Si è potuto vedere come, coll'unità delle dottrine evangeliche, sostenuta contro le prime eresie, la Chiesa salvasse la civiltà, stabilendo una dottrina morale e sociale, da cui non si dovesse declinare. Così formossi quel fondo di principj che costituisce l'incivilimento moderno, e che tutti è forza confessino esser dovuto alla Chiesa.
La divisione che or vi portava il protestantesimo non aboliva quelle massime e quelle pratiche, quasi connaturate coi varj popoli; sicchè il cattolicesimo operava ancor potentemente sopra coloro stessi che lo repudiavano, e che, se pure la subodoravano, erano ben lontani dal conoscere l'importanza della distinzione dei due poteri, e raggiungere la vera indipendenza delle coscienze.
Tutta la storia ci attesta come i governi antichi si arrogassero ingerenza sulla fede e sul culto de' governati; appena Diagora volge in beffa qualche cerimonia di Efeso, o Prodico di Ceo sostiene che gli elementi furono divinizzati perchè utili, o Socrate asserisce l'esistenza e l'ispirazione de' genj, sono condannati a morte; il sagrifizio del Calvario e le migliaja de' martiri nostri ne sono pruova solenne. Il cristianesimo, posando la incompetenza delle podestà temporali sopra le coscienze, sottraeva la fede al dominio della forza. Come sempre gli oppressi, i primi Cristiani disapprovavano ogni costrizione in fatto di coscienza; riprovavano l'intolleranza politica, armandosi solo dell'intolleranza religiosa, cioè del diritto di non servire che alla verità, accettata da una società d'anime libere, difesa in questa società da un potere, armato soltanto di parola e di spirito, e che la mantiene scevra da ogni errore. Ma per isbandire l'errore, che serviva di base all'antico edifizio sociale, e domar l'egoismo gentilesco e la ferocia barbarica, cercò impossessarsi del potere.
Anche dopo riconosciuta la nuova religione, nessuno ignora i testi che riprovano il rigore usato agli eretici. Il compelle intrare della parabola evangelica in san Luca XIV, 23, non indica coercizione fisica, bensì istanza, e tanto il compelle latino come l'ἀνάγκασον greco sono adoprati altra volta in questo senso. Così i due discepoli al castello di Emaus fanno forza a Gesù perchè rimanga con loro[271]. Altrove Gesù costrinse, coegit, ἠνάγκασεν, i discepoli a salir nel battello[272]. E san Paolo dice a san Pietro: «Se tu giudeo vivi alla gentile, anzichè alla giudaica, perchè costringi (cogis, ἀναγκάζεις) i Gentili a giudaizzare?[273]. In nessuno di questi luoghi trattasi di violenza materiale. E san Paolo a Timoteo raccomanda: Prædica verbum, insta opportune, importune; argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina[274].
La Chiesa ammise sempre possibile la buona fede negli eretici. Sant'Agostino assicura da ogni persecuzione i Manichei. Salviano di Marsiglia, nel secolo V diceva: «Gli Ariani sono eretici, ma nol sanno, e credonsi talmente cattolici, che trattan noi d'eretici. Noi siam persuasi ch'essi fan un pensiero ingiurioso alla generazione divina, dicendo che il Figliuolo è inferiore al Padre: essi credono che noi abbiam un pensiero ingiurioso al Padre col farlo uguale al Figlio. La verità sta con noi, ma essi credono averla per sè. Essi sono empj, ma in ciò appunto credono seguir la vera pietà. S'ingannano, ma per un principio d'amor verso Dio. Solo il supremo giudice dell'universo può sapere come saranno puniti il giorno del giudizio: intanto li sopporta, perchè vede che, se errano, è per un movimento di pietà»[275].
Pure chi ben esamini quei testi vi riconoscerà piuttosto le aspirazioni della bontà, i rimedj della carità cristiana; mentre dottrinalmente s'interpretava a rigore il Compelle intrare; e gli stessi Padri che avevano aborrito da ogni persecuzione contro gli eterodossi, fu volta che la trovarono necessaria contro le rivoluzioni selvagge o l'insurrezione armata di questi[276], con armi ed altri mezzi mondani e coattivi salvando il diritto e la libertà spirituale; mentre in antico erasi messo il dogma a servizio della forza pubblica, chiesero si mettesse la forza pubblica a servizio del dogma.
In ciò quanto s'avea torto?
Teorema allora ammesso universalmente era la legittimità di Dio e del suo culto, e la legittimità della Chiesa nel propagarlo.
Se la società religiosa è fondata sull'unità di dottrine, deve procacciarla con mezzi esterni nell'ordine esterno, e per conseguenza prevenire e punire delitti, e più il delitto che ne scalza le fondamenta, qual è l'eresia.
Nello stato di pruova, la libertà consiste nella facoltà radicale di scegliere fra l'errore e la verità, fra il bene e il male, con tutti i rischi d'una tale scelta. È la facoltà di determinarsi a credere e operare secondo il lume della coscienza, senza subir violenza esterna, sotto la sola responsabilità della propria scelta davanti alla giustizia di Dio. Ciò implica l'obbligazione morale di scegliere la verità e praticare il bene. Or la verità è una: il bene non è il male: il sì non può esser il no, nè tutte le religioni esser buone, cioè non tutte eguali per conoscer il vero, possederlo, conservarlo, diffonderlo. Se così non fosse, che varrebbe la coscienza umana? a che ci sarebbe ella data? E chiameremo libertà la trista facoltà di vagar di fantasma in fantasma, e di sperimentare tutti gli errori? Questa indifferenza in morale e in religione non è piuttosto la negazione più ingiuriosa della libertà di coscienza?
La libertà morale non è il diritto di far male; è l'atto interiore pel quale ci determiniamo liberamente a ciò che è bene; contiene la libertà della elezione e la possibilità del male, escludendo ogni violenza fisica. Scegliere il bene è il dovere primo dell'uomo: scegliere il male è un abusare della libertà. Non vi può dunque essere diritto di scegliere una religione falsa o di propagarla: onde rettamente la Chiesa cattolica considera tutte le false religioni come abuso della libertà.
Potrebbe ella dunque abbandonarne la scelta alla libera determinazione degli individui? E non possedendo mezzi di coazione esterna, deve invocare la podestà secolare?
San Tommaso, domandandosi se possano costringersi gl'infedeli ad abbracciare la fede, risponde che nullo modo sunt ad fidem compellendi ut ipsi credant, quia credere voluntatis est, cioè che la fede dipende dalla volontà[277], e sostiene che devonsi tollerare anche i culti degli infedeli, come Dio tollera certi mali, per non togliere all'uomo la libertà. In fatti non è vero che chi possiede l'autorità sia obbligato a impedir tutto il male: di fronte alla coscienza e al libero arbitrio non può adoprarvi che mezzi irreprovevoli. E il famoso Suarez dava come sentenza comune de' teologi che «gl'infedeli non apóstati non possono costringersi ad abbracciare la fede, sebben ne abbiano acquistato sufficiente cognizione»[278]. Le usanze contrarie alla ragione e a Dio (dic'egli), non devono dai principi tollerarsi nei sudditi, in generale: bensì il possono quando altrimenti ne verrebbe un danno notevole; quanto alle usanze religiose che in sè stesse non sono contrarie alla ragione naturale devono tollerarsi; e ciò quand'anche siano contrarie alla fede cristiana, altrimenti sarebbe un imporre la fede per violenza, il che non è mai permesso.
La Chiesa non ha autorità legittima sopra gli infedeli, sicchè non può costringerli: e neppur quando fossero suoi sudditi temporalmente, giacchè la Chiesa non ha ricevuto da Cristo tale autorità sui sudditi temporali. Il Concilio di Trento statuì che Ecclesia in neminem judicium exercet, qui prius per baptismum non fuerit ingressus[279].
Non si citino fatti parziali d'uomini e di tempi, sibbene le dottrine. Or queste, chiarite dai supremi maestri, portano che in capo a tutto sta il diritto di Dio d'esser adorato nella forma ch'egli prescrisse: segue la missione della Chiesa di condurvi i popoli colla persuasione e colla cooperazione dell'autorità secolare; sempre con eccezioni opportune e con applicazioni sapienti secondo l'indole degli infedeli, e sempre esclusa la violenza e i civili perturbamenti.
Perchè l'eresia fosse punibile come attentato alla fede, sarebbe necessario che il Cristiano perseverasse nell'errore, sebben sufficientemente istruito, e che manifestasse con atti la sua opposizione all'autorità della Chiesa. Il semplice errore involontario non è nemmanco colpa agli occhi della morale.
