Odi concubitus qui non utrumque resolvunt.
Hoc est quod puerum tangar amore MINUS.
392. Elio Lampridio (nella vita d'Eliogabalo, nella Storia Augusta, p. 112), Aurelio Vittore (in Philipp. Cod. Theod. l. IX tit. 7 leg. 7), ed il Comentario di Gotofredo (t. III p. 63). Teodosio abolì le malaugurate leggi che erano stabilite nei sotterranei di Roma, ove ambo i sessi impunemente si prostituivano.
393. Veggansi le leggi di Costantino e de' suoi successori contro l'adulterio, la sodomia, ec., nel Codice Teodosiano (l. IX tit. 7 leg. 7; l. XI tit. 36 leg. 1, 4) ed il Codice Giustinianeo (l. IX tit. 9 leg. 30, 31). Questi Principi parlano tanto col linguaggio della passione, quanto con quello della giustizia, ed hanno la cattiva fede d'attribuire la propria loro severità ai primi Cesari.
394. Giustiniano, Novelle 77, 134, 141; Procopio, Aneddoti, c. 1-16, colle annotazioni d'Alemanno; Teofane, p. 151; Cedreno, p. 368; Zonaro, l. XIV, p. 64.
395. Montesquieu, Spirito delle leggi, l. XII c. 5. Questo filosofo cotanto pel suo genio commendevole, concilia i diritti della libertà e della natura che non dovrebbero giammai trovarsi in opposizione fra loro.
396. Vedi venti secoli prima dell'Era Cristiana, intorno alla corruzione della Palestina, la Storia e le leggi di Mosè. Diodoro Siculo (t. 1 l. V p. 356) agli antichi Galli fa un rimprovero di questo vizio; i viaggiatori mussulmani e cristiani l'imputano alla China (Antic. Relaz. dell'India e della China, p. 34, tradotte dal Padre Rinaldetto e dal Padre Premaro, aspro suo critico, nelle Lettere edificanti, t. XIX p, 433) Gli storici spagnuoli, ne accusano gli indigeni dell'America. (Garcilasso della Vega, l. III c. 13; e Dizionario di Bayle, t. III p. 88). Voglio sperare ed amo credere che questa peste non siasi peranco sparsa fra i Negri dell'Affrica.
397. Carlo Sigonio (l. III, De judiciis in Opp. t. III p. 679-864) spiega molto eruditamente e con classico stile l'importante materia delle liti e dei giudizj che si tenevano pubblicamente in Roma, e se ne trova un compendio molto bene scritto nella Repubblica Romana di Belforte (t. II l. V p. 1-121). Chi desiderasse maggiori schiarimenti e più precise particolarità, può studiare Noodt (De iurisdictione et imperio, libri duo, t. 1 p. 93-134), Eineccio (ad Pandect., l. I c. 11; ad Instit. l. IV tit. 17; Element. ad Antiquit.) e Gravina (Opp. 230-251).
398. Le funzioni dei giudici di Roma, come quelle dei giurati d'Inghilterra, non potevano essere risguardate che come un dovere passeggiero, e non mai come una magistratura, od una professione, ma le leggi della Gran Brettagna esigono particolarmente l'unanimità dei voti: esse espongono i giurati ad una sorta di tortura da cui hanno liberato i rei.
399. Siamo debitori di questo fatto interessante ad un frammento d'Asconio Pediano che vivea mentre regnava Tiberio. La perdita che si è fatta de' suoi Comentarii sulle Orazioni di Cicerone, ci ha tolto un fondo prezioso di cognizioni storiche o relative alle leggi.
400. Polibio, lib. VI p. 633. L'estensione dell'Imperio, non che dei luoghi compresi nella città di Roma, forzava l'esiliato a procurarsi un ritiro che fosse ad una gran distanza.
401. Qui de se statuebant, humabantur corpora, manebant testamenta; pretium festinandi. Tacito, Annali VI, 25, colle Annotazioni di Giusto Lipsio.
402. Giulio Paolo, Sentent. recept. l. V tit. 12 p. 476; le Pandette, l. XLVIII tit. 21; il Codice, l. IX tit. 50; Bynkershoek, t. 1 p. 59; Observat. J. G. R. IV, 4, e Montesquieu (Esprit. des Lois, l. 29 c. 9) notano le civili restrizioni della libertà, ed i privilegi del suicida. Le pene che gli vennero inflitte, furono inventate in un tempo posteriore e meno illuminato.
403. Plinio, Hist. Nat. XXXVI, 24. Quando Tarquinio per edificare il Campidoglio tormentò talmente i suoi sudditi che ridusse alla disperazione parecchi fra gli operai, onde si diedero la morte, fece inchiodare i cadaveri di quegli sgraziati su d'una croce.
404. I rapporti che s'incontrano fra una morte violenta, ed una morte immatura, determinarono Virgilio (Eneide, VI, 434-439) a confondere insieme il suicidio e la morte dei neonati, quelli che muoiono per amore e le persone ingiustamente condannate a morte. Il migliore fra i suoi editori, Heyne, non sa come spiegare le idee, ossia il sistema di giurisprudenza del romano poeta in intorno questo soggetto.
405. Vedi nelle Familiae byzantinae di Ducange (p. 89-101), quanto si riferisce alla famiglia di Giustino e di Giustiniano. Ludewig (in vit. Justinian. p. 131) ed Eineccio (Hist. iuris rom. p. 374), giureconsulti devoti, hanno spiegata la genealogia del favorito lor principe.
406. Per raccontare come è salito al trono Giustino, ho tradotto in semplice e concisa prosa gli ottocento versi dei due primi libri di Corippo, De laudibus Justini (Appendix Hist. bizant. p. 401-416, Roma, 1777).
407. Fa meraviglia che Pagi (Critica in Annal. Baron. t. II p. 639) sulla fede di qualche cronaca siasi tratto a contraddire il chiaro e decisivo testo di Corippo (Vicina donal. II, 354; Vicina dies, l. IV), ed a posporre il consolato di Giustino, sino all'A. D. 567.
408. Teofane, Chronograph. p. 205. È inutile di allegare la testimonianza di Cedreno e di Zonara, mentre essi non sono che semplici compilatori.
409. Corippo, l. III, 390. Si tratta incontestabilmente dei Turchi vincitori degli Avari; ma la parola scultor sembra non aver senso; e l'unico manoscritto esistente di Corippo, sul quale fu pubblicata la prima edizione di questo scrittore (1581, apud Plantin), non si trova più. L'ultimo editore, Foggini di Roma, congetturò che tal parola dovesse esser corretta in quella di Soldano; ma le ragioni allegate dal Ducange (Joinville, Dissertat. 16 p. 238-240) per provare che questo titolo fu assai di buon'ora adoperato dai Turchi e dai Persiani, sono deboli od equivoche; ed io mi trovo più disposto in favore di Herbelot (Bibl. orient. p. 825) che attribuisce a quel vocabolo un'origine araba o caldea, e lo fa incominciare nell'undecimo secolo, in cui il califfo di Bagdad l'accordò a Mahmud, principe di Gazna e vincitore dell'India.
410. Su questi caratteristici discorsi si paragonino i versi di Corippo (l. III, 251-401) colla prosa di Menandro (Excerpt. legat. p. 102, 103). La loro diversità prova che non furono copiati l'uno dall'altro, e la loro rassomiglianza che furono attinti alla stessa fonte.
411. Sulle guerre degli Avari contro gli Austrasiani, vedasi Menandro (Excerpt. legat. p. 110), San Gregorio di Tours (Hist. Franc. l. IV c. 29), e Paolo Diacono (De gest. Langob. l. II c. 10).
412. Paolo Warnefrido, Diacono del Friuli (De gest. Langob. l. I c. 23, 24). I suoi quadri de' nazionali costumi, quantunque grossolanamente abbozzati, sono più animati ed esatti di quelli di Beda o di San Gregorio di Tours.
413. Questa istoria è raccontata da un impostore (Teofilatto Simocat. l. VI c. 10); il quale però ebbe l'accortezza di stabilire le sue finzioni su fatti pubblici e notorj
414. Dopo le osservazioni di Strabone, di Plinio e d'Ammiano Marcellino, sembra che questo fosse un uso comune fra le tribù degli Sciti (Muratori, Script. rer. italicar. t. I p. 424). Le chiome dell'America settentrionale sono esse pure trofei di valore; i Lombardi conservarono per più di due secoli il cranio di Cunimondo; e lo stesso Paolo intervenne al banchetto, in cui il duca Radechisio fece portar fuori questa coppa destinata alle grandi solennità.
415. Paolo, l. 1 c. 27; Menandro, in Excerpt. legat. p. 110, 111.
416. Ut hactenus etiam jam apud Bajoariorum gentem quam et Saxonum sed et alios ejusdem linguae homines..... in eorum carminibus celebretur (Paolo, l. 1 c. 27). Esso morì, A. D. 799 (Muratori, in Praefat. t. 1 p. 397). Queste canzoni de' Germani, alcune delle quali potevano risalire ai tempi di Tacito (De morib. Germ. c. 2), furono compilate e trascritte per ordine di Carlo Magno. Barbara et antiquissima carmina, quibus veterum regum actus et bella canebantur scripsit memoriaeque mandavit (Eginardo, in vit. Car. Magn. c. 29 p. 130, 131). I poemi di cui fa elogio Goldast (Animad. ad Eginard. p. 207) sembrano essere romanzi moderni e spregevoli.
417. Paolo (l. II c. 6-26) parla delle altre nazioni. Muratori (Antich. Ital. t. I, Dissert. 1 p. 4) ha scoperto il villaggio de' Bavari alla distanza di tre miglia da Modena.
418. Gregorio il Romano (Dialog. l. III c. 27, 28, apud Baron. Annal. eccles. A. D. 579 n. 10) suppone che essi adorassero una capra. Io non conosco che una religione in cui la Divinità sia ad un tempo stesso la vittima.
419. I rimproveri che dal Diacono Paolo (l. II c. 5) vengono fatti a Narsete, possono essere senza fondamento; ma le migliori critiche rifiutano la debole apologia pubblicata dal Cardinale Baronio (Annali Eccles. A. D. 567 n. 8-12). Fra questi critici io indicherò il Pagi (tom. II p. 639, 640), il Muratori (Annali d'Ital. t, V p. 160-163), e gli ultimi editori, Orazio Bianco (Script. rer. Italic. t. I p. 427, 428), e Filippo Argelato (Sigon. Opera, t. II p. 11, 12). È certo che quel Narsete che assistette alla coronazione di Giustino (Corippo, l. III, 221) era un'altra persona dello stesso nome.
420. Paolo (l. II c. 11), Anastasio (in vit. Johan. III p. 43), Agnello (Liber pontifical. Raven. in Script. rer. Ital. t. II part, 1 p. 114-124) fanno menzione della morte di Narsete. Ma non posso convenire con Agnello che questo Generale avesse novantacinque anni. Com'è probabile che agli ottant'anni cominci l'epoca delle gloriose sue imprese?
421. Paolo Diacono nell'ultimo capitolo del suo primo libro, e ne' sette primi del secondo, ci fa conoscere i disegni di Narsete e dei Lombardi intorno all'invasione dell'Italia.
422. In seguito a questa translazione, l'Isola di Grado prese il nome di Nuova Aquileja (Chron. Venet. p. 3). Il Patriarca di Grado non tardò molto a diventare il primo cittadino della Repubblica (p. 9 ec.); ma la sua sede non si trasferì a Venezia che nel 1450, e presentemente è carico di titoli e di onori. Ma il genio della Chiesa s'abbassò innanzi al genio dello Stato, ed il governo di Venezia cattolica è presbiteriano in tutto il rigor del termine (Tomassino, Discip. de l'Eglise, t. 1 p. 156, 157, 161-165; Amelot da la Houssaye, Gouvernement de Venise, t. 1 p. 256-261).
423. Paolo fece una descrizione delle diciotto regioni in cui l'Italia era allora divisa (l. II c. 14-24). La Dissertatio chorographica de Italia medii aevi del Padre Beretti, religioso Benedettino e professore Reale a Pavia, è stata consultata con molto profitto.
