Dopo la morte di Matilde, i messi inviati dalla Germania a riassumere, in nome dell'Impero, il Margraviato di Toscana, si successero rapidamente gli uni agli altri.[146] Furono quasi tutti uomini piú o meno incapaci, che seguirono una politica titubante, senza mai nulla concludere. Pigliavano l'autorità di margravî, ma erano ufficiali temporanei dell'Imperatore. Privi di forze, ignari del paese, s'appoggiavano ora agli uni, ora agli altri, senza distinguere gli amici dai nemici; ed intorno ad essi scoppiavano guerre continue, di cui non riuscivano mai a capir le ragioni. Un tale stato di cose, attissimo a favorire la comunale indipendenza, durò fino al 1162, quando Federico Barbarossa cominciò a far sentire la sua mano ferma, iniziando una politica piú chiara e determinata, sebbene neppure a lui riuscisse di ottenere grandi risultati.
I Fiorentini furono quelli che piú di tutti seppero profittare di questa debolezza dell'Impero. Nel 1129, s'impadronirono del castello di Vignale in Val d'Elsa;[147] nel 1135 distrussero quello di Monteboni, da cui ebbero nome i Buondelmonti, che dovettero allora sottomettersi, con l'obbligo di servire in guerra il Comune, ed abitare alcuni mesi dell'anno in Città.[148] Il Villani, a questo proposito, osserva che ora il Comune cominciò ad ingrandirsi «colla forza piú che con ragione...., sottomettendosi ogni nobile di contado e disfacendo le fortezze». Questa infatti fu la politica fiorentina, e da essa due conseguenze dovevano inevitabilmente venire. La prima era l'ingrandimento del territorio; la seconda, l'introduzione in Città d'un numero sempre maggiore di nobili, il che apparecchiava la formazione d'un partito aristocratico, avverso al popolo, e quindi le guerre civili e i futuri mutamenti di governo.
Nel giugno 1135 entrava in Firenze il messo imperiale Engelbert,[149] che pareva le fosse amico. Egli andò subito verso Lucca, dove toccò una grave sconfitta. Fu piú tardi mandato Errico di Baviera, che venne con qualche forza, e pareva avverso ai Fiorentini; ma ben presto andò via, e gli successe Ulrico d'Attems, che si mostrò loro favorevole, anzi nel 1141 andò con essi a fare una scaramuccia contro Siena.[150] Queste erano però meteore che apparivano e sparivano. La principale guerra dei Fiorentini incominciava adesso contro il conte Guido, soprannominato il Vecchio, che era divenuto loro nemico. Occasione della rottura era stata un'eredità contestata; ma la ragione vera bisogna trovarla nella sua cresciuta e minacciosa potenza. Coi suoi possedimenti egli circondava infatti da ogni lato la Repubblica: per se quasi civitas est et provincia, scriveva di lui il Sanzanome.[151] E prima gli tolsero un castello presso Ponte a Sieve, poi assalirono quello di Monte di Croce. Ma il Conte, aiutato dalle vicine città, poté il 24 giugno 1146, dare ai Fiorentini una disfatta. Pure anche allora riuscirono ad ottenere patti vantaggiosi: una parte delle mura doveva essere demolita, e sul castello essere innalzata la bandiera fiorentina.[152] Ciò fu fatto, e per qualche tempo si ebbe tregua, tanto piú che il Conte pare s'allontanasse per altre imprese. Ma piú tardi le mura furono ricostruite,[153] ed i Fiorentini, dichiarando violati i patti, improvvisamente assalirono nel 1153 il castello, e lo demolirono. E cosí Mons Crucis est cruciatus, scriveva il Sanzanome. Tutto ciò non poteva di certo contribuire alla pace. Il conte Guido cedette una parte di Poggibonsi ai Senesi, con obbligo di fortificarlo e difenderlo contro i Fiorentini, i quali si apparecchiavano ad assalirlo. Accettando il dono, Siena s'impegnava quindi a prendere parte attiva alla guerra, che cosí s'allargava.[154]
Se non che, appunto allora lo stato delle cose mutava, perché s'incominciò a sentire in Toscana l'azione di Federico I Barbarossa. Avvistosi che il duca Guelfo non riusciva a farsi rispettare, mandò (1162-3) l'arcivescovo Rainaldo di Colonia, uomo accorto ed energico, col titolo di Italiae archicancellarius et imperatoriae maiestatis legatus, e l'incarico di riordinare l'amministrazione imperiale, secondo un nuovo concetto. Federico accettava, come fatto inevitabile, la dissoluzione del Margraviato, e voleva direttamente assumere il governo delle varie parti di esso, per mezzo di Conti o Podestà tedeschi, come già aveva fatto in Lombardia. E Rainaldo si mise con ardore all'opera, ponendoli, con presidî tedeschi, nei principali castelli del contado: dove i castelli mancavano, ne furono costruiti dei nuovi.[155] S. Miniato, con la sua torre in cima del colle, col borgo di S. Genesio in basso, fu il centro di questa nuova amministrazione. Ivi Rainaldo pose Everardo d'Amern, col titolo di Comes et Federici imperatoris legatus.[156] Il concetto politico di Federico era chiaro e preciso; ma ad attuarlo, contro il volere dei Comuni già liberi, contro l'interesse di molti dei conti indigeni, sarebbero occorsi gran tempo ed un grosso esercito, cose che allora mancavano ambedue. Rainaldo dové ben presto partire per altre imprese, e quantunque gli succedesse l'arcivescovo Cristiano di Magonza, anch'esso uomo di valore, i risultati pratici dell'opera loro furono assai scarsi. Riuscirono solo a cavar danari, smungendo le popolazioni: «come buoni pescatori, cosí dice un cronista, stesero abilmente le loro reti per tutto». Ma politicamente nulla di stabile fondarono.
Si videro, è vero, per tutto sorgere i nuovi Podestà tedeschi, i Teutonici, come li chiamavano. Troviamo infatti ora di continuo menzionati il Potestas Florentiae o Florentinorum, e cosí quelli di Siena, Arezzo, ed altri molti. Dentro le mura, però, delle grosse città, poco o nulla potevano, perché in esse continuavano a governare i Consoli, i quali nel contado contrastavano l'autorità dei Teutonici. Era uno stato di cose che non poteva durare a lungo. Ad alcune città amiche, l'Imperatore stesso concedeva, che, per mezzo dei loro Consoli, ma in suo nome, esercitassero la giurisdizione dentro le mura, qualche volta anche in una parte del contado, esentandone però sempre i nobili, spesso le chiese e conventi, che riteneva sotto la sua autorità.[157] In tutto il resto dell'Italia centrale dovevano i suoi Podestà comandare senz'altro, non avendo egli alcun dubbio sul pieno e assoluto diritto dell'Impero. Ma la questione era adesso piú di fatto che di diritto, e poteva essere risoluta solo dalla forza, che l'Impero non aveva in Toscana. E però quello che ne seguí, fu una gran confusione. Le grosse città, e piú specialmente Firenze, continuarono a reggersi come prima; nel contado invece Podestà imperiali, Conti toscani, signori feudali, grossi e piccoli. Consoli od altri ufficiali del Comune si disputavano ogni giorno l'esercizio dell'autorità; e le popolazioni non sapevano piú a chi obbedire. Le stesse città, gli stessi nobili che si dichiaravano per l'Impero, non si adattavano ai disegni di Federico, anzi li combattevano, perché in sostanza a tutti puzzava questa signoria teutonica, esercitata da avidi e prepotenti ufficiali dell'Impero.
Una pittura abbastanza fedele di tale stato di cose possiamo cavarla dalle antiche deposizioni di testimoni, che furono, in diverse occasioni, chiamati a dare autentici ragguagli sulle condizioni del paese. Coloro che andarono a deporre sul monastero di Rosano, ce lo descrivono come dipendente dal conte Guido, che era continuamente costretto a difenderlo «dal castellano di Montegrossoli, da altri Teutonici e dai Consoli fiorentini», che tutti presumevano esercitarvi la loro autorità. Essi ci fanno vedere a Monte di Croce, Consoli di quella terra e vice-comiti, i quali comandano nello stesso tempo, e sono costretti a difendersi dai Teutonici, dalle pretese dei Consoli e di altri ufficiali del Comune fiorentino.[158] Né minore confusione descrivono quelli che furono, in altra occasione, chiamati a deporre sul castello e sulla valle di Paterno, il cui dominio veniva disputato tra Fiorentini e Sanesi. Un testimone dice, che ai suoi tempi vide comandare colà, come in tutto il contado fiorentino, un tal Pipino, Potestas Florentiae. Un altro ricorda di aver percorso la Valle di Paterno e tutto il contado fiorentino, in compagnia dei Consoli del Comune e di un Teutonico. Parecchi affermano di esservi andati ora con Pipino, ora con altri Teutonici, ora coi Consoli, i quali tutti erano obbediti del pari, e riscotevano tasse. Singolare è la deposizione d'un Giovanni de Citinaia, che fece lungo racconto delle vicende seguite colà, negli ultimi tempi. Narrò d'un prete, che svelse dal suolo un grosso pilastro, di cui, non sapendo a quale scopo vi fosse posto, voleva servirsi per la costruzione della sua chiesa. Ma pesava tanto che, con un carro e due buoi, non riuscí a portarlo via. Laonde i contadini ivi presenti, esclamavano: Domine sacerdos, male fecisti, quia est terminus inter Florentinos et Senenses. Dopo di ciò, cosí continuava il teste, due individui andarono dal castellano di Montegrossoli, dicendogli che se li secondava nel far ricostruire il castello di Paterno, gli avrebbero fornito le prove dei diritti che aveva sopra di esso. Il castellano corse lieto a Firenze per ottenerne l'assenso; ma tornò in fretta, dicendo che smettessero di lavorare, avendo i Fiorentini ricusato, perché veniva in Toscana l'arcivescovo Cristiano di Magonza, il quale già era in Lombardia. Allora i Senesi, profittando della occasione propizia, demolirono i lavori abbandonati, e spadroneggiarono essi. Di certo non è possibile immaginare una moltiplicità maggiore, una maggior confusione e contrasto di autorità e di diritti.[159]
Per Firenze e pei Comuni di Toscana in genere, non v'era quindi ora da far altro, che profittare d'ogni occasione opportuna a sostenere, colle armi o coll'astuzia, i proprî diritti. La guerra era già scoppiata tra Pisa e Lucca, con la quale s'era unito il conte Guido, nemico dei Fiorentini, che fecero perciò trattato d'alleanza con Pisa. Ne ottennero molti vantaggi pel loro commercio, impegnandosi però a pigliar parte attiva nella guerra.[160] E lo facevano volentieri, perché si trattava non solo di combattere i Lucchesi, ma anche il conte Guido e Cristiano di Magonza, che li sostenevano. Parve dapprima che Cristiano, ponendo, il 23 marzo 1173, Pisa al bando dell'Impero, e togliendole cosí tutti i privilegi già prima concessi, la inducesse alla pace. Infatti il 23 maggio fu concluso un accordo (cui erano presenti anche i Fiorentini), con obbligo che fra Pisa e Lucca si procedesse allo scambio dei prigionieri. Il bando fu ritirato il 28 del mese stesso, e la pace venne solennemente conclusa in Pisa, il primo di giugno.
Ma dopo due mesi avvenne un fatto inaspettato, che fece correre subito alle armi. Il 4 di agosto l'arcivescovo aveva invitato a San Genesio i Consoli di Pisa e di Firenze; e quando furono colà, li fece improvvisamente prendere e gettare in carcere. Che cosa era seguito di nuovo, per voler rendere inevitabile la guerra, dopo aver tanto cercato la pace? Si sono immaginate molte spiegazioni, ma una cosa sola si sa di certo. Il 5 maggio 1172, mentre cioè che erano già innanzi le trattative di pace, s'era a Firenze stretto un segreto accordo, al quale i Pisani non potevano essere rimasti estranei. Alcuni Samminiatesi, cacciati dalla loro terra come ribelli all'Impero,[161] avevano, nel palazzo del vescovo di Firenze, giurato non solo di far causa comune coi Pisani e coi Fiorentini; ma di dar loro la terra di San Miniato, se riuscivano a riprenderla, anche quando la torre fosse rimasta in mano dei Tedeschi.[162] Il fatto è certo, perchè il documento che stringeva l'accordo è arrivato fino a noi. Non è un vero e proprio trattato, non essendovi stati presenti i Consoli, e mancandovi le formole essenziali alla vera legalità. Ma l'aver giurato e firmato nel palazzo del vescovo; l'avervi preso parte alcuni dei principali cittadini, fra cui uno degli Uberti;[163] l'aver conservato il documento in Archivio,[164] sono prove che i governi delle due città non furono estranei all'accordo, e che si voleva solo nasconderne o mascherarne la vera importanza. Da tutto ciò, dalla mala voglia e lentezza con cui procedeva lo scambio dei prigionieri, Cristiano si persuase che la pace era fittizia, che volevano aggirarlo e tradirlo. Perduta quindi la pazienza, si lasciò andare all'atto imprudente ed inconsiderato, che rese ormai impossibile la pace da lui tanto desiderata.
I Fiorentini erano infatti già nell'agosto a Castel Fiorentino, dove i Pisani, accampati a Pontedera, mandarono loro in aiuto 225 cavalieri, con due dei proprî Consoli. Cristiano s'avanzò subito col conte Guido e coi Lucchesi; ma questi ultimi dovettero abbandonarlo, perché i Pisani, consigliati a ciò dai Fiorentini, erano entrati nel loro territorio e lo devastavano. Tuttavia, sebbene stremato di forze, egli affrontò il nemico, e combatté con valore accanto alla bandiera; ma fu disfatto. Noi ignoriamo il seguito della guerra; certo è però che Cristiano ben presto partí, che nel 1174 i Samminiatesi ribelli tornarono con onore nella propria terra, e che finalmente nell'anno seguente si concluse una pace fra le tre città combattenti.[165]
I Fiorentini intanto continuavano sempre a sottomettere città e castelli nel loro contado.[166] Sin dal 1170 avevano costretto a duri patti gli Aretini,[167] amici del conte Guido, ed ora andarono a combattere sotto le mura d'Asciano, terra vicina ad Arezzo, la quale s'era sottoposta in parte ad essi, in parte ai Senesi, che volevano ora impadronirsene del tutto. Questi furono, il 7 luglio del 1174, disfatti, lasciando al nemico un migliaio di prigionieri, e dovettero quindi, sottomettersi a condizioni di pace assai dure.[168] Le trattative andarono in lungo, ma furon pure concluse nel 1176. I Fiorentini vennero riconosciuti legittimi padroni di tutto il contado fiesolano e fiorentino, ed ebbero una parte di ciò che possedevano in Poggibonsi i Senesi, i quali dovevano aiutarli nelle loro guerre, salvo contro l'Impero ed i suoi messi, che[169] promettevano cercare con ogni opera di rendere amici di Firenze. V'erano anche parecchie altre durissime condizioni.[170] Che i Fiorentini riuscissero ad imporre tali patti, dopo la piccola guerra d'Asciano, è certo una prova della loro cresciuta potenza; ma è certo ancora che, se i Senesi non erano per sempre decaduti, questa non poteva essere che una pace fittizia e, dopo molto esitare, conclusa solamente per ottenere la liberazione dei prigionieri.
