere maggiormente tenuto al precettore che al padre; ma quando l'età e la fatica ebbero infiacchito le forze e forse le facoltà di questo prudente consigliere, egli si ritirò dalla Corte, ed abbandonò il giovine monarca alla proprie passioni ed a quelle de' suoi favoriti. Pel fatale avvicendamento delle cose umane, si rinnovarono in Ctesifonte le medesime scene che si erano vedute in Roma alla morte di Marco Antonino. I ministri della piacenteria e della corruzione, ch'erano stati banditi dal padre, vennero richiamati ed accarezzati dal figlio; la disgrazia e l'esilio degli amici di Nushirvan stabilì la tirannia di costoro; e la virtù, a grado a grado, si dipartì dal cuore di Ormuz, dalla reggia di lui, e dal governo del suoi Stati. I fedeli agenti, occhi ed orecchie del Re, lo ragguagliarono del crescente disordine, lo avvertirono che i governatori provinciali piombavano sulla preda loro colla ferocità de' leoni e delle aquile, e che la rapina e l'ingiustizia loro trarrebbero i più fedeli de' suoi sudditi ad abborrire il nome e l'autorità del loro Sovrano. Punita colla morte fu la sincerità di questo consiglio; s'ebbero in non cale le mormorazioni delle città; se ne acchetarono con esecuzioni militari i tumulti; furono aboliti i poteri intermediarj tra il trono ed il Popolo; e la fanciullesca vanità di Ormuz, che affettava l'uso giornaliero della tiara, lo spinse a dichiarar ch'egli solo era il giudice, come solo era il padrone del regno. In ogni detto ed atto il figlio di Nushirvan degenerò dalle virtù del genitore. La sua avarizia fraudò le truppe de' loro stipendj; i gelosi suoi capricci avvilirono i Satrapi: il palazzo, i tribunali, i flutti del Tigri furono macchiati del sangue dell'innocente, ed il tiranno esultò ne' tormenti e ne' supplizj di tredicimila vittime. Per discolparsi della sua crudeltà, egli talvolta degnavasi di osservare che i timori de' Persiani partorivano il loro odio e che l'odio loro potea terminare in ribellione; ma egli scordavasi che i suoi misfatti e la sua stoltezza avevano ispirato i sentimenti ch'egli deplorava, e preparavano l'avvenimento che così giustamente paventava. Esacerbate da una lunga e disperata oppressione le province di Babilonia, di Susa e di Carmania, innalzarono il vessillo della ribellione; ed i Principi dell'Arabia, della Scizia e dell'India ricusarono di pagare il consueto tributo all'indegno successore di Nushirvan. Le armi de' Romani, con lenti assedj e frequenti incursioni, affliggevano le frontiere della Mesopotamia e dell'Assiria; uno de' loro Generali dichiarò di voler imitare Scipione, ed i soldati furono inanimiti da una miracolosa immagine di Cristo, la cui mite effigie non dovrebbe mai farsi segnacolo da spiegare in battaglia[488]. Al tempo stesso, le province orientali della Persia furono invase dal Gran Cane, il quale passò l'Oxo alla testa di tre o quattro centomila Turchi. L'imprudente Ormuz accettò il perfido e formidabile loro soccorso; egli ordinò alle città del Korasan e della Battriana di aprir le porte a quei Barbari; la marcia loro verso i monti dell'Ircania svelò la corrispondenza tra le armi Turchesche e le Romane; e la congiunzione loro avrebbe mandato sossopra il trono de' Sassanidi.
La Persia era stata tratta a rovina da un Re; essa fu salvata da un eroe. Dopo la sua rivolta, Varane o Bahram potè ben essere tacciato di schiavo sconoscente dal figlio di Ormuz, senza che questo rimprovero provi altra cosa che l'orgoglio di un despota, perocchè Bahram discendeva dagli antichi Principi di Rei[489], una delle sette famiglie che per le splendide e proficue lor prerogative erano poste in cima della nobiltà Persiana[490]. Nell'assedio di Dara, il valore di Bahram s'era segnalato sotto gli occhi di Nushirvan, e sì il padre che il figlio successivamente lo promossero al comando degli eserciti, al governo della Media, ed alla sovrantendenza della Reggia. La predizione popolare che lo indicava come il liberator della Persia, poteva essere inspirata dalle sue passate vittorie, e dalla sua straordinaria figura: l'epiteto di Giubin che gli era applicato, significa la qualità di legno secco; egli aveva la forza e la statura di un gigante, e la fiera sua sembianza veniva fantasticamente paragonata a quella di un gatto selvaggio. Mentre la nazione tremava, mentre Ormuz velava i suoi terrori sotto il nome di sospetti, ed i suoi servi