Durante le accennate discordie, i più saggi fra i Turchi, e in generale la nazione, desideravano con ardore veder congiunte le smembrate parti di quell'Impero. La Romania e la Natolia sì frequentemente dilacerate dall'ambizione de' privati, a questa unione grandemente agognavano, e gli sforzi che fecero a tal uopo, offerivano una lezione alle Potenze cristiane. Se le flotte di queste si fossero unite per occupare lo stretto di Gallipoli, ben presto gli Ottomani sarebbero stati annichilati, almeno in Europa; ma lo scisma dell'Occidente, le fazioni e le guerre della Francia e dell'Inghilterra, da sì generosa impresa stoglieano i Latini. Contenti di una passeggiera tranquillità, neghittosi sull'avvenire, l'interesse del momento li spinse più d'una volta a servire il nemico della lor religione. Una colonia di Genovesi[466] dimorante a Focea[467], sulla costa del mar Ionio, arricchendosi col commercio privilegiato dell'allume[468], pagava la sua tranquillità con un tributo annuale agli Ottomani. Nell'ultima guerra civile, il giovine e ambizioso Adorno, governatore de' Genovesi, avendo abbracciata la causa di Amurat, armò sette galee per trasportarlo d'Asia in Europa; onde il Sultano, accompagnato da cinquecento guardie, entrò a bordo della nave ammiraglia, guernita da ottocento valorosissimi Franchi, nelle cui mani era la vita e la libertà dell'Ottomano; nè senza ripugnanza facciamo plauso alla fedeltà di Adorno, che in mezzo al tragetto, gli si prostrò innanzi, manifestandogli gratitudine perchè un debito arretrato dei tributi perdonò ai Genovesi. Sbarcati tutti a veggente di Mustafà e di Gallipoli, duemila Italiani, armati di lancie e di azze da guerra, accompagnarono Amurat alla conquista di Andrinopoli, venale servigio, di cui fu ben tosto guiderdone la rovina del commercio e della colonia della Focide.

A. D. 1402-1425

Se la guerra che Timur fece a Baiazetto fosse stata mossa dalla generosa intenzione di soccorrere l'Imperator greco, ei si sarebbe meritata la gratitudine e gli encomj de' Cristiani[469]; ma un Musulmano che portava morte e distruzione nella Georgia, rispettando ad un tempo la santa guerra di Baiazetto, non poteva essere propenso a compiangere, o a proteggere gl'idolatri europei. Non ascoltando il Tartaro che le voci della propria ambizione, la liberazione di Costantinopoli fu sol conseguenza indiretta delle sue imprese. Allorchè Manuele rassegnò il governo, chiedea, senza sperarlo, al Cielo, fosse differita sin dopo il termine de' suoi miseri giorni la rovina della Chiesa e dell'Impero. Mentre di ritorno dall'Occidente, ei s'aspettava ogni dì la notizia di tale catastrofe, udì con sorpresa eguale alla gioia la partenza, la sconfitta e la cattività dell'Imperatore ottomano. Partitosi tosto da Modone nella Morea[470], rivide Costantinopoli, ove risalì il suo trono, assegnando al Principe di Selimbria un temperato esilio nell'isola di Lesbo. Vennero ammessi alla sua presenza gli ambasciatori del figlio di Baiazetto che assunsero modesto tuono, quale al fiaccato loro orgoglio addiceasi; oltrechè li tenea in giusto riguardo il timore che i Greci agevolassero ai Mongulli l'ingresso in Europa. Solimano salutò l'Imperatore col nome di Padre, e sollecitando da lui l'investitura del governo della Romania, promettea meritarsi un tale favore, con essergli inviolabilmente collegato, e col restituirgli Tessalonica, e le piazze più rilevanti situate sulle rive dello Strimone, della Propontide e del mar Nero: ma questa alleanza con Solimano, espose Manuele al risentimento e alla vendetta di Musa. Comparve alle porte di Costantinopoli un nuovo esercito di Turchi, che però vennero e per terra, e per mare respinti; e certamente, a meno che truppe straniere non difendessero la Capitale, i Greci dovettero maravigliare della riportata vittoria. Cionnullameno anzichè tenere in bilancio le discordie delle Potenze ottomane, Manuele credè secondar meglio o la sua politica, o le inclinazioni dell'animo suo, col mettersi dalla banda di quello tra i figli di Baiazetto che era il più formidabile. Conchiuse quindi un Trattato con Maometto, i cui progressi erano impacciati dall'antemurale insuperabile di Gallipoli. Navi greche trasportarono il Sultano e le sue truppe di qua dal Bosforo; ricevuto amichevolmente in Andrinopoli, la vittoria da lui riportata contro il rivale Musa, gli fu primo gradino a conquistare la Romania. Dopo la morte di Musa, la rovina di Costantinopoli venne ancor differita per la prudenza e la moderazione del vincitore. Fedele Maometto ai proprj obblighi e a quelli contratti da Solimano, rispettò la pace e le leggi della gratitudine; e all'atto della sua morte confidò la tutela di due de' suoi figli all'Imperatore greco, mosso da vana speranza di assicurare ad essi un protettore contro la crudeltà del lor fratello Amurat; ma l'esecuzione di un simile testamento avrebbe offeso l'onore e la religione de' Maomettani. Il Divano sentenziò unanimemente non potersi abbandonare la cura e l'educazione de' reali giovanetti ad un cane di Cristiano. Udito il rifiuto, Manuele adunò i suoi Consigli; divisi furono i pareri; ma la prudenza del vecchio Manuele dovette cedere alla presunzione di Giovanni figlio del medesimo, e adoperando un'arme pericolosissima alla vendetta, restituì la libertà al vero o falso Mustafà, ch'ei tenea da lungo tempo o ostaggio, o prigioniero, e per cui la Porta Ottomana gli pagava ogni anno trecentomila aspri[471]. Per uscir di schiavitù, Mustafà acconsentì a qualunque patto, e la restituzione delle Fortezze di Gallipoli, vale a dire delle chiavi d'Europa, fu il prezzo posto alla sua liberazione. Ma appena sedutosi sul trono della Romania, rimandò con disdegnoso sorriso gli Ambasciatori greci, piamente chiarendo loro, che preferiva la necessità di render conto d'un giuramento falso nel dì del giudizio, all'indegno atto di consegnare una città musulmana fra le mani degl'Infedeli. Così Manuele divenne il nemico d'entrambi gli emuli, all'un de' quali avea fatto ingiuria, dall'altro l'avea ricevuta. Vincitore Amurat, imprese nella seguente primavera l'assedio di Costantinopoli[472].