Questi trionfi esterni si ripercotevano però in modo impreveduto nell'interno della Città. Il governo dei Consoli, con la prevalenza in esso del partito popolare, aveva sempre piú lasciato da parte i potenti, massime la consorteria degli Uberti, i quali ben di rado noi troviamo ora alla testa del Comune,[171] di che, come era naturale, si mostravano assai poco contenti. Invece le continue sottomissioni di castelli e terre avevano in Città aumentato sempre piú il numero dei nobili di contado. I quali, se dapprima, come semplici assidui habitatores o cives salvatichi, non potevano pigliar parte al governo, potevano unirsi agli scontenti, ingrossarne il numero e la forza. Divenuti coll'andare del tempo, veri e proprî cittadini, ebbero modo d'operare piú efficacemente. E cosí ne seguí finalmente, che nel 1177 gli Uberti presero animo a tentare una rivoluzione, la quale fu la prima delle guerre civili in Firenze.
Tutti i cronisti ne parlano, e non dovette esser cosa di poco momento, perché durò due anni circa, con molto spargimento di sangue, con incendi che distrussero gran parte della Città, al che s'aggiunse anche una piena d'Arno, che fece crollare il Ponte Vecchio. Il Villani descrive i due incendî seguíti nel 1177, dal Ponte al Mercato Vecchio, il primo; da San Martino del Vescovo a Santa Maria Ughi ed al Duomo, il secondo; poi descrive la caduta del ponte, ed aggiunge, al solito, che tutto ciò fu giusto giudizio di Dio contro la Città divenuta ingrata, superba e piena di peccati. Della rivoluzione seguita nello stesso tempo, egli discorre come se con gl'incendi non avesse relazione alcuna. Gli Uberti, esso continua, che erano «i piú possenti e maggiori cittadini di Firenze, co' loro seguaci nobili e popolani, cominciarono guerra contro i Consoli, che erano signori e guidatori del Comune, a certo tempo e con certi ordini, per la invidia della Signoria che non era a loro volere. E la guerra fu cosí aspra che si combatteva in piú parti da vicinanza a vicinanza, con le torri armate, le quali erano alte da 100 a 120 braccia. Se ne costruirono anzi delle nuove per le Comunità delle contrade, coi danari delle vicinanze, e le chiamavano Torri delle Compagnie. Si continuò cosí a combattere per due anni, con molte uccisioni; e venne questo perpetuo guerreggiare in tale uso fra i cittadini, che l'un dí si battevano, e l'altro bevevano e mangiavano insieme, novellando l'uno all'altro delle loro imprese e prodezze. Finalmente si pacificarono per stracchezza, e i Consoli restarono in signoria; ma queste cose crearono poi e partorirono le maledette parti, che furono appresso in Firenze».[172]
Il pseudo Brunetto Latini, invece, pone al 4 agosto 1177 il primo incendio da Ponte Vecchio fino a Mercato Vecchio. Ma, continuando, aggiunge subito che nello stesso anno cominciò «discordia e guerra durata ventisette mesi tra i Consoli e gli Uberti, i quali non ubbidivano né Consolato, né Signoria, né eziandio per loro facevano reggimento. Questa battaglia cittadinesca portò gran mortalità, rubamenti ed incendi. In cinque parti diverse della Città fu messo il fuoco, che arse il Sesto d'Oltrarno, e da S. Martino del Vescovo a S. Maria».[173] Il 4 novembre del 1178 sarebbe, secondo lo stesso cronista, caduto il Ponte, e la guerra cittadina sarebbe finita solamente nel 1180, con la vittoria degli Uberti, uno dei quali, Uberto degli Uberti, entrò poi nel consolato. «Da ciò derivò piú tardi la creazione dei Podestà, che furono gentiluomini, possenti e forestieri».[174]
Non ostante alcune apparenti contraddizioni dei due cronisti, risulta pur chiaro da essi e da altri ancora, che nel 1177 vi fu una rivoluzione capitanata dagli Uberti, la quale durò circa due anni, con incendi, uccisioni e rubamenti. La loro vittoria fu parziale, perché il consolato restò; ma essi vi entrarono piú spesso di prima, insieme coi loro amici, e però il pseudo Brunetto Latini li dice vittoriosi. Tutto ciò diede nel governo maggior forza ai nobili, ed apparecchiò la riforma aristocratica, che poi sostituí il Podestà ai Consoli, e seminò il germe delle parti e delle guerre civili, che dovevano cosí lungamente lacerare ed insanguinare la Città. Tale in sostanza è la conclusione dei cronisti: i documenti e i fatti posteriori la confermano pienamente. Nondimeno la pace interna fu ristabilita, e la politica fiorentina non fu punto alterata. Il parziale trionfo dell'aristocrazia, rendendola, per ora almeno, contenta, giovò anzi a fare, col suo efficace aiuto, prosperare sempre piú le cose di tutta la Repubblica. Ne è prova la ricordata sottomissione del 1182, con cui gli Empolesi promisero di pagare un tributo ai Rettori della Città, ed in loro mancanza ai Consoli dei mercanti, obbligandosi a far guerra, secondo il volere dei Fiorentini, salvo però contro i conti Guidi, da cui in parte gli Empolesi dipendevano ancora.[175] Il 4 di marzo si sottomisero gli uomini di Pogna, che dipendeva invece dai conti Alberti.[176] I Pognesi si obbligavano non solo a far guerra, secondo la volontà de' Consoli fiorentini, ma a non costruire nuove mura o fortezze nella loro terra o nella vicina Semifonte: se a ciò altri si provasse, dovevano essi opporvisi ed avvertirne subito i Fiorentini, che dalla loro parte promettevano amicizia e protezione.[177] Nello stesso anno presero anche il castello di Montegrossoli.[178] Il 21 luglio 1184 strinsero alleanza coi Lucchesi, che s'obbligarono ad aiutarli ogni anno, per venti giorni almeno, con 150 militi e 500 fanti, nelle guerre che i Fiorentini farebbero nel proprio contado.[179] Questi nell'ottobre assalirono in Mugello il castello di Mangona, appartenente agli Alberti, i quali fecero perciò ribellare la terra di Pogna, che i Fiorentini allora andarono subito ad assalire.[180] Nel conflitto che ne seguí, par certo che fosse presente il conte Alberto, perché nel novembre noi lo troviamo prigioniero, e costretto ad accettare durissimi patti per sé, per la moglie ed i figli. Dové promettere di distruggere nel prossimo aprile il castello di Pogna, salvo il palazzo e la torre; demolire la torre di Certaldo, né piú ricostruire quella di Semifonte; cedere ai Fiorentini una delle torri di Capraia, a loro scelta; dividere con essi, a metà, un accatto o dazio da porsi in comune sui beni che egli possedeva fra l'Arno e l'Elsa. Finalmente, appena uscito di prigione (postquam exiero de prescione), doveva far giurare obbedienza a tutti i suoi uomini, e pagare 400 libbre di buoni denari pisani. I suoi figli abiterebbero in Firenze due mesi dell'anno in tempo di guerra, uno in tempo di pace.[181] Questa sottomissione ed umiliazione del conte Alberto era per sé stessa un fatto di grande importanza. Ma, se vi si aggiunge che ciò avveniva dopo che Firenze aveva abbattuto i Cadolingi, umiliato i conti Guidi, fatto vantaggiosissima alleanza con Pisa, Siena e Lucca, si capirà facilmente la fortissima e quasi minacciosa posizione, che essa aveva saputo, in cosí breve tempo, prendere.
