Parve che, col suffragio universale in politica, s'introducesse anche la competenza universale in fatto di dottrine e pratiche sacre; la parola scienza si contrappose a qualunque insegnamento dogmatico o religioso; nè tra l'atomo primitivo e l'essere pensante e libero si volle mettere altro che la forza, operante per secoli che non cominciarono e non finiranno. Guerra dunque a questa parentela delle anime che è la religione: guerra dai Regalisti, che confondendo lo Stato colla società, a quello sottomettono la Chiesa, altro non vedendo che individui rimpetto ad esso, e creando il cesarismo democratico che accentra tutto nel Governo, fin le coscienze, e titolo di libertà politica ricusano ad ogni libertà morale e indipendenza individuale; guerra dagli Unionisti che in una stessa chiesa, non ostante la diversità del simbolo, vorrebbero ridurre anglicani, ruteni, romani, accusando d'angustia il cattolicismo che respinge l'amplesso della verità coll'errore[626]; guerra dagli Unitarj, che proclamano la morale del cristianesimo, ma senza dogmi; guerra dai Latitudinarj che accettano del cristianesimo quel che residua dopo eliminate le differenze tra cattolici e protestanti; guerra dagli Umanitarj che sola religione riconoscono la natura; guerra dai Razionalisti, che, nei culti stabiliti, non vedono l'espression della fede, e solo alla scienza libera e indipendente, al pensiero filosofico domandano il secreto degli umani destini, la regola delle credenze e delle azioni, alla ragione sola attribuiscono tutti i progressi dell'umanità, compreso il cristianesimo, che fu un prodotto, tra filosofico e popolare, del genio e del cuore dell'uomo. Separata la ragione dalla fede, la separano anche dalla morale arrivando alla negazione del dovere; e al cristianesimo di canoni positivi e di sanzione sopranaturale surrogano massime d'elastica argomentazione, o affermazioni panteistiche, o negazioni materialistiche e scettica fluttuazione.
Con questa opposizione, sociale, religiosa, civile, principesca, alla distruzione di tutto l'ordine storico e morale faticano e applaudono persone che mai non conobbero i grandi lavori dell'apologetica cristiana, non apersero mai un'esposizione scientifica dei dogmi: sentirono un dubbio, uno scherno; lo trovarono conforme all'istinto proprio e all'indole del tempo, e se ne munirono contro la fede, a cui gli aveva educati la madre.
La qual fede porta che la ragione non abbia bastante lume, nè la volontà forza bastante per conoscere o raggiungere il fine, al quale l'indirizzo e l'assistenza non può darsi che dall'alto: sicchè tolto il Cristo, che rialzò l'umanità caduta, il Cristo che amò gli uomini sino a morir per essi, rimane soppressa la carità, e reciso alla radice l'albero dell'odierna civiltà. Perocchè l'anima non si lascia decomporre nelle sue facoltà come la statua di Condillac; e se ha la ragione, ha pure il sentimento e l'immaginazione; vuol conoscere, ma anche amare.
Contro di questi varj nemici ebbe a combattere la Chiesa, e in prima nell'ordine pratico colle antiche sue istituzioni e con nuove. Alla Congregazione di propaganda si crebbe attività. Gregorio XVI dal 1831 al 45 creò centonovantacinque vescovadi, e trentasei vicariati apostolici; ripristinò la sede vescovile d'Algeri; affidò agli Oblati di Pinerolo la missione di Ava, e del Pegù; istituì il vicariato dell'Africa centrale; dai selvaggi dell'Oceania ebbe lettere affettuose e doni singolari; favorì l'opera pia a tal uopo istituita a Lione, e morendo lasciò scudi diciasette mila alla Congregazione di Propaganda, e i suoi libri al Collegio Urbano che aveva affidato ai Gesuiti. Ventidue nuovi vicariati istituì Pio IX, massime nella Cina e Cocincina, e nel Bengala e in altre parti dell'India e dell'Africa: ristabilì la gerarchia in Inghilterra; la rinnovò in Olanda; la rintegrò nella Spagna riconciliata.
La Propaganda nel 1860 contava settantun vicarj apostolici, nove prefetti apostolici, tremila ducensessantasette missioni, con sei milioni seicento sessantaduemila e ottantaquattro fedeli; ed oggi annovera centuno vicariati e cenventisette prefetture. In appoggio di questa immortal gloria e gioja del pontificato, moltissimi collegi di Roma educano i Germanici, gli Ungaresi, i Greci, i Ruteni, gl'Irlandesi, i Belgi ecc., oltre quelli di varie congregazioni religiose, massime di Gesuiti, di Redentoristi, di Lazaristi. Il collegio Urbano, ubertoso semenzajo di missionarj, fu coadjuvato dalle pie società delle missioni (1854), dal collegio ecclesiastico Pio inglese (1852), dal Seminario francese (1853), dall'Americano (1858), e da altri fondati a Parigi, a Lione, in Irlanda, a Genova, a Milano, a Torino; i cui alunni accorrono dovunque i trattati schiudono un nuovo paese, spesso li prevengono; onde dalle Montagne Rocciose fino al Gange, dalla Cina al capo di Buona Speranza apronsi chiese, si consacrano sacerdoti, e le mazze colle quali i selvaggi spaccavano la testa de' nemici si convertono in croci, nel cui segno tutti divengono fratelli.
Così, oltre essere cattolica per l'imperturbabile stabilità de' suoi dogmi, come quando restringeasi fra dodici nel cenacolo di Gerusalemme, la Chiesa si rifà delle molte jatture con tante conversioni, le quali sono specialmente notevoli in Inghilterra[627].
Le istituzioni pie e caritatevoli, ricchezza delle età precedenti, che tanto aveano deteriorato nella rivoluzione, si diede opera a restaurarle, meglio conformandole all'indole del secolo. Gli Ordini religiosi, che dapertutto erano stati spenti, vennero ridesti almeno in parte, e fra essi, «annuendo alle pressanti suppliche di vescovi e di personaggi altissimi», anche quello dei Gesuiti, carico dei meriti e delle maledizioni di tre secoli. Coi Gesuiti furono confusi i Liguoriani da coloro che di quel marchio infamano chi mostra dottrina e zelo più dell'ordinario. Fra' nuovi Ordini introdotti rammenteremo gli Oblati della Beata Vergine senza speciali voti; i sacerdoti della Carità dell'abate Rosmini, diretti a perfezionare il sacerdozio: e le Figlie della Carità, istituite in Francia sotto la direzione di san Vincenzo di Paolo, ed ora moltiplicate in Italia e in molte guise imitate, principalmente da Maria Maddalena di Canossa veronese nell'intento di servir ai poveri e perfezionarsi nell'amor di Dio e del prossimo, ed esser sorelle di quei che non hanno sorelle.
Nuove opere di carità si propagarono; come a Milano la Pia unione, benedetta dal popolo e beffeggiata dai gaudenti col titolo di Società del biscottino per le chicche onde ricreava i poveri malati dell'ospedale, mentre ai sani compartiva sussidj, lavoro, educazione, ricreazioni, rifugi di pericolanti e pericolate; a Firenze il ricovero delle traviate aperto dalla Frescobaldi Capponi; a Imola l'unione di San Lorenzo; a Bologna la pia opera de' vergognosi; a Modena lo stabilimento di sant'Orsola per l'educazione di fanciulli poveri; ad Ancona, a Cremona, a Napoli, a Torino, a Venezia, a Brescia, a Bergamo, a Novara, larghe e molteplici beneficenze del Baroni, del Manini, della Ciceri, della contessa Barolo, del Massa, del Cottolengo, dei Cavanis, dei conti Passi, della Rosa Govona, della contessa Bellini. L'Olivieri, e il padre Lodovico da Casoria riscattavano bambini mori; il Botta e il Moriondi somaschi prendeano cura di fanciulli discoli; l'Assarotti e il Fabriani dei sordomuti, speciale attenzione delle Suore della carità.
