[1019] Nota marginale del Manzoni: «Accennare qui più distintamente le circostanze in cui si trovava il Duca alla morte di suo padre».

SCENA V.

[corrispondente alla sc. III della stampa].

IL DOGE
.......
Non fia per questo che salirlo ancora
Un cauto e franco cavalier non voglia.
MARINO.
Ma in questa leale alma, che chiude
Tante virtù da farne appien securi,
Quella per certo esser non de’ sbandita
Che anco nel petto più volgar s’annida:
L’amor de’ suoi. Crederem noi ch’ei ci ami
Più del suo sangue, e possa un risoluto
Coral nemico esser di lui che tiensi
E la sua moglie e la sua figlia? d’uno
Che gli puote ogni dì mandar dicendo:
—Pensa ch’è in mano mia farti il più lieto
Marito e padre, o far che tu sia stato
Marito e padre?
IL DOGE.
Egli è fondato e grave
Questo sospetto; e in me pur nacque, e in tutti
Sarà nato, cred’io: pur, se mia mente
Troppo a persuäder non è leggiera,
Ragion dirò per cui sarà da voi
Sgombro, come da me. Spesso del Conte
Io l’animo tentai, se da quel lato
Speme o timor lo ritenesse ancora
Avvinto al Duca; e questo ognor vi scorsi:
Pei cari suoi tema ei non ha.—Filippo,
Ei mi dicea sovente, in ciò diverso
Da tanti suoi feroci avi, bruttarsi
D’inutil sangue non fu visto mai.
E sparger quello d’innocenti donne,
E strette affini sue, che gli varrebbe?
A farlo infame e obbrobrioso, al segno
In cui non puote un re tenersi in trono
S’ogni uomo in forza ed in valor non passa
Come in perfidia e in crudeltà! Speranza
Di riaverle per accordo, è sogno;
Chè il Duca è tal che non compensa mai
Con beneficj nuovi ingiurie antiche,
Nè mai dal far vendetta altro il ritenne
Che il non poter: quindi a colui che fatto
Gli sia nemico, un sol partito è buono:
Esserlo a morte.—Nè per questo il Conte
Vedovo tiensi; nè ogni speme ei lascia
Di conquistare i suoi, ma in noi la fonda.
Tôrgli tai pegni, collo Stato insieme,
Coll’armi nostre ei si confida; o trarlo
A tale estremo, ch’ei li renda almeno.
Ciò che quindi potea farcel sospetto,
A noi più ligio e più devoto il rende.
MARINO.
Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge
.......
SCENA VI.

[corrispondente alla sc. V della stampa, dacchè nell’abbozzo manca una scena che corrisponda alla IV, a quella cioè del monologo del CONTE].

IL CONTE.
Anco il Doge hai tu detto?
MARCO.
Il Doge, e quanto
Ha di più illustre la città, s’aduna
Or nel Palazzo ad aspettarti; e vuole
Fino alla riva accompagnarti, in pieno
Corteggio.
IL CONTE.
Il premio che precorre all’opra
È incitamento a meritarlo; e spero
A questa alma tua patria offrir ben presto
Più che la mia riconoscenza. Or tutta
Abbila tu, ch’io qui ti vegga: acerbo
M’era il partir, se alla sfuggita, e tra la
Folla dei salutanti, oggi io doveva
Cercar lo sguardo dell’amico.
MARCO.
Pensa
S’io lascerei che tu partissi, senza
Darti un più speciale intimo addio.
Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro
Verrà quel nuncio, che la gloria tua
Con la salvezza della patria arrechi![1020]
IL CONTE.
Marco, ad impresa io non m’accinsi mai
Con maggior cor che a questa. È giunto il tempo
Che quell’ingrato, che da’ miei servigj
Estimarmi non seppe, or dal travaglio
Che gli darò m’estimi; e finalmente
Gli risovvenga che gli manca un uomo:
Quell’uom, su cui nelle più dure strette
Solea posarsi il suo pensier, gli manca,
Anzi è quel desso che l’incalza; e solo
Perch’egli il volle. Oh venga il dì che alcuno
Mi dica:—Io il vidi sbigottito, affranto,
Tra i fidi suoi, che non ardian levargli
Lo sguardo in fronte, e l’udii dire: io fui
Mal consigliato, allor che offesi il Conte!—
Questa parola t’uscirà dal labbro,
O Duca di Milano; ed anco io spero
A tal ridurti, che ti sembri acquisto
Conservar parte del tuo regno, e darmi
Ciò che a gran torto ora mi neghi, e ch’io
Ho di più caro al mondo. Or tu sei lieto
D’aver tai pegni; ma vedrai che importi
Tenersi in man quel ch’è dei prodi!—O amico,
Questo è il pensier che sempre è meco, e forte
Più che il desìo della vendetta: intera
Gioja mai non avrò, se d’essa a parte
La sposa mia, la figlia mia non viene.
So che in corte del Duca a lor non fassi
Altro che onor; son certo che un capello
Torcere a lor non ardirà: ma il giorno
Ch’io rivedrolle, e le potrò dir mie,
Sarà il più bello di mia vita.—Ascolta:
Non è d’alcuno l’avvenir, ma quale
È l’uom che sopra non vi fa disegno?
Or questo è il mio: se vincitor ritorno,
E non solo (chè, vinto e senza speme,
So quel che far dovrei), qui finalmente
Restarmi; il vecchio genitor con noi
Qui trarre; e, poi che questa nobil madre
M’ha nel suo glorioso antico grembo
Accolto, e dato di suo figlio il nome,
Esserlo, e tutto, e correr sempre, il primo
Tra i figli suoi, s’ella gli chiami all’arme,
Per guardar la santissima quiete
Che a lei senno e giustizia han partorita;
E se la spada mi perdona, e s’io,
Cresciuto in campo di battaglia, gli occhi
Non chiuderò sul campo, in questa sede
Chiudergli, fra i congiunti e fra gli amici,
Qualche desìo lasciando e qualche nome.
..............

