Mentre gli uni voleano conquistar Roma colla forza aperta, altri lentamente invaderla coi mezzi morali, v'era chi, vedendo inseparabili l'ordine temporale e lo spirituale, asseriva non si riuscirebbe colla forza e colle tresche diplomatiche, ma solo col toglier la fede e distruggere il cattolicismo. Oltre dunque profittare di quelli che, se attirano scomuniche e interdizioni, non professano separarsi dalla certezza della fede e rompere il vincolo dell'unità, il Governo a' suoi fini si ricordò che, irreconciliabili come nel XVI secolo, rimangono sempre a fronte il cattolicismo, sintesi universale della ragione umana, elevata fin alla ragione divina mediante la rivelazione; e la protesta, ispirata massimamente da odio alla supremazia italiana, da pretensione a nazionalità segregata. Fin dal suo apparire noi indicammo come i nuovi suoi simboli e le confessioni non appoggiandosi all'autorità, essa dovesse o tradire la logica, oppure arrivare all'organamento libero della religione, all'unione de' Cristiani non più nella lettera morta, ma nell'idea pura, cioè nelle infinite gradazioni del giudizio individuale. In fatto adoprò indarno evoluzioni dogmatiche o ripieghi costituzionali per avvicinarsi all'unità; cercò indarno qualche autorità fuori di quella che dice antiquata, onde fissarsi tra lo scetticismo puramente materiale, e le forme sfumate del misticismo.
Alcuni fra' Protestanti credono ancora sia necessario alla salute l'accettare la rivelazione cristiana, prestar fede a certi miracoli, a certi dogmi, quali la trinità, l'originale corruzione della natura umana, l'impotenza dell'uomo al bene, le postume retribuzioni. Ma mentre la Chiesa cattolica confida di non venire mai meno perchè i suoi dogmi, trascendenti l'umana capacità, non sono inventati ma dati, e portano l'unità col sottomettere a un capo, pare che fuor di essa non possano darsi più che Metodisti o Sociniani.
Il secolo XVI aveva impugnato l'autorità della Chiesa mediante l'autorità della Bibbia: il secolo XVIII mediante frivolezze e riso battè culto, dogmi, misteri: il secolo nostro combatte il cattolicismo uscendo dal cristianesimo: vuol sottrarre alla Chiesa anche l'interpretazione de' libri santi, neppure il vangelo accettando se non in quanto risponde alle convinzioni del nostro intelletto, sovvertendo gli avvenimenti storici, e l'analisi esegetica applicando fin al subjetto teantropico. Alla salvezza (dicono) si giungeva prima del cristianesimo, e si giunge fuori di esso da coloro cui non fu dato riconoscere la vanità delle loro credenze: si dà un progresso della fede come delle altre scienze; libera l'interpretazione della Scrittura a segno, che nè tampoco occorre definire la divinità, nè riconoscere ajuti o impacci alla libertà morale, nè originale incapacità alle virtù e alla derivante santificazione: all'immensa equità e bontà di Dio repugna l'eternità de' castighi. Escluso il sopranaturale dalla ragion dell'uomo, si esclude anche dagli annali dell'umanità, e per aspirazione ad unificare il sentimento religioso si esclama, «Non più teologia dogmatica non miracoli[564], non superna ispirazione delle Scritture, non redenzione, non comunione dei fedeli: la religione è un sentimento, nè l'intelletto v'ha a fare; la scienza non ha nulla di comune colla fede, anzi la scalza». A persuadere ciò si mira non tanto con violenza e in aspetto di rabbia, quanto col lento e sistematico disfare pezzo a pezzo credenze e tradizioni, ed il sopranaturale e la Chiesa presentare quasi in contrapposto colla scienza e colla civiltà moderna.
La società cristiana si compone di Dio principio supremo; del Cristo, divino mediatore; della Chiesa, società conservatrice eterna dell'incorruttibile verità che unisce gli uomini. Ebbene: dapprima si disse: «Giù la Chiesa, tralignata, meretrice; si conservi Cristo solo, Cristo nudo». Poi si disse, «Cristo è un mito, i vangeli un romanzo: non più Cristo». Presto si arrivò al «Non più Dio»; e nell'impossibilità di far un credo comune, si fa senza credo; è ortodosso chiunque è sincero[565]. Ma i sinceri è notevole come ritornino verso l'autorità, siccome vedesi ne' Puseisti. Vi ritornano pure i liberali, che il suffragio popolare riscontrano nelle decisioni de' Concilj e nell'elezione dei papi; vi ritornano quelli che sentono l'istinto dell'ordine, il bisogno di certezza, d'unità di spirito, di comunanza di preghiere.
Nei tempi napoleonici, quando si considerava nemico chiunque non s'incurvava, se perseguitossi la Chiesa cattolica, non si favorì guari la protestante. Se il vulgo colto celiava ancora con Voltaire, il popolo cresceva rispetto ai sacerdoti quanto li vedeva più oppressi nel loro capo. La restaurazione credette consolidarsi mediante l'alleanza del trono coll'altare; e la religione dominante in Italia fu la cattolica, anche ne' paesi sottoposti all'Austria, dove ogn'altra era tollerata, e dove i Protestanti erano ammessi a tutti gli impieghi, non però con pubblicità di culto.
