Di mezzo alle gravi sventure politiche, nelle quali perdeva l'indipendenza e ad altre naturali che venivano ad esacerbarle[520], l'Italia si sentì minacciata d'una ancor più grave, qual era di andar divisa negli articoli di fede.
Ci siamo chiariti come qui prima che altrove si svolgesse il seme delle protesta religiosa, tra per meditazione di pensanti, tra per arguzia di letterati, tra per esagerazione di pietà. E appunto i nostri riformatori potrebbero distinguersi in tre categorie. Gli uni che, per passione degli studj e abbagliamento de' classici, attribuivano a questi un'autorità eguale o simile a quella della Bibbia e de' santi padri; volendo emancipata la ragione umana, non le tolleravano neppur i vincoli della fede, o distinguevano un ordine di verità secondo la religione, uno secondo la filosofia; o pretendevano questa con quella conciliare mediante l'ecclettismo che, in fatto di fede, rasenta l'incredulità.
Altri, vedendo la depravazione insinuatasi nella Chiesa di Dio, e gli ecclesiastici tuffarsi in cure secolaresche, dal riprovare l'abuso passavano a censurare la Chiesa, fino a reluttare all'autorità di questa, che unica ha il diritto di riformare.
Altri, ritirandosi dal mondo contaminato, si esaltavano nella penitenza, e pregavano che Dio la infliggesse alla Chiesa tutta. Un'ortodossia rigorosa, capace di tanto odio quanto amore, arriva a non comprendere ciò che per poco si scosti dalla fede. Una esagerata preoccupazione morale, la passionata credenza alla giustizia di Dio portano a una vita cupamente austera, scevera d'ogni dilettamento, e tra mortificazioni poco proprie della stirpe umana, e ancor meno della italiana. Di questi già avemmo il tipo ne' discepoli del Savonarola, che, pur disapprovando molto nella Chiesa, arrestavansi davanti alle decisioni e all'organica venerazione di essa. Pietro Paolo Boscoli, uno de' siffatti, per congiura di Stato condannato a morte in Firenze, ebbe a se Luca della Robbia, grave letterato, e gli commise di dire ad un certo loro amico, abbandonasse le umane lettere che gonfiano il cervello, e si convertisse tutto agli studj e alla disciplina della cristiana filosofia. Nardi.
Dagli eccessi della pietà, o dagli ardimenti del pensiero che, interpreta sì, ma accetta il dogma esposto dalla Chiesa, corre gran distanza alla rivolta della ragione individuale e mutevole contro la credenza universale ed inalterabile, nè i nostri spingeano il desiderio di riformare sino al proposito di distruggere.
A dir vero, nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze, che represse ingagliardiscono; e la vicinanza faceva che, coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Mentre i Tedeschi invidiavano a noi il papato come fonte di ricchezza e di potere, i nostri s'accorgevano che esso conservava all'Italia quell'importanza, che sotto ogni altro conto smarriva, e che qua attirava persone, affari, denaro. Tutti i principi, tutte le case magnatizie tenevano uno o più de' lor membri nel Sacro Collegio o nelle prelature, i quali e godevano pingui prebende, considerate come appannaggi de' cadetti d'illustri famiglie, ed esercitavano autorità come legati, nunzj, protettori de' regni, elettori del papa. Gli artisti aveano dalla devozione i principali loro esercizj, nelle chiese, ne' conventi. I letterati si chiamavano riconoscenti ai papi e ai cardinali, che li prendevano per secretarj o clienti. Le classi inferiori non erano state guaste dal rinato paganesimo, nè il raziocinio, limitato fra gli scienziati, sovvertiva le coscienze popolari. Poi, se Lutero avrebbe potuto sopra le profonde convinzioni di Dante, qual presa poteva avere fra i contemporanei dell'Ariosto che ride di tutto; ride dei dogmi come e più di Lutero?
Quante famiglie si onoravano d'aver dato prelati, e papi, e fino qualche santo alla Chiesa! stando solo alla Toscana, di nobili case usciano i sette fondatori dell'Ordine de' Serviti: Buonfigliuolo Monaldi, Buonagiunta Manetti, Manetto dell'Antella, Amadio Amidei, Uguccione Uguccioni, Sostegno Sostegni, Alessio Falconieri. I Ricci gloriavansi di santa Caterina; gli Orsini di sant'Andrea; i Falconieri delle beate Giuliana e Carissima; i Pazzi di santa Maddalena; i conti Guidi del beato Carlo; i Soderini della beata Giovanna; i Vespignano del beato Giovanni; del beato Ubaldo gli Adimari; i della Rena di Certaldo della beata Giulia; i Gambacurta di Pisa del beato Pietro, e via discorrete. Fuori di là, i Latiozi di Forlì aveano avuto il beato Pellegrino; i Malatesta di Pesaro la beata Michelina; i Borromeo di Padova santa Giustina; poi seguivano tutte le famiglie papali; poi, dove la storia venisse meno, supplivasi con tradizioni e sino con favole, quasi non s'avesse per casata insigne quella cui mancasse un santo. E per vero, qual più bel titolo di nobiltà che il contare fra gli antenati eroi da paradiso? e qual empietà il disperdere e profanare que' vanti e quegli avanzi degli avi! Il culto delle memorie non si rinega dalle nazioni, se non quando siano rese imbecilli dall'intrigo e dalla rivoluzione.
Ciò svogliava in generale gli Italiani dal buttarsi alla riforma. E poichè la grandezza maggiore, la potenza, la ricchezza all'Italia è sempre venuta dall'esser sede di que' pontefici, ai quali appunto si intimava guerra, l'interesse che vi spingeva i forestieri ne disamorava i nostri, che aveano anzi a indispettirsi contro questo Lutero, il quale accanniva le genti germaniche contro l'Italia, maestra e vittima de' compatrioti di lui.
Di queste ragioni umane si ammantò la grazia che Dio concedette al paese nostro di non unire, a tant'altre organiche divisioni, anche quella delle credenze e del culto.
Però l'Italia rimaneva ancora conquassata dalle intraprese dei tirannelli contro i popoli, per le quali i principati quasi da per tutto si erano sostituiti al governo dei più. La lotta non era finita allorchè cominciò a predicarsi la Riforma; e pel consenso che hanno fra loro le proteste contro l'autorità, poteva credersi che i reluttanti, e sopratutto i profughi, si alleerebbero coi dissenzienti, e cercherebbero introdurne le idee in patria. Viepiù poteano esservi spinti i Toscani, i cui oppressori temporali erano pontefici e cardinali; e i Romani, troppo spesso incapricciati di far dispetto al loro sovrano. Potevano così complicarsi la religiosa colla quistione politica; e ricondurre que' sciagurati momenti, ove un paese rimane governato da' suoi fuorusciti.
Nulla avvenne di ciò: e per quanto noi abbiam in altro luogo[521] esaminato partitamente i maneggi de' rifuggiti, non incontrammo ombra di quest'alleanza.
Ma se l'amore delle novità non invase nè le plebi, nè i principi, e se quelli che si brigavano di regolare la propria fede erano pochissimi a fronte di coloro che ne usavano e ne viveano senza punto analizzarla, erra chi crede che la Riforma non abbia fra le Alpi avuto ed estensione, e conseguenze civili e politiche.
Se non che, mentre in Germania fu partito de' principi, in Francia partito de' nobili, in Italia fu principalmente da letterati. Dopo che la protesta fu formulata in Germania, la estesa reputazione de' dotti italiani fece che i novatori forestieri ne sollecitassero l'adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Alcuni di qua si tenevano in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto carteggiavano coll'erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero, amante la pace e mediatore, ma senza iniziativa. Gli studenti tedeschi che qui, e principalmente a Padova e a Siena[522] venivano a raffinarsi, e i nostri che s'addottrinavano nelle Università germaniche, servivano a trasmettere le nuove dottrine.
Fin dal 1520 Burcardo Scenk, gentiluomo alemanno, scriveva a Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse dai pulpiti la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo[523]. Lutero stesso per lettere felicitavasi che tanti di quella città avessero accolto la parola di Dio[524], e teneva corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler, che fervorosamente s'adoprava a diffondervi le innovazioni. Di là erano diretti esortamenti a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani[525].
A Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero, anonima; i Luoghi comuni di Melantone, col titolo di Principj della teologia di Ippolito da Terranegra. Perocchè i falsi nomi erano un artifizio d'eludere le ricerche; e il Commento sui salmi di Bucer apparve sotto il nome d'Arezio Felino, le opere di Zuinglio sotto quello di Coritio Pogelio, o di Abideno Corallo; così Postel s'intitolava Helia Pandoches: Giulio da Milano trasformavasi in Girolamo Savonese: anzi il Commento di Lutero sull'epistola ai Romani e il Trattato della giustificazione si diedero per opere del cardinale Fregoso. Questi mascheramenti eludevano la vigilanza; altre opere giungevano entro botti di vin di Borgogna o di Tokai, o in balle di panni e cotonerie. Francesco Calvi, di Menaggio sul lago di Como, donde il suo cognome di Minicius, e ch'era stato anche tipografo apostolico, teneva bottega di libri a Pavia, e ito a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, le propalò in Lombardia.
Che fin dalle prime fossero accolte in Italia le dottrine nuove ce n'è altro testimonio Martino Bucer, il quale tradusse dal tedesco in latino le postille di Lutero, e stampate nel 1526 a Basilea, le dedicò ai fratelli italiani. Ma Bucer repudiava la consustanziazione, accettata da Lutero, sicchè alterò varj passi: di che altamente irritato, Lutero l'assalse con ogni peggiore ingiuria, talchè quel mite ristampò a parte i passi genuini, e v'aggiunse esse lettere di Lutero.
Il qual Lutero scriveva a Baldassare Altieri, veneziano e secretario dell'ambasciadore d'Inghilterra, si guardasse dalle dottrine di Bucer, di Bullinger, di Pellicano, di altri intorno alla eucaristia, come da pestilenziale eresia; e interrogato dai nostri sopra la presenza reale, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio, «dottori contagiosi e falsi profeti». Bucer, inclinato alla pace, dirizzò una lunga lettera «agli Italiani fratelli che invocano Cristo con pura fede a Bologna e a Modena, venerandi e carissimi», congratulandosi che ogni giorno avanzassero nella cognizione di Cristo, e a sempre nuovi la partecipassero; gli duole siano nati dissensi fra loro intorno all'eucaristia: stiano contenti di sapere che si pascono della carne e del sangue di Cristo, cioè in Cristo vivono più pienamente, e in sè vivo il sentono viepiù. E qui spiega la quistione nata su tal punto, concludendo di ricevere quei simboli con pietà, non offenderli con curiose e profane disquisizioni, dalle quali confida guariti anche i Tedeschi[526].
Si ha una lettera, che alcuni nostri da Bologna, nel 1533, scrissero al signor di Planitz, ambasciadore del duca di Sassonia all'imperatore, attestando di approvare la Chiesa protestante, e d'insistere pel Concilio[527]. L'anno stesso stampavasi in italiano il libro di Lutero dell'emendazione e correzione dello stato cristiano.
La bolla di Clemente VII, del 15 gennajo 1530, deplora che in diverse parti d'Italia avesse attecchito la pestifera eresia di Lutero, non solo tra persone secolari, ma anche ecclesiastiche e tra regolari, mendicanti o no, a segno che alcuni con discorsi, e fino con pubbliche prediche infettavano altri. Pertanto autorizza gli inquisitori domenicani a procedere contro costoro, ed anche Carmelitani o d'altri Ordini mendicanti: possano istituire vicarj e comissarj abili, purchè di trent'anni; ed essi e questi possano assolvere i ravveduti. Maggiori privilegi concede ai Crociati, che dagli inquisitori s'erano istituiti ne' varj luoghi per averne ajuto e consiglio.
Paolo III, con bolla del 14 gennajo 1542, confermava questi provedimenti informato che a Bologna, a Milano e in altri luoghi v'avea secolari e religiosi, che allegavano indulti e privilegi per tenersi immuni dalla giurisdizione degli inquisitori, e così proporre e disputare pubblicamente proposizioni scandalose, erronee e talvolta ereticali, con iscandalo e pericolo.
Già abbiamo veduto come il cardinale Sadoleto si lagnasse della defezione degli spiriti: e il cardinale Caraffa dichiarasse a Paolo III che l'eresia luterana aveva infettato l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero. Più ancora significano le baldanzose speranze di alcuni apostati.
Egidio Della Porta, d'illustre famiglia comasca e frate agostiniano in patria, l'11 dicembre 1525 a Zuinglio «egregio soldato di Cristo, e venerando come padre», mandava: «Da un pezzo io desiderava scriverti, ma n'ebbi vergogna. Or mi rimprovero questa pusillanimità, pensando che Cristo istesso senza distinzione riceve anche i più umili. Come Paolo, dopo percosso, udì il Signore comandargli di visitare Anania e ricevere i consigli suoi, così, se io non sarò Paolo, sii tu a me Anania, e dirizzami colla parola nella via della salute. Vanno quattordici anni che, per zelo, com'io credo, pio, sebbene non secondo scienza, mi sottrassi ai parenti, e mi feci agostiniano, credendo coi Pelagiani poter procacciarmi la salute colle opere; e tanto feci che da sette anni attendo a evangelizzare la parola di Dio, ma con quanta ignoranza delle buone lettere! Perocchè nulla sapevo di Cristo, nulla della fede: tutto alle opere attribuendo, insegnavo a confidare in queste. E chi sa quali veleni ho io sparsi nel campo del Signore! Ma il buon Dio non volle che il suo servo perisse in perpetuo, e mi prostrò sicchè io esclamai: Signore, che vuoi ch'io faccia? E il cuor mio s'intese dire: Va ad Ulrico Zuinglio, e te l'insegnerà..... Ormai non tu, ma Dio per te mi camperà dai lacci: e spero addur meco alcuni fratelli. A noi non son note la lingua greca e l'ebraica, poco la latina: vogliamo impararle, ma più imparar Cristo. Tarderemo la venuta nostra fino a Pasqua, e durante la quaresima predicheremo il verbo di Dio.... Scrivendomi, dirigi ad Andrea Mondino, di qui....»
Poi al 15 dicembre 1526, di nuovo:
«Gran piacere mi recò la tua lettera. Prudentissimamente la venuta nostra nè disconsigli, nè comandi. Non sai che io son povero all'estremo. Potrai pregare nosco Iddio che al più presto si faccia la volontà sua. Temo non abbiasi ad attendere a lungo il Testamento che stiamo traducendo. Da mille faccende siamo distratti; ora spediti alla questua, ora tenuti alle ore canoniche, or qua, or là pei paesi, per le piazze, consumiamo gran tempo in faccende da nulla. Come poi si potrà stampare non scorretto se non vi assista qualche italiano? Ma lasciamo ciò. Il Signore suscitò in me lo spirito suo, che per tuo mezzo vuol perfezionare. Milano e il suo territorio, per la guerra recente è talmente spoverito, che molti benestanti giaciono in miseria: oltre gl'innumerevoli che già prima erano mendici. Sono senza fine le sciagurate che per la miseria si prostituiscono. Insomma la mano di Dio s'è talmente gravata sul popolo, che gli uomini inveleniti credono lecito l'affiggersi qualsiasi ingiuria.
«Queste sciagure Iddio curerà per tuo mezzo. Scrivi al duca di Milano una lettera d'esortazione e, se non l'ascolti, di minaccia, perchè a' suoi sudditi proveda il pascolo dell'anima e del corpo, togliendo il denaro ai pingui frati, e distribuendolo fra il popolo; lasci a ognuno predicare la pura parola di Dio, il che torrà, se rimanga alcuno scrupolo nell'azione predetta. Che se egli diffidi, guardi ai Tedeschi che fan altrettanto con avidità. Aggiungi che più facilmente fiaccherà la possa dell'Anticristo, il quale confida nelle sue ricchezze, e se ne vale a perdizione di molti. Varj fratelli, non isprovisti di pietà e d'erudizione, mi incalzano acciocchè io te ne scongiuri per Dio. E che scriva ai capi del nostro Ordine o setta, colle ragioni che più forti saprai svellendoli da quella faragine di regole, ma bada di non tacciarli d'ignoranza, perocchè sono vanitosissimi, e se n'impennerebbero.... Ma che sto io ad insegnarti? La terza domenica dopo Pasqua si raccoglieranno a capitolo per esaminare e deformare, volli dire riformare. Tal lettera dirigi a noi. Con qualche esempio nelle sante carte fa lor veduto com'è volere di Dio che si predichi la parola sua con semplicità e senza fronzoli, e che peccano contro di lui quelli che spacciano le proprie opinioni come responsi del cielo»[528].