Non so se agli eretici possa darsi miglior confutazione che la santità di queste opere, che sono derise dai fortunati, e dagli statolatri attraversate nell'esercizio del bene e nella libertà del sagrifizio.
In quest'ordine pratico non mancarono eccessi ed illusioni. Nel disastro di tutte le credenze v'è sempre anime amorose e passionate, che si vendicano dell'ateismo e dello scetticismo non solo col ristabilir la fede religiosa, ma inabissandosi in Dio col misticismo, che, quando invade, più non conosce freno, repudia l'autorità, tramuta la tradizione in simboli, e tutto assorbe nell'oggetto del suo amore. Di sue aberrazioni s'ha un testimonio nella Vera idea dei così detti millennarj cattolici, lettera d'un prete cittadino (Luigi Giudici) ad un parroco campestre (Lugano 1816), seguìta da un'Esposizione e dilucidazione; poi dal Nodo della quistione del giorno, e dalla Risposta ad alcuni dubbj; sempre in lettere, di cui l'ottava è Vera idea dell'errore millennario: e la sesta, Giudizio sull'opera del padre Giuseppe M. Pujati toccante il sistema millennario cattolico lambertiano.
Anche Agnese Maria Firrao, monaca di Santa Chiara a Roma e istitutrice d'una riforma del terz'ordine, acquistò reputazione di santità, ebbe estasi, rivelazioni, poi convinta di frode si ritirò a penitenza.
Francesco Antonio Grignaschi, parroco di Cimamulera in Valdossola, nel maggio 1843 pretendeva aver saputo in confessione esistere una setta adoratrice del diavolo, ne' cui ritrovi compivansi inaudite nefandità, usavansi le cose sacre ad atti impudichi, trafiggeasi con pugnali l'ostia consacrata; costoro aver tramato di uccidere Carlalberto mentre in Alessandria assisteva alla coronazione dell'immagine di Maria. Corse egli per rivelarlo al re, e nol trovò; al vescovo di Novara, e nol trovò; onde recossi a Roma per chiedere al Sant'Uffizio di poter denunziare le persone rivelategli in confessione. Tale facoltà niun vescovo, neppure il papa avrebbe potuto concedergli; ma a suo modo egli espose il fatto al conte Broglia ministro sardo, e questi alla Corte, e mandò la lista de' cospiratori che comprendeva anche alti impiegati e cittadini onorevolissimi, i quali, a sentir lui, aveano patto espresso col demonio, da cui riceveano denaro, erano trasportati all'adunanza mensile, dove, oltre le nefandità, si divisavano i modi d'abbattere la religione e i troni[628].
Queste rivelazioni occuparono il Sant'Uffizio non men che la diplomazia e il Governo sardo; ma pajono delirj d'un pazzo, forse al pari delle dottrine da lui foggiate, e dove supponeva d'esser un nuovo Cristo, venuto a rigenerare il mondo pervertito, e recare una nuova rivelazione. Fin dal 1842 cercò accreditare nella sua parrocchia un santuario, a cui s'accorresse da tutte le parti, e vi s'adoperava col pretendere di conservar le tradizioni della Chiesa, e col circondarsi di meraviglioso che colpisse le immaginazioni. Pertanto insinuava ch'egli avesse rivelazioni: una tal Giovannona, che fe passare come prediletta della Madonna, e che parlasse con questa, e ne recasse i comandi a lui curato, l'assicurava che avrebbe a patire quanto il Verbo umanato; sarebbe crocifisso, sepolto, e risorgerebbe a compier l'opera della redenzione. Morta costei il 1846 nel fior dell'età, nell'uffizio di ricever rivelazioni e far miracoli egli le surrogò Domenica Lana, che arrivò a spacciare esser la stessa Maria Vergine sposa di Dio.
Nel libro Crux de Cruce, tolto da quanto il Grignaschi dettò ad uno de' suoi e pubblicato da Giuseppe Provana, si spiegano errori inescusabili: la Chiesa di Cristo sarà distrutta, per venir poi riedificata colla cruenta riproduzione del sacrifizio della croce: sarà mondata colla verità dalla confusione degli errori che la infestano: non le furono rivelati ancora tutti i secreti di Dio: per la redenzione il peccato fu vinto, ma non distrutto[629].
Chi ci ha letti sa i modi e le conseguenze di tali opinioni. Il magistrato volle reprimere quelle eccentricità scandalose; mancando però l'esplicita dichiarazione de' fatti imputati, non si venne a condanna. Il cessar della persecuzione crebbe gli spiriti al Grignaschi; pie signore, fin sacerdoti lo appoggiarono, quasi fosse vittima delle ostilità che allora si cominciavano al clero e alla fede: quel che anche una vulgare prudenza bastava a prevedere, cioè i disastri del 1849, parvero profezie; tanto che il Grignaschi si avventurò ad asserire d'esser vero Cristo, incarnato per purgare il mondo dall'iniquità, e piantare una nuova religione. Ai parroci vicini e a varie persone a Casale, a Domodossola, a Vercelli, e principalmente ai Franchini e a Viarigi fe tali asserzioni, dapprima coll'allettativa del segreto, poi coi vanti delle solennità con cui era ricevuto, e della folla che traeva alle sue prediche. D'allora le stesse immondezze divenivano merito, siccome comunicazione del corpo di Cristo: distinguevasi il sentire dall'acconsentire, al modo de' Quietisti, lo spirito assorto nella contemplazione e la carne concupiscente. I proseliti egli ricevea con riti e giuramenti di secreto; fra loro costituiva gradi e cariche; e se ne serviva di stromenti per conoscere i fatti altrui e mostrarsene indovino. Vi univa il lacchezzo politico, promettendo Pio IX convertito, l'Italia unita sotto un solo vessillo; mentre agli scontenti prediceva il ripristino degli ordini antichi.
Molti gli credettero, e n'erano spinti ad atti di virtù, a limosine, a sacrifizj: interi villaggi, massime Viarigi e i Franchini, n'erano agitati: finchè il magistrato arrestò questi turbatori della quiete, e li processò. L'avvocato fiscale Minghelli asseriva che e lo Statuto e il Codice impongono al Governo di vigilare che nel regno non s'introducano altre religioni fuori della cattolica dominante e delle tollerate, per evitare il disordine della società[630]; sicchè il professare principj che intaccano o menomano la forza della religione cattolica dev'esser represso e punito, perchè colpisce la società nel punto più vulnerabile.
Colla consueta passione tolse a difenderlo l'avvocato Brofferio, come un infelice, spogliato delle insegne sacerdotali, rejetto dalla sede pontificia, denunciato dalla cattedra episcopale, e asseriva che una condanna non chiuderebbe al Grignaschi l'avvenire «che a lui incontestabilmente appartiene».
Il Grignaschi in una lunga difesa dicea press'a poco che, se Cristo può discendere nell'ostia e transustanziarla, lo può anche in un uomo. Il prete Marrone, che era uno de' più costanti proseliti, in un lunghissimo discorso sostenne la divina missione del Grignaschi, accumulandone le prove[631]: il che fece anche il Ferraris, adducendo fatti proprj, guarigione da mali, scoperta di secretissimi suoi pensieri, apparizioni, rivelazioni, che non lasciavano dubitare essere volontà di Dio si credesse quel ch'esse attestavano; giacchè egli non era «uomo di pregiudizj, nè di superstizioni, nè di panico timore, neppur troppo corrivo a credere lo straordinario e il nuovo». Luigia Fracchia ex-monaca, una delle più infervorate alla nuova credenza, e strumento del Grignaschi, da molti miracoli e rivelazioni che ebbe, parevale attestato «il medesimo, che trovasi nella Eucaristia, trovarsi pure sotto le spoglie di quel sacerdote», ond'essa corse a lui riconoscendolo per vero Cristo, e adorandolo.
