LIBRO QUINTO.

CAPITANO BERNARDO SALVIATI,
CAVALIERE DI MALTA E PRIORE DI ROMA.

[1533-1534.]

[15 marzo 1533.]

I. — Bernardo Salviati, figliuolo di Giacopo e della Lucrezia de' Medici, nipote de' due pontefici Leone e Clemente, e scritto alla primaria nobiltà fiorentina e romana, aveva da giovanetto preso l'abito dei cavalieri di san Giovanni; e pei suoi meriti, e pei rispetti della famiglia, era prestamente salito ai primi onori dell'Ordine suo: balì della gran croce, priore di Roma, e capitano generale delle galere, come lo abbiam veduto l'anno passato all'impresa di Corone[413]. Prode, ricco e splendido, viveva alla grande: casa aperta in Malta e in Roma, numerosa famiglia, e intorno alla persona sua in terra e in mare da sessanta gentiluomini principali e capitani riformati che lo seguivano in ogni fazione, secondo lo stile dei maggiori comandanti di quel tempo[414]. Di simili esempî per Marcantonio Colonna e per Carlo Sforza altrove ho detto e dirò[415].

Tornato però Bernardo di Corone a svernare in Malta, ebbe suo malgrado a trovarsi involto in una sanguinosa baruffa, della quale non posso passarmi, perchè entra come causa prossima della sua chiamata in Roma; e perchè mi dà ragione degli uomini, dei tempi e dei fatti che ho a trattare. Ai primi di marzo in Malta, un gentiluomo fiorentino, seguace del Salviati, aveva steso morto in duello un giovane cavaliere della lingua di Provenza, con grandissima alterazione degli zii e degli altri parenti ed amici; che molti e prosuntuosi ne aveva l'ucciso nell'isola. Costoro accecati dalle furie della vendetta, tutti in frotta assaltarono a tradimento per la strada il Fiorentino: il quale quantunque con alcuni compagni valorosamente si difendesse, nondimeno toccò la peggio, e a pena potè ritirarsi grondante di sangue. Qui non finisce: hanno a esser cinque i ripicchi, e assai peggiori gli altri tre successivi de' due precedenti. Tutti quei signori a biasimare le superchierie e le uccisioni; e ciascuno da sua parte inteso a ripetere uccisioni e superchierie: cioè a commettere i medesimi falli biasimati in altrui. Tanto è folle la superbia, e tanto è cieca la passione disordinata! I familiari del Salviati e gli amici del Fiorentino tornarono in piazza, gridando e bravando contro i Provenzali: e lì una terza puntaglia, spargendosi dall'una parte e dall'altra di molto sangue. Pareva nella notte seguente quietato il tumulto: e già il Grammaestro dava corso alla giustizia contro i religiosi dell'abito, e il Salviati da parte sua metteva in catena una diecina di gentiluomini, quando i Francesi fatta secretamente tra loro una conventicola in casa del commendator d'Orleano, entravano la mattina seguente sotto falsi pretesti a bordo della capitana, dove spietatamente uccidevano a ghiado quattro di quegli incatenati. E avrebbero a uno a uno agghiadato anche gli altri, se al primo rumore non fossero accorsi i soldati, i marinari, e l'istesso Salviati in persona per frenare quei traditori, e per cacciarli via senza altro dal bastimento. Ma che? venuto poco dopo in terra, il medesimo Salviati a richiamarsi col Grammaestro di così grande eccesso, non era a pena entrato in casa sua, ed ecco l'assembraglia di tutti i cavalieri francesi, provenzali e alvergnasci a bandiere spiegate venirlo ad investire: ecco tutta la lingua d'Italia venirlo a soccorrere, e dagli altri alberghi delle lingue diverse uscir fuori i cavalieri in arme, e accostarsi chi di qua chi di là per ajutare questi o quelli[416]. Parrebbero sogni, se non fossero fatti realmente successi! E dico fatti in plurale, perchè se ne hanno parecchi simili nelle storie di costoro; ed io, tuttochè per incidenza, ne avrò a ricordare un altro nel settimo libro. Non prenda maraviglia il lettore: anzi per l'esempio dell'altrui nequizia guardisi meglio dal disordine delle passioni, ed alta sopra la ferina mantenga la dignità dell'umana natura. Altrimenti nel furore trapassano ogni segno e grondano sangue gli artigli delle belve, gli unghioni dei cavalli, le spade dei cavalieri.

[Aprile 1533.]

In somma dopo una giornata di orribile confusione ebbero a lavorare i tribunali e il carnefice: cavalieri strozzati, sommersi nel canale, degradati, cacciati dall'isola. E il priore Salviati, moderatamente tenutosi sulle difese senza uscir di casa durante il tumulto, la mattina seguente se ne tornava a bordo: e per levarsi da ogni trista occasione, scioglieva i canapi e con tutta la squadra se ne veniva prestamente in Civitavecchia. Allora papa Clemente lo nominò capitano delle galèe romane, col triplice intendimento di compensarlo in qualche modo delle ingiurie sofferte in Malta; di dargli giusta ragione a non ritornarvi, finchè gli umori ardenti dei nemici non fossero freddati; e di riunire in un sol corpo, sotto lo stendardo papale, sedici galèe; cioè le dodici di Roma, e le quattro di Malta, per mandarle unitamente contro i Turchi, secondo i concerti presi col Grammaestro e coll'Imperatore.

[Maggio 1533.]

Così il Salviati, venuto al possesso delle galèe e della castellanìa di Civitavecchia, pose gli ordini dell'armamento: e poi corse in Roma, ove era richiesto del suo parere intorno alle cose di Corone[417]. E molto cadde in concio che al tempo stesso venissero al Papa lettere recentissime di don Girolamo di Mendoza, governatore delle armi in quella piazza, il quale diceva trovarsi già strettamente assediato per terra e per mare, le provvigioni di bocca e le munizioni di guerra cominciargli a mancare; ricordasse il Doria la fede datagli del soccorso, e pensassero gli altri principi della cristianità a non lasciar perdere quella piazza, nè a confondere la fiducia dei Greci, già tanto esaltati, con che facilmente potrebbesi e in poco tempo ricuperare tutta la Morèa.

Il Capitano novello confermava pienamente i giudizî del Mendoza; e per la perizia sua nelle cose di guerra e di mare, e per la cognizione speciale di quei luoghi, dove aveva due anni combattuto, insisteva sulla necessità del soccorso con tutta l'armata, altrimenti anderebbe al certo perduta ogni cosa. Di che facendo gran ressa il Salviati, e con lui i ministri di Roma, e al tempo stesso anche il Doria da Genova, finalmente venne dall'Imperatore l'ordine che si dovesse soccorrere Corone con tutta l'armata; anzi più aggiungervi quelle altre dodici galèe nuove, che don Alvaro di Bazan aveva fatto costruire nei porti di Spagna.

[4 giugno 1533.]

II. — Quindi il nostro squadrone, bene in ordine e fornito di tutto punto, salpò da Civitavecchia alli quattro di giugno, e fu così presto in Napoli, come Andrea Doria col resto dell'armata. Ma il Principe in confusione, non potendo imbarcare le fanterie spagnole assegnate a questo viaggio, perchè si erano apertamente ribellate sotto il pretesto delle paghe, e per compenso avevano saccheggiato la città di Aversa, e fatto di grandi malvagità in tutta la provincia[418]. Pazienza, tempo. Federigo di Toledo, il marchese del Vasto, e danari sonanti ammansarono la stizza di quei feroci, che si lasciarono condurre a Messina, dove il Principe aveva ancora a provvedersi di vittuaglia, di munizioni, e di molte altre cose occorrenti al soccorso della assediata città. Al cui presidio intanto, volendo accrescere le speranze, mandò con una scelta galèa velocissima Cristoforo Pallavicini, adottato in casa Doria, perchè portasse l'avviso del soccorso vicino. Cristoforo, arditissimo manovriero, di pieno giorno e alla vista dei nemici passò per prua dinanzi alle galèe dei Turchi, ed entrò a salvamento nel porto piccolo di Corone. Colà pose in terra alcuni rinfreschi, dette il danaro, rimise le lettere: e senza attendere altrimenti alle difficoltà ed agli sconforti, coll'istesso coraggio e fortuna volle tornarsene per recare personalmente al Principe piena contezza dello stato della piazza, e come il presidio si teneva saldo nella speranza della sua venuta[419].

[Luglio 1533.]

Oltracciò ebbe il Principe pienissima informazione di molte altre cose necessarie a sapere per suo governo, e che non si volevano manifestare a tutti, specialmente intorno alle condizioni dell'armata nemica, condotta dal vecchio Lufty-bey. Cristoforo aveva contato novanta legni; sessanta galèe grosse, e il resto fuste e brigantini: aveva veduti i gagliardetti dei pirati di Ponente, e del Moro d'Alessandria: e di più tutto il naviglio sugli ormeggi in quattro, coi capi di posta a poppa, segno di poca disposizione per levarsi di là, dove stavano ammassati nella cala di capo Gallo, a ostro della piazza e fuori del tiro. Di che Andrea prese animo: e quantunque il nemico lo avanzasse nel numero, e non si fossero vedute mai le dodici galèe promesse di Spagna, deliberò nondimeno seguire ad ogni modo il suo viaggio, ed entrare in Corone, facendo assegnamento sopra i Ponenti freschi, che sogliono spirare di estate dopo il mezzodì. Avanti, senza mettersi a niun rischio di battaglia: chè sarebbe stata imprudente col nemico o sui ferri o alla vela ogni altra fazione atta a ritardare o ad impedire lo scopo principale del soccorrere la piazza, e di sciogliere l'assedio.

