MATILDE.
Ecco l’aurora; e il padre ancor non giunge.
ANTONIETTA.
Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi
Tardi, aspettati giungono, e non sempre.
Presta soltanto è la sventura, o figlia:
Intraveduta appena, ella c’è sopra.
Ma la notte passò: l’ore penose
Del desio più non son: tra pochi istanti
Quella del gaudio sonerà[984]. Non puote
Ei più tardar; da questo indugio io prendo
Un fausto augurio: il consultar sì a lungo
Tratto non han, che per fermar la pace.
Ei sarà nostro, e per gran tempo.
MATILDE
O madre,
Anch’io lo spero. Assai di notti in pianto,
E di giorni in sospetto abbiam passati.
È tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni
Novella, ad ogni susurrar del volgo
Più non si tremi, e all’alma combattuta
Quell’orrendo pensier più non ritorni:
Forse colui che sospirate, or more[985].
ANTONIETTA.
Oh rio pensier! ma almen per ora è lunge.
Figlia, ogni gioia col dolor si compra.
Non ti sovvien quel dì che il tuo gran padre
Tratto in trionfo, tra[986] i più grandi accolto,
Portò l’insegne de’ nemici al tempio?
MATILDE.
Oh giorno!
ANTONIETTA.
Ognun parea minor di lui;
L’aria sonava[987] del suo nome: e noi
Scevre dal volgo, in alto loco intanto
Contemplavam quell’uno in cui rivolti
Eran tutti gli sguardi: inebbriato[988]
Il cor tremava, e ripetea: siam sue.
MATILDE.
Felici istanti!
ANTONIETTA.
Che avevam noi fatto
Per meritarli? A questa gioia il cielo
Ci trascelse tra mille. Il ciel ti scelse,
Il ciel ti scrisse un sì gran nome in fronte;
Tal don ti fece, che a chiunque il rechi,
N’andrà superbo. A quanta invidia è segno
La nostra sorte! E noi dobbiam scontarla
Con queste angosce.
MATILDE.
Ah! son finite.... ascolta;
Odo un batter di remi... ei cresce... ei cessa...
Si spalancan le porte.... ah! certo ei giunge:
O madre, io vedo[989] un’armatura; è lui.[990]
ANTONIETTA.
Chi mai saria s’egli non fosse?... O sposo...
(va verso la scena).

[984] suonerà

[985] muore

[986] in fra

[987] suonava

[988] inebrïato

[989] veggio

[990] è desso

SCENA III.

GONZAGA, e DETTI.

ANTONIETTA.
Gonzaga!... ov’è il mio sposo? ov’è?... Ma voi
Non rispondete? Oh cielo! il vostro aspetto
Annunzia una sventura.
GONZAGA.
Ah che pur troppo
Annunzia il vero!
MATILDE.
A chi sventura?
GONZAGA.
O donne!
Perchè un incarco si crudel m’è imposto?
ANTONIETTA.
Ah! voi volete esser pietoso, e siete
Crudel: tremar più non ci fate. In nome
Di Dio, parlate; ov’è il mio sposo?
GONZAGA.
Il cielo
Vi dia la forza d’ascoltarmi. Il Conte....
MATILDE.
Forse è tornato al campo?
GONZAGA.
Ah! più non torna...
Egli è in disgrazia de’ Signori.... è preso.
ANTONIETTA.
Egli[991] preso! perchè?
GONZAGA.
Gli danno accusa
Di tradimento.
ANTONIETTA.
Ei traditore?[992]
MATILDE.
Oh padre!
ANTONIETTA.
Or via, seguite: preparate al tutto
Siam noi: che gli faran?
GONZAGA.
Dal labbro mio
Voi non l’udrete.
ANTONIETTA.
Ahi l’hanno ucciso!
GONZAGA.
Ei vive;
Ma la sentenza è proferita.
ANTONIETTA.
Ei vive?
Non pianger, figlia, or che d’oprare è il tempo.
Gonzaga, per pietà, non vi stancate
Della nostra sventura: il ciel v’affida
Due derelitte: ei v’era amico: andiamo,
Siateci scorta ai giudici. Vien meco,
Poverella innocente: oh! vieni: in terra
C’è[993] ancor pietà: son sposi e padri anch’essi.
Mentre scrivean l’empia sentenza, in mente
Non venne lor ch’egli era sposo e padre.
Quando vedran di che dolor cagione
È una parola di lor bocca uscita,
Ne fremeranno anch’essi; ah! non potranno
Non rivocarla: del dolor l’aspetto
È terribile all’uom. Forse scusarsi
Quel prode non degnò, rammentar loro
Quanto[994] per essi oprò; noi rammentarlo
Sapremo. Ah! certo ei non pregò; ma noi,
Noi pregheremo.
(in atto di partire)
GONZAGA.
Oh ciel, perchè non posso
Lasciarvi almen questa speranza! A preghi
Loco non c’è[995]: qui i giudici son sordi,
Implacabili, ignoti: il fulmin piomba,
La man che il vibra è nelle nubi ascosa.
Solo un conforto v’è concesso, il tristo
Conforto di vederlo, ed io vel reco.
Ma il tempo incalza. Fate cor; tremenda
È la prova; ma il Dio degl’infelici
Sarà con voi.
MATILDE.
Non c’è[996] speranza?
ANTONIETTA.
Oh figlia!
(partono)