Il 15 luglio 1850 fu proferita la condanna di relegazione per dieci anni contro il Grignaschi, oltre l'emenda pubblica: minor pena agli altri; la Fracchia a due anni d'ergastolo.
Tanti casi sopraggiunsero, che quel processo, cagione di tanto rumore, fu dimenticato a segno, che ben poco potemmo noi raccogliere dalle memorie, e a fatica ne trovammo i documenti[632]. Eppure non ci parve superfluo il richiamarlo a memoria, perchè vogliano i lettori confrontarlo con altri che ci vengono qua e là indicati, valersi del presente per ispiegare il passato, e, non foss'altro, divenir meno superbi di quello, e più indulgenti verso di questo. Soggiungeremo che il Grignaschi trovò credenti ed apostoli non pochi nelle diocesi d'Asti, Novara, Casale, anche probi e colti, da' quali fu tenuto in reputazione di santità anche dopo che le sue dottrine andarono condannate; e oggi stesso non mancano veneratori al Profeta e al suo mistero.
Alcuni seguaci ebbe pure il polacco Adamo Mickiewic[633], e più Andrea Towianski, il quale, dalla Svizzera tornando spesso a Torino, guadagnò proseliti a quella che intitola l'Opera di Dio; persuadendo che dalla presente corruzione non si possa uscire se non accettando il soccorso del Signore, il quale ora appunto dà la sua misericordia alla Chiesa e alle nazioni. Tutta la luce del Towianski riposa in questa unità, d'adempiere la volontà di Dio mediante i sagrifizj di Gesù Cristo; e crede che Dio nella sua misericordia permetta oggi d'estendere l'azione salutare della Chiesa chiamando l'uomo a conoscer meglio que' sagrifizj, ed applicarli alla vita privata e pubblica. Non proclama egli dunque una dottrina nuova, ma la grazia e la vita che riconciliano con Dio e col prossimo, e credesi eletto per ricevere il pensiero di Dio e trasmetterlo a quest'età. Un libro suo intitolato il Banchetto (Biesada) lo fece perseguitar a Parigi come a Roma, ma dichiarò non esser che una improvida raccolta di conversazioni intorno all'epoca superiore della via e del regno di Gesù Cristo. Quei che gli credettero esercitano l'amore con zelo e calma, quasi donati di particolar luce cristiana dalla misericordia divina[634], ma i Cattolici domandano donde egli deduca la sua missione.
È ben notevole come, fra tanto mareggiare nel dubbio e tanto fremere d'anime nate all'odio, s'incontrino ancora esempj d'allegrezza esultante o di profonda tristezza nel contemplare ciò ch'è fuori di questa valle di lacrime, astraendosi dalle presenti materialità per affissare in Dio il pensiero, la volontà, il sentimento, e abbandonandosi alla carità, talvolta sin al peccato, e sin a dare un carattere sensuale all'amor divino. Una nostra leggenda racconta d'un artista che dipingeva una Madonna Assunta sopra una cupola altissima. Per osservar l'effetto d'una mano tesa verso la terra, egli piegossi indietro senza avvertire che il palco finiva, e ne precipitava a sicura morte. Ma in quell'atto stese la sua alla mano ch'egli stesso avea dipinta, e quella il prese e lo sostenne, sicchè fu salvo dalla credenza nell'opera propria.
In un secolo di tanti errori, le opere e le istituzioni non sarieno bastate senza il sussidio della scienza; nè questa mancò. La teologia si tenne sempre all'altezza che le è propria, singolarmente in Roma come scienza della Chiesa cattolica, immobile nelle verità dogmatiche, progressiva nello scoprir le relazioni fra i termini. Perocchè la Chiesa, oltre il pensiero immutabile, eterno come Dio, ne ha uno sottomesso all'andar del tempo e de' luoghi; quello è il dogma rivelato, questo è scienza umana delle opinioni che al dogma s'innestano, e perciò partecipa della maggiore o minor cultura, e dee progredire colle dottrine e la civiltà, non solo pareggiandole nello sviluppo, ma sovrastandovi in estensione, profondità, eccellenza[635]. Come Napoleone quando vagiva ad Ajaccio non era quello che vinceva ad Austerliz, così la teologia è diversa in sant'Agostino e in san Tommaso, negli scolastici e nel Bellarmino. L'unità e l'uniformità sono due cose distinte, e un Padre notò che la veste di Cristo era inconsutile, ma quella della Chiesa ha diversi colori; ed oggi è mutato il modo di studiare il sovrintelligibile e di ridurlo coll'intelligibile a una concordia che il vulgo crede impossibile. Nell'esaminare la dottrina, gli effetti della dottrina, i titoli della dottrina, deve la teologia procedere sinteticamente, giacchè la dogmatica cattolica è il più compatto sistema che sia e la maggior unità, dove ogni dogma è tutta la scienza, nè l'uno può dall'altro disgregarsi senza intaccare l'integrità; a differenza dell'eresia che s'industria nell'analisi spicciolata, disgiungendo il fedele dalla Chiesa, il cristiano da Cristo, la fede dalla carità. Pei Cattolici la rivelazione è perenne nella Chiesa, come il sagrifizio; e non rivela o ispira cose nuove, ma tien perennemente viva la ispirazione originale, e fa che l'umano pensiero e la società cristiana viepiù s'addentri nelle verità rivelate. Quest'opera immanente e continua attribuì Cristo allo Spirito Santo che avrebbe mandato dal cielo dopo compiuta la redenzione. «Io (diceva) v'ho parlato stando presso di voi, ma fuori di voi: v'ho messo innanzi il corpo della verità; ma queste cose lo spirito Paracleto ve le suggerirà dentro; e sarà con voi in perpetuo, e voi lo conoscerete perchè sarà dentro di voi: egli è spirito di verità, e tutta ve la insegnerà: renderà testimonianza di me; mi glorificherà, perchè procede dal Padre come me, e da me stesso procede, e attinge dalla mia fonte, e riverserà a voi»[636]. Onde non v'è pericolo che l'insegnamento interiore discordi mai dall'esteriore, poichè sono due forme della stessa verità. Di qui la Chiesa trasse la preghiera con cui domanda lo Spirito che illuminandola la introduca in tutta la verità[637].
Le dispute fra probabilisti e tuzioristi non ci riguardano, e più volentieri diremo come la polemica applicò cognizioni complesse a sventare le ipotesi e i paradossi che i moderni aggiunsero agli antichi, discutendo le profezie, i miracoli, le testimonianze.
Il padre Pianciani nella Cosmogonia naturale comparata col Genesi difende il Pentateuco dagli attacchi de' naturalisti, come già avea fatto a Roma il Wiseman nelle famose Conferenze, abbandonando quei timidi che s'affiggono a interpretazioni troppo materiali, eppure astenendosi da affermazioni premature e compromettenti. Così il Ballerini, il Nardi, il Detorri, il Regis, il Gaude, il Pacifico, il padre Secondo Franco, il Ghiringhello... la teologia rinfrancarono colle scienze umane, e richiamarono le menti all'austera scienza dei dottori in quella ampiezza che comprende l'intelligenza come la sensitività, l'esame come la certezza naturale, la libera speculazione e l'autorità, l'indagine dei fatti interiori e la rigorosa deduzione de' principj. Tale affacciasi la teologia in san Tommaso, sulle cui orme vanno il padre Liberatore, il Capecelatro, l'Alimonda, il De Crescenzio (De intellectu philosophiæ 1863). Voghera discusse sulla podestà e infallibilità del papa e della Chiesa. Fin trenta edizioni ebbero le Istituzioni del padre Perrone, autore di opere insigni pei più dotti e per le scuole, come d'altre popolari, quali l'Apostolato cattolico e il proselitismo protestante; il Protestantismo e la regola di fede; il Piccolo catechismo intorno ai Barbetti e Valdesi; il Catechismo intorno alla Chiesa cattolica; il San Pietro a Roma; Lucilla disingannata, ove confutava un tristo libro del Monod.