Ma se la Chiesa è la base di tutto l'insegnamento, come legittima giudice delle controversie, il resisterle diventa colpa. Così dicono i difensori della coazione. Ma dove la colpa cominci, Iddio solo n'è giudice.
Soggiungono: «La Chiesa bisogna sia forte quanto basti per difendersi da se stessa e trionfare. Or non è vero che sia forte abbastanza, giacchè, contro una religione che combatte gl'istinti pervertiti, che impone difficili doveri, si alleano tutte le passioni naturali, e trovano nel cuore di ciascuno un ajuto potente. Inoltre contro assalti sconnessi e quotidiani, diretti a un punto isolato, mal può reggersi essa, formata da un accordo perfettamente compaginato di dottrine, di consigli, di prescrizioni, di fatti storici, così ben incatenati, che pochi possono abbracciarne l'insieme, e averlo sempre presente. Poi la religione è fondamento della morale: dunque è dovere de' Governi proteggerla; altrimenti sarebbe un lasciar distruggere le radici dell'albero; la fonte che dà l'acqua al paese. Come anche la libertà morale ha i suoi limiti, cessando quando divien nociva alla società; così la libertà religiosa dovrebbe cessare quando scuote lo Stato, e viola il ben morale.
E di fatto il potere civile, considerando l'eresia come misfatto sociale, la reprimeva; attesa l'unità della fede, allora non iscomposta in tante sêtte, e guardandosi la Chiesa come una proprietà comune, largita dal Cielo, non potea restar indifferente agli attacchi recatile. Il falsificare la fede non doveva dirsi delitto se diceasi tale il falsificare la moneta? non erano obbligati i Cristiani a conservarla pel patto contratto nel battesimo? non aveano ogni ragione di non esser turbati da uno nel possesso della loro fede? Tutte le società anche etniche ritennero che le dottrine religiose di un corpo doveano essere difese contro gli insulti degli individui.
Quest'era sentimento universale, e non già della Chiesa. Rotta poi l'unità della fede, l'eresia cessava d'esser delitto civile, ma la Chiesa, tenendosi depositaria della parola infallibile, non poteva dogmaticamente riconoscere all'errore religioso un diritto morale di libertà, giacchè sarebbe valso quanto pareggiare nella sfera giuridica l'errore alla verità.
Ne conchiuderemo che non possa la Chiesa essere se non persecutrice?
La Chiesa vuol la giustizia, eppure tollera il peccato, sapendo che «di necessità avvengono scandali»; consiglia la perfezione, eppur tollera gravi difetti, non potendo da forze disuguali pretendere eguali operazioni. Ciò ch'essa nega è che si consideri come perfezionamento la libertà assoluta del male come del bene, la libera propagazione dell'errore come della verità; del resto ritiene che, a norma delle attitudini sociali, bisogni sopportare il male, sempre però come male, non già secondo principj puri universali. La verità talvolta è costretta a ceder il luogo, ma non il diritto alla falsità.
La Chiesa, come lascia la libertà di coscienza perchè de internis non judicat, non riconosce la libertà de' culti, illimitata fino al disprezzo delle verità naturali e delle nozioni morali. Il male, che è despotismo, pretende distruggere la libertà del bene. Ma il bene, che è amore, può comportare talvolta la presenza del male; non però la sua prevalenza o la parità. Qual governo potrebbe sancire l'indifferenza tra la verità e l'errore? e' si condannerebbe a certa morte.
Una delle debolezze umane è il supporre che le cose camminarono sempre del passo medesimo: col che arrivano a svisare anche le più chiare massime coloro che son talmente superbi d'appartenere al loro secolo, da non intendere il pensiero de' secoli precedenti. Libertà di culto è un altro de' ritornelli dell'età nostra, e vi siam tanto abituati che ne fa meraviglia abbia altre volte potuto trovar opposizione. Eppure, nel secolo ove la tolleranza derivava necessariamente dall'incredulità, il legislatore delle libertà rivoluzionarie, Rousseau, scriveva: «C'è una professione di fede meramente civile, di cui tocca al sovrano fissar gli articoli, non come dogmi di religione, ma come sentimenti di sociabilità, senza i quali è impossibile esser buon cittadino nè suddito fedele. Sebbene non possa obbligar nessuno a crederli, il sovrano può sbandir dallo Stato chi non li crede; sbandirlo, non come empio, ma come insocievole, come incapace d'amar sinceramente le leggi, la giustizia; d'immolar se occorre la sua vita al suo dovere. Che se alcuno, dopo aver pubblicamente riconosciuto questi dogmi, si conduce come non li credesse, sia PUNITO DI MORTE; ha commesso il peggior delitto; ha mentito in faccia alla legge».
E Voltaire: «Chi si eleva contro la patria religione merita morte». È vero ch'egli alludeva a Cristo.
E talmente quel principio è moderno, che la famosa Dichiarazione dei diritti dell'89 asserì soltanto la libertà del pensare, dicendo che «nessuno dev'essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la loro manifestazione non turbi l'ordine stabilito dalla legge». In conseguenza dove la legge stabilì il culto cattolico ogni altro ne resta escluso.
La libertà de' culti può ritenersi come un'istituzione di diritto positivo umano, e limitata ai bisogni della società politica in una data situazione o pei diritti acquistati col pacifico possesso. In ciò può benissimo venire la Chiesa alle transazioni, a cui è obbligata una istituzione che dee vivere in tempi e in situazioni le più diverse; e se non basta l'udirla, nella uffiziatura del venerdì santo, pregare pei catecumeni, gli Eretici, gli Scismatici, i Giudei, i Pagani, giacchè il Salvator di tutti è morto per tutti, i pronunziati de' pontefici moderni e sopratutto di Pio IX mostrano fin dove essa spinge questa tolleranza[280].
Fuor della Chiesa non v'è salute. — Questa massima eccita scandalo ad alcuni, collera ad altri, preoccupazione a tutti. Ma quanto è certa nel principio, altrettanto è misteriosa nell'applicazione. In fatti, chi è fuor della Chiesa, e in conseguenza escluso dalla salute? Qual uomo vanterassi capace di scandagliare questo, ch'è il più gran secreto dell'ordine soprannaturale? Sappiamo che Giuda è dannato: ma Lutero? ma Voltaire?[281] Secondo i Padri, Dio non giudicherà a norma del Vangelo quei che il Vangelo non conobbero. Qualcuno può appartenere all'anima della Chiesa senza esser parte del suo corpo, e viceversa, nè v'è chi possa distinguerli: standoci innanzi tre misteri; la Grazia di Dio, la coscienza dell'uomo, le tenebre della morte; cioè quel che il cielo ha di più fecondo, la terra di più libero e impenetrabile, e la profonda separazione fra il tempo e l'eternità.
Tutto ciò rende inaccessibile all'occhio umano e impossibile quaggiù l'applicazione di quella massima; adoriamo la giustizia, ma non giudichiamo i misteri; tutto temendo per noi secondo la fede, tutto sperando per gli altri secondo la carità.
Queste teoriche son antiche quanto la Chiesa, ma non sempre attuate: e la tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell'uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi praticavala nell'età di mezzo? Al rinascimento, lo stesso Savonarola disputando contro gli astrologi esclamava: «O stolti, empj ed insensati astrologi, contro di voi non è a disputare altrimenti che col fuoco»[282]. Lutero, non pago alle invettive, invocava le spade regie contro i dissidenti; e ancor si mostra a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro i dissidenti, dov'è scritto: Hüt dich, Calvinist. I principi protestanti ricusavano risolutamente la tolleranza; poichè, essendosi arrogata la podestà sopra le cose religiose, una sola religione doveano volere, per non indebolire il governo; e Calvino che non vuol separazione della Chiesa dallo Stato, invocava contro i dissidenti la pena di morte, attesochè nessuno può ricusare di riconoscere l'autorità de' principi sopra la Chiesa senza attentare contro la monarchia, ch'è stabilita da Dio[283]; e faceva bruciare Serveto, flagellare, bandire altri. Fino il soave Melantone augura che qualche uomo forte voglia acquistarsi gloria coll'assassinare Enrico VIII[284]; ed approvava affatto quei supplizj: Vult Deus blasphemias et perjuria severissime puniri, et punit ipse alastoras, illos impiorum dogmatum auctores, cum magistratus officium suum negligunt; ac tunc quidam simul et magistratus et imperia delet... Dedit vero et Genevensis reipublicæ magistratus insanabilis blasphemiæ adversus filium Dei, sublato Serveto, pium et memorabile ad omnem posteritatem exemplum[285]. E seguitava: «Grazie al Figliuol di Dio che fu spettatore e giudice del nostro combattimento, e che ne sarà la rimunerazione. La Chiesa pure vi dovrà esser riconoscente. Io sono affatto del vostro parere, e tengo per certo che le cose essendo state fatte con regola, i vostri magistrati operarono secondo il diritto e la giustizia facendo morire il bestemmiatore». Teodoro Beza scriveva un libro a sostenere essere libertas conscientiarum diabolicum dogma, e l'articolo trentasei della Confessione Elvetica porta: Stringat magistratus gladium in omnes blasphemos, coerceat et hæreticos[286]. Enrico VIII ed Elisabetta scrivevano tiranniche ordinanze col sangue de' Cattolici, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici. Tagliata la testa a Maria Stuarda, il conte di Kent esclamava: «Possano perir così tutti i nemici del Vangelo». Ferdinando d'Austria colle stragi d'Ungharesi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro. Insomma inviperiva una lotta, nella quale chi non uccidesse, sarebbe ucciso.
