[25 agosto 1520.]
«Al reverendissimo padre e signore, signor Giulio della santa romana Chiesa, e del titolo di san Lorenzo in Damaso prete cardinale de' Medici, vicecancelliero, e protettor nostro, signore osservandissimo. — Reverendissimo ecc., premesse le raccomandazioni nostre umilissime. Sì come abbiamo già scritto a vostra Signoria reverendissima, è venuto qui in Rodi il magnifico signor Paolo Vettori, capitano della marittima squadra di nostro Signore, con tre galeoni per darci soccorso nel caso che avessimo dovuto essere assediati, come a ragione si temeva. Il prelodato Capitano si è trattenuto con noi, sempre desto nel cercare le occasioni di renderci i maggiori servigî; ed è riuscito felicemente (dappoichè niuno è venuto ad assediarci) nell'impresa di combattere e distruggere i navigli di un principalissimo pirata turco, secondo la richiesta e gli indizî che noi gli avevamo dati. Egli è uomo prode, generoso, e tutto inteso a fare cose degne del nome cristiano ed onorevoli a nostro Signore. Sentiamo perciò l'obbligo della gratitudine alla Signoria vostra che ci ha procurato il predetto soccorso, e inviatoci tale egregio Capitano che ha fatto in ogni cosa il nostro piacimento, così che nulla potevamo desiderare che egli di presente non facesse a lunga pezza più in là di ogni nostro desiderio. Se fosse stato nostro confratello, e cavaliero dell'Ordine, non avrebbe potuto far di più. Laonde ci protestiamo obbligati a lui, e ne rendiamo grazie a vostra Signoria reverendissima che ad un tratto ci ha conferiti tanti favori. La supplichiamo ancora a volersi degnare di continuarci il suo valevole patrocinio; del quale, se non avrà da noi corrispondente guiderdone, chè siamo impotenti a tante grazie debitamente compensare, ne avrà dall'altissimo Iddio, di ogni opera buona largo compensatore, in questo e negli altri secoli la dovuta mercede. Esso intanto felicemente conservi la vostra Signoria reverendissima. Dato in Rodi, addì venticinque d'agosto 1520. — Umile servitore il Maestro di Rodi fra Fabrizio.»
[Sett. ott. 1520.]
Venuto l'autunno, e cessato ogni sospetto d'assedio per quella stagione, anche per essersi Solimano rivolto contro Belgrado in Ungheria, Fabrizio diè congedo a Paolo; e in segno di gratitudine gli pose sul petto una collana d'oro di mille scudi da portare nelle solenni comparse per amor suo: agli altri ufficiali fece altresì ricchi presenti, secondo il grado di ciascuno, distribuendo anelli e vasellami d'oro e d'argento, con che onoratamente se ne tornarono[175].
[8 maggio 1521.]
XI. — Torneremo ancor noi a Rodi tra poco: ma intanto dobbiamo volgerci a Carlo e a Francesco, e con essi alle nostre guerre intestine d'Italia, divenute oramai perpetue: guerre che ci tolgono ogni lieta prospettiva, e ci rendono le vittorie e le sconfitte egualmente pesanti. Francesco, trovandosi troppo esposto alle insidie di Carlo, studiava modo di potersi almen colle armi assicurare: e per converso Carlo, tanto politicamente coperto, quanto l'altro militarmente ardito, aspettava di esser provocato, per mostrare al mondo la sua gran ragione di opprimere a un tratto il rivale. Questi umori già acerbi, e sempre più guasti dal tempo e dai mestatori, scoppiavano finalmente l'anno ventuno in guerra generale; che, cominciata in Navarra, si stendeva mano mano alle Fiandre e all'Italia. I Fiorentini e il Papa (tutt'uno in quel tempo) si dichiararono per Carlo contro Francesco; chè Leon dei Medici, dopo la prigionia di Ravenna, niuna cosa più ardentemente desiderava, quanto cacciare da Genova, da Milano, e da tutta l'Italia i Francesi[176]. Marciavano le fanterie tedesche e le spagnuole contro Milano, ed uscivano insieme da Bologna e da Reggio le milizie papali col famoso Guicciardini, al quale si accostava Prospero Colonna e Federigo Gonzaga con fiorito esercito di fanti italiani, più dieci mila Svizzeri assoldati dal Papa.
Al tempo stesso si preparava in Civitavecchia la consueta armata navale per isbalzarli da Genova, dove tenevano piede fermo, sostenuti dalla fazione dei Fregosi e dei Doria. Per converso gli Adorni, i Fieschi e tutti gli uomini principali del partito contrario convenivano secretamente in Civitavecchia al fine di intendersi e di armarsi in quel porto; donde disegnavano movere improvvisamente contro Genova, sorprendere la città, e mutare lo stato. Dicevano essere gli avversari negligenti, sprovveduti, odiosi al popolo: dicevano che per l'autorità e clientela propria i partigiani, senza contrasto, alla prima comparsa piglierebbero l'armi, e leverebbero il rumore, per introdurli. Tornano sempre le istesse fantasie dei fuorusciti.
Con questi intendimenti, zitti e presti allestivano in Civitavecchia l'armata: quattro galèe e due brigantini del Papa, altrettanti legni di Carlo chiamati da Napoli, e sei dei fuorusciti, diciotto bastimenti in tutto, sotto gli ordini di Paolo Vettori[177]. Ed essendo i collegati padroni di tutti i luoghi e porti vicini, avevano così bene isolata la Liguria, e rotte tutte le comunicazioni per mare e per terra, che non solo non trapelò mai in Genova niuna notizia di ciò che in Civitavecchia si preparava, ma passarono venti giorni senza che entrasse in quel porto nè lettera, nè messaggero a recar novella d'oltre i confini.
La quale straordinaria diligenza, come riempì di maraviglia tutta la città, così in vece di celare i disegni degli aggressori e di addormentare i Francesi, produsse l'effetto contrario di viemeglio riscuoterli. Specialmente fu desto il doge Ottaviano Fregosi, uomo scaltrito, il quale non lasciò di premunirsi contro ogni subitaneo e inopinato movimento: cavò soldati dalle terre circostanti, rinforzò le guardie, armò le fortezze di terra e di mare, vi pose capitani di fiducia, distribuì le armi ai partigiani, fece sorvegliare i contrarî, e si tenne pronto e risoluto a resistere contro chiunque volesse assaltarlo[178].
[3 agosto 1521.]
In quella salpavano da Civitavecchia i collegati, navigando al largo in alto mare per non essere discoperti. Ma la cosa era già chiara, come ho detto: e per soprassello la mattina del tre di agosto all'altura di capo Côrso, avendo dato gran caccia a una saettìa genovese, senza poterla raggiugnere, dierono occasione a costoro di correre per rifugio in Genova, dove subito trombarono il pericolo imminente. Onde la città di presente fu in arme, chiuso il porto, guardato il muro da ogni parte, e la spedizione al tutto vana. Indarno si accostarono: indarno vociarono san Giorgio e popolo. Perduta la speranza principalmente fondata nella sorpresa, si tolsero giù di là, e sbarcarono a Recco le fanterie. Le quali facilmente occupata Chiavari e la Spezia, e valico l'Appennino, andarono a congiungersi in Lombardia con Prospero Colonna. Appresso l'armata navale se ne tornò col Vettori verso Civitavecchia[179].
[16 novembre 1521.]
Ora la diversione sopra Genova, quantunque non producesse subito e direttamente l'effetto voluto dai collegati, nondimeno giovò agl'interessi loro più che non avessero pensato. Imperciocchè le fanterie sbarcate dalle galere sulla riviera di levante giunsero improvvise alle spalle dei Francesi in Lombardia, sgominarono le loro linee, e accrebbero le forze di Prospero Colonna capitano generale degl'Imperiali. Il quale con esse, e con Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, entrò vittorioso in Milano il sedici di novembre: ed ambedue l'anno seguente di viva forza espugnarono Genova, e portarono a compimento il disegno.
[1 dicembre 1521.]
Intanto le notizie della prima vittoria ottenuta in Milano e l'acquisto di Parma e Piacenza, correvano da ogni parte, e papa Leone ne pigliava incredibile allegrezza[180]. Egli era in villa alla Magliana, quando gliene venne l'annuncio: e là in mezzo ai cavalieri ed ai soldati della sua guardia, che per proprio sollazzo e per secondarne gli umori facevano festa e gazzarra con spari, e suoni, e fuochi notturni, prese quella infreddatura, per la quale, cresciuto lo strapazzo anche in Roma nel rinnovare di giorno e di notte le feste medesime, improvvisamente soffocato dal catarro morissi la notte del primo dicembre, giovane ancor di quarantasei anni[181].