[991] Egli è

[992] Ei traditore!

[993] V’è

[994] Quel che

[995] v’è

[996] v’è

SCENA IV.

Prigione.

IL CONTE.
A quest’ora il sapranno. Oh perchè almeno
Lunge da lor non moio[997]! Orrendo, è vero,
Lor giungeria l’annunzio; ma varcata
L’ora solenne del dolor saria;
E adesso innanzi ella ci sta: bisogna
Gustarla a sorsi, e insieme. O campi aperti!
O sol diffuso! o strepito dell’armi!
O gioia de’ perigli! o trombe! o grida
De’ combattenti! o mio destrier! tra voi
Era bello il morir. Ma... ripugnante
Vo dunque incontro al mio destin, forzato,
Siccome un reo, spargendo in sulla via
Voti impotenti e misere querele?
E Marco, anch’ei m’avria tradito! Oh vile
Sospetto! oh dubbio! oh potess’io deporlo
Pria di morir! Ma no: che val di novo[998]
Affacciarsi alla vita, e indietro ancora
Volgere il guardo ove non lice il passo?
E tu, Filippo, ne godrai! Che importa?
Io le provai quest’empie gioie anch’io:
Quel che vagliano or so. Ma rivederle!
Ma i lor gemiti udir! l’ultimo addio
Da quelle voci udir! tra quelle braccia
Ritrovarmi.... e staccarmene per sempre!
Eccole! O Dio, manda dal ciel sovr’esse
Un guardo di pietà.

[997] muojo

[998] di nuovo

SCENA V.

ANTONIETTA, MATILDE, GONZAGA, e il CONTE.