424. Veggansi i materiali raccolti da Paolo sulla conquista d'Italia (l. II c. 7-10, 12, 14, 25, 26, 27), l'eloquente racconto di Sigonio (t. II, De regno Italiae, l. I p. 13-19), e le esatte critiche Dissertazioni del Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 164-180).
425. Il lettore ricorderà la storia della moglie di Candaulo e l'assassinio di questo sposo che viene narrato da Erodoto in un modo sì piccante nel primo libro della sua Storia. La scelta di Gige αιρεεται αυτος περιειναί può servire d'una specie di scusa a Peredeo; ed i migliori scrittori dell'antichità si sono serviti di questa blanda insinuazione di un'idea odiosa (Graevius, ad Ciceron. Orat. pro Milone, c. 10).
426. Vedi l'Istoria di Paolo, l. II c. 28-32. Ho cavato parecchie interessanti particolarità dal Liber pontificalis d'Agnello, in Script. rer. Ital. t. II p. 124. Fra tutte le guide cronologiche, la più sicura è il Muratori.
427. Gli autori originali sul Regno di Giustino il Giovine sono Evagrio (Hist. eccl. l. V c. 1-12), Teofane (Chronograph. p. 204-210), Zonara (t. II l. XIV p. 70-72), Cedreno (in Compend. p. 388-392).
Dispositorque novus sacrae Baduarius aulae;
Successor soceri mox factus Cura palati.
Corippo.
Fra i discendenti e gli alleati della casa di Giustiniano contasi Badoario. Una casa Badoero nel nono secolo, famiglia nobile di Venezia, vi ha fabbricato chiese e dato alcuni Duchi alla Repubblica; e se la di lei genealogia è comprovata come si conviene, in Europa non v'ha Re che vantarne possa una tanto antica ed illustre (Ducange, Fam. Byzant. p. 99, Amelot de la Houssaye, Gouvern. de Venise, t. 11 p. 555).
429. Gli elogi più puri e più autorevoli sono quelli che ricevono i Principi prima del loro esaltamento. Mentre si innalzava Giustino al trono, Corippo avea encomiato Tiberio (l. I p. 212-222). Del resto un Capitano stesso delle guardie poteva instigare l'adulazione d'un Affricano esigliato.
430. Evagrio (l. V c. 13) ha aggiunto il rimprovero di Giustino a' suoi Ministri. Egli applica questo discorso alla cerimonia, in cui fu conferita a Tiberio la dignità Cesarea. Non per un vero sbaglio, ma per le loro vaghe espressioni, Teofane ed alcuni altri fecero pensare che si avesse a riferire all'epoca in cui Tiberio fu decorato del titolo d'Augusto, subito dopo la morte di Giustino.
431. Teofilatto Simocatta (l. III c. 11) attesta formalmente, che trasmette ai posteri l'aringa di Giustino quale la pronunziò, e senza voler correggere gli errori di lingua e di rettorica. Probabilmente questo futile sofista non sarebbe stato capace di farne una simile.
432. Vedi, sul carattere ed il regno di Tiberio, Evagrio (l. V c. 13), Teofilatto (l. III c. 12 ecc.), Teofane (in Chron. p. 210-213), Zonara (t. II l. XIV p. 22), Cedreno (p. 392), Paolo Warnefrido (De gestis Longobard. l. III c. 11, 12). Il Diacono del Forum Julii pare che abbia avuto veramente cognizione di alcuni fatti curiosi ed autentici.
433. È singolare che Paolo (l. III c. 15) lo distingue come il primo fra gli Imperatori greci, primus ex graecorum genere in imperio constitutus. È vero che i suoi immediati predecessori erano nati nelle province latine d'Europa: e nel testo di Paolo bisogna forse leggere in Graecorum imperio; ciò che applicherebbe l'espressione all'impero anzi che al Principe.
434. Sul carattere e regno di Maurizio vedi il quinto e sesto libro d'Evagrio, e specialmente il libro VI c. 1, gli otto libri della prolissa ed ampollosa istoria di Teofilatto Simocatta, Teofane (p. 213 ec.), Zonara (t. II l. XIV p. 73), Cedreno (p. 394).
435. Αυτοκρατωρ οντως γενομενος την μεν οχλοκρατειαν των παθων εκ της οικειας εξενηλατησε ψυκης: αρισοκρατειαν δε εν τοις εαυτου λογισμοις κατασησαμενος. Evagrio compose la sua storia nel duodecimo anno del regno di Maurizio, ed egli era stato così saggiamente indiscreto, che l'Imperatore conobbe e ricompensò le sue favorevoli opinioni (l. VI c. 24).
436. I geografi antichi fanno spesso menzione della columna rhegina, situata nella più stretta parte del Faro di Messina, alla distanza di cento stadj dalla città di Reggio. Vedi Cluvier (Ital. antiq. t. II p. 1295), Luca Olstenio (Annot. ad Cluvier, p. 301) e Wesseling (Itiner. p. 106).
437. Gli storici Greci non ispargono che una debole luce sulle guerre d'Italia (Menandro, in Excerpt. legat. p. 124-126; Teofilatto, l. III c. 4). I Latini, e specialmente Paolo Warnefrido (l. III c. 13-34), che aveva lette le anteriori istorie di Secondo e di Gregorio di Tours, sono più soddisfacenti. Il Baronio cita alcune lettere de' Papi ec., e si trovano stabilite le epoche nell'esatta Cronologia del Pagi e del Muratori.
438. Zacagni e Fontanini, difensori della causa de' Papi, hanno potuto a giusto titolo reclamare le valli e le paludi di Comacchio come una parte dell'Esarcato; ma nella loro ambizione, essi hanno voluto comprendere anche Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ed hanno ottenebrata una questione di geografia, già dubbiosa ed oscura per se stessa. Anche il Muratori, come servitore della casa d'Este, non va esente di parzialità e di prevenzione.
