DISCORSO LII. SECOLO XVIII. GIANSENISMO. FILOSOFISTI. FRANCHIMURATORI. CAGLIOSTRO.

Con tre avversarj, oltre i consueti, ebbe a lottare la Chiesa nel secolo XVIII: i Giansenisti, i Franchimuratori e i Filosofisti.

Allorchè un uomo delibera sopra il fare od ommettere un'azione, sente di potere decidersi in un senso o nell'opposto: ma l'azione e la deliberazione presente dipende da anteriori, in guisa da parerne quasi inevitabile conseguenza. Ciò non significa che l'uomo sia legato alla fatalità; bensì che egli non opera a caso, e che la libertà sua non vien mai esercitata così bene, come quando si conforma alla legge morale, insita in esso. Prescinde egli da questa? Se n'accorge, e confessa, «Volendo avrei potuto fare altrimenti».

La volontà dunque ha bisogno di appoggi estrinseci, quali l'esempio, i conforti, l'amicizia, l'approvazione o disapprovazione, la preghiera, la coazione morale e fisica. Ma oltre quest'esterna si dà un'azione interiore, che tutti sentono, che nessuno spiega. Il negare quest'azione, i diversi tentativi di ragionarla[408] e di misurarne la relativa importanza danno origine a variissimi sistemi, che collegansi con quelli che concernono l'altro arcano dell'origine del male.

Fin dai primi secoli, Pelagio, per sostenere il libero arbitrio, attenuava l'efficacia divina, cioè la Grazia, ponendo che le forze naturali bastino per adempiere la legge. L'uomo, a dir suo, fu creato mortale; nè il peccato ne deteriorò punto la prisca condizione. I bambini nascono nel medesimo stato in cui fu posto Adamo, e gli uomini sono liberi come erano nel paradiso terrestre. Ognuno può dunque serbarsi immune da peccato e osservare la legge; sebbene non possa raggiungere la perfezione. Che se vuolsi ammettere la Grazia divina, questa consiste appunto nella libera volontà di non peccare; tutt'al più è una ulteriore facoltà, concessaci da Dio per poter più facilmente compire quel ch'egli ci comanda: il libero arbitrio consiste nell'equilibrio fra il bene e il male, nella piena libertà di fare questo o quello.

Sant'Agostino, il primo de' Padri latini che riducesse a forma sistematica la dottrina evangelica, molto occupossi di questo dogma capitale della vita cristiana; e combattendo Pelagio, sosteneva che l'uomo, dopo la colpa d'origine, cessò di potere per sè evitare il peccato ed osservare la legge: la grazia di operare il bene non può venirgli che da Dio, il quale la concede a chi e in qual grado vuole. Per lo peccato originale i bambini non partecipi della redenzione, van perduti irremissibilmente; e in alcune anime predestinate alla gloria, la Grazia si manifesta in modo indeclinabile e insuperabile. Queste frasi, comparandole ad altre dello stesso santo, da san Fulgenzio e dai teologi sono chiarite in modo di stabilire che col peccato originale l'uomo perdette la Grazia santificante, divenne soggetto alla morte; il libero arbitrio fu in lui non annichilato, ma indebolito; nè è dalla concupiscenza trascinato inevitabilmente al peccato; nè portato irresistibilmente al bene dalla Grazia, acquistata pel sangue di Cristo, e mediante la quale riceve la facoltà di far bene. Questa Grazia interiore deve prevenire la volontà, ed elevarla di sopra delle forze sue naturali; nè da noi la meritiamo, ma ci è data gratuitamente: senza di essa l'uomo non può fare opere meritorie; anche con essa non può restare immune da qualche venialità.

È dunque atto creativo la predestinazione, per la quale la creatura riesce quel che è; e una libertà finita non potrebbe limitare la infinita del Creatore; il quale non sarebbe perfettamente libero se la libertà finita non potesse determinare altrimenti che sforzandola. Però la Grazia non viola il libero arbitrio nè potrebbe violarlo, poichè è essa medesima che lo crea. Ma in che consista l'azione di Dio sulle creature libere, in che modo producasi quell'effetto, si disputa.

Mentre alcuni, attribuendo tutto alla Grazia, pensavano che Dio abbia irrevocabilmente prestabilita la sorte di ciascuno, Cassiano riconosceva insufficiente la volontà umana, e necessario un sussidio esterno, per operare il progressivo santificamento, ma negava l'azione gratuita e preveniente, immediata e speciale di Dio sull'anima per muoverla a cominciare il bene: anzi in un certo senso l'uomo colle forze naturali può tutto, in quanto che i meriti di Cristo apersero a tutti indistintamente un tesoro di grazie, ove ciascuno, mediante il desiderio suo naturale di procacciarsi la salute, può attingerli quando e quanto vuole (Semipelagianismo).