I Valdesi di Piemonte, de' quali accennammo le vicissitudini nel discorso LI. contro i proprj re invocarono l'intervento straniero: ma all'Inghilterra che s'intromise a loro favore, fu mostrato come gli editti contro di essi fossero meno severi che quei d'altri Stati contro i Cattolici. Non crescevano però di numero, nè presumevano far conversioni; e se moltiplicaronsi libri e storie apologetiche, v'ebbero contradditori; fra cui già nominammo il vescovo Charvaz, che, oltre la storia, fece la Guida del catecumeno valdese, ribattendone gli errori, e difendendo la religione cattolica ne' suoi dogmi, nel suo culto, nella sua disciplina. Re Carlo Felice aveva permesso una chiesa protestante a Nizza, ma che si predicasse solo in tedesco. Un Buscarlet ministro, non sapendo di tedesco, predicava in francese, ma gli fu vietato nel 1836, senza dar ascolto al conte Truchsses ministro di Prussia, che prese parte per lui. Esso Truchsses cercava trarre uditori alla cappella evangelica che teneva nel suo palazzo a Torino, e volle anche aprirne alcuna di fuori, ma ne fu impedito. Nel 1836 girava per Italia una signora Childers, dispensando Bibbie e stampe eterodosse, fra cui la Fede Generale dei Riformati, e una spiegazione del serpente di bronzo[566].
In favore de' Valdesi si mosse di nuovo l'Inghilterra nel 1841, quando Carlalberto ordinò rientrassero nei legali loro confini. Lord Aberdeen scrisse una calda nota al Governo sardo, che rispose con secco diniego. Ma poichè l'opposizione in Inghilterra tornava sempre su quel tema, il ministro rinnovò le pratiche, e il conte Pollone (18 febbrajo 1843) replicò sarebbe errore politico non men che peccato religioso il concedere ai Valdesi di abitare fuori dei loro limiti; volersi conservare l'unità cattolica, e i sentimenti del re e del paese doversi rispettare quanto quelli di Giorgio IV, inesorabile a non voler emancipare i Cattolici[567].
Quanto all'interno, nel 1820 era parso risvegliarsi lo spirito religioso, principalmente per impulso di Felice Neffi; e quella edificazione che più non trovavano nei tempj, molti la cercavano in riunioni indipendenti e riti liberi e più spirituali. Ai pastori ne spiacque, credendo lor privilegio la predicazione: la pietà dissidente tacciarono di Darbismo, e infatti a questo piegò, volendo escludere ogni liturgia fissa e uniforme, ogni sacerdozio privilegiato, quasi conducano al formalismo, all'indifferenza religiosa e alla disperante apatia della Chiesa officiale. Dio non istabilì veruna autorità che organasse la Chiesa di Cristo, nè tale sistemazione è contenuta nel codice sacro: una Chiesa ha unico capo Cristo, nè altro padrone, cioè è sovrana[568], e come tale può star da sè (congregazionismo) o confederarsi ad altre (presbiterianismo). Presbiteriana è la Chiesa valdese, ma il problema più difficile è stabilire i rapporti fra le Chiese particolari e la generale, in modo che questa non usurpi i diritti e l'individualità di quelle.
Le chiese rimanevano distinte e indipendenti ciascuna, senz'altro legame che della stessa fede e d'un'opera comune, ma nel 1839 si radunarono in parrocchie, poi nella costituzione della Chiesa valdese data dal sinodo del 1855 si consolidò questa novità col pretesto di francheggiarsi a fronte delle difficoltà, anzichè osteggiarsi una chiesa coll'altra. Il progresso delle idee liberali in Italia (diceano gli oppositori) abbastanza protegge ora i Valdesi, mentre la fusione vale quanto il distruggere i membri per formare un corpo: nè la Chiesa generale direbbesi libera quando nol sono le particolari. Il bisogno dell'unità è pericoloso, e non v'è chiesa generale dove non v'abbia chiese particolari libere, autonome e sovrane. Sono idee anglicane: e v'è chi vorrebbe introdurre fin i vescovi, sotto il nome di Moderatore a vita. Altri invece esorbitante trovano l'autorità concessa alla Tavola di «provvedere per mezzo di regolamenti a quanto concerne il culto pubblico e l'amministrazione spirituale e temporale delle parrocchie»; per lo che il clero riesce ad aver superiorità nella legislazione, nell'amministrazione, nella disciplina, nel culto, fin nell'istruzione pubblica; dispone dei doni e sussidj venuti di fuori. La nuova costituzione trasse alla Chiesa la nomina de' parroci diversi, dal che, oltre altri inconvenienti, deriva che le elezioni emanano da spirito di consorteria e di famiglia, «una delle più triste piaghe del paese, e che vi produce la lebbra che corrose la Chiesa romana, il nepotismo»[569]. Laonde per l'onor del paese e per la pace e la vita della Chiesa chiedeasi prevalesse il congregazionismo, l'indipendenza delle varie parrocchie, ciascuna delle quali nomini i deputati al sinodo[570]. Pertanto restarono divisi in Valdesi diaconi e Valdesi della tavola.