Tutto questo contribuí di certo non poco ad affrettare la venuta dell'imperatore Federico I in Toscana, dove lo troviamo infatti nel 1185, con animo deliberato a sottomettere il paese. Venne però senza un esercito, fidando nell'autorità dell'Impero, nella sua propria accortezza e reputazione. Credeva di poter riuscire ne' suoi intenti, staccando da Firenze alcune delle città toscane, riducendole a favorire contro di essa l'Impero. Faceva soprattutto assegnamento su Pistoia, che si trovava fra Lucca e Firenze, nemica d'ambedue; su Pisa, che con larghe concessioni sperava di poter ricondurre al partito imperiale, cui essa aveva piú volte aderito in passato. E ciò gli appariva anche piú facile quando, arrivato a San Miniato nella state del 1185, molti dei nobili del contado vennero ad ossequiarlo, levando alti lamenti contro le città libere che li opprimevano. Il 25 di luglio liberò dalla giurisdizione di Lucca molti di loro, ed alcune terre ad essa sottostanti.[182] Il 31 dello stesso mese entrò in Firenze, ed anche ora fu circondato dai nobili del contado, i quali, scrive il Villani, amaramente si dolevano contro la Città, «che aveva occupato i loro castelli, a grande dispregio dell'Impero».[183] E qui i cronisti affermano che Federico tolse a Firenze la giurisdizione sul proprio contado, fino alle mura; anzi la stessa deliberazione egli avrebbe, secondo essi, presa per tutte quante le città toscane, salvo Pisa e Pistoia.[184] Ma su di ciò è sorta grave disputa, non volendo molti prestar fede alla possibilità di un tal fatto, il quale non trova conferma in nessun documento. Altri invece ne vorrebbero vedere la prova in un altro fatto posteriore, che non solo è narrato da parecchi cronisti, ma è anche confermato dai documenti.
Ed in vero, con un diploma che ha la data del 24 giugno 1187, Errico VI, in premio, esso diceva, dei servigi resi dai Fiorentini a suo padre ed a lui stesso, concedette loro la giurisdizione nella Città e nel contado, fino ad un miglio dalla parte di Fiesole, a tre verso Settimo e Campi, a dieci in tutto il resto.[185] Anche in cosí ristretti confini, però, i nobili ed i militi dovevano restare indipendenti dalla Città. In riconoscenza di questa liberalità dell'Impero, i Fiorentini dovevano ogni anno dare ad esso un buono sciamito, bonum examitum.[186] Simili concessioni, limitate del pari, furono fatte ad altre città.[187] Si disse perciò: — se Errico restituí ai Fiorentini la giurisdizione, è chiaro che essa era stata loro tolta dal padre. Noi sappiamo infatti che Federico mise in tutta Toscana Podestà imperiali, che presero nome dalle città.[188] — E andando di questo passo, s'arrivò anche a voler vedere Firenze privata della sua propria giurisdizione fin dentro le mura. Se non che, il diploma d'Errico non parla di restituzione, parla solo di liberalità usata in premio dei servigi resi dai Fiorentini, i quali servigi non si sa in verità quali possano essere stati.[189] È probabilmente un modo di dire, giacché simili concessioni furono da lui fatte a molte città. Da un altro lato riesce assai difficile credere che Firenze, la quale, quando era tanto piú debole, aveva osato combattere a mano armata i messi dell'Impero, uccidendo Rabodo, ponendo in fuga Cristiano di Magonza, potesse, quando si trovava tanto piú forte, alla testa di tutta Toscana, lasciarsi, senza alcuna resistenza, privare della propria giurisdizione in tutto il contado e fin dentro le mura. Oltre di ciò, la esistenza de' suoi Consoli in questi medesimi anni, non par dubbia, il che farebbe senz'altro crollare l'ipotesi di Podestà imperiali dentro la Città. Infatti nel 1184, i documenti ci dànno i nomi dei Consoli. Nei tre anni successivi, è vero, ce li dà solo il pseudo Brunetto Latini; ma è difficile supporre che egli li abbia tutti inventati, o che siasi per tre volte consecutive ingannato. Ed anche in questo triennio, se i documenti non ci dànno nomi di Consoli, indirettamente però accennano di continuo alla loro esistenza.[190]
Bisogna, io credo, cominciare dal riconoscere, che, secondo le idee e la politica di Federico I, il suo diritto d'esercitare giurisdizione nella Toscana, non era disputabile; che se le città l'avevano di fatto esercitata, senza una speciale concessione, esse avevano violato i diritti dell'Impero, il quale poteva, anzi doveva riprenderli. Perciò egli aveva mandato Rainaldo e Cristiano a mettere per tutto suoi Podestà,[191] a far tornare le cose in quello che per lui era il solo stato legale e normale. Se non che, la difficoltà qui non stava nel provare il suo diritto, secondo la teoria imperiale; stava invece nel farlo valere. Era una quistione di fatto, che solamente la forza poteva risolvere. I Podestà imperiali, come noi abbiamo già visto, furono per tutto istituiti; ma se nel contado riuscirono ad ottenere obbedienza, non senza contrasto e parzialmente, nelle città piú grosse, invece, massime a Firenze, non riuscirono punto. I Potestates Florentiae o Florentinorum, come di Siena o dei Senesi, e simili, che noi incontriamo assai di frequente, son quasi sempre, e per Firenze può dirsi addirittura sempre, Podestà imperiali, messi nel contado, di cui disputavano la giurisdizione ai Consoli. Or siccome pel Comune il contado era suo proprio territorio, e voleva perciò comandarvi; per l'Impero, invece, il contado doveva, insieme con la Città, essere sottoposto ai Podestà imperiali, cosí ne seguiva naturalmente che essi venivano da tutti chiamati Podestà di Firenze o dei Fiorentini, e per le stesse ragioni, Podestà di Siena o dei Senesi, d'Arezzo o degli Aretini, ecc. Nel fatto però, essi non solamente non riuscivano a comandare dentro le mura delle grosse città, ma nel contado stesso erano in conflitto continuo con l'autorità dei Consoli, ed abbiamo già visto quanta confusione ne nascesse. È tuttavia assai naturale il credere, che, con la venuta di Federico I in Toscana, l'autorità di questi Podestà dovesse immensamente crescere, e che, per qualche tempo almeno, riuscissero davvero ad esercitare la propria giurisdizione in tutto il contado, fin sotto alle mura delle città. Questo fece dire ai cronisti, che l'Imperatore aveva tolto a Firenze il contado. È certo però, che quando egli partí, le cose tornarono subito nello stato di prima; i Consoli cioè continuarono a rendere ovunque, piú che potevano, vana l'opera e l'autorità degli ufficiali imperiali. Il sorgere dei Comuni aveva creato un nuovo stato di cose, del quale l'Impero poteva non ammettere il valore legale, ma che non aveva poi la forza di distruggere. Questo fu che indusse finalmente Errico a riconoscere in parte, e sotto forma di liberale elargizione, lo stato di fatto, che egli sperava cosí di potere almeno circoscrivere entro limiti determinati.
