Il Foscarini, condannato a morte pel noto sbaglio, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che, «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s'è reso indegno della gratia del prencipe nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente». Un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!
223. Lettera XLIV al signor Dell'Isola.
224. Lettera LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X, 386, 390, 443, 456, 516; e Courayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della Storia del Concilio di Trento, pag. 66.
225. Lettera LI, 12 ottobre 1610. Anche pochi giorni prima dell'uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes, nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Op. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l'amava «per la fermezza nella sua religione». Di Giacomo I scrive: «Se il re d'Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio». Lettera LXXXVIII.
226. Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. Di tutto ciò più distesamente vedasi nella Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi, scritta da M. Giusto Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l'editore arciprete Ferrario l'annunzia così: «Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione, che abbi fedeltà ed attaccamento ai Governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand'impostore, palesa un grand'empio, ecc.»
227. Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X, 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».
228. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.
Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos, quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607. Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell'ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentile: O viros! o exactam earum rerum cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d'aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.
229. Mémoires de Sully, tom. III, pag. 27.
230. «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti, ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a quanto dicevasi, di crepacuore». Esposiz. di Roma nell'Arch. de' Frari.
231. Il Romanin, nella Storia documentata di Venezia, tom. VII, p. 44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè, se perdono il corpo, salvano l'anima».
È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di mansuetudine; e che nella sua Parenesis ad R. P. Monetam conchiude: «La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato. Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete; di protesta se lo ricusate».
Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce, sono: Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in Christo.
Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto dedurre quella strana asserzione!
232. Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.
Una buona Historia dell'Escomunica fu fatta e non stampata dal senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti. Eccone alcuni:
II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza, è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali dello Stato.
III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati contrarj sotto titolo di zelo religioso.
IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che il non aver buona intelligenza col pontefice.
VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè, oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore dei suoi regni, ecc.
VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.
233. Bossuet, se pur è sua la Difesa della Dichiarazione del clero gallicano, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa, adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj senza ledere la religione.
Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo, dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto, indebito, nulloque juris ordine servato, e perciò nullo; non mai perchè il papa non n'avesse diritto.
Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti, il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V volle obbligarlo a ritrattarle.
Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie alla Chiesa, dovette entrare nei più.
Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra insubordinatezza.
Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.
234. Morosini, Storia, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto, delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.
235. Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.
236. I Monita secreta si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611; certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella Monarchia solipsorum, che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i Monita secreta: eppure nel capo X tratta delle Leges solipsorum, e dice queste in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad universam monarchiam spectantia, tum monarcarum (cioè i prevosti generali) singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub generibus sunt singularum. E ne riconosce come fondamenti, 1º il venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.
237. Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».
Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».
Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra coscienza».
«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».
Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha parte in quella morte».
«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d'Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l'ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di aver il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all'esazione: e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono pei confini».
238. Lettera LXIX dell'edizione Lemonnier, ma non mi sa di genuina.
239. Ibid. Lettera CXXVIII.
L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.
Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.
Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).
In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:
«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».
240. Trajano Boccalini da Roma scriveva a frà Paolo che era tenuto in conto di Lutero o Calvino; e le sue opere v'erano cercate dagli zelanti per darle al fuoco, mentre gli altri ne faceano ricerca colla lanterna di Diogene. Gregorio Leti, Bilancia politica, Lett. XVII.
Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit, aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani. T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella Histoire des variations: «Sous un froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».
Il Courayer dice che, come Erasmo, era catholique en gros et protestant en détail.
Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo Primato stabilisce che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo, più applicato al risorgimento, e nei tentativi sconsigliati e spesso colpevoli di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli, come nell'eroico sogno di Dante, e nella folla di scrittori che tanto nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son principali. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.
241. Abbiamo Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari di Giusto Nave. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, e stampate a Lucca; come pure Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc. Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso giansenistico.
Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità. Venezia 1785, due volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro Della Malignità storica.
Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa all'edizione delle Scelte lettere inedite del Sarpi (Capolago 1847), repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla 112) di queste Lettere inedite contengono contro i Gesuiti più infamie e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo, quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.
