[1019] Nota marginale del Manzoni: «Accennare qui più distintamente le circostanze in cui si trovava il Duca alla morte di suo padre».
[corrispondente alla sc. III della stampa].
[corrispondente alla sc. V della stampa, dacchè nell’abbozzo manca una scena che corrisponda alla IV, a quella cioè del monologo del CONTE].
A questa scena, che nell’abbozzo era anche indicata come 1ª dell’atto II, seguivano una 2ª ed una 3ª, delle quali non v’ha traccia nella stampa, e che noi riproduciamo qui sotto.
[1020] Nella stampa, con questi ultimi tre versi, di poco variati, finisce l’Atto I.
Via con molto popolo.
Due CITTADINI.
BARTOLOMEO BUSSONE, e DETTI.
La scena 4ª manca; ma è indicata così: Il Doge, il Conte, e seguito.
Rinunziando poi a queste scene, nello stesso primo getto l’Atto II si apriva con queste altre due scene, che pur esse furon da ultimo soppresse.
Campo Veneziano presso Maclodio.—10 ottobre 1427.
MICHELETTO DI COTIGNOLA, LORENZO DI COTIGNOLA.
[1021] Cfr. «Adelchi», III, 1ª: «Torna agli antichi Disegni il re?».
[1022] Ora, atto II, sc. 1ª, dice il Pergola: «Italia forse Mai da’ barbari in poi non vide a fronte Due sì possenti eserciti».
[1023] Cfr. ora atto II, scena 1ª:
[1024] Cfr. ora la nota f), a pag. 169 e 177.
IL CONTE, e DETTI.
[1025] Variante marginale:
La sola strofa che nel manoscritto resti diversa, è la penultima:
Del terzo Atto, nel manoscritto, «è ritentata due volte la prima scena: nel primo getto sarebbe stata sino ad ho vinto, e di qui avrebbe continuato alla seconda. Nel rimanente, l’atto manoscritto è conforme a quello della stampa: ma alla forma in cui si legge, non giunge se non dopo molte e ripetute correzioni fatte nello scriverlo».
Del quarto Atto, il manoscritto non giunge che al verso del soliloquio di Marco, nella scena seconda: Stretto m’avete! Un nobile consiglio. Il rimanente dell’Atto manca. «Sin dove il manoscritto resta, si conforma, eccetto variazioni di minor conto, allo stampato. I personaggi della scena prima sono diversi da quelli che v’hanno parte nella tragedia stampata: I tre Inquisitori di Stato seduti—Il presidente solo parla—Marco in piedi».
Anche l’Atto quinto non è dissimile dallo stampato.
Il Bonghi avverte: «Quattordici fogli sciolti hanno rifacimenti di diverse parti del dramma; ed un foglio, non di mano del Manzoni, porta una serie di emendamenti e suggerimenti alla scena 1ª dell’atto II come si legge ora; sicchè è stata scritta tra la seconda minuta e la terza».
La Lettera seguente non fu, la prima volta, pubblicata dal Manzoni; bensì dal Fauriel, insieme con la traduzione francese delle due tragedie, a Parigi, nei primi mesi del 1823.[1026] Fu ristampata varie volte, e da varii, in Italia (p. es. in fondo al volume «Tragedie ed altre poesie di A. M. milanese, con l’aggiunta di alcune prose sue e di altri, ediz. 2ª fiorentina;[1027] Firenze, tip. all’insegna di Dante, 1827»; e nell’altra: «Opere di A. M. in versi e in prosa; Firenze, Passigli, 1836»); e finalmente dal Manzoni medesimo tra le Opere varie, nel 1845. Non vi fece alcun ritocco.
Fu scritta durante la lunga dimora, che fu anche l’ultima, fatta dal poeta con la sua famiglia—i figliuoli sommavano già a cinque, e l’ultimo, Enrico, era nato poco prima, nel giugno del 1819, e pendeva dal seno materno—a Parigi. Eran partiti da Milano il 14 settembre del 1819, per la via di Torino, col proposito di traversare la Svizzera; ma, dopo un sol giorno di sosta a Torino, «trovando che sarebbe stata cosa troppo grave il viaggiare con una famiglia tanto numerosa e con bambini tanto piccoli», proseguirono per la più corta. Rimasero nella tanto sospirata, e ricca per essi di tanti cari e diversi ricordi, metropoli francese, otto mesi; e, scriveva a una sua cugina l’amabile signora Enrichetta, «in questo intervallo di tempo abbiamo avuto il dolore di vedere la salute di mio marito non vantaggiarsi in alcun modo». Da qualche anno, a Milano, il Manzoni era afflitto da una grave malattia di nervi; e «noi», soggiungeva l’Enrichetta, «avevamo sperato che il mutamento d’aria e un po’ di distrazione avrebbero contribuito alla sua guarigione». Invece, a Parigi, le cose non eran punto migliorate: «egli ebbe in quella città una malattia assai lunga, che ci tenne molto inquieti:... fu malato per quaranta giorni;... e finalmente,... appena si trovò in condizione d’intraprenderlo, ci rimettemmo in viaggio, per tornare in casa nostra». Viaggiarono a piccole giornate, per non affaticare il convalescente; e l’8 agosto 1820, «nel maggior caldo», giunsero a Brusuglio: «ma noi sopportavamo con piacere ogni disagio, nel desiderio di poterci ritrovare di nuovo tranquillamente in casa nostra»[1028].