L'Audisio, dopo educata l'eloquenza sacra, ragiona del diritto pubblico della Chiesa; come l'Avogadro, il conte Solaro della Margherita, i vescovi d'Imola, d'Ivrea, di Mondovì[638] ed altri dibattono le quistioni sociali e civili: e non è per difetto di maestri se sì mal le conosce quella turba che più crede sapere quanto ha meno studiato. Essa rinfaccia che non vi sono più i Tommasi, i Bellarmino: quasi gli Ariosti, i Galilei, i Raffaelli abbondino nella presente universale decadenza. Ben è a dire che la discussione è difficile quando l'oppositore ignora i principj, come non si può convincere dell'assurdità del moto perpetuo chi non sa gli elementi della meccanica.
In concorrenza con imprese forestiere, le compilazioni della Biblioteca Ecclesiastica, della Biblioteca dei padri e dottori latini diffusero studj di cui troppo era bisogno.
Alle produzioni dell'esegesi tedesca, e del razionalismo contro l'ispirazione e la canonicità delle Scritture non abbastanza si opposero studj d'ermeneutica sacra, e di patristica[639], e quell'alta teologia che eleva la critica ad invenzione; pure possiamo compiacerci del Secchi, di Bernardo Rossi, del Maj, del Patrizj, del Cavedoni; l'Ungarelli e il Vercellone compirono sul testo sacro lavori da non iscomparir a petto di qualunque straniero, e mostrare che l'intelletto umano sa rivendicar la sua indipendenza sempre, e lanciarsi all'esercizio individuale anche commentando.
Le bestemmie mistagogiche del Renan eccitarono a risposte il Passaglia, il Capecelatro, il Ghiringhello, l'Isola, il De Riso, il Delitala, il Grimaldi, l'Arnaldi, il Vitrioli e molti altri; dopo i quali la semplice lettura de' vangeli basta a convincerci che, al sommar de' conti, il nostro Cristo è migliore che non tutte coteste invenzioni.
Del resto la teologia ha una storia come l'altre scienze, ed è nobile esercizio dell'attività intellettuale il seguitarne le fasi; in che guisa gli atti della ragione umana s'applicarono al divino oggetto della rivelazione; con qual metodo queste verità furono esposte, spiegate, provate, combattute; qual nuova filosofia di Dio e dell'uomo ne origina: qual parte ha esercitato nell'incivilimento umano e nel progresso della società. Ma se si tornerà al bisogno del vero per altre vie, bisognerà bene che la teologia si atteggi al nuovo arringo, giustificando i fatti su cui fonda la sua autorità, a norma delle presenti condizioni dello spirito umano e delle profonde modificazioni che la controversia religiosa ora subì: alleandosi intrepidamente alla scienza per arrivare alla grande unione della fede, del raziocinio, dell'esperienza.
La predicazione si fece più austera che non avesse cominciato col Barbieri; e se possiamo citare pochi oratori che accoppiino familiarità e decoro, logica rigorosa ed eloquenza passionata, è consolante che in molti luoghi si tengono conferenze (Bausa, Franco, Perrone, ecc.) per trattare dottrinalmente i punti che gli avversarj gettano in pubblico. Si estesero le missioni, in cui pare che il sopravvenire d'un prete straniero a predicare e confessare ridesti le coscienze, assopite alla voce del parroco consueto.
Dalle altezze della filosofia come s'inizia l'errore così è necessario proceda e si rinfranchi la difesa della verità. Nè qui ci mancarono sommi ingegni.
Già al vulgare sensismo di Locke e di Condillac[640] eransi opposti fra di noi il cardinale Gerdil, che sostenne non poter l'idea dell'ente derivare dai sensi, e neppure esser idea formata: il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell'essere, dedotta dal pensante; Ermenegildo Pino, che il principio d'una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana. Pure non tolsero che le inezie sensiste fossero propagate fra noi, senza malizia dal padre Soave e con arte dal Lalebasque (Pasquale Borelli) e dagli ex-preti Compagnoni, che tradusse il Tracy, e Melchior Gioja, il quale della morale faceva un ramo dell'economia politica e una scienza della felicità, sicchè ponea fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificar la carne. Verso la verità e la natura si tentò ritornare o per via dell'ecclettismo coi Francesi, o del senso comune cogli Scozzesi, cercando conoscere la natura dell'uomo e la sua finale destinazione. Le dottrine di Kant, che toglievano la coscienza all'intelletto relegandola nella sensibilità, non ebbero molto seguito fra noi, dove furono limpidamente esposte e oppugnate da Pasquale Galluppi.
Il siciliano padre Gioachino Ventura (1792-1861), fermo a innestare la filosofia sulla rivelazione, ripudia l'intuito delle idee eterne; e staccato dal tradizionalismo di Bonald e di Lamennais, ricusanti ogni certezza fuor della parola di Dio, s'attenne a san Tommaso, il quale insegna che come la Grazia suppone la natura, così la fede suppone la ragione. Pertanto dalla prima opera sua De modo philosophandi modificossi assai. Dietro a quella sì cara illusione dell'alleanza della libertà politica colla religione cattolica, lasciossi trarre nel turbine rivoluzionario; ma lo svolgersi degli avvenimenti, che sono la logica delle idee, gli portò quella rettificazione de' proprj concetti che è la ricompensa delle intelligenze sincere. Le sue lettere a una protestante sono calzanti; come belle le ultime prove di temperar colla fede così la libertà civile come l'autorità sovrana, di librare la ragion filosofica colla cattolica; al qual uopo portò anche sul pergamo l'esposizione dottrinale del dogma.
Mentre i razionalisti dicono «La ragione è tutto», e i tradizionalisti «La ragione è nulla», noi diciamo «La fede e la ragione si scontrano nella verità» e su ciò fondasi la dottrina di Antonio Rosmini roveretano (1797-1855) che vuol elevare il mondo della scienza e della verità sulle ruine della sofistica e della menzogna. Pose egli innata l'idea dell'essere possibile, che poi accostò all'ente reale, svolgendola in tutta la comprensione e le forme, e repudiando quelli che trascurano i vincoli, per cui tutti gli enti sono connessi fra loro. Teologo al tempo stesso che argutissimo dialettico ed eminente filosofo, trattò le quistioni più scabrose e sottili, e se per quelle della coscienza fu denunziato alla Congregazione dell'Indice, ebbe la gloria d'uscirne senza taccia, a gran conforto della numerosa schiera de' suoi seguaci[641]. La sua Teosofia comparsa postuma fu giudicata l'opera più poderosa che si leggesse dopo san Tommaso. Di specchiata virtù e sincera fede, dalle eminenti speculazioni scendeva alle più minute pratiche della vita e della pietà; istituì i sacerdoti della Carità per l'esercizio d'ogni opera utile al prossimo, e le suore della Provvidenza per istruire fanciulle. In giorni procellosi pubblicò le Cinque Piaghe della Chiesa, ch'erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, l'insufficiente educazione del clero inferiore, la disunione dei vescovi, la nomina di questi lasciata al poter laicale, la servitù de' beni ecclesiastici. L'acerbità di qualche espressione e la inopportunità coi tempi fecero censurare quest'opera, e l'autore vi si sottopose docilmente.
