Chi osservi ancora Firenze prima che sia compiuta la trasformazione sua, non tanto politica come morale e artistica, vi trova dapertutto l'opera della religione, e viepiù nell'ispirazione de' suoi poeti e de' suoi artisti, quando l'arte non era ancora ridivenuta pagana e principesca. La Toscana deve ai monaci il primo bonificare delle Chiane; e se il Pian di Ripoli uscì feracissimo dagli acquitrini; se presso ai pantani di Varlungo (Vadum longum) ondeggiarono di biade le campagne ubertose di San Salvi e di Rovezzano, fu merito de' monaci. Il palustre deserto fra Prato e Firenze, dacchè vi si stabilì la badia di San Giusto divenne il bel territorio di Osmannoro, mentre i Benedettini di Settimo coi rigagnoli e le colmate risanavano la riva opposta dell'Arno. Tutto l'Arno ebbe sostegni, pescaje, scoli dai monaci, ai quali Firenze lungo tempo affidò la costruzione e manutenzione de' ponti, delle mura, delle fortezze. Quanti villaggi crearonsi attorno a un convento o ad una chiesa! quante boscaglie, tane di fiere e di masnadieri, venner ridotte a rigogliose foreste! quante grillaje si convertirono in masserie, e migliaja di ulivi al piano e milioni d'abeti e di faggi al monte si naturarono! Basti ricordare come la regola camaldolese imponga di piantar ogn'anno una determinata quantità di abeti, e proveda attenta alla cura, al taglio, al ripiantamento delle foreste, il cui rigoglio fa ammirare ancora, ahi per poco! i devoti recessi di Camaldoli, di Monte Senario, della Vernia.
In Firenze poi, dai tempi di sant'Ambrogio e di Carlomagno giù fin ai Lorenesi, mille edifizj o sacri o caritatevoli s'annestano alle memorie delle famiglie[412]; nell'infausto assedio del 1529 tra i più grandi sagrifizj fatti alla patria contossi il dover distruggere qualche cappella, qualche dipintura, e gli anni successivi s'adoperò a riparare quei danni. Anche di fuori piaceansi i Fiorentini di eriger monumenti di devozione, come sono a Roma San Giovanni de' Fiorentini, a Lione Santa Maria e l'Ospedale di Tommaso Guadagni, a Napoli la Certosa, a Lucca le loggie di San Friano, a Milano la cappella di san Pietro Martire, eretta da Pigello de' Portinari in San Eustorgio; in Venezia Sant'Antonio da Goto degli Abati, a Gerusalemme un ospedale da Cosimo padre della patria. Laonde il Richa disse che «della storia nostra il più pregevol soggetto non può negarsi sia il clero fiorentino»[413].
Le laudi contrapponeano la pietà e la carità all'osceno sensualismo dei canti carnascialeschi[414]. Mentovammo il Concilio ecumenico XVII, che fu il terzo tenuto in Firenze, dove nella, sessione XXV, Orientali e Occidentali professarono che «il romano pontefice è successore di Pietro principe degli apostoli, vero vicario di Gesù Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui esser data da Nostro Signor Gesù Cristo, nella persona di Pietro, piena podestà di reggere e governare la Chiesa universale, secondo è pur contenuto negli atti dei concilj ecumenici e nei santi canoni».
E sono dei monumenti più degni d'essere studiati dagli Italiani le storie delle Chiese fiorentine e quelle de' suoi Santi[415]. Ricordavasi che il giorno di santa Reparata (3 ottobre 407) i Goti furono sbaragliati a Fiesole: che il giorno di san Barnaba (11 giugno 1289) si sconfissero gli Aretini a Campaldino: al beato Andrea Corsini attribuivasi l'aver posto in fuga il Picinnino nella giornata d'Anghiari il 1440; a santo Stefano papa, il duca Cosimo chiamavasi debitore della vittoria di Marciano. Fresca poi era la memoria del Savonarola e di Maddalena de' Pazzi; fresca quella di sant'Antonino, coi quindici beati, di cui è ricordo nella sua cella, fra' quali il beato Angelico, stupendo pittore, il miniatore frà Benedetto da Mugello, il beato Giovanni da Domenico, che poi fu cardinale e legato a latere. Il Lainez, generale de' Gesuiti, venne a fondarveli in San Giovannino nel 1551, con istruzione particolare di sant'Ignazio, e all'uopo ebbe gran doni e beni da Cosimo I, da monsignor Ughi; signori delle case Amannati, Guadagni, Pazzi, Sassolini, Rinuccini andarono a raccoglier limosine con cui fabbricossi la chiesa. È ancora ricordata da una lapide la dimora di san Luigi Gonzaga: poi nel 1565 fu tenuto in Santa Croce il capitolo generale de' Francescani, con cinquecento teologi e altrettanti allievi.
È fuor di tempo il rifrascar queste memorie all'odierna capitale d'Italia?
I primordj della Inquisizione in Firenze già divisammo, e come sin dal 1254, anzichè ai Domenicani, era affidata ai Francescani, che a Santa Maria Novella e a Santa Croce teneano un numero di satelliti e carceri proprie[416]. Fu davanti a quel tribunale che venne processato Cecco d'Ascoli astrologo, del quale divisammo nel Discorso VII.
L'aver mandato al fuoco uno de' filosofi di maggior rinomanza al suo tempo indignò molti contro l'Inquisizione, la quale di rimpatto prese ardimento ad estendere la propria giurisdizione. Massimamente frà Pietro dell'Aquila fu accusato di oltrepassare i suoi poteri, e smunger denaro da cittadini sospetti d'eresia; sicchè la repubblica pose nel suo statuto[417] che gl'Inquisitori non dovessero intromettersi se non di cose del proprio ufficio; condannassero nella persona, ma non negli averi; non tenessero carceri private, ma si servissero delle pubbliche; e nessun capitano o podestà, nè i vescovi di Firenze o Fiesole potessero far arrestare veruno per mandato del Sant'Uffizio, se non previa licenza de' priori; non si concedesse di portar l'armi che a sei famigliari del Sant'Uffizio; e costituiva quattordici difensori della libertà, che vegliassero all'osservanza di tali capitoli.
Ai quali si cercò sempre rivocare il Sant'Uffizio ogni qualvolta le circostanze l'avessero portato a trascendere. Quando Paolo III ebbe istituita la congregazione del Sant'Uffizio, fu preso partito che a Firenze tre commissarj, poi un quarto si unissero all'Inquisitore, per conoscer le cause di religione.
Da Giovanni delle Bande Nere, uno di que' brillanti avventurieri che sventuratamente sempre lusingarono le simpatie degli Italiani senza far mente qual causa sostenessero, nacque Cosimo de' Medici, che con arti buone e con sinistre riuscì a divenir capo dello Stato fiorentino, dove la repubblica già era stata strozzata dalle armi straniere, e ne costituì un principato ereditario. Questa forma di governi era allora l'aspirazione universale, per istanchezza dei reggimenti liberi del medioevo, per amor dei dominj forti e delle concentrazioni, che diceano salverebbero l'Italia dagli stranieri, e che invece l'inabissarono. Esecrato dai vecchi repubblicani ch'e' dovette reprimere, combattere, esigliare, assassinare, Cosimo in lunghissimo regno si mostrò splendido senza abbandonar le abitudini cittadinesche della casa sua, e procurò di far fiorire le arti e il commercio, estendere fabbriche, erigere superbi palazzi, e tutti i progressi che possono camminar di paro colla servitù.
Cosimo sentì come interesse primo d'ogni nuovo principato in Italia sia l'ingraziarsi il pontefice: eppure teneva l'occhio geloso su tutti gli atti della Corte romana, siccome appare dal carteggio de' residenti, e voleva ingerirsi ai conclavi e alle altre decisioni. Per rispetto a quella, non ledeva le immunità ecclesiastiche: e nella feroce guerra di Siena, le sue truppe, comandate dal marchese di Marignano, avendo profanato qualche luogo sacro, egli scriveva a Bartolomeo Cóncini, suo commissario, il 24 ottobre del 1554:
«Con nostro molto dolore abbiamo inteso la ruberia che l'esercito del marchese di Marignano ha fatto in Casole, da cui nè anche la casa di Dio è andata esente. Noi non vogliamo queste iniquità. Quando l'esercito può dare il sacco, le chiese hanno da essere rispettate, e il primo che oserà fare insulto a chiese, monasteri, ospedali ed altri luoghi, noi vogliamo che paghi la pena di tanta sua malvagità colla perdita del capo: e il marchese vogliamo che obbedisca a questi nostri ordini. E voi, se vi piace la nostra grazia, vi sforzerete per impedir tali errori, e ci darete subito avviso. Dalla massa della preda che non è stata divisa vogliamo che si renda a quelle chiese tutto quello che gli è stato tolto. Eseguite e state sano».