[9 gennajo 1522.]
XII. — Dunque grandi novità in Roma: e prima d'ogni altra ai nove di gennajo l'elezione di un papa fiammingo, che non aveva mai veduto nè Roma, nè l'Italia. I Cardinali acclamarono il nome, da niuno aspettato, di Adriano vescovo di Tortosa, uomo di piccola nazione nato in Utrecht presso al mare di Fiandra, pe' suoi meriti e per la sua virtù onorato da tutti, e specialmente dall'imperatore Carlo V, che lo aveva avuto a maestro[182]. Il nuovo eletto trovavasi allora in Biscaglia, governatore e visitatore dei regni di Spagna a nome del detto Carlo; dove avendo ricevuto per mezzo del secretario del cardinal Carvajal notizia certa della sua elezione, e deliberato di accettarla per togliere la Chiesa dai pericoli della rinuncia, conservò l'istesso suo nome, e si fece chiamare Adriano VI.
[Aprile 1522.]
Intanto i Cardinali, compiuto il rito dell'elezione, si erano diviso tra loro il reggimento dello Stato, infino a che l'eletto non venisse in persona a pigliarne le redini: ed in questo mezzo avevano confermato Paolo Vettori nel carico delle galèe, dando a lui medesimo la commissione di navigare in Spagna, e di servire papa Adriano nel viaggio che certamente avrebbe fatto dalla parte del mare, non parendo conveniente di metterlo a traverso ai paesi sconvolti dalle guerre delle due nazioni. Quindi Paolo, fornitosi a dovere, sciolse le vele da Civitavecchia, con quattro galèe e un brigantino, menando seco il cardinale Cesarino e il Colonnese, ambasciatori ambedue deputati dal sacro Collegio e dal Popolo romano a presentare solennemente il decreto dell'elezione nelle proprie mani del novello Pontefice, ed a confortarlo alla venuta. Così il naviglio da papa Leone per altro fine apparecchiato tornò utilissimo, quando men si pensava, per condurre a Roma il successore. Tanto meglio che molti opinavano, e taluno ancora apertamente diceva, ogni indugio doversi stimare pericoloso, come principio di sentire la residenza della romana Curia un'altra volta in lontane regioni trasferita[183]. Perciò Paolo navigò di lungo a Barcellona, dove ebbe avviso che Adriano, partitosi di Vittoria, a piccole giornate era venuto in Saragozza coll'intenzione di scendere a Tortosa sull'Ebro, e di là imbarcarsi per l'Italia. La navigazione, descritta giorno per giorno dal canonico don Biagio Ortisio, seguace e familiare del nuovo Pontefice, ci somministra per buona ventura alcune notizie attenenti alle cose del mare: e perchè segna sempre i punti di partenza e di arrivo e di passaggio coi particolari del luogo e del tempo, ci apre la via a talune considerazioni storiche, filologiche e nautiche, le quali non potrebbero altrove appoggiarsi se non sul fondamento dei fatti certi, e sulla stabilità delle cause, degli effetti, e delle circostanze, secondo ragione di storia tecnica[184].
[8 luglio 1522.]
Martedì otto di luglio sull'ora di vespro sorgevano a ruota sur un'áncora di leva nel golfo dell'Ampolla presso Tortosa le quattro galèe e il brigantino papale agli ordini del Vettori, più quattro galèe di Spagna comandate dal capitano Giovanni di Velasco; ai quali bastimenti si unirono nel proseguimento del viaggio altri ed altri, che a gara desideravano fare servigio e rendere onore al Pontefice. Venuto Adriano sul lido, tuonavano le artiglierie della squadra, battevano al vento le bandiere, salivano a riva i marinari, e davano la voce del plauso, secondo gli antichi costumi[185]. In quella il Pontefice montava sulla capitana del Vettori, e in un tratto saliva l'áncora, e sguizzava il legno sotto la sferza del palamento: tutti gli altri per simile manovra appresso, e tutti a remo infino a Tarragona essendo il vento debole e contrario. Or tu nel tragitto sui rivaggi di Catalogna, senza sbigottimento di tempesta nel mese di luglio a ciel sereno, guarda sul mare. Ampia distesa di azzurro pieno e vivo; e dalla parte del sole vedi larga distesa di luce tremolante sull'acqua, come fiume d'oro liquido; e appresso ai legni nove striscie bianchissime, visibili a lunga distanza, dovunque pel movimento progressivo abbiano essi aperto il varco al loro passaggio. Per questa ragione i marinari con voce nostrana, (non celtica) chiamano Rotta il loro cammino; e intendono rompimento, ciò è dire la via che fa il naviglio rompendo l'acqua del mare. Via diversa da ogni altra; e però da esser distintamente espressa con nome speciale: via che non ha nè spazzo nè lastrico, via che non si fa altrimenti se non rompendo e spostando l'acqua colla carena; come non si fa viaggio d'inverno tra le montagne se non rompendo e spostando la neve colla pala; di che pur nelle alpi di Toscana ed altrove si dice far la Rotta. Per questo non peritaronsi il Manuzzi ed il Fanfani di confermare ai marinari, almeno indirettamente, l'uso legittimo di questa voce, registrandone il composto Dirotta e il verbo Dirottare[186]. Ma vuolsi esser cauti nel coglierne il proprio senso, perchè il Dirotto ha sempre nel suo concetto qualcosa di strabocchevole e disordinato; e non si userebbe bene nè Dirotta nè Dirottare (secondo l'esempio medesimo del Sassetti[187]) se non per viaggio di navigli fuori della rotta assegnata, perdendo le conserve, contro l'intento e l'istruzione del comandante superiore della squadra o del convoglio. Quindi la navigazione ben ordinata sarà sulla rotta, non alla dirotta: e così usano adesso ragionevolmente i marinari.[188]
Torna ora coll'occhio sul solco visibile appresso alla tua rotta, e il piloto ti dirà essere l'effetto della carena che nella sua corsa fende l'acqua del mare, come il vomero tratto da' buoi fende le glebe sul campo; e ti dirà essere continuamente mantenuto dal ritorno laterale delle acque istesse, che dopo passato il legno si gettano del continuo nel cavo aperto da lui per rimettersi a livello, secondo la natura dei fluidi. Ti dirà che il vertice di quel solco è al tagliamare, i filoni sul rilievo dell'acqua attorno ai due fianchi, il vortice dietro alla poppa dove i filoni vanno a riunirsi; e ti mostrerà la traccia che rimane sull'acqua visibilissima anche in tempesta, alla distanza di mille metri, più o meno, secondo la velocità del bastimento e lo stato del mare. Ti dirà che i marinari non dicono solco, ma Scia; perchè non è fossa uguale in tutto a quella dei campi dove la terra resta come l'aratro la lascia; ma al contrario nel mare l'acqua ricade dopo il passaggio del bastimento, cercando sempre come fluido l'equilibrio di livello. Ti dirà che la voce Scia, derivata dai Pelasghi, comune ai Greci e ai Latini,[189] dura sempre tra' marinari italiani nel significato proprio di traccia lasciata sull'acqua dal bastimento in moto progressivo, e che le molteplici varianti dei dialetti[190] viemeglio confermano la ortografica lezione di Scia.[191] Onde Sciare assolutamente, per tornare indietro sulle proprie tracce; Sciare alla banda, per girarsi sul posto; Scione per groppo o nodo di vento contrario rabbiosissimo e subitaneo che ti ricaccia indietro sulla scia, a rischio di fiaccarti l'alberatura e di profondarti nel pelago; e Scionata per colpo del detto scione.