A questa scena, che nell’abbozzo era anche indicata come 1ª dell’atto II, seguivano una 2ª ed una 3ª, delle quali non v’ha traccia nella stampa, e che noi riproduciamo qui sotto.

[1020] Nella stampa, con questi ultimi tre versi, di poco variati, finisce l’Atto I.

Atto II.

SCENA II.

Via con molto popolo.

Due CITTADINI.

1.º CITTADINO.
Io vengo dal Palazzo: il Conte v’era
Arrivato in quel punto, ed il corteggio
Stava per avviarsi: non avremo
Ad aspettar qui molto.
2.º CITTADINO.
Assai son vago
Di veder questa festa. A stranier mai
Qui non si fece tanto onor, ch’io sappia.
1.º CITTADINO.
Trattasi d’un guerrier, che non ha forse
Chi il pareggi in Italia; d’uno, a cui
Presso che tutta si affidò la cura
Della nostra salvezza.
2.º CITTADINO.
Della nostra?
Tra vecchi amici e’ si può dir talvolta
Liberamente il ver: dovreste dire
Della salvezza dei Signori. Ormai
Che siam noi più, poi che ogni affar di Stato
È divenuto un loro affar? Che importa
A noi la guerra? ov’ella a ben riesca,
Tutto sarà per lor, gloria e guadagno.
1.º CITTADINO.
Ma se riesce a mal, parte del danno
Non saria nostro? Il Ciel ne tenga lunge
Questo malvagio Duca, e i suoi soldati,
E i suoi rettori, e i cortigiani; guai
Se gli caschiam nell’ugne! A qual mai prezzo
Comprar dovremmo il divenir più schiavi!
2.º CITTADINO.
Oh guai davvero!
1.º CITTADINO.
A ragion dunque io dissi
Che dal valore di quest’uom dipende
Or la nostra salvezza.
2.º CITTADINO.
È ver, pur troppo!
SCENA III.

BARTOLOMEO BUSSONE, e DETTI.