Con apostolato più fiero la negazione era stata sparsa dai guerrieri, qui calati a straziarci. Carlo V, mentre professavasi difensore della Chiesa, aveva menata in giro una marmaglia di soldati, spesso cerniti da' paesi più infetti della Germania, e che diffondeano, se non le dottrine nuove, lo sprezzo delle vecchie, piacendosi di fare affronti agli ecclesiastici, di gravarli di castighi o d'ingiurie. Giorgio Frundsberg, inventore de' Lanzichinecchi, portava allato una soga d'oro, colla quale vantavasi di volere strozzare in Clemente VII l'ultimo dei papi, ed una d'argento pei cardinali. I papi stessi, come tutti gli altri principi, chiamavano nelle nostre guerre soldati svizzeri e germanici, che divenivano apostoli dell'eresia o colla parola o coll'esempio.
Ha ben riflesso Bossuet che, oltre coloro che chiedono la Riforma da rivoluzionarj, v'ha molti che il fanno senza asprezza nè violenza; deplorano i mali, ma con rispetto propongono i rimedj, nè li vorrebbero mai ottenere colla scissione, la quale considerano come il pessimo de' mali; la dilazione sopportano senza dispetto, riflettendo che possono sempre cominciare l'emenda in se stessi: sanno che Cristo insegnò ad onorare la cattedra di Mosè, anche quando vi siedono peccatori; e la riforma vogliono fatta secondo la divina istituzione della Chiesa, per ripristinarla sulle sue basi, non per crollarle.
Qualche dotto prendea passione alla Bibbia come avrebbe fatto ad un manuscritto recentemente scoperto. Coloro che aveano censurato gli abusi della Chiesa, compiacevansi d'udirli ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, «Anch'io l'avea detto e prima di loro; e se mi si fosse dato ascolto, se ne sarebbe tolta l'occasione». Altri vagheggiava fama di franco pensatore coll'assentire alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d'epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia. Inoltre era divenuto moda l'asserire qualche proposizione condannabile, e favorire qualche eretico, per l'irrefrenabile spirito di ricalcitramento contro l'autorità. D'altro lato il disgusto causato dalla politica romana infondeva desiderio di ravvicinarsi a Dio; e parea che i primi riformatori tirassero a ciò o col misticismo che avvicina immediatamente a Dio, o col togliere il clero di mezzo fra l'uomo e il creatore; e i discorsi pieni di pensieri pii e di parole sante, e i lamenti sulla depravazione, espressi con forza e libertà, mascheravano di zelo lo spirito di rivolta. Massime chi era contemplativo più che indagatore dovea restar commosso dai dubbj, allora gettati nell'intelligenza e nella fede, donde il turbamento venutone alle coscienze più pure.
Ma i delicati, se erano offesi dall'antica superstizione, restavano scandolezzati dalla audacia presente; riprovavano il culto delle immagini, l'invocazione dei santi, i segni materiali di credenza, come la croce, i rosarj, gli scapolari: offendeansi sopratutto delle ambizioni papali e dell'ingordigia curiale: pure sentivano il bisogno di appoggiare la libertà all'autorità, per non rimanere perplessi sulle grandi quistioni della presenza reale, della predestinazione, della soddisfazione di Cristo. Dal dissipamento e dalla corruttela ritornavasi quindi alla devozione, fino ad associarla col delitto, e per lo più finivasi piamente una vita menata nelle colpe. Il duca Valentino, tipo della scelleraggine meditata, caricavasi di reliquie; e Vitellozzo, che era in guerra col papa e che cadeva vittima de' colui tradimenti, supplicava in morte di ottenergliene l'assoluzione. Carlo VIII veniva con molte reliquie alla spedizione d'Italia. Alessandro VI gloriavasi d'avere acquistato la lancia con cui fu trafitto il Redentore in croce; portava in collo una bulla contenente le sacre specie: alla sua Lucrezia raccomandava la devozione a Maria. L'astuto Lodovico il Moro, il Cavour di que' tempi, moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggire da Milano, vegliò nella Madonna delle Grazie sul sepolcro di sua moglie. Il Machiavelli, un degli empj se ce n'ebbe, ha discorsi sacri, e una predica sul De Profundis, ove esorta a «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali, per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l'uno si rivoltava su per i pruni, l'altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, inviluppati nei lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo: per ciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, Miserere mei, Deus, e con san Pietro piangere amaramente»[529].
Non citerò l'infame Aretino, che colle più laide composizioni ne alternava di sacre, vendereccio nelle une come nelle altre; ma e l'Ariosto e i Cellini e tutti gli artisti sentivano il bisogno di raccogliersi talvolta a Dio, e rinnovare quelle pratiche, in cui gli aveva nodriti la loro madre. Giorgio Vasari più d'una volta risolse di ritirarsi in solitudine devota, «e così offenderò meno Iddio, il prossimo e me stesso, dove nella contemplazione di Dio, leggendo si passerà il tempo senza peccato, e senza offendere il prossimo nella maldicenza»; e ridottosi fra i monaci di Camaldoli, elevandosi a un misticismo cui ben poco mostrasi propenso nelle sue pitture, scriveva a Giovanni Pollastra:
«Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè sono per mezzo vostro condotto all'ermo di Camaldoli, dove non potevo, per cognoscer me stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè, oltre che passo il tempo con util mio in compagnia di questi santi religiosi, i quali hanno in due giorni fatto un giovamento alla natura mia sì buono e sano, che già comincio a conoscere la mia folle pazzia dove ella ciecamente mi menava, scorgo qui in questo altissimo giogo dell'Alpe, fra questi dritti abeti, la perfezione che si cava dalla quiete. Così come ogni anno fanno essi intorno a loro un palco di rami a croce, andando dritti al cielo; così questi romiti santi imitandoli, ed insieme chi dimora qui, lassando la terra vana, con il fervore dello spirito elevato a Dio alzandosi per la perfezione, del continuo se gli avvicina più; e così come qui non curano le tentazioni nemiche e le vanità mondane, ancorchè il crollare de' venti e la tempesta li batta e percuota del continuo, nondimeno ridonsi di noi, poichè nel rasserenare dell'aria si fan più dritti, più belli, più duri e più perfetti che fussero mai, che certamente si conosce che 'l Cielo dona loro la costanza e la fede; così a questi animi che in tutto servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora a cinque vecchi, di anni ottanta l'uno in circa, fortificati di perfezione nel Signore, che m'è parso sentir parlare cinque angioli di paradiso; e sono stupito a vederli di quell'età decrepita, la notte per questi ghiacci levarsi come i giovani, e partirsi dalle lor celle, sparse lontano cencinquanta passi per l'ermo, venire alla chiesa ai mattutini ed a tutte l'ore diurne, con un'allegrezza e giocondità come se andassero a nozze. Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua, che uno ardisce appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di ragionar co' venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per tutto l'ermo, portano dall'una all'altra cella de' romiti acque, camminando sempre chiarissime, con un rispetto maraviglioso».
Viepiù sentiva questi bisogni dello spirito il Bonarroti, «Michel più che mortale angel divino»: grand'intelligenza e gran cuore, che idealizza anzichè esprimere, e che come artista figura l'armonia de' contrasti. Era venuto su come gli altri in quel secolo fra il rinnovato paganesimo: e ne' colloqui col magnifico Lorenzo nel giardino di San Marco, o nel palazzo di via Larga, o nel suburbio di Careggi, s'imbevve di quelle idee gentilesche, per le quali pareva assai se nell'Olimpo faceasi un posto ospitale anche al Cristo. Ma per quel vigor suo che nol lasciava servile a concetti altrui, s'addiede anche alla Bibbia, ed «ha con grande studio ed attenzione lette le sante Scritture sì del Testamento Vecchio come del nuovo, e chi sopra ciò s'è affaticato», scriveva il Condivi, lui vivo. Aveva ascoltato frà Girolamo, e ne trasse l'amor della religione associato a quel della patria: ma come si volle denigrare il suo patriotismo, così la sua fede. Il Grimm, in una vita che recentemente ne scrisse,[530] volle porre anche questo tra coloro che pensavano co' Protestanti; e che singolarmente non accettasse la necessità de' sacramenti, nè il purgatorio, giacchè, deplorando la morte di Giovansimone suo fratello, dice che poco importa se non abbia prima ricevuto i sacramenti.
La frase è proprio di Michelangelo, ma se connettasi alle precedenti significa tutt'altro. Perocchè scrive: «Lionardo; io ho, per l'ultima tua, la morte di Giovansimone. Ne ho avuto grandissima passione, perchè speravo, benchè vecchio sia, vederlo innanzi che morisse, e innanzi che morissi io. È piaciuto così a Dio: pazienza! Avrei caro intendere particolarmente che morte ha fatta; e se è morto confesso e comunicato con tutte le cose ordinate dalla Chiesa: perchè, quando l'abbia avute, e che io il sappi, n'avrò manco passione».