439. Vedi Brenckmann, Dissert. prima de republica Amalphitana, p. 1-42, ad calcem Hist. Pandect. Florent.
440. Gregorio Magno, l. III, epist. 23, 25, 26, 27.
441. Io ho descritto l'Italia colla scorta dell'eccellente Dissertazione del Beretti. Il Giannone (Istoria Civile, t. I p. 374-387), nella geografia del Regno di Napoli, ha seguìto il dotto Camillo Pellegrino. Quando l'Impero ebbe perduto la Calabria propriamente detta, la vanità de' Greci sostituì il nome di Calabria all'ignobile denominazione di Bruzio; e sembra che questa alterazione abbia avuto luogo prima del Regno di Carlo Magno (Eginardo, p. 75).
442. Maffei (Verona illustrata, part. I p. 310-321) e Muratori (Antich. Ital. t. II, Dissert. 32, 33 p. 71-365), il primo col massimo entusiasmo, ed il secondo colla più gran moderazione, hanno ambedue sostenuto le pretensioni della lingua latina, e spiegato molto sapere, spirito ed esattezza in questa discussione.
443. Paolo, De gest. Longobard. l. III c. 5, 6, 7.
444. Paolo, (l. II c. 9) applica a queste famiglie o a queste generazioni il nome teutonico di Faras, che si rinviene eziandio nelle leggi dei Lombardi. Il Diacono con tutta la sua modestia non era insensibile alla nobiltà della sua razza. Vedi L. IV c. 39.
445. Si confrontino il num. 3 ed il num. 177 delle leggi di Rotario.
446. Paolo, l. II c. 31, 32; l. III c. 16. Le leggi di Rotario pubblicate A. D. 643 non contengono alcun'orma di questo tributo del terzo dei prodotti; ma ci danno parecchie minute e curiose particolarità intorno lo stato dell'Italia ed i costumi dei Lombardi.
447. Le razze di Dionigi di Siracusa, e le frequenti sue vittorie nei giuochi Olimpici, aveano divulgata fra i Greci la fama dei cavalli della Venezia; ma la loro razza erasi perduta ai tempi di Strabone (l. V p. 325). Gisulfo da suo zio ottenne generosarum equarum greges (Paolo, l. II c. 9). Successivamente i Lombardi introdussero in Italia caballi sylvatici, cavalli selvaggi (Paolo, l. IV c. 11).
448. Tunc (A. D. 596) primum, Bubali in Italiam delati Italiae populis miracula fuere (Paolo Warnefridio, l. IV, c. 11). I bufali che paiono essere originarj dell'Affrica e dell'India, non si conoscono in Europa, eccetto in Italia, dove sono numerosi ed utili: gli antichi non avevano la menoma idea di questi animali, a meno che Aristotile (Hist. anim. l. III c. 1 p. 58, Parigi, 1783) non abbia inteso darne una descrizione sotto il nome di buoi selvaggi d'Aracosia (Vedi Buffon, Hist. nat. t. XI, e supplem. t. VI; Hist. gen. des Voyages, t. I p. 7, 481; II, 105; III, 291; IV, 234, 461; V, 195; VI, 491; VIII, 400; X, 666; Pennant's Quadrupedes, p. 24; Dictionn. d'Hist. nat. par Valmont de Bomare, t. II p. 74). Del resto non devo tacere che Paolo, verisimilmente per un errore invaso nel volgo, ha dato il nome di bubalus, all'auroco, o toro selvaggio dell'antica Germania.
449. Vedi la ventesima Dissertazione di Muratori.
450. Se ne ha una prova nel silenzio stesso degli autori che hanno scritto sulla caccia e la storia delle bestie. Aristotile (Hist. animal. l. IX c. 36 t. 1 p. 586, e le Annotazioni del sig. Camus che ne è l'ultimo editore, t. II p. 314), Plinio (Hist. nat. l. X c. 10), Eliano (De nat. animal. l. II c. 42), e forse Omero (Odyss. XXII, 302-306), parlano con istupore d'una tacita lega e d'una caccia comune fra i falconi ed i cacciatori della Tracia.
451. Specialmente il girifalco od il gyrfalcon, che ha la stessa grossezza d'una piccola aquila. Vedi la descrizione animata che ne fa il sig. di Buffon (Hist. nat. t. XVI p. 239).
452. Script. rer. Ital. t. 1 part. II p. 129. Si è la 16. legge dell'Imperatore Luigi il Pio. Falconieri e cacciatori formavano parte del servizio della casa di Carlo Magno suo padre (Mem. sull'antica Cavalleria del sig. di Saint-Palaye, t. III p. 175). Le leggi di Rotario parlano dell'arte della falconeria in un'epoca anteriore (n. 322); e sino dal quinto secolo, Sidonio Apollinare l'annoverava fra i talenti del Gallo Avito (202-207).
453. A parecchi de' suoi compatriotti si può applicare l'epitaffio di Droctulfo (Paolo, l. III c. 19).
Terribilis visu facies, sed corde benignus,
Longaque robusto pectore barba fuit.
Nel palazzo di Monza distante dieci miglia da Milano si mirano ancora oggi giorno i ritratti degli antichi Lombardi; quel palazzo fu fabbricato o restaurato dalla Regina Teodolinda (l. IV, 22, 23).
454. Paolo (l. III c. 29, 34) riferisce la Storia d'Autario e di Teodolinda; ed ogni frammento degli antichi Annali della Baviera anima le instancabili ricerche del conte di Buat (Histoire des Peuples de l'Europe, t. XI p. 595-635; t. XII p. 1, 53).
455. Giannone (Storia civile di Napoli, t. I p. 263) biasima con ragione l'impertinenza del Boccaccio (Giorn. III, Nov. 2), il quale senza motivo, o pretesto, e contro ogni verità, presenta la Regina Teodolinda nelle braccia d'un mulattiere.
456. Paolo, l. III c. 16. Si consultino sullo Stato del Regno d'Italia le prime Dissertazioni del Muratori, ed il primo volume della Storia di Giannone.
457. La più esatta edizione delle leggi Lombarde è quella dei Script. rer. Italic. t. 1 part. II p. 1-181. È stata collazionata sul manoscritto più antico, ed illustrata da annotazioni critiche del Muratori.
458. Montesquieu (Esprit des Lois, l. XXVIII c. 1): «Abbastanza giudiziose sono le leggi dei Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle di Rotario, o di altri principi Lombardi.»