[2 agosto 1533.]

Dunque ordina che tutti sian pronti al primo cenno: due galeoni di gran corpo, pieni di gente e di grossa artiglieria, vadano innanzi; segua la reale con ventisette galèe nel corpo di battaglia, alla destra si metta il Salviati colle sedici galèe di Roma e di Malta; alla stanca Antonio Doria con altrettante di Napoli e di Sicilia; alla coda colle salmerie le trenta navi; queste, schifando ogni riscontro di nemici, tirino di lungo, e corrano difilate verso la fortezza per mettersi sotto alla difesa del suo stendardo, e del suo cannone. Così ordinati escono di Messina ai due di agosto, gittansi a golfo lanciato sulla Morèa, spuntano capo Gallo, si coprono di cotone, e via col vento fresco di buonbraccio verso la piazza. Passa il convoglio, passano le navi, e appresso passano le galèe: e i Turchi all'áncora nella bella cala di ponente guardano per prua il passaggio de' nostri, senza dar segno nè di battaglia nè di mossa, se non quando di lontano traggono colpi d'artiglieria, ricambiati del pari, con poco danno delle due parti. In somma dal lato del mare l'assedio è sciolto, e l'armata vincitrice ammaina sotto le mura della piazza.

[7 agosto 1533.]

Qui un'altra volta mi è dato osservare, col Salviati e coi contemporanei, l'imperizia dei Turchi nella tattica navale. Considerazione di gran momento per intendere come e quando costoro divennero poscia per fatto proprio e per altrui opinione eccellenti marini a nostro danno. Avrebbe dovuto Lufty da capo Gallo, subito subito passate le navi a vela, tagliar le gomene o filarle per occhio, e gittarsi a furia sullo squadrone seguente delle galèe; e ne avrebbe facilmente ottenuta vittoria, trovandosi superiore del doppio nel numero, e padrone di tagliare fuori l'armata sottile dalla grossa. Imperocchè le navi di alto bordo, una volta passate col vento fresco di Ponente, potevano ben continuare la rotta a levante, ed anche potevano fermarsi sull'ancora sottovento: ma del tornare indietro per ricongiungersi o per soccorrere le galere sarebbe stato impossibile. Nondimeno Lufty, attonito e irresoluto, non seppe conoscere nè cogliere il grandissimo vantaggio che gli si offriva; e lasciò senza contrasto compiere ai nostri il divisato soccorso[420].

Se non che la fortuna sempre variabile ci richiama nel mezzo del mare, e ci mette in procinto di battaglia. Due grosse navi delle nostre a mezza strada si abbordano tra loro, e impigliansi a vicenda per le verghe e per le sartie: navi cariche di munizioni e piene di infanteria spagnuola da sbarco. La speranza di facile preda stimola Lufty, il quale finalmente distacca alquante galèe per ghermir le due navi restìe: ed ecco le galèe nostre volgere indietro a remo per liberarle. In poco tempo una nave è già perduta, l'altra è agli estremi, e si sostiene a pena per la bravura del capitano Hermosilla. Il Doria e il Salviati avvampano di sdegno, Lufty palpita di spavento, il Moro freme di rabbia. All'appressarsi delle poche galèe cristiane, i Turchi si ritirano, le due navi restano libere, e sulla ricuperata troviamo prigionieri ducento giannizzeri derelitti dai compagni, dopo esserci stati messi per marinarla. Non basta, chè il Salviati si caccia appresso al nemico fuggitivo, tormentandolo alle spalle con spessi tiri, e già è presso ad investire una galèa sdrucita e azzoppata dal suo cannone. Ma il Principe lo divieta con un tiro senza palla, e giù la bandiera a mezz'asta, perché torni addietro. Dove tutti lodano la intrepidezza e la manovra del Salviati; e lodano altresì il senno del Principe. Prima in questo caso compiere il disegno stabilito di soccorrere la piazza, poi l'altro di combattere coll'armata nemica[421].

Al ritorno del Salviati i maggiori capitani scesero in terra; e il Mendoza, squadronate sulla piazza le fanterie sopraggiunte colle prime navi nel porto, fece dalla sua parte gagliardissima sortita: cacciò i Turchi dalle trincere, prese il campo, demolì i ridotti, tolse i cannoni; Lufty-bey al tempo stesso prueggiò verso Modone: e così in un giorno per terra e per mare fu sciolto l'assedio[422].

[31 agosto 1533.]

III. — Liberati dal presente pericolo, i collegati rivolsero l'animo a premunirsi contro gli assalimenti futuri: sbarcare le vettovaglie e le munizioni, risarcire le mura, scambiare il presidio, opere di prestissima esecuzione[423]. Il Mendoza col suo terzo riprese il mare, secondo il patto; ed alla guardia di Corone sottentrò il maestro di campo Maccicào con tre mila di quei fanti che si erano ammutinati in Aversa, perché scontassero la pena della sedizione. Indi l'armata nostra si rivolse di nuovo contro Lufty, che si teneva tra la Sapienza e Modone. Indarno lo sfidarono a battaglia: esso portò in pace tutte le cannonate e tutte le vergogne che gli toccarono; e ognora più stringendosi al sicuro sotto le batterie di quella fortezza, e sempre governandosi timidamente, come aveva fatto dal principio, rifiutò la sfida, e cedette ai nostri la padronanza del mare. Vero è che Solimano aveagli strettamente ordinato di fuggire il cimento, ma esso eseguiva l'ordine con soverchia timidezza: e tutto ciò evidentemente più e più dimostra che infino a questi tempi i Turchi nè riputavansi da sè, nè dagli altri erano riputati invincibili in mare. Non però di meno tra poco vedremo cambiarsi tutto al rovescio l'opinione; e poiché siamo presso al termine tra l'uno e l'altro avviso, ne fo ricordo, perchè il lettore non abbia a trovarcisi improvvisamente sorpreso.

Che se noi vorremo imparzialmente esaminare anche i fatti della presente campagna ne caveremo tristi pronostici, e risulterà gran differenza anche nelle cose nostre tra il passato, il presente e il futuro. Nel trentadue assedii, battaglie, conquiste, città, fortezze, castelli: ed ora tutto si riduce a cambiare un presidio ed a rifornire una piazza. Niuna impresa di terra, niun combattimento sul mare. Perchè non dar dentro in Modone? Perchè non distruggervi le galèe di Solimano, le fuste del Moro, e il navilio degli altri pirati? Perchè non mettersi almeno alla Sapienza e bloccarli tanto che vi si avessero a consumar di stento? Perchè non venir mai le dodici galèe nuove di Spagna? Perchè tornare indietro e licenziare gli ausiliari nel mese d'agosto? Il Giovio, e tanti altri scrittori nostrani e stranieri, favorevoli e imparziali, tutti dicono essere il Doria andato con pochi, il Bazano rimasto a Messina, Cesare più che mai sicuro in Spagna, le forze navali tolte dal pericolo di una battaglia in Levante, ed i Francesi presi a sospetto in Ponente[424]. Insomma già si vede Carlo tentennare, e volgere l'animo a quei ripieghi con che prima e dopo usarono governarsi i politici della sua corte. Battere il Turco, ma non abbatterlo; osteggiarlo per zelo di religione, e mantenerlo per freno dei rivali; librarsi tra le due col pretesto di salvare l'armata, e scusare ogni magagna col sospetto dei Francesi. Nella sostanza prevalevano le ragioni di stato contro i Veneziani, i quali sarebbero divenuti troppo spigliati in Italia, se altri avesseli ajutati a scuotersi di dosso il peso dei Turchi. Carlo aspettava Milano da Francesco Sforza: e con tanti maneggi di armi nelle Sicilie, col sacco di Roma, coll'assedio di Firenze, e colla lega di quasi tutti i grandi e i piccoli stati italiani, compresivi pure i Lucchesi, proprio in quest'anno, agognava a prepotenza, e temeva soltanto di Venezia[425]. Dunque grande energia sul mare nella guerra turchesca del trentadue, perchè trattavasi della salute di Vienna; ed altrettanta tiepidezza nel trentatrè, perchè non si voleva dar ansa di troppo rilievo ai Veneziani. Politica doppia, e sempre mantenuta dalla corte di Spagna, per la quale perderemo molto capitale, e dappoi i frutti di Lepanto, e adesso presto presto perdiamo Corone, come ora dico per compiere, poichè ci sono, questo racconto.

Lufty-bey aspettò tanto in Modone, che ne fosse partito il Doria; e allora, avendo intatta l'armata, riprese il blocco e l'assedio peggio di prima. Il Maccicào si difese valorosamente: ma chicchessia alla lunga si stracca, e col tempo ogni cosa si muta, e succede or lieta or trista. Pensate lui proprio il Maccicào in una sortita cadere negli agguati ed esser fatto a pezzi con molti de' suoi; pensate gli altri del presidio senza capo, e di quella natura turbolenta che abbiam veduta; e non avrete a maravigliare che nel mese d'aprile del trentaquattro siano tornati i castelli in mano ai Turchi, gli Spagnoli in Italia, e i Greci al giogo per altri tre secoli.

[12 settembre 1533.]

Primi dunque a provare i tristi effetti della mezza campagna ebbero a essere gli autori delle mezze misure. Carlo ci rimise di riputazione, di danaro e di gente, offese i Greci, e perse la piazza: Andrea, perchè non dette dentro, toccò dai pirati di Corone la peggio. Imperocchè essendosi ricondotto a Genova, e avendo lasciate sole in Messina tre delle sue proprie galere per caricare certe seterìe di quei mercadanti, quando esse vollero col ricco carico rimettersi in mare, in vece di tornare a Genova, furono condotte in Barberia dal Giudèo, che se le prese a salvamano[426].