Cosimo favorì la convocazione del Concilio di Trento, e fin dal 9 dicembre del 47 scriveva al Pandolfini: «Sua beatitudine dovrà, come prudente, ben considerare quanto importi l'essere unita coll'Imperatore e Reformati, e reunire le cose della religione che son tanto necessarie, e di non lassar perdere questa bella occasione di ridurre alla Chiesa le provincie di Germania, sendone questa sì gran membro, e quella che è sempre stata infetta ed ha infettato le altre, e pur ora con la grazia di Nostro Signore Dio consentì di star alla determinazione del Concilio, che non è certo poco, avendolo S. M. disposta a questo».
Molte altre lettere rincalzano il proposito, e singolar attenzione merita questa, che da Roma[418] il 16 novembre 1558 scriveva al Ferrero:
«Noi volevamo partire per ritornarcene a Siena, ma sua santità, che ci onora e carezza troppo, ci ritiene col dire che, siccome siamo stati in certo modo autori che ella apra il Concilio universale, che fu la causa della chiamata nostra qua, vuol ancora che ci troviamo all'atto et alla messa solenne del Santissimo Sacramento, la quale, a Dio piacendo, celebrerà sua beatitudine la domenica a otto che viene». Di propria mano aggiunge: Non ci fate autor di questa cosa.
In altra lettera[419] esorta a proseguire il Concilio, e mostra la necessità di riformar la Corte romana. Anche dal carteggio di Spagna di monsignor Minerbetti trapela la sollecitudine di Cosimo perchè si radunasse il Concilio, atteso che, o si conclude e allora la buona morale può guadagnarvi: o no, e questa non è peggiorata, restando nello stato presente: brama che ciò notifichi al re cattolico, esortandolo ad opporsi ai Concilj nazionali, come domandavano gli arcivescovi di Siviglia e del Gallo (?).
Poi nel 1561 scriveva al papa:
«Vostra santità non si lasci persuadere a intimar il Concilio con due cuori, l'uno d'intimarlo, l'altro di non lasciarlo poi seguire liberamente; perchè così facendo, quanto a quello che tocca a Dio, essendo questa sua causa, non bisogna ingannarsi: anzi è molto meglio lasciarlo di fare, che fare come si fece a Trento, che fu di scandalo ai Cristiani e di disonore al superiore: perciò lo faccia con animo risoluto e liberamente».
A quel Concilio Cosimo tenne sempre ambasciadori, dai quali veniva informato minutamente, sicchè la sua corrispondenza sarà una fonte copiosa per chi ancora volesse tesserne la storia[420].
Scontento di vedersi pari o inferiore ad altri principi d'Italia che sorpassava in potere ed in sublimità, e principalmente ai duchi di Savoja, che rimanevano vassalli dell'Impero, e che guadagnavano col metter a servizio altrui il proprio braccio e i soldati, Cosimo ambì il titolo nuovo di granduca, e lo chiese al papa, che conservava ancora la supremazia sui troni della terra. «Il romano pontefice, nell'eccelso trono della Chiesa militante collocato sopra le genti ed i regni, coll'acume dell'indefessa mente perlustrate le provincie del mondo cattolico..... tra i più bei meriti della vera fede in questi tempi di tante eresie e apostasie, trovò che il principe della Toscana tien questa provincia immune dal mal seme più delle altre». Atteso ciò, e l'ossequio che Cosimo presta alla Santa Sede, e l'aver egli soccorso di denaro e d'armi Carlo re di Francia contro i ribelli ed eretici, e il prometter suo di prestarsi a difesa ed incremento della fede cattolica: e che domina con incomparabil sapienza e giustizia, reprime i pirati, i masnadieri, i sicarj, con buona flotta custodisce le coste, di moto proprio lo nominò granduca[421], e gli diede una corona colla scritta, Pii V p. m. ob eximiam dilectionem ac catholicæ religionis zelum, præcipuumque justitiæ studium. Il granduca inginocchione giurò «alla sacrosanta Chiesa e alla Santa Sede la solita obbedienza e devozione che ha costumato, e che debbono i principi cristiani, offrendosi pronto con ogni suo potere per l'esaltazione e difesa della Santa Sede».
Di quella dignità di granduca, che costituiva in Italia un principato indipendente, sdegnossi l'imperatore, che pretendeva aver egli solo il diritto di conferirla. Ai lamenti dell'imperatore, Pio V rispondeva: «Con che fondamento contestate questa potestà alla Chiesa? Chi altri che la Chiesa ha dato agli imperatori il nome e l'onore della loro dignità? Chi diede ad essi l'impero? Chi questo trasferì dall'Oriente in Occidente se non i miei predecessori?»[422]; Anche Filippo II, che vedea erigersi un emulo della sua potestà in Italia, portò lo sdegno al punto, che pareva imminente la guerra. Ne profittarono gli Ugonotti, e subito insinuarono a Cosimo di favorire il principe d'Orange e i sollevati del Belgio, per dare così imbarazzi al re di Spagna; ma Cosimo non volle collegarsi con eretici; — forse non vi trovò il suo conto.
Era naturale che Roma vegliasse assai perchè nella contigua Toscana non attecchissero i germi ereticali; mentre d'altra parte il duca cercava gratificarsi la Corte romana. Nel 1545 Pandolfo Pucci lo informava che il papa erasi lagnato perchè avesse espulso da San Marco i Domenicani, e surrogatovi gli Agostiniani, ch'esso reputa più luterani che cattolici[423]. E due anni innanzi, il Campana segretario l'informava d'un Capitolo tenutosi dai frati di Santa Maria Novella, ove, delle conclusioni adottate, cinque si dimostrano luterane[424]. Esso duca, nel 1552, scriveva al cardinale di Santa Fiora, deplorando i disordini che si commettevano nei monasteri di Firenze, asserendo che in uno si fosser trovate ben quindici suore spulzellate per opera di frati e preti[425]: ma consta dalle storie come Cosimo avesse in ira e in sospetto i frati, e principalmente i Domenicani, come attaccati alle idee repubblicane e ai ricordi del Savonarola.
Cosimo realmente riusciva intollerante come tutti gli uomini del suo tempo, secolari fossero od ecclesiastici, cattolici o protestanti, italiani od alienigeni. Pure non amava l'Inquisizione, giurisdizione straniera nel paese suo; perciò voleva avervi mano, e impedì che fosse trasferita dai Minori Conventuali ai Domenicani. Avendo i famigliari del Sant'Uffizio la distintiva d'una croce rossa, e rimanendo esenti dalla giurisdizione secolare e autorizzati a portar l'armi, Cosimo temette ciò non servisse di coperta ai tanti che avversavano il suo dominio, e ne stava in molta guardia.
Dappoi Paolo IV abolì in Firenze la deputazione del Sant'Uffizio, e fin il nunzio ne restò escluso, ristrettane la giurisdizione nel solo inquisitore. A mezzo dicembre 1551 fu eseguito un atto di fede in Firenze. Uno stendardo, portante la croce nodosa in campo nero fra la spada e l'ulivo, con attorno le parole del salmo Exurge, Domine, et judica causam tuam, precedeva la processione di ventidue persone, alla cui testa Bartolomeo Panciatichi, ricco gentiluomo, e già ministro del duca in Francia. Vestivano cappe dipinte a croci, e così avviati alla metropolitana, fatta abjura vennero assolti, mentre i loro scritti e libri erano dati al fuoco. Intanto questa cerimonia faceasi privatamente da alcune donne a San Simone.
Cosimo pretendeva che il nunzio apostolico lo tenesse informato de' processi che a Fiorentini si facessero anche a Roma[426], dicendo che, trattandosi di materie di fede, più di ogni altra importanti, voleva ogni cosa condotta coll'intervento de' suoi ministri. Nel febbrajo 1551 essendo dall'Inquisizione di Roma domandato Lorenzo Niccolucci, il duca ne permetteva l'estradizione, ma a patto che il rimandassero a Firenze se doveva subire castigo. Di cosiffatte informazioni troviamo spesso negli archivj, e nominatamente al 4 novembre 1564 il nunzio scriveva:
«Jeri fu finito d'esaminar Rafaello Risaliti, ritenuto per l'offizio della Santa Inquisizione di Roma, a la quale mi son trovato sempre presente. La somma della sua confessione è d'avere, già 4 anni sono, mentre era all'abbadia di Salignì, del vescovo d'Osimo in Francia, sentito ragionar di molte volte, e in molti luoghi straparlar della messa, del papa, delle indulgenze, del purgatorio e di simili cose; aver consentito a chi ne ragionava, e lui stesso averne ragionato e restato persuaso; ma partito di là, che sono ormai due anni, esser insieme partito da tutte quelle opinioni, il che fa creder facilmente e per la giustificazione ch'egli dà della vita sua da poi il ritorno, e per le lacrime e contrizioni ch'egli mostra avere, confessando il delitto e domandando castigo e perdono. Et ancor ch'egli abbi tardato fin all'ultimo di confessare, l'ha fatto piuttosto per paura che per mala volontà. Manderò, se così piace all'E. V., la copia dell'esamine a Roma poichè le ricerca, con ricordar a quelli Signori Illustriss. et Reverend. la pronta espedizione.
