Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro il popol misto d'Asia e di Libia per arrestare gli spaventosi progressi dell'islamismo. Il celebrare quel glorioso acquisto aveva anche un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia, metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana libertà.
Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli, segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la corona di stelle immortali.
Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò sempre l'intelletto ai teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la sventura lo saldasse nella fede.
Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli, ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio, chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentir nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».
Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.
Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da Gerusalemme Liberata in Gerusalemme Conquistata. Tra molt'altre novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato, per cui il papa era arbitro delle corone:
ei solo il re può dare al regno
E il regno al re, domi i tiranni e i mostri
E placargli del cielo il grave sdegno[309].
Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la Gerusalemme Conquistata fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».
Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.
— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole. Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —
Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.
Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato; l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'Organon. Ma mentre Bacone pretendeva dare un organo, un metodo per fare invenzioni, e nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito, da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.
Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero, delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che condussero Newton a riconoscere la legge universale della gravitazione[312].
Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della scienza dell'equilibrio. I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua gloria[313].
Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti, sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co' dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di serio esame.
Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte le usategli da suoi connazionali?
Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu diresti: or dunque come può stare colaggiù? Dicoti: perchè a quel che fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra, come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.
Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a sostenere quod alius mundus et alii homines sub terra sint[315]: il fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.
Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le Rivoluzioni degli orbi celesti, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi? al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato quod cœlum stet, terra autem moveatur.
Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa l'opera greca di Alessandro Afrodiseo Del senso e del sensibile, bel codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece annotazione di questo accidente[317].
Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi, enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a provare il sistema mondiale.
Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso, molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo, e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e confessare i meriti d'un contemporaneo.
E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632, sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di materie impurissime». Altri filosofi in libris, come Galileo li chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588, quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non puoi mostrarmene l'influenza?».
Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorchè egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso, destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la tolleranza che negava alle politiche.
Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente, faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò: «Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da' colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell'Harmonicum cœleste che giace autografo nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto: Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra. Pascal, negli stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca l'opinione di Copernico»[319].
Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320]. Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l'orbita degli astri, onde, se spiegava l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.
Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla, verificarne tutte le conseguenze.
Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza poi.
Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che «non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello Stava scoperto da tutte le bande».
Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età, espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato anticattolico, o succhiellarne informazioni.
Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo; il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».
In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].
Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo, che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza, cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna, che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie. Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale, uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.
Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'ipse dixit. Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.
Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle, potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società, non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.
Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».
Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore, gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare; ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte, e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e convalidata dalla coscienza pubblica.
E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del Purgatorio:
Per questo la Scrittura condescende
A nostra facoltate, e piedi e mano
A Dio attribuisce, ed altro intende.
Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo, prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].
Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.
Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».
Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta.
Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra. L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali, inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna implacabilità de' saccenti.
Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle divine Scritture la mobilità della terra».
Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena, segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne, non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, da ottant'anni in qua o con opere stampate o con scritture private o con ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a voler dannare una proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo. Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».
E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono, stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle Scritture, resta sospeso donec corrigatur, e la correzione è di levarne una carta nell'esposizione sopra le parole Qui commovet terram de loco suo. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la terra sidus... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».
E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come, nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».
Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale; ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».
A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana. Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori, avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.
E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo delle sue verità.
Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica; grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva: «Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.
Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno 1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio Vincenzo; accettò la dedica del Saggiatore di esso, stampato dai Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624, quando seco s'intertenne a lungo sopra le sue teorie astronomiche. Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli; malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo qualche stima di questa mia novità».
Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, critica vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato, e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche, gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia aperte: ma preferì obbedir alla citazione.
Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che, stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del Galilei. Eccoli:
1632, 24 agosto. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...
5 settembre. Sua santità proruppe in molta collera, e all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a Congregazione particolare, creata di nuovo...
11 settembre. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato nello stampare il libro...
26 dicembre. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione, e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a quel che ha pubblicato.
Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e del Filicaja.
E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330], e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la lotta.
Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13 marzo:
Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa, invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata, potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e curiosi...
Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè vogliamo necessitarlo?[331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...
16 aprile. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un servitore, e tutte le comodità...
Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace, e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...
25 aprile. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si pensi punto...
1 maggio. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando manco l'aspettavo, ancorchè non sia finito il suo esame, e questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi e dalle sue indisposizioni solite che lo tenevano continuamente travagliato...
3 maggio. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa, dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione di venire a questo fine a trovarlo...
22 maggio. Parlai con sua santità della spedizione del negozio del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo, come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto ogni cosa, perchè intendo, affine di non l'affliggere, d'andarvelo disponendo pian piano...
18 giugno. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di già spedita, e che di quest'altra settimana sarà chiamato una mattina al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona, dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616, ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per manco affliggerlo... ma che non si potrà far di meno di non lo rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena personale non gliene ho detto niente per non affliggerlo, e anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire per non lo travagliar ancora...