ANTONIETTA.
Mio sposo!....
MATILDE.
Oh padre!
ANTONIETTA.
Così ritorni a noi? Questo è il momento
Bramato tanto?....
IL CONTE.
O misere, sa il cielo
Che per voi sole ei m’è tremendo. Avvezzo
Io son da lungo a contemplar la morte,
E ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno
Ho di coraggio; e voi, voi non vorrete
Tormelo, è vero? Allor che Dio sui boni[999]
Fa cader la sventura[1000], ei dona ancora
Il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro
Alla sventura[1000] or sia. Godiam di questo
Abbracciamento: è un don del cielo anch’esso.
Figlia, tu piangi! e tu, consorte!.... Ah! quando
Ti feci mia, sereni i giorni tuoi
Scorreano in pace; io ti chiamai compagna
Del mio tristo destin: questo pensiero
M’avvelena il morir. Deh ch’io non veda[1001]
Quanto per me sei sventurata!
ANTONIETTA.
O sposo
De’ miei bei dì, tu che li festi; il core
Vedimi; io moio[1002] di dolor; ma pure
Bramar non posso di non esser tua.
IL CONTE.
Sposa, il sapea quel che in te perdo; ed ora
Non far che troppo il senta.
MATILDE.
Oh gli omicidi!
IL CONTE.
No, mia dolce Matilde; il tristo grido
Della vendetta e del rancor non sorga
Dall’innocente animo tuo, non turbi
Quest’istanti: son sacri. Il torto è grande[1003];
Ma perdona, e vedrai che in mezzo ai mali
Un’alta gioia anco riman. La morte!
Il più crudel nemico altro non puote
Che accelerarla. Oh! gli uomini non hanno
Inventata la morte: ella saria
Rabbiosa, insopportabile: dal cielo
Essa ci[1004] viene; e l’accompagna il cielo
Con tal conforto, che nè dar nè tôrre
Gli uomini ponno. O sposa, o figlia, udite
Le mie parole estreme: amare, il vedo[1005],
Vi piombano sul cor; ma un giorno avrete
Qualche dolcezza a rammentarle insieme.
Tu, sposa, vivi; il dolor vinci, e vivi;
Questa infelice orba non sia del tutto.
Fuggi da questa terra, e tosto ai tuoi
La riconduci: ella è lor sangue; ad essi
Fosti sì cara un dì! Consorte poi[1006]
Del lor nemico, il fosti men; le crude
Ire di Stato avversi fean gran tempo
De’ Carmagnola e de’ Visconti il nome.
Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto
Dell’odio è tolto: è un gran pacier la morte.
E tu, tenero fior, tu che tra l’armi
A rallegrare il mio pensier venivi,
Tu chini il capo: oh! la tempesta rugge
Sopra di te! tu tremi, ed al singulto
Più non regge il tuo sen; sento sul petto
Le tue infocate lagrime cadermi;
E tergerle non posso: a me tu sembri
Chieder pietà, Matilde: ah! nulla il padre
Può far per te; ma pei diserti in cielo
C’è[1007] un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi
A[1008] dì tranquilli se non lieti: ei certo
Te li prepara[1009]. Ah! perchè mai versato
Tutto il torrente dell’angoscia avria
Sul tuo mattin, se non serbasse al resto
Tutta la sua pietà? Vivi, e consola
Questa dolente madre. Oh ch’ella un giorno
A un degno sposo ti conduca in braccio!
Gonzaga, io t’offro questa man che spesso
Stringesti il dì della battaglia, e quando
Dubbi eravam di rivederci a sera.
Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede
Darmi che scorta e difensor sarai
Di queste donne, fin[1010] che sian[1011] rendute
Ai lor congiunti?
GONZAGA.
Io tel prometto.
IL CONTE.
Or sono
Contento. E quindi, se tu riedi al campo,
Saluta i miei fratelli, e dì lor ch’io
Moio[1012] innocente: testimon tu fosti
Dell’opre mie, de’ miei pensieri, e il sai.
Dì lor che il brando io nol macchiai con l’onta
D’un tradimento: io non macchiai: son io
Tradito. E quando squilleran le trombe,
Quando l’insegne agiteransi al vento,
Dona un pensiero al tuo compagno antico.
E il dì che segue la[1013] battaglia, quando
Sul campo della strage il sacerdote,
Tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo
Il sacrifizio[1014] per gli estinti al cielo,
Ricordivi di me, che anch’io credea
Morir sul campo.
ANTONIETTA.
Oh Dio, pietà di noi!
IL CONTE.
Sposa, Matilde, Ormai[1015] vicina è l’ora;
Convien lasciarci.... addio.
MATILDE.
No, padre....
IL CONTE.
Ancora.
Una volta venite a questo seno;
E per pietà partite.
ANTONIETTA.
Ah no! dovranno
Staccarci a forza.
(si sente[1016] uno strepito d’armati)
MATILDE.
Oh qual fragor!
ANTONIETTA.
Gran Dio!
(s’apre la porta di mezzo, e s’affacciano genti armate; il capo di esse s’avanza verso il CONTE: le due donne cadono svenute).
IL CONTE.
O Dio pietoso, tu le involi a questo
Crudel momento; io ti ringrazio. Amico,
Tu le soccorri, a questo infausto loco
Le togli; e quando rivedran la luce
Dì lor.... che nulla da temer più resta.

