La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che, facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza, ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre di fatalità, male, forza, niente.
Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.
Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di stancar la pazienza dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi come se avesse centomila bajonette. Quando egli però fu partito, la repubblica francese mandò Berthier ad occupare la moderna Babilonia, dove fu gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei, de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza; eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.
L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni; gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio, la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in cui la si sobbissava.
Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.
Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel 1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato?»
Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice; ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva: «La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].
Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera; proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.
Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia, di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica, che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].
Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione, blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.
Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la servitù di tutti i popoli[519].
Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de' principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche, dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare: e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè aveva consacrata.
Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua; Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a' miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che deve compiersi in quindici giorni».
Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo, condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.
Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice, allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto, ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.
Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze. Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico, che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte: anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale è d'origine divina al pari della papale[520].
Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo vero col popolo letterato e officiale.
Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».
Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno scisma.
Contro quel caparbio di papa che persisteva nel non è lecito e nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica, premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].
Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e «la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».
Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».
In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò. D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio. Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità. Di ciò vediamo le conseguenze.
Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser all'onnipotenza amministrativa.
Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti acattolici.
Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.
Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!
Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».
Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.
Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le opere del Tamburini e i Commentaria de jure canonico che nel 1788 avea pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa, prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i popoli all'ovile «della fede[523]».
Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855 «per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi; senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge, rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.
Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso l'atto suo più savio e popolare[524].
Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie, se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.
Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne, Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa, unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi operò potentissimamente sull'avvenire.
Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti, rivoluzionarj. Il suo Saggio sull'indifferenza in fatto di religione fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione non società».
Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin all'esagerazione le Memorie di Modena e la Voce della verità, dove Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una fittizia impopolarità.
Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de' progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de' padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.
Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa scena dovette poi partecipare!
Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa, in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già dal 1840, nell'Introduzione allo studio della filosofia credea vicino a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa, l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita. L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino, volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta fiducia»[526].
Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale, aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.
Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata una scuola che intitolarono Neoguelfa. Nell'indeclinabile conflitto tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli, Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini, ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.
Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi della civiltà moderna.
Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.
Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze, ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù, e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e l'osservatorio.
Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove, «oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato. Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».
Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII (31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.
Il dottissimo cardinal Maj, nell'orazione solita recitarsi in conclave de eligendo pontifice, diceva ai cardinali: «Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leon Magno la nitida eleganza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio Magno la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l'amicizia de' principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di pensamenti Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio V, per vigor d'animo Sisto: e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice cui non manchino nè l'erudizione di Benedetto XIV nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».
Gregorio XVI saliva papa il 2 febbrajo 1831 mentre l'Europa era sommossa da una nuova rivoluzione di Francia, che al ripristinato diritto divino surrogava quello delle moltitudini e della sollevazione. E una scoppiò nelle Romagne nell'interregno, ma ben presto l'Austria tornò all'obbedienza dei duchi e del papa l'Italia media, colla solita necessità di repressioni e la solita sequela di odj. Quanto inesperto delle cose politiche tanto fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, Gregorio XVI secondò la revivescenza cattolica in Italia e fuori[527]; infervorava ai doveri religiosi; ostava alle eresie ripullulanti; riformò i concordati col Piemonte e con Modena; lottò colla Spagna e colla Svizzera che molestavano la Chiesa; scomunicò i fautori della tratta dei Negri; denunziò alla cristianità il re di Prussia, che a cagione de' matrimonj misti teneva in carcere l'arcivescovo di Colonia; all'imperatore di Russia rinfacciò i maltrattamenti usati ai Polacchi, e additandogli le ruine del palazzo di Nerone diceagli: «Ecco quanto resta de' persecutori de' Cristiani».
Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno, pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe l'universo mondo[528].
Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non intervento. Questo restar indifferenti allo strazio de' nostri vicini repugna alla carità; ma la politica stessa se ne ride; ed oltre ripristinare coll'armi i principotti d'Italia e il pontefice, le Potenze vollero intromettersi dell'assetto interno, fino a pronunziare che lo Stato Pontifizio era mal governato, e dar suggerimenti ufficiali al suo principe. S'aperse con ciò l'èra nuova della rivoluzione, che comparve armata della penna dei diplomatici e delle ambizioni dei re, i quali faceansi alleati e complici delle società segrete istituitesi contro di loro, e subillatori dell'eresia che prima era da essi combattuta. Se l'aveano suggerito i regnanti, ben poteano i Romagnuoli domandare a gran voce la secolarizzazione degli impieghi e l'applicazione di codici stranieri: sicchè il malcontento poteva palliarsi di legalità, e farsene organi or elegiaci or ditirambici anche persone dedite all'idea carbonarica, ma repugnanti dalla Giovane Italia, quali Massimo D'Azeglio o il dottore Farini. A tale manifattura d'anarchia trovavano alleati troppi interessi e passioni; malcontenti che volevano annessi i paesi pontifizj al regno di Napoli o al Piemonte o sin all'Austria; Inglesi che bramavano crollasse il papato; Tedeschi che voleano impiantare il protestantismo nella sede stessa del cattolicesimo; avvocati che agognavano l'occasione di declamare in un parlamento o di regnare in un ministero; rivoluzionarj che erano sicuri di riuscire contro un trono che non vuol difendersi con un esercito, sicchè la minima insurrezione basta ad abbatterlo; napoleonici, che di quel paese farebbero il punto d'appoggio per sollevare tutta Europa. Il governo di Luigi Filippo non poteva reprimere la rivoluzione da cui era nato: e poichè nel paese suo era cominciata nuova guerra contro il ridestato zelo del clero, indicato col nome di Gesuita, si mandò ambasciadore a Roma un antico fuoruscito, il carrarese Pellegrino Rossi. Alla costoro ombra, dalla Francia, da Lugano, dalla inglese Malta avventavansi opuscoli incendiarj in Italia, che versassero aceto sulle piaghe: che, se bersagliavano il Tedesco, più concordemente inviperivano contro Roma. Tutto ciò cresceva gli scontenti negli ultimi anni di Gregorio XVI. E s'egli deplorava tale disorganamento, e vi provvedeva o con ammonizioni o con repressioni, era vituperato come retrogrado e tirannico; denigravansi gli atti suoi migliori; calunniavansi fino i suoi costumi; non occorrevan le prove e neppur la probabilità; bastava l'esser detto; chè in tempo di rivoluzione la credulità è inesauribile[529].
Quell'amministrazione diversa dagli altri regni, quel re prete che dava esempj o raffacci ai re, quella corte di cardinali come potevano piacere ad un'età tutta soldati e ciambellani? Credeasi avvilito un popolo perchè ubbidiva a tonache, anzichè ad uniformi; i sudditi diceano che il papa era uno strumento in man dei principi; i principi lo guardavano bieco come il solo che osasse opporsi alle loro trapotenze.
Aggiungiamo pure che un principe a vita, scelto in grave età, fra una classe aliena per istituto da intrugli temporali, preferito per le virtù che giovano ed onorano la Chiesa universale, deve riuscire men proprio al governo quanto è più austero ed esemplare: onde quivi peggiorano le condizioni di moralità che altrove sarebbero salvezza. Quindi moltiplicate le cospirazioni, finchè una nuova se ne ordì al comparire del suo successore, la cospirazione degli applausi.
Pio IX, avvezzo a lavar le sue mani tra gl'innocenti, pietoso di cuore, ameno di discorsi, buon sacerdote, che molte ore d'ogni giorno riserbava alla preghiera; che nelle dubbiezze gettavasi a' piedi della Madonna, a gran rinforzo di speranze e di lodi venne trasformato in un idolo a capriccio, attribuendogli atti, concetti, divisamenti alieni dal vedere e voler suo: «Viva Pio IX» fu il grido che risonò da un polo all'altro, più alto che a qualunque eroe, e come simbolo di tutte le speranze, non men della Chiesa che dell'Italia. Ai Cattolici parendo risorgesse quel che dopo Lutero non si era veduto più, un pontefice di tal grandezza, da stendere la sua efficacia sul mondo intero, esultando che il movimento venisse appunto di là ove è tradizionale la stabilità.
