CAPITOLO LI.

Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel governo.

A. D. 632

La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione. Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini, che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso. L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi fuorusciti ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo, risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico, in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama, s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210]. Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia, privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.

Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano. Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra. Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio, acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri, e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a' più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati. Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de' Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.

Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de' successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti, ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia, pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que' giorni da' Monaci. La Biblioteca Orientale, di cui andiam debitori ad un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.

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I. Nell'anno primo del regno del primo Califfo, Caled, suo Luogo-tenente, Spada di Dio, e flagello degl'infedeli, s'inoltrò sino alle sponde dell'Eufrate, e sommise le città d'Anbar e di Hira. Una tribù d'Arabi sedentari s'era collocata su la frontiera del deserto, all'occidente delle ruine di Babilonia, e in Hira risedeva una stirpe di re che abbracciato avevano il cristianesimo, e che da più di sei secoli regnavano all'ombra del trono della Persia[224]. Da Caled fu sconfitto e morto l'ultimo de' principi Mondari; il suo figlio prigioniero fu mandato a Medina; i suoi Nobili piegarono le ginocchia davanti al successor di Maometto: fu sedotto il popolo dall'esempio e dalle vittorie de' suoi concittadini, e per primo frutto di sue conquiste ricevette il Califfo un annuo tributo di settantamila monete di oro. Sbalorditi rimasero i vincitori, e i loro storici ancora, da questo primo lampo di futura grandezza. «Nell'anno stesso, scrive Elmacin, diede Caled molte grandi battaglie: fece immensa strage d'infedeli, e un'innumerevole quantità di spoglie preziosissime cadde in balìa de' vittoriosi Musulmani»[225]. Ma all'invitto Caled sorvenne ben presto l'impegno della guerra di Sorìa: capitani meno operosi e meno avveduti diressero l'invasione della frontiera di Persia. Respinti furono con gran perdita i Saraceni al passo dell'Eufrate: è bensì vero che punirono l'insolenza de' Magi, ma fu poi ridotto il rimanente del loro esercito a vagare qua e là nel deserto di Babilonia.

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Per lo sdegno e pel timore rimasero alquanto tempo sopite le intestine turbolenze de' Persiani. Fu deposta Arzema loro regina per l'unanime voto dei sacerdoti e de' nobili: era essa il sesto degli usurpatori surti e scomparsi nello spazio di tre o quattro anni, dopo la morte di Cosroe e la ritratta di Eraclio. Ne fu data la corona a Yezdegerd, nipote di Cosroe, e per la coincidenza d'un periodo astronomico[226] è segnata in una guisa memorabile l'epoca della caduta totale della dinastia de' Sassanii, e della religione di Zoroastro[227]. Non contava il nuovo re che quindici anni, e dalla gioventù ed inesperienza sua fu persuaso a sottrarsi dal rischio d'una battaglia. Lo stendardo regio fu consegnato nelle mani di Rustam, generale del suo esercito, il quale da trentamila soldati che lo formavano, s'aumentò, dicesi, a centomila, sudditi, o alleati della Persia. I Musulmani, che dapprima eran dodicimila, pe' rinforzi ricevuti presentavano un corpo di trentamila combattenti; accampavano nelle pianure di Cadesia[228], e quantunque avessero meno teste, aveano più soldati che l'esercito irregolare degl'infedeli. Farò qui una osservazione cui mi verrà il taglio di rinnovare frequentemente: l'assalto degli Arabi non era, come quello de' Greci e de' Romani, l'urto d'una linea ben compatta e stretta di fanteria: cavalieri e arcieri erano il maggior nerbo delle loro forze, e non raro addiveniva che una battaglia, spesso interrotta e spesso rinnovata con zuffe corpo a corpo, e con iscaramuccio di fuggiaschi, potevasi prolungare per più giorni senza che vi fosse alcuna decisione di vittoria: con ispeciali denominazioni si distinguono i vari periodi della battaglia di Cadesia. Il primo s'appella la giornata del soccorso, a cagione di mille Siri che giunsero in tempo a soccorrere gli Arabi: la giornata della scossa indica senza altro il trambusto d'uno degli eserciti, e forse di entrambi: il terzo, nel quale seguirono gli assalti di notte, ha ricevuto il bizzarro titolo di notte del ruggito, a motivo delle grida discordi de' guerrieri, paragonate a' suoni inarticolati de' più feroci animali. La mattina susseguente decise la sorte della Persia, e una bufèra, sopraggiunta opportunamente, cacciò nembi di polvere negli occhi de' miscredenti. Il fragore dell'armi pervenne sino alla tenda di Rustam, il quale, ben diverso da un antico eroe così denominato, stavasi coricato mollemente ad un'ombra tranquilla, fra le salmerie del suo campo, e il numeroso seguito di muli carichi d'oro e d'argento. Al rumor del pericolo, si slanciò precipitosamente il generale fuori di quel luogo di riposo, ma, fermatolo nel fuggire ed afferratolo per un piede, un Arabo gli troncò la testa, e la portò in cima alla sua lancia nel campo di battaglia, ove disseminò la strage e il terrore nelle file più folte dell'esercito persiano. Confessano i Saraceni la perdita di settemila e cinquecento guerrieri; e descrivono con ragione la battaglia di Cadesia come ostinata ed atroce: tali sono le loro frasi[229]. Nel conflitto fu dagli Arabi portato via lo stendardo della monarchia, fatto del grembiale di cuoio d'un fabbro ferraio che s'era già sollevato al grado di liberatore della Persia; ma da una profusione di gemme era coperta e nascosta quasi del tutto questa insegna d'una eroica povertà[230]. Dopo questa vittoria la ricca provincia d'Irak, o dell'Assiria, si sottomise al Califfo, e per la fondazione di Bassora[231], piazza che domina sempre il commercio e la navigazion de' Persiani, furono prontamente assicurati i conquisti. Lungi ottanta miglia dal golfo, l'Eufrate e il Tigri si congiungono a formare una sola corrente ampia e retta, oggi chiamata giustamente la riviera degli Arabi. Bassora fu piantata su la sponda occidentale, a mezza strada fra la congiunzione e la foce de' due celebri fiumi. Ottocento Musulmani formarono la prima colonia; ma per la felice sua situazione divenne ben presto una florida e popolosa capitale. L'aria, comecchè sia eccessivamente calda, n'è pura e salubre; di palme e di truppe di bestiami sono coperti i prati all'intorno, e una delle valli del circondario è noverata fra i quattro paradisi, o giardini dell'Asia. Sotto i primi Califfi, stendeasi la giurisdizione di questa colonia Araba sino alle province meridionali della Persia; è stata consacrata la città dai sepolcri di parecchi compagni di Maometto, martiri dell'Islamismo; e non cessano i navili europei di frequentare il porto di Bassora, che apre una comoda stazione, e un passaggio al commercio dell'India.