Fine della tragedia.

[999] Iddio sui buoni.—«Quando.... nel “Carmagnola„ corresse allor che Dio sui boni.... il Manzoni cominciava a profanare con una pedanteria la serena compostezza dell’opera sua.... Veramente, si fermò a codeste inezie, senza manomettere tutto il tesoro della lingua arcaica e poetica di cui s’era largamente valso.... Perfino si lasciò sfuggire il perseguitato dittongo nella scena quinta dell’atto I del “Carmagnola„: i buoni mai Non fur senza nemici». D’Ovidio, Le correzioni ecc., pag. 209-10.

[1000] sciagura

[1001] veggia

[1002] muojo

[1003] È grande il torto

[1004] Ella ne

[1005] veggio

[1006] poscia

[1007] V’è

[1008] Ai

[1009] destina

[1010] infin

[1011] sien

[1012] Muojo

[1013] alla

[1014] sacrificio

[1015] omai

[1016] ode


APPENDICE
IL PRIMO GETTO DEL “Conte di Carmagnola

Anche del Conte di Carmagnola rimangono, tra i manoscritti manzoniani, tre forme: un primo abbozzo; una minuta messa al pulito del primo e del secondo atto; una minuta netta di tutta la tragedia.

Nel primo abbozzo, avanti all’atto I è segnata la data: «15 gennaio 1816»; avanti all’atto II: «18 dicembre 1816»; in principio dell’atto III: «5 luglio», in fine: «15 luglio»; in principio dell’atto IV: «20 luglio»; e del V: «6 agosto»; in fine: «12 agosto». Le scene e i brani, non più compresi nella forma definitiva della Tragedia, che noi diamo qui, seguendo, e qua e là correggendo, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, pp. 204-235), son tratti appunto da questo primo abbozzo.

La seconda e la terza minuta offrono poche e poco notevoli divergenze dalla stampa.

Scherillo.

Atto I, sc. 1.ª e 2.ª, cancellate poi dall’autore.

SCENA I.

Sala del Senato.

STEFANO, MARINO [Senatori].