A. D. 1422

Il religioso disegno di sottomettere la città de' Cesari trasse dall'Asia una folla di volontarj che alla corona del martirio aspiravano, e il cui militare ardore non era meno infiammato dalla speranza di possedere ricca preda e belle schiave; oltrechè l'Imperatore ottomano vedea consagrati i suoi ambiziosi disegni dalle predizioni e dalla presenza di Seid-Besciar discendente del Profeta[473], che giunse al campo cavalcando una mula, e seguìto da una rispettabile comitiva di cinquecento discepoli; ma dovette arrossire, se d'arrossire è capace un fanatico, della mentita che l'esito diede alle sue profezie. La saldezza delle mura di Costantinopoli resistette ad un esercito di dugentomila Turchi; ed ogni assalto veniva rispinto da felici sortite de' Greci e de' mercenarj stranieri; alle nuove arti di guerreggiare le antiche di difendersi vennero opposte; e l'entusiasmo del Dervis[474], innalzato miracolosamente al Cielo per conversare con Maometto, fu contrabbilanciato dalla credulità de' Cristiani, che videro la Vergine Maria vestita di color paonazzo trascorrendo i baloardi e incoraggiando i suoi fedeli alla pugna[475]. Dopo due mesi d'assedio, una ribellione eccitata dai Greci, costrinse il Sultano a ritornare affrettatamente a Bursa, ove estinse la sommossa, versando il sangue di suo fratello che ne era colpevole. Intanto che Amurat conduceva i suoi giannizzeri a nuove conquiste (A. D. 1425-1448) nell'Europa e nell'Asia, Bisanzo godè per trent'anni il riposo precario della servitù. Dopo la morte di Manuele, Giovanni Paleologo ottenne la permissione di regnare, mediante un tributo di trecentomila aspri, e la cessione di quasi tutto il territorio che oltrepassava i sobborghi di Costantinopoli.

Chiunque considera che i principali avvenimenti della vita dipendono spesse volte dal carattere di un sol personaggio, vedesi costretto ad attribuire alle qualità personali de' Sultani il primo merito della fondazione e della restaurazione dell'Impero ottomano. Possono osservarsi fra essi diversi gradi di saggezza e virtù; ma dall'innalzamento di Otmano fino alla morte di Solimano, vale a dire in un periodo di nove regni e di dugento sessantacinque anni, il trono, fatta una sola eccezione, fu occupato da una sequela di Principi prodi e operosi, rispettati dai sudditi e temuti dagl'inimici. Invece di trascorrere la giovinezza in mezzo alla fastosa indolenza di un Serraglio, gli eredi dell'Impero, ne' campi e ne' consigli educavansi. Per tempo i lor padri fidavano ad essi il comando degli eserciti e delle province; nobile istituzione che, comunque stata origine d'infinite guerre civili, la disciplina e il vigore dell'Impero francò. Certamente gli Ottomani non possono, come gli antichi Califfi dell'Arabia, intitolarsi i discendenti, o i successori dell'Appostolo di Dio; e il parentado che reclamavano coi Principi tartari della Casa di Gengis, sembra fondato meno sulla verità che sull'adulazione[476]. Oscura è la loro origine; ma ben presto acquistarono nella opinione de' sudditi quel sacro e incontrastabile diritto, che il tempo non può cancellare, nè la violenza distruggere. Accade che un Sultano debole o vizioso venga rimosso o strozzato, ma il figlio di lui, sia pur fanciullo o imbecille, succede all'Impero, nè il più audace fra i ribelli ha per anco osato assidersi sul trono del suo Monarca[477]. Intanto che Visiri perfidi, o Generali vittoriosi atterravano le vacillanti dinastie dell'Asia, un possedimento di cinque secoli confermava la successione ottomana, e la stabilità in essa della corona entra ora fra i principj fondamentali cui l'esistenza della nazione turca va collegata.