Ma i figli di Voltaire non riconciliavansi col papa se non foggiandolo sul tipo del loro patriarca; e in quella foga d'applausi, dove l'amore cancellava la riverenza, si tentò staccare il principe dal papa, il papa dall'ordinamento ecclesiastico e dai suoi predecessori, gridando «Viva Pio IX solo». Per quanto egli protestasse contro lo scopo che ognor più si rivelava di farlo scintilla d'incendio politico[530], con preghiere che somigliavano a minaccie se gli chiesero le riforme che i principi aveano suggerite nel 1831, ed egli le concesse; se gli chiese, istituzione di moda, il giornalismo, ed egli il concesse, e vi seguì il nembo delle falsità, l'annunzio di riazioni, di briganti, d'invasioni; in conseguenza gli si chiese la guardia nazionale e un esercito, ed egli concesse: se gli chiese una costituzione, ed egli la concesse; pel qual modo si ebbe in pochi mesi ciò che i più arditi avean appena sperato in un secolo.
Non può toccarsi al principato ecclesiastico senza che tutta l'Italia se ne risenta, anzi l'Europa, come a un interesse dì tutti e di ciascuno. Ben presto Francia scoppiò in nuova rivoluzione repubblicana; l'Europa tutta vi corse dietro, come a tutte le mode di Francia, e a titolo della fraternità universale restò contaminata di assassinj e di ruine. In Italia pure in nome della nazionalità cominciò la conflagrazione, che da venti anni mantiene quell'incertezza ch'è il peggiore dei danni perchè sospende tutte le forze dell'anima, elide il coraggio, differisce le risoluzioni, come di gente sulle mosse, che non ha nè una strada nè una meta.
La commozione erasi iniziata nel nome del papa, e nei concetti de' Neoguelfi di ridurre a concordia lo Stato colla Chiesa, la libertà coll'autorità. Più parve potersi sperarla quando l'assemblea repubblicana francese, proclamando il diritto inviolabile delle coscienze, sciolse i vincoli che un'improvida protezione avea messo alle facoltà della Chiesa, e il parlamento germanico abolì i divieti che le costituzioni particolari ponevano al culto pubblico. Anche in Italia i sacerdoti favorirono gli scotimenti del 1848, benedissero le bandiere e le armi, contribuirono denaro, preci, inni, esortazioni, esempio: il ministero piemontese gl'invitava a render odiosi al popolo gli Austriaci col mostrare come questi avessero sempre incagliata l'azione degli ecclesiastici[531]. Ognuno sa come la rivoluzione si voltasse contro Pio IX, fin a cacciarlo dalla sua sede; onde l'Italia, per la terza volta in cinquant'anni, dovè protestare contro gli oltraggi dell'esiglio del suo padre. Portata la gran lite sul campo della forza, la forza prevalse; lo straniero rioccupò l'Italia, e l'inevitabile riazione inaridì le rigogliose speranze, e divelse le ottenute libertà.
L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo. L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi poteano possedere fuor dei loro confini.
I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi, erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di ragioni[532].
Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del Gioberti. Nel Primato d'Italia volendo retoricamente mostrare come la nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si convertì in lava», buttò fuori i Prolegomeni, ove cantava la palinodia, poi il Gesuita moderno, ove in cinque grossi volumi rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo; pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere, apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e non può avere altra sanzione che quella degli scherani».
Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo (in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal, interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in quelle Provinciali, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.
Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi. Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare la libertà religiosa e sociale».
Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica, dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare Bibbie, catechismi o libri che trattino ex professo di religione; e proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del pontefice.
In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era chiesta l'autorizzazione del principe».
I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re, bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a tutti.
Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa: eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali, dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».
Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale. Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge, che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il matrimonio a contratto civile.
Roma protestò; richiamò il nunzio da Torino, e non volle riconoscere il Pinelli, mandatole affinchè accettasse il fatto compiuto, e rimovesse il Franzoni arcivescovo, tenuto corifeo dell'opposizione clericale, e che avea proferto la legge civile non poter dispensare il clero dagli obblighi speciali, impostigli dalla Chiesa, e prescriveva qual contegno dovesse tenere rimpetto ai tribunali civili. Di aver ciò stampato gli si mosse processo in paese di libera stampa, e alla citazione non essendo egli comparso, fu chiuso nella cittadella: fatto nuovo e inaudito, dice lo storico succennato nello sbeffeggiare questo martire: al quale però serviva di conforto il giungere condoglianze e incoraggiamenti d'ogni parte, un pastorale dai fedeli sardi, un anello da quei delle chiese d'Italia, un calice dai Francesi.