Che se darai segno di intendere e di gradire questi ragionamenti, l'istesso piloto colla cortesia e franchezza propria del marinaro ti scorgerà dall'altra parte alla testa del naviglio, per mostrarti il principio di questo fenomeno in quella che dicono Prora fluida; cioè in quel volume d'acqua che si solleva proprio alla prua del bastimento, e gli si rovescia innanzi quando cammina. Monta sul graticolato, e tra i balaustri del bàtolo vedi volume d'acqua premuto a un tempo di fronte dal bastimento corrente, ed alle spalle dalla circostante massa inerte; volume costretto dalle due forze a sollevarsi nel mezzo davanti al tagliamare ed al petto del naviglio che lo investe. Vedine la figura di grande catino rovescio, col convesso all'insù, e la superficie di regolare emisferio: vedine il colore più e più scuro, ma liscio e lucente come di acciajo brunito: e laddove i labbri del catino ritrovano il livello delle acque circostanti, quivi frangersi, arruffarsi, schiumare, fuggire, e correre pei lati fino a rimescolarsi nel vortice della scia. Tieni pur sempre l'occhio fisso al tagliamare, e quel catino rovescio è sempre lì, e quelle schiume dei lati fuggono sempre di là, e il volume cresce o scema, secondo la velocità del naviglio, tanto che segue il suo cammino. Ma se una volta il bastimento si arresta, allora da sè a un tratto catino, labbri, spuma, filoni, e ogni cosa sparisce alla prua. Osserva i fatti sul gran libro della natura; ed essa ti sarà guida a ragionare e a calcolare più dei maestri. Procedi col metodo di Aristotele e di Galileo, così per ordine: prima l'osservazione, poi il raziocinio, e finalmente il calcolo; non a rovescio, come fanno certi cotali oggidì. Altrimenti la ragione si appoggia sul vuoto, e dal calcolo non caverai un punto più di quanto vi hai messo. Questo io ripeto in genere delle scienze naturali, e specialmente dell'applicazioni loro all'arte nautica; cui, dopo lungo studio e non ignobil pratica, soglio dir mia. Siami concesso lasciar correr questi pensieri filologici e tecnici come gli ho scritti sul mare, ritraendoli del vero nella sostanza e nei particolari, donde soltanto può essere che venga un po' di freschezza e di vita al discorso, trattando argomento difficile, senza menomarne punto di esattezza e di verità. Per certo non fo maggiore assegnamento sugli artifizî oratorî, che sulle dottrine positive: però metto fatti nuovi e antichi, ragionamenti, specchi, e numeri. Lascio ai novellieri tutta la leggerezza della follìa romantica, e ai rètori la licenza di menare le onde in tempesta giù all'imo tartaro, e di sollevarle poscia (gonfiando le trombe) insino alle stelle.
[5 agosto 1522.]
La dimora di Tarragona si prolungò quasi un mese per ispedire gravi e urgenti affari di Spagna, e per raccogliere alcune fanterie che Adriano aveva fatto scrivere a rinforzo della squadra e della guardia. Finalmente la sera del cinque d'agosto, essendo ogni cosa in punto, riprese la via del mare; e con lui sulla capitana il cardinal Cesarini, don Lopez Hurtado vicario imperiale, il duca di Sessa, il conte di Cabras, l'ambasciatore d'Inghilterra, l'orator di Milano, il legato di Ferrara, il vescovo di Feltre, e buon numero d'altri prelati e baroni, che a gran diletto navigando approdarono il dì seguente sull'ora di vespro in Barcellona. Era la bella capitale di Catalogna tutta in festa per rimeritare l'onore inusitato della visita papale. Oltre al concorso di tutte le classi dei cittadini sul porto, oltre alle salve dei castelli ed al rintocco delle campane, avevano ordinato archi trionfali, e molti edifizî magnifici e belli; ed un nobile ponte alla marina, coperto di ricche drapperie. Temendo però non forse avesse a rovinare, carco come era di infinito popolo, non volle Adriano mettervi il piede; ma in quella vece si fece condurre dal palischermo agli scali del molo vecchio, sotto al Mongiuì: indi tra la folla mescolatamente e sempre a piedi si avviò verso la cattedrale di santa Eulalia. Il molo nuovo, che ora forma la parte migliore del porto, non esisteva in quel tempo, perchè gittato alla fine del cinquecento, come ricorda il celebre ingegnere idrografico della marineria papale Bartolommeo Crescentio nel suo Portolano, con queste parole[192]: «A ridosso sotto Mongonìa vi è bonissimo riparo da Ponente e Libeccio; ma oggidì sotto al molo nuovo di Barcellona vi stanno meglio, essendo ben ormeggiate. Le prime galèe che ivi hanno dato fondo, e detto la prima Messa, sono state le galèe pontificie».
Dalla chiesa sarebbesi Adriano incontanente rivolto al porto, se una buriana improvvisa con tuoni, lampi, e gran pioggia non l'avesse costretto a riparare nel palagio del vicerè, dove fu servita la cena. Lasciate ai marinari la voce Buriana, che non può essere sostituita da altre voci, per indicare quelle specie di temporalaccio che in piccolo spazio e per breve durata con certa accozzaglia di nugoloni si scarica in pioggia sopra un luogo determinato, quando lì vicino sarà bellissimo tempo. Succede per lo più di estate, e col vento più sereno del luogo, per esempio tra noi succede colla Tramontana o Borea, donde gli venne il nome[193].
Dunque dopo la buriana, fattosi al solito sereno il cielo e tranquillo il mare, Paolo Vettori sparò il cannone della partenza: segno prescritto a tutti di doversi incontanente rimbarcare. Adriano levossi tra i primi con alquanti famigliari più solleciti; e a lume di fiaccole andò ciascuno al palischermo assegnato per le rispettive galèe. I neghittosi che durante lo spazio di tolleranza dentro un'ora non furono presti al convegno, ebbero a battersi l'anca sul molo di Barcellona, a venire per altra strada, o a tornarsene alle case loro[194]. Intanto il convoglio papale costeggiando la Catalogna, raccoglievasi ogni sera in alcun porto di quelle marine: il giovedì sette di agosto a san Paolo, il venerdì alla Calella, il sabato a san Felice, la domenica alla Rosa, schivando di proposito il porto delle Palme, perchè infetto dalla peste. Finalmente il giorno appresso spuntarono il capo delle Croci, ultimo confine orientale delle coste iberiche[195].
[12 agosto 1522.]
Ecco dinanzi le riviere della Francia, ed ecco attorno le rivalità della Spagna. I consiglieri di Carlo V, stretti a' fianchi dell'augusto viaggiatore, posero e vinsero il partito che niuno del convoglio, nè legno nè persona, dovesse accostarsi o discendere nelle terre del re Francesco: perciò volsero le prore ad alto mare, tirando a golfo lanciato dal capo Creus alle isole di Hyeres, allora disabitate pel continuo infestamento dei pirati musulmani[196]. Francesco aveva preveduto il tiro degli avversarî: e non volendo scapitar di riputazione, nè smentire il nome di gran cavaliere, che tutti gli davano, impegnò parola reale e diè fede pubblica di libero transito per terra e per mare a chiunque avesse voluto seguire il Pontefice; e molti della famiglia ne fecero la prova, passando anche per terra con carri e bagaglie senza molestia, anzi ricevendo in ogni parte da tutti e specialmente dai regî ministri cortesie e favori[197].