E veramente, col diploma 1187, egli concedeva ai Fiorentini meno assai di quanto essi già da un pezzo possedevano. Se infatti il territorio del Comune non avesse dovuto estendersi piú d'un miglio dalla parte di Fiesole, ne sarebbe rimasta fuori questa città, già sottomessa con le armi, insieme con tutto il suo contado, il quale sin dal 1125 faceva parte del territorio fiorentino, come era stato sempre nei trattati riconosciuto. E quasi ciò non bastasse, anche in sí angusti confini, Errico dichiarava esenti dalla giurisdizione della Città tutti i nobili, cioè anche quelli che ad essa si erano legalmente e solennemente sottomessi. Ma, ciò non ostante, a Firenze conveniva d'accettare la concessione imperiale. Lo stato di fatto sarebbe rimasto quale era, essa avrebbe cioè continuato sempre a comandare ed a prendere piú che poteva. Il cronista Paolino Pieri, nel ricordare questa concessione, dice che i Fiorentini riebbero il contado, «cioè che si ritolsero,» espressione con la quale inconsapevolmente egli manifesta la vera condizione delle cose. Intanto l'Impero cedeva nel punto di diritto, riconoscendo la giurisdizione dei Consoli nella Città ed in una parte del contado. Il resto sarebbe stato in avvenire, come pel passato, risoluto dalla forza. A noi pare che tutto ciò ponga in chiaro le cose, e spieghi ancora le inesattezze e la confusione dei cronisti, i quali, non sapendo distinguere la questione di fatto da quella di diritto, mescolarono di continuo l'una con l'altra. E veramente non era agevole distinguerle, quando di fronte al fatto stavano due, anzi tre diritti, ognuno dei quali non riconosceva gli altri: il diritto cioè dell'Impero, quello del Comune e quello finalmente del Papa, che ripeteva sempre, quantunque sempre invano, che la Chiesa era l'erede di Matilde.
L'esistenza dei Podestà o conti tedeschi nel contado non fu però senza un'azione, per lo meno indiretta, nell'interno della Città. Essi contribuirono anzi a modificarne la costituzione, promuovendo in certo modo la creazione d'una nuova magistratura municipale, che portò lo stesso nome. In vero, il nome latino di Potestas, Potestà o Podestà era dato nel Medio Evo ad ogni superiore autorità: noi lo abbiamo visto già attribuito nel 1068 a Goffredo duca di Toscana. Piú tardi fu dato ai conti tedeschi, insediati nel contado, in nome di Federico I. Da essi passò poi a magistrati municipali. Sembra che dapprima venisse dato ad ufficiali che il Comune mandò nel contado, quando v'erano già i conti tedeschi, ad imitazione di essi e contro di essi. Tali almeno dobbiamo credere che siano alcuni, i quali hanno nomi italiani; e portano il titolo di Podestà fiorentini o di Firenze, prima che una tale magistratura fosse Stata creata dentro la Città. Ne conosciamo almeno due, Renuccio da Stagia e Guerrieri,[192] che i testimoni di Rosano ricordano piú di una volta. Renuccio sembra, con abbastanza probabilità, aver tenuto l'ufficio prima del 1180,[193] quando cioè in Firenze v'erano certamente i Consoli.[194] Bisogna quindi ritenerlo ufficiale del contado. Si ammetta però o non si ammetta una tale ipotesi, è qui da notare che nei documenti fiorentini, ogni volta che s'allude ora ai Consoli, si comincia costantemente ad aggiungere le parole: sive Rector vel Potestas vel Dominator. Dapprima non è che una formola vaga e generica, la quale accenna, in modo assai indeterminato, alla possibilità di un'altra magistratura. Ma a poco a poco la formola assume un carattere piú concreto; la parola Potestas prende una importanza sempre maggiore, tanto che spesso precede quella di Consules.[195] E allora la nuova magistratura è vicina a nascere; essa infatti comparisce finalmente l'anno 1193, nella persona di Gherardo Caponsacchi, un Fiorentino di famiglia consolare.
L'Ammirato s'ingannò quando credette di ritrovare un tal magistrato nel 1184, perché nella lega tra Firenze e Lucca vide ricordato non un individuo in particolare, ma l'ufficio in genere del Podestà.[196] Questo però, come notammo, segue troppo spesso nei documenti, anche quando a Firenze v'erano di certo i Consoli, per poterne tirare una tal conclusione. Può darsi che anche prima del 1193 vi sia stato in Firenze un qualche Podestà; ma sino a che non si trovi il nome dell'individuo in un documento, che ce lo mostri in ufficio, noi non possiamo asserirlo.
L'istituzione della nuova magistratura fu, in ogni modo, preceduta da un incremento della nobiltà dentro le mura cittadine. Questo anzi ne fu una delle cause efficienti. Le carte del tempo ci hanno dato di ciò prove continue, che sono confermate dai cronisti. Il pseudo Brunetto Latini dice, che nel 1192 erano Consoli «Messer Tegrino dei conti Guidi, paladino in Firenze, e Chianni de' Fifanti». Ora il vedere al Consolato in Firenze un conte ed un conte palatino o paladino che sia, è un fatto assolutamente insolito. Lo stesso cronista ci dice che, nel medesimo anno, si fece ordinamento in Firenze, che li conti Guidi et li conti Alberti et li conti da Certaldo, Ubaldini et Figiovanni, Pazzi et Ubertini, conti di Panago et altri nobili assai, cittadini, dovessero abitare i quattro mesi dell'anno nella città di Firenze». Sia qualunque il valore che si voglia attribuire a questo cronista, la sua asserzione è in armonia colle notizie che si cavano dai documenti, e spiega l'origine della nuova magistratura. Non poteva certo ai nobili piacere di sottostare al governo popolare dei Consoli, contro cui fin dal 1177 avevano combattuto, e specialmente poi essere giudicati da coloro che essi ritenevano inferiori per grado e dignità. Inoltre, quanto piú gli elementi di cui la cittadinanza si componeva, divenivano eterogenei, e piú si avvicinava perciò il pericolo di guerra civile, tanto piú la possibilità di essere giudicati dai proprî avversarî politici, doveva apparire incomportabile. E quindi si cercava una magistratura nuova, d'indole diversa, preferibilmente aristocratica, e si prese a modello una istituzione imperiale, quale era quella del Podestà. Esso non è già un semplice giudice, come molti credettero e scrissero; è addirittura il capo e rappresentante del Comune; firma i trattati e comanda l'esercito; piglia il posto dei Consoli.
Infatti il 14 luglio 1193, il castello di Trebbio si sottometteva al Comune di Firenze, di cui avevano la legale rappresentanza Gherardo Caponsacchi Potestas Florentie et eius Consiliarii, insieme coi sette Rettori delle Capitudini delle Arti.[197] I Consiglieri, dei quali il documento dà i nomi, sono sette anch'essi, e quasi tutti di famiglie consolari; due sono anzi veri e proprî nobili, un conte Arrigo (forse da Capraia) ed un Tegghiaio Buondelmonti. Nel 1194 par certo che si tornasse ai Consoli, anzi il pseudo Brunetto ci dà i nomi di due, fra i quali un Uberti. Nel 1195 comparisce nuovamente il Podestà nella persona di Rainerius de Gaetano, cum suis Consiliariis, uno dei quali è Consul iustitiae.[198] Si può con certezza ritenere che questi Consiglieri, il cui numero nei documenti varia di continuo, non sono altro che i Consoli stessi, che, per qualche tempo, persistono ancora sotto questa forma transitoria, durante la quale il Podestà è come il loro capo. Essi rappresentano il Comune insieme con lui, o anche senza di lui. A poco a poco però la loro importanza diminuisce, e quella del Podestà aumenta. Insomma è un periodo di trasformazione, durante il quale la nuova forma, non ancora ben determinata, di governo, si alterna con quella dei Consoli.