Il vigore e la costituzione di questo popolo sono in gran parte dovuti ad una assai straordinaria cagione. I primi sudditi di Otmano stavansi in quelle quattrocento famiglie erranti di Turcomani che ne aveano seguiti gli antenati dall'Osso al Sangario; onde le pianure della Natolia vedonsi tuttavia coperte di loro compatriotti, che sotto tende, o bianche, o nere, ne' campi dimorano; ma il primo numero di que' pochi si mescolò ben presto colla popolazione de' popoli vinti, e assunto il nome di Turchi, coi comuni vincoli di costumanze, di lingua e di religione, e quelli e questi si collegarono. Perciò in tutte le città, da Erzerum fino a Belgrado, con tal denominazione si appellano tutti que' Musulmani che come primi e più spettabili fra i cittadini vengono considerati: ma hanno abbandonato, almeno nella Romania, i villaggi e la coltivazione dei terreni ai contadini cristiani. Che anzi nel vigor primo dell'Impero ottomano, i medesimi Turchi erano esclusi dagli onori militari e civili; e la disciplina della educazione avea creato da una classe di schiavi un popolo fattizio, atto ad obbedire, a combattere e a comandare[478]. Da Orcano fino al primo Amurat, i Sultani ebbero per massima che un governo militare debbe a ciascuna generazione rinnovellare i suoi soldati, nè far di mestieri il cercar questi fra gli effeminati abitatori dell'Asia, poichè le sole bellicose nazioni europee li potevano somministrare. Le province della Tracia, della Macedonia, dell'Albania, e della Servia divennero vivai degli eserciti ottomani; e allorchè le conquiste ebbero diminuito la quinta parte che apparteneva al Sultano sul numero de' prigionieri, i Cristiani vennero sottomessi ad una barbara tassa che si riscoteva ogni cinque anni, e li privava del quinto de' loro figli. Giunti all'età di dodici, o quattordici anni i giovinetti più vigorosi erano staccati dalle braccia paterne, ascritti ai registri militari, e da quell'istante vestiti, nudriti, educati a spese del Pubblico, cui doveano prestare servigio. Quelli di essi che davano di sè migliori speranze, venivano con adeguata proporzione scelti per le scuole reali di Bursa, di Pera e d'Andrinopoli, o affidati alla custodia dei Pascià; gli altri confusi nelle famiglie dei contadini della Natolia. I lor padroni aveano per prima cura l'ammaestrarli nel turco idioma, e l'addestrarne i corpi a tutte le fatiche che giovavano a renderli più robusti; alla lotta, al salto, alla corsa, al maneggio dell'arco e al tiro dell'archibuso; nelle quali cose doveano essere istrutti quando entravano nelle compagnie e nelle camerate de' giannizzeri, per fare ivi severo noviziato della vita monastica, o militare dell'Ordine. I più distinti per ingegno, per forme o per nascita passavano nella classe degli Agiamoglani, o venivano promossi al grado maggiore d'Iconoglani; i primi prestavano servigio nel palagio, i secondi immediatamente alla persona del Sovrano. Sotto la sferza degli eunuchi bianchi, si avvezzavano in quattro successive scuole a cavalcare e a lanciare il giavellotto. Quelli che si mostravano d'indole più propensa agli studj, doveano applicare la mente loro al Corano e alla lingua araba e persiana. A proporzione di merito e di età otteneano impieghi militari, civili, o ecclesiastici. Quanto più lunga la loro educazione, tanto era maggiore la speranza di un grado distinto. In età matura, vedeansi ammessi nel numero dei quaranta Agà che accompagnavano l'Imperatore; da quel grado promossi, secondo la scelta dell'Imperatore, al governo delle province e ai primi onori dello Stato[479]. Cotale instituzione ammirabilmente addiceasi alla forma e ai principj di una dispotica Monarchia. I Ministri e i Generali, schiavi a tutto rigor di termine del Monarca, riconosceano dalla bontà di lui la loro esistenza e istruzione. Giunti all'istante di abbandonare il Serraglio e di lasciarsi crescere la barba, come simbolo di affrancamento, si trovavano insigniti di una carica rilevante, scevri d'amor di parte e di vincoli d'amicizia, privi di parenti e d'eredi; soggetti in tutto e per tutto alla mano che gli avea tolti dalla polvere, e che potea, giusta il detto di un turco proverbio, infrangere queste statue di vetro a suo grado[480]. Durante il corso di una educazione lenta e penosa, non era difficile alla sagacità lo scorgere la loro indole; perchè vedeasi in ciascun d'essi l'uomo isolato, privo d'ogni proprietà, e ridotto al solo suo merito personale, e se il Principe avea l'accortezza necessaria a scegliere rettamente, niun riguardo gl'impacciava la libertà della scelta. Le privazioni preparavano i candidati all'amore della fatica, la consuetudine dell'obbedire al comando. D'onde addivenne che gli eserciti erano tutti animali da un medesimo spirito, e gli stessi Cristiani che fecero la guerra ai Turchi, non poterono defraudar di lodi la sobrietà, la pazienza, la silenziosa modestia de' giannizzeri[481]. La vittoria non doveva sembrare dubbiosa, ponendo in confronto la disciplina e l'educazione de' Turchi coll'indocilità de' cavalieri, coll'orgoglio inspirato lor dalla nascita, coll'ignoranza delle reclute, coll'indole sediziose de' veterani, colla intemperanza e co' disordini che hanno regnato per sì lungo tempo negli eserciti dell'Europa.