Che cosa gli fosse risposto appare da questa sua replica: «Mi scrivi che, sebbene non ha avuto tutte le cose ordinate dalla Chiesa, pure ha avuto buona contrizione: e questa per la salute sua basta, se così è».
Vedi, lettore, come lo staccare una frase ne sovverta il senso. E Giorgio Vasari, suo veneratore, e che non facea legendarj, racconta che con esso girava di chiesa in chiesa per guadagnare il giubileo, pur tenendo ragionamenti dell'arte. E gli disse una volta: «Se queste fatiche che io duro non mi giovano all'anima, io perdo 'l tempo e l'opera». E altrove: «Non nasceva pensiero in lui che non vi fosse scolpita la morte.... per il che si vedeva che andava ritirando verso Dio.... Volentieri in questa sua vecchiezza si adoperava alle cose sacre, che tornassino in onore di Dio..... Sovveniva molti poveri e maritava secretamente buon numero di fanciulle».
Malatosi suo fratello, scrive al padre: «Non vi date passione, perchè Dio non ci ha creati per abbandonarci». E quando stava per gittare in Bologna la statua di Giulio II, «Pregate Dio che io abbia onore qua, e che io contenti il papa; e ancora pregate Dio per lui». E riuscitovi: «Io stimo le orazioni di qualche persona m'abbiano ajutato, e tenuto sano, perchè era contro l'opinione di tutta Bologna che io la conducessi mai»[531].
Ben è vero che, irato ai tempi e a Giulio II, uscì talvolta in rabbuffi, fieri come ogni opera sua, e cantò:
Qua si fa elmi di calici e spade
E 'l sangue d' Cristo si vende a giumelle,
E croce e spine son lance e rotelle
E pur a Cristo pazïenza cade.
Ma non arrivi più 'n queste contrade
Chè n'andria 'l sangue suo fin alle stelle,
Poscia ch'a Roma gli vendon la pelle
Ed eci d'ogni ben chiuse le strade
Ma la sua fede non venne mai meno, anzi considerava beata la gente rustica, che onora e ama e teme e prega Dio pel meglio de' suoi lavori, de' suoi armenti, de' suoi campi; e non agitata dal dubbio, dal forse, dal come, dal tristo perchè, adora e prega con fede semplice[532]. E nelle sue rime molte suonano di preghiera e di pentimento; ricorre spesso alla misericordia di Dio, e gli dice:
Non mirin con giustizia i tuoi santi occhi
Il mio passato, e 'l gastigato orecchio
Non tenda a quello il tuo braccio severo:
Tuo sangue sol mie colpe lavi e tocchi,
E più abbondi quant'io son più vecchio
Di pronta aita e di perdono intero
Fra le sue carte, non di suo pugno ma su foglio ov'è altro scritto di lui, vedemmo questa preghiera:
«O Padre altissimo, che per tua benignità mi facesti cristiano solo per darmi il regno tuo; di nulla l'anima mia creasti e incarcerasti quella nel misero corpo mio; donami grazia che, tutto quanto il tempo ch'io starò in questa carcere inimica dell'anima mia, nella quale tu solo mi tieni, che io ti laudi: perchè, laudandoti tu mi darai grazia di beneficare i prossimi miei, e di far bene in particolare agli inimici miei, e quelli sempre a te raccomandare. Concedimi grazia ancora, santissimo Dio, che avendo al partire passione corporale, io conosca che quelle non offendono l'anima mia; rammentandomi del tuo Figliuolo santissimo, che per l'umana salute morì tanto vituperosamente; e per questo mi consolerò e sempre lauderò il tuo santo nome, amen».
Oh va, e fammene un protestante!
Ne' suoi versi, per una mescolanza troppo solita a' nostri, ve n'ha molti d'amore: un amore alla petrarchesca, nel quale, vagheggiando il bello effettivo, pur si vuole elevarlo con idee platoniche. E tale fu quello ch'egli portò alla Vittoria Colonna; non scevero di passione quant'altri presunse, elevato certamente, e sublimato poi dalla morte. Da quella mirabil donna egli chiedeva consigli e sostegno, e dicevale:
Ora in sul destro ora in sul manco piede
Variando, cerco della mia salute;
Fra 'l vizio e la virtute
Il cor confuso mi travaglia e stanca;
Come chi 'l ciel non vede
Che per ogni sentier si perde e manca.
Porgo la carta bianca
A' vostri sacri inchiostri,
Ch'amor mi sganni e pietà 'l ver ne scriva,
Che l'alma da sè franca
Non pieghi agli error nostri
Mio breve resto, e che men cieco viva
Chieggo a voi, alta e diva
Donna, saper se 'n ciel men grado tiene
L'umil peccato che 'l soperchio bene.
Poi quand'ella si spense, egli scriveva con sublime sconcordanza: «Morte mi tolse uno grande amico»: e ne cantò a lungo, e diceva:
Il mio rifugio e 'l mio ultimo scampo
Qual più sicuro, e che non sia men forte
Che 'l pianger e 'l PREGAR?
Baldanzoso com'era, e smaniato del nuovo, repente sentivasi talvolta preso da scoraggiamento, e non leggeva più che la Bibbia e Dante, non tratteggiava che soggetti sacri, e rifuggiva sotto l'ale della misericordia eterna:
Nè pinger nè scolpir fia più che queti
L'anima, vôlta a quell'amor divino
Ch'aperse a prender noi in croce le braccia.
Il Panizzi, nell'edizione inglese dell'Orlando Innamorato, ripubblicò un opuscolo del vescovo apostata Vergerio[533] dov'è asserito che il Berni a quel burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, le quali poi furono espunte dopo morto l'autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto, di tenore riottoso: donde l'editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella classe educata d'Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non nuova; che già altri vollero noverare tra i riformati il Manzolli pel Zodiacus vitæ, astiosissimo contro il clero, l'Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama la fondamentale protesta della ragione individuale, presa per unico interprete del codice sacro.
I Riformati ammetteano i dogmi primarj del cristianesimo, pretendeano anzi richiamare a quelli la Chiesa traviata; ne negavano alcuni. Pertanto è facilissimo, in detti e scritti di ottimi cattolici, trovare espressioni consone a quelle de' Protestanti, o lo scopo di richiamare le opinioni vulgari alle definizioni vere e alle interpretazioni autentiche della Chiesa. Chi non ne esamini il complesso, li fa assenzienti agli eretici. Ma dessero anche in fallo, era colpa dell'intelletto più che della volontà; l'errore sincero non costituisce eresia; e se anche ne dà le apparenze, vuolsi distinguerlo dalla ribellione volontaria e meditata: e più erano scusabili quando il Concilio di Trento non aveva ancora nè sì ben definiti, nè sì popolarmente espressi i canoni della credenza.
La dottrina cattolica abbraccia e mette in armonia il divino elemento e l'umano, il terrestre e il soprannaturale, ossia il principio mistico e il principio intellettuale. Quell'armonia forma la meraviglia e la venerazione de' contemplanti. Può anche succedervi squilibrio, nè per questo uscire dal cattolicismo se non s'arrivi al disprezzo dell'autorità ecclesiastica, e a rompere i vincoli della fraterna carità.
Non è consueto nel nostro paese narrare la vita dello spirito, nè dipingere i caratteri, come fecero principalmente i grandi secentisti di Francia; onde non possiamo assistere alle lotte interne di quelle anime elette, e a quelle ambasce di spirito, che non si comprendono più nell'inintelligente età del dubbio. Ma oggi stesso, fra un popolo serio perchè libero di realtà non solo di istituti, chi volesse vedere come le quistioni religiose agitino profondamente i più gravi pensatori e i cuori più sensitivi, legga in Neumann, in Pusey, in Manning gli spasimi e le emozioni provate allorchè, nel 1851, si discuteva sulla necessità del battesimo, sulla autenticità e divina ispirazione delle Scritture, la colpa originale, le profezie, l'incarnazione dello Spirito Santo. Ed era l'età del vapore e dei telegrafi elettrici.