Nel 1200 il Podestà non è piú un fiorentino, ma uno straniero, e già rappresenta il Comune senza la compagnia de' suoi Consiglieri, che nel 1207, quando cioè la nuova magistratura piglia la sua forma definitiva, sono addirittura scomparsi. Per meglio dire, essi si vanno sempre piú trasformando, ed aumentano di numero, fino a che formano un Consiglio speciale della Città intiera, accanto all'antico Consiglio o Senato, che diventa il Consiglio generale. Il governo allora sarà rappresentato dal Podestà e da due Consigli, i quali qualche volta voteranno separatamente, qualche altra uniti, e si chiameranno in questo caso, il Consiglio generale e speciale. L'ufficio dei Consoli si può dire cosí morto per non piú ricomparire. Salvo infatti un ultimo tentativo, pel quale essi furono di nuovo eletti negli anni 1211 e 1212, noi piú non li ritroviamo. E da quanto abbiam detto finora può facilmente intendersi, perché i cronisti pongano in tempi assai diversi l'origine del Podestà. Il pseudo Brunetto Latini lo fa cominciare nel 1200, quando cioè esso fu la prima volta un ufficiale forestiero, qualità che era tenuta essenziale. E però il cronista prima d'allora sembra vedere in esso piú che altro un capo dei Consoli.[199] E si capisce ancora perché il Villani lo faccia invece cominciare nel 1207. Questo è infatti l'anno in cui l'ufficio prende la sua forma definitiva davvero, giacché il Podestà non solo è forestiero, ma apparisce anche senza i Consiglieri. Il Villani però s'inganna quando ce lo vuol dare come un magistrato eletto all'unico ufficio di amministrare piú imparzialmente la giustizia, e quando aggiunge che allora «non si rimase la signoria dei Consoli, ritegnendo a loro ogni altra cosa del Comune». Sono due errori, il secondo dei quali si può credere poco piú che un semplice anacronismo. Infatti se ciò che egli afferma non può esser vero nel 1207, tale può ritenersi, in parte almeno, per gli anni precedenti, quando cioè i Consoli sopravvivevano quasi a sé stessi, come Consiglieri del Podestà.
Certo dal 1196 al 1199 c'era stato un ritorno ai Consoli.[200] Ma in questo tempo seguí anche un fatto assai importante, che mutò profondamente la politica generale di tutta la Toscana, e sul quale perciò dobbiamo ora fermarci. Il 27 settembre 1197 moriva l'imperatore Arrigo VI, e questa morte portò prima l'abbandono, poi la totale caduta di quel sistema imperiale, con tanta cura e persistenza iniziato da Federico I nell'Italia centrale. I Samminiatesi distrussero la rocca, che era in mano dei Tedeschi; poi le mura di S. Genesio.[201] I Fiorentini ripresero per denaro Montegrossoli, che era stato rioccupato e fortificato da nobili, che davano noia continua.[202] E dopo di ciò Firenze si pose ad un'assai maggiore impresa, iniziando una lega delle città toscane contro l'Impero. Essa fu conclusa il dí 11 novembre 1197, a S. Genesio, dove giurarono primi i Lucchesi, poi i Fiorentini, i Senesi, i Samminiatesi, il vescovo di Volterra, presenti, per maggiore solennità, due cardinali di Santa Chiesa. I patti principali erano: alleanza a comune difesa contro chiunque attaccasse la Lega; non far pace o tregua cum aliquo Imperatore vel Rege seu Principe, Duce vel Marchione, senza il consenso dei Rettori della Lega stessa; muover guerra contro le città, conti, vescovi o borghi, che, invitati ad entrarvi, si ricusassero.[203] Ma dove era il pericolo imminente? Perché questa alleanza contro l'Impero, ora appunto che esso piú non minacciava? Uno dei patti ci spiega, meglio d'ogni altro, lo scopo vero cui si mirava. I castelli, i borghi, le piccole terre, cosí esso diceva, possono essere ammessi solo come dipendenti da coloro, che sono legittimi possessori del territorio in cui queste terre o castelli si trovano. Unica eccezione era fatta per Poggibonsi,[204] perché di esso molti si disputavano il dominio. Montepulciano sarebbe stato ammesso come dipendente da Siena, appena che questa fosse riuscita a provare il suo diritto di dominio su di esso.
Da tutto ciò adunque par chiaro che, in sostanza, quello che veramente si voleva era: profittare della morte dell'Imperatore, per assicurare alle città il pieno dominio dei propri territori. A questo fine occorreva essere in Toscana uniti, e però si voleva che la Lega fosse, per quanto era possibile, obbligatoria. Gli atti posteriori di essa non lasciano alcun dubbio sul vero suo fine; provano anzi assai ampiamente che Firenze l'aveva promossa, perché tutta Toscana l'aiutasse ora ad impadronirsi subito del suo contado. Se però la Lega era contro l'Impero, non per questo essa era a difesa del Papa, delle cui pretese, come erede di Matilde, non teneva anzi conto nessuno. Si dichiarava, è vero, di non riconoscere imperatore, re, duca o margravio, senza l'approvazione della Romana Chiesa; ma si aggiungeva che se il Papa voleva entrare nella Lega, doveva accettarne i patti, altrimenti ne sarebbe restato fuori. Se chiedeva aiuto, per riconquistare le proprie terre, si doveva far solo ciò che i Rettori della Lega avrebbero ordinato. Non si sarebbe però, in nessun caso, tenuti ad aiutarlo, se le terre da lui richieste fossero già tenute in possesso di qualcuno dei Comuni o città alleate. Piú chiaro non si poteva parlare. E però quando ai primi del 1198 fu eletto papa Innocenzo III, questi, sebbene avverso all'Impero, e fautore dello spirito nazionale in Italia, si dimostrò, come vedremo, assai scontento di un tal modo di procedere.
Il 4 dicembre 1197, a Castel Fiorentino, giurarono i Rettori della Lega, fra cui primi il vescovo di Volterra ed il Console fiorentino Acerbo, che ne fu il capo effettivo, sebbene il titolo venisse dato al Vescovo, a cagione della sua ecclesiastica dignità. Pisa e Pistoia per ora ne restarono fuori; ma ad esse, come ad altre città toscane, era serbato libero l'aderire, cosa che Arezzo aveva già fatto il 2 dicembre.[205] Il 5 febbraio 1198 giurò il conte Guido, ed il 7 giurò il conte Alberto. I Fiorentini però espressamente dichiaravano nel secondo di questi due trattati, che essi si serbavano liberi d'assalire Semifonte, e di sottoporre anche colla forza Certaldo e Mangona, terre degli Alberti.[206] E cosí continuarono a procurare una quantità di altre adesioni alla Lega, con atti che erano piuttosto di sottomissione a Firenze.