Nel 1839 a Filadelfia negli Stati Uniti si costituì una Società Degli Amici Italiani, che proponeansi di combattere il cattolicismo nel suo centro, e nel suo capo: e fu denunziata da Gregorio XVI. A Firenze tra l'arcadica fiacchezza di quel governo, e tra le pedantesche gelosie leopoldine contro il clero, potè estendersi il protestantesimo, favorito anche dal gabinetto letterario del Vieusseux, dove radunavansi il fior della città e tutti i forestieri; Matilde Calandrini, stabilitasi a Pisa nel 1831, introdusse gli asili infantili e convertì alcuno all'evangelismo; Enrico Meyer, autore di scritti pedagogici, fe porre un Istituto dei padri di famiglia protestante. L'apostolato invigorì però solo dopo che nel 1848, l'avversione ai pontefici fu innestata dalla nuova politica, colla libertà d'infamare e maledire ciò che era venerato e benedetto. I fratelli Guicciardini, spalleggiati da Mather, dagli Aldbourough e da altri, teneano conventicole, ove leggere e commentare la Bibbia; ma poichè ciò repugnava alle leggi del paese, furono indotti ad andarsene. Un ostiere Madiai, sposo ad una inglese, nel 1852 propagava libri e dottrine protestanti, e poichè, a norma della legge, venne arrestato, se ne levò uno scalpore europeo; l'Inghilterra minacciò richiamare il suo ministro; tutta la diplomazia parve sbigottirsi che alcun pericolo incorressero gli emissarj protestanti: il granduca dovette cedere, e se ne menò trionfo; i predicanti operarono più sicuri, e quest'atto fu una delle accuse che si accamparono per abbattere la dinastia. Ciò spieghi le irriflessive simpatie, onde i Protestanti secondarono le successive sovversioni[571].
Data al Piemonte la costituzione del 1848, i Valdesi aveano ottenuto di essere pareggiati agli altri cittadini, sicchè uscirono dalle loro valli, eressero chiese in Torino e altrove, e poterono gridare: «Ecco finalmente cadute le secolari barriere che intercettavano il passo alla parola di Dio: ormai si può credere diversamente dal prete, e professare senza ostacolo, e diffondere la propria credenza. Venite dunque, fratelli, presto venite, che è giunto il tempo d'evangelizzare l'Italia»[572].
E vennero, diffusero libri, moltiplicarono predicazioni e stampe. Fra queste la Buona Novella, giornale dell'evangelizzazione italiana, proponeva un premio di milleducento lire al migliore scritto «sopra la necessità e i mezzi di operar una riforma cristiana in Italia. Convinti che tutti i mali che affliggono l'Italia, di qualunque natura essi siano (!), ha per cagione principale l'ignoranza o l'abbandono dei principj del cristianesimo, e le false interpretazioni date agl'insegnamenti del Salvator degli uomini, dovrebbesi mostrare fino a qual punto il vero cristianesimo sia lungi dall'Italia, e ignoratine i principj; l'indifferenza, l'incredulità, la superstizione invadano le diverse classi della società, donde la decadenza del senso morale, l'indebolimento o distruzione della vita di famiglia; la vita pubblica, le lettere, le scienze, le arti, l'agricoltura, l'industria ed ogni materiale interesse del paese siano incagliati a cagione del suo stato morale».
Il simbolo di quel giornale era amplissimo «Sia facoltà a chi il voglia di non ammettere l'esistenza di Dio (pag. 109). La libertà dei culti non solo si deve estendere a tutte le credenze religiose, ma ben anche a qualunque setta o accademia o scuola che non riconosca nè religione nè Dio» (pag. 234). Ed assicurava che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono a una direzione più o meno protestante e non si stancano di proclamare che la coscienza deve esser libera, e che nessuna potenza della terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio».
Se ne sbigottirono non soltanto i vescovi nostri, ma i conservatori che vedeano minacciato lo Statuto, il cui primo articolo porta che «la cattolica, apostolica, romana è la religione dello Stato»: e che comprendeano il protestantesimo in Italia non poter essere mai culto e chiesa, bensì strumento di perturbazione e distruzione; sovvertirebbe la vita e le consuetudini dell'universalità del paese, precipiterebbe nell'incredulità formale spiriti già alieni dalla fede positiva e dalle pratiche religiose. Chi poi accetterebbe il vanto che si danno di far proseliti fra gl'increduli, e dir a questi, «Non credevi nulla; or almeno a qualche cosa credi?»
La Savoja, non ancor venduta alla Francia, lottò risoluta contro la propaganda; e Guglielmo De la Rive, in un elogio del conte Cavour, palesa quanto ebbe questo ministro a faticare onde superar quella resistenza. Della quale esso dà per ragione il maggior fanatismo de' Savojardi; l'essere in paese povero più forti i pregiudizj, e far parte de' costumi che preservano. Adduce casi ove bisognò tutta la prepotenza del Cavour per obbligare ad eriger cappelle: vi si riuscì a Mornex e altrove; ad Annecy potè costituirsi una comunità indipendente di Protestanti: così ad Aix: e benchè il codice penale castigasse le predicazioni ereticali e la vendita delle Bibbie, Cavour «metteva uno zelo infinito per salvar gli accusati, ne prendeva in mano la causa, la trattava quasi egli stesso appo i magistrati e gli interpreti e rappresentanti della legge»[573].
Perocchè, come la restaurazione politica, così il Governo volle la religiosa, distruggere cioè quel che da diciannove secoli la nazione rispettava. Dell'aprirsi nel 1854 il tempio protestante a Torino si fece una solennità legale coll'intervento della guardia nazionale. Oltre favorir tutti i preti che frangessero la disciplina ecclesiastica, una colluvie di libri combattevano apertamente non solo la sede romana ma il cristianesimo. È anteriore l'opera anonima Novità del papismo, ove dimostrasi aver la religione protestante esistito pria di Lutero, e che sia quella stessa promulgata da Cristo e da' suoi apostoli. L'accenniamo fra le tante come relativa al nostro lavoro, al par di quella dell'abate Jacobo Leone, Roma empia, ossia il paganesimo e volteranesimo professati da papi e da vescovi un secolo prima della riforma protestante, e predicati dai pulpiti di tutta Italia ne' secoli XVI e XVII, dissertazione critica fondata su testimonianze storiche e documenti tratti dal Vaticano[574].