La Lettre à m. Chauvet rimase manoscritta nelle mani dell’amico insigne, al quale la prima, e fin allora unica tragedia, era dedicata. Il Manzoni, rimpatriato, gliene domanda conto, con quel garbo signorile ed amabile che gli era abituale, in una lettera da Milano, 17 ottobre 1820:
«J’ai honte de vous parler encore de mon fameux coup de lance contre M. Chauvet, mai je n’en fais ici mention que pour vous dire que dans le cas très probable, que vous jugiez que la publication si tardive de ce pauvre factum ne fût plus convenable, et que venant si long-tems après l’attaque elle n’eût tout-à-fait l’air d’être le produit d’une mémoire d’auteur et d’une rancune vraiment italienne, dans ce cas, dis-je, ne croyez pas me faire la plus petite peine en la supprimant; mais si vous persistez dans la résolution de la livrer à l’empressement du public, il vaudrait peut-être mieux la publier séparément, d’abord pour ne pas retarder encore ou pour ne pas trop vous presser dans votre travail sur le romantique, et pour beaucoup d’autres raisons dont je vous épargne l’ennuyeuse énumération».[1029]
Nel poscritto poi d’un’altra lettera, pur da Milano, il 29 gennaio 1821, ripigliava (pag. 323):
«J’oubliais de vous dire encore de ne plus parler de ce petit avorton de lettre à M. Chauvet. Si une bonne occasion se présentait, vous me feriez bien plaisir de m’envoyer, à votre choix, ou la copie ou mon barbouillage, pour le communiquer à Visconti et à quelques autres amis».
E in principio di un’altra, che parrebbe scritta alla fine del febbraio di quell’anno, ripete ancora (pag. 323):
«Pour ma guerre avec M. Chauvet, n’y pensez plus absolument; il n’y a plus ni spectateurs, ni combattants, le champ de bataille même a presque disparu. Sérieusement, je vous prie de n’y plus songer».
Finalmente il Fauriel si fece vivo, e mandò all’amico una copia di quella sua scrittura, qua e là ritoccata, e con l’assicurazione che un giorno o l’altro, forse non molto lontano, sarebbe stata stampata. E il Manzoni, il 3 novembre 1821 (pag. 330):
«J’oubliais de vous remercier de la copie que vous avez bien voulu faire tirer et m’envoyer de la lettre à M. C..... A-t-elle paru? Et que va-t-elle devenir à la veille, et surtout dans le plein jour de la superbe session qui va s’ouvrir? Qui vaudra de la littérature à présent?... Ne m’oubliez pas auprès de Cousin».
Ma ripigliava subito, a buon conto, in un poscritto:
«J’ouvre le paquet pour réunir cette feuille à la première, puisqu’on me l’a rapporté, en disant qu’on me laissait encore quelques momens. Je ne sais que vous dire de votre persistance si amicale à vouloir préserver du déluge cette pauvre lettre a M. C..... Je vous remercie aussi de la pensée que vous avez eue de publier en français la lettre de Goethe. Ces choses-là ne devraient raisonnablement pas faire beaucoup de plaisir; mais quand elles en font, je crois qu’il vaut mieux l’avouer que de dissimuler la reconnaissance, pour feindre la modestie».