«Il frate degli Umiliati qui di Santa Catarina ha finalmente confessato aver dato la sassata a san Francesco per collera, parendogli malagevole l'uscir d'Ognisanti. Aver menato nel monastero male femmine vestite da uomo. Aver detto messa dopo questi delitti, senza essersi prima confessato. Ne scriverò con buona licenza di vostra signoria due parole a monsignor illus. Borromeo, come a protettore, e se gli darà poi il debito castigo»[427].
Esaminando attentamente il carteggio mediceo, vi trovammo lettera de' cardinali, che domandavano al duca volesse consegnare Pietro Paolo Vermiglio[428]; un'altra del cardinale De Pucci che lo mette in avviso contro i divisamenti politici degli eretici, a proposito di Celio Curione, sperando che l'apostasia di frà Bernardino Ochino smascheri alcuni ipocriti[429]: un'altra del cardinale Farnese[430], adombrato del ritorno di esso Celio a Lucca, e chiedendo trovi modo di consegnarlo.
Non ci appare lo facesse, ma più gravi passarono le avventure di Pietro Carnesecchi. Fu costui di nobile prosapia fiorentina[431], ben fondato nelle lettere greche e latine, bel parlatore, buon poeta, favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma. Giuliano de' Medici suo amico, quando divenne Clemente VII, lo elesse protonotaro e segretario, dove ottenne badie e pensioni ecclesiastiche. Del 27 giugno 1531 abbiamo una commendatizia per lui all'imperatore Carlo V come civis florentinus summa fide et singulari modestia vir, quem cum suis meritis et deditissimo animo in me, tum virtute et nobilitate ita amo, ut plus non possum, onde gli fu perfino concesso il cognome di Medici. Qual protonotaro apostolico gli sono dirette molte lettere di Pietro Paolo Vergerio dalla Germania nel 1533, esistenti nell'Archivio Vaticano, dalle quali appare quanta gelosia mettesse all'imperatore e ai Tedeschi la concordia che parea comporsi tra il papa e Francia, massime pel matrimonio con Caterina de' Medici. «Male disegna il papa e Franza poter vincere, perchè, con un semplice cenno e dissimulando un poco delle materie luterane, tutte queste forze di tutta Germania, tutti, sino i fanciulli e le femine, correriano cupidamente a danni della Chiesa, e non bramano altro che sovertere quello Stato: e con un sol cenno discenderia questa mala gente, contenta di questo premio solo di confonder papa ed aderenti e dipendenti» (Praga 31 dicembre 1533).
Altrove esso Vergerio narra avergli il re de' Romani mostrato i pericoli della guerra, atteso che le persone che «la muovono sono della fazione luterana e di mala sorte, poveri e temerarj ed impj, ai quali convenga per omne nephas trovarsi da vivere e d'inalzarsi: itaque tanto magis periculosa multis eorum victoria (sed Deus avertat) futura esset». Poi considera i tempi presenti, nei quali «questi autori delle turbazioni trovano simili di costumi molti, di maggiori ch'essi non sono, di quasi eguali e di inferiori»: e riferisce la cupidità de' Luterani, di aver occasione d'aver un capo che li conduca a danni di ortodossi: e «il gran moto che han fatto in molte provincie quelle altre bestie rebatizzate», cioè gli Anabattisti (Da Praga, 11 maggio 1534).
Prospero di Santa Croce ad esso Carnesecchi scriveva il 20 ottobre 1534:
Facit eximia animi tui virtus ut hoc tempore gratulatione tecum utar potius quam consolatione. Nam, etsi pro nihil tibi unquam acerbius in vita accidisse, quam pontificis de te optime meriti interitum, tamen te dolori fortiter restitisse gratulor equidem tibi vehementer. Est enim animi christiani et cum ipsa natura moderati, tum doctrina atque optimarum artium studiis eruditi, idest tui, impetus fortunæ sustinere etc.
Il 25 novembre 1534, il ministro Granuela scriveagli che, avendo saputo quemadmodum illi Jacobi Salviati bonæ memoriæ studium atque animus simul cum isto munere ad vestram Dominationem transivisse, ita et nos, quemadmodum æquum est, et nuper etiam polliciti sumus, omnem eum affectum quem erga defunctum gerere solebamus, in v. d. juxta quadam successione transfudimus.
E Paolo Giovio, l'11 marzo 1545, da Roma: «Signor mio onorandissimo, venendo di ritorno costì li signori Stuffi dalle stazioni di Roma, ho voluto fare questa credenziale a M. Giovanni Michele, qual mi promette che farà chiara vostra signoria come il Giovio le è immortale servitore: e così si congratulerà del suo benestare, e narrerà come ora suda più che mai al fumo della lucerna per dar conto a' posteri di questa trama del ladro mondo. Io mi sto in forma antica, in grazia di Padre, Figlio e Spirito Santo: e valemo pur qualche cosa più di quello si estimano le melarancie verdi. Baciate M. Donato Rullo con quella affezione che io bacio il signor Priuli quando ritorna da Viterbo, e ditegli ch'io li sono obbligatissimo servitore a tutto transito».
Un'importante lettera di monsignor Ubaldino (Bandinelli?) al Carnesecchi da Fontainebleau 28 agosto 1534, molta parte in cifra, esiste nella Magliabecchiana, classe VII, 51, in cui tra altre cose narra aver parlato a lungo di monsignor di Parigi, il quale sapeva esser stato accusato al papa d'aver trattato troppo coi Luterani; «e scusossi del modo ch'egli avea tenuto in praticar con esso loro, dicendo che non cedeva a nessuno che fosse miglior ecclesiastico che lui: ma che, dapoi ch'egli avea veduto quella setta tanto confermarsi e di numero e di autorità d'uomini, che a volerla batter per forza era quasi impossibile, e certo pericolosissimo, giudicò si dovesse procedere con una certa destrezza, e non col gridare Abbrucia, Ammazza, che ad ogni modo non si potea fare: però e' gli aveva ascoltati sempre che glien'erano capitati alle mani, e con parole amorevoli e buone ragioni s'era sforzato di ridurli, di certe cose di minor importanza tacendo, in certe altre riprendendoli gravemente, e con quest'arte aveva avuto adito e autorità presso di loro quasi come uom di mezzo e senza passione alcuna, e con questo egli aveva fatto migliori effetti che quelli che eran voluti andare con tutta la severità, perchè loro sono stati causa di maggiore ostinazione. Esso aveva ovviato a molti scandali, ed ultimamente pensava di aver ridotte le cose in modo, che si potesse sperare qualche composizione: e dissemi certi capi importanti che ultimamente suo fratello avea ottenuto da que' primi là della setta, e nominommene più, ma io non mi ricordo se non di Martin Lutero e del duca di Sassonia. La cosa di più momento era che si riducevano a voler confessar che il papa fosse il capo della Chiesa, e tener i sette sacramenti, però con certe limitazioni.....»
In Napoli nel 1536 il Carnesecchi prese usata con Pietro Valdes, l'Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo nel 1541 col vescovo Vittore Soranzo, il Vergerio, Lattanzio Ragnone di Siena seguace dell'Ochino, Luigi Priuli vescovo, Apollonia Merenda, Baldassare Altieri apostato luterano e librajo, Mino Celsi: ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini, Giulia Gonzaga, alla quale raccomandò due eretici. Scrivendo a Protestanti, e' li chiamava fratelli, pii, innocenti, nostri, da Dio eletti: ad essi rimetteva denari; biasimò un signore, che in fin di morte, fece profession di fede cattolica, mentre lodò la finale costanza del Valdes, della cui morte si condolse amaramente con lui Jacobo Bonfadio[432]. La morte di Enrico II attribuiva alle persecuzioni che fece contro i Riformati, e a giusto giudizio di Dio l'incendio degli archivj dell'Inquisizione alla morte di Paolo IV.. Con Melantone[433] e con altri eretici trattò di presenza, e col credito e col denaro osteggiò l'autorità pontifizia e i frati. Singolarmente palesò opinioni eterodosse in una lettera al Flaminio sopra la messa, ma citato a Roma sotto Paolo III nel 1546, seppe farsi assolvere. Di nuovo l'Inquisizione lo processò mentre stava in Francia, ma il favor della regina Caterina valse a salvarlo. Tornato in Italia e piantatosi a Venezia, continuava l'andazzo, onde Paolo IV citollo nel 1557.