La quistione tocca a punti supremi di filosofia, di politica, di religione; e per quanto il secolo possa deriderla, essa ancora sopravvive ne' filosofi, che tutto attribuiscono all'energia umana, escludendo ogni influenza superna sulle azioni e perciò ogni bisogno di preghiera; e ne' pubblicisti che indagano se v'abbia una filosofia della storia, cioè quanto l'azione della Provvidenza si combini con quella dell'uomo nell'attuamento della società. Che se nella grossolana sua manifestazione primitiva di Pelagio soccombette alle condanne della Chiesa, modificata s'aggirò nelle scuole teologiche, dibattuta contraddittoriamente dai seguaci di san Tommaso e da quelli di Duncano Scoto (Tomisti e Scotisti): la vedemmo ridesta dai Protestanti, e non risoluta pienamente dal Concilio di Trento, il quale, come non avea determinato le precise relazioni della Chiesa collo Stato, così lasciò indecise e la supremazia papale e la questione della natura della Grazia, enigma della religione come della ragione, di cui Dio riserva a sè il segreto.

Bensì avea pronunziato che la giustificazione si fa pei meriti di Cristo, pe' quali l'uomo, liberamente consentendo e cooperando, riceve e la remissione de' peccati e una carità inerente all'anima. La Grazia è gratuita, ed è necessaria non solo per far opere meritorie, ma fino per concepire il desiderio di farle. Col peccato, all'uomo restò indebolita la libertà naturale, e Cristo non gli restituì l'innocenza. Iddio concede a tutti quanta grazia è sufficiente all'eterna salute; ad alcuni, che predilige per fini imperscrutabili, dà una grazia efficace, che li stabilisce irremovibilmente nel bene. Tutti dunque son liberi di fare il bene, alcuni non sono liberi di fare il male.

Qualche luce in questo mistero venne portata allorchè fu condannato Bajo. Il quale, o i suoi seguaci, insegnano che il predominio della carità o della cupidine toglie la libertà di operare differentemente dall'affetto predominante; mentre i Cattolici credono che all'uomo rimane sempre il libero arbitrio a necessitate, non solo per le opere proprie allo stato in cui trovasi attualmente, ma anche per quelle dello stato contrario, cioè verso il male finch'è in istato di grazia, e reciprocamente. Bajo fa che l'uomo dominato da cupidità abituale non può fare azioni buone, sicchè tutte le opere degli infedeli e de' malvagi sono peccato; mentre i Cattolici tengono che l'uomo signoreggiato dalla cupidità può, in virtù d'un soccorso attuale, operar bene in ordine al debito fine, benchè l'azione non possa esser meritoria, mancandovi la giustizia abituale. Secondo Bajo, ogni azione non diretta al debito fine da un abito oltranaturale è intrinsecamente viziosa; mentre i Cattolici credono tale azione possa esser buona nella sostanza, benchè non lodevole in ogni parte: e questo indirizzo al debito fine può darsi anche nell'infedele e nel peccatore per opera della sola Grazia attuale: tali azioni possono esser buone in sè, ma non bene fiunt.

I teologi sono lontani dall'andare d'accordo nell'esposizione; e i Domenicani sopra l'opinione di san Tommaso compilarono il catechismo romano: i Gesuiti propendettero a Duncano Scoto, che asseriva l'uomo essere capace di qualche movimento verso il bene, fondandosi sulla bontà del Padre e la misericordia del Figlio; ond'erano tacciati di semipelagiani.

Maggiore efficacia all'arbitrio volle attribuire lo spagnuolo Luigi Molina, supponendo che l'uomo, senza il soccorso della Grazia, possa produr opere moralmente buone, resistere alle tentazioni, elevarsi da sè ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; giunto a questo, Iddio gli concede la Grazia pei meriti di Gesù Cristo, per la quale prova gli effetti soprannaturali della santificazione: ma l'arbitrio rimane sempre indifferente anche sotto l'azione della Grazia, la quale esso può render efficace o no. In somma l'opera buona la giustificazione vengono dal cooperare della volontà e della Grazia; Iddio prevede, ma non determina l'azione, bensì vede qual sarà la deliberazione della volontà.

Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a una congregazione De auxiliis divinæ gratiæ, ma questa si sciolse prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.

Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo, in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione sempre vivente per opera di Gesù Cristo.

Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il restauramento della ragione naturale.

Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata, anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine, di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene: onde sostennero da prima che le proposizioni condannate non si trovano proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire. Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana, approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il probabilismo.

Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.

La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore che dee dirigere le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare. Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.

Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla soverchia indulgenza.

Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello, insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar almeno la coscienza fra la crescente depravazione.

Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito, quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso, dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una Disciplina monastica, la Storia del probabilismo e del rigorismo (1743): la Teologia cristiana dogmatica-morale, le Lettere teologiche-morali relative ai casi riservati, la Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni recenti casisti al tribunale del buon senso: scrisse pure della Religione rivelata (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di torto, come in ogni contesa umana[409].

Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno all'autenticità dell'Apocalisse.

Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di Brescia; il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia, appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi, l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche. Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto. Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni; limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata dall'intrigo.

Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i centrenta vescovi di Francia, mandato regio congregati nell'assemblea del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].

Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a negarla anche a questi[412].

I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli, egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti, amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].

Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino, col dire che le chiavi non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ, ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto vogliano[414].

I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio, nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non preseduto dal papa, ma la parola del papa non vale se non perchè promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità: l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale, dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la storia registrò.

E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede, non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il corpo visibile della Chiesa dall'autorità spirituale di essa: quella infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede, e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto; l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete vivente e perpetua delle tradizioni.

E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti. Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente; bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel popolo il primo possesso della sovranità.

Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere la rivolta popolare.

Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel Cristianesimo ragionevole, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano, i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.

Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non ammette speranze postume: da Carlo Blount negli Oracoli della ragione; da Bury nel Vangelo nudo, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi, vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi sociali: da Toland che nel Cristianesimo senza misteri impugna i miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e dell'istinto; e nei Destini di Roma pronosticava imminente la caduta dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale doveano essere garantite anche le verità religiose.

Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa, gioviale, tutta mondo, scrisse Lettere famigliari contro questi spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna. Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviatan, dite subito che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».

Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese, perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco; dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.

Ma errori e verità pare non si diffondano per l'Europa se non attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo; appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità, sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare, facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato», meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio. Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».

E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti, chiamandoli persino abominevoli e infami; dedicava la sua Merope al nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV dedica la sua tragedia Maometto, chiamandolo decus et pater orbis e baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva: «Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi rinfacciano non so quali Lettere Filosofiche: la più parte di quelle stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury quelle che falsificarono così indegnamente» (ottobre 1743): e intanto a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».

E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame», cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame: qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot: «Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate, ma si può andare per domos a spargere il buon seme»: e «Il primo dei doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana; piccole facezie, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.

Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio, volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.

Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di Rousseau i nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo, furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.

Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero. Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione che la stima de' concittadini.

L'espressione più significante della filosofia d'allora fu l'Enciclopedia, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.

I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle Lettere Persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è quella d'Elvezio».

Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato lo Spirito di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins l'humanité sont sans contredit les Italiens».

Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore delle Lettere di papa Ganganelli; opera migliore dell'altre sue, onde taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.

Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de' suoi padri.

A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi suggerivano. Colà uscì nel 1766 Del celibato, ovvero riforma del clero romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R., e a Venezia, o almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e alla Chiesa.

Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.

Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia; giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati, papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche scurrili, a imitazione di Voltaire.

E imitazione di Rousseau sono le Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de' principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni sulla medesima, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare, aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato, l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.

Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal, da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà, applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come dottrina cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare, catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace; quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».

Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo, desunta da fonti ben conosciute.

Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si ristampò a Torino nel 1852.

Suo pur credo il libro Di una riforma in Italia, stampato a Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786 colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti novelle.

«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante chiericuzzo o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito». E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia: «Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona cattolica non si convengano».

Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura, delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].

Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: All'Italia nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali. Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto dagli antichi che dai moderni scrittori. Milano, 1796. È senza nome d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato Enrico marchese l'Aurora[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione, con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a vita, e il doppio se si maritano.

Il cittadino Spanzotti nei Disordini morali e politici della Corte di Roma esposti a nome de' zelanti dell'ecclesiastica libertà, alla santità di Pio VI, (II edizione, Torino anno IX) ripone questi disordini nel dominio temporale, nella monarchia papale e nel ridicolo vanto dell'infallibilità; donde vennero le pessime conseguenze che l'autorità de' vescovi derivi dal papa, che il papa possa esercitare autorità nella diocesi altrui, che possa riservarsi le cause maggiori, e conferire benefizj esistenti nel territorio de' vescovi, esigere annate, ricevere appellazioni, assoggettar tutte le chiese alla disciplina romana, esser superiore al Concilio, poter dispensare dalle leggi universali, accordare indulgenze, canonizzare i santi. Per fomentare tali disordini esso si valse de' cardinali, de' preti, de' regolari, della cattedra di canoni nell'Università di Bologna, della proibizione de' libri, dell'inquisizione ecclesiastica e della scomunica. Ne derivarono corruzion di costumi e il rovescio del regime ecclesiastico nelle diocesi: nè Roma volle rimediarvi colla convocazione e la libertà dei Concilj. Propone di sciogliere le corporazioni religiose; togliere le ricchezze e il dominio temporale ai papi, riformare la disciplina ecclesiastica, anche coll'autorità del governo civile; senza badare se Roma ci dichiara scismatici o ci scomunica.