Fu questo il momento in cui papa Innocenzo, da poco eletto, nel mese stesso di febbraio in cui fu consacrato, scriveva ai due cardinali stati presenti alla Lega, che in molte cose essa nec utilitatem contineat, nec sapiat honestatem, non essendosi tenuto conto alcuno che il Ducato di Toscana apparteneva alla Chiesa, ad ius et dominium Ecclesiae Romanae pertineat. Egli intendeva perciò far valere i suoi diritti. Se i collegati a lui si sottomettevano, avrebbe colla minaccia d'interdetto obbligato anche i Pisani ad unirsi a loro, contro l'Impero; altrimenti li avrebbe lasciati liberi di fare quel che volevano.[207] Non gli fu però dato ascolto, e gli convenne fare di necessità virtú, moderando non poco il suo linguaggio.[208] Pare nondimeno che alcune concessioni di forma gli fossero fatte (sebbene non sappiamo quali), perché, scrivendo poi ai Pisani, si dimostrava piú contento, e li spingeva ad entrare nella Lega. Certo è però che essi ne restarono sempre fuori, e che se egli, fatto accorto dagli eventi, si dichiarò piú tardi fautore energico degl'interessi nazionali, e promotore della Lega contro l'Impero, poté cosí riuscir solo ad aumentare la sua autorità morale e politica, non a guadagnare un sol palmo di terra, né a far valere alcuno de' suoi pretesi diritti sulla Toscana.
Chi ogni giorno ne cavava invece vantaggio erano i Fiorentini. Il 10 aprile 1198 Figline entrava nella Lega, sottomettendosi a Firenze, pagando anche un annuo tributo;[209] ed il dí 11 maggio Certaldo faceva lo stesso.[210] La Repubblica continuava a procedere non solo con energia, ma con grande accortezza per la via intrapresa. Lasciava che i nobili pigliassero sempre maggior parte al governo, perché cooperassero di buona voglia al compimento della deliberata impresa. Quel conte Arrigo da Capraia, che nel 1193 trovammo fra i Consiglieri del podestà Caponsacchi, lo troviamo ora, nel 1199, addirittura fra i Consoli.[211] Nell'anno 1200 si eleggeva finalmente a Podestà uno straniero,[212] Paganello Porcari da Lucca, cosa a cui, come già notammo, da un pezzo miravano i nobili. Ed egli venne confermato nel 1201, perché condusse la guerra con energia e valore. Infatti, nel febbraio del 1201, il conte Alberto giurò di cedere ai Fiorentini il poggio di Semifonte col castello e le mura; di aiutarli, ogni volta che fosse necessario, ad impadronirsi di Colle, Certaldo, Semifonte.[213] Il vescovo di Volterra giurò anche esso di aiutarli nelle medesime guerre.[214] E tutto ciò si faceva come se fosse conseguenza e parte degli obblighi della Lega, il che incominciava naturalmente a stancare ed insospettire gli alleati, che si vedevano ridotti cosí a fare il solo interesse di Firenze. La quale, non curandosi d'altro, era pronta a cominciare la guerra contro Semifonte, a ciò essendosi andata spianando la via con tutti questi trattati.
Da un pezzo essa meditava la presa di quel castello, la cui strategica posizione e la facilità grande che esso aveva di ricevere aiuti da tutti i vicini, lo rendevano come un pruno negli occhi della ormai superba Repubblica, deliberata perciò a disfarsene. Il conte Alberto, sebbene si fosse nel 1184 obbligato a non farlo, come due anni prima s'erano obbligati i Pognesi, aveva, non ostante, poco dopo, costruito sul colle di Petrognano il castello di Semifonte, profittando della venuta di Federico I, e della posizione assai difficile in cui si erano allora trovati i Fiorentini, che mai non glielo perdonarono. Egli aveva in quell'occasione assunto anche il titolo di Comes de Summofonte. Presso il castello s'andò subito formando un borgo, che crebbe rapidamente, perché v'accorrevano molti dalle vicine terre, che Firenze andava via via sottoponendo e tassando. E già si ripeteva nel contado:
Firenze, fatti in là.
Che Semifonte si fa città.
Per queste ragioni la Repubblica aveva insistentemente cercato assicurarsi dei vicini, con i molti trattati già ricordati, e con altri ancora, condotti a termine dal suo operoso Podestà. Rimaneva però sempre Siena, che poteva dar valido aiuto al nemico, il quale si dimostrava già pronto alla difesa. E però il 29 marzo del 1201 i Fiorentini conchiusero con essa un'alleanza, promettendo d'aiutarla contro Montalcino, che aveva di fronte a Siena la stessa minacciosa posizione di Semifonte contro la loro Città.[215] Anche Colle fu obbligato a giurare di non dare aiuto ai Semifontesi.[216] Finalmente la guerra incominciò.
Il cronista Sanzanome, che vi si trovò presente, la fa, con la sua solita esagerazione, durare cinque anni, forse tenendo conto di tutte le precedenti scaramucce.[217] Certo però la lotta fu dura, perché, non ostante i trattati, Semifonte venne d'ogni parte aiutata, essendo la gelosia contro Firenze assai cresciuta. Oltre di che, la forte posizione di quel castello e la condotta del suo valoroso podestà Scoto, fecero sí che potesse resistere con molto vigore all'esercito che d'ogni parte lo circondava, tanto che i Fiorentini, non fidando nella sola forza, ricorsero anche al tradimento. Un tal Gonella, che s'era colà dalle vicine terre rifugiato con altri compagni, aveva insieme con essi avuto la guardia della torre detta di Bagnuolo, di cui si valse invece per tradire la terra al nemico. Quando furono però a compiere il tradimento, trovarono tale resistenza nei terrazzani che vi lasciarono la vita. L'effetto, non ostante, s'ottenne lo stesso, perché, poco dopo, Semifonte dovette arrendersi. E se di ciò non fu causa unica il tradimento, come credé il Villani (V, 30), dovette pure avervi non poco contribuito. Il 20 febbraio 1202, infatti, i Consoli, che allora erano tornati in ufficio a Firenze, esentarono in perpetuo da ogni gravezza i discendenti del Gonella e de' suoi compagni morti per la Repubblica,[218] ed il 3 dell'aprile seguente furono sottoscritti e giurati i patti della resa. I Fiorentini promettevano perdono, protezione e restituzione dei prigionieri ai Semifontesi, i quali però dovettero distruggere la torre e le mura; discendere dal poggio al piano; pagare 26 danari l'anno per ogni focolare, salvo i militi e le chiese.[219]
Il Papa rimproverò vivamente i Fiorentini, per la loro condotta crudele contro Semifonte: ma i Consoli, dopo essersi difesi con una lettera,[220] continuando per la loro via, attaccarono briga coi Senesi. Fu a cagione del castello di Tornano, nella valle di Paterno, che essi volevano, e che i Senesi dicevano di non poter dare, perché in possesso di signori da loro indipendenti. I Fiorentini allora incominciarono, al solito, coll'indurre Montepulciano, grossa terra dei Senesi, a giurare sottomissione, con l'obbligo anche di un annuo tributo.[221] La guerra perciò sarebbe subito necessariamente scoppiata, se Ogerio, podestà di Poggibonsi, non si fosse intromesso. Accettato che fu il suo arbitrato, egli esaminò con gran diligenza la questione dei confini, e li determinò coscienziosamente. Il suo lodo fu pronunziato il 4 giugno 1203.[222] A Firenze restò tutto il contado fiesolano e fiorentino, secondo la delimitazione esattamente data da Ogerio, nella quale la valle di Paterno veniva compresa. I Senesi dovevano adoperarsi a far cedere anche il castello da coloro che ne erano signori. Questo trattato dalle due parti accettato, e dai Senesi rispettato scrupolosamente,[223] venne il 15 maggio 1204 sanzionato da papa Innocenzo III, secondo l'espresso desiderio dei Fiorentini.[224] I quali però continuarono i loro segreti accordi con Montepulciano, che avevano, nei giorni 30 e 31 maggio 1203, indotto a giurare di nuovo alleanza offensiva e difensiva contro Siena.[225] Quindi, non appena che ciò si seppe, nuovi rammarichi, nuove proteste di Siena, che portò l'affare dinanzi alla Lega, i cui Rettori furono perciò espressamente radunati il 5 aprile del 1205, a S. Quirico di Osenna, sotto la presidenza del vescovo di Volterra, avendo ricusato di presentarsi i Fiorentini e gli Aretini. Dall'esame dei testimonî risultò chiaro che Montepulciano apparteneva ai Senesi.[226] Non sappiamo se venne allora pronunziato il lodo, né quale risultato definitivo ebbe la disputa. Sembra però chiaro che questo fu il momento in cui la Lega di fatto si sciolse, per opera dei Fiorentini stessi che l'avevano iniziata. Lo scopo che s'erano proposto, essi lo avevano in gran parte raggiunto; ora non potevano dagli alleati aspettarsi altro che ostacoli al conseguimento dei loro fini ulteriori, perché tutti erano piú o meno insospettiti della loro ambizione, di cui nessuno voleva piú a lungo continuare ad essere strumento passivo.
