DISCORSO XLVII. I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo. Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò preminenza Coira, il cui nome (Curia) indica come originasse da un tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido, signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono, e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia. Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà, viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette, donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero, costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano, uniti però in tre leghe; la Caddea (Ca-de-Dio), la Grigia, le Dieci Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni. L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in qualche luogo piantano lo Straffgericht, tribunale straordinario, che giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (En-co-de-Inn), valle dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina, verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina, principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel dialetto della Bassa Engaddina il Pater, il Credo, il decalogo; Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio; Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario. Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione, verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel 1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio, lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno, s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi, asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de' Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521, sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de' terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile 1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al 47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi, l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella, Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio, indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano, poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio, Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco, appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno, che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso; onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro, che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta, loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col decoro conveniente predicar il Vangelo.

«In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che, ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».

A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere, opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un Trattato dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena (1551, 18 pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di Cristo».

Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina, affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'Anatomia della messa, che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del centuplo di quei che sogliano (Bayle).

I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe, in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno. E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie: nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse l'Ave Maria, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse Hoc est corpus meum, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li contraddicesse.

Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo, e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.

Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato, e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze: finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.

Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.

Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e dell'anticristo, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.

Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio, Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione; poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato dall'Ochino.

Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico, scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.

«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi: io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico. Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore! Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.

«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per me».

Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del Credo, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali deviava[262]; scrisse anche Errori, inezie, scandali di Agostino Mainardi dal 1535 e dopo, ove lo accusava di cenventicinque errori. In altre scritture ribatte le credenze luterane.

In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri, combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici, poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in ognuna si reciterà il pater, il simbolo, i dieci comandamenti. Il battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito; nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol facciano riammettere.

Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica, questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo, domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina, ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».

I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che parteggiavano pel Gaddi.

Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico. Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse cedersi agli Evangelici.

Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece, eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj? Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio universale dei Valtellinesi.

Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.

Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella scuola.

Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli, tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj trovavano di che rimproverarlo».

Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di Piuro.

Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.

In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come quelle di Lutero (3 giugno 1575).

Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.

Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime: chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna, onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.

Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo vi oppose una Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis hæreticis ex verbo Dei disputatur. Alessandro Citolino, profugo dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:

Fortia signa simul connectunt armipotentes

Tergeminos populos sociali fœdere junctos

Solamen profugis. Felices vivite semper.

Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes:

Este procul vulpes: dura catena vale.

Eglino gli replicò:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes

Sed grave servitium prodit ab hæreticis

Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:

Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:

allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di quelle persecuzioni.

Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio, denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino, un Sadoleto, omnes perversi homines (dice il processo verbale) circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese, e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura. In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti, le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo, ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa. L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna, nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito, affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche al commissario acciocchè lo sforzi a confessar la verità, manifestare le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga forzato a dir la verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema, e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o dicono altri precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna, dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi. A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie, per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione: ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser affare dell'Inquisizione; sporgevansi querele alla dieta, e questa era compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora, l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino, l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra' Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo. Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis, si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj, ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma; e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte: l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici, invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli, trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle; poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi, e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo feci, con facoltà del vescovo di Como».

Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de' Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono un tribunale speciale (Straffgericht) di giudici scelti dalle comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273] fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de' Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie, quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi. Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni, fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro, poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la val San Giacomo, per la quale si passa a Coira, sempre fra cattolici. Il contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici; ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo; e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe due belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa, e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso, e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso; senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici, anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni, favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici; capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento; essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi, poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte; processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento, e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate, convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello, tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano, per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277], ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione, impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa. Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que' montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda: fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi, «Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520 al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi; il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo, che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in Albosaggia.