Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo; quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi, d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame». Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza, la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece di fortificare la giustizia, giustificar la forza.
Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato; tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più importanti[443].
Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche; puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese; solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile, onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco, benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò la Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour de Rome (Amsterdam 1716).
Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica, donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.
L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato; del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per gl'interessi della Corona.
— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia: (rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».
Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.
— Ma se così operassero, che diventerebbe l'autorità della Chiesa?» dimandò il principe.
— Diventerebbe una chimera qual è veramente».
— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di chimera l'autorità che i papi tengono da Dio?»
— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale autorità, non che venire da Dio, è repugnante al Vangelo».
— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la tranquillità pubblica?»
— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l'impresa fosse assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»
Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le sue ragioni avessergli fatto colpo, ma per restarne meglio convinto occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza provarla.
E il Radicati si pose all'opera, e già avevala ben avanzata quando si sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private: credea che i magnati della Corte stessero seco sul grave, che frati e preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette. Son fantasie, con cui si piacciono alcuni di mostrarsi perseguitati: fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in Inghilterra. Il marchese d'Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, che nulla a temere v'aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione. Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di indugiare finchè al re non avesse presentato il libro, del quale tanto si parlava, ancor prima che comparisse. E il Radicati, datovi l'ultima mano, lo spedì a Torino.
Ma ecco il ministro intimargli che sua maestà era indignata gli avesse spedito uno scritto siffatto, e che non potrebbe più conservare seco relazione: i beni suoi, come di nobile migrato senza consenso regio, furono confiscati.
Il libro è intitolato Receuil de pièces curieuses sur les matières les plus intéressantes (Rotterdam 1736), e sostiene dodici proposizioni: 1º Il principe dee aver libera la collazione degli arcivescovadi, vescovadi, badie, parrocchie, e disporne a suo talento come i re di Francia: nominare inoltre i provinciali, priori, superiori degli Ordini religiosi, o rimuoverli. 2º Determini egli il numero de' preti, frati, di ciascun Ordine, monastero, collegio. 3º Incameri tutti i beni e le rendite della Chiesa e degli Ordini religiosi, dando al clero sufficienti provigioni. 4º Vieti ai sudditi di donare mobili o stabili a Chiese o a corpi religiosi. 5º Proibisca ai Gesuiti o frati qualunque d'insegnare pubblicamente o privatamente, ma stabilisca scuole laicali nelle città e nelle borgate. 6º Proibisca al clero di ricevere mercede per la celebrazione di messe, punendo come simoniaco chi ne accetta. 7º Tenga per ribelli i confessori o ecclesiastici che ne' penitenti o ne' fedeli eccitano odio contro il sovrano. 8º Abolisca l'asilo delle chiese; pigli le terre del papa che si trovino nello Stato, come sono i feudi pontifizj in Piemonte. 9º Abolisca il Sant'Uffizio 10º e le confraternite del Rosario, del Monte Carmelo, della Cintura di sant'Agostino, del Cordone di san Francesco, dello Spirito Santo. 11º Diminuisca il numero delle feste, riducendole alle domeniche, pasqua, natale, capo d'anno, natività della Beata Vergine, tanto per distinguere i Cattolici dai Protestanti. 12º I beni del clero scomparta fra i nobili ed i Comuni; e poichè cesserebbero d'esser immuni dal tributo, diminuisca d'altrettanto le gravezze pubbliche.
Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.
L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma per non offendere gli altri sovrani.
In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece pure una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero pensatore (freethinker) cristiano nazareno; e il Racconto fedele e comico della religione dei canibali moderni, di Zelim Moslem, in cui l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di diritto al sovrano.
Dappoi nella Dissertazione sulla morte (1733) sostenne la fatalità degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia, ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore, dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia, impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro La religione maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem, e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di Londra dal famoso fratello Elvell (1737).
Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari, e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela, sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata, fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.
Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella (1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A tacere varie scritture polemiche, fe la Storia civile del Regno (1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti, sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato, nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche battezzati chiamavansi pontifices maximi, episcopi ab extra; e quelle della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni repubblica politica.
Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro «le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»: e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile sovrasta «al tanto celebrato Discorso sulla storia universale di Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il Giannone è fondatore della filosofia della storia.
A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante suo elevarsi» (Ferrari): dell'antagonismo fra la Sicilia e la terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini, malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione. Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (sic) d'opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro signore».
Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri, perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice «erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la Sicilia.
Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano, diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia, Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con Roma, ma è politamente ricusato (1735).
Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza, di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde, fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13 dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano, ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (strada) ma essendo già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo, e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (governatore della Savoja) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità, ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della nostra santa fede».
E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24 marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone l'agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua: ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri errori[450].
Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.
Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie, scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa, erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (hæreses ut minimum sapientes)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella avea scritto il Triregno, opera che non fu stampata, e neppure compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa. D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.
E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge «riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione avvocatesca d'allora.
Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio; dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei, formati dalla nostra immaginazione.
Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane, accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta a Tertulliano e a Lattanzio.
Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.
Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi, come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani, persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo, popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani: la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].
Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio: poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.
Le tante chiese consolidano il governo ecclesiastico, nel tempo stesso che fanno moltiplicare i santi, talvolta annoverando di quelli che da secoli son morti. Mentre prima i vescovi lagnavansi perchè il popolo imponea loro la venerazione di certe persone, dappoi i papi trassero a sè il santificare, col che elevarono grandemente la propria potenza, combattendo l'eresia come la superstizione e l'indipendenza dei re. Fra i celesti si stabilisce una gerarchia di santi, beati, venerabili: e il Giannone descrive il paradiso parodiando Dante, e beffando que' varj spartimenti, dedotti da visioni o rivelazioni. Perchè poi il cielo dei papi non discordasse da quello di san Giovanni, nè fossero superflui la risurrezione e il giudizio finale dacchè le anime erano sentenziate subito dopo la morte, il Concilio di Firenze aggiunse che allora anche i corpi verrebbero glorificati, e dalla semplice visione beatifica si passerà al pieno possesso.
Qui ha luogo lo stato intermedio del purgatorio, colle indulgenze e i giubilei e le espiazioni e la loro riversibilità indefinita.
Dipinto l'inferno, il Giannone conchiude il regno celeste coll'asserire che la Chiesa riprodusse il gentilesimo, con minore genio, minor libertà e umanità; e una morale ridotta a pratiche, a genuflessioni, a pellegrinaggi.
Veniva ultimo il regno papale, cioè il governo della Chiesa, ma o nol fece o andò perduto: da tutta la Storia sua però e dai manuscritti si può argomentare come voleva mostrar il sacerdozio quale una continua usurpazione sopra i diritti del principato, in dieci periodi. Addita in Roma tutte le superstizioni di cui è incriminato il medioevo, e mostrando come i grandi fossero divenuti tali collo sprezzarle o servirsene, vorrebbe indurre a far altrettanto colla religione nuova. Per incoraggiare la Casa di Savoja nella lotta contro il papa, scrisse discorsi sulle Deche di Tito Livio, imitando non tanto il Macchiavello quanto il Toland, che poc'anzi vi avea cercato il culto della natura e la religione degli istinti.
Il suo panegirista conchiude che il Triregno è «la sola opera nella quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata nelle origini, analizzata nelle conseguenze: Giannone è l'unico scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza contro la fede». E appunto perchè «unico italiano contro la fede»; perchè all'Italia «non mancasse una delle categorie della ragione nazionale», il signor Ferrario tolse a illustrarlo e farlo rivivere dai brani dell'opera sua. Ciò proverebbe che non a torto era temuto e perseguitato; e la turpitudine di quella persecuzione gli attirò un vanto di liberalismo, che mal gli si compete. Ma per ciò stesso noi ci credemmo obbligati a badarci a lungo su di esso, ben lontani dall'attribuirgli nè il merito nè l'importanza che il suo lodatore. Noi ed altri ne abbiam appuntati gli errori e i plagi[452]. In fondo egli copia gl'Inglesi, principalmente il Burnet, massime nell'assumere come concetti delle tre grandi epoche la mortalità delle anime, la resurrezione de' morti, l'assunzione degli spiriti al cielo, e a queste trasformazioni subordinare tutta la storia. In carcere scrisse varie opere, in una delle quali vanta i teologi scolastici fin a disapprovare i santi padri, desiderando «manifestare al mondo (dice) i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto,... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte l'altre del mondo cattolico, non ho tralasciato le prove più forti ed efficaci... che ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo»[453]. I re di Sardegna non propendeano a dargli ascolto, benchè egli lodasse sguajatamente il suo carceriere come avea lodato l'austriaco suo stipendiatore; sicchè quest'infelice, punito nella parte morale ben peggio che colla tortura e la galera, moriva il 7 marzo 1748 dopo dodici anni di patimenti[454]. Al Guastaldi, suo giuda, furono riffatte le cinquantacinque lire spese per ingannarlo, e dato il grado d'ajutante di campo del duca. Al figlio di Giannone il re di Sardegna diede, dopo lunghi indugi, ottantasette ducati per libri tolti al suo padre e posti nella Biblioteca; ma il re di Napoli gli assegnò sui proprj fondi trecento ducati l'anno, in memoria «dell'uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il Regno abbia prodotto in questo secolo».