Il Carnesecchi avea avuto la fortuna di trovare in Venezia un amico, qual di rado hanno i profughi e gli accusati; e che non solo il confortava, ma toglieva a difenderlo, e tenevalo raccomandato al duca. Quest'era Pero Gelido di Samminiato, ecclesiastico di molta dottrina, stato già segretario al cardinale di Ferrara, poi dal duca messo suo residente a Venezia, ove gli scriveva il 25 novembre:
«Del travaglio ch'è stato mosso dalla Inquisizione di Roma a monsignor Carnesecchi ci dispiace assai, perchè, amandolo come facciamo, li desidereremmo piuttosto augumento di onori e di comodi che novità di molestie. Confidiamo nondimeno che egli colla innocenza sua facilmente remedierà a tutto, e con la prudenza saperà pigliare quelli espedienti che saranno più opportuni per la sicurezza sua. È ben vero che il proceder della detta Inquisizione è molto rigoroso, e non basta molte volte esser netto, come voi sapete, e come crediamo ch'egli sia».
E al 14 aprile 1558:
«Per il negozio del nostro monsignor Carnesecchi abbiamo scritto caldissimamente al cardinal Caraffa e all'ambasciador nostro, conforme a quella intenzione che s'è possuta comprendere dalle lettere sue e vostre: e perchè intendevamo che aveva fatto elezione della persona di Filippo Del Migliore che andasse a Roma per attendere alla istanza di questa causa, ce ne siamo contentati molto bene, e di tal nostra soddisfazione glien'abbiamo dato avviso col fargli lettere ancora al nostro ambasciadore perchè l'accompagni di tutti quelli ajuti e favori che gli bisogneranno. Vedremo qual effetto avrà questa espedizione, alla quale non mancheremo di venir aggiungendo di mano in mano tutto quel caldo che si ricercherà, secondo che saremo avvertiti; e che potrà portar la fede e voto mio presso sua santità et a quelli signori, come molto ben merita il detto monsignore da noi, e ci detta l'affezione che gli portiamo con la ferma credenza che teniamo dell'innocenza sua».
Il Gelido, ai 9 giugno del 58, scriveva al ducale segretario Bibiena:
«Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato si può dir da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico; e certo non per benefizj che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè l'ho sempre conosciuto uomo da bene e bonissimo, e se mai l'ebbi per tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possano accadere a un uomo, poichè si perde la robba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui, e lo governa, lo consola e lo fortifica: che altrimenti non potrebbe tollerar questo colpo mortalissimo con tanta costanza d'animo e quasi con ilarità, come con effetto la tollera. S'è ritirato in una casa, che fa conto la gli sia un'onesta carcere: conversa co' suoi libri e co' suoi pensieri per la maggior parte divini, e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversar con gli angeli, e così verrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio, di quello che dal suo trasse Boezio, o qualsivoglia altro animo di filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana».
E gliene riparla spesso; e il 5 agosto 1559:
«Non potrebbe la s. v. credere, nè io facilmente saprei dire la gran consolazione che piglia monsignor Carnesecchi leggendo quello che la mi scrive di lui, e gli pare in questa sua persecuzione aver pur fatto questo guadagno, d'avere cioè scoperto d'esser amato più che non sapeva da molti buoni, e particolarmente da lei, ecc.».
E il 19:
«Come ho scritto altre volte, monsignor Carnesecchi legge sempre tutto quello che la molto reverenda s. v. mi scrive nel suo particolare, e con tanta sua satisfazione e contentezza, che io non basto per esprimerle. E certo si ha ragione, perchè quello mostra in questa sua fortuna un animo veramente amico e da vero uomo da bene, e so ben bene che la sa che si stima più una dragma d'uffizio in certi tempi, che in altri le migliaja delle libbre. So ben io quanto il suddetto monsignor le resta obbligato, e quanto innamorato di questa sua affezione in questi tempi. Egli mal volentieri si contiene di scrivergli, però giudica di far meglio così: la lassa passar rimettendosi a me, sebbene non possa dir tanto che lo satisfaccia. E in questo proposito io voglio far intender alla s. v. un bel caso, stato narrato a me pur jeri da un cappellano del cardinal Trivulzio, che pur ora è tornato in Francia, et è mio amicissimo. Costui, venendo meco a ragionar di monsignor Carnesecchi, e dolendosi de' suoi travagli, mi disse: tu non hai forse più inteso quello ti dirò adesso. Tu ti dei ricordare che tre anni fa predicò in San Prpl (?) un frate di san Agostino, chiamato il Montalcino. Costui pose tant'odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera, e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlar del duca di Fiorenza manco che onoratamente: e perchè egli era uno de' più arrabbiati senesi, che si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levar la voce e dar del tiranno per la testa, in modo che il Carnesecchi (per quanto m'ha detto pur oggi, domandato da me di questo fatto, che mai non me n'avea parlato) m'ha detto che bisognò che li dicesse a lettere di scatola, che egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò poi più volte a dolersene col cardinal Trivulzio che era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che l'Inquisizione era aperta, e che a monsignor, parlando seco, era scappata di bocca non so che parole sopra un passo di san Agostino, che sentiva dell'eretico, et in somma noi troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione»[434].
Altrove il Gelido si congratulava che una figlia di Filippo Del Migliore sposasse il nipote di Carnesecchi.
Qui ci casca un'altra prova del quanto in Venezia trovasse propizio terreno il seme ereticale, attesa la continua pratica con forestieri d'ogni credenza, il libero costume, le sollecitazioni de' residenti protestanti, i contrasti colla curia romana[435]. Pero Gelido propendeva alle novità; e il duca Cosimo gli scriveva da Roma ai 13 dicembre 1560, in poscritto mettendo di propria mano:
«È comparsa la vostra del 7, piena di tante e sì belle novelle, che ha servito per veglia e passatempo a molti cardinali».
E all'11 luglio 61:
«Farete bene a non scriver a Roma del poco conto che si tenga della religione, massime da cotesta gioventù, perchè offizio più del nunzio che vostro: anzi, in tutto quello che scrivete là andate circospetto, acciò le lettere vostre per qualche particolare che contenessino non andassino a cognizione, con poca satisfazione di quei signori e nostra».
In fatto il Gelido teneva informato il granduca di quanto operavano a Venezia i profughi toscani e lo Strozzi, e suggeriva i mezzi di conservare in soggezione Siena, congratulandosi con Cosimo che l'avesse annessa al suo dominio, e così preparasse un regno forte, persuadendosi che a breve andare lo saluterebbe re di Toscana.
Esso Gelido abbandonò poi Venezia per andare a Ginevra, e a Paolo Geri, scultore fiorentino accasato in Venezia, scriveva d'essere stato molto ben accolto a Lione, ove il governatore vuol che intervenga nel consiglio di quella villa: «Or non più io spero che ci rivedremo in Italia, poichè l'Evangelio mette ogni dì le penne per far un volo fin costà, e bisognerà che quegli arcivescovi e quegli altri grassi et unti mutino vita, come si fa e più si farà in questo regno».
Questo all'ultimo ottobre 1562: poi al 24 marzo vegnente da Ginevra scrive «al Duca di Firenze in manu propria»:
«... Arrivai fino a Parigi, dove mi fermai, e per ordine di Madama (Renata) di Ferrara consultai co' ministri delle Chiese riformate tutto quello che doveva fare. Intanto si seppe alla Corte il mio arrivo e disegno. Onde alcuni nostri cervelli fiorentini, che ordinariamente si tengono alla Corte, cominciarono subito a dire che io non era partito d'Italia per causa dell'Evangelo, ma per servire in Corte per spia dell'altezza vostra e del re Filippo, e non solo ne parlarono tra loro, ma lo persuasero al conte Tornon et al re di Navarra, e come piacque a Dio protettor degli innocenti, un Fiorentino amicissimo mio, e che mi è molto obbligato, mi scrisse che io non andassi altrimenti alla Corte fin che esso non mi parlava, e venne in Parigi dopo due dì, e mi rivelò tutto il mistero, onde ai ministri non parve ch'io dovessi altrimenti andar alla Corte, non considerando tanto il pericolo che io potessi portare, quanto il disonore che ridondava alla causa di Dio, poichè sarebbe stato stimato che io fossi partito d'Italia non per servir a Dio, ma per servir a principi et in un modo sì brutto. La qual considerazione causò che non mi fermai anco appresso Madama di Ferrara, ma a di lungo, dopo aver parlato con lei e contra sua voglia, me ne venni a Ginevra, dove, sebbene ho a mendicar il cibo, vivo contentissimo poichè ci abbonda tanto pane e tanto cibo spirituale, che è il cibo che non perisce mai. È ben vero che, se la regina si condurrà col re e coi fratelli del re in Orleans per levarli dalla rabbia del re di Navarra, de' cardinali, del connestabile e del marchese Sant'Andrea, che hanno cominciato insieme con monsignor di Ghisa a far il consiglio a parte, ecc. La suddetta Madama di Ferrara disegna che io vada a lei in Orliens dove si giudica che sarà il principe di Condè, monsignor Momorensì, l'ammiraglio, monsignor d'Andalon, il cardinal di Cittiglion, tutti fratelli, e tutti protettori e difensori della purità della dottrina di Gesù Cristo. Perchè si vede in piedi una grandissima divisione, e conseguentemente una guerra civile et intestina in questo regno, se Dio non ci mette la mano. Io non farò se non quanto sarò consigliato da questa Chiesa, colla quale mi sono incorporato».