Molto si diffuse il Compendio di controversie tra la parola di Dio e la teologia romana, ove si pone un dettato della teologia cattolica, e vi si contrappongono testi scritturali, spiegati come si vuole: forma opportuna a illudere, perchè afferma senza bisogno di dimostrazioni.
Luigi Desanctis, curato apostata, mandò al pallio un'infinità di scritti, fra cui un Saggio dogmatico storico sulla confessione, Il Cattolico cristiano, La coscienza; e con Vincenzo Albarella d'Afflitto, napoletano come lui, pubblicò i Principj di fede e disciplina, estratti dalla parola di Dio per servire di base alla Chiesa evangelica di Torino, ove esponeasi la professione di fede in diciannove articoli; poi la costituzione, le norme del ministero, delle riunioni, la disciplina e i doveri speciali. Nel 1866 stampossi a Firenze il Catechismo della Chiesa evangelica valdese.
Altri fuor di paese viveano di apostolato e di libri di quella risma. Tale il Pistrucci, che a Londra teneva una cappella italiana. Ci rincresce di dover associargli Gabriele Rossetti, discreto poeta napoletano, che esule dalla patria dopo il 1821, compose i Misteri dell'amor Platonico, ove asserisce che tutti i poeti d'Italia, e Dante alla loro testa, fingendo cantar d'amore, intendeano della protesta contro il cattolicismo[575]; poi in un poema polimetro bestemmiò la Chiesa, della quale pure aveva tradotto molti inni. Giacinto Achilli di Viterbo, già domenicano, nel 1826 privato della facoltà di predicare per colpe che poi svelate il fecero carcerare, riuscì a fuggire a Corfù, trescò non decorosamente nella spedizione dei fratelli Bandiera, poi festeggiato a Londra in aspetto di martire della Inquisizione, mosse processo contro il Newmann, famoso anglicano convertito, che ne aveva rivelato le avventure, per disinganno di chi gli credeva. Molto rumore se ne levò; provaronsi i fatti con testimonj e documenti, ma il giuri non li trovò bastanti[576], sicchè il Newman fu condannato nelle ingenti spese, a pagar le quali concorsero cattolici dei due mondi. L'Achilli andò poi ramingo, nè più se ne seppe. Altrettanto fu del Ciucci frate apostata, che accolto con festa a Londra, pubblicò un romanzo della propria vita, diffuso assai: eppure trovossi ridotto a mantener sè e la famiglia che s'era fatta, col dar lezioni, finchè scomparve. Prete Giuseppe Fiorito d'Acqui, di cinquant'anni fattosi valdese, per disperazione s'uccise nel 1864.
La Società Biblica cominciata a Londra nel 1780, il primo anno raccolse mille lire, nel secondo centomila: nel 1804 si sistemò aggregandosi le congregazioni d'altri paesi protestanti. Una se ne istituì in Prussia nel 1814, che ebbe quarantotto succursali, e nel 1819 avea distribuito mezzo milione di Bibbie. Un'altra in America nel 1849 ne contava settanta affigliate e migliaja dipendenti. Nel Congresso di Londra del 1855, lord Shaftesbury avea vantato che la Società Biblica avea da ottomila aggregazioni, s'erano spesi cento milioni, tradotta la Bibbia in cencinquanta lingue, sparsine quarantatre milioni di esemplari, per istruzione di seicento milioni di persone. Essa dal 1853 al 1864 mandò in Italia centrentamila Bibbie, dalla cui vendita si ricavarono franchi centrentaduemila cinquecento. Posto che ogni copia costi di fabbrica franchi otto, la Società avrebbe scapitato di novecentosettemila cinquecento franchi, detratte le somme esatte, e non calcolando quelli spesi in venditori e magazzinieri. Lagnasi però che il frutto non sia pari al seme, perocchè i moderni Farisei l'impediscono. Per esempio a Milano molti accettarono i sussidj, pochi le dottrine degli Evangelici: sono forse ottocento i convertiti, fra cui dodici o tredici giovani di belle speranze, ma che si sono dati all'industria dell'apostolato perchè poveri e incapaci di educarsi altrimenti, e vivono a spalle dello straniero. Quando i successori de' conti del Monferrato coi sentimenti della più viva e sincera amicizia fecero lega col sultano per garantire l'integrità e indipendenza dell'impero ottomano (5 marzo 1855), e l'esercito piemontese campeggiò a favore dei Turchi in Crimea, quasi a ciascun soldato fu distribuita una Bibbia protestante, che poco deve aver fruttato. E mentre appunto scrivo, quella Società diffonde scritti suoi a piene mani in quel gran convegno di tutti gli splendori della civiltà che è l'esposizione di Parigi; ed ha già speso un milione di lire in libri ed opuscoli in quindici lingue differenti.
Di là vengono i sussidj ai nuovi evangelizzanti. A Nizza nel 1853, un ex-frate napoletano apostolava, ricevendone seimila lire l'anno; vi si diffusero seimila catechismi, mentre altri fluivano da Ginevra nella Savoja; moltissimi in Sardegna; e il maggior generale della brigata che stanziava a Nizza, il 12 aprile 1856 dovè riprovare come contrario al decoro militare l'uffizio che alcuni soldati eransi assunto per denaro di predicare l'eresia.