nascondevano la loro slealtà colla maschera del timore, il solo Bahram facea prova dell'imperterrito suo coraggio e di apparente fedeltà: e trovando che non più di dodicimila soldati volevano seguirlo contro il nemico, accortamente dichiarò che a questo numero fatale il cielo avea destinato gli onori della vittoria. La scoscesa ed angusta discesa dal Pule Rudbar[491], ossia balzo Ircanio, è il solo passo per cui un esercito possa penetrare nel territorio di Rei e nelle pianure della Media. Una mano d'uomini risoluti, posta sulle dominanti alture, poteva con sassi e dardi schiacciare le miriadi dell'oste Turchesca: il loro Imperatore ed il suo figlio furono trafitti da frecce: ed i fuggiaschi rimasero abbandonati, senza consiglio o viveri, in preda alla vendetta di un popolo offeso. Il patriottismo del Generale persiano era spronato dall'amore ch'egli portava alla città de' suoi antenati; nell'ora della vittoria ogni contadino divenne un soldato, ed ogni soldato un eroe: ed il loro ardore venne infiammato dal sontuoso spettacolo di talami e di troni e di tavole di oro massiccio, spoglio dell'Asia, e lusso del campo nemico. Un Principe di indole meno maligna non avrebbe facilmente dimenticato il benefattore; e l'odio secreto di Ormuz fu invelenito dal malizioso rapporto che Bahram avesse ritenuto per sè i più preziosi frutti della vittoria riportata sui Turchi. Ma l'approssimarsi di un esercito Romano dal lato dell'Arasse, costrinse l'implacabil tiranno a sorridere e ad applaudire; e i travagli di Bahram ebbero per mercede la permissione di andar incontro ad un nuovo nemico, dalla sua perizia e disciplina fatto più formidabile di una moltitudine Scita. Altero pel recente trionfo, egli spedì un araldo a portare un'audace disfida al campo de' Romani, chiedendo che stabilissero il giorno della battaglia, e scegliessero se volevano passare essi il fiume, ovvero concedere un libero passo all'esercito del Gran Re. Il luogotenente dell'Imperatore Maurizio preferì l'alternativa più sicura, e questa circostanza locale, che avrebbe dato più lustro alla vittoria de' Persiani, ne rendè più sanguinosa la rotta, e più difficile lo scampo. Ma la perdita de' suoi sudditi ed i pericoli del suo Regno si equilibrarono nella mente di Ormuz collo scorno del suo personale nemico; ed appena Bahram ebbe di nuovo raccolto e passato in rassegna le sue forze che ricevette da un messaggiero del Re l'oltraggioso dono di una rocca, di un filatoio, e di un compiuto abbigliamento da donna. Piegandosi alla volontà del Sovrano, egli comparve dinanzi ai soldati in quest'indegno apparecchio; essi risentirono l'ignominia di lui e la propria; un grido di ribellione levossi traverso le file, ed il Generale accettò il loro giuramento di fedeltà, ed i voti della vendetta. Un secondo messaggiero, che avea l'ordine di condur seco il ribelle in catene, fu schiacciato sotto i piedi di un elefante e si fecero premurosamente girar attorno bandi, ch'esortavano i Persiani a ricovrare la lor libertà, conculcata da odioso e dispregevol tiranno. Rapido ed universale fu l'abbandono: gli schiavi fedeli al Re caddero immolati dal pubblico furore; le truppe, disertando, si raccolsero sotto i vessilli di Bahram; e le province per la seconda volta salutarono in lui il liberatore della patria. Siccome i passi erano fedelmente guardati, Ormuz non potea noverare i suoi nemici altrimenti che con la testimonianza di una coscienza colpevole, e la giornaliera diserzione di quelli i quali, nell'ora del suo infortunio, vendicavano i lor torti o dimenticavano gli obblighi loro. Superbamente spiegare ei volle le insegne della dignità reale; ma la città e la reggia di Modain s'erano già sottratte al poter del tiranno. Tra le vittime della sua crudeltà vi avea Bindoe, principe Sassanide, ch'era stato cacciato in una segreta; si ruppero i suoi ceppi dallo zelo e dal coraggio di un suo fratello, ed egli comparve dinanzi al Re alla testa di quelle guardie fedeli ch'erano state scelte per ministri della sua carcerazione e forse della sua morte. Atterrito da tal inaspettata vista e dai fieri rimproveri del prigioniere, Ormuz cercò indarno attorno a sè chi gli desse aiuto o consiglio: egli conobbe che la sua forza consisteva nella obbedienza altrui, e rassegnatamente cedette al solo braccio di Bindoe, il quale dal trono lo trasse a quella stessa carcere in cui egli era stato