Qualcosa di siffatto accadeva in Italia nel secolo XVI; laonde furono confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla stessa austerità loro, col congregarsi a ragionare di Dio, coll'occuparsi d'indagini teologiche, protestavano contro l'indifferenza dei più. Molti della predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata, ma che vagheggiava la purezza perduta nella Chiesa; un desiderio di diminuire importanza alle cerimonie esteriori e alle opere suprarogatorie, d'altrettanto rialzando la pietà interiore; un deplorare le persecuzioni che si faceano all'Ochino o a Pietro Martire, mentre si tolleravano l'Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di Gesù Cristo, senza avvedersi che essa perdea lode col repudiare l'autorità e i sacramenti da Lui istituiti: un gridare all'emendazione del clero, al depuramento del culto, pur senza voler menomamente distruggere i papi o i riti. Oltrechè ciò nulla ha a fare colla quistione dogmatica dell'unità, quanti non sono in ogni età coloro che adottano un principio, e non ne tirano le conseguenze?[534]
Di tali intenzioni noi crediamo Marcantonio Flaminio. Questo veronese, buon medico ed elegante latinista, ridusse i salmi in odi latine, che furono messe all'indice da Paolo IV: e stampò In psalmis brevis expositio (Aldo, 1515) dedicata a Paolo III, dicendo essere stato indotto a farla dal vescovo Giberti, e a pubblicarla dal cardinale Polo. Girolamo Muzio, annusatore di eresie, l'appuntò perchè, interpretando un verso del salmo 45, dice che «dobbiamo cessare da tutte le opere nostre, e la vera giustizia per nostra fatica non si può acquistare»; e altrove ammonisce «che cautamente leggano gli scritti del Flaminio, anzi che non li leggano quelli che al cristianesimo s'appartengono, perciocchè maggior danno potranno conseguire dalle sue sentenze che diletto dalle sue parole»[535]. I Protestanti danno per segno di sua apostasia l'ardore suo per Cristo e per l'eucaristia, il non volgersi mai nelle odi a Maria o ai santi, nè mentovare il purgatorio; il raccontare egli stesso come, essendo malato, risanò per preghiere dirette dal Caraffa a Dio, non a verun santo[536]. Vedasi se meritino peso tali presunzioni, come la pietà che spira dalle sue lettere[537]; la conoscenza che mostra delle Scritture è un'altra pruova che queste non erano inusate neppure fra i Cattolici. Nel 1535 scriveva a Pietro Pamfilio d'aver detto addio ad ogni studio, eccetto quello delle divine cose, e che proponeasi dedicare il resto di sua vita a meditare la fede cristiana.
Nel Giudizio sopra le lettere di tredici uomini illustri pubblicate da M. Dionigi Atanagi (Venezia 1554), opera forse del sunnominato Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche gusto e cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli articoli, perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad un tratto, ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese la giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della salute nostra, egli o non intese la materia dell'eucaristia, o non ebbe ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge: «Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che, avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto di dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo la cena doversi dividere, il che fanno i papisti quando ai laici non danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti, ed entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto vedere il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v'era entrato». Induzione assurda, eppure abituale.
Ci tornerà occasione di parlarne nel processo del cardinale Moroni, e qui basti indicare come fosse reputato autore del libro che analizzammo sul Benefizio di Cristo, o (come dice il padre Laderchi, storico della Chiesa più abbondante di pietà che di critica) d'un'apologia d'esso Benefizio. Questo il Laderchi crede opera del Valdes, senza darne pruove, ma è abbastanza noto che e il libro e le apologie ascrivevansi a persone diverse, onde crescervi credito. Del resto il Flaminio conservossi devoto alla messa; credeva la presenza reale; a monsignor Carnesecchi scriveva da Trento, ricordandogli come «alli mesi passati parlassero alcune volte insieme del santissimo sacramento dell'altare e dell'uso della messa»: e si lagna di quelli che «stanno ostinatissimi nelle loro immaginazioni, acciecati dalla superbia che si nasconde facilmente sotto il falso zelo della religione, ove si mettono in pericolo di perdere l'onore, la roba e la vita, perchè non si possono immaginare di essere ingannati dalla carne e dal diavolo; e così ognora più s'indurano nelle falsità, e diventano acerbissimi censori del prossimo, condannando d'impietà l'universale senso e perpetuo uso della Chiesa, e chiunque non si fa servo delle loro opinioni. Da questa arroganza e da questi amari zeli li liberi Nostro Signore Iddio, e doni loro carità e dolcezza di spirito, e tanta umiltà che s'astenghino dal giudicare temerariamente i dogmi e usanze della Chiesa, condannando sì rigidamente tutti quelli che con vera umiltà di cuore la riveriscono e seguitano, e cominciano a credere che, molti di coloro che da essi sono condannati e tenuti idolatri ed empj, perchè non credono quello che credono essi, sono veramente religiosi, pii ed a Dio cari; e per contrario nimico ed odiato da Dio chiunque seguita questa loro superba presunzione. E noi, signor mio, se non vogliamo far naufragio in questi pericolosissimi scogli, umiliamoci al cospetto di Dio, non ci lasciando indurre da ragione alcuna, per verisimile ch'ella ne paresse, a separarci dall'unione della Chiesa cattolica, dicendo con David: Vias tuas, Domine, demonstra mihi, et semitas tuas edoce me, quia tu es Deus salvator meus. E senza dubbio saremo esauditi, nam bonus et rectus Dominus, propterea diriget mansuetos in judicio, docebit mites vias tuas. Laddove, volendo giudicare le cose divine col discorso umano, saremo abbandonati da Dio, e in questo secolo contenzioso talmente ci accosteremo ad una delle parti ed odieremo l'altra, che perderemo del tutto il giudizio e la carità, e dimanderemo la luce tenebre, e le tenebre luce; o persuadendoci d'essere ricchi e beati, saremo poveri, miseri e miserabili per non saper separare pretiosum a vili; la qual scienza senza lo spirito di Cristo non si può imparare; al qual sia gloria in sempiterno, amen».
V'è un prezioso libretto, capolavoro della mistica, come la Somma di san Tommaso è il capolavoro della scolastica; produzione di quel medioevo tanto vituperato, e di un monaco ignoto; libro ch'è il più letto dopo la Bibbia, sicchè fu detto sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse; stampato almeno milleottocento volte, tradotto in ogni lingua; e che, fatto pei solitarj, è tuttavia il conforto ed il sostegno anche di persone tuffate negli affari. Parlo dell'Imitazione di Cristo, eloquio d'un'anima che, senza intermedio di profeti o dottori, eppure adoprando il loro linguaggio, s'intertiene con Dio e col Mediatore. Non dunque dispute, non sottilità scolastiche, non decisioni particolari, ma impeti di quel mistico amore che assorbisce la fede, aspirazioni alla solitudine per sottrarsi all'infelicità dei tempi, e ascoltare Dio che parla: affetto della croce, come salute, vita, schermo dai nemici, come infusione di superna dolcezza, vigore alla mente, gaudio allo spirito. «Nella croce sta tutto, nè alla vita e all'interna pace v'è altra via che della croce; nessun'altra ve n'ha più alta di sopra, o più sicura di sotto. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo t'aspetta, nè la puoi cansare, dovunque tu corra. Se una croce tu getti via, un'altra ne troverai forse più grave».
Così adduce a imitare Cristo, con un linguaggio tanto semplice, tanto intimo, che i Riformati dovettero cercare di metterlo fra i loro precursori, se non voleano confessare che nella Chiesa viveva sempre il vero spirito evangelico. Ma quell'aureo libricino invoca i santi; e l'iniziazione progressiva conduce per mezzo dell'astinenza, dell'ascetismo, della comunione finchè si giunga all'unione; talchè nè d'un punto scatta dalle ritualità della Chiesa nostra, la quale col venerarlo mostrava abbastanza che tale era la costante sua pratica[538].
Il Flaminio lo esalta grandemente, e «non saprei proporvi libro alcuno (non parlo della scrittura santa) che fosse più utile di quel libretto De imitatione Christi, volendo voi leggere non per curiosità, nè per saper ragionare e disputare delle cose cristiane, ma per edificare l'anima vostra, e attendere alla pratica del vivere cristiano; nella quale consiste tutta la somma, come l'uomo ha accettato la grazia del vangelo, cioè la giustificazione per la fede. È ben vero che una cosa desidero in detto libro, cioè che non approvo la via del timore, della quale egli spesso si serve. Non già che io biasimi ogni sorta di timore, ma biasimo il timore penale, il quale è segno d'infedeltà o di fede debolissima; perocchè, se io credo daddovvero che Cristo abbia soddisfatto per tutti i miei peccati, passati, presenti e futuri, non è possibile che io tema di essere condannato nel giudizio di Dio; massime se io credo che la giustizia e la santità di Cristo sia divenuta mia per la fede, come debbo credere se voglio essere vero cristiano»[539].
Anche lo storico cardinale Sforza Pallavicino appunta il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d'andare secretario al concilio di Trento»; e soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinale Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente. In fatto il cardinale Polo invitò il Flaminio a venire da lui a Viterbo, e quando fu eletto uno dei Legati al concilio di Trento, ve lo condusse. Il Flaminio morì poi di cinquantadue anni, e Pier Vettori ne dava notizia ad esso cardinale da Firenze il 13 aprile 1550, consolandosi che «santamente e piamente fosse uscito di vita con tal costanza di mente e alacrità, qual poteva aspettarsi da uomo che, come lui, era vissuto imbevuto della vera religione». Il Polo curò fosse sepolto nella chiesa degli Inglesi.