STEFANO.
Io, Marino, per me non credo mai
Esser venuto tanto inutilmente
In Senato, quant’oggi: e son ben fermo
D’udir tacendo; chè ogni mia parola
In questo affar saria parola al vento.
MARINO.
Dunque credete risoluta affatto
La guerra?
STEFANO.
Oh risoluta, e così certa
Qual se intimata io la vedessi e rotta.
Dubbio ancor forse ci rimane? Il Doge
Quanto se l’abbia a cor, voi lo sapete.
D’altro ei non parla: e gli parria l’estremo
Giorno della Repubblica esser giunto,
Se fosse vinto ch’ella resti in pace.
Gran parte del Senato egli e l’ardente
Orator di Firenze in questo avviso
Avean già tratto. E quando io ’l vidi in prima
Porre a tutti l’assedio, instar, pregare,
E d’ognuno indagar l’animo: a questo,
Gli ampj disegni riandar del Duca,
E che il dì che Firenze alfin cadesse
Tremerìan di Venezia i fondamenti:
Dipinger lieve la vittoria a quello,
Anzi certa: a quest’altro, dello Stato
Allargati i confini; ognuno, insomma,
Da quel lato tentar donde più aperta
Al suäder fosse la via; ben vidi
Che i più ne avrebbe persuasi, e a voi,
Se vi ricorda, io lo predissi.
MARINO.
È il vero.
STEFANO.
Se ciò non basta, non vi par che brami
La guerra il Duca di Milano, anch’egli,
Mentre manda Oratori a chieder pace?
Che ambasceria! la petulanza al senno
Quasi per gioco unita. E che buon frutto
I savii detti di Giovan d’Arezzo
Han prodotto fin qui, che tosto in nulla
Del Lampugnano non mandasse il modo?
Tal noncuranza nel pregar, che male
Starebbe a quei che la preghiera ascolta;
E un vagar curioso e da contento
Viaggiator, qual se ai palagi e ai tempj
Fosse inviato: un orator davvero
A nozze o ad un torneo. Se il Duca vuole
Davver la pace, non potea costui
Meglio tradire il suo signor. Non parlo,
M’intendete, per ben ch’io voglia al Duca
(Foss’egli in fondo!): ben mi duol che tutto
Ei spinga a inutil guerra, anzi (bugiardi
Faccia, io nel prego, i miei presagj il Cielo!)
Dannosa al certo. Eppure, io vedo ancora
Che il più sano consiglio avria potuto
Vincere alfine, se non era il Conte
Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,
Sul cui labbro sospetta ogni parola
Esser dovea, chè il suo dolor la forma
Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti
Col suo dir violento anche i più saggi;
Egli è che a poco men che a tutti infuse
Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso
Al par di lui che un dì la mosse in cielo.
MARINO.
Quanto ad orgoglio non gli cede al certo!
Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue
Profonder la Repubblica, lo Stato
Anco arrischiar, per vendicar gli affronti
D’un Francesco Busson da Carmagnola?
STEFANO.
Ella è così.
MARINO.
D’uno stranier? d’un figlio
Di vil guardiano del più vile armento?
D’uno che tutti quanti siamo (amara
A proferirsi ell’è questa parola;
Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)
Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti
Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,
Già celar non potea con che fatica
La sua superbia ai fini suoi piegasse.
Ma poi ch’egli ebbe a questo modo i molti
Tirati dalla sua, svelatamente
Gli altri costui (così foss’egli in fondo!)
Guardò coll’occhio con che l’uom passando
Guarda l’arnese ond’ei non ha bisogno.
Occhio imprudente! Oh! non fa patti eterni
Con alcun la fortuna[1017]; e non dispero
Vederti un dì verso la polve inchino,
Ed il sorriso mendicar sui volti
A cui più imperturbabile e più fosco
Ora ti volgi!
STEFANO.
Non mi par sì presso
Questo momento.
MARINO.
E che, Stefano? Un uomo,
Fatto nimico al suo Signore, al suo
Benefattor, potrà trovar chi a lungo
A lui si fidi? Che stupor se il Duca
Cacciò da sè quest’odioso alfine,
Che sol prezza la guerra, e fra le guerre
Quelle sole ch’ei fe’; che ogni vittoria
Rinfacciata gli avrà? Men duro assai
Vedersi tôrre una città di mano,
Che doverla a costui. Chi degnamente
Può pagare i suoi merti? A udirlo, il Duca
È il più ingrato degli uomini; che mai
Far quel prence dovea? scender dal trono,
E locarvi costui? Soffrirem noi
Che il simile ne avvenga? E voi volete
In così grave occasion tacervi?
STEFANO.
O Marino, un naviglio al quale il vento
Gonfia ogni vela e a tutto corso il porta,
Volete voi ch’io con la mano il fermi?
Non quel che si vorrebbe è da tentarsi,
Ma quel che ottener puossi. Al par di voi,
E d’altri pochi, per la pace io sono;
Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo
Al par di voi; sulla sua fè riposo
Al par di voi; ma che possiam noi dire?
È un traditore, e traditor chiarirlo?
Ricantate i sospetti, e cento voci
Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo
Ce le daranno, e certe, ove sappiamo
Aspettarle e vegliare. Questo è il suo giorno:
Lasciatelo passar; non glielo fate
Più splendido. Gli amici, ond’ora è cinto,
Ad uno ad un se li farà nemici;
Tale è la sua natura; allor potrete
Farvi ascoltar.
MARINO.
Tacete: apparir veggio
Un Senatore; è Marco.
STEFANO.
Omai dovrieno
Tutti esser giunti; chè mi par d’assai
Trascorsa l’ora del Senato.