Non ostante la battaglia perduta a Cadesia, poteva un paese, tagliato da fiumi e da canali, essere uno schermo insuperabile per la cavalleria de' vincitori, e le mura di Ctesifone e di Modano, che avevano ributtato le macchine romane, non potevano essere abbattute da' dardi Musulmani; se non che fu determinata la rovina de' Persi dall'opinione che giunto fosse l'ultimo giorno per la religione e l'impero loro: i posti più forti furono, dalla vigliaccheria o dal tradimento di chi li guardava, abbandonati: e il re, seguitato da una porzione della famiglia e da' suoi tesori, ricoverossi in Holwan, alle falde de' colli della Media. Nel terzo mese dopo la battaglia, Said, luogotenente d'Omar, varcò senza ostacolo il Tigri: la capitale della Persia fu presa d'assalto, nè valse la disordinata resistenza popolare che a crescer l'impeto de' colpi de' Musulmani, che con religioso trasporto esclamavano: «Ecco il palazzo bianco di Cosroe; ecco adempiuta la promessa dell'appostolo di Dio». Improvvisamente la miseria de' masnadieri del deserto cangiossi in una ricchezza, che sorpassava ogni loro speranza, ogni idea. Ciascheduna camera di quel palazzo mostrava un nuovo tesoro, o celato con arte, o esposto alla vista con grande sfarzo: l'oro, l'argento, i mobili, le vestimenta preziose vinsero di gran lunga, a detta d'Abulfeda, tutti i calcoli dell'immaginazione, o la estensione de' numeri; ed un altro storico porta la somma inaudita, e quasi infinita di quelle favolose ricchezze, a tremila migliaia di milioni di pezze d'oro[232]. Qualche piccolo fatto, ma che alletta la curiosità, dimostra chiaramente il contrapposto della ricchezza coll'ignoranza. Racchiudea la città gran provvigione di canfora[233] venuta dalle lontane isole dell'oceano Indiano, la quale doveva essere mescolata alla cera che serve a illuminare i palazzi d'oriente. Non conoscendo nè la proprietà, nè il nome di quella gomma odorosa, i Saraceni la credettero sale, ne misero nel pane, e stupirono a sentirne l'amarezza. Un tappeto di seta, lungo sessanta cubiti e largo altrettanto, ornava un appartamento del palazzo, e rappresentava un paradiso, o giardino, con fiori, frutta, arboscelli ricamati in oro, o raffigurati con pietre preziose, e il tutto circondato da un contorno verde variato da più colori. Il generale Arabo, persuaso con ragione che il Califfo potrebbe mirar con piacere questo bel lavoro della natura e dell'arte, indusse i soldati a rinunciare questa parte di bottino. Il rigido Omar, senza por mente a' pregi dell'arte e della regia magnificenza che sfoggiavano in quella composizione, ne distribuì i frammenti a' suoi fratelli di Medina. Il disegno fu distrutto; ma tanto era il valore della materia, che la sola porzione d'Alì fu venduta ventimila dramme. Fu arrestato un mulo che trasportava la tiara e la corazza, la cintura e i braccialetti di Cosroe, e questo bel trofeo venne offerto al comandante de' fedeli: i più gravi de' suoi compagni non contennero le risa guardando la barba bianca, le braccia pelose e la goffa figura di quel vecchio soldato adorno delle spoglie del gran re[234].

Dopo il saccheggio di Ctesifone, questa città ben presto abbandonata andò a poco a poco in rovina. Non piaceva a' Saraceni nè l'aria, nè la situazione, e ad Omar fu consigliato da un suo generale di portar la sede del governo su la riva occidentale dell'Eufrate. Furono in ogni tempo e facili e pronte la fondazione e la rovina delle città d'Assiria. Manca il paese di legname da costruzione e di pietre: i più solidi edificii[235] son di mattoni cotti al sole, e uniti con un cemento di bitume che si trova nel paese. Il nome di Cufa[236] non può dare altra idea che d'una abitazione fabbricata di canne e di terra; ma una ricca, numerosa e brava colonia di veterani popolava allora quella nuova capitale, e la facea ragguardevole: i Califfi più saggi, per tema di provocare a sedizione centomila guerrieri, ne tolleravano le licenziose abitudini. «Abitanti di Cufa, diceva Alì nel domandarne il soccorso, vi siete sempre segnalati in valore. Avete vinto il re di Persia, e teneste sperperate le sue forze sino al giorno in cui vi insignoriste del suo retaggio». Le battaglie di Jalula e di Nehavend poser termine a sì gran conquisto. Perduta la prima, Yezdegerd non si credette più sicuro in Holvan; andò a celare la sua vergogna e la disperazione nelle montagne del Farsistan, da cui Ciro era disceso co' suoi prodi campioni, allora suoi eguali. Al coraggio del monarca sopravvisse quello della nazione; in mezzo alle colline meridionali di Ecbatana, ossia Hamadan, cento cinquantamila Persiani tentarono un terzo ed ultimo sforzo per difendere la religione e il paese nativo, e gli Arabi alla battaglia decisiva, accaduta in Nehavend, posero il nome di vittoria delle vittorie. Se è vero che il general Persiano fosse preso in mezzo ad una truppa di muli e di cammelli carichi di mele che lo avea fermato nella sua fuga, questo accidente, per quanto possa comparirci leggiero o singolare, giova ad indicarci quali inciampi[237] dovesse soffrire nel suo cammino un esercito d'oriente dal lusso che l'accompagnava.