Partecipate varie notizie, fa augurj che a Dio piaccia conservarlo nella sua grandezza, «e sopratutto darle vera cognizione della verità, acciocchè la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambizione ed ogni interesse, voglia una volta che si vegga e si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregar un Concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona, e che davvero si riformasse la Chiesa, onde ne nascerebbe a lui gloria immortale appo gli uomini, e ne risulterebbe la salute sua eterna appresso Dio. Et in ogni modo a questo si verrà contra la voglia et potenza sua et di tutti i principi, perchè, come disse Gamaliel, la cosa viene da Dio et non dissolvetur»[436].
Parrebbe da qui che il duca fosse abbastanza connivente cogli eretici: fatto sta che non ommise opera per richiamar il Gelido, il quale, benchè già ascrittosi alla Chiesa di Ginevra, tornò in Italia e a Firenze, e ottenne una pensione dal papa.
Paolo IV avea scomunicato il Carnesecchi in contumacia; Pio IV aveva ottenuto dal granduca d'averlo a Roma, ove però nel 1561 sì ben si difese, valendosi principalmente dell'esser bruciate molte carte alla morte di Paolo IV, che ottenne sentenza assolutoria, riconosciuto buon cattolico e obbediente alla Chiesa. Ma venuto papa l'austero Pio V, questi pensò che all'estirpazione dell'eresia convenisse il tor di mezzo chi n'era principale sostenitore[437]. Pertanto al duca Cosmo scrisse in latino, di proprio pugno, ai 20 giugno 1566: «Per cosa che sommamente rilieva all'ossequio della divina maestà e alla cattolica religione, mandiamo con questa nostra il maestro del sacro palazzo: e se non fossero stemperati i calori, talmente ci preme quest'affare, che n'avremmo incaricato il cardinal Paceco. Abbiate ad esso maestro egual credenza come a noi stessi. Così Dio conservi voi, col figlio e colla nuora, e benedica i cardinali, come noi di cuore vi diamo l'apostolica benedizione».
Fosse debolezza o proposito d'ingrazianirsi il papa, fosse fiducia di vedere il Carnesecchi sguizzarne ancora, Cosimo, che ricevette la lettera mentre l'aveva seco a pranzo, il consegnò, dicendo che, se, per l'egual titolo, Pio gli avesse chiesto suo figliuolo, glielo darebbe incatenato. Il papa ne lo fece ringraziare caldamente, aggiungendo che «se gli altri principi cristiani in questa parte gli somigliassero e l'imitassero, le cose della religione andrebbero con più prospero corso, maggiore ossequio a Dio, e quindi più felice benefizio di tutta la cristianità»[438].
Le eresie di che era imputato il Carnesecchi sono le seguenti: La giustificazione per la sola fede; le opere non son necessarie alla salute, che viene acquistata colla fede; l'uom giustificato però le fa ogni qualvolta glie ne vien occasione, ma non servono alla vita eterna; bensì dopo la resurrezione universale otterranno maggior grado di gloria. Per natura abbiam il libero arbitrio soltanto pel male: e avanti la Grazia, pel solo peccato. È impossibile osservare i precetti del decalogo, massime i due primi e l'ultimo, senza efficacissima grazia di Dio, e grand'abbondanza di fede e speranza, concessa solo a pochissimi. Non si creda se non alla parola di Dio, tramandata nelle Scritture. Nessun testimonio si trova delle indulgenze nella Scrittura; e valgono solo pei vivi, cioè in quanto alle imposte penitenze. Non tutti i Concilj generali furono congregati nello Spirito Santo: e non ben accertava se dovessero essere convocati dall'imperatore, dal papa o da altri. Esitava sul numero de' sacramenti. La confessione non riteneva d'obbligo, bensì di consolazione. Molto dubitò del Purgatorio, e stimava apocrifo il II libro de' Macabei dove si dice santo e salutare il suffragio pe' morti. Nell'Eucaristia credette rimanga la sostanza del pane, in modo che vi sia presente il corpo di Cristo, ma senza transustanziazione: opinione di Lutero, donde qualche volta piegò a quella di Calvino. Gioverebbe comunicar sotto le due specie anche ai laici. Il sacrifizio della messa non esser propiziatorio, se non in quanto eccita la memoria della passione di Cristo, e in conseguenza la fede, per la quale s'impetra la remissione de' peccati. Il papa è il primo de' vescovi per certa eccellenza, non per autorità; è vescovo di Roma, nè ha podestà sull'altre chiese se non in quanto il mondo gliela deferisce per riguardo a Roma; e fu usurpazione l'autorità che si arrogarono i pontefici, massime quella di conceder indulgenze. Riprovava alcuni Ordini monastici, come oziosi, e gli Ordini mendicanti come sottraggano il pane ai poveri; approvava lo zelo di quei che faticavano per la vigna del Signore, ma lo credeva non secondo la scienza, perchè nelle prediche troppo raccomandavano le opere. Giudicava spediente che ai preti si desse moglie. I religiosi non dover nè potere stringersi a voto di castità, perchè questa è dono di Dio, nè può prometterla se non chi sia sicuro d'averlo ottenuto: altrettanto dicasi delle monache. Riprovò i pellegrinaggi: poter ciascuno mangiar quello che gli piaccia, nè esser peccato trasgredir il digiuno; nè il tener libri proibiti. Cristo essendo unico mediatore fra Dio e gli uomini, è superflua l'invocazione de' santi.
«Desti alloggio, ricetto, fomento e denari a molti apostati ed eretici che per conto d'eresia se ne fuggivano in paese d'eretici oltramontani[439], e raccomandasti per lettera a una principessa d'Italia (Giulia Gonzaga) duoi apostati eretici con tanto affetto come se fossero stati duoi apostoli, mandati a predicar la fede ai Turchi, come tu confessi: i quali apostati, nel dominio di quella signora volevano aprire scuola con intenzione di far imparare dai loro teneri scolaretti alcuni catechismi eretici: i quali poi scoperti, furono mandati prigioni a questo Santo Uffizio.....
«Fosti consapevole d'una provvisione di cento scudi l'anno che da una perversa umilissima tua, inquisita ed infamata d'eresia, si mandava a donna Isabella Brisegna eretica, fuggitiva a Zurigo, e poi a Chiavenna tra gli eretici.
«Biasimasti ed improbasti, insieme con una persona tua complice, come superflua e scandalosa la confessione della fede cattolica, fatta nell'estremo della sua vita da un gran personaggio[440], nella quale tra le altre cose confessava il papa, e proprio quello che allora sedeva, esser vero vicario di Cristo e successore di san Pietro: lodando molto più il Valdes nel fine della sua vita, che 'l detto personaggio.
«Trattasti di avere in Venezia li pestiferi libri e scritti di detto Valdes da una persona tua complice che li teneva conservati[441], per farne parte di quelli imprimere e pubblicare, non ostante la proibizione fatta da questo Sant'Uffizio, o almeno che fossero occultati e nascosti; insegnando non esser peccato ritener libri proibiti, ma opera indifferente secondo coscienza: offerendoti ancora esserne diligente custode, e affermando esser più peccato quanto all'anima bruciarli che conservarli... e trattasti con quella persona che detti scritti ti fosser mandati in Venezia per via sicura, sì per desiderio di conservarli, come anco per liberar quella persona dal pericolo che le sovrastava tenendoli.
«Hai creduto a tutti gli errori ed eresie contenuti nel libro del Benefizio di Cristo... Nel corso delle difese concedesti che affermativamente avevi tenuto secondo Valdes, sino all'ultime approbazioni e confirmazione del Concilio Tridentino, l'articolo della giustificazione per la fede, della certitudine della Grazia, e contro la necessità e merito delle buone opere. E dichiarando tali articoli intorno la giustificazione, dicesti non saper discernere bene che differenza fosse tra le opinioni di Valdes e la determinazione del Concilio, e non essere ancora risoluto se dovevi condannare o no la dottrina sua in questa parte».