Il marchese Giuseppe Gorani milanese nel 1770 pubblicò anonimo il Trattato del despotismo, violento attacco ai governi stabiliti: poi uscito di patria, andava cercando col fuscellino lo scandalo in ogni atto de' principi o de' preti: affigliato alle società segrete, denunziava all'opinione pubblica il despotismo sacerdotale, regio, ministeriale, aristocratico, con giudizj all'avventata, e rimedj da pazzo. Scoppiata la Rivoluzione, Bailly domandò per costui la cittadinanza francese, che avea meritata con violenti articoli nel Moniteur e con lettere ai re contro Luigi XVI. Venuto nella Svizzera per eccitare tumulti nella Lombardia, l'ambasciadore austriaco lo fe cacciare. Quando il regno del terrore cascò, egli ritirossi a Ginevra, dove povero e ignoto morì nel 1819 di sessantacinque anni[421].

Altri potremmo indicare di siffatti, che proruppero principalmente allorchè i Francesi repubblicani calarono in Italia.

A difonder quelle idee razionaliste e sovversive, condite di sentimentalismo filantropico, adopravasi la società segreta de' Massoni o Franchimuratori, moda venuta anch'essa d'Inghilterra; nè sarà fuor d'opera il dire alcun che dell'organamento suo e dei misteri, tra cui avvolgeva la dottrina dell'uguaglianza fra gli uomini.

Le origini della Massoneria colloca alcuno fino nel paradiso terrestre, dove uno degli eloim mescolatosi con Eva, generò Caino, mentre Adonai, altro degli eloim, creò Adamo che da Eva generò Abele. Fra le due stirpi rimase eterna sconcordia, e i figli di Caino inventarono le arti: Adonhiran fu chiamato da Salomone a fabbricare il suo tempio, durante la quale impresa fu da un gigante ucciso e trascinato nell'abisso del fuoco. Ma quivi glorificato, tornò a compire l'opera. Salomone per gelosia lo fe uccidere; ma nove maestri ne trovarono il cadavere, assassinarono gli assassini, e in mezzo a un triangolo di fuoco ascosero il nome del Grande Architetto Dell'Universo, che fu custodito con gran segreto da alcuni eletti. I più moderati deducono la massoneria dai Templari, e che Giacomo Molay, ultimo costoro granmaestro, prima d'esser bruciato istituisse tre loggie, una delle quali a Napoli.

Il più probabile è che nascesse intorno al Mille, quando, rassicurati che il mondo non finirebbe al compiersi dei dieci secoli, venne una smania di fabbricar chiese, donde consociazioni di mastri da muro. Erano o monaci, o diretti da spirito religioso: ond'ebbero voti, giuramenti, forme d'iniziazione: i capannoni che ergeano attorno alle fabbriche, dissero loggie: custodivano in segreto i procedimenti delle costruzioni, e tra loro chiamavansi fratelli; aveano gerarchia di capi, nè venivano ammessi che dopo confessati e colla benedizione del vescovo. Dapprima i Franchimuratori non erano diretti che a ciò, ma quando furono distrutti i Templari, essi ne adottarono i riti e le credenze, che dai processi apparvero inchinare alle gnostiche e manichee.

Certo i muratori nel medioevo costituivano corporazioni, come quella de' Magistri Comacini, ricordata nelle leggi longobarde; ma principalmente in Germania; fra esse tramandavansi arcanamente le regole migliori per le fabbriche; e da queste traevano il nome ed anche i simboli, ch'erano l'archipenzolo, la squadra, il martello, il grembiule, la cazzuola e così i gradi. Una riforma ebbero tali società nel capitolo generale che, il giorno di san Giovanni Battista del 1307 radunossi da Aumont e Harris fratelli militari, e da Pietro di Bologna fratello ecclesiastico.

Pretendesi abbiano contribuito alla Riforma religiosa, ma noi non ne trovammo indizio di sorta. Ben taluno asserì inventasse queste società Lelio Soccino a Venezia nel 1546; ma in contrario è noto che nel 1535 pubblicossi una circolare a tutte le loggie, ove negavasi che loro scopo fosse vendicare Molay, e ripristinare i Templari, nè introdur nuovi scismi; fin là aveano creduto bene tacere e celarsi, ma allora trovavano opportuno far pubblico l'antichissimo loro essere e l'intento loro, ch'è la vera morale impressa nei cuori, e difonder la felicità e il regno della luce; non avere altro di secreto che la beneficenza.