Uno dei tristi effetti del protestantismo fu appunto lo sbigottire i custodi della verità, in modo che credettero necessario il rigore per tutelarla, e così crebbero le severità; se non che, mentre in antico, per la confusione dei due poteri, era la stessa l'autorità che riconosceva il delitto di lesa religione e che vi infliggeva il castigo, si costituì un tribunale ecclesiastico, di persone competenti in fatto di quistioni religiose, le quali decidono sul fatto, e domandano la punizione al braccio secolare.
L'Inquisizione (già il narrammo nel Discorso V) fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per reprimere l'implacabile animosità de' popoli separati dalla Loira, ed assodare nella Francia quella nazionalità, che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo. La spiegazione de' suoi atti trovasi nelle circostanze de' tempi, e nello stato delle opinioni. Stabilito un sistema, qual meraviglia se i modi e d'intenderlo e d'applicarlo erano quelli di ciascuna età? E tanto più d'un'età come il medioevo, che procedeva non per teoriche ma per fatti. Che se nessuno negherà che si potesse farlo co' modi convenienti, nessuno pure negherà che nell'applicazione siasi trasceso. La dominazione spirituale ben si fonda sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, dà indizio d'un indebolimento già sentito. Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione; e quel tribunale fu esteso come una legge marziale, per frenare eresie che sovvertivano l'ordine sociale. Dove mancassero eretici, vegliava essa sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie, la bigamia, le superstizioni, lo sparlare del clero, e principalmente le fatucchierie, quando di queste divulgossi la credenza. Ma nuovo agone le aperse lo irrompere della riforma religiosa, in tempo che generalmente credeasi diritto lo stabilire, o conservare l'unità religiosa mediante la forza, e impossibile che due culti potessero esercitarsi in un paese ed oltraggiarsi a vicenda.
Entrata la discordia, si trascende da tutte le parti e in tutti i tempi: ogni rivoluzione che non riesca a distruggere il potere lo rende più duro e severo; i partiti non hanno viscere; creansi una falsa giustizia, e come in nome di questa la Convenzione mandò a morte migliaja di Francesi per salvar lo Stato; così allora si facea per salvar la Chiesa; quelli morivano gridando «Viva la libertà»; questi gridando: «Viva la Bibbia»; e in nome della religione e della misericordia si rinnovarono gli orrori dell'impero romano, si precorsero quelli della rivoluzione francese. Ma la fierezza di quei supplizj al cui racconto oggi raccapricciamo, era allora usuale quanto oggi il calunniare. Anzi l'Inquisizione rendea le pene meno efferate, per un ultimo rispetto all'immagine di Dio; e chi vedevale applicare potea compiangere una vittima non era offeso dalla straordinarietà del supplizio. V'assistevano Filippo II come Francesco I, e con essi tutta la Corte: prova che non erano mostri eccezionali.
Quando nel Concilio di Trento il cardinale di Lorena dipingeva così eloquentemente la desolazione della Francia, cozzi e battaglie in ogni canto, demolite le chiese, trucidati i religiosi, profanati i sacramenti, arse le immagini e reliquie de' santi e le biblioteche, profanati i sepolcri de' re e dei vescovi, espulsi i pastori, conculcata la regia autorità e le leggi, usurpate le rendite pubbliche, tutto il popolo in sedizione, sedici eserciti un contro l'altro armati, e a Tolosa uccisi diecimila uomini in un sol fatto d'armi, il padre perendo da una parte, dall'avversa il figliuolo; quando egli minacciava di mali simili anche gli altri Stati, attesochè, se Francia s'agita tutta Europa ne guizza; quando ciò diceva quel gran signore e gran prelato, molti per certo dovettero congratularsi che con vie di rigore si fosse dall'Italia tenuta lontana tanta jattura, e colla punizione di pochi colpevoli evitato lo sterminio di tanti innocenti; che, come il medesimo cardinale congratulavasi, all'Italia si fosse conservata la pace mercè della Spagna, la quale robustamente ne reggeva il timone.
Fu in questo senso che un gagliardissimo pensatore savojardo, Giuseppe De Maistre, fece l'apologia dell'Inquisizione di Spagna, perchè risparmiò a quella penisola i torrenti di sangue che la Riforma e le conseguenti discordie civili costarono al resto d'Europa. Dicendo apologia ho usurpato un luogo comune de' retori, giacchè egli medesimo, per quanto audace, quasi non osi pronunziarlo in testa propria, fa dire da taluno che «il Sant'Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un monte di cadaveri, che sorpasserebbe l'altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po».
Chi fremesse a queste parole, si ricordi che già prima Vittorio Alfieri avea detto che «la Spagna colle poche vittime immolate dall'Inquisizione, risparmiò torrenti di sangue».
È una proposizione da utilitario, la quale non può esser accettata da noi che domandiamo la giustizia avanti tutto; pure nessun uomo leale potrà non paragonare tali processi ed eccidj a quelli onde fu orrida l'età nostra, nel meriggio della civiltà, nell'ostentazione di umanità[287]; non sentire che certi esaltamenti di sensibilità nel secolo della ghigliotina e dello stato d'assedio puzzano d'ipocrisia; ma troppo è doloroso al Cattolico che possano apporsi alla Chiesa procedimenti, i quali scagionino odierne atrocità secolari.
Quando però un moderno[288] viene ad asserire sul serio che «l'Inquisizione puniva non l'azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell'animo, ed in questo veramente eccedeva di là dei confini d'ogni giurisprudenza», noi lo pregheremmo a indicarci in qual modo l'Inquisizione conoscesse il pensiero dell'animo, e se non sia azione esterna la manifestazione pubblica.
Vero è che una scuola eccedente, in questi ultimi anni, sorse a difendere non solo, ma ad approvare i procedimenti dell'Inquisizione. Noi l'abbiam combattuta ne' suoi momenti di forza, e n'abbiam affrontato le invettive; ciò ne dia qualche diritto a dir delle verità, che la scuola avversa troverà a disapprovare, come quelli disapprovavano le opposte; sempre confondendo la spiegazione d'un fatto colla sua apologia. Perocchè, dacchè prevalse la pratica della tolleranza anche dove non costituisce ancora il diritto, vengono dalla ciurma scribacchiante obbrobriati coloro che propongono, non giustificazione, ma spiegazione alle vecchie immanità; mentre atteggiansi da eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che posero quei rigori a carico della religione.
Noi non siamo qua nè ad imputare i Protestanti nè a scolpare i Cattolici; da storici cerchiamo ed esponiamo la verità, e riflettendo che la persecuzione era propria del tempo, come dicono propria del nostro la tolleranza, e che il furore de' persecutori ne attesta la sincerità; compiangendo i fatti, ricorriamo al principio che è infallibile; e ricordiamo che nel Concilio di Trento non v'è parola nè d'Inquisizione, nè di roghi; al miscredente s'intima anathema sit, cioè la scissione dello spirito da una società di spirito; ma l'umanità ogni qualvolta prosegue un gran disegno, divien prodiga di sangue.
Avanti tutto bisogna distinguere l'Inquisizione romana da quella di Spagna. E poichè la Spagna molto si lega alle sorti d'Italia in quel tempo, ed è considerata come l'assassina del libero pensare, non è fuor di proposito il dirne qualche parola. Quel regno erasi fatto uno e grande col salvare dai Mori il cattolicismo, per modo che questo si era identificato colla causa della nazionalità: i re vestivano un carattere religioso, e la regina Isabella aveali circondati di forme cattoliche: in America venivano venerati come propagatori del cristianesimo; la prerogativa regia era sempre rinfiancata dall'autorità religiosa. Vinti dopo sette secoli di lotta i Mori, ne restavano reliquie e fautori e falsi convertiti che tramavano coi nemici del paese e della religione; onde a reprimerli si ricorse ai rigori eccezionali che anch'oggi vediamo praticarsi in paesi conquistati, o domi recentemente. S'istituirono dunque tribunali che perseguitassero i Mori come nemici della nazione, e insieme vigilassero sulla credenza vera, punendo i travianti non solo come eterodossi, ma come rei di lesa nazionalità.