Intanto il convoglio traversava di lungo il golfo Lione, navigando tra cielo e mare due giorni e due notti. Secondo il costume militare, la mattina gli ufficiali riconoscevano la presenza e posizione di tutti i legni, issavano le bandiere, mutavan la guardia della diana, pigliavano l'amplitudine del sol nascente, la declinazione della bussola, la rotta corretta: appresso il servigio di lavanda e di nettezza. Sul mezzodì segnavano i rilievi del sole in altezza, e con essi la latitudine precisa e l'ora di bordo. La sera alla preghiera in comune[198]: e dato il nome di riconoscimento per la notte, i viaggiatori metteansi al riposo, ed i piloti vigilanti guidavano pel corso degli astri i navigli al loro destino. In ogni tempo l'altezza del sole e delle stelle, specialmente delle polari, hanno dato ai naviganti la latitudine: e sempre la culminazione della luna, le sue distanze dalle fisse, le effemeridi e gli orologi, han dato più o meno precisa la longitudine; e quindi il punto di bordo corretto, secondo la stima e secondo l'osservazione. Prima del sestante usavano la balestrina e l'astrolabio, prima dei cronometri le ampollette e la clessidra, e prima della bussola il pinace. Con questi argomenti dettero precetti Tolommeo ed Ipparco; senza cronometri e senza sestanti Colombo scoprì l'America; e calcolando sulle stelle Annone, Palinuro, Tifi, e tutti gli antichi navigarono in altura. A questo proposito non posso tacere di un fatto recentissimo, che conferma l'altro antichissimo da me già stampato intorno al Pinace, o bussola pelasga[199]. Un bravo capitano A. Grubissich del Lloyd austriaco, venendo dalle Indie nel 1872, ed essendoglisi impazzate tutte le bussole di bordo, costruì tale uno strumento che ne faceva le veci, tuttochè privo dell'ago calamitato: insomma navigò in altura col Pinace alla maniera dei Pelasghi. Tanto è vero che gli uomini, messi nella medesima necessità, ritornano sempre alle stesse cose! L'ingegnoso ripiego del Grubissich parve così importante alla commissione marittima di Trieste, che ne volle pubblicata la regola per governo dei capitani in caso simile; e il Direttore della Gazzetta ufficiale del regno per la stessa ragione la fece ripetere in Italia[200] Ma che? Forse forse dalle osservazioni astronomiche e dirette ogni giorno non riconosciamo noi le variazioni della bussola magnetica, e le anomalie ordinarie, e le perturbazioni eccezionali, e le irregolarità prodotte dai luoghi, dai tempi, dai metalli circostanti, e da tante altre influenze non altrimenti correggibili se non coll'ajuto degli astri? Dunque il Pinace aggiustato al sole ed alle stelle risponde sempre come bussola astronomica: e la bussola magnetica (certamente di gran comodità per tutti, massime pei rozzi timonieri) non è stata nè sarà mai di assoluta necessità pei grandi marini. Di' lo stesso d'ogni altro strumento novello, e intenderai meglio l'arte nautica degli antichi maestri[201].
[13 agosto.]
XIII. — Ridottosi il convoglio all'isola di sant'Onorato, non avrebbero veduto faccia che di monaci e di pescatori, se non fosse comparso con una feluca il vescovo di Grasse a inchinare papa Adriano, portandogli in buon dato frutta, aranci e rinfreschi, graditi ai naviganti nella estiva stagione, come tutti sanno; e come pur ne scrisse l'Ortisio in lode del Vescovo a nome di tutti. Indi dalle deserte isole provenzali si accostarono finalmente alle ridenti riviere d'Italia, e presero terra in Villafranca. Quivi, perchè paese straniero, e fuori del temuto confine, era in punto uno ambasciatore del re Francesco, mandato a complire col Pontefice ed a mettersi nel suo seguito. Passarono oltre insieme, e fecero un po' di sosta innanzi a Monaco, essendo venuto riccamente e con grande onore di compagnia, Luciano Grimaldi, principe della terra, a pregare Adriano di voler discendere nel porto e riposare nella sua casa. Ma pel gran desiderio dei viaggiatori di esser presto in Roma, ne fu ringraziato; niuno volendosi più trattenere, che non fosse necessario per rinnovare le provvigioni e l'acquata.
E perchè meglio ognun veda quanto di questi minuti racconti nautici si può avvantaggiare la storia generale, narrerò il caso singolarissimo di Andrea Doria, di che indarno cerchereste altrove, sia nelle storie comuni, sia nelle particolari biografie di lui, antiche e moderne, dal Cappelloni al Guerrazzi. Certamente avrei desiderato, oltre alle scritture del Canonico spagnuolo, aver per le mani il giornale di navigazione del capitan Vettori e di qualche altro ufficiale del convoglio, e me ne sarei tenuto più ricco di notizie tecniche da farne copia anche ai miei lettori: ma perchè non mette conto il cercare quel che non si può avere, dirò di Andrea coll'Ortisio.
La notte del trenta di maggio di quest'anno Genova era stata presa e saccheggiata dalle milizie di Carlo V, e Andrea capitano di quel porto colle quattro galèe del suo comando aveva dovuto fuggirsi dalla patria, dove insieme cogli imperiali era entrata la fazione contraria degli Adorni. Ridottosi in Monaco, presso i Grimaldi aspettava gli eventi futuri, e viveva in esilio. Ciò non per tanto in quella occasione, vedendo tante feste per quei rivaggi, e concorrere a gara legni e persone intorno alla capitana del romano Pontefice, pensò cavare dal porto le sue quattro galèe, e venire in mezzo per salutare più degnamente cui tutti onoravano. Sciolse gli ormeggi, uscì fuori, schierò le galèe, spalò i remi, posesi in giolito, e prese a fare una bella salva d'artiglierie, e gala di bandiere, e tutti quegli altri rispetti che si usano in mare. Se non che gli Spagnuoli del corteggio, pieni di sospetto contro di lui, tanto notissimo avversario, quanto si era dimostro nel caso di Genova, presero le armi, caricarono a palla, e si apparecchiarono a combatterlo con sì grande circospezione e silenzio, che papa Adriano dalla sua camera nè pure se ne avvide. Ma lo notò bene l'Ortisio, che passeggiava in coverta dalla spalliera alle rembate; e meglio lo capì Andrea che squadrava da lungi, e ben intendeva i segni e gli umori. Perciò, salve, bandiere, voci, trombe: ma sempre alla larga. Poi sciascorre, aggiaccio alla banda, e via nel porto di Monaco[202]. Così mutano le condizioni degli uomini nel corso delle umane vicende, che quello stesso Andrea, il quale era tenuto lontano come pubblico nemico, tanto che nè pure all'ombra del pacifico stendardo papale non era lasciato, nè si ardiva egli medesimo, accostare per rendere onori e saluti, proprio desso aveva tra poco a essere capitan generale della marineria pontificia, e poscia comandante supremo ed arbitro di tutte le armate spagnole ed imperiali nel Mediterraneo; e doveva a un batter di ciglio far tremare quegli stessi che avevano caricato le artiglierie contro di lui. E ben egli sapeva apparecchiarsi all'avventuroso trionfo, superando le difficoltà oppostegli dagli uomini e dalla sorte: chè a dispetto degli avversarî volle cavarsi la voglia di essere a ogni modo innanzi al nuovo Papa, e di vederlo bene cogli occhi suoi. Staccavansi a ogni tratto da quella riviera feluche e navicelli pieni di signori e di popolani colle donne e co' fanciulli per ricevere dappresso la benedizione del Pontefice: tra tanta gente si cacciò mescolatamente anche Andrea in abito dimesso e spalleggiato dai suoi fidi; e così senza altrui sospetto, entrò ed uscì, vide e parlò, come aveva divisato[203].
Appresso, volendo Adriano liberarsi dai nojosi indugi delle visite di tanti sconosciuti, ordinò che il convoglio da quindi innanzi dovesse allargarsi da terra durante la giornata, e la notte soltanto accostarsi a qualche porto o ridosso per riposare quietamente, ed anche per assicurarsi dagli insulti dei pirati, che molti e arditissimi ronzavano intorno, tenendo il capitano Vettori, il Velasco, e gli altri in perpetui sospetti. Tutti i naviganti potevano in quei tempi vedere cogli occhi propri la desolazione delle riviere iberiche, francesi ed italiane per le pertinaci infestazioni dei ladroni: le spiaggie squallide, le isole disabitate, le capanne in cenere, i pescatori in fuga, e le fuste dei barbareschi a zonzo sul mare, sempre fuggenti innanzi ai legni militari, e sempre piombanti dovunque appariva facile la preda. Adriano istesso fremeva vedendosi costoro alla coda pei canali e attorno alle isole: ma non gli conveniva il dar la caccia, nè il crescere gli stenti e gli indugi del viaggio. Ciò non pertanto recossi ad onore il poter liberare dalle mani degli infedeli una grossa nave, già quasi da loro sottomessa; e senza troppo dilungarsi dal cammino, tener dietro a quei furfanti che fuggivano disperatamente dal suo cospetto[204]. Continue le guardie, le esplorazioni, e le cautele, in più luoghi ricordate dall'Ortisio[205]: «Ecco, egli dice, alcune vele alla vista. Bisogna aspettare che siano riconosciute dalle vedette. Ora mettono i pezzi in batteria, e i soldati pigliano l'armi. Avvisano fuste di Turchi. Dove molte isole, ivi cresce il pericolo dei pirati.» Però affrettiamci ancor noi al termine della navigazione, e mettiamo in compendio i giorni, i luoghi e i rilievi maggiori del viaggio.