Senza discutere quanto v'abbia d'autentico in quelle pretensioni d'antichità, certo è che durante la rivoluzione d'Inghilterra i Franchimuratori presero altri assunti politici e religiosi; poi, fuori dell'isola si diffusero dopo il 1719, principalmente nella Germania, inclinata ai concetti mistici, e dove il culto restringendosi a prediche, facilmente si passa dai sistemi all'errore, dall'errore alle sètte. A Parigi la prima loggia fu aperta nel 1725, ove abbandonato il carattere severo degli isolani, la massoneria divenne gaja e benevola. A tutti i Franchimuratori della nazione presedeva un grand'oriente; a ciascuna loggia un venerabile, e sotto di lui il vigilante; il fratello terribile riceveva i neofiti, ai quali erano date le istruzioni dal maestro delle cerimonie; il grand'esperto teneva i sermoni; un tesoriere, un elemosiniere, un secretario aveano gli uffizj indicati dal loro nome. Nella camera dell'adunanza vedeansi quadri emblematici, motti geroglifici, il settangolo, il triangolo, la cazzuola, la squadra, il compasso, il martello, il teschio da morto, la pietra cubica o triangolare o rozza, i ponti da fabbrica, la scala di Giacobbe, la fenice, il globo, il tempio, la lavagna co' motti Lucem meruere laboreOdi profanum vulgus et arceoPetite et accipietisPulsate et aperietur vobisO vincere o morireIn constanti labore spes. Attorno a un letto a bruno colla croce e l'ulivo stavano i fratelli in tunica, con emblemi di spade e squadre; sparsi qua e là cazzuole, martelli, il tamburro di pelle d'agnello, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa, teschi, stili, e altri apparati da colpir la fantasia, e il cui linguaggio trisense è difficile e incerto.

Diversi erano i gradi, e a proporzione di questi la comunicazione del secreto. I più non doveano vedervi altro scopo che di riunirsi a far cene e discorsi, ajutarsi a vicenda, riconoscersi anche in paesi lontani mediante certi segni e toccamenti, offrire l'ideale della società a cui si aspirava, dove nessun divario di religione, di nazione, di grado; levate tutte le distinzioni sociali; insomma quella fraternità umana che corregge gl'inconvenienti inevitabili in ogni società civile. Ma gl'intriganti utilizzavano a loro profitto quella misteriosa solennità di forme, che copriva e simulava le istituzioni del fanatismo per realizzare la religione filosofica, I gradi esterni e simbolici non sono che l'ombra degli interni: la parte esoterica, non solo tollerata, ma alcune volte favorita dai Governi, è solo il peristilio d'un tempio, inaccessibile a' profani[422].

Quanto alla religione, ammetteano Dio uno e trino, ma varj loro atti, mentre s'intitolano in nome della Santissima Trinità, chiudonsi professando: «Salute al Dio eterno. Noi possediamo il bene di trovarci nella maggior possibile unità dei numeri sacri». Quanto a Cristo, fu un savio, di eminente moralità, e benemerito dell'uman genere. La Bibbia è parola di Dio, in quanto ogni parola vera uscente da labbro umano ha l'impronta della divinità. Del resto alla rivelazione deve surrogarsi dapertutto la ragione. Questa farà ammettere tutte le religioni, e distruggere la superstizione, l'ignoranza, il fanatismo, coi quali nomi dinotano il cristianesimo e più specialmente il cattolicismo, che esprime assassino, assassinio, assassinato. Quest'assunto appare principalmente nell'iniziazione del cavaliere kadosc, che è il trentesimo dei 33 gradi. Ivi al neofito si mette in mano un pugnale, ai piedi il Crocifisso, e gli si intima di calpestarlo. Se nol fa, è lodato, ma gli si taciono i grandi arcani: se lo fracassa, seguono fiere rappresentazioni, e fin simulata uccisione di tre persone, che simboleggiano la superstizione, il re, il papa.

Questi mistici novatori son dunque una società religiosa, morale, sociale, e almen nello svolgimento successivo, vi riconosciamo il razionalismo puro, applicato alle credenze, agli atti, alla società. Che fede? che tradizioni? nulla v'è di superiore all'intelligenza umana: le religioni non sono che le varie forme con cui l'uomo intende Dio; sicchè tutte sono buone del pari, buoni tutti i culti, eccetto quello che pretende esser unico vero. Per ciò, e per abbagliare i vulghi, da tutti i misteri di antiche società ricavarono simboli e segni; le abraxe dei Gnostici, le dodici tribù, le tavole, la colomba de' riti mosaici e talmudici; la teogonia egizia cogli angeli di due sessi; il sabeismo de' Parsi; sincretismo, che dee condurre alla indifferenza: adottarono fin l'I. N. R. I. de' Cristiani, interpretandolo per Igne Natura Renovatur Integra, oppure Igne Nitrum Roris Invenitur, oppure Jamin Nour Rouch Jebeschal, acqua, fuoco, vento, terra. Perocchè la grande eguaglianza, cui aspira la massoneria, deve demolire le religioni, i governi, le autonomie; non spettando essa a verun paese, non ha nazionalità; son raggi diversi d'azione, ma unico il centro.

Di qui trapelava l'intento politico: ma la massoneria assunse il carattere odierno dopo che al suo teosofismo s'innestò l'illuminismo del bavarese Adamo Weishaupt, professore dell'Università d'Ingolstadt, il quale ebbe l'arte di combinare queste permanenti cospirazioni in modo uniforme, e tutte convergerle a un fine, ch'era insomma la distruzione e la ricostituzione dell'intero organamento sociale. Era il tempo che ispirava sgomento la potenza dei Gesuiti, ed esso che gli avea conosciuti, pensò surrogarvi quest'altra società gerarchica, altrettanto vigorosa ma scevra di religione, e che assumea per dogmi quelli appunto che bugiardamente apponevansi ai Gesuiti. Al 1 maggio 1776 Weishaupt costituiva la sua setta, alla quale innestò ben presto le altre di Germania e le loggie massoniche, ma durò solo fino al 1785. Tutto era disposto gerarchicamente, in modo che ne' gradi inferiori neppur trapelasse ciò ch'era l'intento dei gradi superiori; e poichè l'obbedienza doveva essere assoluta, gl'infimi compirebbero atti, in apparenza innocui o virtuosi, ma pur sempre diretti al fine de' superiori; nè a questi poteva essere promosso quando non avesse procacciato due proseliti. E insegnava: «L'arte di rendere infallibile una rivoluzione è illuminare i popoli, insensibilmente conducendo l'opinione pubblica a desiderare cambiamenti, che sono l'oggetto indeterminato d'una prestabilita rivoluzione. Se l'oggetto di questo desiderio non potesse manifestarsi senza pericolo di chi lo concepì, se ne propagherà l'aspirazione nell'intimità delle sette segrete. Se l'oggetto sia una rivoluzione universale, tutti i membri della società devono cooperarvi, cercando dominare invisibilmente, senza apparenti violenze, e sovra gli uomini di qualsiasi condizione, gente o religione, tutti dirizzandoli alla meta stessa. Conquistato così l'impero dell'opinione mediante l'accordo e la moltitudine degli adepti, sottentri la forza; si leghino le mani a chiunque resiste; si soffoghi il male nel suo germe, cioè si opprimano quelli che non si giunse a persuadere»[423].

In un famoso congresso di Franchimuratori, uno de' capi, dopo fatti immensi elogi del Weishaupt, conchiudeva: «Bisogna perpetuare i modi ch'egli ci ha lasciati in eredità, e continuarli instancabilmente fino alla mirifica attuazione, che farà stupire l'universo colla più terribile, ma più felice metamorfosi, soddisfacendo nella tomba questo saggio nemico dei re».

Tali intenti venivano nascosti sotto formole di iniziazione, fra drammatiche e paurose, varie secondo i paesi e i tempi. Tiriamo un velo sull'adozione femminina, sulle misteriose gioje dell'isola della felicità, del fratello sentimento, della sorella discrezione. Ne' loro matrimonj, fatti dal venerabile, si dichiara che l'indissolubilità è contro la natura, giacchè più volte trovansi unite persone, che riconosconsi assolutamente incompatibili; è contro la ragione perchè si vuol eterno l'amore, ch'è il più capriccioso e involontario de' sentimenti.

Quei che li temeano dicevano che gli Illuminati erano Gesuiti mascherati; e Weishaupt chiamavano il Lojola della filosofia, versando così nuovo odio sopra quell'Ordine, il cui nome pare trascelto sempre a indicare ciò che vuol farsi odiare[424].

E Illuminati e Massoni tendevano del pari ad abbattere: e tutte queste demolizioni (che nella storia aveano poi a costituire la rivoluzione) doveano portare a edificar una nuova Gerusalemme coi frantumi dell'antica, per opera del gran sacerdote apocaliptico, il quale compare vestito come la donna mistica dell'Apocalissi, con dodici stelle attorno al capo. È la deificazione dell'umanità, perocchè gli uomini, pervenuti alla massonica purità, sono Dei della terra. Allora non vi sarà più teologia, ma una religione, consistente nel vivere da onest'uomini, credendo ognuno quel che vuole, poichè ogni opinione è per se stessa giustificata dal diritto della libertà e della contraddizione: fossero anche le stravaganze del socialismo e le iniquità del comunismo; fosse la negazione d'ogni soprannaturale, d'ogni gerarchia umana; fossero i mezzi con cui la rivoluzione sovverte ogni cosa.

