(Ved. tav. 20-25).

Il Ghirardini nel lavoro citato a pag. 66, nota 1 (Notizie Scavi, 1888) prende occasione dall'illustrazione della collezione Baratela di Este, da lui descritta, per riprendere in esame tutto il lavoro del Prosdocimi sull'argomento, e, aggiungendovi i fatti nuovi, venire a conclusioni più chiare ed esaurienti.

Riunendo il II e III periodo del Prosdocimi in un solo grande periodo, il secondo propriamente detto veneto o atestino, il Ghirardini distingue tutta la civiltà atestina in tre grandi periodi principali: 1. l'italico; 2. il veneto; 3. il gallico (opera citata, pag. 378-380).

L'italico è contrassegnato dalla civiltà di Villanova e dalle necropoli bolognesi dei fondi Benacci e De Luca; non v'è scrittura, non v'è metallotecnica sviluppata — la ceramica stessa è di forme alquanto rudimentali.

Il periodo veneto, il più importante, corrisponderebbe alla civiltà italica, quale si presenta alla Certosa di Bologna; vi appare la scrittura su stele, placchette, bastoni, oggetti, una scrittura dubbia, euganea, che si riconosce appartenente all'epigrafia greco-italica (ved. tav. 1-VI); si aggiunge un'altra novità, quella delle lamine figurate, che si rannodano con l'arte greca orientale. È particolarità del II periodo il tipo del vaso cinerario; all'urna di Villanova è sostituita la situla riprodotta in terracotta e con graziosa curvatura del vaso.

Nella ceramica si ha l'imitazione dei fittili dal bronzo, con decorazioni fatte per mezzo dell'imbullettatura, o applicazione sui fittili di borchie di bronzo (ved. tav. 25), ad imitazione dei bottoni a sbalzo dei vasi enei, e per mezzo della coloritura a zone rosse e nere alternate (ved. Montelius, La civilisation primitive en Italie. Atlante, tav. 58).

Questo periodo presenta anche progressi nella metallurgia, perchè la suppellettile ornamentale è accresciuta per mezzo delle fibule e delle armille, e inoltre si vedono cinturoni e situle figurate.

VII. — La civiltà e l'arte nell'Agro Chiusino e a Corneto-Tarquinia.

Nuove analogie con questa condizione di civiltà delle primitive popolazioni italiche ci richiamano ancora oltre Appennino, nella regione fra l'Arno e il Tevere, dove stirpi italiche, e, secondo la tradizione, propriamente le genti umbre, eransi stanziate numerose e prosperanti.

A Poggio Renzo, nell'agro di Chiusi, furono scoperte (1875) molte tombe, dette dalla loro forma tombe a pozzo. Sono fossette o pozzi allineati, scavati ad una profondità media d'un metro, e rivestiti internamente di ciottoli a secco. Ciascun pozzo conteneva un ossuario di bucchero o di argilla nera, ora liscio, ora ornato di disegni geometrici, graffiti a punta di stilo, con una sola ansa, o meglio mancanti d'una delle due anse per uno strano uso simbolico, osservato in queste e in altre tombe italiche, di deporre i cinerari dopo aver spezzato una delle anse. Gli ossuari lisci e rozzi sembrano proprî di tombe più antiche. Dentro l'ossuario erano oggetti di bronzo, cioè lastrine da ornamento (forse pettorali), fibule e catenelle, e lame ricurve (rasoi o novaculae), il cui manico, pur di bronzo, è unito alla lama per mezzo di bullette, e non è con quella saldato, come invece incontrasi nelle tombe meno antiche. Non vi è oro nè argento, non ambra nè avorio; non disegno di figure viventi sui vasi, salvo in un solo caso, in cui sul coperchio di un ossuario sono rozzamente abbozzati due uomini abbracciantisi.

Corrispondono perfettamente a queste tombe a pozzo altre, che furono scoperte intorno allo stesso tempo a Sarteano[26], borgo presso Chiusi, con ossuarî identici, e con stoviglie accessorie di forma e di lavoro primitivo, salvo alcune, che da frammenti apparivano lavorate al tornio, colorate a striscie alterne, rosse e brunastre, come si vede nella necropoli atestina ed albana, sull'acropoli di Atene e nell'isola di Cipro. Insieme con l'ossuario erano rasoi col manico imbullettato, fibule e catenelle.

Altre tombe isolate e sparse nel territorio chiusino consistono d'un semplice orcio di terra cotta, toscanamente detto ziro, talvolta alto fino a due metri, deposto sotterra in buca[27]. Fra lo ziro e le pareti della buca erano residui di rogo; dentro allo ziro le ceneri del defunto, e frammistivi oggetti in maggior copia e di maggior fattura di quelli delle tombe a pozzo; fusaiole d'argilla o pesi da tessitore; rasoi col manico saldato alla lama, o con questa gittato di un sol pezzo; armi di bronzo, anelli d'oro, d'argento, di ferro, con pietre incise e scarabei; orecchini d'oro pallido (elektron). Vi si trovarono anche vasi cinerarî di bucchero, o terra nera, in forma di canòpo, cioè terminati da testa umana, che fa da coperchio, o sormontati da qualche statuetta rozzamente modellata. Lo ziro era coperto da lastra di pietra, sopra la quale stavano deposte stoviglie accessorie; la bocca della buca era chiusa da una seconda lastra.