459. Vedi le leggi di Rotario, n. 379 p. 49. Striga è usato come il nome di una strega. Questo vocabolo è figlio del più puro latino (Orazio, Epod. V, 20; Petronio, c. 134). Pare che un passo di quest'ultimo autore, Quae striges comederunt nervos tuos? comprovi che un tal pregiudizio fosse di origine italiana, anzi che barbara.
460. Quia incerti sumus de iudicio Dei, et multos audivimus per pugnam sine iusta causa, suam causam perdere. Sed propter consuetudinem gentem nostram Langobardorum legem impiam vetare non possumus. Vedi p. 74 n. 65 delle Leggi di Luitprando, promulgate A. D. 724.
461. Leggi la Storia di Paolo Warnefrido, e specialmente il libro III c. 16. Il Baronio non vuol acconsentire a questo fatto che pare in contraddizione colle invettive di Papa Gregorio il Grande; ma il Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 217) ha il coraggio di far sentire che il Santo può benissimo avere esagerato i falli imputati agli Arriani ed ai nemici.
462. Il Baronio ha copiato ne' suoi Annali (A. D. 590 n. 16; A. D. 595 n. 2 ec.) i passi delle Omelie di San Gregorio, che mettono in chiaro lo stato sciagurato della città e della campagna di Roma.
463. Un Diacono che da San Gregorio di Tours venne spedito a Roma, per procurarsi reliquie, fa una descrizione dell'inondazione e della peste. Lo spiritoso deputato abbellisce il suo racconto coll'arricchire il fiume d'un gran drago accompagnato da una coorte di piccole serpi (S. Greg. di Tours, l. X c. 1).
464. San Gregorio di Roma (Dialog. l. II c. 15) riferisce una predizione memorabile di San Benedetto. Roma a gentilibus non exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis turbinibus ac terrae motu in semeptisa marcescet. Questa profezia, col testificare il fatto per cui e con cui è stata inventata, rientra nel dominio della Storia.
465. Quia in uno se ore cum Jovis laudibus, Christi laudes non capiunt, et quam grave nefandumque sit episcopis canere, quod nec laico religioso conveniat, ipse considera (l. IX, epist. 4). Gli scritti di San Gregorio fanno testimonianza della sua innocenza intorno al gusto ed alla letteratura dei classici.
466. Bayle (Dizionario critico t. II p. 598, 599) in un eccellente articolo relativo a Gregorio I cita Platina sulla distruzione de' fabbricati e delle statue, di cui si fa rimprovero a Gregorio I; quanto alla Biblioteca Palatina egli allega Giovanni di Salisbury (De nugis curialium, l. II c. 26); e per Tito Livio cita Antonio Fiorentino: il più antico di codesti tre testimonj viveva nel secolo dodicesimo.
467. San Gregorio, l. III, epist. 24, indict. 12 ec. Dalle epistole di S. Gregorio e dall'ottavo volume degli Annali di Baronio, i pii lettori potranno conoscere quali particelle delle catene di S. Paolo amalgamate con oro e fabbricate sotto forma di chiavi o di croci venissero disseminate nella Brettagna, la Gallia, la Spagna, a Costantinopoli ed in Egitto. Il fabbro pontificio che adoperò la lima dovè per certo aver contezza de' miracoli che avea il potere di fare o d'impedire; il che, a spese della veracità di S. Gregorio, deve scemare l'idea della sua superstizione.
468. Oltre alle epistole di S. Gregorio classificate da Dupin (Bibl. eccles. t. V p. 103-126), abbiamo tre vite di questo Papa. Le due prime furono scritte nell'ottavo e nono secolo (De triplici vita S. Gregor. Prefazione del 4. volume dell'ediz. dei Benedettini) dai Diaconi Paolo (p. 1-18) o Giovanni (p. 19-188); esse contengono molte testimonianze originali ma dubbie. La terza vita è un lungo o fastidioso epilogo degli editori Benedettini (p. 199-305). Gli Annali del Baronio somministrano una Storia copiosa ma parziale. Il buon senso di Fleury (Hist. eccles. t. VIII) corregge i pregiudizj papali di questo scrittore, e Pagi e Muratori hanno rettificato le sue date.
469. Il Diacono Giovanni parla di questo ritratto che avea veduto (l. IV c. 83, 84); ed Angelo Rocca antiquario romano ha illustrato la sua descrizione (San Gregorio, Opere, t. IV p. 312-326). Quest'autore (p. 321-323) asserisce che in alcune antiche Chiese di Roma si conservano mosaici dei Papi del settimo secolo. Le mura che per lo passato rappresentavano la famiglia di San Gregorio, offrono ora il martirio di S. Andrea, ove il genio del Dominichino ha gareggiato col genio del Guido.
470. Disciplinis vero liberalibus, hoc est grammatica, rethorica, dialectica, ita a puero est institutus, ut quamvis eo tempore florerent adhuc Romae studia litterarum, tamen nulli in urbe ipsa secundus putaretur (Paolo Diacono, in vita. S. Gregor. c. 2).
471. I Benedettini (in vit. sanct. Greg. l. I p. 205-208) fanno tutti gli sforzi onde provare che S. Gregorio pei proprj Monasteri adottò la regola del loro Ordine; ma da che confessano avere il fatto qualche dubbiezza, è evidente che la pretensione di questi potenti Monaci è totalmente falsa. Vedi Butler, Lives of the Saints, vol. III p. 145, opera di merito: il buon senso ed il sapere sono dell'Autore, ed i pregiudizj che vi si incontrano appartengono alla sua professione.
472. Monasterium Gregorianum in eiusdem beati Gregorii aedibus ad clivum Scauri prope ecclesiam SS. Johannis et Pauli in honorem S. Andreae (Gio. in vit. S. Greg. l. 1, c. 6; S. Gregorio, l. VII, epist. 13). Questa casa e questo Monastero erano collocati sul fianco del Monte Celio che sta rimpetto al Monte Palatino; in oggi è posseduta dai Camaldolesi. San Gregorio trionfa e Sant'Andrea si è ritirato in un'angusta Cappella (Nardini, Roma antica, l. III c. 6 p. 100; Descrizione di Roma t. I p. 442-446).