[15 settembre 1533.]

IV. — Per opposito il nostro capitano navigando sicuro pei porti di Sicilia, trovò al suo indirizzo lettere pressanti di Roma, che lo avvisavano del matrimonio conchiuso tra Enrico d'Orleano, secondogenito del re Francesco di Francia, e la Caterina de' Medici, figliuola di Lorenzo il giovane, e nipote di papa Clemente. Di più le lettere medesime portavano che, avendo sua Santità accettato l'invito del Re di abboccarsi con lui in Marsiglia e di trovarsi insieme con tutto il parentado alle nozze, non si aspettava altro per cominciare la navigazione, se non il ritorno delle galèe di Levante. Laonde il Salviati, ottenuta dal Grammaestro la licenza di condurre seco colle dodici galèe di Roma eziandio le quattro di Malta, venne difilato nel porto di Civitavecchia, dove imbarcò molte masserizie e arredi, e molta gente della famiglia, co' quali si volse prestamente verso Livorno, a fine di raggiungervi il Papa: il quale partitosi già di Roma il martedì nove di settembre, per Montepulciano, la Valdelsa, e il Valdarno di sotto, era entrato in Pisa e finalmente in Livorno, senza toccare Firenze per quei rispetti che facilmente ciascuno può intendere. Come fu in quel porto la squadra del Salviati, papa Clemente discese alla marina e montò sulla capitana di Francia addì cinque ottobre, giorno di domenica, sull'ora di vespro, intanto che le galèe di Provenza, di Malta e di Roma facevano salva reale per tre volte con tutta la loro artiglieria e moschetteria[427].

[5 ottobre 1533.]

Indi pigliavano il largo, e procedevano così: alla vanguardia alcune galèe più veloci e bene armate col carico di cercare intorno, di scoprire gli agguati e di tracciare il cammino: e queste sotto il governo di ufficiali, cui chiamavano Cercamare, e Re di galèa[428]. Seguiva una trireme di gran rispetto per nome la Duchessa; e quivi i cerimonieri e i chierici della cappella papale, intenti per turno a salmeggiare presso il tabernacolo, ove tra doppieri ardenti si custodiva la santa Eucaristia: primo dei sacerdoti il prefetto delle cirimonie, Pierpaolo Gualtieri di Arezzo, dal cui giornale raccolgo alcune notizie e tutte le date di questo viaggio[429]. Appresso si attelava lo squadrone delle galèe con al centro la Reale di Francia, condotta dal duca d'Albania, ove risiedeva papa Clemente; e nelle altre a destra e a sinistra sedici cardinali, molti prelati, e il resto della curia e dei familiari: finalmente venivano quattro navi di trasporto colle lettighe, le mute dei cavalli, e tutti quegli arnesi e corredi e fornimenti di chiesa, di corte e di città, che il Papa, i Cardinali, e gli altri nelle funzioni e concistori usar dovevano in Francia.

Lo splendido viaggio di un romano Pontefice con sedici Cardinali, all'incontro di un Re di Francia con tutta la sua corte, durante la traversata, teneva gli ufficiali novelli e i veterani della marina in continue conferenze tra loro sull'ordinamento dei saluti. Punto di sommo rilievo nel secolo decimosesto. Quei signori non lasciavano occasione niuna di mostrare altrui cortesia secondo il debito, e di esigere dagli altri uguale corrispondenza. Il codice dei saluti tanto necessario stimavasi a bordo, quanto la carta da navigare. Aveanvi regole generali e particolari, ed eccezioni per ogni capo: lo sparo dei cannoni, la battuta dei tamburi, lo squillo delle trombe, le voci dei marinari, la parata dei soldati, tutto scritto nei tempi e nei numeri, secondo la dignità delle corone, dei personaggi, dei comandanti, dei navigli, delle città, delle fortezze, e simili; a chi il cominciare, a chi il rispondere, o come a un tempo darsi e rendersi i saluti vicendevolmente. Come trattare i supremi generali, o i luogotenenti, o i capisquadra; sulle reali, sulle capitane, sulle padrone; a mare aperto, in porto o in darsena; armati o disarmati, di arrivo o di partenza. Quando uscire incontro ai maggiori, quanto procedere, quale distanza tenere. Come prendere la posta, o libera o colta da altri. Come ricevere le visite, e restituirle: quando issare, mainare, scuotere, o ribattere per saluto la bandiera. Come navigare sottovento, dove mettere lo sperone, come tenersi alla scaletta del più degno, o attelarsi alla pari colle conserve. Quando abbattere la tenda, o stringere le vele, spalare o palpare i remi. E che fare alla presenza di Re, Imperatori, Papi, Principi, e via via: con tante clausole eccezionali, che il codice veniva in pratica difficilissimo, e dava continuo rappiglio di querele ai puntigliosi, e di dispute sentenziose agli interpreti. Però l'istesso codice prescriveva il contegno da tenere contro i mancatori nel caso, che chiamavano, di onore dinegato[430]. Son piene le storie delle controversie perpetue in questa materia dei Genovesi co' Toscani, e dei Cavalieri di Malta con tuttaddue.

Così, sempre salutando, toccarono il Finale e Villafranca, senza entrare nel porto di Nizza per certi puntigli del duca di Savoia; e di là con felicissima navigazione la mattina dell'undici ottobre, sull'ora di terza, comparvero alla vista di Marsiglia, segnalati subito dalle vedette al monte della Guardia.

[11 ottobre 1533.]

V. — All'incontro per tre miglia dentro mare venne il cardinale Legato d'Avignone, e con lui altri tre Cardinali francesi, cioè il Borbonio, il Lorenese ed il Grammonte; i quali, fatta la riverenza al Pontefice, si unirono colla loro galèa al corteggio, ripiegandosi in bell'ordine di contrammarcia appresso della Reale, perchè le fosse libera la via di entrare agiatamente prima di ogni altra nel porto. La Reale di Francia chiamava sopra di sè da ogni parte lo sguardo degli innumerevoli spettatori, così per la personale dignità dell'augusto viaggiatore, come per la bellezza delle sue forme. Superbo naviglio costruito a sommo studio di grande comparsa. La camera maggiore dall'albero di maestra infino alla timoniera, coperta di ricchissimi damaschi cremisini, seminati di gigli d'oro, a lungo strascico, profusamente insino al mare. Intorno alla poppa scolture di rilievo messe a oro sul fondo nero; donde maggior risalto di ricchezza e di armonia, e insieme sicurtà di navigazione, e sfoggio di appariscenza[431]. Sulla freccia dorata un forbito fanale di metallo, lucido a specchio, che nel giorno e più anche nella notte gittava sprazzi di vivissima luce. Il coronamento del dorso rilevato in arco, e sostenuto da statue gigantesche ai lati dello stemma papale e reale tra ricchi festoni di alto rilievo e di finissimo intaglio: ed alle bande, sotto lo sporto dei listelli e dei fregi, gruppi in figura di tritoni e di sirene che, danzando intorno al naviglio, facevano come di sorreggerne il corpo e di seguirne l'andare. Le tende tutte di porpora a ricamo: le camere parate di teletta d'oro e di seta. Gli spallieri incatenati al banco con catene d'argento; e la ciurma di trecento robusti rematori tutti vestiti di raso damascato rosso e giallo, ai colori del Re[432].

Appresso alla Reale venivano le due Capitane di Roma e di Malta[433], e le altre galèe del convoglio insieme colle quattro provenzali[434] tutte splendide e ricche di ornamenti, tutte pavesate a festa con bandiere bellissime, i marinari e i soldati alle poste e alle rembate in grande assisa, e salutando da ogni parte con tiri d'artiglieria la città, le fortezze, le navi, e da quelle corrisposte colpo per colpo, con tanto strepito di salve e di cannonate, che più non si potrebbe dire. Gittata l'àncora nel mezzo al porto, ecco il real bargio alla scaletta destrale di fuoribanda per ricevere il Pontefice, e per menarlo alla sponda: palischermo grandioso, ponte coperto, ricco padiglione, sfarzoso cortinaggio, porpora, frange e nappini d'oro: in somma comodo e magnificenza, rapidità di corso, e sicurezza d'accosto ad ogni banchina. Entratovi Clemente, e postosi sur un seggiolone di velluto, col seguito di tutti gli altri palischermi e dei personaggi più ragguardevoli, discese in terra presso alla chiesa di sant'Agostino, nella quale rese all'Altissimo le dovute grazie; e poi se ne andò ad un bel luogo del Re, chiamato il Giardino, ove riposò quella notte, dovendo fare il dì seguente l'entrata solenne nella città[435].

[15 ottobre 1533.]