Preso, il Carnesecchi avea mandato avviso che i libri proibiti ch'erano fra' suoi, fossero gettati in un pozzo. Il suo processo, del resto congenere a quel che già recammo del Morone, è curioso per le molte particolarità che se ne raccolgono intorno ad esso Morone, al Polo, al Foscarari, al Priuli, al Geri, al Flaminio, alla Giulia Gonzaga, alla Vittoria Colonna, alla Merenda, ad altri di quella scuola. Il duca Cosimo ne seguiva l'andamento; e il Babbi ambasciador suo a Roma, il 20 giugno del 67 gli scriveva:
«Avantieri, coll'occasione della cavalcata di Milano, scrissi all'eccellenza vostra illustrissima come si doveva jeri alla Minerva condannare alcuni Luterani, come si fece fino a dieci. Fra' quali non fu alcun nobile, se non un Mario Galeotto napolitano, quale abjurò; fu confinato in carcere per cinque anni, e privo in perpetuo, non poter in tutto il tempo di sua vita andar a Napoli. E fra essi fu uno aretino de' Tesini (?), quale ha moglie e figli in Calabria e possessi, e fu condannato al fuoco, e questa medesima mattina se n'è fatta l'esecuzione. Gli altri furono tutti plebei, e persone che non sanno nè leggere nè scrivere, e fra essi sono un aquarolo, e uno che lavorava al torno, che furono confinati in Galia (?) ed alcuni murati in prigione a vita. Mi disse jersera il governatore di Roma che il Carnesecchi porta gran pericolo della vita, sebbene il processo suo non è ancor maturo, e ha un gran bisogno d'ajuto: quando campi la vita, sarà murato in luogo che non si rivedrà mai più, essendosi trovato, fra le scritture sue, minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezione, e dicendo molto male di lui e di tutto il Collegio. Certo è che lui è eretico marcio, e avendo il papa così mala opinione di lui, oltre ai suoi demeriti, certo è che va a pericolo grande della vita, e credo che tutti gli avvisi e favori che gli si facciano siano buttati via, non ammettendo il papa cosa alcuna che gli si proponga in favore e sgravio suo: e presto se ne doverà venire al fine, che Dio l'ajuti, che certo n'ha molto bisogno»[442].
E al 2 luglio 1566:
«Con l'ordinario di Genova scrissi a vostra eccellenza illustrissima, alla quale lassai di dire come sua santità parlò in concistoro che voleva mandar un monitorio penale a tutti i deputati sopra l'Inquisizione per tutta Italia, che volessimo denunziarle tutte quelle persone che avevano sospetto d'eresia, volendo lei medesima riandar ogni cosa, e proveder contro a quei che saranno denunziati. E in tanto venne jer sera appunto da Napoli quel maestro di casa di Violanta da Gonzaga, e si dubita assai che fra lui e monsignor Pier Carnesecchi non ne nominino molti»[443].
In fatto il processo diventava sempre più serio, e a seguitarlo ci è scorta la legazione del Serristori[444]. Il 5 luglio, questi annunzia come il Carnesecchi fosse giunto la notte avanti, e messo nella prigione del Sant'Uffizio; al 9 soggiungeva esser inutile il raccomandarlo. «Io ho ritratto... che non ci è verso alcuno per ora ad ajutarlo: e ciò che le e. v. facessero non gioverìa cosa alcuna, ma sì bene imbratterebbe in gran parte quella candidezza e gran volontà «che con l'opere hanno mostro contro questa pestilenza d'eretici: per il che appresso s. s. sono tenute in concetto de' più cattolici principi che sieno in cristianità».
Un calabrese va a dirgli che monsignor Carnesecchi gli si raccomanda, temendo non si procedesse contro lui a qualche castigo vituperoso, o anche della vita, avendo confessato tutto quel che poteva dire contro di sè, senza far danno ad altri, avendo avuta due volte la tortura. Ciò avea saputo da un barone del regno, uscito dall'Inquisizione. Ma di quei casi poter intendersene poco, essendovi scomuniche gravosissime a chi parlasse di cose attinenti al Sant'Uffizio.
Il Serristori esalta il gran merito de' principi toscani d'averlo subito consegnato, benchè da sì gran tempo buon servitore della casa loro: ma il cardinal Paceco sconsiglia sempre dal pigliarvi interesse finchè non sia pronunziata la sentenza. Si lagna che il Carnesecchi siasi mostrato molto leggero; che questa è la quinta sentenza: «Hannogli trovato grandissima quantità di lettere della signora donna Julia, e hanno intercetto più lettere che scriveva costà della confidenza che aveva nel favore delle e. v. L'aver preso e accettato la difensione credo che l'aggravi molto, e saria stato forse meglio che si fosse umiliato, e avesse confessato e conosciuto l'errore».
I principi ne scrissero al papa, che rispose, se sapessero a che stato trovavansi le cose di lui non l'avrebbero raccomandato, e temeva che n'andasse della vita; non poter usare connivenza, trattandosi di causa famosissima, ed essendo la quarta volta che costui era inquisito e giudicato: al tempo di Pio IV aver esso detto un monte di bugie, eppur n'era stato assolto: e che, se il principe di Toscana fosse a Roma, rimetterebbe volentieri questo giudizio alla coscienza di lui. Avesse in mano un uccisore di dieci uomini, glielo concederebbe, ma sul Carnesecchi non poter nulla, standone il giudizio in man de' signori cardinali: se si avesse riguardo a grado o nobiltà, non si sarebbero fatte tante esecuzioni anche di signori: se poi quella causa andava tanto per le lunghe, la colpa era del Carnesecchi.
E poichè il duca persisteva a raccomandarlo, i cardinali gli esibivano di far esaminare egli stesso il processo; e l'assicuravano si facea tutto il possibile per favor suo[445].
Al 23 e 30 maggio il Serristori già annunzia che «la sola discussione sul Carnesecchi è se deva darsi alla corte secolare sì o no; e della vita sua si sta in timore perchè non ha cervello, e crede leggero il proprio errore: e di donna Giulia parla come fosse una santa».
In fine confesso e convinto, fu esposto sulla piazza della Minerva, dove gli venne letta la sentenza, pronunziata dai cardinali di Trani, di Pisa, Paceco e Gàmbara. La lettura durò due ore, comprendendo pratiche cominciate fin dal 1540, e fu dichiarato meritevole del fuoco, e dato alla curia secolare. Il bargello lo levò dal ginocchiatojo, gli pose una sopravesta a fiamme, e lo menò in una stanza dove fu degradato, indi chiuso in Tordinona.
Moltiplicaronsi suppliche al papa pel perdono, ed egli rispondeva essergli impossibile, se pur non si pentisse. A tal uopo sospese dieci giorni l'esecuzione: i frati furon attorno al condannato per convertirlo, ma egli rispondeva, voler Dio ch'egli morisse, e così voler egli pure, e disputava in sinistro senso fin col Cappuccino che il confortava. Alfine venne decapitato ed arso, senza segno di pentimento, anzi volendo mettersi guanti e biancheria nuova sotto al funesto sanbenito[446].
Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla signoria:
«Fu fatto domenica l'atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, secondo che sua santità nel concistoro precedente li aveva esortati, eccetto il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d'un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale (Morone?) ancora prese licenza dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, pel rispetto della stretta amicizia e conversazion che avea avuta col Carnesecchi, che dovea comparir tra' condannati. Furono i rei diecisette, de' quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che s'ha da far d'un ospital per gli eretici, e tra questi vi sono stati sei gentilomini bolognesi; ma gli altri due sono stati rimessi al foro secolare, e conseguentemente destinati alla morte et al foco. L'uno di loro è da Cividal di Bellun, frate di san Francesco Conventuale, maestro di teologia, condannato come relasso; e l'altro il Carnesecchi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la eresia di Lutero e di Calvino, e d'aver più volte ingannato l'officio della Inquisizione fingendo di pentirsi, ma infatto esser stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d'aver avuto stretta conversazione et intelligenza con eretici e sospetti d'eresia, scrivendo loro spesse volte, et ajutandoli con denari. E tra sospetti d'eresia si è nominato qualcuno che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la Corte del cardinal Polo, non avendo rispetto di nominar alcuno, con intenzion principalmente di far parer che con qualche causa Paolo IV avesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale.