Nel 1847 erasi cominciato a Londra l'Eco del Savonarola da Salvatore Ferretti, collaborandovi il Desanctis, Teodorico Rossetti ed altri, a spese di qualche mecenate. Sospeso per manco di abbonati, ripigliò nel giugno del 1856, e allora chiariva esistere quattro movimenti protestanti in Italia, l'antipapale, l'antipapista, il protestante, l'evangelico. L'antipapale è di moderati, che vogliono togliere al papa soltanto il dominio temporale, qual impedimento all'unità italiana. Gli antipapisti, separati apertamente dalla Chiesa romana e più numerosi di tutti, combattono il papato con ogni sorta armi. Il protestante dice: «Noi siamo filosofi e quindi possiamo far di meno della religione. Ma il popolo ne ha bisogno, talchè se all'Italia si toglie il papismo bisognerà pur surrogarvi qualche cosa: e il meglio è il cristianesimo riformato». Il partito evangelico predica il vangelo puro: ma per quanto sovvenuto dalle società d'Inghilterra, e protetto a spada tratta dal Governo sardo, non prospera guari.
Visitando il re di Piemonte quell'isola nel 55, gli presentarono un ringraziamento «pei magnanimi sforzi che fa onde stabilire ne' suoi Stati la libertà civile e religiosa». Egli fe rispondere che, «come discendente da lunga serie di principi cattolici e sovrano di sudditi quasi tutti cattolici, non poteva approvare gli acerbi rimproveri inflitti al capo della Chiesa; bensì agli occhi suoi la religione esser il simbolo della tolleranza, dell'unione, della libertà, ed uno de' fondamenti del suo governo essere la libertà di coscienza».
Spaventati dall'irrompere del razionalismo, che negava ogni dogma rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una riunione ecumenica, che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'Alleanza evangelica nello scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro impastata con acqua[577].
Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale, qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere la divinità di Cristo.
Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana, staccandosi dalla infedele romana. La Buona Novella nel 1858 diceva esser in Torino una società de' trattati religiosi per l'Italia, che aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura Mazzarella pubblicò la Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;... fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori, non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».
Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra, Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2 settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali, per ottener le civili e religiose franchigie, cacciarono i loro regnanti, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo, che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.
Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato, mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di stampare un opuscolo La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.
«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro, persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti, l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia; giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla, se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni? Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere, vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente diletta: Roma empia, per esempio, la Camarilla, il Prete e la Donna, il Gallo di Caifasso, gli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio, la Bibbia in prigione e altri siffatti?»
Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A' nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa; si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto, purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non possano esser pubblicate»[579].
Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».
Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un Triplice progetto di riforma, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio: l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la ricomposizione di tutte le nazionalità.
Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni; in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.
Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori; moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'Archivio dell'ecclesiastico, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini, del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.
Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX, e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con indomita persistenza costituendo cappelle e società.
Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi. «Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de' Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso, battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo, depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene, inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».
Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la Battaglia delle Donne, e finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua, in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di Garibaldi[580].
Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.
Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze, cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco, vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò «Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che repudiava i freni ecclesiastici, e nella Colonna di fuoco, poi nell'Emancipatore sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.
Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la Civiltà Evangelica: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.
Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.
Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un Battaglione sacro che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi. Infatto la Buona Novella annunziava il 15 marzo 1861 che «due nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI), era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti sulla Buona Novella, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia Claudiana, fra cui Roma e la Scrittura (1862). Egli sfidò ad una disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti, il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un tempo dai preti valtellinesi[581].
Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni, stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito; immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di libri»[582].
Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza, consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico, che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso, come Il Martello dei preti, Lo Specchio della verità, non durarono, e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico, arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.
Milano, da cui uscirono le più sozze oscenità di libri, di teatro, di figure, emula Torino per gli scritti contro la fede; lascia insultare a' suoi prelati, e il Pantaleo montar sul pulpito della sua metropolitana con una scala a piuoli; scala del popolo (diceva) a differenza dalla scala de' Farisei. Cappelle evangeliche si moltiplicarono e non solo in città, ma per tutta Lombardia. A Como adoprò assai un E. R. al quale diede risposta Antonio Romano tessitore. Quel lago e la provincia ebbero catechizzatori e cappelle, sì per comodo de' forestieri, sì per traviare i paesani. La Valtellina, che nel XVII secolo fece una rivoluzione sanguinosa per non volere protestanti; che anche nel 1797 unendosi alla Cisalpina, domandava che unica religione vi fosse la cattolica, va seminandosi di questa zizania. De' Protestanti fra' Grigioni informò il dottor Mariotti (Londra 1846).
Modena, ch'era stata l'asilo dei più riflessivi osteggiatori delle novità, fu presa maggiormente di mira dai propagatori in questa. Così Reggio. A Guastalla convien che il male sia molto esteso, se quel vescovo crede necessario uscir continuamente a combattere corpo a corpo coi maestri de' dissidenti; e si vide costretto a ritirarsi quando nell'aprile 1867 vi comparve tra le ovazioni il padre Gavazzi. V'è ministro evangelico Francesco Rostagno, giovane di Prali nelle valli valdesi, che quest'anno pubblicò il Credo di un nuovo protestante — Sfide e vergogne — L'Evangelio di Cristo e le opere di umiltà, stampati dal Lucchini, il quale se ne scusa dichiarando che «se Maometto gli ordinasse copie del suo Corano, gliele tirerebbe di buon grado e senza scrupoli». Almeno costui professa quel che gli altri fanno e non dicono.
A Ferrara, entrati colla rivoluzione e ascoltati per curiosità, poco operarono gli Evangelici: e le conferenze che tennero in una sala già infamata da orgie carnascialesche, raccolsero pochi proseliti di bassa mano, che neppur tutti perseverarono, ed ebbero risa e sassajuola dal popolo. Nè meglio riuscirono a Bondeno, alla Stellata e in quelle vicinanze.