[1017] È degno di nota che questa sentenza: «non fa patti eterni Con alcun la fortuna», fu poi smaltita dal Manzoni, mettendola in bocca di Adelchi, nel magnifico soliloquio della sc. 2ª dell’atto V.

SCENA II.

MARCO, e DETTI.

STEFANO.
O Marco,
Siete voi solo?
MARCO.
A brevi istanti il Doge
Giunge, e con lui, cred’io, tutto il Senato.
Tutti gli sono intorno: or ora un messo
Gli sopravvenne; egli ad ognun ne parla.
STEFANO.
L’udiste voi?
MARCO.
Pur troppo.
MARINO.
E che novelle?
MARCO.
Atroci.
MARINO.
E quali?
MARCO.
Esser vi dee di nome
Noto un Giovan Liprando.
STEFANO.
Un fuoruscito
Di Milano?
MARCO.
Quel desso: e ancor saprete
Quanto colui paresse al Carmagnola
Affettuoso e riverente amico.
Ei, confidente, come i prodi il sono,
Ogni accesso gli dava; e benchè tanto
Maggior di fama e d’animo gli fosse,
Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro
Nodo stimando, un insolubil nodo,
La comune sventura ed il comune
Persecutor. Lo sciagurato intanto
Chiede al Duca in segreto il suo perdono:
Il Duca un pegno gli domanda, e quale!
La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,
La pattuisce, e tiene il patto, e tenta
Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle
Che potesse una tal coppia di vili
Dispor così di così nobil vita:
La trama è discoverta, e salvo il Conte.
STEFANO.
Oh detestabil fatto!
MARINO.
Ecco che importa
Fidarsi a’ fuorusciti! Una funesta
Novella inver recate voi: ma quando
In tanta ambascia vi mirai che quasi
Vi togliea la favella, io, vel confesso,
Peggio temea: quasi in periglio avrei
Creduto la Repubblica.
MARCO.
O Marino,
Cessi ch’io men pacatamente ascolti
Un simil fatto! Io sono amico al Conte:
Nulla mi cal che un fuoruscito ei sia.
Il suo cuor lo conosco appieno, al pari
Del mio: pensiero che non sia gentile
Non ha loco in quel cor[1018]: questo mi basta.
E fuoruscito! obbrobrio a quell’ingrato
Che tale il rese. Al generoso oppresso
Che rimarria, per vostra fè, se in mano
Stesse al potente, al suo nemico, a quegli
Da cui gli è tolta ogni più cara cosa,
Rapirgli anco la gloria? e far che, ov’egli
A scellerate insidie il capo involi,
Ne sia per questo a vil tenuto? Io sono
Amico al Conte, e ad alto onor mel reco.
Ma s’anco all’uomo ch’io giammai non vidi
Fosse tal coppa da tal mano or pôrta;
S’anco ella fosse ministrata al labbro
Del mio nemico; orrore e sdegno pari
Avrei sul volto in raccontarlo, estimo.
In quanto alla Repubblica, non parmi
Che lieve danno le saria d’un tanto
Cittadino la perdita. Non dico
Porla in periglio: lode al Ciel, non pende
Da un uom, qual ch’ei pur sia, la sua salvezza:
Ma assai tal uom le importa or più che mai.
Ecco il Doge e il Senato: udir potrete
Che senta e pensi in questo affar ciascuno.

[1018] Cfr. «Adelchi», V, 8ª: «loco a gentile Ad innocente non v’è».

SCENA III.

[corrispondente alla sc. I della stampa].

Entra il DOGE seguito dai Senatori, MARCO si frammischia a questi.