I quali mezzi suggeriti sono: accarezzare i principi col mostrar d'ingagliardirli, rimovendo gli ostacoli che pone alla podestà loro l'autorità religiosa: distrugger pure gli ostacoli delle corporazioni, degli stati, delle università, sicchè l'uomo si trovi isolato a fronte d'un poderosissimo organamento d'impieghi e di eserciti: staccare la scuola dalla Chiesa, riducendola a semplice istruzione; poi ai re sovrapporre la responsalità dei ministri e le onnipotenti risoluzioni dei parlamenti, appoggiati dalla libera stampa e dalla giustizia sottomessa all'opinamento dei giurati; costituendo così un diritto tutto positivo, di fatti compiuti, di opportunità; riducendo l'Europa a pochi grandi Stati che assorbano i piccoli, in nome di nazionalità geografiche: e di tal passo, col nome di libertà si riesca a rendere l'individuo interamente servo allo Stato.

Quando il neofito vede tutte le spade appuntate contro il suo petto, il venerabile lo rassicura dicendogli: «Non temere. Esse non minacciano che allo spergiuro. Se fedele alla massoneria, esse saranno disposte a difenderti. Ma se tu fallissi, nessun luogo della terra ti assicurerebbe contro l'armi vendicatrici».

E il neofito, in nome del Grande Architetto Dell'Universo, giura non rivelar mai i segreti della massoneria: «Se manco, mi siano bruciate le labbra con ferro rovente; tronche le mani, strappata la lingua, segata la gola; il mio cadavere sia sospeso in una loggia durante l'iniziazione d'un altro fratello, per terrore di tutti: poi sia bruciato e le ceneri disperse al vento, sicchè non rimanga memoria del traditore».

Con ciò la compagnia arrogavasi il diritto punitivo, proprio della società civile, e da eseguirsi coll'assassinio: fatto che basterebbe a riprovarla.

Come quest'associazione tenebrosa penetrasse in Italia non è chiaro; ma nel 1733 già esisteva una loggia a Firenze, perocchè fra i cimelj della massoneria sta una medaglia, ivi coniata quell'anno al granmaestro duca di Middlesex. Nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte, in Sardegna, tre paesi aventi un solo granmaestro provinciale, nominato dalla loggia principale d'Inghilterra. A Roma, convegno di tanti forestieri, ve n'avea nel 1742, quando decretarono una medaglia a Martino Folkes presidente della società reale di Londra, ma rimasero secrete fino all'89.

La loggia degli Amici Sinceri alla Trinità de' Monti fu fondata il 6 novembre 1787 da cinque Francesi, un Americano e un Polacco, che appartenendo a loggie estere, gemeano di viver in mezzo alle tenebre: vi furono ricevute persone d'ogni condizione, e dipendeva dalla loggia madre di Parigi, con cui teneasi in continua corrispondenza; ogni settimana se ne ricevea la parola d'ordine o di passo, e ogni anno vi si mandava un dono: come ogni anno per elezione si rinnovavano i gradi di venerabile, vigilante, fratello terribile, cerimoniere, tesoriere, limosiniere, segretario, grand'esperto ossia oratore. Il neofito era da un fratello in maschera introdotto nella camera delle riflessioni, parata a nero, illuminata da una candela di cera gialla, e con un tavolino, su cui un teschio. Il fratello terribile lo avvertiva di meditare seriamente, e rispondere a tre quesiti che davansegli in iscritto, concernenti i suoi doveri, e ai quali esso rispondea pure in iscritto: talvolta dovea far la sua confessione ad un finto frate. Il fratello in maschera portava poi queste risposte nella camera superiore, detta il tempio, e le presentava al venerabile. Sceso, intimava al neofito di deporre oriuolo, spada, fibbie, ogni metallo, abbassar la calza della gamba sinistra, snudare la spalla e il braccio destro. Così ad occhi bendati era condotto nel tempio, dove inginocchiato al venerabile, dichiarava il nome e le qualità sue e gl'intenti che lo moveano ad aggregarsi. Condotto in giro fra strani e spaventosi rumori, toccando i Vangeli e la spada d'onore giurava il secreto e cieca obbedienza. Levatagli la benda, trovavasi in mezzo a molti fratelli colle spade appuntate contro di lui, pronte a difenderlo se fedele, a ucciderlo se sleale. Allora riceveva l'abbraccio, il grembiule, i guanti; gli si insegnavano i toccamenti e le parole, e finivasi con un banchetto a spese del novizio. Altre cerimonie accompagnavano i gradi seguenti, sempre con teschi e cataletti e finti cadaveri. Alla domanda se obbedirebbe a qualunque comando ancorchè contrario alla religione e alla sovranità, uno esitò; e subito fu rassicurato che nè di religione nè di sovranità mai non trattavasi nella loggia.