VI. — I marinari sanno ormai per lunga esperienza che io non sono uso abbandonarli, e sanno che non amo cacciarmi tra la folla dentro terra appresso alle feste cortigianesche; però possono prevedere ch'io mi passerò delle nozze del duca d'Orleano con madama Caterina, la quale doveva essere, come dicevano, giovane, savia e bella. Ciascuno potrà leggerne altrove gli elogi e le feste, ed anche imaginarsele da sè, pensando grandi cose per la presenza del Pontefice, dei Cardinali, e della Curia romana; per la magnificenza del re Francesco con tre suoi figliuoli, e della Regina sorella dell'Imperatore, e di tanti principi, baroni e prelati di Francia e d'Italia concorsivi a gara. Ma non lascerò di ricordare la riverenza e l'ammirazione con che quei signori, venendo al porto, riguardavano i nostri bastimenti, non potendosi saziare di vederli e di rivederli. Chi lodava la lindura dei navigli, chi il marzial piglio degli equipaggi, massime dei romani e dei maltesi, tornati allora allora di Levante, dove avevano combattuto e vinto il Turco, e durante la campagna di due anni avevano preso la fortezza di Patrasso ed i castelli di Lepanto, espugnato Corone, e scioltone l'assedio, con tanta gloria del nome cristiano. Gli ufficiali di marina festeggiati da tutti, e continue le visite a bordo.

Di che entrata pur la voglia nell'animo del re Francesco, si condusse il dì quindici di ottobre a visitare le nostre galèe; e per maggior diletto con molti elogi volle che il Salviati uscisse dal porto e seco lo menasse pel mare attorno alle Pomeghe ed oltre a dieci miglia più in fuori, giostrandogli ed armeggiandogli ai lati tutte le altre galèe dello squadrone romano e maltese, con grandissima letizia del Re e de' suoi cavalieri[436]. Possiamo in cotesta occasione pensare ogni sorta di manovre: ora a vela di buonbraccio, e in poppa, e all'orza, correndo e volteggiando; ora a remo di voga larga, o di corso arrancato, o di riposo, o in giolito, o a quartieri; dando e pigliando caccia, e traendo colpi d'artiglieria; tra le voci degli ufficiali di comando, e le esclamazioni consuete e notorie del capitano Salviati. Il quale compiacendosi con quei signori, e lodandosi della sua gente, secondo i tratti di destrezza e secondo le osservazioni dell'arte nautica, non aveva tanto a potersi tenere, che una volta o l'altra non esclamasse[437]: Al corpo di santa gallina! vedi prontezza di girata, vedi efficacia di timone, vedi prueggio sull'occhio del vento, e vedi falcato sulla scia l'arco dello scarroccio.

Era il tempo del magisterio dei nostri marini: fresca la memoria e vivi gli allievi del Colombo, del Vespucci, del Cabotto e del Pigafetta; tempo che Genovesi e Napolitani, Doria e Caraccioli, Spinoli e Centurioni guidavano le armate di Spagna; fiorentini e romani, Strozzi e Orsini, Sforza e Farnesi attendevano in posti eminenti alle armate di Francia; tempo che il Salviati prior di Roma poteva parlare di Scarroccio anche alla presenza del re Francesco, come ho scritto avanti, per farmi largo a dichiarare questa voce nostrana, tecnica, necessaria, da non confondere colla Deriva.

Tace la Crusca dello Scarroccio: perciò lezioni, varianti, e dubbiezze senza fine. Ma il termine è antico, e sempre vivo tra i marinari: termine derivato al tempo e al modo stesso del notissimo Carroccio, cioè dal carro. Perocchè le antenne latine (principale attrezzatura dei bastimenti di linea nei secoli passati) erano composte di due verghe trincate insieme; che si chiamavano, e tuttavia si chiamano, Carro e Penna. Questa così detta, perchè alta e sottile si solleva e fa punta; l'altro, perchè grosso e basso porta su e giù tutto il fardello delle vele maggiori e minori inferite e governate sull'antenna. Pel rovescio del carro viene lo Scarroccio: conciossiachè nel navigare alla latina sempre il carro si porta al vento; e se il vento sarà obbliquo alla rotta, si metterà il carro obbliquo al vento, e la vela obbliqua alla chiglia. La risultante di queste forze obblique spinge il naviglio innanzi pel rombo assegnato: ma al tempo stesso quel che soverchia di forza laterale (non potendo per la ragione dell'obbliquità concorrere tutta nella direzione voluta) premendo pur lateralmente vela, corpo, fianco e attrezzi del bastimento medesimo, non può non gittarlo alquanto sottovento, mentre pur segue col fil della prora il cammino prescritto. Dunque i marinari dicono propriamente Scarroccio[438]: Quel trasporto involontario che patisce il naviglio col vento obbliquo a rovescio del carro, fuori della via assegnata, sulla quale governa. Trasporto proporzionale alle qualità nautiche del bastimento, al suo taglio, stivamento, velatura, velocità propria, forza del vento, obbliquità di spinta, e stato del mare. Trasporto anomalo che compete in origine ai bastimenti latini sotto vela: ma che per la stessa similitudine si dice di ogni legno a vela, a remo, a vapore, quando sia gittato sotto via dalla spinta del vento laterale, come succede del legno latino a rovescio del carro. Trasporto che si riconosce a un batter d'occhio sulla scia o solco impresso dalla rotta sul mare; il quale solco comparisce curvo, perchè prodotto da due forze angolari che operano in ogni minimo istante di tempo, l'una nella direzione della chiglia, l'altra nella direzione del vento, sotto un angolo che può essere misurato col grafometro, e indicare colla sua maggiore o minore apertura la quantità della anomalia. Trasporto finalmente che può esser corretto e mitigato cogli aloni distesi al fianco del naviglio, dal lato di sottovento, perchè contrastino nell'acqua contro la spinta laterale, e diminuiscano lo scarrocciare; cosa che tornerebbe inutile non solo, ma dannosa, nel caso di corrente e di deriva.

Da ciò resta vie meglio chiarita la necessità delle due voci Scarroccio e Deriva, che non si vogliono confondere per sinonime, nè rifiutare per forestiere, come alcuni pretendono. Esse rispondono a diversi concetti: chè si può scarrocciare senza derivare, e viceversa: anzi al tempo stesso si può derivare in un verso e scarrocciare in un altro, secondo l'andamento uguale od opposto della corrente, del vento e della rotta; e talora la deriva corregge lo scarroccio, pognamoci nel caso di stringere il vento colla marèa.

Intanto ragionando insieme di arte e di mare quei signori se ne ritornano lietissimi verso il porto di Marsiglia, innanzi al quale ho voluto ricordare gli onori e i teoremi della nostra marineria, perchè si veda quanto giustamente ella fosse encomiata dagli stessi Francesi e dal Re, il cui giudizio ognuno riputerà di gran peso e valore. Pel secolo decimosesto valgono le notizie conservateci e pubblicate dal signore di Godeffroy, scrittore ufficiale della corte di Francia: e pei due secoli seguenti varranno le scritture del notissimo Labat, brioso viaggiatore francese, il quale più volte ripete, e costringe anche me a ripigliare le sue parole[439]. «Le galèe semplici del Papa sono di primaria grandezza, uguali alle capitane di Francia e degli altri principi.... La capitana poi ha sempre la poppa ornata di scolture e dorature. Ne fa varata una, l'anno 1714, dove spiccava intagliata a rilievo tutta la solenne cirimonia della canonizzazione di san Pio; lavoro di valente scalpello, e adorno di dorature per tutto dove si poteva metterne. Difficile immaginare cosa più magnifica! La poppa sembrava un monte d'oro ombreggiato da ricco padiglione di damasco rosso colle frange e i nappini d'oro. Tutte altresì ben armate, palamento numeroso ed esperto; e difese da buoni soldati, tratti dalle compagnie di Roma e dalla guarnigione di Civitavecchia.... Bisogna confessare che non si vedono sul Mediterraneo galèe più grandi, meglio armate e più ricche di quelle del Papa.... La regina di Polonia s'imbarcò a Civitavecchia sulla capitana di Roma, comandata dal priore Ferretti.... Nel porto di Marsiglia le galere pontificie fecero salva con tutta l'artiglieria.... La capitana salutò la reale di Francia con quattro tiri di cannone ed ebbe risposta colpo per colpo. Ciascuno potrà pensare, senza altro dirne, che vi fu calca per venirla a vedere. Essa lo meritava certamente: perchè, a confessione degli stessi Francesi, era la più magnifica capitana che fosse stata veduta a Marsiglia.» Togliete quanto volete: ce ne resterà sempre a bastanza per quelli che non ha guari metteanci allo zero. Avrete il resto tra poco dalla penna di un classico francese.

[12 novembre 1533.]

VII. — Posto finalmente un termine alle feste ed ai congressi tra il Papa e il Re (donde tanti sospetti e tante speranze in Europa), creati quattro cardinali francesi, tenuti diversi concistori, dopo trentaquattro giorni di conviti e tornei, Clemente VII prese congedo: e addì dodici del mese di novembre si rimbarcò in Marsiglia per tornare alla sua sede. Toccarono Santropè, Villafranca e Portovenere, senza altra novità che di tempeste invernali, specialmente nelle acque di Savona: dove al dire del Belcaire, gravissimo storico francese[440], papa Clemente non volle più navigare sulle galere di Francia per la poca perizia dei nocchieri, quantunque i legni fossero eccellenti; ma tramutossi di bordo passando sulla capitana di Roma, già governata dal Doria (come abbiamo veduto), ed ora condotta dal Salviati. Il quale, pienamente rispondendo alla fiducia di lui, rimiselo sicuro e lieto nel porto di Civitavecchia[441].

[7 dicembre 1533.]