A. D. 637-651

E Greci, e Latini parlarono molto imperfettamente della geografia della Persia; ma pare che le sue città più celebri sieno anteriori all'invasione degli Arabi. La conquista di Hamadan e di Ispahan, di Casvino, di Tauride e di Rei, venne avvicinando a poco a poco questi vincitori alle rive del mar Caspio, e gli oratori della Mecca ebbero campo di celebrare i trionfi e il valor de' fedeli, i quali avean già perduta di vista l'Orsa settentrionale, e trapassato quasi i limiti del Mondo abitato[238]. Volgendosi di poi alla parte dell'occidente dell'impero Romano, varcarono di nuovo il Tigri sul ponte di Mosul, e in mezzo alle province prigioniere dell'Armenia e della Mesopotamia abbracciarono i loro concittadini dell'esercito di Sorìa, i quali avevan pure ottenuto grandi vittorie. Dal palagio di Modano si incamminarono di bel nuovo verso oriente, e non furono nè meno rapidi, nè meno estesi i loro progressi. Si inoltrarono lungo il Tigri, e il golfo di Persia, e, valicate le gole delle montagne, sboccarono nella vallata di Estachar, ossia Persepoli, e profanarono l'ultimo santuario dell'impero dei Magi. Credè il nipote di Cosroe d'essere sorpreso fra le colonne che crollavano e fra le statue mutilate, miseri emblemi della passata e della presente fortuna persiana[239]; attraversò fuggendo colla massima celerità il deserto di Kirman; implorò l'aiuto dei bravi Segestani, e andò in traccia d'un oscuro ricovero sulla frontiera dell'impero dei Turchi e di quel dei Cinesi: ma un esercito vittorioso non teme fatica: divisero gli Arabi le forze loro per inseguir da ogni lato il timoroso nemico, e dal Califfo Othmano fu promesso il governo di Korasan al primo generale, che penetrato avrebbe in quella contrada vasta e popolosa, già regno un tempo della Battriana. Fu accettata la condizione, e meritato il premio: fu piantato lo stendardo di Maometto sulle mura di Herat, Merou, e Balch, e il general vincitore non si riposò se non dopo che i suoi cavalli, fumanti di sudore, si furono dissetati nelle correnti dell'Oxo. Nella generale anarchia i governatori delle città e delle castella, divenuti independenti, ottennero capitolazioni speciali; dalla stima, dalla prudenza o dalla pietà dei vincitori ne furon dettati gli articoli, e secondo la rispettiva professione di fede, il vinto rimase loro concittadino o loro schiavo. Harmozan, principe di Ahvah e di Susa, dopo un'ardita difesa fu astretto a cedere la sua persona e i suoi Stati in balìa del Califfo. Il loro abboccamento darà a conoscere i costumi degli Arabi. Quando questo voluttuoso Barbaro fu d'avanti ad Omar, ordinò il Califfo che fosse spogliato delle sue vesti di seta ricamate in oro, e della tiara tempestata di rubini e di smeraldi: «Adesso, disse il vincitore al suo prigioniero, riconoscete voi il decreto di Dio, e il diverso trattamento che si compete alla sommessione ed alla infedeltà?» «Oimè! rispose Harmozan, non me ne accorgo che troppo. Nei giorni della nostra comune ignoranza noi combattevamo con armi terrene, e la mia nazione ebbe vittoria. Allora Iddio stava neutrale; dopo che ha sposata la vostra causa, egli ha rovesciato il regno, e la religione nostra». Stanco di questo noioso dialogo si lagnò il Persiano d'una gran sete che soffriva; ma diede a divedere il timore d'essere ucciso nell'atto di bere. «Non abbiate timore, gli disse il Califfo, la vostra vita è sicura sinchè abbiate bevuto di quell'acqua». L'astuto Satrapo gli rendè grazie per quella promessa, e nel punto stesso gettò a terra il vaso dell'acqua. Voleva Omar castigare la sua superchieria, ma gli ricordarono i Musulmani la santità del giuramento, e quindi, con la sua pronta conversione alla religione di Maometto, acquistò Harmozan non solamente un diritto al perdono, ma ben anche un assegno di duemila pezze d'oro. Per regolare la buona amministrazione della Persia si fece un'enumerazione del popolo, del bestiame e dei frutti della terra[240]. Se questo monumento, che ci prova la vigilanza dei Califfi, fosse giunto a noi sarebbe utile ai filosofi di tutti i secoli[241].

A. D. 651

Yezdegerd s'era trasferito fuggendo oltre l'Oxo, e sino a Jaxarte, due fiumi[242] notissimi agli antichi e ai moderni, e che scendono dalle montagne dell'India alla volta del mar Caspio; egli fu con molta ospitalità accolto da Tarkhan, principe della Fargana[243], provincia fertile alle sponde dell'Jaxarte. Tanto il re di Samarcanda che le geldre turche della Sogdiana e della Scizia furono commosse dalle querele e dalle promesse del monarca deposto; e lo sventurato principe implorò l'amicizia assai più ferma e potente dell'imperator della Cina[244]. Il virtuoso Taitsong[245], primo re della dinastia dei Tang, può giustamente essere paragonato agli Antonini; viveva il suo popolo nella pace e nella prosperità, e quarantaquattro tribù di Tartari obbedivano alle sue leggi. Cashgar e Khoten, guarnigioni delle sue frontiere, mantenevano comunicazioni frequenti con le popolazioni che abitavano le sponde dell'Jaxarte e dell'Oxo. Da una colonia di Persiani, stanziatasi recentemente nella Cina, era stata colà introdotta la astronomia dei Magi, e potè Taitsong essere sbigottito dai rapidi progressi, e dalla pericolosa vicinanza degli Arabi. L'autorevole credito, e forse i soccorsi del governo Cinese ravvivarono lo speranze di Yezdegerd, non che lo zelo degli adoratori del fuoco, ed egli s'avanzò con un esercito di Turchi a riconquistare il reame de' suoi padri. Senza sguainare la spada godettero i fortunati Musulmani lo spettacolo della sua sconfitta e morte. Il nipote di Cosroe fu tradito da un servo, insultato dai ribelli abitanti di Merou, e assalito, disfatto, inseguito dai Tartari che egli avea presi per alleati. Giunto alla sponda d'un fiume pregò un mugnaio perchè lo portasse nel suo battello all'altra riva, e gli offerse le anella e i braccialetti che aveva: inetto a comprendere, o a sentir le disgrazie d'un re, quel rozzo uomo gli rispose, che il suo mulino gli fruttava al giorno quattro dramme d'argento, e che non abbandonerebbe il suo guadagno se non nel caso di un sufficiente compenso. Questo momento di esitazione e di ritardo diede agio alla cavalleria turca per arrivare e trucidare l'ultimo re di Sassania[246], che allora contava il decimonono anno dell'infelice suo regno. Firuz, suo figlio, umile cortigiano dell'imperator della Cina, accettò l'impiego di capitano delle sue guardie, e da una colonia di Persiani che si collocò nella provincia di Bucaria, vi fu conservata per lungo tempo la religione dei Magi. Suo nipote ereditò il titolo di re; ma dopo un debole, ed infruttuoso tentativo se ne ritornò nella Cina, e finì la vita nel palazzo di Sigan. Così s'estinse la linea mascolina de' Sassanidi; ma le prigioniere del sangue reale di Persia furono date ai vincitori per ischiave, o spose, e da queste illustri madri fu nobilitato il sangue dei Califfi, e degli Imani[247].

Distrutto il reame di Persia l'impero dei Saraceni non si disgiunse più da quello dei Turchi che per la riviera dell'Oxo. Non andò guari, che questo stretto confine fu tolto dal valore degli Arabi: a poco a poco i governatori del Korasan estesero le scorrerie, ed una vittoria valse loro la conquista di un coturno che una regina de' Turchi lasciò cadere mentre precipitosamente fuggiva al di là delle colline di Bochara[248]; ma la conquista definitiva della Transoxiana[249], come quella della Spagna, era serbata al regno glorioso dell'inerte Valid; ed il nome di Catibah, che significa un condottier di cammelli, indica la condizione e il merito d'un generale che soggiogò queste due regioni. Nel mentre che uno de' suoi colleghi per la prima volta inalberava lo stendardo de' Musulmani sulle rive dell'Indo, sottomettea Catibah alla religione del Profeta, e all'impero del Califfo le vaste contrade chiuse fra l'Oxo, l'Jaxarte, e il mar Caspio[250]. Gli infedeli furono obbligati ad un tributo di due milioni di pezze d'oro; furono arsi o messi in pezzi i lor idoli; il capitan Musulmano pronunciò un discorso nella nuova moschea di Carizma; dopo molti combattimenti le masnade turche furono respinte fino al deserto, e dagli imperatori della Cina si chiese l'amicizia degli Arabi vincitori. Debbesi attribuire in gran parte all'industria loro la fertilità di quella provincia, che era la Sogdiana degli antichi: ma dopo il regno dei re Macedoni si conosceano i vantaggi del suo territorio e del clima, e se ne traeva profitto. Prima dell'invasione dei Saraceni, Carizma, Bochara e Samarcanda erano città ricche e popolose, soggette ai pastori del settentrione. Le contornava un doppio muro, e un muro esterno chiudeva i campi e i giardini che al distretto appartenevano delle città. Dai negozianti della Sogdiana si fornivano tutte le merci che l'India e l'Europa abbisognavano, e dalle fabbriche di Samarcanda si è diffusa in occidente quell'arte inestimabile che trasforma i cenci di lino in carta[251].