La loggia dapprima fu indipendente, poi si fece instituire regolarmente dal grand'oriente di Francia: componeasi di francesi e tedeschi; n'era venerabile un tal Bello; e s'affratellò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza di Liegi, l'Armonia di Malta, la Concordia di Milano, il Consiglio degli Eletti di Carcassona, il Patriotismo di Lione, la Perfetta Unione di Napoli. Sui suoi diplomi era disegnato a mano il triangolo inscritto nel circolo, e avente nel centro la lupa lattante.

Varie loggie ebbe Napoli, le quali poi nel 1756 si legarono in una nazionale, che corrispondeva colla Germania: nel 1767 un moribondo per iscrupolo, e un cavaliere, cui la società avea sospeso i larghi sussidj, ne rivelarono l'esistenza e il granpriore di quel regno, ch'era il duca di San Severo. Arrestato questo, immediatamente al suo palazzo fu messo fuoco, ma il popolo lo estinse, talchè poteronsi avere i carteggi. Esso duca non negò nulla, espose il fine e i mezzi, e accertò che da sessantaquattro mila massoni contavansi nella sola Napoli, mentre a milioni erano gli adepti. Secondo un ragguaglio steso allora e colle incertezze inerenti a società secrete, la massoneria rimontava a censettancinque anni indietro, quando il vescovo inglese Cromwel fondò una camera di quattro segretarj e sette assessori, uno per nazione; ciascuna nazione suddivisa in cinque provincie, con un assessore per provincia.

Questo secretume dovea recare sospetto non men che al clero, ai principi, i quali vollero ripararvi ma colla fiacchezza caratteristica di tutti gli atti di quel secolo. Nel 1737 il granduca (imitando l'Olanda e la Francia) avea proibito le adunanze muratorie. Carlo III di Sicilia vi applicò le ordinanze contro i perturbatori della pubblica tranquillità; e il Tanucci, che pur era propenso alle novità, le proibì affatto, massime in occasione che una iniziata restò colpita dalle cerimonie in modo, che cadde malata e morì, onde il pubblico ne levò rumore. Carolina regina le fece ripristinare, onde ne' banchetti brindavasi alla salute di quest'austriaca, che fra poco doveano esecrare.

A Venezia si aprirono loggie fin dai loro cominciamenti, ma nel 1686 se ne ordinò la chiusura. Ve le ripiantò un Sessa napoletano, e vi erano affigliati nobili, abati, negozianti. Quegli oculatissimi inquisitori di Stato n'ebbero conoscenza da un rotolo di carte, che Girolamo Zulian dimenticò in gondola. Subito invasa, mentre nessun v'era, la loggia presso San Simon Grande, se ne asportò quel mistico e burlesco corredo di teschi, pentagoni, seste, tamburri, cazzuole, grembiuli, e si bruciarono al cospetto del popolo, che li credette stregherie. Allora vengono proibite le loggie, anche quelle aperte a Vicenza e Padova, senza però castigare gli aggregati, che forse erano troppi di numero e di potenza, e che non tardarono a rannodarsi e a cospirare per la distruzione della repubblica.

Anche fra loro v'avea protestanti, che faceansi Illuminati o rosacroce, oppure a forza di evocazioni teurgiche e speranze febbrili, diventavano cattolici, come avviene degli odierni spiritisti.

Nella lista dei primi Illuminati avanti il 1776 trovo di italiani, Brutus che era il conte Savioli, Coriolano che era Troponero, Diomede che era marchese di Costanzo, tutti consiglieri a Monaco. Quest'ultimo napoletano costituì società filiali in Roma e a Napoli; ed essendo andato a Berlino per servigi della setta, Federico II ne prese sospetto, e avvisò l'elettor di Baviera, che sequestrò le carte di questi settarj e le pubblicò.

Giuseppe II piaggiatore dell'opinione, a' suoi governanti diramava una circolare del 1 dicembre 1785, professando nulla conoscere della massoneria (e certo se nella massoneria v'avea secreti, sarebbero appunto i re che non li conoscerebbero), ma sapere che fa del bene, soccorre poveri, incoraggia le dottrine; onde cassa la proibizione fattane da sua madre, e la prende in protezione, a patto che nelle città primarie non abbia più di tre loggie, e facciansi conoscere i loro membri, e i giorni e i luoghi delle adunanze[425].