BARTOLOMEO.
Di grazia, o cittadini, ella è ben questa
La via per cui deve passare il Conte
Di Carmagnola?
1.º CITTADINO.
È questa; egli non puote
Indugiar molto.
BARTOLOMEO.
Lode al Cielo, io fui
Ben avviato. Io m’era fatto in prima
Indicar la sua casa; ivi il richiesi:
Detto mi fu ch’egli partiva, e senza
Più tornare al palagio, e ch’io potrei
Di qui vederlo; e benchè nuovo affatto
Di questa terra, dimandando or questo
Or quello, al fine ove bramai mi trovo.
E appena in tempo; voi gli ultimi siete
Che importunai di mie richieste, e a voi
Rendo pur grazie. Io vengo assai da lunge
Per riveder quest’uomo, e favellargli.
1.º CITTADINO.
Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo:
Noi pur qui siamo a questo fine; e quando
Cresca la folla, vi farem riparo
Sì che veggiate: ma parlargli è cosa
Da levarne il pensiero.
BARTOLOMEO.
Ov’ei mi scorga,
Avrò campo a parlargli.
1.º CITTADINO.
Egli è col Doge,
E con tal compagnia, da non tenersi
Così a bada per via. Ma voi, mi sembra
Siate suo paesano?
BARTOLOMEO.
Il sono, ed anche
Assai più che paesano: io son suo padre.
1.º CITTADINO.
Il Conte è vostro figlio?
BARTOLOMEO.
Io ve l’ho detto.
2.º CITTADINO.
Poss’io darvi un consiglio?
BARTOLOMEO.
Un buon consiglio
Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai
N’ha mestier chi si trova in strania terra.
2.º CITTADINO.
S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;
E poi che al campo assai difficil cosa
Saria vedere il Conte, attenderei
Il suo ritorno, onde parlar con esso
Privatamente.
BARTOLOMEO.
Egli saria fidarsi
Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,
Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto
Più assai di quel che a viver mi rimane.
Ma perchè questo indugio?
2.º CITTADINO.
Tolga il Cielo
Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro
Figlio è patrizio veneziano e conte,
E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,
E cotai testimonj, gli facciate
Risovvenir ch’ei non è nato tale.
BARTOLOMEO.
Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,
Gli si affacci suo padre, esser non puote
Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco!
1.º CITTADINO.
(al 2.º)
Che importa a voi? Lasciatel far: vedremo
Come va questo fatto.
2.º CITTADINO.
Udite; ei giungono.

La scena 4ª manca; ma è indicata così: Il Doge, il Conte, e seguito.

Rinunziando poi a queste scene, nello stesso primo getto l’Atto II si apriva con queste altre due scene, che pur esse furon da ultimo soppresse.

SCENA I.

Campo Veneziano presso Maclodio.—10 ottobre 1427.

MICHELETTO DI COTIGNOLA, LORENZO DI COTIGNOLA.