STEFANO.
(a MARINO)
Come giovane ei parla.
MARINO.
E chi nol vede?
(siede il DOGE, e dopo lui tutti i Senatori).
IL DOGE.
Nobil’uomini, in pria che il parer mio
Io proponga al Consiglio, io deggio un grave,
Crudo, recente avvenimento esporvi.
I più di voi già l’han fremendo inteso;
Quei che ora in pria dal labbro mio l’udranno,
Con raccapriccio l’udiran. La vita
Fu insidiata al Carmagnola: in ceppi
È il sicario; e non nega il suo delitto.
Mandato egli era; e quei che a noi mandollo,
Ei l’ha nomato: ed è.... quel Duca istesso
Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
A chieder pace, a cui più nulla preme
Che la nostra amistà: tale arra intanto
Ei ci dà della sua! Taccio la vile
Perfidia della trama, e la tentata
Vïolazion di questa terra, e l’onta
Che in un nostro soldato a noi vien fatta.
Due sole cose avverto: assai fanno esse
Al proposito nostro. Egli odia adunque
Veracemente il Conte: ella è fra loro
Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto
Tra lor d’eterna inimicizia un patto.
L’odia e lo teme. Ei sa che il può dal trono
Quella mano sbalzar che in trono il tenne.
A chi incerto parea l’animo avverso
Ver noi del Duca, si diè cura ei stesso
Di tôrre ogni dubbiezza: io di cotesta
Novella prova non avea bisogno;
E l’avviso ch’io son per proferire,
Fermo in mente l’avea pria che scoperto
Fosse un tal fatto. Udiste, o Senatori,
Nell’ultimo consiglio il Fiorentino
Che ci richiede di soccorso; udiste
L’ambasciator del Duca, il qual domanda
Che la pace con esso si mantenga.
Ecco il mio avviso, apertamente il dico:
Firenze è da soccorrersi; comune
Con essa e il rischio e le speranze abbiamo.
Per qual dei due stia il giusto, ognun di voi
Chiaro sel vede: non è forse il Duca
Che ruppe i patti della tregua? Il riso
Move e lo sdegno udirlo al suo nemico
Rimproverar la vïolata fede,
E protestar che l’armi in man null’altro
Che una giusta difesa gli ponea:
Come se veramente egli potesse
Di Firenze temer; come se al forte
Ingiusta guerra si movesse, e fosse
Il debol quei che infrange i patti, e ascoso
Fosse ad alcun ch’ei sol ruppe gli accordi,
Il Panare e la Magra oltrepassando.
Ma il principio obbliam di questa guerra:
Il processo vediamne. In gran periglio
Stassi Firenze, e tal che, s’ella è sola,
Non può far che non caggia. E s’ella cade,
Siam fermi noi? Che vuole altro costui,
Fuor che i liberi Stati divorarsi
Ad uno ad uno? E un tal disegno omai
Fa più spavento che stupor. Tant’alto
Salir dal nulla nol vedemmo noi?
Frale arboscello in fra gli sterpi ascoso,
Tacitamente egli nascea: sterparlo,
Anco il più oscuro passeggier potea[1019];
Or le radici ha messe, or larghi spande
Nell’aria i rami, e, soverchiando ogni altro,
Si fa veder da lunge, e tanta parte
D’Italia aduggia. Ha sol tre lustri, ed uomo
Non obbediva a cui soggette or sono
Venti città. Chi gliele diede in mano?
La virtù pria del Carmagnola, e poscia
Un’arte sola: essa fu ognor la sua:
Con un solo aver guerra, e gli altri intanto
Addormentar con ciance. Anco a Firenze,
Come a noi fa, chiese la pace un giorno;
Supplicando la chiese, e di promesse
Men liberal non sarà stato, io credo,
Che a noi non è; l’ebbe: e che fece intanto?
Genova in pria sorprese. E qui mi giovi
Rammemorarvi con che ardenti preghi
Quell’afflitta città dai Fiorentini