sin allora rinchiuso. Allo scoppiare del primo tumulto, Cosroe, primogenito di Ormuz, fuggì di città; Bindoe con pressante ed amichevole invito lo persuase a tornarvi, e gli promise di riporlo sul trono del padre, confidando egli di regnare sotto il nome di un giovinetto inesperto. Giustamente persuaso che i suoi complici non potevano perdonare nè sperare perdono, e che ogni Persiano essendo il nemico, poteva essere il giudice del suo tiranno, Bindoe instituì un pubblico giudizio di cui negli annali dell'Oriente non trovasi esempio nè prima nè dopo. Il figlio di Nushirvan che area chiesto di difendersi da se stesso, fu introdotto come un reo nella piena assemblea de' Nobili e dei Satrapi[492]. Egli fu ascoltato con decente attenzione per tutto il tempo che aggirossi intorno ai vantaggi dell'ordine e della obbedienza, al pericolo dei mutamenti ed all'inevitabil discordia di coloro che si sono animati l'un l'altro a conculcare il legittimo ed ereditario lor Sovrano. Volgendosi poscia con patetico stile all'umanità loro, egli destò quella pietà che di rado vien ricusata alla caduta fortuna di un Re, e nel mirare l'abbietta positura e lo squallido aspetto del prigioniero, le sue lagrime, le sue catene e le impronte degli ignominiosi colpi, era impossibile ch'essi obbliassero come di recente avevano adorato il divino splendore della sua porpora e del suo diadema. Ma un cruccioso mormorio si levò nell'assemblea, tosto che egli presunse di giustificare la sua condotta, e di vantare le vittorie del suo regno. Egli definì i doveri di un Re, ed i nobili Persiani lo ascoltarono con un sorriso di spregio: infiammati essi furono di sdegno, quando ardì di avvilire il carattere di Cosroe; e coll'indiscreta offerta di rimettere lo scettro al secondo de' suoi figliuoli, egli sottoscrisse la propria condanna, e sacrificò la vita dell'innocente suo favorito. Si esposero ai pubblici sguardi i laceri cadaveri del fanciullo e della sua madre; si traforarono gli occhi ad Ormuz con un ago infuocato, ed il punimento del padre fu seguìto dal coronamento del suo figlio maggiore. Cosroe era salito al trono senza delitto, e la sua pietà cercò di alleviar la miseria dell'abdicato monarca; egli trasse Ormuz di prigione, lo pose in un appartamento della reggia, liberamente il provvide di tutti i sensuali conforti, e pazientemente sostenne i furiosi impeti del suo dispetto e della sua disperazione. Dispregiare ei poteva lo sdegno di un cieco ed odiato tiranno; ma vacillante era sul suo capo la tiara, sinchè non avesse sovvertito il potere od acquistata l'amicizia del gran Bahram, il quale fieramente impugnava la giustizia di una rivoluzione in cui egli stesso ed i suoi soldati, veri rappresentanti della Persia, non erano stati consultati. All'offerta di un'amnistia generale e del secondo posto nel regno, fatta da Cosroe, rispose Bahram con una lettera in cui si denominava l'amico degli Dei, il conquistatore degli Uomini, ed il nemico dei Tiranni, il Satrapo dei Satrapi, il Generale degli eserciti Persiani ed un Principe ornato del titolo di undici virtù[493]. Egli comanda a Cosroe figlio di Ormuz di fuggire l'esempio e il destino del padre, di ricacciare in prigione i traditori usciti dalle catene, di deporre in qualche sacro luogo il diadema da lui usurpato, e di accettare dal grazioso suo benefattore il perdono de' suoi falli ed il governo di una provincia. Il ribelle poteva non essere superbo, ed il Re certissimamente non falliva per umiltà; ma il primo era consapevole della sua forza, ed il secondo non sentiva che la sua debolezza, ed altresì il modesto linguaggio della risposta del Re lasciava tuttavia aperto il campo alle pratiche ed all'accordo. Cosroe condusse in campo gli schiavi della reggia e la plebe della Capitale; con terrore essi mirarono i vessilli di un esercito veterano; circondati e sorpresi essi furono dalle evoluzioni del Generale, ed i Satrapi che aveano deposto Ormuz, ricevettero la punizione della loro rivolta, od espiarono il loro tradimento con un secondo e più colpevole atto di slealtà. In salvo fu la vita e la libertà di Cosroe: ma ridotto ei trovossi alla necessità d'implorare ajuto e rifugio in paese straniero, e l'implacabil Bindoe, ansioso di assicurarsi un titolo ineluttabile, precipitosamente ritornò alla reggia, e colla corda di un arco pose fine ai miseri giorni del figlio di Nushirvan[494].