Quattordici di agosto, vigilia della Assunzione, riposo alla cala di Santostefano presso a capo dell'Arma: Adriano di buon mattino celebra il sacrificio nella chiesa parrocchiale.
Quindici del mese, solennità dell'Assunta, in Portomaurizio: la Messa nella chiesa dei Minori, fuori di città per evitare la folla. Cinque galèe di Genovesi si uniscono al convoglio.
Sedici, stazione al capo di Noli.
Diciassette, ingresso solenne in Savona. Il nipote di papa Giulio accoglie nella sua casa il successore dello zio. Lautissima cena, e lodi dei cortigiani al buon gusto ed alla magnificenza dei signori della Rovere.
Diciotto all'alba, in Genova. La città costernata pel recente saccheggio accoglie il Pontefice con pietosa mestizia. L'Ortisio ricorda molti particolari non indegni, precedenti e seguenti l'espugnazione[206]
Diciannove, a Portofino tempesta e stazione per quattro giorni.
Ventidue a Portovenere. Armamento tumultuario: avvisano la comparsa di alcune fuste piratiche.
Ventitrè, presso Livorno. Incontro di cinque cardinali sur un brigantino: montano tutti sulla capitana ed entrano insieme col Papa nel porto.
Ventisei a levata di sole nelle acque di Piombino, sul mezzodì a Portercole, di mezzanotte all'altura di Civitavecchia.
[27 agosto 1522.]
XIV. — E perchè a quell'ora i viaggiatori e il Pontefice riposavano in silenzio, essendo bellissima notte di estate, senza vento, quieto mare e ciel sereno, ordinò Paolo di calumare tacitamente le gomene fuori del porto, riserbando le visite, gli affari e il solenne ingresso alla mattina seguente. Già la sera al tramonto i guardiani del porto avevano scoperto in mare tra il Giglio e l'Argentaro da diciotto a venti vele; e il Governatore, avvisato in tempo, stava cogli altri alla torre del fanale, speculando se quelle fossero del convoglio papale, o di pirati, pronto ad ogni evento. Quando ecco venire avanti leggiadro e snello il brigantino del Vettori, e portar le notizie certe, e insieme gli ordini di avere ognicosa in punto pel solenne ingresso alla dimane[207].
Laonde nella notte i cirimonieri finirono gli apparecchi del ricevimento, con questo che la mattina seguente all'alba andrebbe a bordo l'arcivescovo di Cosenza, e insieme alquanti prelati e personaggi per la prima riverenza, e per invitare l'augusto viaggiatore alla discesa nel porto del suo Stato: poi se a lui piacesse, entrerebbe innanzi a tutti colla capitana presso al ponte coperto di seta e di porpora, per venirne agiatamente alla sponda: colà gli si darebbe a baciare la Croce, e quindi sotto baldacchino, accompagnato dai cardinali, verrebbe alla chiesa di santa Maria.
Così all'ora stabilita, che fu la mattina del mercoledì ventisette del mese d'agosto, tuonando le artiglierie della squadra, e rispondendo dal forte e dalla piazza; sciolte a gloria le campane della terra (che avevano a essere a ruota, di quella forma antica, la cui bellezza ammiravo io stesso da fanciullo), squillando le trombe e rullando i tamburi con grandi voci di plauso e di festa, entrò la capitana e tutte le altre galèe e navi nel porto[208]. Il Pontefice, sbarcato al ponte, e quindi dalla romana curia secondo il rito incontrato, cavalcò sopra la bianca chinèa tra numerosa schiera di personaggi e dignitarî, insieme coi visconti della città, sino alla chiesa principale; donde, ascoltata la Messa, si ridusse al suo palagio nella rôcca[209].
Stavano intenti gli uomini per vedere quale avesse a essere l'aspetto del nuovo Pontefice, e restavano tutti negli occhi e nell'animo ripieni della onorata presenza sua. Un bel volto, grave e verecondo, e molto riguardevole per santa letizia, che gli sfavillava dagli occhi; così che alle cortesie e profferte altrui, ed ai rallegramenti, rispondeva piuttosto tranquillo che giulivo; e con parlare dolce e dilettevole per la brevità e pel senno: di modo che non usando familiarità negli atti e nelle parole, non però fuor di proposito diceva cosa alcuna che fosse rozza o superba. Solo un neo posso rilevare dai contemporanei, ripetendo le istesse loro parole, che pareva ai cardinali ed agli altri avvezzi alle costumanze romane, che il nuovo Papa si portasse con loro poco domesticamente: perchè mangiava solo, e solo quando lo chiamavano a navigare tanto desiderosamente e in fretta scendeva alla marina, che non avvisava nè aspettava alcuno: e una volta i cardinali, che cenavano insieme, dovettero levarsi da tavola e corrergli dietro con poco decoro in gran fretta e confusione. Non dico nulla degli artisti, pittori, scultori e architetti: perchè costoro, già in auge con Leone e con Giulio, all'improvviso tutti messi da parte, non ci fanno maravigliare se ne hanno in più modi straziata la memoria oltre misura.
Egli intanto con alcuni più intimi, e tra essi l'Ortisio, visitava la città, specialmente la fortezza di Bramante non ancora condotta a compimento, visitava le fortificazioni imbastite dal Sangallo, le nuove artiglierie, la darsena, il porto, e presso la spianata della fortezza le antiche celle navali; di che oggi (se ne togli l'incorrotto nome latino della città) quasi non resta più vestigio. Ma allora duravano le forme dei cantieri cellulari, ricordati in questa visita dall'Ortisio, testimonio di veduta[210]; e fatti scolpire da papa Giulio nelle due medaglie commemorative della fortezza, edificata proprio in quel sito. Celle mal ripetute nelle tavole del Litta, del Bonanni, e di altri numismatici e incisori[211]; i quali, non sapendo che fossero quei segni minuti alla estremità della spianata sul lido, li ritrassero in figura di cespugli, di funghi o di scogli. Ma in sostanza, quantunque a piccolissimi punti, esprimono i seni incavati sul lido a rimessa di navigli; e me ne appello agli originali della zecca romana, ed ai campioni del cardinal Tosti che ho avuto per le mani, e più alla medaglia di Giulio III per l'istesse celle col motto[212]: «Porto e rifugio delle nazioni». In quest'ultima i medesimi seni spiccano senza equivoco, perchè a punti maggiori e rispondenti al soggetto principale della medaglia, come dirò largamente in alcun luogo. Basti intanto ricordare le forme, gli scrittori e i prolegomeni delle future dimostrazioni[213].
[28 agosto 1522.]
La sera istessa del ventisette il convoglio scioglieva da Civitavecchia, e la mattina seguente le sole galèe imboccavano la Fiumara con qualche stento: segno d'interrimento progressivo[214]. Le navi di alto bordo restavansi al largo; e papa Adriano con un palischermo procedeva rapidamente sul Tevere, ed entrava nella rôcca d'Ostia, ben accolto dal Carvajal, vescovo e castellano. Tra i grandi personaggi convenuti per incontrare il nuovo Pontefice al termine della navigazione, e per accompagnarlo la sera stessa al monastero di san Paolo, e il dì seguente con solenne cavalcata per entro alla città insino al Vaticano[215], non vuolsi tacere la presenza del cardinale de' Medici, grandemente affezionato all'Ordine gerosolimitano, cavaliero altresì e protettore del medesimo nella curia, il quale insieme col cardinal Cesarino e con molte ragioni dimostrava la necessità di mandare immediatamente gagliardo soccorso a Rodi, strettamente assediata dai Turchi. Ambedue pregavano che tutta quell'armata di navi e di galere, schierate sulla foce del Tevere, dopo aver così bene servito la Santità sua nel tragitto, dovessero essere di presente dirette alla difesa di una piazza tanto importante per la sicurezza del cristianesimo in Oriente[216].
[1520-22.]
XV. — La gelosia di stato fra Spagnuoli e Francesi, come tutti sanno, impedì la spedizione del soccorso. Checchè sia degli altri, andremo noi a Rodi per vedere da presso i grandi fatti che vi si compiono. Ce ne dà ragione l'importanza del subbietto, l'attenenza della nostra colla marineria gerosolimitana, la partecipazione dei successivi travagli, il soccorso portatovi nel venti, ed il ragionamento fattone or ora dai due Cardinali subito terminata la navigazione di Spagna.