LORENZO.
Fratello, io giungo tardi; a quel ch’io veggio,
Qui s’è già fatto assai.
MICHELETTO.
Prode Lorenzo,
Oggi appunto di te mi chiese il Conte.
Non dubitar, tu vieni a tempo; il meglio
Riman da farsi.
LORENZO.
Io non avrei creduto,
Poi che Brescia fu presa, e poi che il Duca
Con tanta istanza domandò la pace
(E parea averne gran bisogno invero),
Che a nova guerra si verria sì tosto.
MICHELETTO.
Tu conosci Filippo. A piè d’un trono
Il fè nascer fortuna; a piè d’un trono,
Di cui nè un grado egli avria mai salito
Da sè. Fortuna, che il volea pur duca,
Gli diede un uom che per la mano il prese,
E in trono il pose. Or ei vi siede, e starvi
È risoluto ad ogni costo: appena
Sotto di sè crollar lo sente, ei cala
Tosto agli accordi: il rischio passa, e pargli
Che fermo ei sia, come ingrandirlo ei pensa.
Brescia ei diè per la pace: ai Milanesi
Parve il trattato obbrobrioso; ed era:
Armi in fretta gli offriro: ira e vergogna
Valsero al buon voler; quindi agli antichi
Disegni ei torna[1021]; eccolo in campo.
LORENZO.
E mai
Ai nostri dì, se mi fu detto il vero,
Due sì gran campi non fur visti a fronte.[1022]
MICHELETTO.
È il vero.
LORENZO.
E voi foste a giornata intanto
Più d’una volta.
MICHELETTO.
È ver, ma niuna è tale
Che una maggior non se ne aspetti; e questa
Non può tardar: nè passa dì che il Conte
Non provochi il nemico. Or, come vedi,
Da noi Maclodio è stretto; e due partiti
Gli rimangono soli: o noi cacciarne,
E non fia lieve; o abbandonar la terra,
E Cremona con essa: e saria questo
Non men onta che danno.[1023]
LORENZO.
Il Duca, udii,
Partì dal campo: e chi lasciovvi capo?
MICHELETTO.
Il Pergola, il Torello, il Piccinino,[1024]
Francesco Sforza.
LORENZO.
Egli non è guerriero,
Ma sa sceglierli almen: due volpi antiche,
E due giovin leoni. E’ ci daranno
Da fare assai. Picciol pensiero al Conte
Esser non dee, trovarsi incontro uniti
Tai quattro condottieri.
MICHELETTO.
Egli avria caro
Che fosser dieci.
LORENZO.
Che di’ tu?
MICHELETTO.
Che dove
Son più le voglie, ivi la forza è meno.
Ognun di lor, se comandasse solo,
Fomidabil sarebbe: essi l’han môstro
In altre imprese; ma fra lor s’è messa
Tanta discordia, che ci sembra ormai
Piuttosto aver quattro drappelli a fronte
Che un esercito.
LORENZO.
Intendo.—Or non vorrei
Più ritardar di presentarmi al Conte.
Ove poss’io trovarlo?
MICHELETTO.
Alla sua tenda
Meglio è aspettarlo; ei tornerà fra breve.
Or sarà forse a visitare i posti,
O coi Provveditori a far consiglio.
LORENZO.
Nojoso incarco!
MICHELETTO.
Sì davver, nojoso:
Per questo solo, io non invidio al Conte
Il supremo comando.
LORENZO.
E dritto estimi.
Metter campo e levarlo, e dar battaglia
O rifiutarla, come piace, e senza
Darne conto ad alcun, quello è comando.
Ma fin ch’io non vi giunga, infin ch’io deggia
Ordini udir da un uomo, io voglio almeno
Che la man che si leva a comandarmi
Sia vestita di ferro; e pensar ch’egli
Solo innanzi mi sta perchè si mosse
Prima di me; ch’ei cominciò com’io
Dall’obbedir. Ma portar nome, e il vano
Onor di sommo condottier?... che giova
Il far disegni per condur la guerra,
Se l’eseguirli in te non sta, se pria
Dèi conferirne.... e con chi mai? con tali
Che al tuo consiglio non vorresti al certo!
Cento partiti ti saranno in mente
Corsi e ricorsi, e raffrontati, in pria
Ch’ella un ne scelga e dica: il meglio è questo;
E quando il tieni e ten compiaci, all’alto
Giudizio di costor, siccome un reo,
Dèi trascinarlo, e perorar per esso.
E te felice s’egli è inteso, e trova
Grazie dinnanzi a lor! Quindi t’è forza
I lor consigli udir; che, per mostrarti
Ch’ei san che cosa è guerra e che rivolte
Hanno le antiche carte, ei ti diranno
Che Fabio vinse con gl’indugj e seppe
Evitar le giornate, e che Scipione
Portò la guerra in Africa piuttosto
Che difender l’Italia, od altrettali
Sciocche novelle. Allor che poi le trombe
Fan la chiamata, e che si monta in sella,
Il più munito, il più riposto loco
Devi trovar per essi; ed ivi stanno,
Finchè guizza nell’aria un brando ignudo,
Incantucciati ad aspettar l’evento.
Alfin tu siedi, se pur siedi; e stanco,
Anelante, sudante e polveroso,
Devi a lor presentarti, a render conto.
Sei vincitor? Lieti li vedi, e presti
A côrre il frutto delle tue fatiche;
Ma se vinto ritorni, in quel momento,
In cui solo vorresti a tuo bell’agio
Maledir la fortuna, in cui la molle
Parola di conforto anco ti annoja
Sul labbro dell’amico, onte e rimbrotti
Ingozzar ti bisogna, e far tua scusa,
Mentre innanzi e’ ti stan col sopracciglio
Con che sgridar son usi il siniscalco
Che a voglia lor non ordinò il convito.
Ci nomano lor genti, e come tali
Ci trattano a un bisogno; e van dicendo:
Non son essi pagati? E quando l’oro
Cambian col nostro sangue, ei fanno stima
Dare assai più che non ricevon.
MICHELETTO.
Odi
Strepito di tamburi? è questi il Conte;
Dànno le trombe il segno.

[1021] Cfr. «Adelchi», III, 1ª: «Torna agli antichi Disegni il re?».

[1022] Ora, atto II, sc. 1ª, dice il Pergola: «Italia forse Mai da’ barbari in poi non vide a fronte Due sì possenti eserciti».

[1023] Cfr. ora atto II, scena 1ª:

MALATESTI.
....Voi lo vedete; il Carmagnola
Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto
Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:
E due partiti ci rimangon soli:
O lui cacciarne, o abbandonar la terra,
Che saria danno e scorno.

[1024] Cfr. ora la nota f), a pag. 169 e 177.

SCENA II.

IL CONTE, e DETTI.