Poichè il Vergerio, il Muzio, il De Dominis, il Flacio ci menarono sulla costa orientale dell'Adriatico, per tanti titoli attenente alla vecchia Italia, aggiungeremo che la diffusione del protestantismo in quei paesi, asserita dal Vergerio, è smentita dalle carte contemporanee, nè si trova che fossero applicati gli editti dell'imperatore Ferdinando I e dell'arciduca Carlo contro gli eretici e i loro libri. Il vescovo Francesco Josephic croato fu rimosso come sospetto, ma non apostatò: nè è vero quel che leggesi in alcuni, che Primo Tuber stesse canonico a Trieste, e vi apostolasse in San Francesco. Ben vi predicò il gesuita Claudio Jay, e ne sarebbe stato fatto vescovo se sant'Ignazio non gliel'avesse proibito. Stobeo, vescovo di Stiria, chiesto nel 1598 da Ferdinando imperatore se convenisse introdur l'inquisizione, consigliava di no nelle provincie tedesche, perchè essendo infette, ne ridonderebbero guai; bensì per l'Istria contea, Trieste, Fiume, «perchè essendo rimaste illese dall'eresia, essa impedirebbe v'entrasse». Realmente non vi fu introdotta; le persecuzioni che vi accennammo vennero piuttosto da odj di parte e da eccessivi sospetti: e i Gesuiti di Trieste ebbero a faticare ben poco per la purezza delle credenze; assai per quella de' costumi.
Nel 1782, imperante Giuseppe II, gli eterodossi ottennero pubblicità di culto, sicchè in una costoro chiesa egli e il governatore conte di Zinzendorf sono lodati come amici de' Cristiani. Ultimamente non vi mancarono predicanti, ma crebbe anzi lo splendore del culto; si pubblicò perfino un giornale ecclesiastico in latino; e la stampa rispetta il cattolicismo, benchè vi siano sei chiese di varj culti e ogni sorta religionarj, eccetto turchi, il cui console è di religione greca, come i vecchi sciah bender.
Nel Christian World, giornale americano, il signor Hall riferiva i giganteschi sforzi che i comitati protestanti dirigono a sovvoltare il nostro paese. Uno di Ginevra manda in giro colportori, come francesemente chiamano i venditori di Bibbie, e fondò la Letteratura evangelica che stampa opere all'uopo. Un altro a Nizza di Inglesi vi eroga da venticinque a trentacinquemila lire l'anno. La società de' Missionarj Weslejani di Londra moltiplica d'attività in fondare chiese e scuole, occupa da quaranta a cinquanta persone, e spende cenventicinquemila lire l'anno. Da quindici a ventimila un comitato a Napoli, quasi tutto di forestieri; e di colà il Desanctis soprantende a molte scuole in varj paesi, e dispone di un ventimila lire l'anno. Le tante società delle varie sètte presbiteriane di Scozia, d'Inghilterra, d'Irlanda somministrano ai soli missionarj valdesi da settantamila franchi per scuole, stampe, missioni. L'Unione Cristiana americana e straniera nel 1864 passò ai Valdesi circa centomila lire, principalmente per mantenere trentacinque predicanti e spacciatori di libri; inoltre le tavole stereotipe per l'edizione italiana della Bibbia in-8º. Altri donativi vennero d'America e dalla Gran Bretagna.
Al sinodo tenuto il maggio 1865 fu dato ragguaglio che l'evangelizzamento valdese ha in Lombardia sei stazioni; a Milano, Brescia, Como, Valdintelvi, Pavia, Guastalla; con quattro ministri, un laico e tre maestri di scuola: in Piemonte quattordici agenti, tre ministri, quattro evangelisti non ancor consacrati, sette maestri di scuola. In Torino la congrega dell'evangelizzazione italiana ha due scuole con ducento fanciulli ciascuna, la più parte figliuoli di Cattolici, e una domenicale. Congregazioni e scuole e proseliti han pure in Val d'Aosta, a Livorno vercellese, a Montestrutto, Carema, Parella, Borgofranco, Brissagno, Chatillon, Viarengo, Cormajore, oltre Aosta, Pinerolo, Alessandria, donde si estendono a Pietra Marazzi, Montecastello, Bassignana. Nella Liguria esercitano tre stazioni con sette agenti, un ministro, un evangelista non consacrato, cinque maestri; e in Genova ha cencinquantaquattro comunicanti, in Sanpierdarena un evangelista con settanta fanciulli. A Firenze prosperano una scuola teologica e una società di trattati religiosi, con due pubblici ritrovi. A Lucca una buona congregazione; a Livorno la più numerosa, con molte scuole. Nell'Italia centrale adoprano tredici agenti, sei ministri, sette maestri e varj lettori della Bibbia. In Napoli si applaudono dei due agenti Appia e Gregori; un evangelista in Palermo ha congregazione sufficiente. In Sardegna Iddio suscitò un venerabile vecchio, che frutta assai.
Posteriori notizie vantano Simpson Kray, pastore in Palermo, ed altri di Barcellona, di Catania, d'altre stazioni; a Napoli, quattro scuole con undici maestri e quattrocenquaranta scolari: da trecento frequentano le assemblee di Livorno, da cenventi quelle di Guastalla, ove cinquantatre comunicaronsi alla Pasqua: in tutta Italia si hanno ventiquattro stazioni valdesi, con ventisette evangelizzanti, trenta scuole diurne, sette serali; milletrecentottantaquattro comunicanti; e in tutto forse cinquemila cencinquantadue acattolici. Pure gli statistici, per verità troppo fra noi inesatti, calcolano oggi la popolazione del regno italico in venticinque milioni d'anime, fra cui quarantasette mila ebrei, da ventisei mila valdesi, e da cinquecento protestanti di varie confessioni. Vedasi con quanta ragione i ministri facciano dalla Corona riconoscere i Cattolici come soltanto una maggioranza. Oserebbero interrogarla sulla religione col plebiscito?