Nuove tombe a pozzo vennero in luce recentemente negli scavi di Corneto-Tarquinia degli anni 1881 e 1882, in numero di ben più che trecento, delle quali però appena una terza parte erano intatte, le altre già state manomesse. Esse tengono del tipo di Poggio-Renzo e di Villanova, e delle arcaiche umbro-felsinee. Constano di pozzi rotondi, scavati verticalmente nella roccia di calcare; il pozzo, a circa due terzi di sua profondità, si restringe, ed ivi il masso è lavorato in maniera da cingere il buco con un margine circolare, formando un angusto pozzetto inferiore. Tali pozzi, che distano l'uno dall'altro circa mezzo metro, variano in profondità da m. 1.25 a 2.50. Nel fondo del pozzetto sta l'ossuario, la cui deposizione è di due modi: 1.º il vaso sta collocato nel fondo del pozzetto; sull'ossuario è una lastra di nenfro (pietra forte di natura vulcanica di Toscana), che posa sul margine circolare del restringimento, o pozzetto inferiore; 2.º l'ossuario sta raccolto dentro una cassetta di nenfro, di forma ora cilindrica ora quadrilunga, chiusa da coperchio concavo a foggia di calotta; intorno alla cassetta stanno ceneri e materiali del rogo. Questo modo sembra proprio delle tombe più ricche (ved. Atl. cit., tavole XII e XIII).

Gli ossuari nell'uno e nell'altro modo di deposizione hanno una forma tipica costante, identica a quella degli ossuarî di Villanova, delle tombe arcaiche felsinee, e di Poggio-Renzo, cioè di due tronchi di cono congiunti per la base, che dànno forma panciuta al corpo del vaso, restringendosi verso la bocca e al piede. Hanno una sola ansa orizzontale, adattata alla parte più rigonfia. Sono di argilla grossolana rossastra, lavorati a mano, generalmente di due o tre zone di disegni geometrici, graffiti nella fresca argilla, o con impressioni di cerchietti. Le ciotole che fanno da coperchio sono pure ad un sol manico, ornate anch'esse di graffiti. Intorno all'ossuario s'accolgono varie stoviglie accessorie; e dentro l'ossuario sono oggetti d'ornamento, qualche fusaiola, fibule e catenelle. Queste tombe nella parte superiore sono coperte e chiuse con terra ammassata; esse sono tutte di cadaveri combusti; ma commescolati con le tombe a pozzo si trovarono anche alcuni cadaveri umati, o in fossa, o deposti dentro cassetta di nenfro.

La suppellettile funebre di queste tombe, composta, al solito, di fittili e di bronzi, in generale è scarsa; ma più abbondante e più ricca s'incontra quella dell'ossuario in cassetta di nenfro. Nel valore tecnico della suppellettile devesi distinguere la fattura grossolana e rozza dei fittili dal lavoro bello e finito dei bronzi, dal che potrebbesi argomentare che i fittili siano prodotti di un'industria locale, i bronzi invece siano importati da fabbriche d'un popolo più civile. I prodotti fittili sono gli ossuarî con le ciotole e le stoviglie accessorie, alcune a barchetta, altre composte di due o tre vasetti insieme riuniti da un sol manico, che talvolta ha rozza figura umana. Non mancano le fusaiole; v'hanno di terra cotta dei candelabri a foggia di tronco d'albero, con più rami, ma di rozza fattura; e, piccol saggio di plastica, un animaletto quadrupede d'argilla.

Notevoli sono parecchi esemplari d'ossuario a forma di capanna, simili alle urne-capanne della necropoli laziale (ved. Atl. cit., tav. XIV), con le travature del tetto in rilievo, le cui estremità si incrociano, terminate a modo di becchetti, con linee ornamentali graffite, o tracciate a color bianco; un esemplare di tali urne ha traccia di decorazione a borchiette, sul tipo del secondo periodo atestino.

Di bronzo si hanno ossuarî della medesima forma di quelli d'argilla, ed anche altri vasi. Sono di lamina battuta a martello, ripiegata per sovrapposizione, non con saldatura ma con bullette, cioè con l'antica tecnica detta σφυρήλατον, e con ornamentazione risultante di punti e di linee lavorati a sbalzo (au repoussé). Di tal lavoro sono un gran vassoio, sostenuto da specie di tripode, una tazza di bronzo con manico, un vaso a foggia d'incensiere con catenelle, un cinturone, o panciera a bottoni rilevati con linee serpeggianti e circoletti: forse un ornamento militare. Abbondano fibule con dischi d'osso, braccialetti, tubetti da infilare a formar monili; s'incontrano rasoi lunati. Singolare è un animaletto di bronzo sostenuto da quattro ruote, analogo ad altro di terra cotta rinvenuto nella suppellettile atestina.

Fra gli arredi guerreschi notevoli sono parecchi elmi, alcuni a forma del berretto sacerdotale romano (apex), e due sormontati da crista, o cimiero ornato di bottoncini rilevati; spade di bronzo con elza lavorata, o con lama di ferro e guaina di bronzo ornata coi soliti disegni geometrici; morsi di cavallo, cuspidi e puntali di lancia.

Non manca, ma è rarissimo l'oro; dischetti di bronzo coperti di lamina d'oro si trovarono in una tomba con l'ossuario in cassetta di nenfro, ricca assai di ornamenti muliebri, ed ancòra in altra tomba, ma di cadavere umato, dove giaceva uno scheletrino, e che designasi col nome di tomba della bambina; in questa si trovarono pure dischetti d'ambra.