Non così piegossi il Gioberti, del quale ripetutamente avemmo a discorrere, e che rifacendo con metodo sintetico, ed esponendo con stile retorico la filosofia cattolica tradizionale dell'ente, già con finissima analisi esposta dal Rosmini, la esagerò sino alla formola L'Ente crea l'esistente: ponendo così fra sè e l'autore del Nuovo Saggio un inutile dissenso. Con forza irresistibile abbatte psicologi e soggettivisti, peccando però nel giudicar tali alcuni che nol sono.
Nè vuolsi dissimulare che i più dei filosofi nominati sono ecclesiastici, smentendo anche in ciò coloro che appajano chierica e ignoranza[642]. Si schierano essi sotto que' due campioni, Rosmini e Gioberti, pure mirando a qualche novità; e come la teologia li rattiene da teorie esiziali alla morale e al diritto, nella metafisica sostengono generalmente l'elemento intellettuale objettivo, l'intuizione immediata del primo vero, pertinenza divina, respingendo così lo scetticismo.
Il Saggio teoretico del diritto del gesuita Tapparelli sverta, come le dottrine sensiste del Locke e del Condillac, così le cesariane del Burlamacchi e del Romagnosi; subordina il diritto alla morale, senza però confondere il giusto coll'onesto, esterno quello, interno questo, quello obbligatorio, questo spontaneo.
Il padre Bonfiglio Mora e il Sanseverino (Philosophia christiana cum antiqua, et nova comparata 1862) posero la filosofia cristiana a riscontro della moderna.
Augusto Conti cerca il metodo compositivo, fondato sulla coscienza dell'uomo, non già solitario, ma con tutte le sue relazioni, le quali bisogna riconoscere quali sono: onde in una comprensione universale riunisce gli aspetti particolari del soggetto filosofico, per arrivare alla rigenerazione morale della coscienza.
Il Bertini nella Idea d'una filosofia della vita combatte l'antropomorfismo, cioè l'umanesimo esagerato, che supponendo originalmente buono l'uomo, deve immaginare un Dio nient'altro che clemente, la cui giustizia vendicativa è mera finzione andromorfica: e pensa che la filosofia critica, la quale, per dimostrare la veracità dell'umana intelligenza si vale soltanto dell'intelligenza, non può arrivare ad alcuna ferma conclusione. Sgomentato dall'assalto mossogli da Ausonio Franchi nella Filosofia delle Scuole italiane, scivolò cogli scettici, e ne' Dialoghi sulla questione religiosa (1861) pose a colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.
E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura; giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del pari, purchè ciò venga da convinzione.
Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de' traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de' giornali e l'obblio de' contemporanei. Così pretendesi andar alla conquista della verità spogliandosi di parte delle armi che si possedono: a forza di sottigliezze si trae un codice di obbligazioni da un principio che non le racchiude: adopransi a turbare la ragione maggiori sforzi che non se ne vorrebbero a trarre dal buon senso facili regole, e revocare gli spiriti a se stessi, cioè al bene. Iddio ha dato all'uomo pensiero, libertà, amore, diverse e stupende realtà, colle quali mira alla realtà infinita; a Dio che è luce alla ragione, oggetto all'amore, scopo alla volontà, che egli fece, ma che non costringe.
Principio della filosofia è, la ragione esser capace di discerner il vero nell'ordine morale, e quel complesso di massime che costituiscono la religione naturale. La religione riconosce questa forza alla ragione: sol nega che essa sia sovrana: onde può benissimo associarsi colla filosofia, purchè questa convincasi che la religione è divina, che non si compone di tesi discutibili una a una, ma d'un accordo di dogmi rivelati dalla verità eterna in un libro sacro, affidato a un'autorità viva e infallibile. La filosofia erra quando le sue conclusioni contraddicono al dogma: ma possono allearsi mediante un atto reciproco. Per parte della religione, esso sta nelle decisioni dogmatiche della Chiesa: resta che la filosofia pronunzii il suo: e forse essa non potrà progredire se non ammettendo qual postulato la coesione del finito coll'infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare alla verità una sanzione superiore alla filosofica.
Al cristianesimo, la cui direzione è essenzialmente tradizionale, conferisce non poco la storia. Che se ella era stata, come alcuno definì, una vasta congiura contro la verità; se, non collocando gli uomini al loro tempo, facea piuttosto romanzi, e supponeva agli uomini e al tempo propositi che non ebbero perchè non aveano ragione di averli, e calunniava la verità nel passato per opprimerla nel presente; alcuni la revocarono a migliori uffizj, e istrutti dall'urtar in tante ruine di cose che credeansi immortali, esaminarono il vario indirizzo che via via presero il pensiero e l'attività degli uomini: col che i fatti non appajono più come fenomeni accidentali, ma sviluppo, seguito, effetto di precedenti, causa di susseguenti. Tale ci pare trovarla nei lavori del padre Tosti, del Capecelatro, del Balbo[643], del Troya, del Cantù, del Mozzoni. E ben della storia fatta seriamente e con un pensiero calmo e imparziale fa bisogno tra le passioni e i pregiudizj, e quando la critica è sì morta da lasciar credere a tutto ciò che venga asserito ne' libelli; i Congregandisti, i Calderari, i Gesuiti avvelenatori ed assassini, i Paolotti cospiratori, le monache prostitute, l'accordo fra clericali e borbonici, a Roma il brigantaggio pagato col denaro di san Pietro, la cuffia del silenzio a Napoli, e tant'altre menzogne elevate fino all'assurdità; quando un'ignoranza prodigiosa presta alla Chiesa dottrine di fantasia, assolutamente diverse, talvolta opposte alle sue.
Le storie contemporanee son tutte ossesse dalle passioni, e servili all'opinione decretata e adulatrice: pure alcune potranno leggersi non senza profitto, come il Farini e il Ravitti.
Non abbiamo una storia ecclesiastica, e fu tradotta persino una, che in grandissima parte non era se non traduzione dell'Orsi. Le vite dei papi ricevemmo da stranieri, e se le Memorie del cardinale Pacca ci introdussero ai dolori di Pio VII, quelle del cardinale Consalvi dovemmo aspettare da Francia.
Il padre Brunengo nelle Origini della sovranità temporale dei papi, e il Theiner nel Codex diplomaticus dominii temporalis sanctæ sedis, hanno raccolto tutti i documenti che chiariscono l'origine e i progressi del principato pontifizio; questo principato esposto ogni tratto ad assalti cui sembra dover inevitabilmente soccombere e che poi ne risorge, perchè dietro ad esso stanno la libertà e l'indipendenza della Chiesa.
E ripetiamo come la restaurazione e la difesa della verità cattolica sia stata assunta da molti laici. Ed «è bene (come disse un di noi in parlamento) che la protesta venga da chi dai frati, dai preti, dai vescovi, non ha nulla a chiedere, nulla a sperare nè per sè nè pe' suoi; nulla, se non che all'estremo giorno lo mandino confortato nella fiducia del perdono».
In ajuto della verità venne anche l'archeologia, frugando le catacombe, e traendone fin un'iscrizione del 71 di Cristo, affreschi del primo secolo, vasi di vetro, sculture del II, III, IV, musaici del IV, illustrati dal Marchi, dal Garrucci, da G. B. Rossi, che danno risposta senza replica alle negazioni di protestanti e razionalisti.