Ammalatosi intanto il conte di Santarosa ministro, gli si negò il viatico se non ritrattasse la partecipazione che aveva avuto a quelle leggi. Nuova occasione di ire plateali e avvocatesche, per obbedire alle quali l'arcivescovo, sequestratigli i beni, fu chiuso nella fortezza di Fenestrelle, poi condotto ai confini di Francia, ove stette esule i dodici anni che sopravvisse. E parimente dovette uscire monsignor Morungiu arcivescovo di Cagliari e (dice il solito storico) «a sentire la fazione teocratica, era già tempo di nascondersi nelle catacombe: i martiri si moltiplicavano; le persecuzioni de' Neroni e de' Domiziani erano superate». Forse la fazione teocratica ricordavasi che, oltre lo Statuto, vigeva il codice ove l'articolo 2 dichiara che «il re si gloria d'esser protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nelle materie che alla podestà di essa appartengono: i magistrati veglieranno che si mantenga il migliore accordo tra la Chiesa e lo Stato».
Quasi poi si fosse proposto di far d'un popolo senza fede un popolo senza doveri, la stampa metteva fuori libri i più ribaldi; riproduceva ad uso del popolo novelle e poesie di cui Sodoma si sarebbe vergognata: famigliarizzava coi delitti più atroci e più osceni; fatta palestra di obbrobrj, lanciava vituperi contro le persone e le istituzioni ecclesiastiche: il più lurido dei giornalisti, dopo scompisciato tutta la settimana ogni persona e cosa che ispirasse o meritasse rispetto, la domenica appestava il pubblico con migliaja di copie d'una spiegazione del vangelo, dove avvoltolava nella sua pozzanghera Cristo, e principalmente la Madonna. Ne sghignazzavano i caffè, e lo pensionava l'erario.
In più serio campo Giovanni Nepomuceno Nuytz, all'Università di Torino professava un corso di diritto canonico (Juris ecclesiastici iustitutiones) degno del Febronio, asserendo l'onnipotenza dello Stato sopra la Chiesa; l'incompatibilità del potere temporale collo spirituale; non potersi dimostrare che il matrimonio sia sacramento, nè la Chiesa stabilirvi impedimenti dirimenti; la Chiesa cattolica e specialmente la santa sede essere stata causa dello scisma orientale[537]. Messo all'Indice, l'autore fu strascinato in trionfo e promosso. E fioccavano scritti in cui voleasi considerare il potere pontifizio come un semplice ministero, anzichè una giurisdizione; la religione come società dell'uomo con Dio, eliminando la Chiesa visibile, e la suprema garanzia de' diritti civili; nelle materie miste, cioè nell'amministrazione esterna delle cose sacre, la decisione competere all'unico potere, primeggiando l'interesse pubblico in tutto quanto non è essenza della religione.
E qual cosa sia l'essenza della religione lo definirà ancora il Governo. Essenza della religione è che si predichi la verità, ma lo Stato prefiggerà da chi, quando, dove, come, e se quella verità nuocia al pubblico assetto. La preghiera è essenza della religione, ma lo Stato determinerà le ore, i luoghi, le formole; e se permettere una processione, le immagini, i pellegrinaggi, il richiamo delle campane. È essenza della religione il formare i proprj ministri, ma l'autorità origlierà ai seminarj, imporrà i maestri, le materie d'insegnamento, il numero e l'età degli allievi, e quando arrivino agli anni, li ghermirà per farne soldati. La Chiesa è giudice degli errori contrarj ai suoi dogmi e alla sua morale, ma lo Stato esaminerà la forma delle decisioni dogmatiche, potrà sospenderne la pubblicazione, vietarne la discussione[538]. Essa amministra i sacramenti e fra questi il matrimonio, ma lo Stato non lo riconoscerà se non stipulato davanti agl'infimi de' suoi magistrati, in via di contratto naturale. Potrà dirsi impedita la libertà del cittadino o turbata la quiete pubblica se una processione interrompe la marcia d'un reggimento; se ai nostri carnevali si oppongono le devozioni; se ne' conventi si ricoverano fanciulle destinate alla scena o a peggio; se i nostri tabernacoli impacciano le mostre delle botteghe; se i nostri vescovi stampano come i giornali, o i nostri curati declamano quanto i deputati e gli arruffapopolo: se infine un cristiano vuol praticare la libertà diversamente da quel che esigono i dominatori del giorno.