Non fa mestieri ricordare lo struggimento dei Turchi nel desiderio di cacciare i Cavalieri dall'Oriente, e di pigliarsi l'isola di Rodi, per venire avanti sicuri colle conquiste in Germania e in Italia. Gran prova ne aveva fatto Maometto II l'anno avanti di morire; e poscia a quell'esempio Bajazet suo figlio, Selim suo nipote, e finalmente in questi tempi Solimano mostrava aperto l'animo suo di volere illustrare il principio del regno col sospirato acquisto. Dall'altra parte i Cavalieri allestivansi alle difese, e in cima dei loro pensieri tenevano le fortificazioni della capitale e della loro residenza. Sorta la nuova maniera di fortire, e fattasi sempre più certa l'intenzione dei Turchi di mettersi all'assedio, toccò in sorte a un Grammaestro della lingua d'Italia l'introdurre nella piazza l'arte nuova, inventata dai grandi artisti italiani. Il principe Fabrizio del Carretto, di grande casata ligure, uomo solerte e provvido, fondato nell'esperienza e nella ragione, che messe insieme non ingannano mai, prevedeva l'assedio futuro più terribile degli assedî precedenti; e come cominciò a governare, così finchè visse stette saldo nel proposito di fortificare l'isola, e più la città e il porto, con lavori grandiosi e continui dal diciassette al ventuno[217].
Quattro ingegneri sono nominati dai contemporanei per le opere e per le difese di quest'ultimo assedio: Basilio della Scola vicentino, maestro Gioeni siciliano, Girolamo Bartolucci fiorentino, e Gabriele Tadini di Martinengo bergamasco. Comincio dal primo, il cui nome è ricordato dal Fontano, cancelliere dell'Ordine gerosolimitano, presente in Rodi per tutto quel tempo, e scrittore diligentissimo[218]; ed è pur ripetuto più largamente dal Bosio, storico ufficiale dell'Ordine istesso, con queste parole[219]: «Deliberato havendo il gran maestro Fabrizio del Carretto di ridurre la fortificatione della città di Rodi nel più sicuro e miglior stato che ridurre si potesse, fece andare nel seguente anno 1520 in Rodi Basilio della Scuola, ingegnero dell'imperatore Massimiano, il quale era il maggior uomo di quella professione che allora vivesse. E col parer suo, e di molti altri valent'uomini che in Rodi si trovavano, e particolarmente di maestro Giuenio ingegnero della Religione ci fecero molti, utili e buoni ripari».
Dunque trovandomi ora colla data certa nel 1520, cioè nel primo mezzo secolo dell'arte nuova, troppo importante mi sembra per la ragione delle mie storie il rispondere alla domanda che ogni studioso farà intorno alla vita ed alle opere di Basilio; postochè infino a questi ultimi tempi pochi sapevano degli elogi tributatigli dal Fontano e dal Bosio, e niuno più di loro: anzi il suo nome e i fatti erano ormai quasi dimenticati anche in Vicenza sua patria[220]. Se non che prima l'edizione delle lettere di Luigi da Porto pel Bressan, appresso le inedite artistiche pubblicate dal Campori, e finalmente le reminiscenze vicentine del Magrini hanno cominciato a diradare le tenebre, e a darci qualche miglior contezza dell'egregio ingegnero, del quale ora metto insieme le notizie che ho potuto da questa e da ogni altra parte raccogliere.
Basilio della Scuola, o Scola, così scrivevano i migliori, così il Bosio, il da Porto, il Sanudo, il Pagliarino, il Barberano, il Castellini, e ultimamente il Magrini (non della Scala, come altri stampa oggidì a rischio di confonderlo con Giantommaso Scala veneziano e posteriore) nacque in Vicenza circa il 1460, dove la famiglia era noverata tra le nobili, secondo che attesta il Pagliarino nel novero delle medesime, dicendo[221]: «Della Scola, famiglia venuta di Verona. Il primo fu maestro Bonaventura di Tommaso, il quale generò Basilio, padre di Agostino, dal quale sono nati Leone, Alessandro, e Battista della Scola; così detto perchè maestro Bonaventura teneva scuola». Dunque il cognome, qualunque sia stato precedentemente secondo l'origine veronese, divenne certamente della Scola per la professione vicentina; nome che tuttavia si mantiene onoratamente nei discendenti, tra i quali per debito di gratitudine devo ricordare quel fior di cavaliero che è il baron Giovanni Scola, le cui visite e corrispondenze mi sono state di gran giovamento per queste ricerche. I primi rudimenti delle scienze, massime filosofiche e matematiche, Basilio deve aver ricevuto dalla domestica educazione del padre; e non essere escito dalla nativa città che per seguire la milizia nelle guerre di quei tempi. Alla calata dei Francesi in Italia del 1494, egli era già tanto avanti nell'arte e di sì gran fama, che Carlo VIII lo volle al suo soldo sopra l'artiglierie[222]: essendo notissimo e di uso comune nei primi tempi, che l'istesso ingegnere, il quale disegnava le fortificazioni, attaccava e difendeva le piazze, e governava i pezzi, come si fa manifesto per gli esempî dei primi da Sangallo, del Martini, dei fratelli da Majano, del Cecca, di Leonardo, del Martinengo, e di tanti altri. Dopo due anni, cioè nel 1496, e mese di maggio, Basilio era al soldo dei Veneziani, soprantendente alle artiglierie della repubblica, colla commissione di gettare cannoni grossi da batteria cento pezzi; e similmente di incavalcarli sopra carri fatti a disegno speciale per questa bisogna[223]. L'anno 1500 doveva essersi rimesso al soldo di Francia, perché lo troviamo prigioniero degli Aragonesi in Napoli, e liberato ad istanza dei signori Veneziani; pei quali al principio del 1501 faceva un modello di fortezza, secondo le nuove forme: modello da mettere stupore nei riguardanti, soldati, ingegneri, e ambasciatori; e del quale si scrivevano le notizie per le corti, come di cosa singolarissima. Pognamo queste parole al duca di Ferrara[224]: «Hozi son stato a vedere uno modello de rocha, fa fare questa Signoria (di Venezia) ad uno Basilio de la Scala da Vicenza, el quale havea tenuto la maestà del Re di Napoli in prigione e a complacentia di questa Signoria l'ha relassato. È venuto qui cum salvoconducto però. Et he una bella opera, e monstra che el serebe questa rocha, o castello che se sia, inexpugnabile: et a disputarla cum luy, allega bone ragione de ogni minima cosa. He facto de legnamo: è piccolo: lì sono di gran ripari di molte offese e difese: torri in triangolo, quadre, tonde e di ogni sorta, e cum bombardiere con mantelletti a merli in triangolo.... a V. E. maestro sopra li maestri.... non dispiacerebbe, per esserli quello bono se fa in Franza de tali cose, quello se fa in Italia, et maxime al presente per la maestà del re di Napoli a Castelnovo, quello se fa in Alemagna ed altrove.» Dunque merli e torri in triangolo, difese a cantoni, puntoni, e tutto il meglio che si usava in ogni parte d'Italia, in Francia, e in Germania. Le notizie qui espresse rispondono pienamente allo stile di Basilio, ed alle opere fatte in Rodi: e più al costume del tempo, quando i grandi artisti del risorgimento, architetti e ingegneri esprimevano i loro concetti non solo colla matita, ma con bellissimi edifici di commesso e di scalpello sul legno; dei quali non pochi sono ricordati dal Vasari, ed alcuni si conservano ancora, come oggetti degni dello studio e dell'ammirazione dei posteri. Valga per tutti il gran modello della basilica Vaticana diretto dal Sangallo ed eseguito da Antonio dell'Abbaco, che tuttavia si conserva qui in Roma.
Avanti che scoppiasse la tempesta contro la repubblica per la furia della famosa lega di Cambrè, al principio del 1508, Basilio era provvisionato con ducento ducati annui dai Veneziani; i quali lo chiamavano[225] Uomo probo, fedelissimo, conosciuto per esperienza, accetto al capitan generale, e necessario alle loro artiglierie. L'anno dopo egli era in giro per le fortezze e città di terraferma a rivedere le difese, le munizioni, le armi, come si costuma in procinto di guerra[226].
