Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano sua ambizione.
I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento, sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj, eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto, e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne l'exequatur: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani[202]. Un Gesuita raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità? la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in soccorrere il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la Signoria lo sbandisce.
Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i papalisti, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma; proibì di ricevere o pubblicare la bolla in Cœna Domini.
Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].
Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni ecclesiastici[204].
Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].
Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra gente[206].
Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.
Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e mortificar la presunzione de' governi secolari, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta, con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.
Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».
Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».
Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli ne' loro collegi.
Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo, essa lo disapprovò.
Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio, presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella Vita di Sisto V scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandalosi».
Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.
La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa. L'autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».
La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica, disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i Cattolici.
Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, ove propone tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?
E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.
L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo, sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri; opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi, trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni; nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati: insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione».
Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti, scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu appiccato ed arso.
Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay.
Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: «Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».
Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; Antonio Querini, autore dell'Avviso pernicioso; l'erudito Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar più oltre».
Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale, avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola. Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro.
Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato la versione della Storia del Concilio di Trento di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva: Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia, per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».
Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il Mistero d'iniquità e la Istituzione, uso e dottrina del santissimo sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali gradi la messa s'è introdotta in sua vece (La Rochelle 1598), opera dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà. Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles; tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant. Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj: s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l'effetto de' loro desiderj.
Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione, nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto, e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione cristiana e desiderio di riconciliarsi.
Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement contrepesé par la lenteur du père Paul. E altrove confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».
Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua, azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta, perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse, ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in defæcando lectorum judicio[218].
Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot, canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di Trento e sulle libertà gallicane; Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo, illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris uti possemus![219].
Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[220].
Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.
Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de' suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico. Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio.
Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme; l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e «Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni, perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di vedere compiuta la sua opera[227].
Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove conoscerebbe magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].
Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de' sette teologi veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa[232].
E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»[233].
Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito: e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere de' Veneziani[234].
Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti: non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica: procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate, eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».
Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di Monita secreta, l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia[236].
A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239]. Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato. Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava meretrix, bestia babylonica e simili titoli.
Ben a questa recò un colpo micidiale colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte antepone, non dessero sufficientemente a conoscere l'Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».
Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou, Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma: ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi; anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in valigia da Roma a Trento.
Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.
Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con ragioni che ne crescono la forza.
In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione e agl'interessi politici del suo paese.
Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de' papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione dell'iniziato restauramento religioso.
Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto, contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole, vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.
Ivi compilò due volumi de Republica Christiana. La repubblica ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de' vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli: democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di tutti i credenti.
Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi, non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria, d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da quello de' laici.
Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne riprovarono gli scritti.
Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno, la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia, abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo, onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].
Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di frà Paolo Sarpi col titolo: Istoria del Concilio Tridentino di Pietro Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del papato e della Chiesa si trattasse. La dedicava a Giacomo re della Gran Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi». Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de' papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.
Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:
«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la illumini, mi dichiaro ecc.».
Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana, non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.
Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso: chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la fede.
Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica. Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».
L'anno dopo che la Storia del Concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del 1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».
Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio. Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse: «Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna, e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de' Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui Gesuiti, capri emissarj[251].
A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi, appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga trecensessantuno errori di fatto del Sarpi, oltre infiniti altri (dic'egli) confutati di transenna.
Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro, ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le opinioni del nemico.
Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia, colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva: elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale. Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore alla naturalezza.
Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[252].
Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare, almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento; conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e frate.
Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253]. Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo, uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254]. Ufficio deplorabile!