CONTE.
Voi siete il benvenuto.
LORENZO.
Io deggio in prima
Scusarmi dell’indugio: io volli tutta
Radunar la mia gente....
CONTE.
E non potea
Venir più a tempo: io mi tenea sicuro,
Chè mancar non solete a questi inviti.
Voi prometteste novecento lance,
S’io non m’inganno.
LORENZO.
E tante io ne conduco.
CONTE.
Un buon drappello, ed un buon duca; e questo
Talor conta assai più.
LORENZO.
Tutto alla vostra
Scuola dovrò, s’io tal divenga un giorno.
CONTE.
Noi non staremo in ozio a lungo, io stimo.
Vi reco una novella: il Duca ha fatto
Un condottier supremo; al campo ei giunse,
E il comando pigliò: pur or l’avviso
N’ebbi.
LORENZO.
CONTE.
Carlo Malatesti: un nome
Di lieto augurio.[1025] E a noi....s’aspetta
Torglielo, e farne più famoso il nostro.
Lorenzo, ov’è la vostra gente?
LORENZO.
È posta
All’entrata del campo; ivi ordinai
Ch’uom di sua schiera non uscisse, in fino
Che a voi piacesse di vederli.
CONTE.
Andiamo.

[1025] Variante marginale:

Di lieto augurio: sovverravvi forse
Che il portava colui cui Brescia io tolsi.
Coro dell’Atto II.

La sola strofa che nel manoscritto resti diversa, è la penultima:

Stolto anch’esso! Un più forte di lui
Gli domanda il rapito retaggio.
Stolto! ei venne sui campi non sui,
Senza gloria, non pianto, a perir.
E s’ei vive, e nell’empio viäggio
Lieto sempre e felice si mira,
Non lo segue, non veglia quell’ira,
Che l’attende all’estremo sospir?

Del terzo Atto, nel manoscritto, «è ritentata due volte la prima scena: nel primo getto sarebbe stata sino ad ho vinto, e di qui avrebbe continuato alla seconda. Nel rimanente, l’atto manoscritto è conforme a quello della stampa: ma alla forma in cui si legge, non giunge se non dopo molte e ripetute correzioni fatte nello scriverlo».

Del quarto Atto, il manoscritto non giunge che al verso del soliloquio di Marco, nella scena seconda: Stretto m’avete! Un nobile consiglio. Il rimanente dell’Atto manca. «Sin dove il manoscritto resta, si conforma, eccetto variazioni di minor conto, allo stampato. I personaggi della scena prima sono diversi da quelli che v’hanno parte nella tragedia stampata: I tre Inquisitori di Stato seduti—Il presidente solo parla—Marco in piedi».

Anche l’Atto quinto non è dissimile dallo stampato.

Il Bonghi avverte: «Quattordici fogli sciolti hanno rifacimenti di diverse parti del dramma; ed un foglio, non di mano del Manzoni, porta una serie di emendamenti e suggerimenti alla scena 1ª dell’atto II come si legge ora; sicchè è stata scritta tra la seconda minuta e la terza».


LETTRE A M. C***
SUR L’UNITÉ DE TEMPS ET DE LIEU
DANS LA TRAGÉDIE.

AVVERTENZA

La Lettera seguente non fu, la prima volta, pubblicata dal Manzoni; bensì dal Fauriel, insieme con la traduzione francese delle due tragedie, a Parigi, nei primi mesi del 1823.[1026] Fu ristampata varie volte, e da varii, in Italia (p. es. in fondo al volume «Tragedie ed altre poesie di A. M. milanese, con l’aggiunta di alcune prose sue e di altri, ediz. 2ª fiorentina;[1027] Firenze, tip. all’insegna di Dante, 1827»; e nell’altra: «Opere di A. M. in versi e in prosa; Firenze, Passigli, 1836»); e finalmente dal Manzoni medesimo tra le Opere varie, nel 1845. Non vi fece alcun ritocco.

Fu scritta durante la lunga dimora, che fu anche l’ultima, fatta dal poeta con la sua famiglia—i figliuoli sommavano già a cinque, e l’ultimo, Enrico, era nato poco prima, nel giugno del 1819, e pendeva dal seno materno—a Parigi. Eran partiti da Milano il 14 settembre del 1819, per la via di Torino, col proposito di traversare la Svizzera; ma, dopo un sol giorno di sosta a Torino, «trovando che sarebbe stata cosa troppo grave il viaggiare con una famiglia tanto numerosa e con bambini tanto piccoli», proseguirono per la più corta. Rimasero nella tanto sospirata, e ricca per essi di tanti cari e diversi ricordi, metropoli francese, otto mesi; e, scriveva a una sua cugina l’amabile signora Enrichetta, «in questo intervallo di tempo abbiamo avuto il dolore di vedere la salute di mio marito non vantaggiarsi in alcun modo». Da qualche anno, a Milano, il Manzoni era afflitto da una grave malattia di nervi; e «noi», soggiungeva l’Enrichetta, «avevamo sperato che il mutamento d’aria e un po’ di distrazione avrebbero contribuito alla sua guarigione». Invece, a Parigi, le cose non eran punto migliorate: «egli ebbe in quella città una malattia assai lunga, che ci tenne molto inquieti:... fu malato per quaranta giorni;... e finalmente,... appena si trovò in condizione d’intraprenderlo, ci rimettemmo in viaggio, per tornare in casa nostra». Viaggiarono a piccole giornate, per non affaticare il convalescente; e l’8 agosto 1820, «nel maggior caldo», giunsero a Brusuglio: «ma noi sopportavamo con piacere ogni disagio, nel desiderio di poterci ritrovare di nuovo tranquillamente in casa nostra»[1028].