Importazioni di prodotti da lontani paesi, per via del commercio, oltre che dell'ambra, sono provate da alcuni idoletti egizî di smalto verde, con un foro da appenderli al collo a modo di amuleto, da scarabei di smalto con geroglifici, e da conchiglie del genere cypraea isabella, propria dei mari orientali[28].

VIII. — Conclusione sulla civiltà e sull'arte umbro-felsinea, e prisca latina.

Nelle stazioni sopra descritte si deve cercare il legame fra le civiltà preistorica e storica, essendovi analogie talora rilevanti fra le prime e le seconde forme di tombe e di ornamenti. I nuclei italici più antichi sarebbero rappresentati da Umbri, Osci, Latini, Sabelli, Sanniti, Marsi e altri popoli finitimi. — Se alcuni pretendono di far risalire ai Pelasgi la proprietà delle tombe di Villanova, per un trattato elementare, che non può contenere una discussione particolareggiata sull'argomento, è preferibile, finchè la questione è adhuc sub iudice, di chiamare questa civiltà ed arte complessiva, precedente a quella propriamente etrusca, civiltà ed arte prisca italica, non escludendo che gli Umbri, ultimi a raccogliere il patrimonio dei predecessori italici, si trovarono a contatto con gli Etruschi, che alla fine li soggiogarono.

Ora le analogie delle scoperte archeologiche al di qua e al di là dell'Appennino sembrano accennare a popoli di un medesimo grado di civiltà, i quali, nelle manifestazioni dei loro usi e nei prodotti delle loro industrie, fatta ragione delle variazioni locali, dimostrano una fondamentale affinità d'origine, cioè risalgono a un popolo italico primitivo, umbro nella regione felsinea e toscana, prisco latino nei dintorni di Roma e di Alba. Le affinità dei loro usi, della loro condizione di vita hanno la medesima ragione delle affinità delle loro lingue, umbra e latina, cioè la comune loro origine.

Appunto per questa comunanza d'origine certe affinità si estendono più largamente, cioè agli strati più antichi della necropoli atestina, e anche a località transalpine, dove furono popolazioni di stirpe indo-europea, con quel comun fondo di civiltà che le ricerche etnologiche e linguistiche mostrano proprio di quella stirpe.

IX. — Civiltà ed arte etrusca alla Certosa e a Marzabotto.

(Ved. tav. 26-29).

La dominazione umbra, estesasi al di qua e al di là dell'Appennino, viene combattuta e cacciata dentro più brevi confini dagli Etruschi, che nella valle dell'Arno e in quella del Po posero le loro sedi: e la dominazione etrusca a sua volta poi viene nella valle Padana distrutta dall'invasione dei Celti, che, stendendosi più giù fra l'Appennino e l'Adriatico, restringono dentro termini ancor più brevi l'occupazione degli Umbri, già tanto oppressi dagli Etruschi.

Del passaggio d'una in altra e della successione di queste dominazioni, chiare ed abbondanti traccie si conservarono nel territorio felsineo, e particolarmente alla Certosa di Bologna e nel vicino borgo di Marzabotto.

1. Antichità della Certosa. — Nella Certosa, sontuoso cimitero monumentale di Bologna moderna, a datare dall'anno 1869, incominciò una serie di scavi e di scoperte importantissime, che, sotto il terreno delle tombe moderne, svelarono l'esistenza d'una vasta necropoli antica.

Gli scavi alla Certosa e in terreni contermini, sapientemente condotti sotto la direzione del ch. ing. A. Zannoni, e i numerosi oggetti raccolti e da lui stesso illustrati, hanno sparso nuova luce non solo sulla storia antichissima di questa regione, sul passaggio della dominazione umbra all'etrusca, quando la città di Felsina era a capo della federazione padana, ma ancòra nel successivo passaggio della dominazione etrusca alla celtica, e di questa alla romana.

Le tombe della necropoli etrusca della Certosa sommano a ben quattrocento, e si distinguono in quattro gruppi principali, che sembrano disposti intorno ad una via suburbana, che dipartivasi da una porta della città. Le tombe contengono o cadaveri umati, o resti di cadaveri combusti; sono di semplice fossa rettangolare, o di fosse rivestite di ciottoli a secco, od anche di pozzi circolari pur rivestiti di ciottoli, o infine di fosse, che dovevan contenere una cassa di legno, come sembra provato da chiodi di ferro rinvenutivi. Ammonticchiati sopra le fosse erano ciottoli a strati orizzontali; molte poi avevano per segno esterno o grandi ciottoli di forma ovoidale, ovvero stele di pietra calcare a forma ovoidale, od anche a ferro di cavallo, alcune liscie, ed altre ornate di figure a rilievo, con rappresentazioni funebri. Probabilmente queste stele portavano dipinto anche il nome del defunto. Predomina il rito dell'umazione, essendo le tombe di scheletri incombusti in numero assai maggiore di quelle con residui combusti. Gli scheletri giacevano supini, coi piedi a levante, avendo a sinistra la suppellettile funebre; i residui della cremazione, raccolti in ossuarî fittili, in ciste o in situle di bronzo, giacevano deposti dentro la fossa, o pozzo con altre stoviglie ed oggetti (ved. tav. 26, 2).

Scavi della Certosa di Bologna.

(Periodo etrusco).

(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 101).

Tavola 26.

N. 1, parte della Certosa durante gli scavi. — 2, 4, 10, 11, tombe. — 3, chiodo votivo di ferro. — 5-9, stele in pietra di varia forma e grandezza.