Ma ciò non arrestava punto nel loro cammino i Consoli fiorentini, che ora attaccarono briga coi conti di Capraia, i quali avevano un castello di tal nome sulla riva destra dell'Arno, vicino al confine dei Pistoiesi. Unendosi con questi, potevano essi facilmente chiudere la via dell'Arno ai Fiorentini, che perciò, sin dal 1203, avevano deliberato costruire sull'opposta riva del fiume, nel luogo chiamato Malborghetto, un altro castello, cui dettero il nome di Montelupo, nome che spiegava chiaramente quale era il loro scopo. Infatti già s'andava ripetendo il motto:
Per distrugger questa capra.
Non ci vuol altro che un lupo.[227]
Anche qui la guerra sarebbe necessariamente scoppiata, se profittando della intromissione amichevole dei Lucchesi, l'accortezza diplomatica dei Fiorentini non avesse trovato modo d'evitarla, come sempre, a proprio vantaggio. Nel giugno del 1204: infatti si concluse un trattato, mediante il quale essi s'obbligavano a non recare molestia sulla destra, e i conti di Capraia a non recarne alcuna sulla sinistra del fiume.[228] Il Conte poco dopo giurò addirittura alleanza e fedeltà ai Fiorentini, insieme co' suoi uomini, i quali restarono obbligati a pagare un tributo di 26 denari per focolare, ad eccezione dei militi. Cedeva inoltre il castello e tutto ciò che possedeva sulla sinistra dell'Arno, presso Montelupo, che si obbligava anche a difendere.[229]
Se è vero, come si trova nel pseudo Brunetto ed in uno degli antichi elenchi di Consoli,[230] non però in documenti ufficiali, che il conte Rodolfo di Capraia, figlio del conte Guido, fu nel 1205 podestà di Firenze, bisogna credere che ciò avvenisse anche in conseguenza di questi accordi. Nell'anno seguente pare si tornasse ai Consoli,[231] ma nel 1207 abbiamo finalmente in Gualfredotto Grasselli da Milano, il vero e proprio Podestà forestiero, che ormai rappresenta il Comune, senza piú bisogno d'essere assistito dai suoi Consiliarii. Anch'egli fu riconfermato un secondo anno, perché condusse a compimento le imprese da tanto tempo, con tanto ardore iniziate dai Fiorentini. E l'occasione a ricominciare non si fece aspettare. La faccenda di Montepulciano s'era inasprita; i Senesi erano perciò decisi ad assalire quella terra, su cui credevano avere giusto diritto di possesso. Montepulciano, sicuro d'essere aiutato, si difese con ostinato ardore; e i Fiorentini dapprima lasciarono fare, poi nel 1207 corsero anch'essi alle armi. Uniti ad amici lombardi, romagnoli, aretini, andarono col Carroccio ad assalire il castello di Montalto della Berardenga, fra l'Ambra e l'Ombrone, che i Senesi avevano circondato coi loro amici pistoiesi, lucchesi, orvietani. Tutti questi furono il 20 giugno messi in fuga, lasciando in mano del nemico un gran numero di prigionieri, che Paolino Pieri fa ascendere a 1254. Il castello venne distrutto; ma la guerra continuò, sebbene il Papa si fosse interposto per la pace. I Fiorentini assalirono quasi con ferocia il castello di Rigomagno, ed essendosi rotte le scale, salirono gli uni sulle spalle degli altri, riuscendo cosí ad entrare. Con Rigomagno essi furono padroni della valle dell'Ombrone.[232] I Senesi dovettero allora (febbraio 1208) sottomettersi a durissime condizioni di pace, che ben presto giurarono (fra il 13 e 20 ottobre),[233] rinunziando con esse a tutto ciò che possedevano in Poggibonsi, obbligandosi a cedere Tornano con la torre, a rispettare in ogni sua parte il lodo di Ogerio, né piú molestare Montepulciano. I prigionieri furono vicendevolmente resi.
Ma questa guerra segna già il principio di un nuovo periodo nella storia di Firenze. Ormai non si trattava piú di conquistare il proprio contado, che la Repubblica già possedeva. Si trattava invece di aprire le vie del grande commercio ad una città, che, per le molte sue conquiste, prosperava ogni giorno piú. Siena e Firenze erano in conflitto continuo, non solo per la incertezza dei loro confini, che ognuno voleva allargare; ma per la gara delle loro manifatture nei mercati d'Italia, e specialmente del commercio colla vicina Roma, la quale, per le grandi relazioni che la Chiesa aveva per tutto, era divenuta il centro principale degli affari bancarî nel mondo civile. Firenze mirava da un pezzo ad avere il monopolio di tali affari, ed anche perciò si mantenne sempre guelfa. Essa contrastò piú volte con Arezzo, Volterra, sopra tutto con Siena, la piú potente delle città che trovava sulla via di Roma. Questo fu causa permanente di nuove e piú grosse guerre fra le due rivali, come il bisogno irresistibile, che Firenze cominciò ben presto a sentire d'arrivar sino al mare, fu principale causa di guerre non meno lunghe e sanguinose con Pisa, che gliene sbarrava la via. Ma su di ciò dovremo tornare in seguito, giacché per ora questi conflitti non sono anche cominciati. Dopo la pace con Siena, abbiamo infatti alcuni anni di tregua, fuori però, non dentro la Città, dove invece sono già pronti a germogliare i semi della guerra civile.
La istituzione del Podestà forestiero, non piú circondato e frenato da quelli che potrebbero dirsi Consoli-consiglieri, è ormai definitiva. Salvo la loro breve ripristinazione negli anni 1211 e 12, i Consoli sono ora, come già dicemmo, per sempre scomparsi. Questo era di certo un trionfo evidente dell'aristocrazia, al quale il popolo artigiano s'era momentaneamente piegato, per averla cooperatrice nella difficile impresa di sottomettere colle armi il contado. Ed una tale conquista dette straordinario incremento all'industria, al commercio, cui apriva ogni giorno campo piú vasto, e faceva nascere voglia d'ingrandirlo sempre di piú. Non era quindi in modo alcuno sperabile, che quella Repubblica la quale nell'industria e nel commercio trovava la sua prosperità, e da essi riceveva la sua forza, potesse o volesse, a lungo andare, rimaner contenta d'un governo favorevole all'aristocrazia, la quale mirava a divenire ogni giorno piú forte, piú prepotente e superba. La lotta fra il popolo ed i Grandi si può perciò ritenere ormai inevitabile. La lunga serie delle guerre civili, che dovranno lacerare ed insanguinare la Città, è infatti già vicina a cominciare.