Ma appunto nessuno più volentieri gli eterodossi ascriverebbero alla loro coorte che il cardinale Reginaldo Polo (Pool). Nasceva in Inghilterra dai duchi di Suffolck, ed uscito dal regno per non aver voluto approvare il divorzio di Enrico VIII, scrisse poi contro di questo a difesa dell'unità della Chiesa; laonde quel re dispotico fe decapitare il fratello di esso, il nipote, la madre settuagenaria, mentre gli altri parenti si salvarono colla fuga: bandì cinquantamila scudi a chi uccidesse il cardinale, e infatto lo tentarono due inglesi e tre italiani, fra i quali un bolognese confessò essersi trattenuto lunga stagione a Trento con tale proposito.
Per lunga dimora e per tante relazioni e per la lingua che adoperò, il Polo è degno d'essere contato fra' nostri, e può considerarsi rappresentante dello introdottosi spirito di pietà, che ai Riformati dovea parere una protesta contro la rilassatezza di cui imputavano i Cattolici. Dal cardinale Cortese era stato invaghito degli studj biblici; e mentre stette Legato pontificio a Liegi, vi s'intratteneva nel modo ch'è descritto dal Priuli in lettera al Beccatelli del 28 giugno 1537[540]:
«La mattina ognuno si sta nella sua camera fino a un'ora e mezza innanzi pranzo, nella qual ora convenimo in una chiesuola domestica, ed insieme cantiamo le ore more theatinico senza canto. Monsignore di Verona è il nostro maestro di cappella. Dette le ore, si ode messa, e poco dappoi si disna: a parte della mensa si legge san Bernardo: poi si ragiona. Postquam vero exempta fames epulis est, il vescovo legge ordinariamente un capitolo di Eusebio De Demonstratione evangelica: si continua, e ripiglia dappoi qualche onesto e grato ragionamento che dura fino a una o doi ore dopo mezzo giorno; ed allora ognuno ritorna alla sua camera, ove si sta fino a un'ora e mezza innanzi cena; a quell'ora cantiamo vespero e compieta; e dappoi il reverendissimo legato si ha tandem lasciato exorare di leggerci le epistole di san Paolo alternis diebus; ed ha incominciato dalla prima a Timoteo, con somma soddisfazione del vescovo e di tutti noi. Oh quanto desidero e voi ed il nostro dabbenissimo vescovo di Fano a questa santissima lezione da questo santissimo uomo con tanta riverenza ed umiltà, e con tanto giudizio letta, che io non saprei certo desiderar meglio, nè credo che l'amor m'inganni questa volta. Spero dalle miche ch'io ne raccoglierò potervene dar buon saggio, quando al signor Dio piacerà che ci troviamo insieme. Alquanto dopo la lezione si cena: si va per una o doi ore in barca per il fiume, o in l'orto passeggiando, e ragionando sempre di cose convenienti a questi signori; e spesso spesso, anzi cotidianamente desideriamo, e chiamiamo il reverendissimo vostro, e la sua compagnia a questo nostro onesto, e bel tempo ringraziando il Signor Dio di tanto bene, che 'l si degna di concederne. O quante volte mi replica il signor legato: Certe deus nobis hæc otia fecit! O quanto gli siamo obbligati etiam hoc nomine! ed aggiugne sempre: Oh perchè non è monsignor Contarini con noi?»
E il Polo al Contarini da Carpentras scrive della cara compagnia del Priuli e d'altri: «Noi per nostra consolazione mutua avemo cominciato a conferire insieme li salmi di quel grande profeta e re, il quale Dio aveva eletto secundum cor suum, e oggidì eramo arrivati a quel salmo che comincia, Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus».
inoltre il cardinale Polo ringraziava esso Contarini a nome di tutta la sua compagnia «per il gran dono di carità il quale risplende più in quel santo negozio di Modena», alludendo certo al catechismo che il cardinal Contarini avea steso per gli erranti di Modena, come avremo a divisare. E infatto il Polo era tacciato di poco rigore verso gli eretici, ch'egli considerava come infermi, i quali bisognasse risanare.
Dell'indole stessa erano le unioni che il Polo teneva mentre, come Legato del patrimonio di san Pietro, sedeva a Viterbo; unioni che sono presentate come convegno di miscredenti. Da varie lettere che ce le dipingono leviamo qualche saggio, e prima da una del Polo al Contarini il 9 dicembre 1541: «Il resto del giorno passo con questa santa ed utile compagnia del signor Carnesecchi e monsignor Marcantonio Flaminio nostro. Utile io la chiamo, perchè la sera monsignor Flaminio dà pasto a me e alla miglior parte della famiglia de illo cibo qui non perit, in tal maniera che io non so quando io abbia sentito maggior consolazione nè maggiore edificazione: tanto che, a compimento di questo mio comodissimo stato, non manca altro che la presenza di vostra signoria reverendissima».
Frasi simili ripete in lettera del 23 dicembre, e in altra del 1 maggio 1542: «Quanto al loco di san Bernardo, notato da vostra signoria reverendissima, dove parla così esplicitamente della giustizia di Cristo, l'avemo trovato e letto insieme con questi nostri amici con grandissima soddisfazione di tutti: e considerando da poi la dottrina di questo santo uomo dove era fondata, e la vita insieme, non mi è parso meraviglia se parla più chiaramente che gli altri, avendo tutta la sua dottrina preparata e fondata sopra le scritture sante, le quali nel suo interior senso non predicano altro che questa giustizia, ed appresso avendo così bel commento per intendere quel che leggeva, com'era la conformità della vita, la quale gli dava continua esperienza della verità imparata, e per questo doveva esser risolutissimo. E se gli altri avversarj di questa verità si mettessero per questa via a esaminare com'ella sta, cioè per queste due regole delle scritture e dell'esperienza, cesserieno senza dubbio tutte le controversie[541]. Nunc enim ideo errant quia nesciunt scripturas et potentiam Dei, quæ est abscondita in Christo, il quale sia sempre laudato, che ha cominciato rivelare questa santa verità, e tanto salutifera e necessaria a sapere, usando per istromento vostra signoria reverendissima, per la quale tutti siamo obbligati continuamente a pregare sua divina maestà ut confortet quod est operatus alla gloria sua e benefizio di tutta la Chiesa, come femo tutti et in primis la signora marchesa [Vittoria Colonna], la quale senza fine si raccomanda a lei».
La pietà di quei colloqui appare viemeglio da quanto allora scriveva il Flaminio, e singolarmente da questa lettera a Galeazzo Caracciolo, del quale parleremo appresso:
«La felice nuova, che mi diedero della santa vocazione di vostra signoria il signor Ferrante e il signor Giovan Francesco, diede grandissima allegrezza non solamente a me, ma ancora al reverendissimo Legato, e a questi altri signori, ed ora per confermare ed accrescere questa nostra allegrezza, vostra signoria m'ha fatto degno d'una sua lettera, la quale è quasi una ratificazione di quello che i predetti signori m'aveano scritto. Signor mio colendissimo, considerando io quelle parole di san Paolo, Voi vedete, fratelli, la vostra vocazione, che fra voi non sono molti savj secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha eletto le cose stolte del mondo, per confonder le savie, e le cose deboli per confonder le forti, e le cose ignobili per confondere le nobili e quelle che non sono per distrugger quelle che sono, dico che, considerando io queste notabili parole, mi pare di vedere che 'l signor Dio abbia fatto un favor molto particolare a vostra signoria, volendo che ella sia nel numero di quelli pochissimi nobili, che egli orna di una nobiltà incomparabile, facendoli per la vera e viva fede suoi figliuoli; e quanto è stato più particolare il favore, che ella ha ricevuto da Dio, tanto la veggo più obbligata a vivere, come si conviene ai figliuoli di Dio, guardando che le spine, cioè i piaceri e gli inganni delle ricchezze e l'ambizione non soffochino il seme dell'evangelo, che è stato seminato nel cuor suo: benchè mi rendo certo, che il Signore, il quale ha cominciato a gloria sua l'opera buona in voi, la condurrà a perfezione, a laude e gloria della grazia sua, la quale creerà in voi un animo tanto generoso, che, siccome per lo addietro ponevate tutto il vostro studio in conservare il decoro de' cavalieri del mondo, così ora porrete tutta la vostra diligenza in conservare il decoro de' figliuoli di Dio, a' quali convien imitare con ogni studio la perfezione del loro celeste padre, esprimendo, e rappresentando in terra quella vita santa e divina, la quale viveremo in cielo.