473. Tutto il Pater noster non è costituito che da cinque o sei linee; invece il Sacramentarius e l'Antiphonarius di San Gregorio riempiono 880 pag. in fol. (t. III part. I p. 1-880); eppure non formano che una sola parte dell'Ordo Romanus che Mabillon ha spiegato, e che è stato compendiato da Fleury (Hist. eccl. t. VIII p. 139-152).
474. L'Abbate Dubos (Riflessioni sulla poesia e la pittura, t. III p. 174, 175) osserva che il canto Ambrosiano è tanto semplice, che non impiega che quattro tuoni; e che la più perfetta armonia del canto di San Gregorio comprendeva gli otto tuoni, ossiano le quindici corde della musica antica. E soggiunge (p. 332) che gli intelligenti ammirano la prefazione e parecchi pezzi dell'officio Gregoriano.
475. Giovanni il Diacono (in vit. S. Greg. l. III c. 7) ci dà a conoscere il disprezzo dimostrato fin di buon'ora dagli Italiani pel canto all'uso oltramontano. Alpina scilicet corpora vocum suarum tonitruis altisona perstrepentia, susceptae modulationis dulcedinem proprie non resultant; quia bibuli gutturis barbara feritas dum inflexionibus et repercussionibus mitem nititur edere cantilenam, naturali quodam fragore quasi plaustra per gradus confuse sonantia rigidas voces iactat, ec. Sotto il Regno di Carlo Magno, i Franchi convenivano, benchè alquanto ritrosamente, della giustizia di questo rimprovero (Muratori, Dissert. 25).
476. Un critico francese (P. Gussainv. Op. t. II, p. 105-112) ha vendicato il diritto di S. Gregorio all'intera assurdità dei Dialoghi. Dupin (t. V p. 138) dubita nemmeno che siavi chi non abbia a garantire la verità di tutti questi miracoli. Io però sarei ben curioso di sapere quanti egli stesso ne adottava.
477. Il Baronio non ama di fermarsi su questi dominj ecclesiastici, perchè teme di far vedere che erano composti di fattorie o poderi e non di regni. Gli scrittori francesi, i Benedettini (t. IV l. III p. 272 ec.) e Fleury (t. VIII p. 29 ec.) non temono d'internarsi in queste modeste ma utili particolarità, e l'umanità di Fleury insiste sulle virtù sociali di San Gregorio.
478. Mi vien tutta la tentazione di credere che questa pecuniaria ammenda sui matrimonj dei villani sia quella che ha prodotto il famoso e bene spesso favoloso diritto di cuissage, di marquette, ec. È possibile che una vaga sposa, col consentimento del marito, commutasse il pagamento fra le braccia di un giovane signore, e che questo mutuo favore abbia potuto servire ad esempio onde autorizzare qualche atto tirannico locale, senza alcuna legalità.
479. Il Sigonio espone abilmente il temporale governo di Gregorio I. Vedi il libro primo De Regno Italiae, t. II della raccolta delle sue Opere, p. 44-75.
480. Missis qui..... reposcerent..... veteres Persarum ac Macedonum terminos, seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro, per vaniloquentiam ac minas jaciebat (Tacito, Annali, VI, 31) Tale era il linguaggio degli Arsacidi. In parecchi luoghi ho ricordato le alte pretensioni dei Sassanidi.
481. Vedi le ambascierie di Menandro, ostruite e raccolte nell'undecimo secolo d'ordine di Costantino Porfirogenito.
482. La generale independenza degli Arabi, che non si può ammettere senza molte restrizioni, vien ciecamente difesa in una particolare Dissertazione dagli autori dell'Istoria universale, (t. XX p. 196-250). Essi suppongono che un continuo miracolo abbia conservata la profezia in favore de' figli d'Ismaele; e questi devoti eruditi non hanno verun timore di compromettere la verità del Cristianesimo, appoggiandola su di una base tanto fragile e pericolosa.
483. D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 477; Pocock, Specimen Hist. Arabum, p. 64, 65. Il Padre Pagi (Critica, t. II p. 646) ha dimostrato che dopo dieci anni di pace, la guerra che aveva durato venti anni, ricominciò A. D. 571. Maometto era nato A. D. 569, l'anno dell'elefante o della disfatta di Abrahah (Gagnier, Vie de Mahomet, t. I p. 89, 90, 98); e secondo questo calcolo, due anni furono spesi nella conquista dell'Yemen.
484. Pompeo avea vinto gli Albani che gli si erano fatti incontro in numero di dodicimila cavalieri, e di sessantamila fanti; ma la sua marcia fu arrestata dalla comune opinione, che in quel paese si trovasse una quantità di rettili velenosi, l'esistenza de' quali è tuttora molto dubbiosa, come quella delle Amazzoni, che si collocavano in que' contorni (Plutarco, Vita di Pompeo, t. II p. 1165, 1166).
485. Negli Annali dell'Istoria io non ritrovo che due flotte comparse sul mar Caspio: 1. quella de' Macedoni, quando Patroclo, ammiraglio di Seleuco e di Antioco, Re di Siria, giunse dalle frontiere dell'India, dopo d'aver disceso un fiume che è probabilmente l'Oxo (Plinio, Hist. nat. VI, 21): 2. quella de' Russi quando Pietro il Grande condusse una flotta ed un esercito dai contorni di Mosca alla costa della Persia (Bell's Travels, vol. II p. 325-352). Egli con ragione osserva che mai non s'era spiegata una simile pompa marziale sul Volga.
486. Sulle guerre Persiane, e sui trattati con quella nazione, vedi Menandro, in Excerpt. legat. p. 113-125; Teofane di Bisanzio, apud Photium, Cod. 64 p. 77, 80, 81; Evagrio, l. V c. 7-15; Teofilatto, l. III c. 9-16; Agatia, l. IV p. 140.
487. In quanto al suo carattere ed alla sua situazione Buzurg-Mihir può esser riguardato come il Seneca dell'Oriente. Le sue virtù e forse i suoi difetti, sono molto meno conosciuti di quelli del filosofo Romano, che sembra essere stato assai più loquace. Fu appunto Buzurg che apportò dalle Indie il giuoco degli Scacchi, e le Favole di Pilpay. Lo splendore della sua saggezza e delle sue virtù fu tale che i Cristiani pretendono che seguisse il Vangelo, ed è venerato dai Mussulmani per aver anticipatamente abbracciato la dottrina del gran Profeta. (D'Herbelot, Bibl. Orient., p. 218).