Non saremo noi che loderemo quelli che abusano della pietà con leggende indiscrete, e con idee antiquate, servili, irose convertono la religione in istrumento di riazione. Nè malgrado questo inverecondo abuso saremo noi che condanneremo la libertà della stampa, mercè della quale ci è dato di francamente saettare coloro che la fanno detestabile e i Governi che la depravano. Una stampa gladiatoria che si sostiene col quotidiano stimolante dell'empietà e del sensualismo, in gara d'immoralità grossolane contaminando ed avvilendo gl'intelletti e i cuori, e dando una febbre di bugia e d'esagerazione la quale tratto tratto prorompe in rivoluzioni, parve essere disapprovata dalla Chiesa, ma disapprovate anche certe censure legali, che lasciano la parola soltanto all'errore e alla tirannia. Congratulandoci di aver ottenuto le libertà a cui tutta la vita aspirammo, la libertà di far il nostro dovere, di pretendere il giusto, di dire il vero a tutto nostro rischio e pericolo, gemiamo delle restrizioni che vi domandano persone ignare del giusto, ostili al vero, impaccianti il bene.
Pio IX esortò più volte i Cattolici a ribattere colla stampa la bugia e l'immoralità sotto la guida de' proprj vescovi[644]. E dacchè quel che un tempo le madri, la scuola, il pulpito, oggi lo fanno unicamente gli opuscoli e i giornali, e questi, in gara di paradossi, schizzano ogni giorno il lor veleno a milioni di lettori, ogni giorno ripetendo che il papa è un brigante, i preti ingannatori e riazionarj, Cristo un romanzo; e irresistibilmente tiranneggiando deputati, ministri, popoli, sicchè non osano attaccarli nè il fisco nè la finanza, moralmente costringono gli uni a commetter l'ingiustizia, gli altri a neppur riconoscerla, e sanzionano il male col dichiararlo bene, parve un dovere l'adoprar gli stromenti dell'errore e del delitto a tutela della verità, a salvare gli avanzi del buon senso e della buona creanza. Fra i molti giornali vuol distinta menzione la Civiltà Cattolica, fondata «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito alla legittima autorità e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione della forza alla legge morale, unità di morale sotto l'insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il governo del vicario di Cristo»; e il santo padre ne perpetuò l'esistenza erigendone la compilazione in collegio gesuitico[645]. Se non che le due parti possono ingannarsi nell'eccesso dell'ammirazione e della denigrazione: e la verità, quando non converte, irrita. Ma chi mira a un grande scopo sacrifica i dissensi secondarj, e in faccia all'urgente pericolo sociale è colpa lo scindersi su quistioni parziali, e l'arrogarsi di decidere che è fuori della Chiesa chi non ne fu legalmente respinto. Le questioni sociali, politiche, economiche, sono da ciascun fedele risolute secondo il Vangelo, che è legge suprema, inappellabile. Ma non sempre si scorge a prima vista il principio morale, secondo cui va sciolta una quistione complessa d'economia sociale; poi i mezzi d'applicazione differiscono secondo gli spiriti e le considerazioni da cui sono dominati. Tale diversità di particolari costituisce la vita; e la carità c'impone di usar tanto più di amorevolezza e tolleranza, quanto meno ne aspettiamo il ricambio.
Queste erano industrie individuali; ma ridesti tutti gli errori delle età passate, proclamatine di nuovi; la Riforma, da analitica e religiosa fattasi sintetica e civile, diretta a corrompere la società tornandola pagana, invadendo tutti gli ordini dialettici e le appartenenze della vita civile, era necessario che la Chiesa v'opponesse i rimedj eroici che usò ne' tempi peggiori. Che se un Concilio è ora difficile, quando la onnipotenza degli Stati ha tolto alla Chiesa quella libertà, colla quale un tempo udiva e ascoltava gli ordini del suo capo, e vedeva i fedeli docili alle sue decisioni, benchè non munite di bajonette, di multe, di carceri; d'altro lato la miracolosa facilità delle comunicazioni fra i più lontani può supplire a quello che una volta non otteneasi che colla riunione. Pio IX pensò dunque raccogliere le molteplici decisioni delle varie chiese intorno all'immacolata concezione di Maria.
Già indicammo per un errore de' più divulgati come de' più funesti il dire che la dommatica cristiana si presentasse dapprima come vaga e imperfetta, nè acquistasse forma determinata e senso evidente che poco a poco. Questo ridurla alla condizione delle opinioni umane, non solo attenua ma distrugge il cristianesimo, gli toglie il carattere divino della fede e la legittima autorità sulle anime. Il Verbo incarnato diede tutta la perfezione alla verità religiosa: nulla potette esservi aggiunto: la Chiesa fu custode del deposito, non impedendo però le investigazioni, e quel che Vincenzo Lerinese chiama i progressi della luce nell'unità dogmatica. Se non si avesse che la parola scritta non si darebbe progresso. Colla tradizione invece, l'albero, rimanendo pur lo stesso, si sviluppa: le generazioni, ereditando la sapienza de' padri, v'aggiungono qualcosa di proprio. Nella costituzione Ineffabilis Deus dell'8 dicembre 1851 il pontefice riconobbe, colle parole d'un antico, che il dogma stesso cresce quanto all'esteriore manifestazione, mediante la virtù educativa della Chiesa, sempre però nel senso medesimo[646].
Il mistero dell'immacolata concezione era un diamante chiuso nella pietra, cavatone poi ma scabro, indi lavorato, alfine messo in isplendida luce. I teologi, anche i più fra i Domenicani che pur n'erano considerati come avversarj, lo riconosceano: veniva festeggiato con particolare solennità; era proibito il disputarne o chiamarlo in dubbio. Già Benedetto XIV avea fatto stendere la bolla per proclamarlo dogmaticamente, poi gli avvenimenti lo rattennero. Ora Pio IX, nei giorni più miserabili del suo esiglio a Gaeta, come se le tempeste politiche in nulla scotessero la nave di Pietro, mandò una circolare ai vescovi, interrogando l'opinione delle loro chiese su quell'asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Uditone il voto, più di ducento si adunarono col sacro collegio, fra cui più devoti quelli di Francia, quasi ad espiare le senili reluttanze gallicane; nè vollero tampoco discutere i termini dell'apostolica decisione, colla quale il dicembre 1854 fu definito come dogma che Maria Vergine fu concetta senza la macchia originale.
La Chiesa adunque, mediante il suo senso tradizionale, leggeva in modo chiaro e formale il dogma dell'Immacolata Concezione in quel libro confidato alla sua prudenza, ove ad essa «è dato conoscere il mistero del regno di Dio, mentre agli altri è proposto in parabole, sicchè vedendo nol veggano, e udendo nol comprendano»[647]; insieme riconosceasi la fondamentale, eppur negletta fede nel peccato originale, e sublimavasi la dignità della donna, fra la quale e il maligno fu dichiarata dal principio eterna l'inimicizia. Quest'atto ove una concordia e unanimità colla Santa Sede, qual mai non si era veduta ne' secoli precedenti, facea spiccare il senso dell'episcopato disperso nella parola di colui che accentra in sè la vita della Chiesa, recava nuovo consolidamento all'autorità suprema di Pietro[648] che, cosa insolita, definiva un dogma dalla cattedra senza il concorso formale della Chiesa adunata in Concilio. Tutta la cristianità ne fece festa: alcuni pochi reluttarono[649], e i soliti fragorosi vollero condannarlo, senza tampoco intenderne nè il fondo, nè i motivi, nè la portata.