L'abbondantissima suppellettile funeraria della Certosa si rivela innanzitutto come prodotto d'una industria e d'un'arte locale o nazionale, poi vi si aggiungono prodotti importati da un'arte forestiera, e infine appaiono i prodotti d'una fusione delle due attività, nazionale ed estera. In questi prodotti è rappresentata l'attività dell'etrusca Felsina per lo spazio di un secolo e mezzo.

La plastica è ancor bambina, ma perciò non meno importante. Vi sono stele sormontanti molte tombe, o in forma di grossa sfera posante su base parallelepipeda, i cui angoli sono ornati di teste d'ariete (ved. tav. 26 e 28), o di grosse lastre di forma lenticulare o circolare, istoriate a bassorilievo con figure a zone sovrapposte, talora su una, talaltra su due faccie della lastra, offrendo rappresentazioni utili non solo per lo stile dell'arte, ma ancòra per il contenuto della rappresentazione stessa, che ci fa conoscere credenze e idee degli Etruschi sulle condizioni dei defunti nella vita futura. Mostrano queste stele uno stile arcaico, con figure di proporzioni tozze e con rigidi atteggiamenti. Fu raccolta in una di queste tombe la situla di bronzo istoriata, che, secondo il ch. prof. Brizio, si deve collocare tra gli oggetti metallotecnici degli Umbri[29].

Fra i molti bronzi primeggiano una cista cilindrica con ornati di fogliami ed ovoli graffiti, posante su tre peducci di figure animalesche; alcuni candelabri d'alto fusto sormontati da figure o di donna, o d'arciero, o di discobolo; vari specchi a forma di disco, ma nessuno ornato di rappresentazioni figurate. Si aggiungano a completare la ricca suppellettile funebre molte fibule, orecchini, anelli d'oro; unguentarî d'alabastro, di vetro smaltato, orientali; molti pezzi informi di bronzo (aes rude), o impressi con segni (aes signatum)[30].

Nei fittili v'ha una copiosa serie di vasi di varie forme, senza ornamenti, d'argilla grigia o brunastra, raramente scritti, prodotti di fabbriche locali. Una serie pur abbondante v'ha di vasi greci dipinti a figure nere in campo rosso, a figure rosse in campo nero, con rappresentazioni mitiche, eroiche, familiari[31].

2. Antichità di Marzabotto. — Altri monumenti etruschi d'un periodo di tempo e di civiltà in parte prossimo a quello della Certosa sono a Marzabotto, borgata poco lungi da Bologna, presso il corso del Reno, sulla via che per gli Appennini conduce a Pistoia. Ivi, a cominciare dall'anno 1865, si scoprirono molte tombe, ricche di bella suppellettile, sebbene già anticamente frugate e manomesse[32].

Scavi di Marzabotto (Provincia di Bologna)

(Periodo etrusco).

(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, tav. 107).

Tavola 27.

N. 1, parte della città antica, via principale e quattro vie secondarie con le fondamenta delle case adiacenti. — 2, 4-7, tegole e frammenti di tegole di varia forma in terra cotta. — 3, capitello di colonnetta in terra cotta, con ornamenti. — 8, tubo in terra cotta. — 9-10, antefisse in terra cotta. — 11, forno da vasaio. — 12, spaccato di un muro con tubi d'argilla. — 13, pezzi di pietra calcare. — 14-15, piano e spaccato del tempio dell'acropoli nella città, e ruderi del medesimo. — 16, Puteal ornato di terra cotta, che circonda l'apertura di un pozzo.

Le tombe sono di varie forme:

1.º Pozzi sepolcrali, scavati perpendicolarmente, di varia profondità, rivestiti di ciottoli a secco, salvo il fondo, che è scavato nel terreno (ved. Atl. cit., tav. XV); sono analoghi, quantunque maggiori, ai pozzi sepolcrali di Villanova, con gli scheletri ritti o rattrappiti, sopra i quali stavano ammucchiati ciottoli, e, insieme a tutto questo, vasi d'argilla e di bronzo, grandi urne fittili, poste nel fondo, oggetti di bronzo, cocci di vasi e di tegole, quantità d'ossa di animali.

2.º Tombe a cassa quadrilunga di quattro o di sei lastre di tufo calcare, sormontate e chiuse da lastre piane, o a doppio piovente, come una casa, o con due massi sovrapposti e di grandezza decrescente, formanti base di due gradini ad un sasso sferico, ad un tronco di colonna, o ad una stele con membrature architettoniche e anche con rilievi, certamente appartenenti a persone ricche. Questi erano segni esteriori per indicazione della tomba; dentro erano scheletri, o dolî fittili con ossa combuste.

A nessuno sarà sfuggito lo sviluppo architettonico e l'arte progredita di Marzabotto. I monumenti sepolcrali hanno basi, cimase, listelli, veri elementi architettonici; antefisse di terra cotta figurate, ed embrici dipinte a meandri, scacchi, palmette (ved. tav. 27).

Oltre le dette antefisse con volti umani, si ha una base di stele con testa di montone a ciascuno dei quattro angoli, ed un'intera stele con ornato di palmette e con bassorilievo di figura di donna veduta di profilo, vestita di lunga tunica, in atto di far libazione; forse il ritratto della defunta con tutti i caratteri dell'arte arcaica (ved. tav. 28).

Scavi di Marzabotto (Provincia di Bologna).

(Periodo etrusco).

(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, n. 108).

Tavola 28.