488. Vedi questa imitazione di Scipione in Teofilatto, l. I. c. 14, e nel 1. II, c. 3, egli parla dell'immagine di Gesù Cristo. Più sotto e molto distesamente tratterò delle immagini dei Cristiani; ho creduto dire degli idoli. Questo, se non m'inganno fu il più antico αχειροποιμτος, delle manifatture celesti, ma ne' successivi dieci secoli, molti n'escirono dalla stessa fabbrica.
489. Nel libro apocrifo di Tobia vien citato Ragae o Rei, come già in florido stato, sette secoli avanti Gesù Cristo, sotto l'impero degli Assirj. I Macedoni ed i Parti successivamente abbellironla sotto gli stranieri nomi di Europo e di Arsacia. Questa città era situata cinquecento stadj al Mezzogiorno delle porte Caspie (Strabone l. XI, p. 196). Quanto si riferisce intorno alla sua grandezza ed alla sua popolazione nel nono secolo è assolutamente incredibile: del resto essa venne posteriormente ruinata dalle guerre e dall'insalubrità dell'Atmosfera. (Chardin, Voyage en Perse, t. 1, p. 279, 280; d'Herbelot, Bibliot. orient. p. 714).
490. Teofilatto, l. III, c. 18. Nel suo terzo libro Erodoto parla de' sette Persiani che furono i Capi di queste sette famiglie. Spesso si tratta de' loro nobili discendenti, e specialmente ne' frammenti di Ctesia. Ad ogni modo l'indipendenza di Otanes (Erodoto, l. III, c. 83, 84) ripugna allo spirito del dispotismo, nè sembra verisimile che le Sette Famiglie abbiano sopravvissuto alle rivoluzioni di undici Secoli; tuttavia esse poterono venir rappresentate, dai sette ministri (Brisson, De regno Pers., l. 1, p. 190), ed alcuni nobili Persiani, come i Re del Ponto (Polibio, l. V, p. 540) e della Cappadocia (Diodoro di Sicilia, l. XXXI, t. II, p. 517) potevano dirsi discesi dai prodi compagni di Dario.
491. Vedi un'esatta descrizione di questa montagna scritta da Oleario (Voyage en Perse, p. 997, 998) che la salì con molta difficoltà e pericolo, ritornando da Ispahan al mar Caspio.
492. Gli Orientali suppongono che Bahram abbia convocato questa assemblea, e proclamato Cosroe; ma in questo luogo Teofilatto è più chiaro e più degno di fede.
493. Ecco le parole di Teofilatto (l. IV, c. 7): Βαραμ φιλος τοις θεοις, νικητης επιφανης, τυραννων εθχρος, σατραπης μεγισανων, της Περσικης αρχων δυναμεως, etc. Baram caro agli Dei, vincitore esimio, nemico de' tiranni, satrapa supremo, capitano delle forze Persiane, ec. Nella sua risposta, Cosroe si qualifica di τη νοκτι χαριζομενος ομματα.... ο τους Ασωνας (i genii) μισθουμενος d'uno che fa grazia alla notte col guardarla...... che tiene al servigio gli Asoni (i genii). È lo stile Orientale in tutta la sua pompa.
494. Teofilatto (l. IV c. 7) imputa la morte di Hormus al suo figlio, dicendo, se gli si deve prestar fede, che spirò sotto i colpi del bastone d'ordine suo. Ho preferito di appigliarmi a quanto ne dicono Condemirio ed Eutichio; sono sempre inclinato ad adottare i testimonii più temperati, massime quando si tratti di scemare l'orrore e l'atrocità d'un parricidio.
495. Nel poema di Lucano (l. VIII, 256, 455) si osserva che Pompeo, dopo la battaglia di Farsaglia, mette in campo una disputa dell'istessa natura. Pompeo voleva ricoverarsi fra i Parti; ma i compagni de' suoi disastri avevano in orrore una simile alleanza fuor di natura; e non è difficile che un eguale principio fosse con altrettanta forza impresso nell'animo di Cosroe e de' suoi commilitoni, che potevano dipingersi con egual veemenza il contrasto delle leggi, della religione e dei costumi che l'Oriente affatto separano dall'Occidente.
496. Tre Generali tutti col nome di Narsete incontransi in questo secolo, e spesso venner confusi, (Pagi, Critica, t. II, p. 460). Un Persarmeno, fratello d'Isacco e d'Armazio che dopo un avventuroso combattimento contro Belisario, disertò dalle bandiere del Re di Persia, suo sovrano, ed andò a servir dopo nelle guerre d'Italia; 2. l'Eunuco conquistatore dell'Italia; 3. quello che ristabilì Cosroe sul trono e nel poema di Corippo vien portato alle stelle (l. III, 220-227), come excelsus super omnia vertice agmina.... habitu modestus.... morum probitate placens, virtute verendus, fulmineus, cautus, vigilans etc.
497. Experimentis cognitum est Barbaros malle Roma petere reges quam habere. È ammirabile il quadro che fa Tacito dell'invito e dell'espulsione di Vonone (Ann., II, 1-3), di Tiridate (Ann. XI, 10, XII, 10-14) e di Meerdate (Ann. XI, 10, XII, 10-14). Leggendolo è forza dire che l'occhio del suo genio pare aver penetrato tutti i più reconditi segreti del campo dei Parti e delle mura dell'Harem.
498. Si pretende che Sergio e Bacco suo compagno abbiano conseguito la corona del martirio nel tempo della persecuzione di Massimiano. In Francia, in Italia, a Costantinopoli e per tutto l'Oriente gli vennero resi gli onori divini. Tanto era celebre il loro sepolcro pei miracoli, che alla città che lo possedeva venne commutato il nome di Rasafa in quello di Sergiopoli. (Tillemont, Mém. eccles. t. V, p. 491-496; Butler's Saints, vol. X, p. 155).