A. D. 590
Nell'atto di apprestarsi alla ritirata, Cosroe pose in deliberazione cogli amici che gli rimanevano[495], se dovesse tenersi occulto ed in agguato dentro le valli del Monte Caucaso, o ripararsi alle tende dei Turchi, ovvero cercare la protezione dell'Imperatore. La lunga emulazione de' successori di Artaserse e di Costantino accresceva la sua ripugnanza a comparir come supplice in una Corte rivale, ma egli pesò le forze dei Romani e giudiziosamente considerò che la vicinanza della Siria renderebbe più agevole la sua fuga, e più efficaci i loro soccorsi. Non accompagnato che dalle sue concubine, e da un drappello di trenta guardie, secretamente egli partì dalla capitale, seguì le rive dell'Eufrate, varcò il deserto, e fece alto in distanza di dieci miglia da Circesio. Intorno alla terza veglia della notte il Prefetto Romano fu ragguagliato del suo avvicinarsi, ed egli ammise il regale straniero dentro della Fortezza allo schiarire del giorno. Di quinci il re di Persia fu condotto alla più nobile residenza di Gerapoli, e Maurizio dissimulò il suo orgoglio, e fece mostra di bontà al ricevere le lettere e gli ambasciatori del nipote di Nushirvan. Questi umilmente rappresentarono le vicende della fortuna ed il comune interesse de' Principi, esagerarono l'ingratitudine di Bahram, agente del Principio cattivo, si adoperarono con argomenti speciosi a mostrare che lo stesso interesse dei Romani volea che si sostenessero le due monarchie, le quali contrappesavano il mondo, i due luminari, dal cui salutare influsso esso era vivificato ed adorno. L'inquietudine di Cosroe fu ben tosto confortata dal sentire che l'Imperatore avea sposato la causa della giustizia e della dignità regale: ma avvedutamente Maurizio scansò la spesa e la dilazione dell'inutile andata di Cosroe a Costantinopoli. Il generoso benefattore fece presentare al Principe fuggitivo un ricco diadema con un inestimabil dono di gemme e d'oro. Si raccolse un poderoso esercito sulle frontiere della Siria e dell'Armenia, sotto il comando del valoroso e fedele Narsete[496], ed a questo Generale, della nazione di Cosroe e di sua scelta, fu dato l'ordine di passare il Tigri, e di non mai riporre la spada nel fodero, finchè ristabilito non avesse il legittimo Re sul trono del suoi antenati. L'impresa, benchè splendida, era meno ardua di quel che apparisse. La Persia era già pentita della fatale sua temerità, che aveva abbandonato l'erede della casa di Sassan in preda all'ambizione di un suddito ribelle; e l'ardito rifiuto fatto, da' Magi di consacrarne la usurpazione, costrinse Bahram a pigliarsi lo scettro, senza riguardo alle leggi ed ai pregiudizj della nazione. La reggia fu bentosto agitata dalle congiure, e la città da' tumulti; arse nelle province la fiamma della sollevazione; ed il crudele supplizio dei colpevoli e dei sospetti, servì ad irritare anzi che a soffocare il pubblico disgusto. Non sì tosto il nipote di Nushirvan ebbe spiegate le sue e le romane bandiere di là dal Tigri, che di giorno in giorno egli si vide raggiunto dalla crescente folla della nobiltà e del popolo; ed a misura che inoltravasi, riceveva da ogni canto la gradita offerta delle chiavi delle città e delle teste de' suoi nemici. Appena Modain fu libera dalla presenza dell'usurpatore, i leali cittadini obbedirono alla prima intimazione che lor fece Mebode alla testa di non più di dugento cavalli, e Cosroe accettò i sacri e preziosi ornamenti della reggia, come pegni della lor fede, e presagj del vicino successo felice. Operata che fu la congiunzione delle truppe Imperiali, che Bahram vanamente si sforzò d'impedire, fu decisa la gran contesa in due battaglie sulle rive del Zab, e su i confini della Media. I Romani, uniti ai Persiani fedeli al lor Re, montavano a sessantamila, mentre tutta la forza dell'usurpatore non passava quarantamila soldati; i due Generali fecero chiara prova di abilità e di valore; ma la vittoria finalmente fu determinata dalla prevalenza del numero e della disciplina. Cogli avanzi di un'armata in rotta, Bahram fuggì verso le province Orientali dell'Oxo: la nimistà della Persia lo riconciliò coi Turchi; ma accorciati furono dal veleno i suoi giorni, dal più incurabile forse di tutti i veleni, la puntura del rimorso e della disperazione, e la più amara rimembranza della gloria perduta. Non pertanto i moderni Persiani tuttora rammemorano le imprese di Bahram, ed alcune leggi eccellenti hanno prolungato la durata del turbolento e transitorio suo regno.
A. D. 591-603
La restaurazione di Cosroe fu celebrata con feste e con supplizj; e la musica del banchetto regale spesse volte venne perturbata da gemiti de' rei che spiravano fra i tormenti o spasimavano mutilati. Un perdono generale avrebbe recato il conforto e la tranquillità ad un paese ch'era stato messo sossopra dall'ultima rivoluzione; tuttavia prima di biasimare la sanguinaria indole di Cosroe, converrebbe sapere se i Persiani non s'erano avvezzati all'alternativa di temere il rigore; o di sprezzare la debolezza del loro sovrano. La rivolta di Bahram e la cospirazione de' Satrapi furono egualmente punite dalla vendetta o dalla giustizia del conquistatore; i meriti di Bindoe stesso non poterono purificar la sua mano dal sangue reale versato, ed il figlio di Ormuz era desideroso di mostrare la sua propria innocenza, e di vendicare la santità dei Re. Durante il vigore della potenza Romana, le armi e l'autorità de' primi Cesari avevano stabilito più di un Principe sul trono di Persia. Ma i nuovi lor sudditi erano ben presto disgustati de' vizi o delle virtù che quelli avevano attinto in una terra straniera; l'instabilità del loro dominio diede origine a quell'osservazione volgare che la scelta di Roma era invocata e rigettata con eguale ardore dalla capricciosa leggerezza degli schiavi Orientali[497]. Ma splendida fu la gloria di Maurizio nel lungo e fortunato regno del suo figlio ed alleato. Una schiera di mille Romani, che continuò a fare la guardia alla persona di Cosroe, manifestò la sicurezza da lui posta nella fedeltà degli stranieri. L'accrescimento delle sue forze gli permise di licenziare quest'ajuto poco gradito al popolo, ma tenace egli mostrossi nel professare la stessa gratitudine e reverenza all'adottivo suo padre; e sino alla morte di Maurizio, la pace e l'alleanza fra i due Imperj fedelmente fu mantenuta. Non di meno la venale amicizia del Principe romano s'era mercata con doni importanti e preziosi. Il Re di Persia restituì le due forti città di Martiropoli e Dara, ed i Persarmeni divennero con piacere i sudditi di un Imperio, i cui limiti orientali si stendevano, oltre l'esempio de' tempi antichi, sino alle rive dell'Arasse ed alle addiacenze del Mar Caspio. Si allettava una pia speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona, ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501].