N. 1-2, spaccati di pozzi circolari, rivestiti di ciottoli a secco, con base conica nel tufo, senza rivestimento. — 3, sommità di una stele marmorea, in forma di pigna di marmo. — 4, id. con base quadrata ornata di bassirilievi figurati (teste di arieti). — 5, stele piatta in pietra con figura umana in bassorilievo. — 6, fascia ornamentale della pigna n. 3. — 7-10, tomba in pietra di varia forma e grandezza, i nn. 7 e 9 in forma di casa.

Fra i prodotti dell'arte ceramica s'incontrano ancòra le fusaiole, o quei cilindretti a doppia testa ricordati nelle terramare e in Villanova; ma vengono a mancare i vasi rozzi ad ornamentazione geometrica, per essere sostituiti da vasi di tipo greco, figurati e dipinti. Singolarmente importante è un frammento di vaso con la scritta..... κρυλιον ἐποίες...., in caratteri arcaici; l'inscrizione fu dal Boeckh completata col nome di Κακρύλιον, figulinaio e pittore, ricordato in vasi etruschi, e vivente nella prima metà del V secolo av. C.[33].

Fra i bronzi abbondano le fibule, molte dei tipi medesimi di Villanova, molte altre di forme più eleganti. In buon numero vi sono aghi crinali, anelli, ciondoli, stili da scrivere, chiavi. S'incontrano pure specchi di bronzo a forma di disco manubriato, i quali però, come quelli già ricordati della Certosa, non hanno sulla lamina speculare nessuna figura incisa, ma sono lisci, con qualche fregio ornamentale solo nel contorno estremo. Notevoli alcune situle o secchielli, e alcune ciste a cordoni, del tipo già ricordato nelle tombe umbro-felsinee, cioè cofanetti o scatole cilindriche di lamina di bronzo col corpo segnato da più striscie o cordoni rilevati, oggetti che, dopo essere stati forse cofanetti di toletta, vennero usati per raccogliere le ceneri dei defunti.

Di tali ciste molti esemplari si trovarono nei dintorni di Felsina, in varie e opposte regioni d'Italia, presso il Lago Maggiore, a Belluno, ad Este, nel Modenese, nel Parmense, a Tolentino, a Cuma, a Nocera ed anche oltre le Alpi in Austria, Francia e Belgio. Da archeologi italiani, quali il Cavedoni, Conestabile, Gozzadini, le ciste a cordoni furono considerate come proprî prodotti di fabbriche etrusche circumpadane. Archeologi stranieri, quali Genthe, Lindenschmit, Wirchow le fanno opere etrusche in genere. Alcuni altri le riconoscono come prodotti di origine e d'importazione celtica. Contro queste opinioni, lo Helbig suppone le ciste, e con esse anche altri bronzi arcaici, opera invece della metallotecnica greca, delle colonie calcidesi stanziate in Campania, opere che per il commercio si diffusero in Italia ed in Europa; fondandosi per questo sul ritrovamento di una cista e di altri bronzi arcaici in una tomba greca di Cuma. Da siffatte ciste primitive poi, secondo il Conze, sarebbesi sviluppato il tipo delle ben note ciste prenestine, di cui parleremo[34].

Molte statuette di divinità, forse di Dei Lari, si rinvennero a Marzabotto fin dall'anno 1839, di stile arcaico, tanto negli occhi sporgenti, nel tipico sorriso delle labbra, nei piedi interi e rigidi al suolo, quanto nelle pieghe degli abiti diritte e parallele fra loro.

Ma non mancano oggetti artistici di stile non arcaico, come, p. es., una piccola testa di bue; un piccolo gruppo di guerriero con donna, vestita di lunga tunica e di peplo (forse Marte e Venere), bellissimo per la composizione, per l'atteggiamento, per la trattazione del nudo e per una certa dolce espressione dei volti. Imitazione dal vero appare in una figuretta ignuda d'un Etiope, che reca sulla spalla sinistra un'anfora (ved. tav. 29, 6-9); bella modellazione in una piccola gamba, forse un dono votivo, ben proporzionata e riuscita nelle sue parti.

Non parliamo poi di ornamenti di metallo prezioso, fibule d'oro e d'argento, oggetti d'oro laminato e lavorato a filigrana, fra cui una collana di sedici grani d'oro, e un paio di pendagli d'oro a fogliette e fiorellini, di finissima lavorazione; nonchè molti anelli lisci o con pietre incastonate. Si aggiungano i soliti pezzi d'ambra lavorati a figurette, paste di vetro colorate, conterie, ecc.; segno del commercio attivo anche con l'estero.

Scavi di Marzabotto (Provincia di Bologna).

(Periodo etrusco).

(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 110).

Tavola 29.

N. 1, statuetta virile in piombo. — 2, id. in bronzo. — 3, placchetta in bronzo a rilievo (Ercole che combatte Cycnos). — 4-5, statuette femminili in bronzo. — 6-7, gruppo di due statuette (verosimilmente Marte e Venere). — 8, particolare della testa galeata dei nn. 6 e 7. — 9, statuetta in bronzo rappresentante un etiope nudo, portatore d'anfora.