26 giugno. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto fattogli sedici anni sono intorno a questa materia. La qual condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi gli effetti della clemenza della sua santità.
3 luglio. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.
Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso balì Gioli:
Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di maggior castigo giudicato colpevole.
Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334], perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta la tortura!
Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il Sacro Arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione (Bologna 1675); tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e benignità».
Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia, sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri sempre»[335].
E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di Galileo è detto: Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo respondisti catholice. Volesse anche dir la tortura, poichè rispose catholice non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere; incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di ripigliare gli argomenti già recati (per compiacenza di sottilizzare, ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.
Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione, non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati, con altri era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli: «Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore rispose le precise parole seguenti: Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»[339]. Vuol dire che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de' tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a questa mia discolpa rispose, Lo crediamo, lo crediamo; soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.
È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema copernicano rimasero nell'Indice donec corrigantur, tanto che ancora nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di Padova il dialogo di Galileo intorno al sistema copernicano, lo stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel 1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.
Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici, vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore, si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale ecclesiastico, non già il papa: foss'anche il papa, non pronunziava ex cathedra. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?
E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando, «ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».
Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico, gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri. Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini, moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio de' Padri, abjurò.
Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa Arnolfini:
Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana, da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo; ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri, sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.
Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo della solennità del Corpus Domini; ed al veder portare in processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.
In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore; comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue, giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani. Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho sperimentato in me stesso.
E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi dubbj, conforme le ho accennato.
La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:
La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove questo si conservasse:
La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di Dio, l'amministrarsi il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito convenevolissimo.
Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità. Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S., Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; e più sotto nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus, vere est potus. San Matteo poi, nel riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo 26, parla come segue: Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem, et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Parimente san Marco parla dell'istesso tenore al capo 14. Et manducantibus illis, accepit Jesus panem, et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur. Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo Evangelio. Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum in sanguine meo, qui pro vobis fundetur. Finalmente l'Apostolo san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel modo seguente: Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens: Hic calix novum testamentum est in meo sanguine; e dopo soggiunge: Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini.
Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane, e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj, gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del corpo, Quod pro vobis tradetur; del sangue, Qui pro vobis, qui pro multis effundetur; poichè non la figura, ma il vero corpo e il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: Panis, quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus? Posta l'accennata spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una figura, ad un segno, ad un simbolo?
Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri, discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della loro credenza, che nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da' medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato. Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani, impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il detto di Cristo, Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è il mio corpo: questo è il mio sangue; siccome egli disse del pane che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del Signore; sicchè il senso sincero sia: Quello che vi do sotto l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo sotto le specie del pane; e lo stesso si dica del vino consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san Luca al capo 7, Cœci vident, claudi ambulant etc., se si desse loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti, storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale delle citate parole è: Quei che erano ciechi, ora non son più ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter camminare.
Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da' Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi avversarj.
Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi, ambedue contemporanei degli apostoli.
Il primo, nella sua epistola a' cittadini di Smirne, scrivendo di quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne, così dice: Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit. Il secondo, nel libro De Hierarchia eccles. cap. 3, parte 3, oltre le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: O divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac appareas, nostrosque spirituales oculos singulari et aperto tuæ lucis fulgore imple. Una tale invocazione pazzamente, anzi empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù Cristo.
Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le sue parole sono: Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem esse edocti sumus. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice: quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse corpus Domini sui. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera questa proposizione: Il pane consacrato è il corpo del Signore; ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per non vederlo.
Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: Acceptum panem corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum. Il secondo nel sermone De Cœna Domini dice: Panis iste, quem Dominus discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus omnipotentia verbi, factus est caro.
Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: Aquam aliquando mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in sanguinem transmutavit? E poco poi dice: Sub specie panis datur tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis; e più abbasso: Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse sentiat. Il secondo nel libro De iis qui initiantur mysteriis, al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: Quantis utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur? Il terzo in oratione magna cathechetica al capo 37, così scrive: Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus immutari. E di poi: Hæc autem tribuit virtute benedictionis in illud (cioè nel corpo del Signore) rerum quæ videntur (cioè del pane e del vino) naturam utens. Il quarto nel trattato secondo de Exodo scrive come segue: Ipse naturarum creator et dominus qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de vino sanguinem suum facit.
Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo, Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'Homelia 83 in Math. dice: Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat, ipse est. Nell'Homelia de Eucharistia in Enceniis: Num vides panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et hic sumta mysteria consumi corporis substantia. Il secondo, nel sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj: Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus Christi. E nel sermone 28 de Verb. Dom.: Ubi Christi verba deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur. Il terzo nell'epistola a Calosirio: Ne horreremus carnem et sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in veritatem propriæ carnis.
Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de' secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa, per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori, conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani, nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel 430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel 553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli ultimi tempi.
Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da' santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale, quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia; se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera; e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica, abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se disappassionatamente vorrà giudicarne.
Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al 25 novembre 1686[342].