A. D. 570-600
Nel tempo che la maestà del nome Romano tornava a scintillar nell'Oriente, il prospetto dell'Europa compariva meno piacevole e meno glorioso. La partenza de' Lombardi e la rovina de' Gepidi aveano distrutto l'equilibrio del potere sul Danubio; e gli Avari stendevano il permanente loro dominio dal piè delle Alpi sino alla spiaggia dell'Eussino. Il regno di Bajano è la più luminosa epoca della monarchia loro. Il loro Cacano, il quale occupava il rustico palazzo di Attila[502], pare che ne imitasse il carattere e la politica; ma siccome le stesse scene si ripeterono in un circolo più angusto, così un minuto ritratta della copia sarebbe scevro della grandezza e della novità dell'originale. L'orgoglio del secondo Giustino, di Tiberio, di Maurizio, fu raumiliato da un Barbaro altero, più pronto ad apportare che esposto a sopportare i guasti della guerra; ed ogni volta che le armi de' Persiani minacciavano l'Asia, oppressa era l'Europa dalle pericolose incursioni o dalla dispendiosa amicizia degli Avari. Quando gli Ambasciatori romani si avvicinavano alla presenza del Cacano, veniva loro intimato di star aspettando alla porta della sua tenda, insino a che, forse dieci o dodici giorni dopo, egli si degnasse di riceverli. Se la sostanza e lo stile della loro ambasciata offendeva il suo orecchio, egli vilipendeva, con reale od affettato furore, la dignità loro e quella del loro Principe; saccheggiato n'era il bagaglio, nè salvavano essi la vita che col prometter più ricchi regali ed un più rispettoso messaggio. Ma i suoi sacri ambasciatori godevano ed abusavano, nel mezzo di Costantinopoli, di un'illimitata licenza; essi pressavano, con importuni clamori, l'accrescimento del tributo, e la restituzione dei prigionieri e disertori; e la maestà dell'Impero era quasi avvilita egualmente da una bassa compiacenza, o dalle false e timide scuse con che si eludevano quelle insolenti richieste. Il Cacano non avea mai veduto un elefante; e la sua curiosità fu punta dallo strano e forse favoloso ritratto di questo maraviglioso animale. Ad un suo cenno, uno de' più grandi elefanti delle stalle Imperiali fu guernito di magnifici arredi, e condotto con numeroso treno sino al villaggio reale nelle pianure dell'Ungheria. Egli contemplò con sorpresa, con disgusto e forse con terrore quell'enorme bestione; e rise della vana industria de' Romani, che per rintracciare tali inutili vanità correvano a' confini della terra e del mare. Gli venne vaghezza, a spese dell'Imperatore, di dormire in un letto d'oro. I tesori di Costantinopoli ed i rari talenti degli artefici di quella capitale immediatamente furono posti in opera ad appagare il capriccio del Barbaro, ma quando il lavoro fu terminato, egli rigettò con dispetto un presente cotanto indegno della maestà di un gran Re[503]. Tali erano gli accidentali trasporti dell'orgoglio del Cacano: ma la sua avarizia era una passione più ostinata e più trattabile. Gli si mandava, con esattezza, considerabile quantità di stoffe seriche, di addobbi e di vasellame ben lavorato, doni che introducevano i rudimenti delle arti e del lusso sotto le tende degli Sciti. Eccitato era il loro appetito dal pepe e dalla cannella dell'India[504]: il sussidio ossia tributo annuo fu innalzato da ottanta a cento ventimila monete d'oro; ed ogni volta che le ostilità ne interrompevano il corso, il pagamento de' residui con un esorbitante interesse era sempre la prima condizione del nuovo accordo. Usando il parlare di un Barbaro senz'artifizio, il Principe degli Avari affettava di lagnarsi della poca sincerità de' Greci[505], mentre non cedeva egli stesso alle più incivilite nazioni ne' raffinamenti della dissimulazione e della perfidia. Come successore de' Lombardi, il Cacano pretendeva al possesso dell'importante città di Sirmio, antico baluardo delle province Illiriche[506]. Le pianure dell'Ungheria inferiore si coprirono di cavalli Avari e si costrinse nella selva Ercinia un gran numero di grosse barche per discendere il Danubio e trasportar nella Sava i materiali di un ponte. Ma il forte presidio di Singiduno, che dominava il confluente de' due fiumi, poteva