X. — Osservazioni generali intorno allo stile italico.

Se i monumenti della Certosa, insieme con quelli di Marzabotto, sono indubbiamente etruschi, essi rivelano però una civiltà meno ricca e meno sviluppata di quella dell'Etruria propria, o, a dire più esattamente, una civiltà che non potè conseguire lo sviluppo suo pieno come nell'Etruria al di là dell'Appennino, per esser stata arrestata o tronca a mezzo dall'invasione e dal dominio gallico; questo fatto, e insieme con esso certi altri elementi, quali i vasi dipinti e i caratteri del loro stile, sono argomento a determinare che i monumenti etrusco-felsinei possono avanzarsi fino al V e al principio del IV secolo av. C.. Questi monumenti, e specialmente le stele e i bronzi, sono le testimonianze dell'antichissima arte etrusca, o meglio dicasi arte italica, in quanto che gli Etruschi meglio che sviluppare un'indole propria, forse presero ad esercitare un'industria ed un'arte già in svolgimento presso i popoli italici, in mezzo ai quali poi si stabilirono; arte ch'essi più tardi portarono a matura perfezione, ma non per isvolgimento di proprie ed intime forze, bensì per effetto di straniere influenze, e più propriamente di influenze greche.

I più antichi gradi di sviluppo di quest'industria italica, da cui l'arte poi nasce, si possono seguire con lo studio degli oggetti delle terremare per l'età del bronzo; con quello dei primi strati delle necropoli umbro-felsinee, laziali ed euganee, nelle tombe di Poggio Renzo, Sarteano e Villanova, e con lo studio delle arcaiche Cornetane per la più antica età del ferro; infine con quello della Certosa e di Marzabotto per l'età che deve dirsi propriamente storica; onde è in questi punti che il nesso fra l'età preistorica e la storica classica può essere cercato e studiato. Nè a questo punto s'arrestano i documenti dell'antichissima storia della regione felsinea, giacchè ai monumenti della civiltà etrusca seguono le tombe dei Galli Boi, che in quella regione posero loro stanza, ed infine, come conclusione dei rivolgimenti etnici e storici di questa parte d'Italia nell'evo antico, sopra si stendono le reliquie della dominazione romana.

In quegli antichi monumenti, che finora siamo venuti descrivendo, si possono studiare i rudimenti dell'arte, cioè i principî del disegno e i primi inizî dello stile. Parlando delle terremare, s'è detto che i vasi portano i primi indizî di disegno con linee graffite o impresse; poi più volte si è ricordata la ornamentazione geometrica degli oggetti delle arcaiche necropoli, in cui quei primitivi segni grafici si compongono in un sistema decorativo regolare, con combinazioni di linee, di punti, di circoli, di meandri, di croci gammate, di spirali, ossia di elementi geometrici, a cui si frammescolano figure di uccelli acquatici e di serpentelli. Questi elementi ornamentali non sono proprî soltanto dei fittili e dei bronzi italici; essi corrispondono all'ornamentazione di vasi antichissimi greci trovati a Melos, Thera, Camiros, Atene, Micene, i quali si ascrivono ad un primitivo periodo greco, anteriore a quello dell'industria che già sente l'influenza dell'arte orientale (ved. vol. I, pag. 13); e si riscontrano anche in oggetti del centro d'Europa, trovati nella Stiria, nella Carinzia, nella Boemia, e più a settentrione fino nella Scandinavia. Ora questa conformità, ed anzi comunione di sistema di elementi geometrici decorativi è lo sviluppo d'un principio originario comune a varî popoli di una medesima stirpe; è il primo germe del disegno già posseduto dalle stirpi indo-europee od arie.

I popoli presso i quali quelle analogie e conformità s'incontrano sono geograficamente disgiunti, ma etnograficamente affini ed uniti; come essi hanno in comune gli elementi costitutivi della lingua, delle istituzioni sociali, così hanno pure in comune gli elementi e gli intuiti dell'arte, o almeno il sentimento artistico. Gli studi intorno alla civiltà ariana a cui appartiene il gruppo italo-greco, nel tempo che, per immigrazione, dall'Oriente diramaronsi nell'Europa, portano a stabilire che già fossero conosciute le arti tessili, l'industria ceramica e la fusoria dei metalli. Sarebbe appunto nelle arti tessili da cercare la prima manifestazione del disegno, la prima applicazione d'un concetto ornamentale, che poi si trasportò alla ceramica ed alla metallotecnica, producendo quello stile, che dal Conze è detto tessile-empestico[35]. Si concluderebbe adunque che di quelle analogie delle prime forme ornamentali, ossia degli elementi dell'arte, così largamente diffuse in Europa, la spiegazione sia nella comune origine dei popoli arii, e nel propagamento di una loro primitiva coltura industriale ed artistica identica nel concetto e nella forma. I monumenti in cui si addimostra l'arte in questo periodo potrebbero chiamarsi arii, o con più comune denominazione pelasgici, se si vuole determinare più propriamente i monumenti simili di Grecia e d'Italia, da attribuire a quel popolo pelasgico, che la tradizione mostra diffuso nell'una e nell'altra penisola, e che probabilmente è un nome complessivo dato alle immigrazioni italo-greche.

Vi sarebbe adunque un periodo primitivo, rudimentale dell'arte italica, che si stende nell'età del bronzo e che è, se vuolsi cercare una determinazione cronologica, anteriore forse all'XI secolo av. C.; al quale periodo succede poi quello di un'arte di maggiore sviluppo, quando il disegno di semplice decorazione geometrica dà luogo alle forme vegetali, animali ed umane, con mescolanza di elementi e d'influenze orientali; in questo periodo appunto sorgono gli albori dell'arte etrusca.

Si avrebbero così nell'arte italica, come nella greca, due distinti periodi:

I. — Il periodo dell'arte italica primitiva, derivata dallo sviluppo di concetti comuni a popoli di stirpe aria, che può dirsi periodo di arte pelasgica, cioè, secondo il Conestabile, di arte preetrusca. Lo stile tessile-empestico di questo periodo si estese in Italia e in altre parti dell'Europa, ma, mentre in Italia scompare nel successivo sviluppo dell'arte, nelle regioni europee settentrionali, chiuse in sè e lungi da contatti coi popoli civili, si continuò fino ai tempi del cristianesimo.