Le istorie vicentine oltracciò ricordano un altro modello di Basilio per afforzare maggiormente la loro città; modello approvato in Venezia, ma non eseguito per l'impedimento delle guerre predette; e pur di sì gran pregio, che bastò ad ammansare un principe di Anhalt. Costui coll'esercito imperiale entrando in Vicenza nel 1510, si fece promettere da quei cittadini, se volevano andare esenti dal sacco e dal fuoco, tre cose: pagare cinquanta mila ducati, abbassare tutti gli stemmi dei Veneziani, e costruire a spese loro il castello già modellato da Basilio della Scola[227]. Ma le vicende della guerra tolsero al principe tedesco la soddisfazione di beccarsi il castello, come l'avevano tolta ai Veneziani, e a noi troncano il discorso, venutaci meno da ogni lato l'esecuzione. Ma non per questo andò giù la riputazione di Basilio: anzi, dopo la pace, più che mai famoso e pregiato, ebbe inviti alla corte dell'imperatore Massimiliano, stipendi da Carlo V, e finalmente richieste del parere e dell'opera sua in Rodi, dove erano maestri, principi e cavalieri d'ogni nazione. Dunque uomo eccellente nell'arte sua; fonditore, bombardiero, ingegnere, architetto, a levante ed a ponente, coi Veneziani, coi Francesi, coi Tedeschi e coi Rodiani. In somma il protagonista della scuola mista.
Alcuni, scrivendo dei grandi artisti, sembrano solo intenti a narrare i viaggi, i costumi, i guadagni, le gare, e simili cose comuni a tutti gli uomini; e lasciano indietro, o vero non dicono a bastanza dello stile di ciascuno, del genio, delle opere, e delle strade battute per giugnere a nuove invenzioni. Campo troppo largo, nel quale non posso entrare adesso: ma per mantenere a Basilio il suo posto, devo ricordare le tre Scuole, altrove accennate, che io chiamo Sangallesca, Urbinate e Mista[228]. La prima a parer mio comincia con Giuliano da Sangallo pel baluardo a cantoni del 1483, tuttora esistente nella rôcca d'Ostia; e pel compiuto sistema delle casematte nel grosso del recinto primario della rôcca medesima; continua col pentagono di Antonio in Civitacastellana, e col quadro bastionato a Nettuno; e termina con Antonio Picconi, inventore dell'ordine rinforzato, e grandioso ampliatore delle casematte e delle contrammine nel famoso baluardo di Roma. La scuola Urbinate comincia con Francesco di Giorgio Martini, al soldo del duca Federigo; comparisce coi puntoni dell'Amoroso in Ancona e di Ciro in Puglia, si svolge col fiancheggiamento nelle tavole del caposcuola, risalta colla mina di Napoli nel 1495, e termina col Genga e col Castriotto, ordinatori delle opere esteriori in tante loro fortezze. La terza scuola, cioè la mista, doveva avere alla testa uno che sentisse di tutti; i cui disegni rilevassero puntoni e fianchi, torri triangolari e merloni in punta, difese a cantoni, quadrate, tonde, e d'ogni sorta. Tale comparisce Basilio della Scola: tale per le testimonianze certe degli scrittori contemporanei, e tale per l'opere fatte e tuttora esistenti in Rodi[229]. A fianco di Basilio, e per le stesse ragioni, io metto Leonardo da Vinci; e segno l'ultimo periodo classico della scuola mista col nome di Michelangelo, il quale nel 1529 portava i terrapieni fino alle difese supreme dei parapetti; cosa non mai fatta da niuno nè in Italia nè fuori, prima di lui[230].
Torniamo ora a Rodi, e vediamo sul posto lo stato delle fortificazioni per quest'ultimo assedio, ed i lavori di Basilio. Avremo la scorta del Fontano, cancelliere dell'Ordine, e presente a tutti i successi degli ultimi tempi; e ci daranno ajuto le piante della città, e le memorie che ne ho appuntate io stesso ne' miei viaggi[231]. Sappia intanto il lettore, che ora qui e dovunque io mantengo ai luoghi la perenne nomenclatura italiana, come ci viene dal Fontano, dal Bosio, dai viaggiatori, dai marinari, dai portolani e dagli atlanti del nostro paese; senza smagarmi appresso ai nomi arbitrarî o corrotti per nostra confusione dagli strani singhiozzi e squarcioni degli Inglesi, dei Francesi, e dei Turchi. Ammiro e lodo la perfezione delle moderne carte idrografiche, massime dell'ammiragliato britannico; e ciò per la esattezza dei rombi e degli scandagli, e per l'indizio delle mutazioni naturali e artificiali sui lidi nel tempo moderno: ma per la storia del passato, quando il commercio di Oriente e le colonie asiatiche ed africane, e tutta la navigazione del Mediterraneo era in mano ai marinari italiani, io non cerco sulle carte i nomi stranieri, perchè gli ho tutti domestici. Posso dire Costantinopoli in vece di Stamboul; Alessandria, non Scanderìa; Bicchiere, non Bequier nè Abouckir; Calcedonia, non Makrìkui; Metellino, non Midillùh. Similmente, intorno a Rodi, dirò torre del Trabucco, non Arab-tower; torre dei Molini, non Kandia-point; torre di san Niccolò, non Tower of St. Elmo; capo Parambolino, non Koumbournou: e perchè scrivo italiano ho detto e dirò sempre Orlacco, non Vourlack; Afrodisio, non Mahadie, e simili. Valgami l'autorità non sospetta dello dotto ammiraglio inglese Guglielmo Enrico Smith, il quale nella sua opera importantissima, intitolata Memorie fisiche, storiche e nautiche del Mediterraneo, ha scritto a bello studio un capitolo per ispiegare agli altri le mutazioni sue intorno alla nomenclatura dei luoghi ed alla loro ortografia; pur confessando che molte voci, quantunque false e stranamente mescolate di vecchio e di nuovo, col franco e col turco; nondimeno sono state incise, e si leggono stampate nelle carte marine di Inghilterra e di Francia. Tutto dire! un ammiraglio britannico mi assolve dal rimprovero di rispettabile amico genovese sul conto dei termini topografici intorno alla descrizione di Smirne, nella mia storia marinaresca del Medio èvo; dove ho voluto secondo il mio costume usare i termini dei nostri piloti; distinguervi il capo Fogliero dalla città delle Foglie vecchie e nuove; porgli dirimpetto il Calaberno in vece del Kara-Bouroun; e poi l'Orlacco e la Cittadella, in vece del Vourlack e del Sanjack-Burnù. L'ammiraglio, dico, mi giustifica con queste precise parole[232]: «Molti errori di nomi locali sono stati introdotti, ed hanno preso posto nelle istesse carte idrografiche del nostro ammiragliato: ne citerò uno solo rispetto a Smirne. Presso alla città sopra una lingua di terra sporgente in mare sventolava la bandiera ottomana (Sanjack) inalberata sul mastio della Cittadella. Questo capo, chiamato dai Turchi Sanjak-Burnù, divenne pei Francesi capo St. Jacques, e pei nostri sapientoni divenne capo St. James; nome che si leggeva anche recentemente nelle carte del nostro ammiragliato». Egli continua cercando come togliere sì fatti spropositi. Intanto io vo innanzi: e senza aspettare che gli levino a comodo loro quei signori, me li spazzo da me; e n'ho abbastanza coi nostri storici, marinari, e portolani; pognamo pur coll'Atlante del Luxoro, illustrato dal Desimoni e dal Belgrano. Io sto con loro, e seguo gli stessi principî, anche nella descrizione della piazza di Rodi.
Dalla parte del mare le difese principali della città e del porto in procinto di assedio avevano a essere le catene distese, e le navi affondate sulla bocca, per impedirne l'ingresso ai nemici[233]; e insieme le batterie intorno agli scali per rifrustargli. Di più a guardia della marina tre grandi torrioni, che meglio direbbonsi castelli, nei tre punti principali del porto; cioè la torre rotonda dei Molini sulla punta del braccio destro, la torre quadrata e bizzarra del Trabucco sul gomito sinistro; ed alla punta estrema dell'istesso braccio sinistro (tra il porto grande e il Mandracchio) il torrione maestro di san Niccolò; alto, grosso, valido, a più ordini sporgenti e rientranti, e sommamente riguardevole per le scogliere che lo circondano, pei macigni che lo compongono, per gli stemmi cavallereschi che lo adornano, e per le batterie alte e basse che si affacciano anche adesso in punto ad ogni prova. Imperciocchè oltre al principale torrione rotondo di mezzo, che gli dà nome e comparsa, tu vedi abbasso ampia cinta di castello quadrato, simile al risalto del castello dell'Uovo sulla riviera di Napoli; ma di aspetto più fiero, di colore più scuro, di macigni più grossi, e di più numerose troniere. Durante l'ultimo assedio il torrione di san Niccolò restò quasi intatto, e tutta la fronte del mare poco o punto presa di mira dal nemico, secondo la previsione di Basilio: il quale però dalla parte del porto non riconobbe necessità di opere nuove, ne vi lasciò nulla di suo.