«Signor mio osservandissimo, in tutti i vostri pensieri, in tutte le vostre parole, e in tutte le vostre operazioni ricordatevi, che siamo diventati per Gesù Cristo figliuoli di Dio, e questa memoria, generata e conservata nell'anima nostra dallo spirito di Cristo, non ci lascierà di leggieri nè fare, nè dire, nè pensare alcuna cosa indegna della imitazione di Cristo, al quale se noi vogliamo piacere, è necessario che ci disponiamo a dispiacere agli uomini, e a disprezzare la gloria del mondo per esser gloriosi appresso a Dio; perciocchè, come dimostra Gesù Cristo in san Giovanni, è impossibile, che alcuno possa credere veramente in Dio, mentre che egli cerca la gloria degli uomini, i quali come dice David, sono più vani della medesima vanità. Laonde è cosa stoltissima e vilissima fare stima del loro giudicio, dovendo i figliuoli di Dio aver sempre innanzi agli occhi il giudicio di Dio, il quale vede non solamente tutte le nostre operazioni, ma tutti gli occulti e profondi pensieri del nostro cuore.
«Essendo dunque impossibile piacere a Dio e agli uomini del mondo, che furore sarebbe il nostro, se eleggessimo di dispiacere a Dio per piacere al mondo? E se stimiamo cosa vergognosissima che una sposa voglia piuttosto piacere altrui che al suo sposo, che biasimo meriterà l'anima nostra, se ella vorrà più piacere ad altri che a Cristo suo dilettissimo sposo? Se Cristo, unigenito e naturale figliuolo di Dio, ha voluto non solamente patire per noi le infamie del mondo, ma il tormento acerbissimo della croce, perchè non vorremmo noi per la gloria di Cristo tollerare allegramente le derisioni degli inimici di Dio? Sicchè, signor mio, contra le calunnie e derisioni del mondo armiamoci di una santa superbia, ridendoci delle loro derisioni, anzi come veri membri di Cristo abbiamo compassione alla loro cecità, pregando il nostro Dio, che doni loro di quel suo santo lume che ha donato a noi, acciocchè, diventando figliuoli della luce, sieno liberati dalla misera servitù del principe delle tenebre, il quale con questi suoi ministri perseguita Cristo e le membra di Cristo: la qual persecuzione, malgrado del demonio e de' suoi ministri, ridonda finalmente in gloria di Cristo e in salute de' membri suoi, i quali godono di patire per Cristo, essendo predestinati a regnare con Cristo. Chiunque ha veramente questa fede, resiste facilmente alle persecuzioni del demonio, del mondo e della carne. Però, signor mio colendissimo, preghiamo giorno e notte il nostro padre eterno che ci accresca la fede, e faccia produrre nell'anima nostra quei dolcissimi e felicissimi frutti, che ella suol produrre nella buona terra di tutti i predestinati a vita eterna; acciocchè, essendo la nostra fede feconda di buone opere, siamo certi che ella non è finta ma vera, non morta ma viva, non umana ma divina, e per conseguenza pegno preziosissimo della nostra eterna felicità. Mostriamo che noi siamo legittimi figliuoli di Dio, desiderando sempre che il suo santissimo nome sia glorificato, e imitando la sua ineffabile benignità, la qual fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i rei, adoriamo la sua divina maestà in spirito e verità, consacrandole il tempio del nostro cuore, e offerendo in esso le vittime spirituali per Gesù Cristo nostro Signore: anzi come veri membri di questo pontefice celeste, facciamo un sacrificio della nostra carne, mortificandola e crucifiggendola con le sue concupiscenze, acciò che, morendo noi, viva lo spirito di Cristo in noi. Moriamo, signor mio, volentieri a noi medesimi e al mondo, acciò che viviamo felicemente a Dio, e a Gesù Cristo. Anzi, se siamo vere membra di Cristo, conosciamoci già morti con Cristo, e risuscitati, e ascesi in cielo con esso lui, acciò che la nostra conversazione sia tutta celeste, e si vegga in noi uno eccellentissimo ritratto di Cristo; il qual ritratto sarà tanto più bello e più maraviglioso in voi, quanto voi siete un signore nobilissimo, ricco e potente.
«O che giocondo insaziabile spettacolo agli occhi de' veri Cristiani, anzi agli occhi di Dio e di tutti gli angeli, vedere un pari vostro, il quale, considerando la fragilità della natura umana e la vanità di tutte le cose temporali, dica con Cristo, Ego sum vermis et non homo; e con David gridi Respice me, et miserere mei quia unicus et pauper sum ego. Oh veramente ricco e beato colui, che per favor di Dio perviene a questa povertà spirituale, renunziando con l'affetto tutte le cose che egli possiede, cioè la prudenza mondana, le scienze secolari, le ricchezze, le signorie, i piaceri della carne, la gloria degli uomini, i favori delle creature, e ogni confidenza di se stesso! Costui, diventando per Cristo stolto nel mondo, e in mezzo le ricchezze dicendo di cuore Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, e preponendo l'improperio di Cristo e le tribulazioni e i piaceri ai favori del mondo, e non volendo nè altra santità, nè altra giustizia che quella, che si acquista per Cristo, entra nel regno di Dio; e sostentato, favorito e governato dallo spirito di Dio, e tutto ripieno di gaudio, canta col profeta. Il signor è mio pastore, niuna cosa mi mancherà; egli in luoghi ameni e erbosi mi fa riposare, e lungo le acque del refrigerio mi conduce. E crescendo tuttavia la diffidenza di se medesimo e di tutte le creature, e la confidenza in Dio, nè volendo nè in cielo nè in terra altra sapienza, altri tesori, altra potenza, altro piacere, altra gloria, altro favore che quello del suo Dio, grida col medesimo profeta: Signor, chi ho io in cielo oltre a te? Niuno io voglio teco sopra la terra: per lo desiderio di te, la carne mia e il cuor mio si consuma; o fortezza del mio cuore. Dio è la mia eredità in sempiterno.
«Considerate che colui, il quale dice queste dolcissime e umilissime parole, congiunte con grandissima generosità, il quale non vuole nè in cielo nè in terra, niuna cosa se non Dio, considerate dico, che costui era un re potentissimo e ricchissimo. Ma egli non si lasciava offuscare l'intelletto, nè corrompere l'affetto dalla sua potenza nè dalle sue ricchezze, conoscendo per favor di Dio, che tutta la potenza, e tutte le ricchezze sono di Dio, e come cosa di Dio le dobbiamo possedere e dispensare a gloria di Dio: laonde si legge nel primo libro intitolato Paralipomenon, ch'egli in presenza di tutto il popolo disse queste divinissime parole: Benedetto signor Dio d'Israele, padre nostro ab eterno: tua è, signor, la magnificenza e la potenza e la gloria e la vittoria e la laude: perciocchè tutte le cose, le quali sono in cielo e in terra sono tue, tuo è, signore, il regno, e tue sono le ricchezze, tua è la gloria; tu sei signore di tutti; nella tua mano è la grandezza e l'imperio di ciascuno: per la qual cosa ora, Dio nostro, ti ringraziamo, e lodiamo il nome tuo inclito. Chi sono io, e chi è il popolo mio, che ti possiamo promettere tutte queste cose? Tutte sono tue, e quelle che dalla tua mano abbiamo ricevuto, ti abbiamo dato; perciocchè siamo peregrini nella tua presenza, e forestieri, sì come tutti i padri nostri: i giorni nostri sono come un'ombra sopra della terra, e se ne fuggono senza alcuna dimora.
«O signore mio, pregate di continuo il signor Dio che, insieme con questo gran re, vi umiliate da dovvero sotto la potente mano di sua divina maestà, lasciando a Dio tutta la gloria, tutta la potenza, per ricevere da Dio i beati doni della grazia sua, la quale egli comunica solamente agli umili, lasciandone vacui i superbi. Queste parole dice il Signore appresso Geremia: Non si glorii il savio nella sapienza sua, nè si glorii il forte della sua fortezza, nè si glorii il ricco delle sue ricchezze: ma chi si gloria, si glorii nel conoscermi; perciocchè io sono il Signore, il quale esercito la misericordia e la giustizia in terra; perciocchè queste cose a me piacciono, dice il Signore. Se dunque vi volete gloriare, non vi gloriate, come fanno coloro che hanno gli animi vili e plebei, nelle ricchezze e nella nobiltà carnale. Si glorii in queste cose vilissime e vanissime colui che vive nel regno della carne e del peccato; ma voi che siete entrato nel regno di Dio, gloriatevi che il vostro Dio abbia usato con voi la sua misericordia, illuminando le vostre tenebre, facendovi conoscere la sua bontà, facendovi, di figliuolo di ira, figliuolo suo; di vilissimo servo del peccato, nobilissimo cittadino del cielo; donandovi finalmente il suo unigenito figliuolo Gesù Cristo, e ogni cosa con lui; di maniera che, come dice san Paolo, il mondo, la vita, la carne, le cose presenti e le future e ogni cosa, è vostra in Cristo, e per Cristo unica felicità dell'anima vostra. Questa sorta di gloriazione si conviene ai Cristiani; per la quale si esalta la misericordia di Dio, e si annichila la superbia umana, la quale s'innalza contra la cognizione di Dio, volendo gloriarsi di Dio e confidare in se medesima. Questa gloriazione ci fa umili nelle grandezze, modesti nelle prosperità, pazienti nelle avversità, forti ne' pericoli, benefici verso ognuno, stabili nella speranza, ferventi nell'orazione, pieni dell'amor di Dio, vacui dell'amor immoderato di noi medesimi e delle cose del mondo, e finalmente veri imitatori di Cristo, nella quale imitazione dobbiamo mettere tutto il nostro studio, riputando ogni altro studio, rispetto a questo, superfluo e vano.
«Signor mio colendissimo, volendo io ubbidire alla lettera di vostra signoria ho fatto contro al mio istituto, perciocchè conoscendo per favor di Dio ogni ora più la mia grande imperfezione e la mia insufficienza, conosco ancora che a me conviene udire e non parlare, essere discepolo e non maestro. Ma per questa volta ho voluto che abbia maggior forza il desiderio di vostra signoria, che la mia deliberazione. Il reverendissimo legato ama vostra signoria come suo dilettissimo fratello in Cristo, e avrà gratissima l'occasione, che gli manderà il signor Dio di poter mostrare con gli effetti l'amor suo. Sua signoria reverendissima, e l'illustrissima signora marchesa di Pescara salutano quella, e questi altri gentiluomini con meco le baciano la mano, pregando con tutto il cuore il nostro signor Dio, che la faccia diventare con la grazia sua di gran lunga più povera di spirito che ella non è ricca di castella e di beni temporali, acciò che la povertà spirituale la faccia ricchissima de' beni divini, e sempiterni. — Di Viterbo, il giorno 13 di febbrajo del xliii».
Da per tutto ove andasse, il Polo amava tali adunanze; e venuto nel monastero di Maguzzano presso Brescia, si trasse intorno monaci dotti e pii, quali Teofilo Folengo, Alessio Ugoni, un degli Ottoni, un Bornato, un Massato, che tutti invogliò a studiare la Bibbia.
Egli stesso dettò molte scritture in proposito dello scisma d'Inghilterra e singolarmente Della unità della Chiesa. Eppure fu sospettato d'eresia, e sotto il rigido Paolo IV messo prigione: là dicono scrivesse un'apologia, col calore che suol mettervi chi si trova incolpato a torto: poi rilettala a mente fredda, la giudicò troppo pungente, e buttolla al fuoco dicendo: «Non denudare le vergogne del padre tuo».
Era naturale che il Polo esercitasse molta efficienza sulle persone che lo attorniavano[542]; e Pier Paolo Vergerio, colle solite insinuazioni, dice che il Flaminio sarebbe entrato nelle opinioni luterane, se non fosse stato rattenuto dal cardinale Polo. Il quale, a dir suo, «intendeva o fingeva intendere la giustificazione per la sola fede di Cristo e l'insegnava a molti che teneva in casa (fra' quali esso Flaminio e messer Giovanni Morellio, morto ministro nella Chiesa de' forestieri a Francoforte): ma intanto persuadeva a contentarsi di tal cognizione secreta, e non tener conto degli abusi ed errori della Chiesa; e che si può farsi avanti con la pura dottrina tacendo, dissimulando e fuggendo». Gli amici di questo (egli continua) asserivano non aspettasse che il tempo «di dirla in faccia al papa o fare un qualche bel rumore in gloria di Dio»; ma invece richiamò al papismo l'Inghilterra, «e vi ha introdotto tutte le feccie, tutti gli abusi, e tutte le superstizioni e ribalderie papali, fino una statua di Tommaso Cantuariense»[543].
In fatto la Riforma aveva operato sì poco sulle moltitudini in Inghilterra, che bastò il salir regina Maria per restaurarvi il cattolicismo. Giulio III vi mandò il Polo, che, come più intelligente e tollerante, capì bisognava dar l'assoluzione pei beni ecclesiastici venduti: ma Paolo IV stette fermo a negarla (rescissio alienationum), e revocò il Polo; e subito dopo la nuova regina Elisabetta ripristinò la chiesa scismatica. Allora Paolo IV esclamava: «Nelle guerre perdiam la Germania: pel ritiro del cardinal Polo perdemmo l'Inghilterra: vogliam il Concilio; vogliamo la riforma e la pace».
Nè è fuor di luogo notare come la Chiesa anglicana conservasse un complesso di dogmi, di sacramenti, di riti, di prescrizioni, d'osservanze, che, più d'ogni altra forma di protestantismo, la avvicinano a noi; con un sacerdozio che si presume apostolico; colla pretensione di purità, unità, perpetuità. Anche il suo Common Prayer book, o libro di preghiere, nella maggior sua parte si scambierebbe per cattolico; la nostra messa è, si può dire, tradotta: altrettanto avviene nelle Omelie, ne' Formularj, nelle scritture di molti teologi de' primi tempi dello scisma. Ciò poteva anche esser un artifizio per insinuar poi le massime eterodosse, ravviluppate in tanto di vero. E da principio non pochi cattolici ne restarono illusi, talchè la Chiesa dovette intervenire per metterli sull'avviso: ma su queste conformità si fondano i tentativi odierni de' Puseisti di accordar l'anglicana colla Chiesa cattolica[544].
Tornando a que' pietosi, alla rinascenza quale s'ebbe in Italia, fondata solo sull'arte e sul sentimento del bello, voleano surrogare quella fondata sulla morale seria e sull'applicazione positiva; ricorreano alle fonti della tradizione, e taluni, più infervorati del senso morale, arrivavano a supporre che la parola interiore, vale a dire la coscienza e la ragione, sieno superiori alla lettera biblica, e contentavansi di sviluppar il sentimento religioso, men curandosi delle credenze positive. A questo misticismo sono sempre più proclivi le donne, essendo esso il grado più elevato dell'affetto, l'eccesso dell'abnegazione, l'amor divino spinto talora fino alla passione; come si vide nel xiv secolo in santa Caterina, nel xvi in santa Teresa, poi nella beata di Chantal, nella Guyon, nella Bourguignon; e fino ai dì nostri nella Krudner e nelle scolare del Saint-Martin, le marchese di Lusignan, di Coislin, di Chabannais, di Clermont-Tonnerre, la marescialla di Noailles, la duchessa di Bourbon.
Vi arieggiava Vittoria Colonna, che i Protestanti fanno dal Polo convertita. Nata dall'illustre famiglia di Roma il 1490 in Marino, feudo domestico, di cinque anni fu promessa sposa al marchese Francesco Ferrante d'Avalos di Pescara, campione della Spagna in Italia: di diciannove lo sposò, e vivea spesso in Pietralba alle falde del monte Ermo, più spesso in Ischia. Quel suo marito si segnalò per valore e si deturpò per spioneggio nel noto affare del cancelliere Morone, onde il milanese Ripamonti scrive non essere stato in quei tempi alcuno nè più infame in perfidia, nè più illustre nell'armi. Infatti contribuì grandemente alle vittorie de' Francesi in Italia: restò ferito e prigione alla battaglia di Ravenna del 11 aprile 1512, e giovane morì il 25 novembre 1525. Vittoria immortalò con poetici compianti le imprese di lui e il proprio affetto, chiamandolo il suo bel sole: ritiratasi a Roma fra le monache di San Silvestro in capite, soffrì delle sventure che cagionarono i suoi Colonnesi; ricoverò a Marino, pregando e offrendo riscatti pei tanti miseri nella terribile invasione; quando Paolo III ruppe guerra ai Colonna[545], ella passò nel monastero di San Paolo d'Orvieto, poi nel 1542 in quello di Santa Caterina a Viterbo.
Sette anni dopo ch'era vedova, venne a Napoli lo spagnuolo Valdes; ed a' suoi discorsi infervoratasi del vangelo, ella non trovava pace e consolazione che nella parola di Dio.