A. D. 632

II. Abubeker dopo avere rimessa l'unità della fede e del governo, scrisse a tutte le tribù Arabe questa lettera: «Nel nome del Dio misericordioso, salute e prosperità al resto de' veri credenti, e le benedizioni del cielo siano con voi. Io lodo il Dio onnipotente, e prego pel suo profeta Maometto. — Vi do avviso che io intendo di mandare i veri credenti nella Sorìa[252] per toglierli dalle mani degli infedeli, ed ho voluto ammonirvi, che il combattere per la religione è un atto d'ubbidienza al volere di Dio». Ritornarono i suoi inviati annunciando il pio e guerriero ardore onde avevano infiammate tutte le province, e si videro giugnere successivamente al campo di Medina le intrepide turbe dei Saraceni, gloriosi di marciare alla guerra, che si lagnavano del calor della stagione, e della penuria di vittovaglie, e che con impazienti mormorazioni accusavano la lentezza e gli indugi del Califfo. Come tosto fu compiuto l'armamento, salì Abubeker sopra una collina, fece la rassegna degli uomini, dei cavalli, e delle armi, ed orò fervorosamente al cielo pel buon esito dell'impresa. Coll'esercito e a piedi camminò tutto il primo giorno; e quando i capitani per riverenza vollero smontar da cavallo egli ne dissipò gli scrupoli dicendo, avere ugual merito chi marciava a cavallo e chi a piedi in servigio della religione. Le sue istruzioni[253] ai generali dell'armata di Sorìa furono dettate da quel fanatismo guerriero che corre a conquistare oggetti di mondana ambizione, affettando di non curarli. «Sovvengavi, disse loro il successor del Profeta, che siete sempre alla presenza di Dio, e alla vigilia della morte; pensando alla certezza del giudizio, e sperando il paradiso, guardatevi dalla ingiustizia e dall'oppressione. Deliberate co' vostri fratelli, e ingegnatevi di mantenervi l'amore e la fiducia dei vostri soldati. Quando combatterete per la gloria di Dio operate da uomini, senza volger le spalle; ma la vostra vittoria non si lordi del sangue delle donne, nè dei fanciulli. Non distruggerete le palme, non arderete i campi di biada: non abbatterete mai gli alberi fruttiferi, nè farete danno ai bestiami, trattine quelli che ucciderete per cibarvi. Quando accorderete un trattato, o una capitolazione, siate solleciti d'adempierne gli articoli, e sinceri come la vostra parola. Nel procedere avanti incontrerete persone religiose che vivono in monasteri, e si elessero questa maniera di servire Iddio. Lasciatele in pace, non le uccidete, nè distruggete i loro monasteri[254]: troverete un altra classe d'uomini che appartengono alla sinagoga di Satanasso, ed hanno la testa rasa in cerchio[255]: non mancate di fendere a questi il cranio e di negar loro quartiere, sempre che non vogliano divenir Maomettani o pagare il tributo». I trattenimenti profani o frivoli, e quanto potesse ricordare antiche dispute, erano fra gli Arabi severamente vietati: sin nei tumulti de' campi attendevano assiduamente agli esercizi di religione, consacrando gli intervalli di riposo alla preghiera, alla meditazione, e allo studio del Corano. L'abuso, od anche l'uso del vino era punito con ottanta bastonate sulla pianta de' piedi, e nel fervore dei primi tempi si videro peccatori ignoti che rivelavano i propri falli, e ne chiedevano la punizione. Dopo qualche incertezza, il comando dell'esercito di Sorìa fu conferito ad Abu-Obeidah uno de' fuggiaschi della Mecca, e de' compagni di Maometto. Dalla somma dolcezza e bontà della sua indole veniva raddolcito il suo zelo e la sua divozione, senza che si indebolissero per questo; ma tosto che la guerra si faceva terribile, i soldati invocavano il genio superiore di Caled; e, comunque fosse la scelta del principe, era sempre nel fatto e nella opinione la Spada di Dio il primo generale dei Saraceni. Questo Caled sì rinomato ubbidiva per altro senza ripugnanza, ed era consultato senza gelosia; tale era la sommessione di questo guerriero, o piuttosto la consuetudine del suo tempo, che si dichiarava pronto a servire sotto la bandiera della fede, quand'anche fosse fra le mani d'un fanciullo, o di un nemico. Certo è che al Musulmano vittorioso erano promesse gloria e dovizie; ma si aveva avuto premura di ripetergli, che se cercava nei beni di questo Mondo i soli moventi delle sue azioni, quei soli ne sarebbero il guiderdone.

La vanità romana aveva onorato del nome di Arabia[256], tra le quindici province della Sorìa, quella che racchiudeva i terreni coltivati all'oriente del Giordano, e parve che da una specie di diritto nazionale rimanessero giustificate le prime invasioni dei Saraceni. Si arricchiva questo Cantone coi frutti d'un traffico variato: era stata cura degli imperatori di coprirlo con una serie di Fortezze, ed era almeno sicuro da una sorpresa per la solidità delle mura di Gerasa, Filadelfia e Bosra[257]. Quest'ultima era la decima ottava stazione dopo Medina: ne conoscevan benissimo il cammino le carovane di Hejaz e dell'Irak, le quali ogni anno concorrevano a quel mercato, abbondantemente provveduto delle produzioni della provincia e del deserto. I timori perpetui che dava la vicinanza degli Arabi aveano avvezzato gli abitanti all'uso dell'armi, e dodicimila cavalieri potevano uscire delle porte di Bosra, nome che, nell'idioma siriaco, significava una torre munita. Quattromila Musulmani, incoraggiati dai primi trionfi contro le borgate aperte e le fanterie leggiere dei confini, osarono assaltare la Fortezza di Bosra dopo averle intimata la resa; ma furono oppressi dalla moltitudine dei Siri e sarebbero periti tutti se Caled non giungeva in aiuto con mille e cinquecento cavalli. Il quale biasimò quella impresa, rimise l'eguaglianza nel conflitto, liberò il suo amico, il venerando Serjabil, che indarno invocava l'unità di Dio e le promesse dell'appostolo. Dopo un breve riposo fecero i Musulmani le loro abluzioni con una sabbia la quale supplì alle veci dell'acqua[258], e Caled recitò l'orazione della mattina prima che montassero a cavallo. Il popolo di Bosra, confidando nelle proprie forze, aperse le porte, ordinò l'esercito nella pianura, e giurò di morire per la difesa della religione. Ma una religion di pace non potea resistere a quel grido forsennato: «alla battaglia! alla battaglia! Il paradiso! Il paradiso!» che da ogni parte risonava fra le schiere de' Saraceni: il trambusto della città, il suono delle campane[259], le esclamazioni dei preti e dei monaci raddoppiavano lo spavento e la confusione dei Cristiani. Non perdettero gli Arabi che dugentotrenta uomini, e rimasero padroni del campo di battaglia: sin per invitare l'aiuto del cielo, o quel della terra, furon coperte le mura di Bosra con croci benedette, e con bandiere consacrate. Romano, governatore di questa città, aveva sin dai primi momenti condotto a sommessione gli abitanti; deposto dal popolo, che lo spregiava, ardeva di voglia di vendicarsi, e ne avea per disgrazia i modi. In un abboccamento notturno che egli ebbe cogli emissari di Caled gli avvisò d'un passaggio fatto sotto la sua casa, il quale si prolungava fuori della Piazza; il figlio del Califfo e cento volontari si fidarono della parola di Romano, e con una fortunata intrepidezza apersero una strada facile al rimanente de' Saraceni. Poichè Caled ebbe determinato la servitù ed il tributo cui doveano soggiacer gli abitanti, Romano, apostata o convertito, si diè vanto nell'assemblea popolare di quel tradimento così meritorio agli occhi della nuova sua religione. «Io rinuncio, soggiunse egli, alla vostra società in questo Mondo e nell'altro: rinnego colui che fu crocifisso e i suoi adoratori; eleggo Iddio per mio padrone, l'Islamismo per mia religione, la Mecca per mio tempio, i Musulmani per miei fratelli, e riconosco per mio profeta Maometto mandato sulla terra per guidarci alla via della salute, e per glorificare la vera religione a dispetto degli uomini che danno colleghi a Dio».