Altro atto segnalato di Pio IX e documento d'alta autorità fu l'enciclica Quanta cura dell'8 dicembre 1864. Il fatto capitale del nostro tempo è il conflitto della rivoluzione colla società: quella trionfa dapertutto fin nelle azioni e nei detti di coloro che la combattono: sola Roma resiste colle lotte aperte dell'intelligenza e le secrete dell'anima. Come tiranno ogni principe, così i ciarlieri chiamano antipatriotico ogni uom religioso; ma non è vero ch'essa osteggi la libertà politica perchè mette l'autorità divina sopra le fantasie del giudizio umano: condanna la libertà che invade le cose certe e inviolabili; non la ricusa nelle contingenti; e aspira solo al governo morale d'un mondo, cui è più vanto lo sprezzare che il comandare. Quistioni le più ardite, affermazioni che sgomentano una società, capace solo di dubitare e negare, si discutono a Roma, perchè si è sicuri di giungere all'evidenza mediante il legittimo uso della ragione. E sebbene Roma abbia sempre repugnato dall'offrirsi come una specie di suprema consulta che dottrinalmente pronunzii sopra punti teorici, senza che dagli avvenimenti siano sottoposti di forza alla sua giurisdizione, in questi ultimi tempi derogò dalla proverbiale sua lentezza nel formulare avvisi intorno a questioni di grave importanza per la dottrina e la condotta.
Nella presente enciclica esponeva il pontefice qualmente gli antecessori suoi, difendendo la religione, la verità, la giustizia, avessero avuto a cuore di svelare e condannar le eresie, contrarie alla fede e all'onestà, e causa delle rivoluzioni che funestano la Chiesa e lo Stato; egli stesso in varj atti aver riprovato i mostruosi errori che oggi recano tanta jattura alle anime e alla civil società; vie più detestabili in quanto mirano a distruggere la salutare forza che la Chiesa Cattolica deve esercitare non meno verso gli individui che verso le nazioni, i popoli, i sovrani, e l'armonia fra il sacerdozio e l'impero; ed applicando allo Stato il principio del naturalismo, insegnano che il progresso civile esige una società costituita e governata senza riguardo alla religione, o senza divario tra la vera e le false; non si reprimano i violatori della cattolica se non lo richieda la pubblica quiete; si proclami in ogni società bene costituita la libertà di coscienza e di culto, e a ciascun cittadino facciasi illimitato arbitrio di manifestare i proprj pensieri a voce o per iscritto.
Rimossa la religione dalla società, si ottenebra la nozione del giusto, e al dritto si sostituisce la forza materiale, onde si annunzia che la volontà del popolo è legge suprema, ad onta d'ogni argomento umano o divino, e diventano diritto i fatti compiuti. Ammesso ciò, la società non ha altro scopo che di procacciarsi ricchezze, altra cupidigia che di comodi e piaceri; si riprovano gli Ordini religiosi; si limita la facoltà di far limosina; non si rispettano i giorni festivi, come ripugnanti alla pubblica economia. Perfin dalle famiglie si vuole svellere la religione, asserendo la società domestica esista solo in forza della legge civile; da questa dipendere i diritti de' genitori e specialmente quello d'istruire ed educare i figliuoli, con ciò allontanando dai giovani non ancora depravati la dottrina cattolica; e a tal uopo sottraendoli al clero, dichiarato nemico al progresso.
Altri impugnano i diritti della Chiesa e della santa sede sulle cose d'ordine esteriore, sottomettendole all'arbitrio dell'autorità civile, sino ad affermare che le leggi ecclesiastiche non obblighino in coscienza nè abbiano vigore se non siano promulgate dalla podestà civile. Per conseguenza non badano alle condanne contro le società secrete e gli usurpatori de' possessi della Chiesa; anzi dicono conforme al diritto pubblico e alla teologia che questi il Governo rivendichi; non essere la podestà ecclesiastica distinta e indipendente dalla civile; potersi negar obbedienza ai decreti della sede apostolica che non riguardino il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la disciplina.
Altre empie dottrine sono disseminate con libri, opuscoli, giornali avversi a verità e giustizia, fino a negare la divinità di Cristo. Pertanto i vescovi raddoppino di zelo per allontanare il gregge dai pascoli insalubri, e mostrare ai fedeli che anche la felicità terrestre dipende dalla religione; che la podestà regia è conferita non pel solo governo del mondo, ma per presidio della Chiesa, e ai principi niuna cosa può recar tanta gloria e vantaggio quanto il lasciare che la Chiesa usi delle sue leggi e della sua libertà.
A ottener tutto ciò il pontefice invocava le preghiere e la penitenza, e perciò bandiva un giubileo.
All'enciclica andava compagno l'indice (Syllabus) di ottanta errori, ch'esso pontefice in diversi tempi avea notati in lettere encicliche o allocuzioni, e che formavano un complesso di dottrine sulla Chiesa e i suoi diritti: sullo Stato e i limiti della sua podestà; sulle ragioni della famiglia; sulla fede e la ragione; insomma su quanto è di vivo ed attuale nell'umanità. Il sillabo li distribuiva sotto dieci capi. Il primo concerneva il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto, cioè la negazione della personalità o della providenza divina, della rivelazione, de' miracoli scritturali. Il secondo il razionalismo moderato, che equipara la teologia e la filosofia, e crede possa la ragione per forze proprie giungere alla vera scienza de' dogmi, nè si deva sottomettere la filosofia a veruna autorità, ma trattarne senza alcun riguardo alla rivelazione. Il terzo riguarda gl'indifferenti e i latitudinarj, che non pongono divario fra le religioni; e anche fuori affatto della Chiesa di Cristo poter salvarsi. Nel quarto si combattono il socialismo e comunismo, le società clandestine, le bibliche ed altre che tendono a sfrenare il clero e i fedeli. Nel quinto enumera errori intorno alla Chiesa e a' suoi diritti; cioè quelli che la fanno dipendente dal governo civile, che asseriscono i papi e i Concilj ecumenici avere trasceso i limiti della loro podestà e invaso quella de' principi: avere errato nel definir punti di fede e disciplina; non aver la Chiesa diritto ad alcuna podestà temporale diretta e indiretta; non ad acquistare e possedere; non a dominio temporale; non a immunità o foro privilegiato; non alla direzione dell'insegnamento teologico: il romano pontefice non esser principe libero, operante nella Chiesa universale; il pontificato potersi trasferire in altro vescovo o altra città; istituirsi chiese nazionali, disgiunte dall'autorità papale, e Concilj nazionali, che definiscano assolutamente.
Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose sacre, come fa coll'exequatur, coll'appellazione d'abuso, coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la Chiesa deva segregarsi lo Stato.
Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto, per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al giuramento e trascorrere a iniquità.
Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano contrarlo anche gli ecclesiastici.
Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.
Il decimo colpisce quel liberalismo odierno, che non vuol più la cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a transazioni con siffatto liberalismo.
Il sinodo tridentino aveva raccolto tutti i dettati ereticali e pronunziatone l'anatema, segnando la precisa linea fra la verità e l'errore, senza transazioni nè compromessi. Altrettanto faceva il sillabo in tanta nuova esitanza, combattendo il falso senza serbare alcun legame con esso; colpendo l'eresia intellettuale del razionalismo o panteismo, l'eresia sociale della statolatria, l'eresia religiosa di separare la civiltà dalla rivelazione. Allora negavasi il papato nell'ordine religioso, ora negasi nell'ordine della civiltà, indietreggiando alle dottrine pagane: quello volle ravvivar la pietà e la fede de' credenti, questo richiamar la civiltà cristiana all'autorità, ridurre in armonia la scienza colla fede, la patria colla Chiesa, la libertà colla legge, la vita con Cristo, e con ciò salvare non men la Chiesa che la società, scassinate da quegli errori.
Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla Unigenitus. Non teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.
In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia, alla ragione».
Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non ne cancelleranno una proposizione[651].
Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione: siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo, come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo, superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia, cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi, sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.
Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare, e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà, gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento, la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale normale, che vuole il vero assoluto?
Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.
Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo cognizioni se non per una rivelazione primitiva (tradizionalisti) non potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede, entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla: prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè l'obbedienza è atto di ragione come di fede.
Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de' contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali; la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.
Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone intenzioni l'Avenir, che proclamava la libertà dei culti e la segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile, sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero, neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia. Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge, ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.
Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.
A questo documento applicando le norme più ovvie della buona interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva, savia o imprudente.
La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore. Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia permesso.
Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale perfezione e il progresso civile, ætate hac nostra, esigono imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la libertà illimitata (omnimoda) di manifestare e dichiarare i proprj concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro modo?
È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è il testo[655].
La logica impone ancora di pesare i termini delle proposizioni condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che il papa può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna. Se lo deve e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene, certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere; dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro, telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi, intellettuali, morali, politici, sociali.
La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto, della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della virtù.
Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto; salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia, dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità, solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi, istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza libertà è tirannide?[657]
La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici, o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne' paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato; nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità del diritto.
No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile, sebben non sempre possibile.
È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare, del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali, confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare, tutto unire.
Il sillabo è il documento che continuo si rinfaccia al sommo pontefice, accusandolo di sostenere la verità pura, mentre accusavasi di non badar che al suo dominio temporale; accusandolo di avverso alla società, mentre la difendeva contro gli errori più ad essa perniciosi. Perocchè coloro che testè aveano detto «Crocifiggilo, non vogliam altro re che Cesare», ormai annunziano apertamente, «Fra il tronco cattolico e l'ascia democratica non resta che la corona». I lamenti del papa attestano che non si può chiedergli accordi quando non gli si usano che torti: eppure fra tante prove non mancano consolazioni a quei che si sentono qualche fiamma nel cuore, qualche elevazione nello spirito, e la più insigne è il vedere la concordia di tutti i vescovi del mondo col pontefice: verso il quale, non spinti dall'obbedienza, ma attratti dall'amore accorsero nel 1854 tutti, eccetto gl'italiani che non fossero esuli: e tra le faccie irose e le bocche spumanti degli avversarj, che lo minacciano eppur disperano, egli minacciato eppur sicuro e sereno, ricordarsi che l'Uom Dio fu pure l'uom dei dolori, dell'ingratitudine, delle calunnie, degli insulti, benedire alla intera cristianità, e pregar Dio che non domandi troppo severo conto ai persecutori, nè le pietre del diroccato Vaticano rotolino ad abbattere troni, case, tombe.
Ancor più magnifico fu il vedere, nel 1867, mentre voci autorizzate intimavano che la fede è ita, che nessuno più crede alle storie vecchie, alle vecchie Bibbie, mentre l'ostilità sorda o dichiarata de' Governi scrollava quest'ultimo argine degli arbitrj, e il Governo più vicino sconsacrava le chiese, disperdeva i monaci, carpiva i beni della carità, e intimava a Dio «Vattene dal mio regno; ritirati nel tuo cielo»; a un semplice desiderio di questo così bersagliato pontefice, accorrere da tutte le parti del mondo i vescovi per santificare alcuni martiri del Giappone[658], e celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro: accorrere su quel lembo di terra che ancor gli rimane, quasi ad attestar novamente non solo la loro sommessione alla suprema autorità, ma il bisogno che vi sia un paese indipendente da nazioni e da partiti, ove la Chiesa non sia tollerata come ospite[659], ma tutte le nazioni possano adunarsi come in casa propria: accorrere a riconoscere che, mentre in diciotto secoli tutto il mondo cambiò, e tutto oggi è sovvertimento e incertezza, sola immobile sta la pietra, sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. Le feste del 29 giugno ricordavano il concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità, purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità, racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata, mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare l'Angelus. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così solenne salutazione.
Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza, sino a che giunga l'aspettato giudizio. Siete in Roma, e tenete in cuore e vedete cogli occhi la solidità di quella pietra sopra la quale Cristo ha edificato la Chiesa. Mentre i progetti dei popoli sono sparsi al vento, i consultori della nequizia o cadono nella stoltezza, o sono sradicati dalla terra; e i superbi capitani colpiti in guerra; e i principi ingannatori confusi, questo edifizio sta fermo non per potenza d'armi e di re; ma nella parola di Dio. Le nazioni ascendono a questa Sionne dall'austro e dall'aquilone, dal mare e dal deserto, perchè questa terra, benchè piccola, può essere abitata senza timore, nè la spada oltrepassa i suoi confini: la pace e la sicurezza custodiscono le porte della Città. Voi gioite pensando che sol per le dovizie della bontà di Dio poteste convenire in questa santa Sionne; voi che poc'anzi vi siete trovati in tante angustie, che avete sostenuto afflizioni, obbrobrj, tribolazioni, carceri, e con pazienza avete sopportato la rapina dei vostri beni, veduto i templi di Dio convertiti in spelonche di ladroni: i tesori della casa di Dio mandati a distruzione e rapina: i sacerdoti rimossi dall'altare e cacciati dalle abitazioni loro, e le sacre vergini gementi e squallide. Ed ora confortate l'amarezza dell'animo con una santa esultanza. A questa partecipando, noi ci rallegriamo con voi, perchè avete ereditato gloria ed onore col patire, ed alle mitre vostre aggiungeste la corona d'oro della fortezza. In mezzo a tanta letizia dell'orbe cattolico, innalzate le preci al Signore che può salvare; state confidenti, nè abbiate paura della moltitudine de' nemici: non è abbreviata la mano del Signore, non è otturato il suo orecchio. Egli esaudirà, ed apparirà vestito di giustizia e di vendetta; snuderà la sua spada, e con essa percoterà le nazioni e i re che ignorarono la giustizia, e i popoli che contristarono il suo Cristo. Allora i giorni della tristezza e del lutto convertiransi in gaudio, e colle vesti delle giocondità canterete un nuovo cantico a colui che ci trasse dalle mani degli inimici; sederete, nella venustà della pace, nei tabernacoli della fiducia e nell'opulenza del riposo». E ai rappresentanti d'Italia rispondea: «Da questo giorno comincia l'ora della misericordia. Han detto ch'io odio l'Italia. Deh se l'amai sempre! ho desiderato la sua felicità, e sallo Iddio quanto pregai e prego per questa infelice nazione. Non è unità quella che si fonda sull'egoismo. Non è benedetta l'unità che distrugge la carità e la giustizia, che conculca i diritti dei ministri di Dio, dei buoni fedeli, di tutti».
Come egli avea mostrato quanta fiducia metta nel voto de' vescovi suoi fratelli col radunarli intrepidamente attorno a sè, una splendida speranza diede alla Chiesa promettendo, ciò che mai non sarebbesi sperato in tanta incertezza di cose e ostilità d'eventi, di congregarli ben presto ad un Concilio generale, quasi la rivista che, alla vigilia d'una campale battaglia, fa chi è risoluto a morire, ma non avvilirsi davanti a nemico. Se più non occorre di fissare o chiarire dogmi, molto resterà a fare, per armar la scienza a lotte nuove contro il razionalismo irruente, che nega non solo la fede ma la ragione a nome del progresso; per vincere collo splendore della tradizione cattolica il conflitto tra ciò che v'ha di più vivo, l'amore o l'odio della libertà: fare dall'unità vivente e parlante in un Concilio accomodar la disciplina alle esigenze nuove; regolare il diritto canonico alle dottrine politiche ed economiche e ai problemi sociali; spiegare gli equivoci innestati dal delirio della stampa, potenza sconosciuta ai tempi addietro; vagliare il buon grano tra la paglia e il loglio delle teorie contemporanee; combinare le nuove relazioni della Chiesa collo Stato, sicchè possano la giustizia e la libertà ottenersi con mezzi giusti e liberali, e richiamarsi alla ragionevolezza, alla tolleranza, ai sentimenti della natura gli spiriti languenti nel dubbio, traviati dall'orgoglio, angustiati dall'egoismo.