«Così è passato questo atto di inquisizione, sopra ogn'altro che s'abbia fatto notabile. E il Carnesecchi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII, che sopra ogn'altro lo aveva caro e favoriva, fu vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a digradare, e poi menato in Torre di Nona prigione, dove ancora si ritrova per esser quest'altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell'Inquisizione fatta ogni opera per salvargli la vita, ma, come dicono, egli in prigione ancora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avvertir altri suoi complici, ed ha negata ogni verità, ancor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch'egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfazione al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si sapeva che la regina di Francia, riconoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne' suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de' suoi benefizj già riscosse, o che si devono riscuoter fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scudi all'anno, sua santità in gratificazione del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli suoi parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbazie, l'una nel reame di Napoli, e l'altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....
«Mercoledì fu qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciocchè la mattina per tempo fu tagliata in ponte la testa al frate di Cividal e al Carnesecchi, e l'uno e l'altro poi abbruciato. Morì il frate di Cividal assai disposto; ma se il Carnesecchi avesse dimostrato perfetto pentimento, averìa salvata la vita, che tale era la inclinazion del pontefice e dei cardinali della Inquisizione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli eretici, nè alli cattolici. Fu fatto domenica passata l'atto della Inquisizione nella Minerva con la presenza di 72 cardinali: sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco; uno dei quali pentitosi quand'era per essere giustiziato, ebbe grazia della vita: altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Zinetti da Fano, che fu già mandato qua da Venezia, il quale è stato forse vent'anni immerso nelle eresie, ed ha avuto parte in tutte le sette. È stato condannato a prigion perpetua, e gli è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».
L'anno stesso il cardinale di Pisa al 2 agosto lodava il principe di Toscana di quanto apparentemente fu fatto a proposito del Carnesecchi e narra alcune sue deposizioni intorno a' libri proibiti che quegli aveva, come Bibbie di Leon Judæ e di Roberto Stefani, il Testamento Nuovo tradotto da Erasmo, la Medicina animæ, il commento di Pietro Martire sull'epistola ai Romani: il commento di Lutero sopra il Genesi e quello sopra il Deuteronomio[447].
Oltre il Mollio e Pietro Martire, fuggirono da Firenze per religione Bardo Lupetino, Antonio Albizi, Gianleone Nardi, il quale molto scrisse a sostegno delle nuove credenze; frà Michelangelo predicatore, che vedremo apostolare a Soglio nei Grigioni, e stampò un'Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell'essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de' concilj e autorità loro ecc.
Lodovico Domenichi, prete e noto letterato di mestiere, si credette avesse tradotto e stampato a Firenze colla data di Basilea la Nicomediana di Calvino[448], e fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere, ma ne ottenne remissione per interposto di monsignor Paolo Giovio. Lo Zilioli, che lasciò manuscritte certe vite di letterati poco benevole, dopo parlato dello scriver lascivo del Domenichi soggiunge: «Per quello e per un altro più importante vizio, dell'avere malamente sentito o parlato della fede cristiana, fu una volta dagl'inquisitori di Firenze trattenuto, e con severissimi tormenti esaminato, con tanto rischio della vita che, benchè non confessasse alcuna di quelle cose, delle quali per chiarissimi indizj era convinto, restò nondimeno condannato nelle stinche a perpetue calamità: ancorchè poco dopo, ad istanza di Paolo Giovio ed altri, ottenesse grazia di uscir di carcere, e di trattenersi in un monastero e finalmente l'intera libertà».
Il Tiraboschi crede non sia stato processato dall'Inquisizione, bensì dal duca ad istanza di Carlo V, perchè nella patria Piacenza teneva relazioni con quei che detestavano la usurpazione fattane allora dall'imperatore. Si ha del 1553 una medaglia, coniata del valente Domenico Poggi a onor del Domenichi, il cui rovescio rappresenta un vaso di fiori, colpito, non bruciato da fulmine, colla legenda ΑΝΑΔΙΔΟΔΑΤΑΙ ΚΑΙ ΟΥ ΚΑΙΕΙ: ha colpito e non abbrucia. Il Domenichi, nel Dialogo delle imprese, ne dà una spiegazione che parrebbe alludere ad una persecuzione religiosa, dicendo: «Il vaso sta là per la vita umana, i fiori per le virtù e le grazie che sono doni del Cielo: Dio ha voluto ch'esse fossero fulminate e colpite, ma non abbruciate e distrutte. Voi sapete che vi sono fulmini di tre specie, di cui l'uno, per servirmi delle parole di Plinio, colpisce e non abbrucia: questo è quello che, arrecandomi tutti i flagelli e le tribolazioni per parte di Dio, il quale, siccome dice san Paolo, castiga quelli che ama, mi ha fatto scorgere e riconoscere i benefizj infiniti che mi aveva dispensati, e la mia ingratitudine».
Prete come lui era il suo antagonista Anton Francesco Doni, bizzarrissimo come uomo e come scrittore, e che, tra infiniti libercoli pazzi, scrisse una Dichiarazione sopra il terzo dell'Apocalisse contro gli Eretici. Costui voleva esser emulo dell'Aretino, al quale pareggiavasi Nicolò Franco, fiero dilaniatore di principi, di papi, del Concilio di Trento, finchè Pio V lo condannò alla forca. Egli esclamò: «Questo è poi troppo».
Se qualche mio contemporaneo si ravvisa in questi originali, la colpa non è dello specchio.
Cresciuti i rigori in Toscana, il Torrentino tipografo migrò ne' paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà lasciava prosperare la tipografia. Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d'astrologia, poi apostatò in Francia, indi ravvedutosi, fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, e con una banca guadagnò sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Forse il testamento medesimo era una celia, perocchè sappiamo ch'egli fu testa balzana e libertino. Lo perchè il Possevino non crede guarì alla sua ritrattazione, benchè allo Speculum astrologiæ abbia anteposta una lettera diretta ai vescovi e agl'inquisitori, protestando, Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo ciò che avea scritto contro la Chiesa[449].
Antonio Bruccióli fiorentino, autore di dialoghi sulla filosofia pagana stampati a Venezia li 1537, durando ancora la repubblica fiorentina aveva cominciato a sparlare dei monaci: a che tante religioni e tanti vestimenti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d'affari mondani, ove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati, di modo che trionfano e poltreggiano, invece di lavorare come san Paolo. «Egli era tanto costante e ostinato in questa cosa de' preti e de' frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch'egli rimanere se ne volesse, dicendo, Chi dice il vero non dice male» (Varchi). Stabilitosi il dominio dei Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu tenuto prigione, come partecipe della congiura contro il cardinal Giulio: poi avutone perdono, fu di nuovo imputato d'eresia, onde si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò diverse versioni dal greco e dal latino, e la Bibbia tradotta in lingua toscana (1532). Questa dedicò al re di Francia, e pretende averla vulgarizzata sull'originale, ma facilmente un si convince ch'egli conoscea ben poco d'ebraico, e averla fatta sopra il latino di Sante Pagnini. Inoltre fu trovata riboccante d'eresie; delle quali sovrabbonda anche il prolisso commento che ne stese in sette tomi[450]. Ha un bel confortarlo Pietro Aretino a non badare al chiaccherar de' frati: quell'opera sua non merita che disprezzo. Nel Governo dell'ottimo principe si lagna d'esser caduto in disgrazia del suo principe. E per verità gli avrebbe meritato tutt'altro il suo libro sulla Toscana, la Francia e l'Impero che sta manuscritto nella Magliabecchiana, ove suggerisce centotto modi d'impinguare l'erario, i quali riduconsi a centotto modi di rubare. Inoltre noi trovammo ch'è faceva da spia al duca, riferendogli i fatti de' fuorusciti[451]. Non sembra disertasse dalla Chiesa cattolica; pure fu notato dal Concilio di Trento fra i condannati di prima classe, cioè restandone proibite tutte le opere.
Più tardi il cronista Settimani, al giugno 1626 rammenta Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l'accademia degli Alterati e fu anche console dell'Accademia Fiorentina: mentre serviva al cardinale d'Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare ove liberamente professarle. Ma scoperti, l'amico fu côlto e dato al Sant'Uffizio; l'Albizzi fuggì, e tornò ad Innspruk, poi a Kempen in Svevia; e quando appunto il Sant'Uffizio, mediante cedoloni affissi in quei dintorni, gli iterava la citazione, morì.
Esso cronista Settimanni di tempo in tempo rammemora alcuni puniti per eretici. «Addì 27 giugno 1660 in Santa Croce, fu posto sopra elevato palco Marcello Basini di Pietralunga, d'anni 60, e furongli lette molte eresie e enormità commesse, in presenza forse di 12 mila persone. Egli stette sempre ritto in piedi con un cartello al petto e candela gialla accesa in mano. Sul palco erano da sedici teologi col padre inquisitore, dal quale fu condannato per cinque anni alle galere.
«1671, 6 dicembre fu eretto un palco nella chiesa di Santa Croce, sul quale fu esposto alla vista di tutti, per lo spazio che durò la messa cantata, un giovane con candela gialla in mano e con cartello nel petto che diceva: Per bestemmiatore ereticale».