La Lettre à m. Chauvet rimase manoscritta nelle mani dell’amico insigne, al quale la prima, e fin allora unica tragedia, era dedicata. Il Manzoni, rimpatriato, gliene domanda conto, con quel garbo signorile ed amabile che gli era abituale, in una lettera da Milano, 17 ottobre 1820:

«J’ai honte de vous parler encore de mon fameux coup de lance contre M. Chauvet, mai je n’en fais ici mention que pour vous dire que dans le cas très probable, que vous jugiez que la publication si tardive de ce pauvre factum ne fût plus convenable, et que venant si long-tems après l’attaque elle n’eût tout-à-fait l’air d’être le produit d’une mémoire d’auteur et d’une rancune vraiment italienne, dans ce cas, dis-je, ne croyez pas me faire la plus petite peine en la supprimant; mais si vous persistez dans la résolution de la livrer à l’empressement du public, il vaudrait peut-être mieux la publier séparément, d’abord pour ne pas retarder encore ou pour ne pas trop vous presser dans votre travail sur le romantique, et pour beaucoup d’autres raisons dont je vous épargne l’ennuyeuse énumération».[1029]

Nel poscritto poi d’un’altra lettera, pur da Milano, il 29 gennaio 1821, ripigliava (pag. 323):

«J’oubliais de vous dire encore de ne plus parler de ce petit avorton de lettre à M. Chauvet. Si une bonne occasion se présentait, vous me feriez bien plaisir de m’envoyer, à votre choix, ou la copie ou mon barbouillage, pour le communiquer à Visconti et à quelques autres amis».

E in principio di un’altra, che parrebbe scritta alla fine del febbraio di quell’anno, ripete ancora (pag. 323):

«Pour ma guerre avec M. Chauvet, n’y pensez plus absolument; il n’y a plus ni spectateurs, ni combattants, le champ de bataille même a presque disparu. Sérieusement, je vous prie de n’y plus songer».

Finalmente il Fauriel si fece vivo, e mandò all’amico una copia di quella sua scrittura, qua e là ritoccata, e con l’assicurazione che un giorno o l’altro, forse non molto lontano, sarebbe stata stampata. E il Manzoni, il 3 novembre 1821 (pag. 330):

«J’oubliais de vous remercier de la copie que vous avez bien voulu faire tirer et m’envoyer de la lettre à M. C..... A-t-elle paru? Et que va-t-elle devenir à la veille, et surtout dans le plein jour de la superbe session qui va s’ouvrir? Qui vaudra de la littérature à présent?... Ne m’oubliez pas auprès de Cousin».

Ma ripigliava subito, a buon conto, in un poscritto:

«J’ouvre le paquet pour réunir cette feuille à la première, puisqu’on me l’a rapporté, en disant qu’on me laissait encore quelques momens. Je ne sais que vous dire de votre persistance si amicale à vouloir préserver du déluge cette pauvre lettre a M. C..... Je vous remercie aussi de la pensée que vous avez eue de publier en français la lettre de Goethe. Ces choses-là ne devraient raisonnablement pas faire beaucoup de plaisir; mais quand elles en font, je crois qu’il vaut mieux l’avouer que de dissimuler la reconnaissance, pour feindre la modestie».