A. D. 633

Non era Bosra lontana da Damasco[260] se non quattro giornate, e la brama di conquistarla animò gli Arabi ad assediare l'antica capitale della Sorìa[261]. Posero campo a qualche distanza dalle mura fra i boschetti e le fontane di quel dilettevole luogo[262]; e proposero a' cittadini pieni di coraggio, e già rinforzati da cinquemila Greci, la solita alternativa di sommettersi al Maomettismo, al tributo, o alla guerra. Nella decadenza del pari che nell'infanzia dell'arte militare, anche i generali stessi hanno soventi volte offerto ed accettato disfide[263]. Più d'una lancia si ruppe nella pianura di Damasco, e alla prima sortita degli assediati segnalossi Caled col suo valor personale. Aveva già dopo una zuffa ostinata abbattuto e fatto prigioniero un dei campioni cristiani, che per la statura e l'intrepidezza era un avversario degno di lui; nel tempo stesso prese un cavallo fresco datogli dal governatore di Palmira, e corse frettoloso alla prima linea del suo esercito: «Riposatevi un poco, gli disse Derar suo amico, e permettetemi di fare le vostre veci: troppo vi siete stancato nella lotta contro quel cane di cristiano. — Oh Derar, risposegli l'istancabile Caled, ci riposeremo poi nel Mondo avvenire: chi fatica oggi si riposerà domani». Collo stesso ardore rispose alla disfida d'un altro campione; lo battè e lo rovesciò pure sulla polvere, e indispettito pel rifiuto che fecero questi due prigionieri d'abbandonare la propria religione ne fece gettar le teste nella città. Dal cattivo esito di molti fatti generali e particolari, furono obbligati gli abitanti di Damasco di tenersi coperti dietro le mura. Un messaggiero calato giù dai bastioni rientrò nella città colla promessa d'un potente rinforzo che sarebbe giunto fra poco. Ne furon ben presto avvisati gli Arabi dal tumulto di gioia suscitato da questa nuova. Dopo vari dibattimenti risolvettero i generali di levare, o piuttosto sospendere, l'assedio, sinchè non avessero data battaglia alle forze dell'imperatore. Volea Caled nella ritratta collocarsi al retroguardo, cioè nel sito più pericoloso; pur lo cedette modestamente ai desiderii d'Abu-Obeidah: ma nel punto del maggior rischio volò in aiuto del suo compagno fortemente stretto da seimila cavalieri, e da diecimila fanti sortiti dalla città, dei quali non rimase che un ben piccolo drappello che andasse a raccontare a Damasco le circostanze della loro sconfitta. Questa guerra diveniva assai rilevante per non esigere la riunione dei Saraceni dispersi sulle frontiere della Sorìa, e della Palestina: riferirò qui una delle lettere circolari inviate per questo oggetto ai vari governatori, ed era diretta ad Amrou, quegli che soggiogò di poi L'Egitto. «Nel nome di Dio misericordioso, Caled ad Amrou, salute e felicità. Sappi che i Musulmani tuoi fratelli han fatto disegno di trasferirsi in Aiznadin, ove sta un esercito di settantamila Greci, i quali intendono di marciar contro di noi per estinguere colla lor bocca la luce di Dio: ma Dio conserva la sua luce a dispetto degli infedeli[264]. Tosto che questa lettera sarà consegnata alle tue mani vieni seguitato da coloro che sono con te ad Aiznadin, ove, se così piace al massimo Iddio, ci troverai». Furono con gioia eseguiti gli ordini di Caled, e i quarantacinquemila Musulmani, che arrivarono nello stesso giorno e nello stesso luogo, attribuirono al favor della Providenza gli effetti del loro zelo, e della loro prontezza.