impedire il passaggio, e mandar a vuoto i disegni del Cacano. Egli sgombrò i timori della guernigione solennemente giurando, che le sue mire non erano ostili all'Impero. Egli giurò per la sua spada simbolo del Nume della guerra, di non fabbricare un ponte sulla Sava, in qualità di nemico di Roma. «Se io rompo il mio giuramento», proseguì l'intrepido Bajano, «possa io stesso e l'ultimo della mia nazione perire di spada! possano il firmamento ed il fuoco, divinità de' cieli cadere sul nostro capo! possano i boschi ed i monti seppellirci sotto le loro rovine! e possa la Sava, retrocedendo contro lei leggi della natura, alla sua fonte, sommergerci nelle sdegnate sue acque!» Dopo questa barbarica imprecazione, egli tranquillamente chiese qual giuramento fosse più sacro e più venerabile tra i Cristiani, e qual delitto di spergiuro tornasse più funesto. Il Vescovo di Singiduno gli presentò il Vangelo, ed il Barbaro con devoto ossequio lo prese. «Io giuro» diss'egli, «per lo Dio che in questo sacro libro ha parlato, che io non ho falsità sulla mia lingua, nè tradimento dentro il mio cuore». Indi si levò di ginocchio, affrettò il lavoro del ponte, e spedì un ministro a far sapere ciò che ormai più non gl'importava di tener occulto. «Ragguagliate l'Imperatore» disse il perfido Bajano, «che Sirmio da ogni banda è cinto d'assedio. Consigliate la sua prudenza a trarne fuori gli abitanti colle robe loro, ed a porre nelle mie mani una città ch'egli non può soccorrere nè difender più oltre». Benchè senza speranza di ajuto, Sirmio si difese più di tre anni: intatte ancor ne restavan le mura, ma la fame era chiusa dentro il loro recinto. Finalmente una mite capitolazione porse lo scampo agl'ignudi e famelici suoi cittadini. Singiduno, distante cinquanta miglia da Sirmio, soggiacque ad un più crudele destino; rase ne furon le case ed il vinto popolo fu condannato alla schiavitù ed all'esilio. Eppure le rovine di Sirmio più non si ravvisano, mentre la vantaggiosa posizione di Singiduno vi attirò prestamente una nuova colonia di Schiavoni, ed il confluente della Sava e del Danubio anche presentemente è tenuto a freno dalle fortificazioni di Belgrado, ossia la Città Bianca, sì spesso e sì ostinatamente contrastata dalle armi Cristiane e dalle Turche[507]. Da Belgrado alle mura di Costantinopoli può misurarsi una linea di seicento miglia: segnata fu questa linea cogl'incendj e col sangue: i cavalli degli Avari si bagnavano alternamente nell'Eussino e nell'Adriatico; ed il Pontefice Romano, sbigottito dall'avvicinarsi di un più selvaggio nemico[508], fu ridotto ad accarezzare i Lombardi come i protettori dell'Italia. La disperazione di un prigioniere che la sua patria ricusava di riscattare, rivelò agli Avari l'invenzione e l'uso delle macchine militari[509]; ma ne' primi tentativi essi rozzamente le fabbricarono e goffamente le maneggiarono, e la resistenza di Dioclezianopoli e Berea, di Filippopoli ed Adrianopoli, ben presto pose a termine la perizia e la pazienza degli assedianti. Baiano si diportava da Tartaro; ma il suo animo non era chiuso ai sensi generosi ed umani. Egli risparmiò Anchialo, le cui salubri acque aveano ridonato il vigore alla prediletta delle sue mogli; ed i Romani confessarono che il loro esercito, cadente dalla fame, fu alimentato e lasciato partire dalla liberalità di un nemico. Stendevasi l'Impero di Baiano sopra l'Ungheria, la Polonia e la Prussia, dalle foci del Danubio a quelle dell'Oder[510], e la gelosa politica del conquistatore divideva e trapiantava i nuovi suoi sudditi[511]. Le regioni Occidentali della Germania, ch'erano rimaste vuote d'abitatori per la emigrazione de' Vandali, furono riempiute di colonie schiavone. Si discoprono le medesime tribù nelle vicinanze dell'Adriatico ed in quelle del Baltico, e col nome di Baiano stesso si trovano tuttora nel cuor della Slesia le città Illiriche di Neyss e di Lissa. Nella disposizione delle sue truppe e delle sue province[512], il Cacano esponeva i vassalli, di cui non curava la vita, al furore del primo assalto, ed il nemico vedea fatto ottuso il suo brando, prima che affrontasse il natio valore degli Avari.
A. D. 595-602
L'alleanza colla Persia restituì le truppe dell'Oriente alla difesa dell'Europa, e Maurizio che per dieci anni avea sopportato l'insolenza del Cacano, dichiarò la risoluzione, in cui era, di muovere in persona contro de' Barbari. Per lo spazio di due secoli, niuno de' successori di Teodosio s'era fatto vedere nel campo; le vite loro scioperatamente trascorrevano nel palazzo di Costantinopoli, ed i Greci più non sapevano che il nome d'Imperatore, nel primitivo suo senso, significava il Capo degli eserciti della Repubblica. L'ardor marziale di Maurizio fu raffrenato dalla grave adulazione del Senato, dalla timida superstizione del Patriarca, e dalle lagrime dell'Imperatrice Costantina; essi lo scongiurarono tutti di commettere ad un qualche minor Generale le fatiche ed i pericoli di una campagna Scitica: sordo agli avvisi ed ai preghi loro, l'Imperatore animosamente avanzossi in distanza di sette miglia[513] dalla capitale; la sacra insegna della Croce sventolò sulla fronte dell'esercito, e Maurizio passò a rassegna, con sentito orgoglio, le armi e le numerose fila di que' veterani che avevano combattuto e vinto di là dal Tigri. Anchialo fu l'ultimo termine delle sue mosse per terra e per mare; egli invocò senza buon successo una miracolosa risposta alle sue preghiere notturne; turbato fu il suo animo dalla morte di un cavallo che amava, dall'incontro di un cignale, da una bufera di vento e di pioggia, e dalla nascita di un bambino mostruoso; ed egli si scordò che il migliore di tutti gli auspicj è l'atto di snudare la spada in difesa della patria. Col pretesto di accogliere gli ambasciatori Persiani[514], l'Imperatore tornossene a Costantinopoli, scambiò i pensieri di guerra in pensieri di devozione, e deluse la pubblica aspettativa colla sua assenza e colla scelta de' suoi Luogotenenti. La cieca parzialità dell'amor fraterno può scusarlo di aver posto a comandante il suo germano Pietro, il quale, con egual vitupero, fuggì innanzi ai Barbari, innanzi a' suoi propri soldati, ed innanzi agli abitanti di una città Romana. Questa città, se dobbiamo dar fede alla somiglianza del nome e del valore, era l'antica Azimunto[515], che sola avea respinto la tempesta di Attila. Propagossi l'esempio della guerriera sua gioventù nelle generazioni seguenti; ed essi ottennero, dal primo o dal secondo Giustino, il decoroso privilegio che al lor solo valore fosse affidata la difesa della nativa loro città. Il fratello di Maurizio tentò di violare questo privilegio, e di mescolare una schiera di que' cittadini co' mercenari del suo campo. Si ritrassero essi in chiesa, ma la santità del luogo non lo rattenne: sollevossi allora il popolo in lor favore, chiuse venner le porte, cinte di armati le mura, e la vigliaccheria di Pietro si mostrò pari alla sua arroganza ed ingiustizia. La celebrità militare di Commenziolo[516] è l'argomento della Satira e della Commedia più che della grave istoria, poichè mancante egli era perfino della meschina e volgare qualità del personale coraggio. I consigli da lui solennemente radunati, le strane sue evoluzioni, ed i secreti suoi ordini, sempre gli porgevano un'apologia per la fuga o per la dilazione. Se egli marciava contro il nemico, le dilettose valli del monte Emo gli opponevano un'insuperabil barriera; ma nel ritirarsi egli rintracciava con impavida curiosità, i più ardui ed abbandonati passi ch'erano già usciti dalla memoria de' più vecchi del paese. Il solo sangue che egli versasse, gli fu tratto in una reale o finta malattia dalla lancetta di un chirurgo; e la sua salute che con esquisita delicatezza sentiva l'avvicinarsi de' Barbari, uniformemente si ristabiliva nel riposo e nella sicurezza della stagione invernale. Un Principe ch'ebbe l'animo di esaltare e proteggere un favorito sì indegno, non può ricavare alcuna gloria dal merito accidentale di Prisco, cui dato gli avea per collega[517]. In cinque battaglie, condotte, a quanto parve, con saviezza ed ardire, il Generale romano fece prigionieri diciassettemiladugento Barbari, e ne spense quasi sessantamila, fra' quali quattro figliuoli del Cacano. Egli sorprese un pacifico distretto de' Gepidi, che dormivano sotto la protezione degli Avari, ed innalzò gli ultimi suoi trofei sulle rive del Danubio e del Tibisco. Dalla morte di Traiano in poi, le armi dell'Impero non si erano mai più internate sì profondamente nella Dacia antica: contuttociò passeggiere e sterili tornarono le vittorie di Prisco; nè molto andò che fu richiamato, pel timore che Baiano con intrepido animo e rinovate forze, non si accingesse a vendicare la sua disfatta sotto le mura di Costantinopoli stessa[518].