499. Evagrio (l. VI, c. 21) e Teofilatto Simocatta (l. V, c. 13, 14) ci hanno conservato e tramandato le lettere originali di Cosroe scritte in greco, sottoscritte di suo pugno, e successivamente inscritte su croci e tavole d'oro, deposte nella Chiesa di Sergiopoli; erano indirizzate al Vescovo di Antiochia qual Primate della Siria.
500. I Greci non dicono altro se non che era di stirpe romana e che aveva abbracciato il cristianesimo; ma i romanzi della Persia e della Turchia la significano figlia dell'Imperatore Maurizio: descrivono gli amori di Cosroe per Schirin e gli amori di Schirin per Ferhad, il più avvenente fra i giovinetti dell'Oriente (D'Herbelot, Bibl. Orient. p. 789, 997, 998).
501. Sono due Greci contemporanei, cioè Evagrio con uno stile conciso (l. XI, c. 16, 17, 18, 19) e Teofilatto Simocatta (l. III, c. 6-18; l. IV, c. 1-16; l. V, c. 1-15) diffusissimamente, che ci hanno lasciato la storia compiuta della tirannide di Ormuz, della ribellione di Bahram, della fuga e del restauramento di Cosroe. Tutti i successivi compilatori fra i quali Zonara e Cedreno non hanno fatto che copiare e compendiare; e gli Arabi cristiani fra i quali Eutichio (Ann. t. II, p 200-208) ed Abulfaragio (Dynast. p. 96-98), pare non abbiano che memorie particolari. Mirkond e Khondemir, i due famosi Storici persiani del decimoquinto secolo, non mi sono noti che per gli imperfetti estratti di Schikard (Tarikh, p. 150-155), di Texeira o piuttosto di Stevens (Hist. de Perse p. 182-186), d'un manoscritto turco tradotto dall'abate Fourmont (Hist. de l'Accad. des Inscript. t. VII, p. 325-334) e di Herbelot, ai vocaboli Hormouz (p. 457, 459), Bahram (p. 174), Kosrou Parviz (p. 996). Se avessi maggior fede nell'autorità di questi Scrittori Orientali, amerei che fossero più numerosi.
502. Chiunque voglia formarsi un'idea generale dell'orgoglio e della possanza del Cacano, legga Menandro (Excerpt. legat. p. 117,) e Teofilatto (l. I, c. 3, l. VII, c. 15) i cui otto libri sono di maggior onore al Capo degli Avari che all'Imperatore d'Oriente. Gli antenati di Bajano avevano assaggiato la liberalità di Roma, e Bajano sopravvisse al regno di Maurizio. (Du Buat, Hist. des Peuples Barbares, t. XI, p. 545). Il Cacano che fece un'irruzione in Italia, A. D. 611 (Muratori Annali, t. V, p. 305) era allora juvenili aetate florens. (Paolo Warnefrido, De gest. Langobard. l. VI, c. 38). Egli era il figlio o fors'anche il nipote di Bajano.
503. Teofilatto, l. 1, c. 5, 6.
504. Il Cacano si dilettava di far uso di questi aromati anche nel campo, e comandava che gli si presentassero Ινδικας καρυχιας e ricevette πεπρι και φυγγον Ινδων, κασιαν τε και τον λεγομενον κοσον. (Teofilatto, l. VII, c. 13). Gli Europei, delle età più rozze, consumavano nel mangiare e nel bere più aromi che non comporti la delicatezza di un moderno palato. Vie privée des Français, t. II, p. 162, 163.
505. Teofilatto, l. VI, c. 6; l. VII, c. 16. Lo Storico greco confessa la verità e l'aggiustatezza del rimprovero del Cacano.
506. Menandro (in Excerpt. legat., p. 126-132, 174, 175) ci riferisce il falso giuramento di Bajano e la resa di Sirmio; ma si è perduta la sua storia dell'assedio della quale Teofilatto parla con encomio (l. I, c. 3) το δ’οπως Μενανδρω τω περιφανει σαφως διηγορευται.
507. Vedi d'Anville, (Mém. de l'Accad. des Inscriptions t. XXVIII, p. 412-443). Costantino Porfirogenito nel decimo secolo faceva uso del nome di Belgrado che è schiavone, ed i Franchi nel nono secolo ai servivano della denominazione latina di Alba Graeca (p. 414).
508. Baronio, Ann. Ecc., A. D. 600, n. 1. Paolo Warnefrido (l. IV, c. 38) dà contezza dell'invasione degli Avari nel Friuli, e (c. 39) della schiavitù de' suoi antenati, A. D. 632. Gli Schiavoni valicarono il mare Adriatico, cum multitudine navium, e fecero una scorreria nel territorio Sipontino (c. 47).
509. Loro insegnò eziandio a far uso dell'Elepolis ossia della torre mobile (Teofilatto, l. II, c. 16, 17).
510. Gli eserciti e le alleanze del Cacano si estesero infino ai contorni d'un mare posto all'Occidente e lontano da Costantinopoli quindici mesi di cammino. L'imperatore Maurizio conversò con alcuni musici ambulanti di quel rimoto paese, e solo sembra che abbia preso una professione per una nazione (Teofilatto l. VI, c. 2).
511. Il conte di Buat fa qui una delle più verisimili e più luminose congetture (Histoire des Peuples barbares, t. XI, p. 546-568). I Tzechi ed i Serbi si trovano insieme confusi nei contorni del monte Caucaso, nell'Illirio e nella parte bassa dell'Elba. Pare che le più bizzarre tradizioni dei Boemi confermino la sua ipotesi.
512. Vedi negli storici Francesi Fredegario, t. II. p. 432. Bajano non faceva mistero dell'orgogliosa sua insensibilità. Οτι τοιουτους (e non τοσουτους, come si vorrebbe in una ridicola correzione) επαφησω τη Ρωμαικη, ως ει και συμβαιη γε σφισι θανατω αλωναι, αλλ’εμοι γε μη γενεσθαι συναισθησοιν.
513. Vedi in Teofilatto (l. V, c. 16, VI, c. 1, 2, 3) la spedizione ed il ritorno di Maurizio. Se questo scrittore dimostrato avesse o spirito o gusto, si potrebbe supporre che si fosse permessa una dilicata ironia; ma sicuramente Teofilatto non ha tanta malizia da rimproverarsi.