Quattro anni dopo i trionfi della guerra persiana fu turbata la quiete d'Eraclio e dell'impero da un nuovo nemico, e da una religione della quale sentivano troppo i Cristiani d'oriente le conseguenze senza comprenderne chiaramente i dogmi. L'invasion della Sorìa, la perdita di Bosra, e l'assedio di Damasco risvegliarono l'imperatore nella sua reggia di Costantinopoli o di Antiochia. Settantamila soldati, tanto veterani che di nuova leva, si raccolsero in Hems, o Emesa, sotto gli ordini di Werdan[265] suo generale, e queste squadre, quasi tutte composte di cavalleria, potevano egualmente denominarsi Sire, Greche o Romane; Sire a cagion del luogo d'onde eran tratte, o del teatro della guerra: Greche per la religione, o la lingua del sovrano: Romane per la nobile denominazione profanata mai sempre dai successori di Costantino. Werdan, montato sopra una mula bianca ornata di catene d'oro, e circondato da bandiere e stendardi, attraversava la pianura di Aiznadin, quando gli venne veduto un guerriero feroce e seminudo, che andava a scoprire il nemico, ed era Derar guidato dal fanatismo del secolo e della nazione, la quale ha forse troppo esagerato questo atto di valore. Odio del cristianesimo, avidità di saccheggio, non curanza di pericolo eran queste le passioni dominanti dell'ardito Saraceno; la vista della morte non indeboliva mai la sua fiducia religiosa, mai non ne turbava la tranquilla intrepidezza, e non potea nemmeno impedire le naturali e facete arguzie della sua giovialità marziale; col coraggio e colla prudenza riuscivano a bene le sue imprese più disperate. Dopo aver corsi innumerevoli rischi, dopo essere stato tre volte in balìa degli infedeli, superò tutti i pericoli, ed ebbe la sua parte nei guiderdoni della conquista di Sorìa. Nella qual occasione resistè, ritirandosi, all'assalto di trenta Romani che Werdan mandò contro lui, e dopo averne uccisi o scavalcati diecissette tornò sano e salvo al campo dei Musulmani, che ne applaudivano la prodezza. Avendolo il suo generale gentilmente rimproverato della temerità che aveva dimostrata, egli se ne scusò colla semplicità di un soldato. «Non io cominciai quell'assalto, egli disse; vennero essi per prendermi, ed io avea timore che mi vedesse Iddio volger le spalle agli infedeli. Ma daddovero io mi battea di buona voglia, e sicuramente Iddio è venuto in mio soccorso. Senza la tema di mancare ai vostri ordini non sarei tornato sì presto, e veggo di qua che coloro cadranno fra le nostre mani». Un Greco, venerando per la canizie, si fece avanti in mezzo ai due eserciti, e offerse una pace che sarebbe liberalmente pagata: dichiarò che se i Saraceni si ritiravano avrebbe ogni soldato in dono un turbante, una veste, e una moneta d'oro, il generale dieci vesti e cento monete d'oro, e cento vesti e mille monete d'oro il Califfo. Un sogghigno disdegnoso fu la risposta di Caled. «Cani di cristiani sapete già quale alternativa vi si concede; sottomettetevi al Corano, pagate un tributo, o venite a combattere. Noi ci dilettiamo della guerra, e la preferiamo alla pace; abbiamo a schifo le vostre misere limosine, poichè presto saremo padroni delle vostre ricchezze, delle famiglie, e delle persone vostre». Con tutte queste sembianze di dispregio, sentiva forte il pericolo in cui si trovavano i Musulmani. Quei sudditi del Califfo che erano stati in Persia, e veduto avevano gli eserciti di Cosroe, confessavano che mai non s'era presentato ai loro sguardi un esercito più formidabile. L'astuto Saraceno trasse dalla superiorità del nemico l'argomento da riscaldare di più il valor dei soldati. «Voi vedete a fronte, egli disse, tutte congiunte le forze de' Romani. Non vi rimane speranza di camparne; ma potete in un sol giorno conquistare la Sorìa; l'evento dipende dalla disciplina e dalla pazienza vostra. Riservate il vostro valore a questa sera. Le vittorie del Profeta succedeano di sera». Il nemico attaccò successivamente per due volte, e sostenne Caled con calma e fermezza i dardi romani, e le mormorazioni del suo esercito. Finalmente quando s'avvide essere omai esinanite le forze e i turcassi de' nemici, diede il segnale della carica, e della vittoria. Gli avanzi dell'esercito imperiale fuggirono in Antiochia, in Cesarea, in Damasco, e si consolarono i Musulmani della perdita di quattrocentosettanta uomini, ripensando d'aver mandato all'inferno più di cinquantamila infedeli. Difficil cosa sarebbe valutare il bottino di quella giornata: si impadronirono i Saraceni di gran quantità di bandiere, di croci, di catene d'oro e d'argento, di pietre preziose e d'una immensa farragine di armature e di vestimenta di gran valore. Si differì la generale distribuzion della preda sino al tempo che sarebbe presa Damasco; ma di grande utilità furono le armi che divennero nuovi istrumenti di vittoria. Si spedirono al Califfo queste gloriose notizie, e le tribù Arabe, che apparivano le più insensibili o le più avverse alla mission di Maometto, domandarono con grande ardore la grazia di partecipare alle spoglie della Sorìa.

Il dolore, e la costernazione portarono tostamente a Damasco quei tristi ragguagli, e dall'alto delle mura miravano gli abitanti il ritorno degli eroi di Aiznadin. Amrou capitanando diecimila cavalieri formava la vanguardia. Le schiere dei Saraceni venivano l'una dopo l'altra con un apparato spaventevole, e nel retroguardo stava Caled preceduto dallo stendardo dell'Aquila Nera. Il quale aveva all'attività di Derar affidato l'impegno di fare la ronda intorno la città con duemila cavalieri, di sgombrar la pianura e di intercettare i soccorsi, o le lettere che si volessero mandare alla Piazza. Gli altri capitani Arabi furono postati davanti le sette porte, e con nuovo vigore e nuova fiducia l'assedio ricominciò. Nelle fortunate ma semplici fazioni de' Saraceni, raro è che si scontri l'arte, la fatica e le macchine di guerra de' Greci e de' Romani; colla persona de' guerrieri anzichè colle trinciere investivano una città; si contentavano a respingere le sortite degli assediati, avventuravano una sorpresa o un assalto, ovvero aspettavano che la penuria, o qualche sedizione mettesse in lor balìa una Fortezza. Volea Damasco sottomettersi dopo la battaglia d'Aiznadin, considerandola come una sentenza definitiva pronunciata contro l'imperatore in vantaggio del Califfo; ma l'esempio e l'autorità di Tommaso, nobile greco, che in una condizione privata divenne illustre per la sua alleanza con Eraclio[266], le rendettero il coraggio. Dal tumulto e dalla illuminazione notturna ebbero ad avvedersi gli assedianti che la città preparava una sortita per la punta del giorno, e benchè l'eroe cristiano fingesse di spregiare il fanatismo degli Arabi, ricorse anch'esso agli spedienti d'una superstizione consimile. Fece innalzare un gran Crocifisso davanti la porta principale alla vista de' due eserciti, vennero in processione il Vescovo ed il Clero, e deposero il Nuovo Testamento ai piedi dell'immagine di Gesù Cristo; e le due parti furono secondo la rispettiva credenza edificate, o scandolezzate da una orazione diretta al figlio di Dio, perchè difendesse i suoi servi e la verità della sua legge. Furiosi furono i combattimenti, e la destrezza di Tommaso[267], il più bravo degli arcieri, avea costata la vita ai Saraceni più prodi, quando una eroina valse finalmente a vendicarne la morte. La moglie di Aban, che in quella guerra santa accompagnava il marito, se lo strinse fra le braccia nel punto che spirava per le sue ferite, dicendogli: «Beato te, beato te caro amico, tu vai a raggiugnere il tuo padrone che ci aveva uniti, ed ora ci separa. Io vendicherò la tua morte, e farò quanto dipenderà da me per venire al luogo ove tu vai. D'ora innanzi nessun uomo più mi toccherà, perchè mi sono consacrata al servigio di Dio». Senza mandar un gemito, senza versare una lagrima lavò il cadavere dello sposo, e colle usate cerimonie lo seppellì. Adempiuto che ella ebbe il tristo ufficio, vestì le armi del marito, a maneggiar le quali s'era nel suo paese avvezzata, e il suo intrepido braccio corse a cercare l'uccisore di Aban, che stava combattendo nel più forte della mischia. Col primo strale ferì la mano dell'alfiere di Tommaso, col secondo trapassò l'occhio al capitano, e i Cristiani sbigottiti non videro più nè il loro stendardo, nè il generale. Nulla di meno non volle il generoso difensor di Damasco ritrarsi al suo palazzo; gli fu curata la piaga sulle mura, continuò la zuffa fino a sera, e i Siri stettero sotto le armi sino a giorno. Nel più fitto della notte un colpo della campana grande diede il segnale; si spalancarono le porte, ognuna delle quali vomitò uno sciame di guerrieri che impetuosamente si scagliarono sul campo dei Saraceni addormentati. Caled fu il primo a pigliar l'armi, e corse con quattrocento cavalli al luogo del pericolo; a quest'uomo insensibile corsero le lagrime sul viso quando esclamò: «oh Dio, che non dormi mai, getta un'occhiata su tuoi servi, e non abbandonali in mano dei lor nemici». La presenza della Spada di Dio arrestò il valore e il trionfo di Tommaso; non così tosto ebbero conosciuto i Musulmani il pericolo, che tornarono alle loro file, e caricarono ai fianchi ed a tergo gli assalitori. Dopo aver perduto soldati a migliaia, il general cristiano si ritirò con un sospiro di disperazione, e le macchine di guerra piantate sulle mura contennero i Saraceni dall'inseguire.