Stanco della lunga navigazione, prima di ripigliare il viaggio di Roma per la via di terra, volle altresì papa Clemente riposarsi tre giorni in Civitavecchia, con grande onore e splendidezza alloggiato e festeggiato nel palagio della Rôcca: e volle similmente far posare le sue genti di mare, riconoscendo ciascuno secondo i meriti. Agli ufficiali le collane d'oro, alle genti di capo i fiorini, ed alle genti di remo la pasciona. Di qua nei tre giorni della dimora spedì lettere e brevi in diverse parti; due dei quali al mio proposito da essere specialmente ricordati. Il primo al principe Doria in Genova, colla data di Civitavecchia del giorno sette dicembre, lodandosi dell'incontro a Portovenere e della compagnia seguente di alcune sue galere condotte da Marcantonio del Carretto, figlio di Alfonso marchese di Finale, e della Peretta Usodimare, passata in seconde nozze collo stesso Andrea[442]. Nel secondo breve al Grammaestro di Malta, sotto la data del giorno otto e della stessa città[443], maggiormente a lui si loda dei marinari, degli ufficiali e del Salviati priore di Roma pel doppio servigio, e nella guerra contro i Turchi, e nel viaggio dei tre mesi tra l'andata, la dimora e il ritorno, appresso alla persona sua: coglie questa occasione per ricordare in modo solenne e durevole la fede, la bravura e la perizia nautica delle due squadre, e del prode comandante: rimettendosi a lui medesimo per le minute informazioni che gli darà in scritto delle cose più notevoli occorse nel viaggio marittimo, massime da Savona in qua: finalmente prega il Grammaestro a contentarsi di lasciarglielo in Civitavecchia, per capitano della guardia permanente; e di proscioglierlo dall'obbligo di ritornare nell'isola colle galèe della Religione gerosolimitana per quei rispetti che egli doveva benissimo intendere senza altro discorso.

[10 dicembre 1533.]

La mattina del dieci dicembre papa Clemente per le poste corse verso Roma, e vi giunse il giorno istesso alle due pomeridiane. La sera fecero vela le galèe di Malta verso l'isola, condotte dal luogotenente del Salviati; e verso Genova si rivolse Marcantonio del Carretto in compagnia del capitano Paolo Giustiniani, che vi rimenava alcune galèe assoldate già prima alle spese della Camera apostolica.

[15 dicembre 1533.]

VIII. — Il capitan Salviati restossi nel porto di Civitavecchia con tre galèe e un brigantino: comandante della marina, governatore della piazza e castellano della rôcca. La nomina verbale agli ultimi due ufficî valeagli fin dal principio, ma il brevetto non fu segnato che al primo di settembre, quando egli era nei viaggi di Corone e di Marsiglia, e però il possesso deve ridursi in questi giorni del suo ritorno e della sua dimora. Produco il documento nella integrità, perchè inedito[444]:

«Al diletto figlio Bernardo dei Salviati, priore di Roma, e prefetto delle nostre galèe. Clemente papa VII. — Figliuolo diletto, salute, eccetera. Confidando nella tua virtù, fede, sollecitudine e prudenza, per autorità apostolica e per tenore delle lettere presenti, noi ti deputiamo castellano della fortezza e commissario della nostra terra di Civitavecchia, con tutti gli onori, giurisdizioni, paghe, salarî ed emolumenti consueti; e ciò da durare a nostro beneplacito, e da principiare subito che sarai approdato nel detto porto. Ordiniamo nel tempo stesso al presente castellano della detta fortezza, che la consegni a te medesimo, o a chi tu manderai in tua vece, eccetera. — Dato in Roma, presso san Pietro, sotto l'anello del Pescatore, addì primo di settembre 1533, del nostro pontificato anno decimo. — Blosio». Non occorre commento.

[16 aprile 1534.]

IX. — Più e più importante alla storia della marineria segue l'inventario proprio di quest'anno addì sedici di aprile, per la consegna delle galèe al nuovo comandante: inventario non potuto compilare prima pei continui suoi viaggi di Levante e di Francia. Lo pubblico, perchè si veda la continuazione delle voci del mestiero: voci che il Berisio, notajo romano, scriveva negli atti, come gli venivano dall'ufficiale della marina deputato a questo servigio. Non altra mutazione farò che dell'ortografia, correggendo gli idiotismi manifesti dello scrittore, tanto che ne venga corretta la lezione. Dirò Bande, dove è scritto Banne; Dodici, non Dudichi; Timoni, non Temoni, e simili; perchè non voglio col pregio dei documenti crescere la confusione del linguaggio marinaresco, ma in quella vece rilevare la legittimità tradizionale dei vocaboli, purgati che sieno dalle mende dei dialetti e della plebe. Ecco la traduzione del preambolo latino, e poi come segue il testo volgare[445]:

«Addì sedici d'aprile, anno 1534, il reverendo signore fra Bernardo Salviati, priore del priorato di Roma dell'ordine di san Giovanni gerosolimitano, e capitan generale delle galèe del santissimo Signor nostro, assegnate alla guardia del mar Tirreno, spontaneamente eccetera, da sè eccetera, disse e dichiarò ed apertamente in pubblico confessò nelle tre galèe e nel brigantino del suo governo e capitanato, come sopra, essere e trovarsi tutte e singole le munizioni e fornimenti contenuti e notati nella infrascritta Cedola, firmata e sottoscritta di sua propria mano. Le quali cose, insieme colle predette galèe e brigantino, il lodato signor capitano Bernardo ha promesso restituire a suo tempo, secondo la forma espressa nei capitoli della sua condotta, e tolta di mezzo ogni eccezione. Per le quali cose eccetera, si obbligò eccetera. Fatto in Roma nel palazzo di casa Medici presso la piazza Navona, che il medesimo signor Bernardo ha per suo abitare.

»Tenore della Cedola:

»Lo inventario di una galèa[446].

»Il corpo della galèa[447] fornita, con suoi banchi, pedagne, balestriere e battagliole[448].

»Item dodici catene di ferro per fornimento della sartia[449].

»Item due timoni forniti con loro aggiacci, aguglie e feminelle[450].

»Item uno schifo con sua catena, e tre paja di remi.

»Item un fanale dorato.

»Item l'albero della galèa et antenna, fornito di sartia e taglie; e bronzi per imbronzare il calcese e le taglie, come si usa.

»Item altre taglie, pasteche di schifo, e da arborare, et alcune di rispetto.

»Item remi pel fornimento di una galèa et di rispetto, in tutto centosettanta[451].

»Item piombo per impiombare il palamento et altre cose necessarie alla galèa, cantari nove e un terzo.

»Item catene pei forzati interziate[452], coi loro perni e chiavette, quarantanove.

»Item manette, perni, traverse per la munizione della galèa, quarantadue.

»Item pali di ferro tre.

»Item accette[453] tredici per la provvisione della galèa.

»Item per la cucina della galèa, una caldaja grande, una mezzana, una terza, ed otto calderotti piccoli.

»Item padelle tre, et spiedi quattro.

»Item due ronzoni[454] di ferro per sorgere.

»Item barili da acqua cennovantasei.

»Item vernicali[455] centocinquanta.

»Item una manica di corame per empir la stipa[456].

»Item pavesi ducento[457].

»Item rotelle quaranta.

»Item botti per la stipa tredici.

»Item archibusi co' loro fornimenti cinquanta.

»Item celate trentatrè.

»Item lancioni quindici.

»Item partigianoni dodici.

»Item alabarde trentatrè.

»Item picche cento.

»Item spade quaranta.

»Item l'albero e antenna del trinchetto fornito di sua sartia, come si usa.

»Il velame.

»Un artimone[458] guernito co' suoi mattaffioni e cordini[459].

»Un bastardo guernito, come sopra.

»Una borda guernita, come di sopra.

»La vela del trinchetto guernita, come si usa.

»Una vela di trevo[460]

»Le tende.

»Una tenda di albagio.

»Una tenda di canavaccio.

»Un tendale di albagio.

»Un tendale di cotonina.

»Due bussole da navigare.

»Quattro ampollette per la guardia.

»E più due caldaje grandi e due piccole, e quattro cucchiaj, che sono per cuocere la pece da calafatare, e serviranno per le tre galèe.

»Sartiame.

»Cinque gomene.

»Due gomenette.

»Un prodàno, et una vetta di prodàno[461].

»Le vette[462] da ghindare[463].

»Le oste della galera[464].

»Le orze a poppa, e l'orza novella[465].

»Un pajo di amanti.

»Due scotte.

»Due palmare[466].

»Una grippia da collo[467].

»Una vetta da arborare.

»Una barbetta per lo schifo[468].

»Un provese.

»Una quarnaletta.

»Gli stroppi con che voga il palamento.

»L'artiglieria.

»Un cannone serpentino per la prua della galèa col suo ceppo ferrato[469].

»Due mezzi cannoni serpentini per la prua, coi loro ceppi ferrati[470].

»Due quarti cannoni[471] per le bande coi loro ceppi ferrati.

»Due smerigli grandi per le bitte, et quattro piccoli per le bande[472]. Et più le carcature per la predetta artiglieria[473].

»Lo inventario di sopra scritto è tutto della galèa capitana, e così delle altre due galèe, riservato il fanale, et le caldaje di pece.

»Et più il bucio[474] del brigantino co' suoi banchi.

»Item albero et antenna guernito di sartia e taglie.

»Item remi trentadue.

»Item una vela guernita.

»Item un ferro per sorgere.

»Item un cavetto e due provesi.

»Fra Bernardo Salviati priore di Roma.»

[20 aprile 1534.]