Secondo lo stesso Christian World, quel che domandano gli Italiani sarebbe, che, 1. il laicato ricuperi il diritto di scegliere i proprj ministri e gli amministratori de' beni temporali della Chiesa: 2. i vescovi siano eletti dal clero e dalle congregazioni, salvi i diritti regj: 3. vescovi e metropoliti si rintegrino nelle loro antiche attribuzioni, cessando la servile dipendenza da Roma e i giuramenti di vassallaggio ad essa: 4. celibe o no sia il clero secondo la determinazione individuale: 5. il laicato abbia libertà illimitata di leggere le sante scritture: 6. la liturgia facciasi nella lingua nazionale e in una forma intelligibile a tutti: 7. la confessione non sia obbligatoria, ma volontaria, e la comunione sotto ambedue le specie.
Non crediate però camminino conformi nelle dottrine, eccetto l'odio contro le romane. I più vanno oltre, determinati a mandare a pezzi (dicono) il despotismo papale, ristabilire la primitiva condizione della Chiesa, ed introdurre un buono accordo tra il clero ed il laicato. L'Eco della verità non vuole «esser organo di veruna chiesa particolare, ma della verità evangelica: nè Cattolici nè Protestanti hanno a fare con noi»; e un evangelico di Ferrara al predicatore Franco scriveva nel 1865: «Loro preti non la vogliono capire: si scalmanano ad esclamare contro Lutero, Calvino ecc., ma oggi chi vien più ad insegnare il luteranismo? Noi cristiani evangelici siamo quasi avversi ai Protestanti quanto ai Papisti, perchè i Protestanti più o meno sono Papisti, non essendosi totalmente svestiti del papismo. Legga i Principj della Chiesa Romana e della Protestante e della Chiesa Cristiana e vedrà che noi avversiamo i Valdesi perchè fra loro s'introdussero e sono ritenuti con zelo gran parte degli errori della Chiesa romana; gli Anglicani, i Luterani, i Calvinisti ecc. sono protestanti nazionali, talvolta con gerarchia clericale, talvolta no, ma tutti hanno liturgia che, come nella Chiesa romana, si surroga al culto dello spirito. Noi mettiamo in un fascio Cattolici e Protestanti, e in faccia a questa Babele di sètte che ci vengono da oltremonte ed oltremare, la nostra Chiesa cristiana evangelica, sorta in Italia fra le persecuzioni e cresciuta tra le sofferenze, persevera e prosegue a combattere per la fede che è stata una volta insegnata dai santi; nè altro vuole che la Bibbia, senza Padri, nè tradizioni, nè teologia. Alle vostre calunnie non badando, continueremo nella via del Signore. Nè crediate lo facciamo per ispirito di parte, ma per amor di pace: perocchè desideriamo vivere in comunione con tutti coloro, che in sincerità di cuore invocano il nome del Signore; e quando per furore di sètta i preti d'ogni nome vengono a disturbarci onde imporre le loro forme fracide e rugginose, li compiangiamo. Noi riconosciamo le dissolutezze di Lutero, di Calvino, di Arrigo VIII, e non ci facciamo loro paladini. I Protestanti partecipano ancora del romanismo, e quindi noi non siamo protestanti nè punto nè poco, e ci allontaniamo, prima dai Cattolici e poi dalle sètte, secondo più o meno romanizzano: quelle che meno romanizzano più si accostano a noi, puri fedeli del Vangelo».
Sulla presente condizione delle Chiese acattoliche fra noi informava testè il Temps, giornale che molto se ne occupa.
«Tre classi di spiriti s'affannano in Italia a scalzare le fondamenta di Roma: 1. I Protestanti; 2. I preti liberali; 3. I liberi pensatori, framassoni ed altri. Il protestantismo ha egli gran successo? Dalle nozioni che da un anno raccolgo, conversioni d'adulti accadono rare: le più a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Napoli. Quivi, e soprattutto a Napoli e a Livorno, libere unioni serali produssero un incontestabile effetto sulla gioventù. A Napoli, nella scolaresca universitaria e presso una certa classe d'operaj, la disputa teologica secondo le idee protestanti prese singolare estensione. Assistetti alcuna volta a questi circoli teologici: vi è molta gente, fra cui intelletti svegliatissimi; parecchi propagandisti godono d'una certa popolarità; due o tre uomini popolari accettarono con entusiasmo le dottrine evangeliche, e le predicano in dialetto napoletano e con modi pittoreschi. Il culto non si pratica ancora che in cappelle senza apparenza esterna. Qualche volta è situata in un pianterreno; e a Firenze in una specie di magazzeno, sulla via della passeggiata alle Cascine. Questa cappella, molto osteggiata dallo zelo de' Cattolici, è quella attorno la quale avvi maggior moto dopo il 1860.
«La prima chiesa consacrata pubblicamente al culto protestante fu quella di Livorno, inaugurata lo scorso agosto[583]. La seconda a Napoli si termina presentemente nel quartiere di Chiaja, in situazione molto vistosa, sulla via che dal centro mette a quella passeggiata. Sarà molto bella; gotica; la porta maggiore e parte della facciata di marmo bianco; fu costruita per contribuzioni de' Protestanti residenti a Napoli, sopratutto degli Svizzeri; un famoso banchiere vi concorse con ottantamila franchi.