Certo, gli avvenimenti politici di quei giorni, in Francia, non erano tali da lasciar prevedere che molti avrebbero avuto la voglia e la calma di tener dietro a una discussione di critica letteraria! Il Ministero moderato, nuovamente ricomposto dopo la sciagurata elezione a deputato del pseudo-regicida abate Grégoire (settembre 1819) e dopo lo stolto attentato di cui cadde vittima il Duca di Berry (13 febbraio 1820), si preparava ad affrontare, in un disperato cimento, le Opposizioni riunite ai suoi danni. Era presieduto, per la seconda volta, dal Duca di Richelieu, gentiluomo di vecchia razza, impeccabile e insospettabile, che aveva per colleghi e collaboratori principali i due più illustri parlamentari della Restaurazione, il Conte De Serre, uno dei più formidabili oratori che abbia mai avuto la tribuna francese, e il «cancelliere» Pasquier, oramai inviso agli ultramonarchici per la politica liberale ch’ei seguiva nei riguardi dell’Italia. La Destra reazionaria, rafforzata dalle ultime elezioni—in grazia della nuova legge che la strenua difesa di Pasquier e di De Serre era riuscita a condurre, l’anno innanzi, in porto, tra lo scontento e le amarezze dei liberali dei due Centri, le invettive e le minacce della Sinistra (Lafayette, Manuel), e i tumulti della piazza,—era risoluta a buttarlo giù; e con essa cospirava, mancando alle sue promesse, l’insofferente Conte d’Artois. Gli antichi amici, i così detti «dottrinarii», che facevan capo al Royer-Collard, già professore alla Scuola Normale e direttore generale per la Pubblica Istruzione, a Camille Jordan, al duca Victor de Broglie (genero di mad.ᵐᵉ de Staël), a De Barante, al Guizot, ora nicchiavano, offesi appunto dalla malaugurata riforma della legge elettorale. Il vecchio re, Luigi XVIII, abbindolato dalle grazie seducenti della Contessa Du Cayla, l’Esther, come le piaceva chiamarsi, di quell’Assuero, non osava di mostrar più risolutamente le istintive sue simpatie pei suoi insigni ministri. A qual sorte, dunque, andava incontro quell’onesto Ministero, sbattuto tra le ambizioni irrompenti dei realisti arrabbiati e i risentimenti appassionati dei liberali, tra le pretese della Destra che avrebbe voluto «il re senza la carta» e quelle della Sinistra che avrebbe voluto «la carta senza il re»? L’apertura della nuova sessione era, quando il Manzoni scriveva, imminente, e la Destra con le armi al piede, impaziente di dar battaglia.

Victor Cousin, quegli appunto a cui il Manzoni voleva esser ricordato, ha narrato d’una scena, svoltasi proprio di quei giorni in casa sua. V’eran raccolti, col Royer-Collard, già maestro e predecessore del Cousin, parecchi degli amici del Centro, e discutevan della condotta da tenere alla Camera. Conveniva meglio lasciar in vita il ministero Richelieu-Pasquier-De Serre, ovvero sgomberare la strada a un ministero De Villèle-Corbière, di pura Destra? Meglio, si tendeva a concludere, attenersi a quest’ultimo partito: i reazionarii, con le loro esagerazioni, non avrebbero potuto rimanere in piedi nemmeno sei mesi, e i liberali avrebbero allora potuto prendere una rivincita sicura, e formare uno schietto ministero liberale, senza magagne e senza compromessi. Assisteva alla conversazione un esiliato piemontese, Santorre di Santa-Rosa, una delle vittime dell’ultima rivoluzione di Torino. Il quale, accorato, si permise di osservare al Cousin: «Il vostro dovere di buoni cittadini è di non combattere un ministero, ch’è l’ultima vostra risorsa contro la fazione nemica d’ogni progresso. Non è permesso di fare il male nella speranza del bene. Voi non siete punto sicuri di rovesciare più tardi Corbière e De Villèle, ma siete invece sicuri di far il male, permettendo che essi giungano al potere. S’io fossi deputato, farei ogni sforzo per ringagliardire il ministero Richelieu contro la Corte e la Destra». In cuor loro tutte quelle brave persone riconoscevan la ragionevolezza di codeste osservazioni, ma, nel fatto, preferirono una tattica che pareva abilissima.[1030] Solite illusioni dei galantuomini, quando, maldestri come sono alle male arti, sventuratamente si risolvono a prendere in prestito i metodi dei furbi senza scrupolo!