Insomma si ammetteva la religione, ma se ne ripudiavano le conseguenze; si tollerava Cristo, ma prima il re e il prefetto; il Governo, se non bastava l'aver tratte ai tribunali civili le quistioni beneficiarie e matrimoniali, stabilito nuove norme per la placitazione, sottoposto a speciale autorizzazione i lasciti e gli acquisti in favor della Chiesa, tolto la personalità morale alle corporazioni religiose, imposto tasse eccezionali e quote di concorso a certi benefizj, rendevasi ridicolo agli assennati e vessatorio ai credenti col rinnovare le scene dell'interdetto di Venezia, e dei re sacristani di casa d'Austria. Il papa nel concistoro 22 gennajo 1855 disapprovava tutti gli atti del potere legislativo ed esecutivo del Piemonte, lesivi della giurisdizione ecclesiastica, minacciando di censure coloro che a leggi siffatte dessero favore; e pubblicò i carteggi suoi co' varj ministri di Piemonte, e le lettere burbanzose di questi, che ad ora ad ora aveano tentato rannodare relazioni con Roma.
Peggiorò questa situazione la guerra del 1859; dove il Piemonte, avendo acquistata la Lombardia, vi applicò subito gli ordinamenti suoi, cassando il concordato che l'Austria aveva stipulato con Roma, e vituperando come ostile all'Italia indipendente quel clero che, come ostile al dominio forestiere, era stato sempre vigilato dagli Austriaci. Poi, con quel sintomo d'estrema decadenza ch'è la facilità con cui si perde e si acquista un trono, vennero annessi al regno sardo la Toscana, i Ducati, la Romagna; poi si conquistarono le Marche, l'Umbria, le Due Sicilie; infine si proferì l'unità d'Italia, e doverne essere capitale Roma.
Tali acquisti erano un fatto di mera politica esterna, di principe che spoglia un altro principe; ma doveano esulcerare le relazioni fra il pontefice e il nuovo regno; e alterare non solo le disposizioni reciproche degli spiriti, ma i doveri dei già sudditi pontifizj, che trovavansi sottoposti ad altro regnante, e a norme differenti anche in ciò che concerne la coscienza. Fu per voltare tutti i torti sopra di questi che il ministro Cavour promise le più ampie libertà alla Chiesa in libero Stato.
Come tutte le formole vaghe, questa non ha altro senso che quel che le si dà; gridata da tutti, è da ognuno intesa a suo modo, e se ne trastullano quelli che amano creare attitudini equivoche onde profittarne[539]. I Cattolici l'avrebbero aggradita ove significasse che la Chiesa non fosse più stretta da tutela estranea; autorizzata ad esercitare tutta la sua attività morale e civile, tolti gl'impedimenti alle relazioni dei fedeli e de' vescovi tra loro e con Roma, alle elezioni, alle stampe, alla beneficenza, all'istruzione, ai mezzi molteplici per cui si fa benefattrice dell'umanità, invece di vincolarsi a concordati per reciproche concessioni, avrebbe quella sicura libertà che invoca con quotidiana preghiera.
Chiesa e Stato sono due enti affatto distinti, eppure non separabili: viventi ciascuno di propria vita, non si devono reciprocamente impacciare, bensì nella loro indipendenza coadjuvarsi, l'una dirigendo le coscienze al rispetto dell'autorità, l'altro proteggendo l'attuazione esterna del dogma. La Chiesa sussisteva prima dello Stato, e abbraccia l'università de' credenti; mentre quella formola parrebbe rinserrare l'eterno nel contingente, l'universale nella circoscrizione geografica o politica. L'anima comanda al corpo, ma questo è inseparabile da quella finchè vive, e l'una tocca alle ragioni dell'altro in modo, ch'è impossibile delimitarle assolutamente, massime quando s'interpongano interessi e passioni.
Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le proprietà di qualunque siano natura, e benchè in fatto si rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato, poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini; profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.
Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero: l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno scomunicato.