«Dove il protestantismo mi sembra aver propriamente vantaggiato è nell'opera delle scuole. In ogni città di qualche importanza è stata fondata una, ed ordinariamente è ben riuscita: quella di Napoli conta cinquecento allievi, e l'opinione la designa per una delle migliori della città.
«In quanto alla Bibbia, gl'Italiani poco ne usano; non è un popolo che legga molto. Tutto computato, i successi del protestantismo sono discreti. Quanto ai preti patrioti di Milano, alla società di mutuo soccorso di Firenze, alla emancipatrice di Napoli ed alle annesse del clero emancipato, dirò che i preti liberali dell'alta Italia e della media, senza esser perseguitati dall'autorità episcopale si sono indeboliti e diminuiti, e oggi sono obbligati di riunirsi alla società emancipatrice di Napoli, la sola restata in vigore. N'è capo il padre Prota, domenicano sui trentacinque anni, che tiene sedute nel capitolo del convento di San Domenico Maggiore: e a dispetto de' superiori e della Minerva di Roma, professa due principj fondamentali: restar cattolico col papa, andare a Roma con l'Italia. In conseguenza non volge al protestantismo; proclama energicamente il suo amore per l'unità all'ombra della cattedra di san Pietro, e grida, Viva il papa! abbasso il papa-re! Le idee di questi ecclesiastici e del padre Prota specialmente, sono liberissime in fatto di disciplina: nel loro giornale si parla del clericume, del pretume, degli ozianti, delle cappuccinerie come nei giornali laici, e forse in tono più deciso; si denunciano gli abusi de' conventi, si pubblicano fattarelli di scheletri, di fanciulli, di monachelle, degni di Diderot. Tutto ciò che il laicato domanda per la purificazione dell'Italia insozzata dalla superstizione, lo domanda con altrettanta insistenza questo gruppo sacerdotale, entrato senza divergenze nel movimento del paese. Il padre Prota ed i suoi amici hanno pubblicato articoli su tutte le quistioni sorte in questi ultimi tempi, la soppressione de' conventi, i beni del clero; e in forma scolastica han dimostrato che il matrimonio de' preti è lecito, e che nelle circostanze presenti d'Italia, farebbero molto bene a rinunciare al celibato. Però al dogma non toccano, e benchè dimostrino una certa indipendenza anche in simile materia, concludono sempre che bisogna rimanere cattolici romani, uniti al papato, trasformato e privo del dominio temporale.
«Chiamano anche a far parte della loro società persone di varie screziature. Ma quale efficacia esercitano queste associazioni di preti liberali? Il Governo non li seconda: li lascia semplicemente fare, proteggendoli negli urti contro il clero normale. L'opinione li sostiene vagamente in Napoli: ma i caporioni de' partiti avanzati non li carezzano troppo, nè si curano della loro opera: solo Garibaldi formalmente li chiama sacerdoti e monaci benemeriti, perchè riconoscono i diritti della patria.
«Nel clero fan qualche propaganda; il padre Prota annuncia ciascun giorno nuovi acquisti nelle parrocchie, ne' seminarj, e perfino ne' capitoli canonicali; ma non avvi precisa statistica de' risultati ottenuti. L'unione della società meridionale con quelle del centro e del settentrione potrebbe recare conseguenze serie in questa grande e difficile impresa, e date certe evenienze. Il popolo italiano ripugna dal cangiar religione, ma sarebbe facile persuadergli che egli non cangia, malgrado un profondo cangiamento: e col tenersi riguardosa su questo punto, la Società ha forse una vera ispirazione.
«Gli austeri protestanti sentono profonda antipatia per lo spirito de' preti liberali. Al grosso del popolo non si dirigono ancora gli sforzi continuati della Società emancipatrice: i predicatori che vengono da lei, come il prelato Santaniello, sono festeggiati dalla folla, ma in qualità di patrioti: sicchè il riformatore religioso rimane in ombra».
Anche testè l'Eco di Firenze sconfortavasi del poco successo dell'evangelizzazione, rimasta finora in una sfera elementare e superficiale, e non trovar negli Italiani quelle buone disposizioni che si speravano; la guerra che vi si fa al prete è più ch'altro politica, onde secondar il Governo e il parlamento: il cristianesimo ripongono in una continua contraddizione al clero; sicchè i predicanti si limitano ad emancipar il popolo dai preti, e sgrossarlo dai pregiudizi volgari; e si errò nell'affidar una chiesa o un'opera di evangelizzazione a taluno, sol perchè nemico de' preti e dotato di qualche capacità letteraria.
Il maggio 1867 la Chiesa valdese teneva l'annuo sinodo alla Torre, di cui pubblicaronsi gli Atti[584]. Consacrato il nuovo tempio, udita la predica del professore Rivoir, il corpo de' pastori impose le mani a Carlo Malan, candidato evangelista a Pisa: e fra le decisioni prese fu che possibilmente l'evangelizzazione si facesse per mezzo di operaj itineranti; e poichè le varie loro stazioni costituendosi in chiese, e nominatamente la fiorentina, che sarebbe la XVII, domanderanno d'esser ammesse come parrocchie della Chiesa valdese, se ne determinino le norme.
Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di 125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione d'una Waldensian aid Society in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (sic), del mondo tutto: voi crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».
Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di cinismo cattolico il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il 1848.
Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini, legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per le vie, Viva Gesù e morte al diavolo; sicchè gli adepti s'adunavano in armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure non avrebbe potuto ostare all'universalità del popolaccio: il quale nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.
Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del Corpus Domini a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.
Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che ne mostrano indignazione son gettati in carcere.
Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che, come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.
E l'Eco della verità parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime, mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de' sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione, ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati, vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi, come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti odierni.
È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità; l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa: adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.