Certo, gli avvenimenti politici di quei giorni, in Francia, non erano tali da lasciar prevedere che molti avrebbero avuto la voglia e la calma di tener dietro a una discussione di critica letteraria! Il Ministero moderato, nuovamente ricomposto dopo la sciagurata elezione a deputato del pseudo-regicida abate Grégoire (settembre 1819) e dopo lo stolto attentato di cui cadde vittima il Duca di Berry (13 febbraio 1820), si preparava ad affrontare, in un disperato cimento, le Opposizioni riunite ai suoi danni. Era presieduto, per la seconda volta, dal Duca di Richelieu, gentiluomo di vecchia razza, impeccabile e insospettabile, che aveva per colleghi e collaboratori principali i due più illustri parlamentari della Restaurazione, il Conte De Serre, uno dei più formidabili oratori che abbia mai avuto la tribuna francese, e il «cancelliere» Pasquier, oramai inviso agli ultramonarchici per la politica liberale ch’ei seguiva nei riguardi dell’Italia. La Destra reazionaria, rafforzata dalle ultime elezioni—in grazia della nuova legge che la strenua difesa di Pasquier e di De Serre era riuscita a condurre, l’anno innanzi, in porto, tra lo scontento e le amarezze dei liberali dei due Centri, le invettive e le minacce della Sinistra (Lafayette, Manuel), e i tumulti della piazza,—era risoluta a buttarlo giù; e con essa cospirava, mancando alle sue promesse, l’insofferente Conte d’Artois. Gli antichi amici, i così detti «dottrinarii», che facevan capo al Royer-Collard, già professore alla Scuola Normale e direttore generale per la Pubblica Istruzione, a Camille Jordan, al duca Victor de Broglie (genero di mad.ᵐᵉ de Staël), a De Barante, al Guizot, ora nicchiavano, offesi appunto dalla malaugurata riforma della legge elettorale. Il vecchio re, Luigi XVIII, abbindolato dalle grazie seducenti della Contessa Du Cayla, l’Esther, come le piaceva chiamarsi, di quell’Assuero, non osava di mostrar più risolutamente le istintive sue simpatie pei suoi insigni ministri. A qual sorte, dunque, andava incontro quell’onesto Ministero, sbattuto tra le ambizioni irrompenti dei realisti arrabbiati e i risentimenti appassionati dei liberali, tra le pretese della Destra che avrebbe voluto «il re senza la carta» e quelle della Sinistra che avrebbe voluto «la carta senza il re»? L’apertura della nuova sessione era, quando il Manzoni scriveva, imminente, e la Destra con le armi al piede, impaziente di dar battaglia.
Victor Cousin, quegli appunto a cui il Manzoni voleva esser ricordato, ha narrato d’una scena, svoltasi proprio di quei giorni in casa sua. V’eran raccolti, col Royer-Collard, già maestro e predecessore del Cousin, parecchi degli amici del Centro, e discutevan della condotta da tenere alla Camera. Conveniva meglio lasciar in vita il ministero Richelieu-Pasquier-De Serre, ovvero sgomberare la strada a un ministero De Villèle-Corbière, di pura Destra? Meglio, si tendeva a concludere, attenersi a quest’ultimo partito: i reazionarii, con le loro esagerazioni, non avrebbero potuto rimanere in piedi nemmeno sei mesi, e i liberali avrebbero allora potuto prendere una rivincita sicura, e formare uno schietto ministero liberale, senza magagne e senza compromessi. Assisteva alla conversazione un esiliato piemontese, Santorre di Santa-Rosa, una delle vittime dell’ultima rivoluzione di Torino. Il quale, accorato, si permise di osservare al Cousin: «Il vostro dovere di buoni cittadini è di non combattere un ministero, ch’è l’ultima vostra risorsa contro la fazione nemica d’ogni progresso. Non è permesso di fare il male nella speranza del bene. Voi non siete punto sicuri di rovesciare più tardi Corbière e De Villèle, ma siete invece sicuri di far il male, permettendo che essi giungano al potere. S’io fossi deputato, farei ogni sforzo per ringagliardire il ministero Richelieu contro la Corte e la Destra». In cuor loro tutte quelle brave persone riconoscevan la ragionevolezza di codeste osservazioni, ma, nel fatto, preferirono una tattica che pareva abilissima.[1030] Solite illusioni dei galantuomini, quando, maldestri come sono alle male arti, sventuratamente si risolvono a prendere in prestito i metodi dei furbi senza scrupolo!