A. D. 634

Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah. Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità, che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere, esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai fedeli la fatica di combattere. — Ed io, rispose irritato Caled, non sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.» Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria, e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte, alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici, soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar. Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo inesorabile di Caled; contese egli agli abitanti di Damasco la proprietà d'un magazzino di biada; si ingegnò di privar la guarnigione dei beneficii del trattato: con ripugnanza permise ai fuggiaschi d'armarsi d'una spada, d'una lancia o d'un arco, e dichiarò aspramente che dopo tre giorni potrebbono i suoi soldati inseguirli, e trattarli da nemici de' Musulmani.

La passione d'un giovane Siro fu il compimento della rovina degli esuli Damasceni. Un nobile cittadino di quella città, nomato Giona[270], s'era impalmato ad una giovanetta d'opulenta famiglia, appellata Eudossia; avendo i parenti di questa differite le nozze, si indusse ella a fuggire collo sposo prescelto. I due amanti subornarono con denaro i soldati che nella notte guardavano la porta di Keisan. Giona, che passava il primo, fu circondato da una truppa d'Arabi; esclamò in lingua greca: «L'uccello è preso», e così diede avviso alla sua Bella di ritornarsene a Damasco. Lo sciagurato Giona, tratto avanti a Caled, e minacciato di morte, dichiarò che credeva in Dio solo, e in Maometto suo appostolo, e fino al giorno del suo martirio adempiè i doveri di un bravo e leale Musulmano. Presa la città, andò al monastero ove erasi ricoverata Eudossia: ma costei avea dimenticato l'amante, non vedendo più in lui che un apostata cui ricevette con sommo dispregio. Preferì essa la sua religione alla terra nativa, e Caled, sordo alla compassione, ma guidato in questo caso dalla giustizia, ricusò di ritenere per forza un uomo, o una donna di Damasco: per un articolo del Trattato, e per le provvidenze che esigeva questo nuovo conquisto, dimorò Caled in Damasco per quattro giorni. Conteggiando il tempo e la distanza avrebbe egli in tal occasione perduto la smania delle stragi e delle rapine; ma s'arrese alle importune istanze di Giona, che lo assicurava potersi ancora arrivare i fuggitivi spossati di fatica. Gli inseguì di fatto Caled con quattromila cavalieri travestiti da cristiani Arabi. Non si fermava che pel momento dell'orazione, e ben conoscevano le sue guide il paese. Per lungo spazio di strada furon visibili le vestigia degli abitanti di Damasco; ma ad un tratto disparvero; tuttavolta furono rincorati i Saraceni nelle lor mosse dalla sicurezza avuta, che i fuggiaschi s'erano sperperati nelle montagne, e che potrebbero raggiugnerli presto. Durarono stenti eccessivi nel valicare le giogaie del Libano; ma l'indomabile ardor d'un amante sostenne e confortò il coraggio di que' vecchi fanatici. Un paesano di quel Cantone gli avvisò, che l'imperatore avea mandato ai fuorusciti un ordine di radere la costa del mare senza indugio, sulla strada che conduceva a Costantinopoli, temendo per avventura che lo spettacolo e il racconto dei loro patimenti avessero a scoraggiare i soldati, e il popolo di Antiochia. Furon guidati i Saraceni attraverso del territorio di Gabala[271] e di Laodicea scansando sempre le città. Continua era la pioggia, oscurissima la notte; solo una montagna gli separava dai fuggitivi, e Caled, sempre inquieto per la sicurezza dei suoi guerrieri, confidava al compagno i tristi presagi avuti in sogno; ma dai primi raggi del giorno furono dissipati tutti i suoi timori. Scorse davanti a sè in una bella vallata le tende dei Cristiani scampati da Damasco. Dopo aver consacrati alcuni istanti al riposo e all'orazione, divise in quattro corpi la cavalleria; affidò il primo al suo caro Derar, e riservò l'ultimo per sè; piombarono questi quattro corpi un dopo l'altro sopra una moltitudine scompigliata, mal fornita d'arme, e già debellata dal dolore, e dalla fatica. Trattone un prigioniero che ottenne perdono, e fu rimandato, ebbero i Musulmani la soddisfazione di credere che nemmeno un cristiano, dell'uno o dell'altro sesso, era campato dai colpi della loro scimitarra. Sparso era nel campo l'oro e l'argento di Damasco: vi trovarono i vincitori più di trecento some d'abiti di seta, bastanti a vestire un esercito di Barbari. Cercò Giona, e scoperse in mezzo alla strage, l'oggetto della sua costante ricerca; ma l'ultimo atto della sua perfidia avea messo il colmo al risentimento d'Eudossia, la quale facendo ogni suo potere per liberarsi dall'odiose carezze di costui, si immerse un pugnale nel seno. Un'altra donna, la vedova di Tommaso, creduta, non so se a torto o a ragione, la figlia di Eraclio, fu pure salvata e rimandata senza riscatto; ma solamente per disprezzo mostrossi tanto generoso Caled, ed un insolente messaggio portò sino al trono de' Cesari le disfide dell'orgoglioso Saraceno. Dopo aver fatto più di centocinquanta miglia nella provincia Romana, colla stessa rapidità e segretezza, se ne tornò a Damasco. Omar salendo al trono gli tolse il comando: ma se il Califfo biasimò la temerità della impresa, lodò il vigore e la prudenza di lui nell'eseguirla.