Questo «Sant'Uffizio dell'Inquisizione», tribunale marziale contro i residui della dominazione straniera, trascese come fan sempre le nazionali vendicazioni. Espulse da esso, migliaja di famiglie moresche approdarono a Genova e ad altri porti d'Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figliuoli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano. Anche molti ebraizzanti di Spagna e di Portogallo erano rifuggiti in Savoja, a Genova, in Toscana, a Venezia, a Ferrara, a Mantova, ad Urbino, e Gregorio XIII ammoniva que' governi a provedervi e vigilarli[289].
Sisto IV, al primo momento che re Fernando il Cattolico introdusse il Sant'Uffizio, ne manifestò così forte disgusto, che non solo respinse, ma arrestò l'ambasciatore spagnuolo; onde a vicenda il Cattolico arrestò il suo, e richiamò i suoi sudditi dagli Stati pontifizj. Sisto da poi piegò, come sono spesso costretti a fare i pontefici, e confermò il Sant'Uffizio nel 1478; ma tocco dai lamenti che gli pervenivano sulla durezza de' primi inquisitori, dichiarò surretizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero se non d'accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant'Uffizio alle altre provincie del regno; destinò un giudice d'appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; e molte sentenze cassò o addolcì. Per quanto esso Ferdinando e sua moglie Isabella e il loro successore Carlo V procurassero eludere quest'intervenzione della Santa Sede, resta memoria di condannati, a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l'onor civile, cercarono salvarne almeno i figliuoli dall'infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d'assolvere in segreto alcuni accusati, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. Giulio II e Leone X dispensarono alcuni dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente; tolsero d'in sulla tomba d'altri i segni di riprovazione: Leone scomunicò l'inquisitore di Toledo nel 1519 ad onta di Carlo V, e voleva riformare radicalmente quell'Inquisizione sottoponendola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò affacciandogli il solito spauracchio di Lutero, per tema del quale il papa lasciò dimenticare quanto avea fatto contro l'Inquisizione. Più tardi essendo condannato il dottissimo Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo proferì innocente, e lo pose vescovo delle Canarie. Il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all'ombra papale.
Questi fatti raccogliamo da una storia violentemente ostile e perciò divulgata, quella del Llorente. Come nella odierna rivoluzione italiana si destinarono uomini apposta a frugar non solo negli archivj dei governi vinti, ma fin nella religione de' domestici carteggi dei principi cacciati, e pubblicar tutto quanto potesse tornare a loro disdoro, così Giuseppe Buonaparte, intrusosi re di Spagna, commise al Llorente di far uno spoglio delle carte del Supremo Consiglio e dell'Inquisizione. Costui, ligio ai padroni stranieri, vi si applicò con fervore, e mandò alla gualchiera tutti i processi, eccettuati que' soli che, al suo corto vedere, avessero qualche attacco colla storia per la celebrità degli inquisiti e dei fatti; conservò pure i registri delle risoluzioni del Consiglio Supremo, le ordinanze reali, le bolle e i brevi di Roma. Lo confessa egli stesso nella Storia dell'Inquisizione, che sopra siffatti materiali compaginò, con malafede e rancore, o dirò meglio colla sommessione codarda che all'opinione dominante prestano questi prezzolati; e fu lodata e divulgata quando al governo imperiale importava di fare abborriti e vilipesi l'autorità di Roma, il patriotismo spagnuolo e i clericali che sosteneano la patria indipendenza. Con quell'atto vandalico l'autore tolse il modo di sincerare altri fatti storici, fuor quelli che a lui giovava di conservare, e oggimai non è letterato o erudito spagnuolo di coscienza che non ripudii quel lavoro antinazionale. In Italia, invece, giura ancora su di esso la ciurma, che inetta a pensare e giudicare da sè, accetta i giudizj belli e fatti dai manipolatori della così detta opinione.
Per toccare solo di ciò che concerne l'Italia, il Llorente non poteva dissimulare l'opporsi di Roma ai rigori dell'Inquisizione, e gli appelli che accettava alla propria curia, e le assoluzioni: nol poteva, atteso che sussistono i lamenti ufficiali che gliene moveano Ferdinando e Isabella. Che fa egli dunque? Si butta sulle intenzioni, ed asserisce che Roma operava così per guadagnare denari. A questo modo si scrivono gazzette, non istorie[290].
Già del suo tempo lo storico fiorentino Segni accorgevasi che l'Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull'onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un istituzione politica; è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può; ma l'interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore; approvava gli assessori, fra cui due dovevano togliersi dal Consiglio Supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, che così rimaneva padrone della vita e della roba de' sudditi, e che della cassa dell'Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl'inquisitori non avanzava tampoco quanto bastasse per le spese; e i grandi e il clero n'erano colpiti egualmente, senza privilegio od eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure uno scaltrimento regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà[291].
Carlo V avea contro i Protestanti emanato decreti severi a segno, che dovette mitigarli Filippo II, a lui succeduto nel regno di Spagna e ne' dominj dell'Asia, dell'America e dell'Italia; Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l'eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il colmo della fierezza, unita all'ipocrisia. Nel fatto egli possedette qualità grandi: vasta capacità, fermo carattere, amore alla fatica, occupandosi incessantemente negli affari di Stato e nelle minuzie d'amministrazione: fautore delle lettere, che sotto di lui ebbero il secol d'oro; come sotto di lui, sebbene non fosse guerresco, si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: attento a tutte le parti dell'immenso impero, ma principalmente amoroso della Spagna e della forza e gloria di essa, per la quale vi aggregò paesi d'altra indole, senza badare alle inconciliabili diversità. Nè per avversa fortuna prostrandosi, nè per prospera inebriando, quando l'ammiraglio, a cui aveva affidato quella che lo stupore de' contemporanei intitolò invincibile armata, venne annunziargli ch'era stata dispersa dal turbine, esso proferì soltanto: «Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto, che decise se l'Europa sarebbe cristiana o musulmana; e non che prorompere in esultanze, riflettè: «Don Giovanni ha molto arrischiato: come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al merito; e quando il duca di Savoja, vinta colle armi spagnuole la Francia a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso lo serrò nelle braccia dicendogli: «Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».
Ma non coronato di allori come suo fratello don Giovanni, nè generoso come suo padre, serba nella storia una fisonomia freddamente severa; forse per troppa conoscenza degli uomini, diffidava, e perciò teneasi concentrato; volea veder tutto da sè, e perciò esitava a decidersi; deciso una volta, non recedeva più, scambiando per costanza l'ostinazione, per giustizia la inesorabilità. Indispettito degli ostacoli che le libertà locali metteano al suo potere, s'applicò a torle di mezzo. Credendo l'unità religiosa fondamento necessario dell'unità politica, e sè medesimo destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, ogni discrepanza considerava non solo come eresia, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterla, come fece dapertutto, senza mai scendere a componimento; nell'interno non rispettò tampoco l'asilo delle coscienze; fuori cercò impadronirsi fin della Francia e dell'Inghilterra per serbarle cattoliche: e intanto si vide tolti i Paesi Bassi[292]; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza. I re di Francia e d'Inghilterra, ch'egli avea mirato a spossessare, gli si inimicarono, ed allearonsi colla Riforma e colla letteratura per denigrarlo allora, e tramandarlo in esecrazione alla posterità. Certo egli personifica in sè la Spagna cattolica, monarchica, patriotica; e fu uno dei più efficienti sulla futura civiltà, perocchè senza di lui la religione cattolica in Italia e in tutta Europa sarebbe rimasa nulla più che tollerata, cioè nella condizione dove stava, or fa poc'anni, in Inghilterra o in Prussia o in Russia.