Implorasse l’aiuto; invan: l’ignaro
Mormorar della plebe, e una meschina
Cupidigia, coi suoi corti disegni
Di tôr Livorno ai più fiaccati amici,
Fecer più forse del periglio, certo
Ma lontano. E Firenze, sorda ai preghi
D’una libera gente, e non pensando
Ch’essa ben presto anco pregar dovria,
Col suo provato e natural nemico
Fermò la pace; ond’or si morde il dito.
Parma quindi fè sua, Bergamo quindi,
Quindi Cremona e Brescia; e finalmente,
Contro i patti, Forlì. Conobbe il fallo
Firenze allora; ma che pro? Quel fallo
Fatto avea forte il suo nemico; e quegli
Ch’essa non volle aver con sè, contr’essa
Or forzati combattono. L’amara
Prova ch’essa ne fece, a noi sia scuola.
Odo altri dir: che giunga a tanto estremo
La Repubblica nostra esser non puote;
Troppo ella è forte. E perchè è tal? perch’ella
Sempre guardossi, e non sofferse mai
Che i suoi nemici diventasser forti.
La pace or vuol sinceramente il Duca.
Io ’l credo, o Senatori; e la ragione
È che il momento della guerra ei vuole
Sceglierlo ei solo, e non è questo il suo:
Il nostro egli è, se non ci falla il senno
Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno:
Andiamo tutti insieme. Il nostro assenso,
Per pigliar l’armi a un punto, Italia aspetta
Pressochè tutta: il Duca di Savoja,
Di Mantova il signor, quel di Ferrara,
E Alfonso re. Si dirà mai che questi
Stringer lega volean contro un tiranno,
E Venezia vi pose impedimento?
Pur se la pace anco possibil fosse,
Io tacerei; benchè onorata pace
Quella non sia, per cui libero Stato
Di tal Signor si lasci in fra gli artigli.
Ma questa guerra ritardar ben puossi,
Non evitare: o farla or noi volenti,
O attender ch’egli a noi la faccia quando
Firenze sarà sua. Fate voi stima
Manchino allor pretesti a sì discreto
E verecondo vincitor? ma forse
Non ne ha già messi in campo? Egli al Gonzaga
Ridimandò Peschiera, e pur sapea
Che di nostra amistade all’ombra ei vive.
E che motivo addusse? Aver su quella
Terra ragion, chè un dì la tenne il Padre,
E per retaggio è sua. Pensa egli adunque
Che quel che a’ suoi diede la guerra, a lui
Tôr la guerra non possa e darlo ad altri?
Che tutto quel che in sua maggior possanza
Avea Gian Galeazzo, ei tosto o tardi
Riaver deggia? Ricordiamci in tempo
Che anco Verona, anco Vicenza egli ebbe,
Anco Belluno e Feltre; e pria che ardisca
Ripeterle da noi, pria che il torrente
Roda tanto terren che al nostro arrivi,
Argine li si faccia, in fin che puossi
Ancor per sempre regolargli il letto,
E restringerlo forse; e qualche parte
Del mal rapito a lui rapir. Non lieve
Altra ragione affrettar deve il vostro
Deliberare. Abbiamo a soldo il Conte;
Tra i Capitani, che in Italia or sono
Più rinomati, il primo; eterno al Duca
E capital nemico; e, quel che monta,
Assai d’ogni arte sua, d’ogni sua forza
Perito appieno. Egli che tante volte
Vinse per lui, sa più d’ogni altro come
Vincer si possa: egli saprà la punta
Por della spada al lato, ove più certa
E più mortal fia la ferita. Ei meco
Di ciò sovente e a lungo s’intertenne;
Util mi sembra assai, pria che in Senato
Nulla di questo si risolva, udirlo.
Da me chiamato i vostri cenni attende;
E se il Senato non dissenta, io stimo
Ch’ei s’introduca.
(dopo breve pausa)
S’introduca il Conte.

(Esce un Segretario o Bidello o altro magnariso qualunque, a scelta del capo comico).