Il Manzoni riscrisse al Fauriel il 6 marzo del 1822. La catastrofe era avvenuta, e forse già tutte le illusioni dissipate. Il 14 dicembre 1821, il ministero liberale era stato rovesciato, e gli s’era sostituito un ministero di monarchici intransigenti, punto disposti a lasciar presto il potere. Vi entrarono col De Villèle e il Corbière, il De Peyronnet e Mathieu de Montmorency, al quale ultimo, dopo il Congresso di Verona, fu surrogato quello splendido vanesio ch’era, lo Châteaubriand. «M. de Villèle», ha detto il De Mazade, «esprit plus pratique et plus fin que supérieur, n’aimait pas les hommes brillans autour de lui»; e anche lo Châteaubriand, nell’estate del 1824, sarebbe stato da lui congedato. Intanto, il Richelieu era morto di crepacuore, meno di sei mesi dopo la catastrofe, nella primavera del 1822; e il De Serre, che il Re volle si mandasse ambasciatore a Napoli, moriva, anch’egli di crepacuore (il De Villèle aveva spiegata ogni arte perchè questo Bonghi della Restaurazione non riuscisse deputato nelle elezioni della primavera 1824!), il 21 luglio di quell’anno medesimo, nella villa reale di Quisisana a Castellammare di Stabia.[1031] Non sopravvisse che il Pasquier; il quale, ripensando a quei tristi avvenimenti, scriveva quarant’anni più tardi: «En 1822, il faut bien que je le dise, la maison de Bourbon a commis un grand acte de déraison: elle a brisé, au moment où il pouvait lui être le plus utile, l’instrument qui lui avait déjà rendu de si grands services. La destruction du second ministère du duc de Richelieu a été, voyez-vous, plus qu’une faute politique; elle a été un véritable crime!». La reazione trionfatrice toccò anche più da vicino gli amici del Manzoni; e, per esempio, fu chiusa la bocca al Cousin e al Guizot.[1032] I quali non poteron riprendere i loro corsi se non nell’aprile del 1828, quando una salutare, benchè effimera, bufera, rovesciò il ministero De Villèle, facendo luogo a un ministero liberale con a capo il De Martignac. (Il Cousin dettò allora la sua Introduction a l’Histoire de la Philosophie, e il Guizot l’Histoire de la Civilisation en Europe).

Oramai si poteva anche riparlare di critica letteraria, e, se non altro, propugnare lo sfranchimento dalla tirannia di Aristotile e di Boileau. E il Manzoni riparla della sua Lettre à M. C... (pag. 333):

«Parmi les corrections par lesquelles vous avez bien voulu rendre un peu plus française et un peu plus raisonnable ma pauvre lettre à M. C...., il y a deux petits changements sur lesquels j’ai quelques difficultés à vous proposer. Je vais le faire avec cette liberté que me donne votre ancienne bonté pour moi. —1. Thèse toujours hasardeuse, dans la première page [312], ne me semble pas rendre précisément mon idée, qui est d’exclure toute sorte de raison, et toute chance de succès, du projet de défendre ses ouvrages, c’est-à-dire de prouver que l’on a bien fait. Ne tenez aucun compte de cette observation, si elle vous parait une vétille; dans l’autre cas, ayez la bonté de substituer un autre mot».—[Ora è detto: «thèse toujours insoutenable»]. 2. Dans l’endroit où j’ai parlé de l’étonnement d’une grande partie du public sur ce que des grands revers n’avaient pas été suivis d’un suicide [pag. 362], mon intention était de rappeler quelque chose de la vie réelle et de l’histoire de nos jours. Dans la copie que vous avez eu la bonté de m’envoyer, cet étonnement ne se rapporte qu’à des compositions dramatiques. Peut-être avez-vous eu quelque motifs que je ne peux comprendre d’ici, pour retrancher tout ce qui pourrait avoir rapport à des personnages et des événemens récens: pour ce qui me regarde, je crois qu’il n’y aurait aucun inconvénient; pour toutes les autres considérations, c’est à vous d’en juger, et de faire ce qui vous paraîtra convenable. Voilà bien des raisonnemens pour deux phrases, et voilà toute une feuille remplie de balivernes».

Ci manca il modo d’indagare se l’allusione, che nella forma definiva della Lettera è abbastanza trasparente («l’époque où nous nous trouvons a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances trompées...»), a Napoleone e ai fatali rovesci che a lui e a tanti suoi fidi, e infidi, seguirono, fu in tutto o in parte modificata. Ad ogni modo, appar chiaro che il Fauriel dovè ritoccare il suo ritocco, dacchè nella stampa lo stupore del pubblico riguarda, senza possibilità di equivoco, gli avvenimenti della storia contemporanea, non già alcune presunte azioni drammatiche.

Il 29 maggio di quello stesso anno 1822, il Manzoni riscrive, proponendo qualche altro cambiamento. Molto significativa è la sua risoluzione di cancellare il nome dello Schiller, là dove lo aveva messo in riga con lo Shakespeare e il Goethe. Dice (pag. 335):