Ancora l'esagerazione fin nella giustizia. Perocchè, se a costituire un grand'uomo bastasse l'avversare la costituzione ecclesiastica, il vanto toccherebbe agli Austriaci che qui dominavano, e ai Tedeschi di cui qui trapiantavano gl'insegnamenti.
Giovanni Nicola de Hontheim, suffraganeo al vescovo di Treveri (1701-90) e cancelliere di quell'Università, colle debite approvazioni di Vienna e col pseudonimo di Giustino Febronio pubblicò De statu præsenti Ecclesiæ et legitima potestate romani pontificis liber singularis, ad reuniendos dissidentes in religione christiana compositus (Bouillon, 1763), e subito fu levato a cielo, come sogliono i libri di partito, quasi pareggiasse i gran maestri di diritto. Tal fama non regge all'esame, ma che importa? Il Febronio, colle ignoranze sue e le palpabili contraddizioni dottrinali divenne bandiera del partito antipapale. Perocchè, proponendosi di mettere in accordo i dissidenti, non potea giungervi che abolendo il primato del papa; e in fatto si svelenisce contro di questo, esponendolo alla gelosia de' prelati, racimolando quanto n'aveano già detto i controversisti francesi e i nemici degli Ordini religiosi; e conchiude l'opera di conciliazione coll'insegnare il modo di formare uno scisma. Alla costituzione della Chiesa trova non convenire nè la monarchia, nè l'aristocrazia, nè la democrazia, sibbene un collegio che abbia forza coattiva; sublima l'autorità de' vescovi, sopra i quali i papi usurparono le riserve, i tribunali de' nunzj, le congregazioni romane, l'appello ed altri abusi derivati dalle false decretali; la infallibilità non spetta ai singoli vescovi, bensì l'autorità di condannare le eresie, e di esaminare le decisioni del pontefice: al quale insomma lascia solo una generale ispezione e sollecitudine, non autorità infallibile nè monarchica, nella misura che gli è attribuita da' Concilj e da' vescovi. Sta all'imperatore il convocare i Concilj generali, informandone gli altri principi.
Il libro giungeva opportuno, e perciò venne echeggiato dai tanti adoratori dei governi forti, e i principi se ne trovarono incoraggiati a levarsi dattorno ciò che solo ne impediva gli arbitrj. Illusi! scassinato il principio dell'autorità, essi sagrificatori oggi, sarebbero vittime domani.
Una delle parti dell'amministrazione, che i governi doveano specialmente adoprarsi di concentrare in sè era la giustizia, e come la toglievano ai feudatarj, così doveano voler toglierla anche agli ecclesiastici e principalmente al Sant'Uffizio. Questo in Roma dava appena segno di sè, e il presidente De Brosses che vi stette nel 1740, diceva: «La libertà del pensare in fatto di religione, e talvolta anche di parlare, v'è maggiore che in qualsiasi città ch'io conosca; non si creda che il Sant'Uffizio sia così nero come si dice: io non ho mai inteso che alcuno sia stato messo all'Inquisizione e trattato con rigore»[455].
Questa in Toscana era continuata con bastante placidezza, più che delle eresie curandosi dei costumi, non solo ne' chiostri, ma fin nelle case; e un Domenicano scorreva ogni anno il granducato, poi riferiva al principe le riforme necessarie. Per accennare qualche cosa, nel 1686 una vecchia, alquanto brilla, s'introdusse sulla bruna in una casa, e si posò accanto al focolare. Tardi ritornando i padroni la credettero una strega, calatasi per la gola del camino; chiamarono gente, fu presa, e sì malmenata, che al domani trovossi morta, e il suo cadavere sepolto fuor di luogo sacro. L'arcivescovo Morigia, meglio esaminato il caso, ne fece far riparazione. Il 27 febbrajo 1695, Jacobo Balestri, nato e educato bassamente, ma abile a tessere sete, fu imputato di molte eresie benchè non sapesse leggere nè scrivere, onde fu obbligato a pubblica abjura, e per dieci anni tenuto prigione, come ateo. Alessandro Martini nobile fiorentino dovette egli pure al 13 maggio 1690, abjurare, essendo accusato di confessione rivelata, e d'abusare di passi scritturali per sedurre incauti a difondere le massime di Molinos; condannato a carcere perpetuo vi morì dopo dieci anni. D'altri errori veniva imputato il Vanni, canonico della basilica Laurenziana, ma il suo libro intitolato Barlumi, esaminato dal Sant'Uffizio, n'ebbe assoluzione, ma dopo lunga prigionia.
Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare; doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite; celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del 20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.
Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena, avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da' piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel 1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].
Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito della fede».
Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].
Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio 1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale, da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel disenso.
Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio, che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria, sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per sollecitazione in confessionale.
È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti, cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.
Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere all'Inquisizione.
Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di circondar di miracoli le sue azioni.
Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali; dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.
Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste, nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento, come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni, facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.
L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse composto in prigione, uno Tractatus de vita et imperio antichristi, l'altro Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo Figliuolo. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche, pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj. Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici, al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine, della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza usque ad excelsum et ultra, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo, scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.
All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni, d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia, di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.
L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate, purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di continuare la stampa delle sue Lettere famigliari, e corresse per le bocche coll'orribile taccia di gesuitante.
Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando, al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].
Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con un'iscrizione che lo dichiarava vitæ sanctitate, rebus gestis miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris... religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico tamen omnium judicio absolutus. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre latinista Cordara scrisse Il buon raziocinio, o siano saggi critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre Gabriele Malacrida (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò De tribus in lusitanos Jesu socios publicis judiciis dissertatio (Norimberga 1793), ove asserisce che l'opera sull'Anticristo era stata composta dall'abate Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti; aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.
Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il papa ad abolire i Gesuiti.
Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti: e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro ministri.
Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose: «L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj[466].
Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara, allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico, potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si parlò d'altro che della quistione mantovana. Interpostasi la Corte di Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e assolvere i censurati.
Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove: ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale della monarchia, dal quale dovea venire fin l'exequatur per la nomina d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma; proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali inclinavano gli scrittori[467]. Tra questi però faceano bella eccezione Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che, per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re Ferdinando, gli fece proibire la costituzione Apostolicam, colla pena di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite, perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti, se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed espellerli colla forza e con umiliazione[468].
Il francese Du Tillot, ministro del duca di Parma, aizzò questo contro Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il vivere del mondo al segno, d'osar dire no, quando i governi pretendevano dicesse sì.
Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati, aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de' principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne' principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni»[469].
Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20 giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia, profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio exequatur fossero solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri, mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e revisione; eccettuate fossero dal regio exequatur le bolle dogmatiche, le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di scrivere nè pro nè contro la bolla Unigenitus e le quattro proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla giansenistica Università di Pavia.
Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali, bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi; la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o dei popoli, sibbene della libertà dei re.
Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il resistervi e il secondarli.
Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu detto aliis non sibi clemens, serbò sul trono il modesto trattamento e gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.
Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli, e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la menzogna e le calunnie»[471]. Fra i loro stessi compagni trovarono accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore[472], ma col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia, l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto, il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi padri, agli apostoli, ad Abramo!
Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza, senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo Frà Gerundio, ingegnoso quanto il Don Chisciotte, il Lampillas, l'Eximeni, il Requeno, l'Hervas, il Clavigero, l'Azevedo, il Tentori, il Serano, lo Scherlok[473]. Fra i Gesuiti italiani molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.
Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo, filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe, riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata, accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose: «Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».
D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della religione o della Chiesa».
Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.
I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto, iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi dalla tirannia ecclesiastica.
Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera De servorum Dei beatificatione dissipava le calunnie de' Protestanti contro la soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj, promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano. Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.
Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».
Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».
Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. — Fece la scala santa».
I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato del palazzo di Venezia.
Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta. E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete voi».
Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de' campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del Sistema della natura: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone della casa, potrà assettarla come gli garba».
Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi, dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare la bolla In Cœna Domini, sperando colle condiscendenze indurre i principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato, minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo per amor della pace della Chiesa, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno ignobili de' gabinetti[476].
Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure; e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.
Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo, sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia, d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla morale.
Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti, nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.
Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una lettera con riverenti riflessi, e poichè non vi si badò, mosse egli stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e l'imminenza della rivoluzione[477].
Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que' demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.