X. — Non posso lasciar correre la lindura e la brevità del documento ora prodotto senza la compagnia di alcuni commenti. Il capitano Salviati, parlando del fusto di un brigantino, non si perita chiamarlo il Bucio. Dunque la radicale ormai notissima del famoso Bucintoro durava pel comune uso tradizionale anche nel secolo decimosesto, e sotto la penna di un marinaro che sentiva a un tempo di Firenze, di Malta e di Roma. Potrei citare altri esempî[475]. Ma più di tutto stimo il suggerimento dell'Archivio Veneto, e l'opinione anteriore di Angelo Zon, da me non avvertita prima, la quale ora corrobora la mia diversamente cavata, e tronca ogni altra disputa con un argomento di fatto[476]. Il cerimoniale della basilica di san Marco, codice del secolo decimoterzo, parlando della festa solenne dell'Ascensione, e della comparsa del Bucintoro alla marina di Venezia, dice tutto aperto[477]: «I Canonici devono accompagnare il Doge quando navigherà sul Bucio.»

Nel nostro documento esce adesso per la prima volta il titolo di capitano Generale[478]. Bisogna avvertire che, venuto al governo della squadra romana, il Salviati già teneva al suo carico la squadra maltese; e per questo comandava sedici galèe, con due capitane. Indi a maggiore autorità fece seguito più grandioso titolo. Lo stesso innalzamento dopo venti anni successe in Malta a proposito di Leone Strozzi, di cui si legge così[479]: «Al primo di giugno 1553 Leone Strozzi, priore di Capua, prese possesso delle galere che erano sette: cioè le quattro ordinarie della Religione, e le tre del medesimo Priore, che stavano al soldo del comun tesoro. E perchè egli aveva avuto così gran carichi, et allora comandava due capitane, per questo fu egli da tutti chiamato comunemente il Generale. E questa fu la prima volta che il capitano con tal titolo chiamato fosse.» Similitudine di cause, di effetti e di avvertenze tra Malta e Roma.

Vuolsi ancora notare nell'inventario il costume romano sul conto delle artiglierie. In ogni galèa undici pezzi, e i tre maggiori serpentini. Intendi cannoni colubrinati, di lunga canna, almeno di ventisei bocche, per più lontana gittata; e non troppo ricchi di metallo per maggior leggerezza. Il corsiero da cinquanta, i laterali da ventiquattro, gli estremi da dodici; due smerigli alle bitte, e quattro alla mezzanìa. Sistema espressamente ricordato dal Pantera con queste parole[480]: «Oltre al pezzo di corsìa, sogliono le galere portare un sagro dall'una e dall'altra parte, e appresso ai sagri si mette un cannone petriero da quindici: e più si suole accomodare verso le posticce uno smeriglio dall'una e dall'altra banda della galèa. Questi pezzetti, caricandosi con i mascoli et maneggiandosi facilmente, sono comodissimi. Alla poppa portano un simile pezzetto da ogni parte alla spalla, o un petriero piccolo, acciocchè aggravino meno. Et quest'ordine si tiene nell'armare di artiglieria le galere ponentine.» Ne vedremo l'importanza e l'applicazione.

Più largamente pel tempo successivo entrano in questi particolari i codici più recenti dell'Archivio camerale, cominciato per ordine di Alessandro VII, e continuato infino agli ultimi tempi[481]. Centinaja di volumi, attenenti alle cose del mare, che forse io solo (dopo messi ai palchetti) ho studiato ad uno ad uno per amplissima concessione del cavaliere Angelo Galli, ministro allora delle Finanze in Roma, e coll'assistenza di Pietro Benucci, archivista del ministerio: ambedue ricordati per debito di gratitudine. Ne darò gli estratti secondo il corso dei tempi seguenti: ma perchè questi ci rimandano agli anteriori, valgano per sempre i cenni presenti di fatto mio proprio, che tutti quei codici ho veduto nel palazzo Salviati (fabbricato dal medesimo nostro capitano Generale), donde sono passati al moderno Archivio di Stato, come mi dice il Corvisieri.

[12 giugno 1534.]

XI. — Ma poichè si avanza la buona stagione per navigare, e già da più parti sul Tirreno scorrono gli amici ed i nemici nostri, gli è tempo di uscir dagli archivi di stato e dei notaj, e di rivolgerci al mare, dove al marzial brio possiamo anche da lungi riconoscere la squadra del Salviati. Sono sei galèe: tre della guardia consueta, ed altrettante armate alle spese dello splendido capitano, desideroso di farsi merito, e sicuro di trovarne compenso. Gran cose deve aver fatto in quest'anno, quantunque non se ne trovi sillaba negli scrittori romani. Ma l'eco della fama allora ne portò infino a Genova le notizie, e di là me le rimena per la penna del Bonfadio; il quale non tanto strettamente narra le cose sue, che non se ne possano talora avvantaggiare le nostre. Il capitano Marco Usodimare (come dice esso Bonfadio e tutti sanno) nobile e prode genovese, facendo gran conto del Salviati e della sua gente, venne quest'anno con cinque galèe a trovarlo, richiedendolo di conserva contro una grossa banda di fuste e di galeotte piratiche, che rapinavano a talento sulle maremme di Toscana. Navigarono le undici galèe intorno a quelle isole, dalla Pianosa all'Elba, ed al canal di Piombino; e finalmente vennero a sapere che il grosso dei pirati, fuggiti da ogni altra parte, si tenea celato all'aspetto sulle ancore nella cala di Montecristo, isoletta allora disabitata dirimpetto all'Argentaro, e ben visibile col tempo alquanto sereno a chi riguarda da Civitavecchia inverso ponente. Dunque antenne in battaglia, serpentini e smerigli in batteria, soldati e marinari alle poste, e voga arrancata verso la cala. Se non che dalle alture dell'isola avendo le guardie dei nemici discoperto le nostre galere, imbrancaronsi in fuga precipitosa; risoluti a loro costume di schivare lo scontro dei navigli militari. Nondimeno due galeotte, meno delle altre preste a fuggire, sopraggiunte e investite, vennero in potere di Bernardo e di Marco; ed una terza, pertinacemente inseguita con lunga caccia, mainò la bandiera e s'arrese all'altura di capo Côrso. Ducento Cristiani liberati dalla catena, cento e più ladroni messi al remo, tre legni presi a rimburchio, e buona preda divisa tra Genova e Roma[482].

Pensate feste al ritorno dei vincitori: feste sovente negli scorsi secoli, e infino al principio del presente ripetute nelle nostre città marittime per celebrare il trionfo dei prodi contro i barbari: feste pur accennate qua e là da parecchi con qualche generica declamazione, ma da niuno divisate colle particolari costumanze tradizionali, che si usavano quasi all'istesso modo in Nizza, in Genova, in Livorno, in Civitavecchia, e in tutti i porti d'Italia. Di che facendosi ogni giorno più languida la memoria per le mutate condizioni dei tempi, andrebbe ogni traccia finalmente a perdersi, se qualcuno non se ne facesse espositore. L'indole di questa storia tanto stringe più che altri me stesso, quanto ognun vede, a pigliarne il carico: però non mi perito di soddisfarvi, come colui che nella mia patria infino dalla prima età, tra il secondo e il terzo decennale di questo secolo, ho potuto raccogliere gli ultimi ricordi dei nostri veterani, attori e testimonî del secolo anteriore; e ne conservo tuttavia vivissima la memoria. Avrò io adesso a tessere il catalogo delle antiche conoscenze, e a nominare tutti i campioni, dal comandante Andrea Zara, infino al marinaro bombardiere Carlo Viola? Per non divagar tanto lontano col discorso di altri e di me, e senza togliere punto di fede al racconto, basterà che dica di quest'ultimo più che ottuagenario, ma vegeto e rubizzo vecchio, cui noi fanciulli col maestro facevamo corona nelle ore del passeggio vespertino sul molo del Bicchiere per udirne i racconti. Ed egli con bel garbo seduto sul calastrello di riposo d'un pezzo da quarantotto, quivi stesso in batteria sul molo, dicendo e rispondendo alle nostre domande, consolava la mestizia del suo verno, e la giocondità della nostra primavera, discorrendo dei primi suoi combattimenti contro i Turchi, e dei suoi ritorni vittoriosi: e divisava ogni cosa così bene per punto e per segno, e colle circostanze delle persone, dei tempi e dei luoghi che era delizia l'udirlo non solo a noi, ma a chiunque s'incontrasse a passare.

Da lui adunque, e da altri ancora di maggior calibro, abbiamo per tradizione perenne infino al termine, che i vincitori dei barbareschi, nel tornare verso il porto colle prede ammarinate, davano avviso da lungi del felice avvenimento e della festosa venuta: gala di bandiere, e nove spari di cannone con tre rapidi colpi per tre lunghi intervalli. A quel segno i cittadini, messa da parte ogni altra cura, concorrevano al porto; i guardiani approntavano le cautele del lazzeretto, la guarnigione schieravasi sulla calata, le campane di santa Maria sonavano a gloria, e la fortezza, spiegati gli stendardi maggiori, salutava i vegnenti con tiri ventuno, la piazza salutava con sei. Le prime notizie ad alta voce davansi e riceveansi dal fortino del Bicchiere, presso la bocca di Levante; e di là partiva il primo scoppio di plauso ai reduci valorosi, e l'ultimo vale di congedo agli estinti benemeriti. I legni entravano nel porto traendosi dietro le prede colle bandiere rovesciate, e lo strascico in mare: pigliavano la posta al molo del lazzaretto; e sbarcavano spartitamente, tra le voci e i saluti del popolo, prima i Cristiani affrancati, e poi i Turchi prigionieri, perchè sotto custodia purgassero la contumacia. Ciò fatto squillavano le trombe di bordo, e salutavano santa Fermina protettrice dei naviganti: poi volgendosi rispondevano ai saluti della fortezza e della piazza colpo per colpo: e subito, senza pigliar pratica, uscivano dal porto per consumare al largo in crociera di guardia la quarantina: pronti ogni giorno a rinnovare le medesime feste e cautele, se la fortuna li avesse rimenati a novelli cimenti. Finalmente cessato ogni pericolo di contagio (per quei tempi anche la peste entrava tra i favori consueti dei Barbareschi), tutto l'armamento, soldati e marinari sotto le armi, scendevano in terra coi loro ufficiali alla testa, e appresso scalzi in lunga fila i Cristiani affrancati venivano a processione nella chiesa di santa Maria, dove rendevano le dovute grazie a Dio e ai Santi: e per memoria del beneficio lasciavano la bandiera maggiore dei legni nemici.

Ricordo io in Civitavecchia, e ogni altro meco del mio tempo può ricordare, come infino a venti anni fa sul cornicione della stessa chiesa duravano ancora ritti agli stipiti di ciascuna finestra i gruppi di queste bandiere: aste di quasi tre metri, e stamigne di color rosso vergate di bianco con più maniere di stelle, di scimitarre e di rosoni. Quei trofei delle nostre istorie tolti dal posto, e messi in pezzi al focolare sotto la caldaja, caddero in un giorno tutti in cenere; tanto che nè a me nè ad altri maggiori (quando il puzzo ne venne in Roma) non fu più dato di poterne ricuperare briciola; e ciò pel fatto stupido di chi ebbe mano negli ultimi ristauri di quel luogo. Al modo stesso pur quivi ne avevano manomessi parecchi anche prima, e continuamente se ne disertano altrove. Colpa di moderne fantasie, e di vecchie ignoranze. Valgano queste parole per avviso, anzi che per biasimo: e servano di compenso ai pubblici monumenti recentemente perduti. Parole scritte da chi ricorda la riverenza con che gli anziani li additavano, e l'ammirazione che i giovani ne sentivano: parole di chi ora, richiamando le prime e care impressioni dell'adolescenza, ripensa come dalle bandiere della Chiesa e dai racconti del Molo siansi forse derivati nella sua mente ancor tenera i primi semi di questi volumi.

[1 luglio 1534.]

XII. — Ma perchè voglio conchiudere, torno a Solimano, intorno al quale oramai scopertamente si raccoglie e cresce per ragion di stato la grande pirateria. Dopo i rovesci di Corone, caduto in disgrazia prima Omèr-Aly, e appresso Lufty-Bey, sottentra al governo dell'armata ottomana, come supremo ammiraglio, il terribile Barbarossa: e l'innalzamento di cotesto pubblico ladrone ad ufficio e dignità tanto principale nella monarchia mi conduce a considerare più largamente le condizioni di lui, dei suoi pari, e la nuova alleanza al culmine, per questi tempi, tra i pirati e la casa ottomana.

Solimano teneva l'animo alle conquiste; non pure a danno dei Cristiani, ma anche a scapito dei Musulmani. L'Africa settentrionale maggiormente solleticava i suoi appetiti, e non è a stupire che anche verso quelle parti distendesse i capi della sua rete. Vedeavi largamente diffusa per opera dei Turchi, sudditi suoi, la minuta e la grande pirateria; e arguiva il vantaggio che pe' suoi divisamenti avrebbe potuto cavarne. I pirati, datisi alle rapine contro il commercio di levante e di ponente dalle marine di Rodi e di Cipro, infino alle riviere d'Italia, di Francia e di Spagna, per necessità avevano dovuto cercar rifugio, ricetto e protezione nei porti vicini dell'Egitto e di Barberìa; ed i sovrani indipendenti delle antiche dinastie arabe e berbere non eransi ricusati di accogliere lietamente i venturieri per dimostrazione di fratellanza mussulmana, e per ingordigia di guadagni castrensi. Gli stolti chiamandosi in casa gente strania e ladra, e vedendola ogni giorno crescere di potenza, di clientela e di prestigio, non prevedevano doversi attendere a essere una volta o l'altra cacciati. L'occasione alla lunga non poteva fallire, nè potevano i pirati mancare di un punto all'occasione. Venne il destro a senno di Solimano: la strada aperta, i popoli volubili, i ladroni potenti. Egli prese tutti i pirati sotto la sua protezione, e con un sol tiro seppe rivolgere ogni cosa a suo pro; crescere tormento ai Cristiani, rimettere a nuovo la sua armata navale, cacciare i vecchi padroni di Barberìa, e sottoporre l'Africa al suo dominio. Sapeva bene il tristo, come pei fatti si comprovò, che non avrebbero potuto da sè soli i pirati occupare tanto paese, e molto meno mantenerselo lungamente contro i caduti, senza l'ajuto di Costantinopoli, e senza riconoscere, come egli voleva, l'alta sovranità del Sultano. Siamo or dunque al compiuto svolgimento di queste tresche per opera dei maggiori pirati, ed ora fa mestieri chiamarli a rassegna, secondo l'ordine e i meriti di ciascuno.

A quattro a quattro ci compariscono nei tre periodi della nostra storia i principali archimandriti della pirateria, traendosi appresso alla loro fortuna tutto il codazzo dei minori satelliti. I corifei della prima quadriglia, venutici innanzi, sono già passati fra le ombre. Camalì, principe di Santamaura, impiccato al suo posto[483]. Gaddalì, gran capitano di Tunisi, messo in catena alla Pianosa, e non più riscosso[484]. Curtògoli signore di Biserta, ammiraglio di Solimano, e principe di Rodi, caduto e decrepito nell'isola[485]. E il quarto, Carrà Maometto, viceammiraglio ottomano contro i Gerosolimitani, sbranato da una palla di cannone, durante l'assedio[486].

Sottentra la seconda quadriglia di maggior comparsa: e ci stanno ora innanzi, tutti allievi della prima scuola in aria di superare i maestri, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. Verranno appresso quei della terza: e nomineremo a suo tempo Moràt, Dragùt, Scirocco e Lucciali. Ora diciamo dei presenti.

Il Moro, vero africano di schiatta, di colore e di pelo, faceva da padrone in Alessandria. Di là con molti legni egiziani infestava l'Arcipelago, quando non era ai soldi di Solimano; nell'armata del quale lo abbiamo già veduto presso Corone. Costui ebbe il tracollo nell'anno presente sulle coste di Candia; dove scontratosi con una squadretta di galèe veneziane, che navigavano in Soria sotto la fede de' trattati, volle provarsi a rubarle, facendo le viste di non credere alla bandiera di san Marco. Era o no pirata? Se non che Girolamo da Canale, comandante della squadretta, avvedutosi del furbo, prese anche esso a fingere di non riconoscere gli stendardi del Moro: e di buon senno gli corrispose con tal furia di cannonate, e l'ebbe talmente concio, che mandatigli a fondo quattro bastimenti, ferì lui stesso, e l'afflisse d'irreparabil danno, così che d'indi in poi non se ne dice più nulla. Solimano imperatore non si ardì fare richiamo di ciò, saputo avendo che il Moro era stato il primo a provocare: anzi mostrò di contentarsi delle scuse mandategli subito dal Senato veneziano; e laudò il Canale per valoroso ed accorto capitano. Pensate se a difesa di sfregiato ribaldo voleva accattar briga coi Veneziani, quando gli cresceva grossa sulle braccia la guerra per terra e per mare con Carlo imperatore[487].

Il Giudèo, come indica il nome, isdraelita rinnegato di Smirne, a furia di ruberie aveva acquistato grandi ricchezze, e insieme il dominio delle Gerbe. Da quell'isola navigava con trentaquattro bastimenti da remo a ruina della Sicilia, di Napoli e della Spiaggia romana. Egli era cieco d'un occhio: gli Arabi lo chiamavano Sinàm, i Turchi Ciefùt, e noi col nome comune di Giudèo l'abbiamo più volte ricordato, specialmente quando gli togliemmo due bastimenti a Gianutri; e ne diremo più cose appresso infino al caso rarissimo che gli portò la morte, mostrandolo quale egli era valoroso al pari di ogni altro pirata; e men di ogni altro pazzo e crudele[488].

Aidino (etiope, come scrive il Bosio; o smirnèo, secondo l'opinione del Varchi; o caramano a detto comune), per essere arrisicato e furioso pirata, non altrimenti nominavasi tra i nostri e tra i suoi conoscenti, che col terribile titolo di Cacciadiavoli. Costui divenuto famosissimo nel ventinove, dopo l'uccisione del general Portondo, la strage degli Spagnoli, e la presa di tutta la squadra che aveva lasciato a Genova l'Imperatore, non aveva più chi ardisse misurarsi con lui. Di nome e di fatto spaventoso a tutte le madri e a tutte le spose dei marinari della Cristianità, sarebbe salito ad altissimo segno tra i novelli signori dell'Africa, se per un caso di arsura dopo la guerra di Tunisi non fosse caduto, come tra poco vedremo[489].