Non fu lui che inventò l'Inquisizione; suo padre morendo aveagli raccomandato di mantenerla, sicchè non ebbe che a drizzarla contro l'irruzione dell'eresia, che seminava di pianto, di persecuzioni, di sangue tutta l'Europa[293]. E il reprimere con supplizj i dissidenti, lo ripetiamo, era comune nel diritto pubblico d'allora; la solennità che si dava a quegli ancor più deplorabili che esecrabili spettacoli, attesta come fossero nell'indole dei tempi e nelle idee dei tanti spettatori: pubblicavansi perchè si credeano giusti e necessarj. A non toccare se non ciò che rasenta alla storia italica, pochi giorni prima di quella battaglia di Pavia dove Francesco I perdette tutto fuorchè l'onore, il 17 febbrajo 1525 a Parigi veniva mandato al supplizio maestro Guglielmo Joubert, licenziato in legge, convinto d'aver seguìto le dottrine di Lutero. Avea ventott'anni, e fu condotto sul carro fra immenso popolo davanti alla chiesa di Nostra Signora, e di là a Santa Genovieffa, dove fece ammenda onorevole; poi ricondotto sulla piazza Maubert, fu dato al fuoco, dopo avergli forato la lingua con ferro rovente.
Quando di Francia avventansi accuse al nostro paese dell'Inquisizione, noi, non per raffaccio, ma per memoria, citeremo la notte di san Bartolomeo, e la sentenza del parlamento di Parigi che condanna al fuoco come mago l'insigne cancelliere l'Hopital; e l'altra del 1561 che pronunzia lecito l'uccidere qualunque ugonotto, e che doveasi leggere in ogni parrocchia tutte le domeniche[294].
Non cominciarono in Ispagna dunque prima che altrove gli spettacolosi Atti di fede. Chiamavansi così le esecuzioni sopra i condannati dal Sant'Uffizio perchè vi si recitava dal pulpito con semplici formole la professione di fede; e gli accusati doveano ripeterla. Il maggior numero lo faceano, sicchè tutto l'Atto risolveasi nell'assolvere gli imputati ricredentisi, e le più volte non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano; gli ostinati abbandonavansi al braccio secolare.
Il Llorente cita un auto da fe del 1486 a Toledo con settecencinquanta condannati, ma nessuno a morte; un altro di novecento, pur senza sangue; in uno furono condannati tremila trecento, di cui ventisette a morte; ma si rifletta che, oltre l'eresia, erano di competenza del Sant'Uffizio i peccati contro natura, la sollecitazione in confessione, la bestemmia, i ladri di Chiesa, perfino il somministrar cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra; sovratutto le pratiche di maomettismo. Francesco di San Romano, negoziante di Burgos, intesi a Brema i predicanti, cercò propagarne le dottrine. Preso ad Anversa dall'Inquisizione, dopo sei mesi fu rilasciato, condannando solo e bruciando i suoi libri. Non che ravvedersi, egli s'incalorì, e cercò persuadere Carlo V a riconoscere la religione riformata; onde preso di nuovo, dopo la spedizione d'Algeri fu dall'Inquisizione di Valladolid condannato al fuoco. Nell'andare ricusò prostrarsi a una gran croce di legno, la quale immediatamente fu fatta dal vulgo in pezzi, da conservare come reliquie, perchè essa avea respinto le adorazioni d'un eretico. San Romano fu arso vivo, e gli arcieri imperiali ne raccolsero gli avanzi, e l'ambasciadore d'Inghilterra ne cercò diligentemente qualche osso. È dato come il primo spagnuolo che fosse arso per luteranismo.
L'8 ottobre 1559 Filippo II, appena tornato dai Paesi Bassi, assisteva a un solennissimo Atto di fede in Valladolid, il secondo che celebravasi in Ispagna, e il grand'Inquisitore lesse una formola, per la quale il re giurava prestare ogni ajuto al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri, contro degli eretici ed apostati, e di quelli che impedissero direttamente o indirettamente d'eseguirne i decreti. Fra i condannati compariva don Carlo di Sessa, nobile italiano, chi dice di Verona, chi di Firenze, onorato da Carlo V per l'ingegno, imparentato per la moglie con primarie famiglie di Spagna. Irremovibile a persuasioni o minacce, aveva il giorno prima steso una professione di fede in senso reprobo, che il Llorente dice aver letta e ammirata per insuperabile energia. Condannato al rogo, passava davanti al re, al quale rivolto disse: «Come osate voi farmi bruciare?» E il re: «Se mio figlio fosse tristo come voi, porterei io stesso la legna al suo rogo». Gli fu posto uno sbavaglio alla bocca, e giunto al luogo del supplizio, quando gli fu tolto acciocchè potesse abjurare, esclamò: «Mettete subito il fuoco; se mi lasciate tempo, dimostrerò che voi correte alla perdizione qualora non operiate come me».
Dopo questo anno delle grandi procedure contro gli eretici in Ispagna più non vi si trovano Protestanti nel vero senso, e l'Inquisizione si esercitò contro Ebrei, Mori, relapsi, streghi. Ma la potenza sua crebbe a segno, da valer più che l'autorità di Roma: antagonismo che si manifestò principalmente nel processo contro Bartolomeo Carranza. Questo domenicano, arcivescovo di Toledo, adoprato da Carlo V in ufficj gravissimi, massime in Inghilterra, avea mostrato gran fervore contro gli eretici: primeggiò al Concilio di Trento, da cui ebbe incarico di redigere il catalogo de' libri proibiti. L'ingegno e l'altezza del posto gli attirarono l'invidia, e l'accusa allora comune di opinioni ereticali; pel quale sospetto, Carlo V mal l'accolse quando andò nel ritiro suo di San Giusto a prestargli l'ultima assistenza. Pure narrarono ch'e' lo confortasse a fidare unicamente ne' meriti di Cristo: e dopo spirato, recitò il De profundis, a ogni versetto facendo un commento; preso quindi il Crocifisso, esclamò: «Ecco quello che tutti ci ha salvati; ogni cosa è perdonata per merito suo, e più non v'è peccato».
Di tali espressioni, quasi escludessero la cooperazione dell'uomo e l'intercessione dei santi, fu imputato, e il 22 agosto 1559, chiuso nelle carceri del Sant'Uffizio a Valladolid, cui presedeva il grand'inquisitore Valdes. Già il Sant'Uffizio avea messo all'indice i Commenti sul catechismo cristiano, scritti da esso, benchè dedicati a Filippo II e approvati da una commissione del Concilio di Trento; i cui membri, non osando resistere a quel tribunale, ritrattarono il datovi assenso. Pio IV, per quanto rigoroso, credette in ciò si procedesse troppo severamente, e ne avocò la causa a Roma. Filippo II geloso delle prerogative dell'Inquisizione, protestò non lascerebbe mai giudicarne fuori di Spagna. Il papa spedì un legato a latere con due altri giudici che assumessero quell'esame, ma gli inquisitori seppero trar in lungo finchè il santo papa Pio V scrivendo lettere sopra lettere per lagnarsi di non esser tenuto informato sul processo di personaggio di sì gran conto, e minacciando la scomunica a Filippo II, che persisteva sul niego, riuscì a trar l'accusa a Roma il maggio 1567. Quivi alloggiò il Carranza in Castel Sant'Angelo: delegò quattro cardinali, quattro vescovi, dodici teologi e dottori a vagliarne la causa, e non dissimulava nè la sua collera verso gl'inquisitori, nè la riconoscenza pei servigi resi dal Carranza alla Chiesa: e non che proibirne il catechismo, diceva che, un po' poco che lo spingessero, e' l'approverebbe di moto proprio.
La frivolezza odierna n'ha bel tema d'invettive contro i tribunali ecclesiastici. La storia imparziale riflette che, in procedura sì lunga, estesa, complicata, non è possibile veder un mero intrigo, e total mancanza di titoli. Il Carranza nel 1539, come qualificatore della Inquisizione, assistette al capitolo generale de' Domenicani in Roma, ove fu amico del Flaminio, del Carnesecchi e di altri sospetti. Fra le sue carte fu trovata una lettera del Valdes, ove, parlando degli interpreti della sacra scrittura, professava che non bisogna appoggiarsi sui santi Padri per intenderla; che possiamo esser certi della nostra giustificazione, e la giustificazione si ottiene mediante la fede viva nella passione e morte di Nostro Signore.
Se ne' suoi scritti con somma franchezza espone i vizj dominanti senza riguardo a persone, forse procedeva più esplicito nel parlare; Filippo II, già suo amorevole, gli divenne avversissimo: se il processo potea temersi pregiudicato in Ispagna, eccolo trasferito a Roma.
Ma per tradur in latino tutta l'informativa e per raccogliere le notizie non si richiesero meno di tre anni, poi altri in domande e risposte, e solo Gregorio XIII nel 1576 pronunziò definitiva sentenza. Il Carranza, a ginocchi davanti al papa e ai prelati, fece abjura generale delle dottrine ereticali, e ritrattò quattordici proposizioni mal sonanti ne' suoi libri; fu confermata la proibizione del suo catechismo; egli, sospeso dalle funzioni vescovili, starebbe cinque anni a Orvieto in un convento del suo Ordine, e visiterebbe le sette basiliche di Roma; ma pochi giorni dopo, al 2 maggio 1576, moriva di settantatrè anni, dichiarando non avere il minimo rimorso di sentimenti contro la fede; eppure non imputando d'ingiusta la sentenza del pontefice; il quale gli facea splendidissime esequie, e un sontuoso monumento con iscrizione d'illimitate lodi[295]. Sicchè non resta che a deplorare la condizione tristissima ma inevitabile de' giorni di rivoluzione e di paura. Del resto i re di Spagna d'allora badavano agli ammonimenti del papa quanto gli odierni al sillabo: onde sarebbe strano l'imputar ad esso quelle procedure quanto l'attribuir al pontefice odierno i nostri errori sull'usura, sul matrimonio, sulla servitù della Chiesa.
La Spagna teneva in dominio bellissime parti dell'Italia nostra. Nel regno di Napoli era già stabilita l'Inquisizione dai severissimi editti di Federico II, affidando le condanne ai magistrati secolari. Per rimedio al costoro rigore e alle mal condotte procedure, Roma cercava mandarvi inquisitori proprj: gli Angioini, ligi ai papi, molte volte prescrissero di favorire, e fin di pagare questi venuti da Roma: nel 1305[296] Carlo II ordinò a tutti i baroni e agli ufficiali che dessero ajuto all'inquisitore frate Angelo da Trani, carcerando e custodendo le persone sospette, non molestassero i suoi famigli per l'arma che portano, eseguissero le sentenze ch'egli proferirebbe contro gli eretici e i costoro beni, mettessero al tormento gl'imputati per cavarne la verità: nel 1307 incaricava frà Roberto da San Valentino, inquisitore del regno, di procedere con tutto rigore contro l'arciprete di Buclanico, il quale, dopo corretto, era ricaduto in errori sopra alcuni articoli di fede[297].
Gli Aragonesi, succeduti nel dominio, restrinsero di nuovo l'Inquisizione, e la sottoposero all'assistenza del magistrato secolare. I Napoletani, ai primi anni di Fernando il Cattolico, adombratisi ch'egli volesse piantarvi il Santo Uffizio alla spagnuola, tanto fecero[298], che, per mezzo del gran capitano Córdova ottennero promessa che mai non l'avrebbe posto. Nel 1505 esso gran Capitano, chiesto dal vescovo di Bertinoro inquisitore apostolico di far carcerare alcune donne indiziate di eresia, che da Benevento erano fuggite a Manfredonia per passare in Turchia, scriveva al governatore Foces procurasse averle in mano, ma ne desse avviso a lui. Il conte di Ripacorsa nel 1507 rimproverava frà Vincenzo da Ferrandino perchè avesse inquisito alcune persone senza informarlo nè mostrargli la sua commissione[299]. Donde appare che l'Inquisizione non avea tribunal fisso, e dovea dipendere dal placito secolare.
Ma quando la spagnuola infierì contro i Moreschi e i Marani, i Napoletani temettero di nuovo che Fernando volesse introdurla fra loro, come pareva trapelare da certe sue lettere, che supponeano qui rifuggiti molti Musulmani profughi dalla Spagna. Con modi rispettosamente robusti gli rammemorarono l'antica capitolazione, e come non fosse duopo di straordinarie procedure contro Mori ed Ebrei, essendo qui pochissimi; e avendo egli mandato alcuni inquisitori, furono ricevuti in tal maniera, che dovettero partirsene ignominiosamente. Nè quanto il re cattolico visse, più tentò quel fatto, e il vicerè Cordova vigilò perchè Roma non eccedesse. Germogliata l'eresia di Lutero, Carlo V, trovandosi in Napoli nel 1536, promulgò un severissimo editto, con cui interdiceva ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d'eresia, pena la morte e la confisca. Che le opinioni luterane serpeggiassero a Napoli, lo vedemmo parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo. Don Pietro Toledo vicerè, cui Carlo V nessuna cosa avea raccomandata più che d'impedire il contagio dell'eresia, non solo la fece combattere da famosi predicatori e teologanti, frate Angelo da Napoli francescano, frà Girolamo Seriprando agostiniano, frate Ambrogio da Bagnoli domenicano, frà Teofilo da Napoli, frate Agostino da Treviso, ma bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò (1544) l'introdurre qualunque trattato teologico che fossesi pubblicato negli ultimi venticinque anni, non approvato dalla santa sede o anonimo, e chiuse le accademie del Pontano, de' Sireni, degli Ardenti, degli Incogniti, che sotto coperta di letteratura o di filosofia facilmente scivolavano nel campo teologico. Poi, spintovi dall'imperatore, desolato degli scompigli causati in Germania dalla Riforma, e delle concessioni a cui avea dovuto calare, e anche dal desiderio di deprimere la nobiltà, s'industriò impiantare nel regno di Napoli l'Inquisizione spagnuola (1546). E prima per mezzo del cardinale Borgia suo parente indusse Paolo III a vietare ai laici di trattar di cose di religione, ed a spedire commissarj che istituissero qualcosa di simile al Sant'Uffizio. Il vicerè vi diede l'exequatur, ma non fece pubblicare la bolla a suon di tromba e nelle prediche, come di costume; e solo affiggere all'arcivescovado; intanto fra le piazze insinuando che nulla v'avea di che sgomentarsi, che non veniva dal governo bensì dal papa, senz'altro fine che di sbrattare la città se qualche eretico vi fosse.
Il popolo, sospettando di mala fede il Toledo, levò rumore, e non valendo le rimostranze, mandate a Pozzuoli per mezzo di Antonio Grisone, insorse gridando arme, strappando i cedoloni, surrogando agli Eletti del popolo altri più creduti: i nobili vi si mescolano, aizzandoli e chiamando fratelli i plebei, come si suole nelle insurrezioni, e ripudiano l'Inquisizione al grido di «Viva la santa fede», come la ripudiavano gli Aragonesi al grido di «Viva la libertà». Il Toledo risoluto di venirne a capo col terrore, esclamava: «Perdio, che a costoro dispetto porrò il tribunale dell'Inquisizione in mezzo del mercato»; e citò davanti al reggente della vicaria i capipopolo, che erano Tommaso Anello sorrentino, plebeo della piazza del Mercato, e Cesare Mormile, nobile di Porta Nuova; ma tal folla gli accompagnò, ch'egli dovette dissimulare, e lasciare che in groppa alla chinea di Ferrante Carafa e di altri signori, fossero portati in trionfo alle varie piazze: onde rassicurare e ammansire la plebe, mandò il marchese Caracciolo a quietare coll'occhio e col volto: intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s'introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.
Ma un accidente da nulla porge occasione di far sangue, i soldati spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello del campanile di san Lorenzo; i castelli fan fuoco; la via Toledo e la Catalana si contaminano di carnificina; sono mandati sommariamente al supplizio alcuni nobili, non maggiormente colpevoli degli altri ma per dare un esempio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Non fu fischiato o urlato; ma nessuno grande o piccolo gli usò atto di riverenza, nè cavar il berretto, o piegar il ginocchio come prima: però quando i capipopolo sparsero voci sinistre, la plebe a fatica si rattenne dal farlo a brani, gli tolse l'obbedienza, e costituì regolarmente un'unione di nobili e popolani a servizio di sua maestà e a comune difesa, nella quale chi non entrasse era considerato per traditore della patria; e pigliò le armi, guidata dal Mormile e da Colantonio Caracciolo, che fu gridato traditore appena parve condiscendere ad accordi.
Stettesi lunga pezza in attitudine di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa, il quale, all'antica ragione di sovranità, univa allora l'avversione particolare contro gli Spagnuoli, o di chiamare Pietro Strozzi profugo di Firenze, e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: all'imperatore fu deputato Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido di Sangro, per rimostrargli che, fra i capitoli del regno, era di non vi introdurre l'Inquisizione alla spagnuola: sicchè non guardasse come ribellione contro lui questo insorgere contro un rigore illegale.
A suggerimento del papa e di san Carlo vi fu deputato anche il famoso giureconsulto Paolo d'Arezzo, allora prevosto de' Teatini, poi arcivescovo di Napoli e beatificato; e nelle calde suppliche è notevole la strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno terrebbesi sicuro della vita e dell'avere se dominasse l'Inquisizione spagnuola.
Ma i baroni a titolo d'obbedienza feudale erano stati domandati dal vicerè a venir alloggiare nelle caserme degli Spagnuoli: le famiglie dabbene si ritirarono, sicchè, prevalendo la feccia e i fuorusciti, andò a scompiglio il paese; chi volea schivare le furie della ciurma, bisognava la blandisse coll'esagerazione delle parole e colla villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall'altra cercavansi sussidj e munivansi fortezze.
L'imperatore a fatica s'indusse a concedere udienza ai deputati; intimò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d'eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall'amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e proveduto. Gianvincenzo Brancaccio, che lasciossi cogliere, fu decapitato: l'imperatore di nuovo dichiarò fedelissima la sempre rivoltosa città, e le impose centomila scudi di amenda.
I processi d'eresia si erigevano dal vicario di Napoli per via ordinaria; e una bolla del nuovo papa Giulio III vietò che traessero dietro la confisca, cassando anzi le pronunziate fin allora, e volendone applicati i beni a i più prossimi parenti[300]: i colpevoli erano diretti a Roma, donde, fatta l'abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.
Non però i rigori si smettevano, e notammo già e noteremo molti che andarono profughi. Qui ricordiamo Francesco Romano, già agostiniano, che occultamente diffuse nella natìa Sicilia gli errori di Zuinglio, poi fuggì in Germania, e tornato a casa nel 1549, sponeva la logica di Melantone, le epistole di san Paolo, e fu creduto anch'egli autore del noto libro sul Benefizio di Cristo. Citato al Sant'Uffizio, fuggì, poi venne spontaneo a costituirsi, si disdisse, e ottenne perdono, mediante molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessò d'avere molti proseliti, fra cui varie dame titolate. Più tardi Scipione Tettio, autore d'una dissertazione De Apollodoris, lodata dagli eruditi, pubblicò non sappiamo quali opere, con false opinioni sulla divinità; onde fu condannato alle galere. Lo racconta il De Thou, che essendo a Roma nel 1574, ignorava se ancor vivesse. Anche Pompeo Algeri da Nola fu mandato al fuoco.
Dei Valdesi altrove parlammo: i quali anche in Roma si erano diffusi, dove Gregorio IX li perseguitò, e molti ne pose a Monte Cassino[301]: e nel processo che già sponemmo del 1387, quelli del Piemonte annunziavano il loro pontefice stare nella Puglia, donde erano mandati a loro i maestri. Infatti nella provincia della Calabria Citeriore, ove l'Apennino declina al Tirreno, ai piedi della cresta del Bitonto, nel circondario di Paola e mandamento di Cetraro sta in poggio il paesello di Guardia, di 1500 abitanti agricoli, che parlano e vestono diversamente de' circonvicini. Spesso si confonde dagli storici con Guardia Lombarda, comune del Principato Ulteriore; che può aver avuto anch'esso quell'aggettivo perchè popolata da Piemontesi, che consideravansi lombardi. Narrano gli scrittori valdesi, e nominatamente il Giles, che, verso il 1315, un gentiluomo calabrese (probabilmente Ugo dal Balzo, siniscalco di re Roberto) imbattutosi in un'osteria di Torino con alquanti Valdesi, e udito come le loro valli riboccassero di popolazione, offrì di dar loro alcune terre di Calabria; ed avendo essi mandato ad esaminarle, e trovandovi letizia di cielo, di pascoli, di frutti, di vigneti, d'ulivi, vi stabilirono una colonia, a patto di pagar un tributo, e del resto regolarsi a comune senza render conto a chichessia, e soprattutto poter seguitare i loro riti. Di ciò si fece istromento autentico, confermato poi da Ferdinando d'Aragona. Alla città di Montalto aggiunsero un borgo, che fu detto degli Ultramontani: e dopo cinquant'anni cresciuti di numero, ne eressero un altro, lontano un miglio, detto San Sisto, dove fu una delle chiese riformate più celebri; e via via i borghi di Vaccarizzo, Rose, Argentina, San Vincenzo; poi la Guardia sulle terre dei marchesi Spinelli di Fuscaldo.
A queste terre ricoverarono poi molti Valdesi di Provenza, perseguitati quando la Corte pontificia risedeva ad Avignone, e fabbricarono Montelione, Faito, La Cella, la Motta; verso il 1500 altri passarono ad abitare nella città di Volturara[302]. Colà vissero quieti tollerati e tolleranti, fino ad andare alla messa, e far battezzar i loro figliuoli da preti cattolici; usando pochissime forme esterne di culto, non urtavano le popolazioni vicine: grati ai signori dei luoghi, perchè quieti e pagavano; ogni due anni riceveano la visita d'un reggitore e d'un coadjutore dalle valli Alpine, che venivano distinti d'abito, e fingendosi fabbri, mercanti, medici, facendosi conoscere da un particolar modo di bussar alla porta. Privi di lettere, nè disputavano sulle loro credenze, nè cercavano divulgarle. Se non che i loro fratelli delle valli subalpine, quando si riformarono a foggia di Protestanti, spedirono in Calabria alcuni «per rimettervi ogni cosa in buono stato»[303], e forse allora solo vennero indotti a ritirarsi dalle assemblee cattoliche, cui prima s'accomunavano, e mandarono a Ginevra Marco Usegli, chiedendo dottori. In fatto venne Luigi Pasquale di Cuneo, già soldato di Savoja, che fece proseliti anche nelle vicine terre della Basilicata, Faito, le Celle, la Castelluccia. Il cardinale Alessandrino e come capo dell'Inquisizione a Roma, e dopo fatto papa inviò predicatori, e nominatamente Gian Antonio Anania di Taverna cappellano in casa Spinelli, che primo gli avea indicato quel pericolo (1561), e Cristoforo Rodrico gesuita, con ampia podestà: ma le minaccie rimasero senza frutto, non volendo essi nè violare i riti antichi, nè staccarsi da luoghi sì belli. Pertanto si ebbe ricorso al braccio secolare; e il duca d'Alcala vicerè spedì Annibale Moles giudice di vicaria e molti soldati, che, secondando i missionarj e il marchese Spinelli, costringevano andare alla messa, i disobbedienti colpendo nei beni e nella persona.
Spinti alla disperazione, essi impugnarono le armi, e ricoveratisi nelle foreste dell'Apennino, prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatterono; alfine disfatti si ricoverarono in Calabria alla Guardia che avea postura favorevole, mura e due corsi d'acqua. Il marchese, nelle cui terre si trovava la Guardia, mandò colà cinquanta uomini, fingendo fossero delinquenti che voleva relegare in quella fortezza; i quali penetrati, trassero fuori le armi, s'impadronirono dei posti, e sopraggiunti altri armati, incatenarono tutti gli avversarj. Allora furono sottoposti a fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così: di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava a prendere un secondo, e farne altrettanto. Ce lo narra un contemporaneo, che fa perirne a tal uopo fin al numero di ottantotto. «I vecchi vanno a morire allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria; se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter farne la misura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono veder il Crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è seguita la giustizia di cento e più, ammazzati in campagna, trovati con l'arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; bruciate l'una e l'altra terra, e fatte tagliare molte possessioni»[304]; altri furono messi a remare sulle galere spagnuole.
Luigi Pasquali suddetto, studiato a Losanna, si era sciolto dal legame matrimoniale per andar nel regno di Napoli ad evangelizzare, e con Stefano Negrino suo amico fu preso, e con ogni guisa di strapazzi spedito a Roma; malgrado i patimenti rimase saldo, e rallegravasi di soffrir per Cristo, e di sentire avvicinarsi l'ora di offrirsi in sagrifizio al Salvatore, e l'8 settembre 1560 fu strangolato alla presenza del papa e de' cardinali. Avea pubblicato un Nuovo Testamento in italiano, e varie lettere melle ac dulcedine evangelico refertissimæ ac unctionem spirantes, dice il martirologio protestante.
Il racconto è evidentemente esagerato dallo spirito di partito, e appoggia su relazioni, nulla più attendibili che quelle di cui ogni giorno c'ingannano le gazzette; fatto è che allora furono spente le colonie del principato oltrappennino, cioè Montalto, Volturara, San Sisto. Per interposizione del vescovo di Bovino si fece grazia agli abitanti di Castelluccio, Faito, Celle, Monteleone. Parecchi giunsero a tornare nelle valli alpine o nella Svizzera; altri abjurarono il loro culto, e furono raccolti in Guardia, ch'era rimasta disabitata, dove fin ad oggi le donne conservano alcuna traccia del vestire alpino, sottana di panno rosso, maniche di velluto o panno nero, i capelli intrecciati con nastro rosso o nero, quale usavasi fin testè nella Val d'Angrogna; e il loro dialetto tiene del piemontese, come la loro fisionomia e l'operosità[305].