II. — Il periodo dello stile orientalizzante, che alla semplice decorazione geometrica sostituisce un'ornamentazione di tipo asiatico, con elementi vegetali, figure animali di lioni, pantere, sfingi. È questo lo stile che si manifesta per influenza dei commerci orientali, per importazione di prodotti assiri, egizî, specialmente mediante il commercio dei Fenici; questo stile orientalizzante nell'epica greca serve di base alla descrizione di oggetti d'arte figurata; ed è il periodo iniziale dell'arte etrusca.

In questa distinzione di due periodi sembra non cader dubbio; ma invece s'incontra dissenso d'opinioni nella spiegazione del primo periodo.

Che i popoli di stirpe aria al tempo di loro immigrazione verso occidente possedessero in comune le arti tessili e la fusoria, e con esse i primi elementi di disegno, non tutti riconoscono[36]. Quel primo periodo, determinato dallo stile tessile-empestico, è bensì proprio degli Italo-greci, ma anch'esso presenta accenni d'importazione orientale[37] nei prodotti delle industrie asiatiche; in Italia vedesi predominare in oggetti raccolti con altri oggetti propriamente orientali, conchiglie come la cypraea isabella del Mar Indico, e scarabei incisi. Si vorrebbe adunque concludere da qualche dotto che i due primi periodi siano tutti d'origine orientale; mentre altri, abbandonando il concetto di uno stile delle stirpi indo-europee, ravviserebbero nel tessile empestico la maniera d'ogni gente nel primo stadio d'uno sviluppo artistico, specialmente in Europa, nella gran massa della popolazione indoeuropea[38].

A questo primo periodo succede il secondo, che concordemente è riconosciuto d'influenza orientale.

In ogni modo, qualunque sia la pertinenza etnografica del primo periodo artistico dei popoli italici, siccome l'arte si svolge spesso intorno ai sepolcri ed ai riti relativi di umazione e di cremazione, studieremo brevemente qualche particolare intorno a questo argomento del rito funebre.

Nell'età della pietra fu usata dai cavernicoli la sola umazione dei cadaveri; ma, al passaggio nell'età del bronzo, subentrò e si fece generale l'uso della cremazione durante anche l'età del ferro, che già si rivela presso gli abitanti delle palafitte e delle terremare del Veronese, del Mantovano, del Modenese e del Bolognese.

Le tombe quivi consistono di rozzi vasi di terracotta, disposti a fianco gli uni degli altri, con entro ceneri ed ossa combuste. Contemporaneamente, però, durano in altre tombe traccie di umazione. Si deve dunque supporre che le popolazioni immigrate dall'Oriente in Europa, e quindi con esse quelle genti italiche che prime vennero dal Nord ad occupare la penisola, avessero il rito della cremazione in comune con quelle genti affini, di stirpe aria, che stettero nell'Asia ed occuparono la penisola dell'Indostan, cioè gli Arii-indiani, ai quali l'incenerimento fu sempre il modo preferito di sepoltura; modo naturale per pastori erranti e guerrieri conquistatori, ai quali era così permesso di portar seco le reliquie dei padri. E di questo darebbe conferma la linguistica[39].

Il rito della cremazione è, del resto, quasi esclusivo nelle tombe laziali, nelle arcaiche felsinee (dei predî Benacci), nelle euganee, in quelle di Villanova, nelle tombe a pozzo di Poggio-Renzo, di Sarteano, di Corneto-Tarquinia, nei quali luoghi tutti, se pur s'incontrano cadaveri umati, essi sono in minima e veramente insignificante proporzione in rispetto a quelli combusti[40].

Nella più avanzata età del ferro, invece, che è l'età etrusca, i due riti si trovano coesistenti e usati promiscuamente, ma forse con qualche prevalenza dell'umazione, almeno per le tombe etrusche-felsinee, dove due terzi dei sepolcri contengono scheletri, ed un terzo residui combusti. Questa commescolanza di riti vedesi anche nelle tombe dell'Etruria propria nei periodi seguenti.

Mentre, però, le scoperte mostrano il rito della cremazione come proprio dei più antichi stanziamenti italici, la tradizione mostrerebbe invece che, almeno nel Lazio e in Roma, l'uso primitivo fosse dell'umazione, a cui solo posteriormente seguì, facendosi generale, quello della cremazione[41].

Virgilio accenna adunque all'esistenza d'un periodo di sistema misto, il quale appare anche dalla tradizione dei primi tempi di Roma. Secondo Plutarco, il re Numa fu sotterrato presso il Gianicolo, avendo egli stesso proibito d'essere arso; e questo implica che già allora, nel primo cinquantennio di Roma, la cremazione fosse in uso, secondo è confermato anche dalla notizia di Plinio (h. n., XIV, 14), che lo stesso re Numa avesse proibito lo spargere il vino sui roghi, e dalla citazione della legge delle XII tavole (tab. X, hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito), che ammette la contemporaneità dei due riti.

Siccome però le memorie della tradizione non risalgono al più lontano periodo, ma arrivano all'età etrusca, che è il principio dell'età storica, quando è in uso la promiscuità presentata da Virgilio, e implicita nelle tradizioni riferite da Cicerone, da Plinio e da Plutarco, non si può inferirne contraddizione fra questa tradizione storica e le scoperte archeologiche, che, in questo modo, ci dànno il rito antichissimo preesistente, la cremazione, a cui si svolge collaterale, forse per distinzione di usi d'altre genti, la umazione[42].

Ma, se lo studio dei prodotti delle industrie e degli oggetti, la maggior parte del rito funebre, rinvenuti negli scavi, ci dà notizia delle stirpi e dei costumi dei popoli preistorici del periodo arcaico, però nulla ancòra ci dà l'indirizzo e l'intuito dell'arte di quel periodo, o per lo meno del senso estetico nell'arte dei nostri antenati. E per ciò è più profittevole lo studio delle costruzioni architettoniche. Se non che questo ci implica in un'altra grossa questione ancòra discussa, quella dei monumenti pelasgici, poichè con questo nome si designano le costruzioni più antiche degli Italici, quelle anteriori ad ogni influenza orientale.

Monumenti designati col nome di pelasgici, o attribuiti ai Pelasgi, si hanno ancòra in più luoghi d'Italia.

Chi sono questi Pelasgi? In un luogo di Dionigi D'Alicarnasso (I, 13) abbiamo conservata la tradizione di un antico storico greco, Ferecide, secondo il quale i Pelasgi sarebbero genti venute di Grecia in Italia, in quella parte estrema della penisola dov'era l'Enotria; e poi, in altro passo (I, 28), troviamo la tradizione d'altro storico, Ellanico, secondo il quale i Pelasgi dalla Tessaglia passarono in Epiro, e di qui, attraversando l'Adriatico, approdarono a Spina, presso le foci del Po, da dove poi si distesero verso il centro e verso il mezzodì d'Italia, fin oltre il Tevere, nel territorio di Rieti; guerreggiarono coi Siculi e cogli Umbri, e, fusi coi Tirreni, fondarono città, e si dissero Pelasgi Tirreni. Tale è pur la tradizione di Plinio (h. n., III, 8, cfr. anche Dionisio, I, 17). I Pelasgi, poi, per cause soprannaturali, per ira divina (cioè per isconvolgimenti e fenomeni tellurici), perirono, e scomparvero senza lasciar traccia di sè, senza nemmeno lasciar col loro nome designata una regione alcuna.

Questi popoli, ai quali vorrebbesi connettere le colonie di Evandro Arcade e di Ercole Argivo, stanziate dove poi fu Roma, apparirebbero, secondo la tradizione, ampiamente distesi in Italia intorno al XV secolo av. C. Ma questo popolo che, dopo esser stato tanto diffuso in Italia, scompare al tutto, esistette realmente, ha esso un vero valore storico? O piuttosto non è esso (come ormai si ammette per i Pelasgi di Grecia), altro che una complessiva designazione data ai più antichi, ai primi immigrati nella penisola italica? Essi sarebbero “gli antichi, i vecchi„, secondo una delle meno improbabili etimologie dello stesso nome greco Πελασγοί (cioè οί πάρος γεγαῶτες, prisci, da un tema che è in παλαιός; etimologia che troverebbe riscontro in quella del nome Greci, Γραϊκοί, da γεραιός, γραῖος, che pur direbbe “gli antichi„). Questi Pelasgi sarebbero forse prodotti dalla supposizione d'un tal popolo primitivo da parte dei primi storici e logografi, per spiegarsi le molte affinità greco-italiche.

I monumenti così detti Pelasgici sono gigantesche e rozze mura, appartenenti a città scomparse, o fortificazioni, o recinti sacri eretti sulle alture; costruzioni di grandi massi di pietre a poligoni irregolari, senza lavoro di scalpello, connessi senza opera di cemento, ma per sola sovrapposizione; opere di gigantesca semplicità e di solidità portentosa, che trovano analogia in numerose costruzioni di Grecia e delle isole, di luoghi dell'Asia Minore, e perfin della Spagna, e che, appunto per conformità alle greche costruzioni, che presentano quei caratteri di struttura, si denominano anche ciclopiche (ved. Atlante di arte greca. Milano, Hoepli, tav. I).

Sorgono esse in Italia nel paese degli Aborigeni e dei Casci, cioè nella Sabina, nelle regioni degli Ernici e dei Volsci, avanzandosi a settentrione fino a Cortona, e a mezzodì fino al paese dei Marsi, alla Campania ed al Sannio. Esse sono opera degli Italici primitivi; e assai probabilmente furono i luoghi di riunione, sia per il culto della divinità sia per la difesa, che in comune avevano gli abitanti di parecchi villaggi, o cantoni sparsi nel dintorno; erano le cittadelle (arces), centro di riunione di genti sparse in singole stazioni della regione circostante. Grandi vestigia di questi recinti si trovano ancòra presso Rieti, sul Promontorio Circello, a Terracina, a Fondi, a Setia, ad Atina dei Volsci, ad Arpino, dov'è una cinta murale di acropoli con indizî di grossolane sagomature; ancor più grandi sono le mura di Alatri negli Ernici, dove sono traccie di rozzi bassirilievi; a Ferentino, che ha mura con due porte; a Signa, che pure ha porta con stipiti inclinati sormontati da architrave monolitico (cfr. la porta di Micene); a Cora, a Norba, a Tuscolo, ad Alba Fucense, a Spoleto, a Cortona. Non mancano vestigia di tali mura in Sicilia, dove la favola dice che Dedalo, venutovi fuggendo da Creta, fu architetto di opere colossali[43].

APPENDICE VII. Della decorazione geometrica, degli altri motivi e delle varie tecniche artistiche importate in Italia nel periodo proto-italico.