I fatti di Barbarossa si legano più strettamente alla nostra istoria, però voglionsi con maggior larghezza trattare. Un greco rinnegato dell'isola di Metellino, chiamato Giacopo, e dai Turchi (tra i quali era assoldato come spahì) detto Jacùb, lasciò morendo due figliuoli, all'uno dei quali aveva posto nome Urudge, e all'altro Chaireddin, sopracchiamati dai nostri storici Oruccio e Ariadeno, e quest'ultimo pel colore del pelame più comunemente Barbarossa[490]. I due fratelli (degli altri qui non cale) poverissimi essendo, si gittarono insieme a vivere di rapina corseggiando con una piccola fusta, armata a spese altrui; ed avendo seguito la squadra di Camali-raìs, guadagnarono tanto con lui, che vennero pian piano ad infrancarsi la fusta, poi ad armarne due, e via via salendo giunsero a tante ricchezze e a sì gran pratica del mestiero, che senza contrasto furono riconosciuti primi campioni della grande pirateria nel Mediterraneo[491]. Vero è che non sempre la fortuna andava a versi di costoro; e non di rado toccavano le busse, come ho detto particolarmente di Barbarossa; quando gli togliemmo in un giorno quindici bastimenti[492]: ma si rifacevano presto, e tornavano più arrabbiati e più destri di prima. Il tristo mestiere aveva profonde radici: la gioventù concorreva numerosa a cercar ventura, la plebe inciurmavasi per fanatismo, i grandi favorivano per ostentazione, e i principi agognavano servirsene per ragione di stato. Scoppiata in Algeri la guerra di successione tra Mesud e Abdallah della famiglia dei Beni-Hafss, avvenne che l'uno dei pretendenti chiamò Oruccio in ajuto, per opera del quale cacciò l'altro, e si fece padrone del regno[493]. Ma non corse gran tempo, come spesso tra simil gente suole avvenire, ed Oruccio ammazzò il cliente e prese per sè il regno di Algeri, assicurandone il possesso coll'investitura dell'imperator Solimano. Così Barbarossa primamente divenne fratello del Re; e, dopo che questi fu morto combattendo sotto le mura di Orano, divenne Re esso stesso, più ardito e più crudele del primo. Di pelame rossiccio, di barba folta, di mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sguardevole per un gran labbro spenzolato all'ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel favellare, e davagli l'aria di vero pirata. Superbo, vendicativo, spietato, traditore; sapeva nondimeno pigliare le maniere graziose ed affabili, massime nel sorridere col volto composto a dolcezza. Parlava molte lingue, a preferenza la spagnola. Coraggioso, circospetto, amico dei suoi subalterni. Aveva intorno a sè raccolte tutte le schiume: Assan-agà, rinnegato sardo, per suo luogotenente; Haidino delle Smirne, soprannomato Cacciadiavoli, per caposquadra; il Giudèo per capo di stato maggiore; Tabàch, Salech, e Mamì-raìs per ajutanti. Tra i figli di costoro e degli altri marinari sceglieva a preferenza gli ufficiali novelli, dicendo che i lioncini diventano leoni. Studiava continuo intorno alla costruzione navale: da pesante e tarda rendevala leggiera e veloce, e ripeteva alle maestranze che per raggiugnere i cervi più valgono i levrieri che i mastini: questi buoni a guardare la casa, quelli a scorrere per la campagna ed a ghermire la preda. In vece delle grosse artiglierie rinforzate di metallo, che tormentavano i bastimenti proprî quasi più degli altrui, faceva imbarcare colubrine di minor peso e di maggior passata; spiegando ai bombardieri il pensier suo coll'esempio del braccio che, per cogliere e attrappare chi fugge, giova averlo più tosto lungo che grosso. Tale era il re dei pirati, che, avendo fatto scellerate cose contro i Cristiani per le marine dell'Arcipelago, di Sicilia, di Napoli, di Genova e di Spagna, in quest'anno mille cinquecento trentaquattro pigliava il comando supremo della navale armata dell'imperio ottomano. Gli è questo o no il trionfo della pirateria? Abbiamo o no la guerra coi pirati? Udite i fatti di costui nell'anno presente.

[20 agosto 1534.]

XIII. — Il possesso dell'ammiragliato ha a essere famoso per inganni e ruine a doppio contro Cristiani e contro Musulmani, presi insieme all'istesso tranello con un tiro il più solenne di quanti mai ne possano balenare alla mente d'un ribaldo. Eccone il filo. Era il regno di Tunisi altresì lacerato dalla rivalità di due fratelli, Rossetto e Muleasse, dell'antica dinastia berbera degli Hafsiti già ricordati, e indipendenti dai Turchi[494]. Il maggiore dei pretendenti, discacciato dall'altro, avendo fatto ricorso a Barbarossa, quale stupido pecorone al lupo rapace, dettegli l'occasione sommamente desiderata di divorarli ambedue, e di menare a un tempo il randello in Italia. Barbarossa fece grossa armata più che ottanta vele; e perchè Muleasse non avesse a pigliar sospetto, nè a mettersi sulle difese, sparse voce di voler tentare imprese nel regno di Napoli per vendicare gli oltraggi ricevuti poc'anzi a Corone. E non volendo che niuno avesse a tacciarlo di bugiardo, nè Maleasse mai a dubitare delle sue parole; anzi perchè si rendesse ciascuno più sicuro dei fatti suoi, venne realmente a Messina con tutta l'armata, passò lo stretto, e tirando su marina marina, come turbine menato da procelloso vento, disperse, disfece, incenerì bastimenti, castella, città. In Calabria saccheggiò Sanlucido, e ne trasse tutto il popolo in schiavitù. Scórse di là al Cetraro, ove trovò la terra abbandonata, e vi fece appiccare il fuoco, bruciandovi insieme alcuni corpi di galere, tra i quali erano tre già finiti per conto di papa Clemente. Per tale incidente veniamo a sapere quanti modi teneansi a crescere la forza materiale della nostra marineria, e come da ogni parte i pirati eranle infesti[495].

Barbarossa venne avanti, sbarcò in Procida, pose lo spavento in Napoli, bruciò bastimenti nel golfo, prese prigioni e roba da ogni parte: bombardò Gaeta, distrusse Sperlonga, e per tradimento ebbe Fondi, fuggendone a stento la celebre Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna, duca di Trajetto, e riputata la più bella donna d'Italia[496]. Dicono che Barbarossa sarebbe riuscito nell'intento di presentare beltà tanto rara in dono a Solimano, se la giovane Contessa non fosse stata tra i primi a riscuotersi dal sonno, ed a fuggire seminuda dalle branche del ladrone. Il quale nondimeno vendicossi saccheggiando la terra, battendo e bruciando Terracina. Finalmente comparve alli venti d'agosto sulle marine di Roma presso alla foce del Tevere; con tale sbigottimento dei popoli, che gli scrittori contemporanei comunemente asseriscono, che Barbarossa avrebbe preso di certo Roma e Napoli, se ne avesse fatto la prova[497].

[Settembre 1534.]

XIV. — Ma colui non intendeva a questo: anzi fermo nel doppio disegno, riuscitagli a talento la prima parte, non voleva indugiarsi a compiere la seconda. Quindi all'improvviso, rinfrescata nel Tevere la provvisione dell'acqua, e fatta la legna nei boschi vicini, pigliava la volta; e pel rombo di Ostrolibeccio tra la Sicilia e la Sardegna gittavasi a golfo lanciato sopra Tunisi. Muleasse era in festa nella reggia, non attendeva visite, non sospettava di Barbarossa: anzi da buon musulmano, lodava ai suoi tunisini i meriti di lui in così belle fazioni, la cui fama ad arte si era fatta correre in Africa, e per tutto altrove. Pensate se non lo chiamò esso pure pirata e traditore, quando una bella mattina se lo vide accigliato venirgli improvvisamente davanti, entrare nella reggia, e cacciarlo di casa!

Fattosi adunque Barbarossa, per le ladre invasioni sul nostro e sull'altrui, sommamente odioso a tutti i popoli, non altro era a udire in Europa che il grido della pubblica indignazione contro di lui: tutti richiedevano dai Principi, dall'Imperatore e dal Papa che si dovesse subito subito fiaccargli l'orgoglio.

[23 settembre 1534.]

Era allora nell'ultima infermità papa Clemente: nondimeno i ministri ordinarono la leva in massa dentro Roma, il rinforzo delle guardie pel littorale, l'armamento della fortezza di Civitavecchia, l'apparecchio della squadra navale, e la compra di altre sette galèe commisero al capitano Paolo Giustiniani luogotenente del Salviati. Ma essendo poco dopo, addì venticinque di settembre, mancato di vita l'istesso Pontefice, restarono le maggiori provvisioni riservate al successore, come vedremo nell'altro libro[498].

[Ottobre 1534.]

Il Salviati intanto, afflitto e pensieroso per la morte dello zio, rassegnava al nuovo Pontefice i ricchi e nobili ufficî che aveva dal precessore ricevuti, e tra essi la castellanìa di Civitavecchia e il generalato delle galèe, perchè ne disponesse a suo piacimento. Accettata la dimissione, restavasi in Roma col titolo di ambasciatore ordinario e di procurator generale del suo Ordine gerosolimitano presso la santa Sede. Dopo qualche tempo, legato come era dai voti solenni della professione religiosa, e adulto negli anni, lasciò la spada, prese gli ordini sacri, e si ridusse in Parigi presso la cugina, dalla quale fu nominato elemosiniero di Francia, e vescovo di Chiaramonte. Finalmente ebbe il cardinalato da Pio IV, e morì in Roma addì sei di maggio del 1568. Le sue benemerenze si ricordano ancora dai Romani per quel suntoso palazzo che tuttavia mantiene il nome dei principi Salviati suoi successori ed eredi, sulla riva destra del Tevere di fronte al porto Leonino, architettato da Nanni di Baccio Bigio[499]. Palazzo da Bernardo Salviati con grandissimo dispendio fabbricato in Roma a imitazione di Andrea Doria in Genova, per onorarvi, se il caso ne venisse, con splendida accoglienza il Re e i Reali di Francia, come l'altro vi menava in trionfo l'Imperatore e gl'Infanti di Spagna.