La teorica della guerra non era più familiare ai campi di Cesare e di Traiano[519], che a quelli di Giustiniano e di Maurizio. Il ferro della Toscana e del Ponto riceveva una tempera più fina dalla industria degli artefici di Bisanzio. I magazzini erano abbondevolmente forniti di ogni maniera di armi da offesa o difesa. Nella costruzione e nell'uso delle navi, delle macchine e delle fortificazioni, i Barbari ammiravano il superiore ingegno di un popolo che così spesso essi rompevano in campo. La scienza della tattica, l'ordine, le evoluzioni, gli stratagemmi dell'antichità, ogni cosa era scritta e studiata ne' libri de' Greci e de' Romani. Ma la solitudine o la degenerazione delle province più non poteva somministrare una razza d'uomini atti a brandir quelle armi, a guardar quelle mura, a guernir quelle navi, ed a ridurre la teorica della guerra in una pratica animosa e fortunata. Il genio di Belisario e di Narsete s'era formato senza un maestro; esso si spense senza lasciare un allievo. L'onore e l'amor di patria, od una generosa superstizione più non potevano rinvigorire gli esanimi corpi degli schiavi e degli stranieri, succeduti agli onori delle legioni. Egli era nel solo campo, che l'Imperatore avrebbe dovuto esercitare un comando dispotico; ed era nel solo campo che la sua autorità veniva disobbedita e vilipesa. Egli sedava ed accendeva coll'oro la licenza delle sue truppe; ma inerenti ad esse i vizi, accidentali erano le loro vittorie, e il dispendioso lor mantenimento struggeva le sostanze di uno Stato che non erano atte a difendere. Dopo una lunga e perniciosa indulgenza, Maurizio apprestossi a curare questo inveterato male: ma il temerario tentativo, che trasse la perdizione sopra il suo capo, ad altro non servì che ad aggravare il disordine. Un riformatore non dee soggiacere ad alcun sospetto d'interesse, e convien che possegga la confidenza e la stima di coloro che vuoi riformare. Le truppe di Maurizio avrebbero forse ascoltato la voce di un condottier vittorioso; ma dispregiarono le ammonizioni degli statisti e de' sofisti, e quando ricevettero un editto che sottraeva dalla lor paga il prezzo delle armi e delle vesti loro, essi esecrarono l'avarizia di un Principe che non tenea conto alcuno de' pericoli e dei travagli a' quali ei s'era sottratto. I campi sì d'Asia che d'Europa, agitati furono da sedizioni frequenti e furiose[520]; gli sdegnosi soldati di Edessa perseguirono, con rampogne, minacce e ferite, i tremanti lor Generali: essi rovesciarono le statue dell'Imperatore, scagliaron sassi contro l'immagine miracolosa di Cristo, ed o scossero il giogo di tutte le leggi civili e militari, ovvero instituirono e stabilirono un pericoloso modello di subordinazione volontaria. Il Monarca, sempre distante e spesso ingannato, era incapace di cedere o di resistere, secondo che il bisogno del momento il chiedeva. Ma il timore di un generale sollevamento troppo facilmente lo indusse ad accettare qualche atto di valore o qualche espressione di fedeltà, come una espiazione dell'offesa comune. Abolita fu la nuova riforma colla stessa fretta con cui s'era promulgata, e le truppe, in vece di punizione e di freni, ricevettero con dolce sorpresa, un grazioso bando di perdono e di ricompense. Ma i soldati accettarono senza gratitudine i tardi ed involontari doni dell'Imperatore; crebbe l'insolenza loro nello scorgere la debolezza di lui; e la propria lor forza e lo scambievole odio loro infiammossi in modo di non lasciare nè il desiderio del perdono nè la speranza della riconciliazione. Gli storici di quei tempi abbracciano il volgare sospetto, che Maurizio cospirasse a distruggere le truppe ch'egli s'era adoperato a riformare; la cattiva condotta ed il favore di Commenziolo vengono imputati a questo malevolo divisamento; ed ogni secolo dee condannare l'inumanità o l'avarizia[521] di un Principe, il quale col meschino riscatto di seimila monete d'oro, poteva impedire la strage di dodicimila prigionieri che il Cacano teneva in sue mani. Nel giusto bollor dello sdegno, egli spedì ordine all'esercito del Danubio che risparmiasse i magazzini delle province, e stabilisse quartieri d'inverno nel paese nemico degli Avari. La misura delle doglianze de' soldati era colma: essi pronunziarono che Maurizio era indegno di regnare, cacciaron via o trucidarono i suoi fidi aderenti, e, sotto il comando di Foca, semplice Centurione, con frettolose marce tornarono nei contorni di Costantinopoli. Dopo una lunga serie di successioni legittime al trono, si rinnovarono i disordini militari del terzo secolo; tale era però la novità dell'impresa, che i sollevati si sbigottirono della propria loro temerità. Essi esitarono nell'investire della vacante porpora il lor favorito, e mentre rigettavano ogni accordo con Maurizio, tenevano un'amichevole corrispondenza col suo figlio Teodosio e con Germano, suocero del giovine reale. Così oscura era stata la condizione anteriore di Foca, che l'Imperatore ignorava il nome ed il carattere del suo rivale; ma come egli riseppe che il Centurione, tuttochè audace nel sollevamento, mostravasi timido in faccia al pericolo. «Ahimè!» prese a sclamare fuor di speranza, «se egli è un codardo, certamente sarà un assassino».
Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza, l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle fazioni, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro Tribuni una lista di novecento Azzurri e di mille cinquecento Verdi, ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523] presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio, le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti, e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè, dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca, il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi, il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca. Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia, moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio, riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci, si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello, altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere. L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero.
A. D. 610
Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte. Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi; ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio, Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria. Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca, dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo. Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno. «Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale. Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato, il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al suo amico[533].
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Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità, stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore, non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare, e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536]. Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore. L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci, ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria, calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que' sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente pretesto di sommissione o di rivolta.
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Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o d'invadere le città della costa Fenicia.
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La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina. Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il Patriarca Zaccaria e la Vera Croce, e lo scempio di novantamila Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni, il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di Elemosiniere[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj, i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le arene del deserto Libico.