In un'altra occasione dimostrarono egualmente i vincitori di Damasco come amassero, e come dispregiassero le ricchezze di questo Mondo. Seppero che nella fiera di Abyla[272], la quale si faceva lungi trenta miglia incirca della città, concorrevano ogni anno le produzioni naturali e quelle della industria di tutta la Sorìa, che una folla di pellegrini andava, in que' giorni, a visitare la cella d'un santo eremita, e che le nozze della figlia del governator di Tripoli doveano rallegrare la festa del commercio e della superstizione. Abdallah, figlio di Jaafar, santo e glorioso martire, prese l'incarico, guidando cinquecento cavalieri, dell'utile e religiosa missione di spogliare gl'infedeli. Nell'avvicinarsi alla fiera d'Abyla venne a sapere, non senza inquietudine, che i Giudei e i Cristiani, i Greci e gli Armeni, gli originali della Sorìa e gli abitanti dell'Egitto formavano una truppa di diecimila uomini, e che la sposa era scortata da cinquemila cavallieri. I Saraceni si fermarono: «Per me, disse Abdallah, non so dare addietro; numerosi sono i nostri nemici, grandi i pericoli che corriamo; ma luminoso e certo è il guiderdon che otterremo o in questo, o nell'altro Mondo: ciascuno, a suo grado, vada avanti o si ritragga». Nemmeno un Musulmano si ritirò. «Menateci, disse Abdallah al Cristiano che gli serviva di guida, e vedrete che possono fare i compagni del Profeta». I suoi soldati caricarono in cinque distaccamenti; ma dopo i primi istanti di vantaggio che ebbero in questo impreveduto assalto, furono circondati e quasi oppressi dal numero superior de' nemici; e la loro brava gente fu paragonata al punto bianco che si vede sulla pelle d'un cammello nero[273]. Sul tramontar del sole cadevano le armi dalle lor mani per la fatica, ed eran sul punto d'essere precipitati nella eternità, quando scorsero venir loro in faccia un nembo di polvere: colpì le loro orecchie il grato suono del tecbir[274], e ben presto videro lo stendardo di Caled, che con tutta la velocità dei cavalli della sua soldatesca giungeva in aiuto. Il quale sbaragliò i battaglioni cristiani, e senza cessar la strage li perseguitò sino al fiume di Tripoli. Rimasero abbandonate le ricchezze poste in mostra alla fiera, il danaro portato per le provviste, la brillante pompa delle nozze, la figlia del governatore, e quaranta donne del seguito. Frutta, vittoaglie, mobili, argento, vasellame, gioielli, tutto fu tostamente ammucchiato sulla schiena de' cavalli, degli asini e dei muli, e tornarono i pii masnadieri in trionfo a Damasco. L'eremita dopo breve e violenta discussione con Caled sulle rispettive religioni ricusò la corona del martirio, e fu lasciato in vita soletto su quella scena di eccidio e di desolazione.

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È la Sorìa[275] un dei paesi più anticamente coltivati; merita essa questa preferenza[276]. La vicinanza del mare e delle montagne, l'abbondanza delle legne e dell'acqua, temperano l'ardor del clima, e dalla fertilità del suolo deriva sì gran quantità di sussistenze, che n'è mirabilmente giovata la propagazione degli uomini e degli animali. Dal secolo di Davide a quello d'Eraclio si coperse il paese di fiorenti città: ricchi e numerosi ne eran gli abitanti, e quantunque lentamente devastata dal dispotismo e dalla superstizione, dopo le recenti calamità della guerra persiana, poteva ancora la Sorìa essere un incentivo alla rapacità delle ingorde tribù del deserto. Una pianura di dieci giornate, che da Damasco si stende ad Aleppo e ad Antiochia, è innaffiata alla parte di ponente dal tortuoso Oronte. Le vette del Libano, e dell'anti-Libano le sovrastano da settentrione a mezzogiorno fra l'Oronte e il mediterraneo, e in addietro si diede l'epiteto di concava (Coelesyria) ad una lunga e fertilissima valle cinta nella medesima direzione da due catene di montagne coperte sempre di neve[277]. Tra le città indicate nella geografia e nella storia della conquista di Sorìa, coi loro nomi greci e coi nomi orientali, si nota Emesa o Hems, Eliopoli o Baalbek: la prima, metropoli della pianura, la seconda, capitale della vallata. Sotto l'ultimo Cesare erano ben munite e piene d'abitanti: ne risplendeano da lontano le torri: edifici pubblici e privati occupavano un vasto terreno, e gran fama avevano i cittadini pel coraggio od almen per l'orgoglio, per le ricchezze o almeno per lusso. Al tempo del Paganesimo, Emesa ed Eliopoli adoravano Baal ovvero il Sole; ma caduta la superstizione e la grandezza loro, ebbero a provare una sorte molto diversa. Niun vestigio rimane del tempio d'Emesa il quale, se si presta fede ai poeti, eguagliava in altezza la cima del monto Libano[278], mentre le rovine di Baalbek, ignote agli scrittori antichi, solleticano la curiosità e ottengono la ammirazione de' viaggiatori Europei[279]. Il tempio è lungo dugento piedi, largo cento: un doppio portico d'otto colonne adorna la facciata: se ne contano quattordici da ogni lato, ed ogni colonna, formata di tre pezzi di pietra o di marmo, ha quaranta piedi d'altezza. L'ordine corintio che si osserva nelle proporzioni e negli ornamenti annunzia l'architettura greca: ma poichè Baalbek non fu mai residenza d'un monarca, si stenta a capire come la liberalità dei cittadini, o del Corpo municipale abbian potuto sopperire alla spesa di costruzioni tanto magnifiche[280]. Dopo la conquista di Damasco marciarono i Saraceni alla volta di Eliopoli e di Emesa, ma non rivangherò particolarità di sortite, e di combattimenti, dopo averle già rappresentate in prospetto sopra una scena più vasta. Nella continuazion di questa guerra, ottennero trionfi non solo colle armi ma anche colla politica; seppero dividere i nemici con tregue particolari e di poca durata; avvezzarono i popoli della Sorìa a paragonare i vantaggi della loro alleanza e i pericoli dell'averli nemici; si addomesticarono colla lingua, colla religione e colle costumanze loro, e vennero con segrete compre vuotando i magazzini e gli arsenali delle città cui voleano assediare. Vollero un riscatto più costoso dai più ricchi e dai più ostinati; alla sola Calcide fu imposta la tassa di cinquemila oncie d'oro, d'altrettanto d'argento, di duemila vesti di seta e della quantità di fichi e di ulive che potesse essere portata da cinquemila asini. Osservarono per altro scrupolosamente gli articoli delle tregue e delle capitolazioni, ed il luogotenente del Califfo avendo promesso di non entrare nelle mura di Baalbek, tenuta come prigioniera dalle sue armi, si rimase tranquillo nella sua tenda sino a tanto che le fazioni che laceravano la città richiesero che un padrone straniero andasse a sedarle. In meno di due anni si terminò la conquista della pianura e della valle di Sorìa. Nulla di meno ebbe a lagnarsi di lentezza il Califfo, e i Saraceni espiando i lor falli con lagrime di pentimento e di rabbia, domandarono ad alta voce d'esser condotti alle battaglie del Signore. In un fatto accaduto poco tempo prima sotto le mura di Emesa, s'udì esclamare un giovane Arabo, cugino di Caled: «Credo vedere le houris dagli occhi neri che mi guardano; se una sola comparisce sulla terra tutti gli uomini morirebbero d'amore. Ne scorgo una che ha un fazzoletto di seta verde, e un cappello di pietre preziose; mi fa segno e mi chiama: vieni subito mi dice, perchè sono innamorata di te.» Così dicendo, si scagliò furiosamente sui Cristiani, e spargeva per ogni parte la strage, quando il governatore di Hems, che l'osservò, lo trafisse con una chiaverina.