Nè in Napoli mancarono errori e rigori. La famiglia Bonifazio possedeva il principato d'Oria, in terra d'Otranto, per dono di re Federico a Roberto che morì nel 1536, lasciando due figliuoli, entrambi letterati. Dragonetto, stillando un potentissimo veleno, ne rimase morto. Suo fratello Giovanni Bernardino ereditò il principato, ove ad Oria erano uniti Francavilla e Casalnuovo, terre pingui e di abbondante rendita. Ma il possessore era uno stravagante, viveva affatto in disparte, non facendosi servire che da due schiave turche: e tutto dedito agli studj. Aggiungeano che sentisse male della religione, e per ciò e perchè non andava mai a messa temendo esser molestato dalla Inquisizione, raccolti denari, finse andar a Venezia, e colle sue turche passò a conoscere i capi della setta luterana. In fine si stabilì a Vilna in Lituania, un miglio fuor della città, dopo che delle due serve una impazzò, l'altra maritossi: avendo a Costantinopoli compro un altro schiavo, questo gli fuggì in Moldavia, onde egli, senza servitori, «vive per lo più di latticinj, d'uva, di fichi secchi, d'uva passa, pomi e ravanelli; beve acqua pura; non abita in stufe, ancorchè paese freddissimo, ma spesse volte si vede intorno a un po' di fuoco, soffiando per cuocere le sue minestre, che per lo più son di latte e d'uva, assomigliando più fornaciajo che altro...... Tutto il suo vestire non giunge al pregio di due fiorini:.... Il letto e ogn'altra cosa sua non vuol che da altri che da lui sien tocchi; ha la barba lunga ed unta, magro, e in questo tempo (1586) può aver da sessanta a settant'anni. È della Confessione Augustana, la qual non ha mai lasciata, e nimicissimo de' Calvinisti. In Norimberg fu molto accarezzato: ma non avendo fermezza, in niun luogo si può fermare lungo tempo»[306].
Nulla trovammo di costui nelle consuete fonti, ma ne conosciamo una traduzione di Sallustio, impressa il 1550 dal Torrentino a Firenze, poi una miscellanea Hymnorum, epigrammatum et paradoxorum quorumdam di lui, stampati a Danzica nel 1599, con una prefazione ove si parla delle sue vicende, e come morisse in questa città il 1597. Da alcune lettere di Quinto Mario Corrado s'indurrebbe sia fuggito di patria il secondo anno di Paolo IV: il suo principato fu tratto al fisco, essendo egli l'ultimo della famiglia: e re Filippo ne investì san Carlo Borromeo, che poi lo vendette quarantamila zecchini, e in un sol giorno li distribuì ai poveri.
Nel 1567 i cherici regolari scopersero a Napoli una nuova setta; la quale professava i riti, le credenze, le empietà degli Ebrei, aprendo scuole clandestine. Riferitone al vescovo Mario Caraffa, destinò a reprimerli Gerolamo Ferro, chierico regolare, Gerolamo Panormitano, domenicano, Alfonso Salmerone, della Compagnia di Gesù, prete Girolamo Spinola[307].
D'un altro napoletano ci è dato ricordo, Giovan Maria della Lama medico. Da più anni esercitava l'arte sua in Vienna, quando nel 1567 mandò una petizione per mezzo del cardinale Comendone, ove esponea conoscere d'esser denunziato al Sant'Uffizio per sospetto di cose religiose, e quantunque sappia non essersi mai scostato da ciò che crede e comanda la santa madre Chiesa, per potere però viver in pace, e se errò far penitenza, supplica d'intercedergli dal papa di commettere la causa sua al nunzio o a chi giudicherà in Vienna, giacchè sarebbe ruina dello stato suo l'andar a presentarsi in Roma: poter i buoni Cattolici attestare che, mentre fu in queste parti, si astenne da ogni conversazione con eretici, e frequentò i sacramenti.
Nè Pio V, nè Gregorio XIII vollero consentirgli la domanda; Sisto V all'imperatore Rodolfo II, che glielo raccomandava, rispose il 26 marzo 1587, che non son poche nè leggiere le incriminazioni per le quali esso fuggì d'Italia, colla qual fuga crebbe gl'indizj: non esser possibile farne il processo, così lontano dai testimonj: pure, se egli confessi le colpe e abjuri gli errori, manderà facoltà di assolverlo. Intanto avverte l'imperatore che disconviene dalla virtù e pietà sua il tener a servigio del suo corpo un uomo sospetto d'eresia e per questa fuoruscito[308].
In Napoli, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e di Giulia Gonzaga[309] molte furono citate al vicario dell'arcivescovo; e Giovanni Francesco d'Alviso di Caserta, e Giovanni Bernardino di Gargano d'Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni nel 1564, in onta del privilegio di Giulio III. Se n'empì di sgomento la città; molti migrarono: le piazze inviarono al duca d'Alcala vicerè onde sincerarsi se rivivesse il disegno di istituire l'Inquisizione spagnuola. Furono assicurati del no; sicchè, dice il sempre servile Giannone, cessò ogni sospetto d'Inquisizione; restando i Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del re[310].
Ove si noti che i Napoletani non ricusavano l'inquisizione ordinaria esercitata dai vescovi: anzi nel seggio di Capuana è detto[311]: «Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che questa sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta le norme de li canoni, e senza interposizione di Corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione tantum».
In quel regno l'Inquisizione si continuò ad esercitare per via ordinaria, cioè dal vicario del vescovo, assistito dal braccio secolare: ma qualora l'Inquisizione di Roma avesse ottenuto il beneplacito regio, istruiva processi anche contro regnicoli. Tal fu quello contro il già detto Caracciolo marchese di Vico, tale uno contro due vecchie catalane, che non volendo abjurare il giudaismo, furono consegnate al tribunale di Roma che le condannò a morte. Nel 1583 il cardinale Savelli in nome del papa domandava, per cose toccanti il Sant'Uffizio, fosse inviato a Roma Giambattista Spinelli principe della Scalea, e il vicerè ordinava fosse arrestato e tradotto, se non desse malleveria di venticinquemila scudi di presentarsi al Sant'Uffizio. Altrettanto nel 1585 con Francesco Conte capitano dell'isola di Capri; e l'anno seguente con Francesco Amoroso capitano di Pietra Molara.
Col procedere del tempo, il Sant'Uffizio prese ardimento maggiore nel regno, e piantava processi senza il beneplacito regio. Vietollo Filippo III: pure non valse a impedire che, per mezzo dei vescovi, si procedesse talvolta direttamente, come fu nel 1614 in una famosa causa contro suor Giulia di Marco da Sepino, terziaria di San Francesco, che col misticismo copriva strane oscenità; favorita da gran signori e da Gesuiti.
Regnando Carlo II, erasi istituita a Napoli un'accademia degli Investigatori, preseduta dal marchese d'Arena, la quale proponeasi di ravviar la buona filosofia. Diede ombra, e se ne tolse occasione di ridestare il Sant'Uffizio; e sotto monsignor Gilberto vescovo della Cava si eresse un tribunale in San Domenico, e iniziaronsi processi, costringendo alcuni ad abjurare certe loro proposizioni.
Per impedire che mai l'Inquisizione operasse alla spagnuola, la città nel settembre 1691 aveva istituito una deputazione di cavalieri, scelti da tutti i seggi della città, che vigilassero contro ogni usurpazione del Sant'Uffizio. Questi sporsero reclamo al vicerè, ma in quel tempo ruppesi la guerra per la successione. Dopo la quale, venuto al trono Carlo Borbone, nel 1746, ad istigazione del tanto lodato Benedetto XIV, l'arcivescovo Spinelli tentò ancora introdurre il Sant'Uffizio, e istituiti i magistrati, processò tre persone. Queste appellaronsi alla suddetta commissione, la quale dall'arcivescovo domandò comunicazione degli atti che concernevano quei detenuti, e poichè ricusò, portarono l'affare al trono. Fu anche concitato il popolo colla solita paura del Sant'Uffizio spagnuolo, onde tumultuò e insolentì contro l'arcivescovo, e attese il re quando per la strada marina tornava da Portici. Udito di che si trattava, Carlo smontò di carrozza, entrò nella chiesa del Carmine, e in ginocchio colla spada nuda toccando l'altare, giurò, non da re ma da cavaliere, che in Napoli non vi sarebbe mai l'Inquisizione. E pubblicato un rigoroso editto il 29 dicembre 1746, annunziò sbanditi i due canonici della curia che aveano tenuto mano a quel processo, ripreso il vicario, licenziati il notajo e gli attuarj, levata l'iscrizione Sanctum Officium. Il popolo mostrò la sua riconoscenza al re col regalargli trecentomila ducati.