Volgiamo adunque verso terra per la cinta già fortificata all'antica, come si è visto nell'assedio dell'ottanta, e troveremo alta e grossa muraglia di pietra viva, e più ordini di batterie, e attorno profondo ed ampio fossato. Di più troveremo di mezzo, aggiuntivi da Basilio, sette baluardi; cinque grandi e due piccoli. I primi denominati dalle lingue di Alvergna, di Spagna, di Inghilterra, di Provenza e d'Italia; gli altri due distinti col nome del sito e del fondatore; cioè l'uno chiamato Cosquino, perchè rivolto a tale villaggio; e l'altro Carrettano, perchè levato su alle spese del grammaestro Fabrizio del Carretto[234].
La voce Baluardo comparisce tra noi dopo l'invenzione dell'artiglieria da fuoco, e prima dello svolgimento della moderna architettura militare: voce più volte ripetuta nel quattrocento, in significato di riparo interno, munito di batterie, e principalmente ordinato dietro alle brecce delle antiche muraglie contro l'assalto[235]. L'origine della parola è del latino classico e medievale, come già disse il Galilei[236]: e si conferma per le varianti Balláuro, Balluàro, Baloardo, Belvardo, Belloguardo e Belliguardo; voci tutte insieme derivate dalla stessa bèllica radice, però esprimenti Guardia di guerra, cioè guardia e difesa della guerra; perchè nei combattimenti il baluardo è la principale piazza d'arme delle fortezze. Al modo stesso, e dalla istessa radice, deriva l'antico Ballatojo, che era la piazza suprema delle torri, o vero dei castelli navali, non mica per le danze, ma acconcia ai combattimenti, e per ciò latinamente chiamata Bellatorium[237]. Dunque non abbiamo a cercare troppo lontano nè a correre oltre i monti, nè a spremere da ignote favelle le voci dell'architettura militare: le abbiamo da presso e domestiche in casa nostra, dove son nate. E qualunque possa essere l'apparente simiglianza dell'italico Baluardo col nordico Bullwerck, io ho sempre pensato che non si abbiano a dire congiunti di parentela nè ascendente nè collaterale; ma che ciascuno di essi faccia casa e famiglia da sè nel suo paese.
Quando la nuova maniera di fortificare bandì gli angoli morti e pose il teorema della difesa radente, perché ogni punto del perimetro avesse a essere visto e fiancheggiato da un altro, allora la torre antica si abbassò, prese figura pentagonale, volse il sagliente alla campagna, spianò di qua e di là in lungo due facce, e si munì di fianchi, con leggi matematiche e proporzionali nella misura dei lati e degli angoli; leggi fondate sulle ragioni dei poligoni iscritti e circoscritti al cerchio. In somma la piazza pentagona divenne membro principale della fortezza: e fu detta Baluardo, quando era murata di calcina, di mattoni e di pietre; fu detta Bastione, quando era imbastita di pali, di fascine e di terra; e finalmente, fatto il connubio dei due metodi, e messi insieme i muraglioni e i terrapieni, fu detto tanto baluardo che bastione per l'istessa cosa, anche nel linguaggio dei grandi maestri; usandosi tuttavia più spesso quest'ultimo vocabolo che non il primo; perché col bastione abbiamo il verbo Bastionare, e i verbali e i derivati; di che l'altro manca.
Ciò posto, vien chiaro il lavoro e il merito di Basilio in Rodi. Esso non era chiamato a demolire, nè a gittar nuovo di pianta il fondamento di una cinta compiuta di fortificazione regolare: anzi fondatore della scuola mista, anche per sistema proprio, doveva meglio di ogni altro sapersi acconciare alla varietà richiesta dal sito, dagli uomini, dai precedenti e dall'economia. Esso pertanto lasciava in piè, com'erano, tutte le torri che vi trovava, e le convertiva in cavalieri di nuovi baluardi alla maniera sua; cioè irregolari, misti, senza proporzione determinata, e con poco riguardo alla continuità della radente, legando con lunghi allineamenti di barbacani e di contragguardie il vecchio col nuovo perimetro, il quale perciò in più luoghi piglia l'aspetto di cinta doppia. Ma a un batter d'occhio l'osservatore diligente distingue il nuovo dal vecchio: perchè dove l'antiche muraglie cadono a piombo, senza fascia e senza ornamenti, appuntate soltanto di merli all'antica, a coda di rondine semplice o doppia; per lo contrario le muraglie di Basilio scendono tutte a scarpa, tutte col risalto di grosso cordone in pietra al piano delle batterie, e tutte col parapetto difeso da merloni massicci di pianta quadrilunga e di sezione triangolare: proprio come si legge del modello suo nella lettera al duca di Ferrara, ove si parla dei mantelletti e dei merli in triangolo[238]. I quali merloni rettangoli, acconciati a sesto di squadra coi due cateti sui piani della muraglia e del parapetto, volgono l'ipotenusa all'aria, lasciando aperta tra merlone e merlone la strombatura pel pezzo. Vedete nel venti le difese supreme di Basilio ancora di pietra e di muro. Terrapienate le cortine, i fianchi, le faccie vecchie e nuove; ma infino al piano delle batterie, non fino ai parapetti. Degno di speciale menzione fuor della porta che volge alla sinistra del molo di san Niccolò devo ricordare quel puntone solitario e senza fianchi, collegato colle vecchie mura presso a due torri, e rivolto col sagliente al Mandracchio, che evidentemente appartiensi a Basilio, avendo tutti i caratteri distintivi delle opere sue; e richiama al pensiero i lavori simili dell'Amoroso. Il Bosio proprio a questo propugnacolo dà il nome di «Baluardo piccolo, detto san Pietro, che guarda la torre del Trabucco sopra il molo di san Niccolò;» ed il Fontano lo chiama «Baluardo Carrettano»[239].
Di più Basilio cavò maggiormente i fossi, e murò la controscarpa, chiamata da alcuni terza cinta[240]. Niuna opera esteriore, cosa di gran diffalta nell'assedio: chè sarebbero stati utilissimi, a tener più lontano dalla piazza il nemico, alcuni ridotti sulle alture circostanti. Poscia visitò il castello Sampiero in Asia, il forte di Langò, e le difese degli altri luoghi ed isole soggette all'Ordine gerosolimitano. Stette in Rodi sino all'anno seguente, sempre in compagnia del Gioeni: e con lui lavorò di rilievo tutto il modello delle fortificazioni, da essere per saggio mandato al Papa[241]. Finalmente morto il Grammaestro suo protettore, e pressato dai richiami dell'imperatore Carlo V, prese licenza da quei signori, ed ebbela con molti ringraziamenti e regali, più quattrocento ducati pel viaggio, senza che niuno più dica verbo di lui, nè per la vita nè per la morte. Ma le tanto onorevoli testimonianze, ed i lavori lasciati in Rodi basteranno a salvare il suo nome dall'oblio: imperciocchè, all'infuori del raffazzonare i castelli del porto e del risarcire le brecce di terra, i Turchi non hanno aggiunto nè mutato nulla in quella piazza, restandovi ogni cosa come era quando vi sono entrati; compresa l'artiglieria bellissima di bronzo, che ancora si affaccia dalle antiche troniere. Ho veduto io stesso le sentinelle ottomane presso ai pezzi guardare, senza comprendere, sugli orecchioni e sulle maniglie gli stemmi dei cavalieri, le croci a otto punte, e le figure di gran rilievo a imagine dei nostri Santi. Una sola novità puoi aspettarti colà, dalla quale devi esser destro a schermirti, se non vuoi passar la notte all'addiaccio: ciò è dire la chiusura immancabile di tutte le porte, subito che tramonta il sole, infino alla levata del giorno seguente. Tanto per lunga tradizione dura tuttavia l'antica paura nel petto dei moderni guardiani!