L'impero greco e i vicini non avrebbero potuto difendersi se non se col soccorso di qualche nuova arme, di qualche trovato nell'arte della guerra che desse loro una preminenza decisiva sui Turchi; e di quest'arme divennero possessori per una scoperta fattasi nel momento che dovea risolvere sul loro destino. I Chimici dell'Europa, o della Cina, fosse caso, o effetto d'indagini, si erano avveduti che una mescolanza di nitro, di zolfo e di carbone, coll'apprestarle una sola scintilla di fuoco, producea un formidabile scoppio. Nè tardarono indi ad accorgersi che questa forza espansiva compressa entro un tubo di salda materia, potea lanciare una palla di terra, o di ferro con violenza e rapidità impareggiabili. La vera epoca in cui venne adattata la polvere all'uso dell'armi[482], si è perduta in mezzo ad incerte tradizioni e ad equivoche dilucidazioni, ma sembra bastantemente provato che l'uso della medesima si conoscea verso la metà del secolo XIV, e che prima del finir del medesimo, l'artiglieria veniva continuamente adoperata nelle battaglie e negli assedj, per terra e per mare, dai popoli dell'Alemagna, dell'Italia, della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra[483]. È cosa affatto indifferente qual di queste nazioni se ne giovasse la prima, perchè tutte ben presto possedettero tale vantaggio in comune, ed essendo stato ridotto ad una perfezione eguale pei diversi popoli, la bilancia del potere e della scienza militare rimase nello stato in cui era prima. Tale scoperta non poteva a lungo essere la privilegiata proprietà dei Cristiani; la perfidia degli apostati, e l'imprudente politica della rivalità, la portarono ben tosto fra i Turchi, i cui Sovrani ebbero bastante ingegno per adottarla, e bastanti ricchezze per prendere al loro servigio ingegneri cristiani. Grande taccia si meritarono i Genovesi, che, trasportando Amurat in Europa, gl'insegnarono questo segreto, ed avvi molta probabilità che essi fondassero e regolassero i cannoni di cui si valsero per assediare Costantinopoli[484]. Benchè mal tornasse ai Turchi tal prima impresa, nel progresso delle guerre di questo secolo, ebbero necessariamente il vantaggio, perchè furono sempre essi gli assalitori. Non appena il primo ardore dell'assalto e della difesa si rallentavano, le fulminanti batterie venivano appuntate contro torri e mura, non fabbricate che per resistere alle men possenti macchine da guerra, cui gli Antichi aveano inventate. I Veneziani insegnarono, nè può farsene ad essi un rimprovero, l'uso della polvere ai Sultani dell'Egitto, loro collegati contro la Potenza ottomana. Divenuto indi comune agli estremi abitatori dell'Asia questo formidabil soccorso, il vantaggio degli Europei si trovò ben tosto limitato a facili vittorie riportate sui Selvaggi del Nuovo Mondo. Paragonando i rapidi progressi di questa infausta scoperta co' lenti e penosi delle scienze, della ragione e dell'arti della pace, un filosofo non potrà starsi dal ridere, o dal piangere sulle follie del Genere umano.