Il Manzoni riscrisse al Fauriel il 6 marzo del 1822. La catastrofe era avvenuta, e forse già tutte le illusioni dissipate. Il 14 dicembre 1821, il ministero liberale era stato rovesciato, e gli s’era sostituito un ministero di monarchici intransigenti, punto disposti a lasciar presto il potere. Vi entrarono col De Villèle e il Corbière, il De Peyronnet e Mathieu de Montmorency, al quale ultimo, dopo il Congresso di Verona, fu surrogato quello splendido vanesio ch’era, lo Châteaubriand. «M. de Villèle», ha detto il De Mazade, «esprit plus pratique et plus fin que supérieur, n’aimait pas les hommes brillans autour de lui»; e anche lo Châteaubriand, nell’estate del 1824, sarebbe stato da lui congedato. Intanto, il Richelieu era morto di crepacuore, meno di sei mesi dopo la catastrofe, nella primavera del 1822; e il De Serre, che il Re volle si mandasse ambasciatore a Napoli, moriva, anch’egli di crepacuore (il De Villèle aveva spiegata ogni arte perchè questo Bonghi della Restaurazione non riuscisse deputato nelle elezioni della primavera 1824!), il 21 luglio di quell’anno medesimo, nella villa reale di Quisisana a Castellammare di Stabia.[1031] Non sopravvisse che il Pasquier; il quale, ripensando a quei tristi avvenimenti, scriveva quarant’anni più tardi: «En 1822, il faut bien que je le dise, la maison de Bourbon a commis un grand acte de déraison: elle a brisé, au moment où il pouvait lui être le plus utile, l’instrument qui lui avait déjà rendu de si grands services. La destruction du second ministère du duc de Richelieu a été, voyez-vous, plus qu’une faute politique; elle a été un véritable crime!». La reazione trionfatrice toccò anche più da vicino gli amici del Manzoni; e, per esempio, fu chiusa la bocca al Cousin e al Guizot.[1032] I quali non poteron riprendere i loro corsi se non nell’aprile del 1828, quando una salutare, benchè effimera, bufera, rovesciò il ministero De Villèle, facendo luogo a un ministero liberale con a capo il De Martignac. (Il Cousin dettò allora la sua Introduction a l’Histoire de la Philosophie, e il Guizot l’Histoire de la Civilisation en Europe).
Oramai si poteva anche riparlare di critica letteraria, e, se non altro, propugnare lo sfranchimento dalla tirannia di Aristotile e di Boileau. E il Manzoni riparla della sua Lettre à M. C... (pag. 333):
«Parmi les corrections par lesquelles vous avez bien voulu rendre un peu plus française et un peu plus raisonnable ma pauvre lettre à M. C...., il y a deux petits changements sur lesquels j’ai quelques difficultés à vous proposer. Je vais le faire avec cette liberté que me donne votre ancienne bonté pour moi. —1. Thèse toujours hasardeuse, dans la première page [312], ne me semble pas rendre précisément mon idée, qui est d’exclure toute sorte de raison, et toute chance de succès, du projet de défendre ses ouvrages, c’est-à-dire de prouver que l’on a bien fait. Ne tenez aucun compte de cette observation, si elle vous parait une vétille; dans l’autre cas, ayez la bonté de substituer un autre mot».—[Ora è detto: «thèse toujours insoutenable»]. 2. Dans l’endroit où j’ai parlé de l’étonnement d’une grande partie du public sur ce que des grands revers n’avaient pas été suivis d’un suicide [pag. 362], mon intention était de rappeler quelque chose de la vie réelle et de l’histoire de nos jours. Dans la copie que vous avez eu la bonté de m’envoyer, cet étonnement ne se rapporte qu’à des compositions dramatiques. Peut-être avez-vous eu quelque motifs que je ne peux comprendre d’ici, pour retrancher tout ce qui pourrait avoir rapport à des personnages et des événemens récens: pour ce qui me regarde, je crois qu’il n’y aurait aucun inconvénient; pour toutes les autres considérations, c’est à vous d’en juger, et de faire ce qui vous paraîtra convenable. Voilà bien des raisonnemens pour deux phrases, et voilà toute une feuille remplie de balivernes».
Ci manca il modo d’indagare se l’allusione, che nella forma definiva della Lettera è abbastanza trasparente («l’époque où nous nous trouvons a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances trompées...»), a Napoleone e ai fatali rovesci che a lui e a tanti suoi fidi, e infidi, seguirono, fu in tutto o in parte modificata. Ad ogni modo, appar chiaro che il Fauriel dovè ritoccare il suo ritocco, dacchè nella stampa lo stupore del pubblico riguarda, senza possibilità di equivoco, gli avvenimenti della storia contemporanea, non già alcune presunte azioni drammatiche.
Il 29 maggio di quello stesso anno 1822, il Manzoni riscrive, proponendo qualche altro cambiamento. Molto significativa è la sua risoluzione di cancellare il nome dello Schiller, là dove lo aveva messo in riga con lo Shakespeare e il Goethe. Dice (pag. 335):