Un Tosinghi da Anversa fa sapere a Ceccotto Tosinghi d'essersi tolto l'abito monastico, e sposato con una badessa giovane e nobile[452].
Non men attento stava Cosimo alle cose di Francia, e mandò denari e uomini a combattervi la guerra di religione, intorno alla quale preziose notizie son a raccogliere dai carteggi de' suoi residenti; come vi trovammo lettere di Pio V, spiranti uno zelo smoderato; e sulla guerra di Fiandra e gli Ugonotti un carteggio continuato di Chiappino Vitello col principe don Francesco[453]. Anche gli avvisi dell'ambasciador di Toscana alla Corte cesarea riferivansi sopratutto alle dissensioni religiose.
In Firenze di solito metteansi inquisitori più cauti, oltre che alla prudenza erano indotti dalla presenza de' principi. Nelle altre città invece erano a continui contrasti coi ministri, de' quali intaccavano la giurisdizione, e a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chi uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezza di studenti. A Pisa erano consultori del Sant'Uffizio quattro teologi, quattro legisti, quattro canonisti, quattro metafisici. In una lettera di Francesco Spino a Pietro Vettori del novembre 1545 è detto che Simone Porzio nell'Università di Pisa lesse sopra le meteore d'Aristotele, e come finì, molti gridarono Dell'anima, dell'anima, onde di mala voglia trattò quest'argomento, e fallì l'aspettazione. C'è poi una lettera di Paolo Giovio, 20 maggio 1551 a questo Porzio, ove fa un'allusione che si riferirebbe al soggetto nostro, ma che non ben capisco. «Preti riformati si sono scandalizzati, per non dire ammottinati del titolo del vostro libro De mente humana, dicendo che non vuol dire altro in effetto che De libero animæ arbitrio: per il che è restato arenato, e poco mancò che non abbi dato attraverso come le galee del duca Orazio»[454]. Nel 1567 gli studenti di Pisa appiccarono l'effigie di un santo; fattone processo, l'Inquisizione ebbe ad annunziare che un prete côrso spargeva dottrine ereticali, volendo che agli ecclesiastici si desse moglie, e il costoro celibato derivare non dallo Spirito Santo ma dal diavolo[455].
Serbandoci a dir a parte di Siena, anche in altre città di Toscana difondeasi lo spirito anticattolico, e nel 1564 l'Inquisizione di Roma ammoniva il vescovo di Volterra sopra un'accademia erettasi nella piccola città di San Geminiano da dilettanti di poesia, i quali sostenevano che la volontà può esser forzata dall'amore; gente del resto ignara delle dottrine teologiche[456]. In questa città, nel 1484 e 85 avea predicato il Savonarola con gran frutto. Nella vicina città di Colle vedremo tener contagiosa abitazione il Paleario. Il vescovo di Cortona nel 1569 informava il granduca essersi divulgato nella sua città che era proibito tener croci ed immagini, lo perchè molti le ascondevano o distruggevano, e chiedeva i modi di riparare a siffatto delirio[457]. Nel 1567 il prevosto di Lari, in occasione del Corpus Domini recò in processione l'ostensorio senza l'ostia sacra. Peggio fecero i preti e cherici del Duomo di Pisa, nella messa valendosi d'orina invece del vino; del che abbiam il processo, come altri contro violatori dei conventi[458].
Dipoi gravi disturbi recò la pubblicazione della bolla in Cœna Domini, ridotta all'ultima sua forma, sul qual proposito corsero lunghissimi carteggi.
Già nel 53 erasi pubblicato in Toscana l'editto della romana Inquisizione contro i libri degli Ebrei, e nominatamente il Talmud. Nel 1558 Paolo IV mettea fuori l'Indice dei libri proibiti, dove inchiudeva non solo gli ereticali, ma quelli tutti scritti da eretici, o stampati da chi n'avesse stampato di eretici, obbligando i fedeli a portarli al Sant'Uffizio. Livio Torello, famoso giuridico, scriveva al Concino segretario del duca, esser troppo indiscreta questa legge, che colpiva i migliori libri, per esempio tutti i classici stampati oltremonte, e recherebbe il danno di centomila ducati alla sola città di Firenze; e consigliava di non attenervisi, come fecero e Milano e Venezia[459]. In fatto il duca ordinò non tenesse il divieto se non per libri concernenti religione, magia, astrologia giudiziaria, sospendendo l'esecuzione per gli altri: e massimamente impedì che i frati di San Marco bruciassero i libri riprovati che teneano nella loro biblioteca. Dopo lungo carteggio, l'Indice venne modificato dal Pasquali, ed allora il 3 marzo 1559 una quantità di libri fu mandata in fiamme sulle piazze di Santa Croce e di San Giovanni[460].
Eppure l'ottobre 1570, l'inquisitore scriveva al granduca come fosse smisurato il numero de' libri proibiti che vendeansi a Firenze, e domandava di poter ordinare; 1º che i libraj fra quindici giorni diano la nota di tutti i loro libri, nè abbiano a vendere che i catalogati; 2º nulla si stampi senza licenza dell'inquisitore; 3º non possano acquistarsi libri di morti, non visti dal Sant'Uffizio; proponendo multe pei trasgressori. Il segretario Torelli rispondeva esser inammissibile il 1º e il 3º punto, pel gran danno che ne ridonderebbe ai mercanti; il 2º già praticavasi; del resto i libraj avevano rimostrato come l'arte loro fosse già in tal decadenza, che per fattorini e garzoni di bottega non poteano omai trovar altro che figliuoli di birri[461].
Non vogliamo qui preterire come assai tardi sopravvivesse la venerazione verso il Savonarola; e al 20 agosto 1593 l'arcivescovo di Firenze[462], ambasciatore a Roma, scriveva al granduca che «per l'ostinazione de' frati di San Marco, la memoria di frà Girolamo Savonarola, che era dieci o dodici anni fa estinta, risorge, pullula, ed è più in fiore che mai stata sia: si seminano le sue pazzie tra i frati e le monache, tra i secolari, e nella gioventù: fanno cose prosuntuosissime; occultamente gli fanno l'offizio come a martire, conservano le sue reliquie come se santo fusse, insino a quello stilo dove fu appiccato, i ferri che lo sostennero, li abiti, i cappucci, le ossa che avanzarono al fuoco, le ceneri, il cilicio: conservano vino benedetto da lui, lo danno alli infermi, ne contano miracoli: le sue immagini fanno in bronzo, in oro, in cammei, in stampa, e quello che è peggio, vi fanno inscrizioni di martire, profeta, vergine e dottore. Io mi sono per l'addietro, per l'offizio mio, attraversato a molte di queste cose, ho fatto rompere le stampe. Un frà Bernardo da Castiglione, che n'era stato autore e le aveva fatte fare, lo feci levare di San Marco, e fu messo in Viterbo, dove si è morto: ho impedito che la sua immagine non sia dipinta nel chiostro di Santa Maria Novella in fra i santi dell'Ordine; il sommario della sua vita e miracoli ho fatto che non sia stampato: ho messo paura ai frati, gli ho fatti riprendere e ammonire, e penitenziare dai loro superiori, e a tutto questo mi favorì a spada tratta il cardinale Justiniano s. m., il qual conosceva l'importanza della cosa.....
«Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di frà Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano, come fanno di presente; il primo è, che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinion del clero secolare e de' prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'altra, che tocca a vostra altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'altezza vostra concepono un certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in offizio. Ed io mi ricordo che Pandolfo Pucci, una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di frà Girolamo con mia grandissima meraviglia: so che leggeva le sue opere con quelli altri congiurati... I suoi devoti son sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlar del principe, parlano dei suoi ministri et ordini; si fanno delle conventicole per le case: quando io lo so che sieno con pretesto di religione li proibisco, ma io di questo non posso essere molto informato».
E segue esortando a vigilar e punire.
Le cronache di San Marco riferiscono che in Firenze frà Ghislieri fece processo contro un grande ecclesiastico che tentava d'opporglisi, ma non sappiamo chi fosse[463].
Nell'archivio di Stato[464] troviamo memoria di Pandolfo Ricasoli, uomo di bontà singolare, che fe venir da Lione, nel 1636, de' libri di eretici col titolo di confutarli, e perciò ebbe brighe col Sant'Uffizio. Non va confuso con altro Pandolfo Ricasoli, di cui diremo a luogo e tempo.
A noi non parve nojoso il ripescare qua e là notizie relative all'Inquisizione in Toscana, per chiarire quanto tardi si arrivò a voler ottenere dalle coscienze spontaneamente fedeli un omaggio più prezioso, una sommessione più meritoria; a comprendere quanta dignità dia alla fede la libertà.