242. È la definizione del Bellarmino, De romano pontifice, I, 3, e vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.
243. De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib. II, c. 1, n. 9.
244. Per la bizzarria del titolo menzioneremo Daniel Lohetus, Sorex primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in muscipula captus.
245. M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia consilium exponit. Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta delle ritrattazioni col titolo Theotimi Eupistini, De doctis catholicis viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791.
246. È anche indicata col titolo Papatus romanus, liber de origine, progressu atque extinctione ipsius.
Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella Storia dell'Inquisizione.
Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno, cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto potè. Alfine scoperto, fu impiccato. Nicius Erytraeus, Pinacoth, I, p. 200.
Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617, dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantuaria (Cantorbery), dove gli viene proveduto quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto, perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» La nunziatura di Francia del cardinale Guido Bentivoglio ecc. Firenze 1863.
E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la regina parlò a lui medesimo».
E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».
Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà cristianissima».
Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè l'eresia aperta».
Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il guardasigilli perchè i libri De Republica Ecclesiastica non fossero posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».
Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio, il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».
Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di fare una severa censura d'esso libro.
L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita «l'opera De Republica Ecclesiastica, che il già arcivescovo di Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora, essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».
Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una predica italiana fatta dal De Dominis nella cappella delli Mercieri in Londra, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro italiano di esso, che dev'essere Gli scogli del cristiano naufragio.
Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della Chiesa.
247. Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà protestante». Amsterdam 1751.
248. Bolla Benedictus Deus, 7 kal. febbr. 1563.
249. Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio, è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo... Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di Propaganda fide soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di Propaganda fide, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti, che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag. 281).
250. Lettera CIC dell'edizione di Firenze.
251. Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel Venitian Calendar, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino figlio di Paolo.
252. Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». Tapparelli, Saggio teoretico di diritto naturale, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai papi non si deve se non la verità.
253. Vita di Alessandro VII.
254. Quinet, Les révolutions d'Italie.
255. Questi non era già da Saluzzo; ma nacque il 1504 a Puntvilla in val di Monastero.
256. Sono la XIV e la LIII delle Epistolæ ab ecclesiæ helveticæ reformatoribus, vel ad eos scriptæ; Centuria 1 ex autographis recensuit ac edidit Johannes Conradus Freslinus. Zurigo 1742.
257. A Vicosoprano, dopo il Maturo, troviamo registrati come parroci Giulio da Milano, Aurelio Sittarca già domenicano, Giambattista di Teglio, Tommaso Casella genovese, Lorenzo Martinengo dalmata, Francesco Trana, Martin Poncera, Alberto Martinengo verso il 1600. È notevole che gli storici della Valtellina trasvolarono queste origini del protestantismo nel loro paese: parmi che il Lavezzari non nomini tampoco il Vergerio.
258. Su Giulio da Milano vedasi Schoelhorn, Ergötzlichkeiten, Stück 5.
Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte nella Storia della diocesi di Como, e nel Sacro macello di Valtellina. Opera capitale in proposito è la Historia Reformationis ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam impressis, sine partium studio deducta.... a Petro Dominico Rosio de Porta, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela dalla dedica — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis — venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis — historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat. E nella lettera seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».
Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati, divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.
Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime dov'io scrivo.
259. Del Muzio abbiamo parlato a lungo. Egli scrive che «legge alcuna nè di patria, nè di principe, nè interesse di avere e di vita all'onore non debbe esser anteposta», Risposta III.
Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel 1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura; e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica, occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante; incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato. Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni; gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano con quell'abito qualche fortuna.
«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de' Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e breviarj».
Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella Delle commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei magnifici Grisoni, 1553.
Stampò pure Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill. principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito, munusculum, 1554. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di Giovanni Valdes.
260. L'attesta in una lettera da Zurigo, 4 giugno 1558 a Federico Salis, lagnandosi che altrimenti gli avesser fatto dire i fratelli di Lelio Soccino. Vedi De Porta, P. II, pag. 392.
261. In altra lettera spiega che costui era Pietro da Casalmaggiore. Mus. Helv., Parte XIX, pag. 489.
262. Diamone un saggio: