Spectabili viro domino Nicolò Machiavelli
dignissimo Comessario in
Pisa honorando. In Pisa o in
Firenze.
Yhs.
Carissimo Nicolò. Io ho la tua sutami carissima, maxime che vegho ti sono nel cuore, perchè spesso ti ricordi di me: di che ti resto obligatissimo. E per essa ho visto in che ordine si truova Padova e di dentro e di fuori, che assai m'è piaciuto. Il discorso tuo è bellissimo; quale io ho mostro a questi signori condottieri e signori Consoli, quia omnes homines scire desiderant; e da tutti è stato assai conmendato. Io non lo posso nè aprobare nè riprobare, perchè qui siamo suti abandonati dal padre e dalla madre e da tutti e' parenti et amici: perchè non intendiamo cosa alcuna, salvo da qualche smarrito che vengha al campo di 15 giorni o uno mese: e però male ne possiamo fare qui iuditio, non intendendo qualche particulare come voi costì qualche volta intendete. Io ho bene qualche volta domandato questi signori condottieri che iudicio faccino della expugniatione de Padova; quali unitamente s'achordono, che per forza Padova non si possa perdere, assegnandone buone ragioni. In modo che, prestando loro fede, io inclinerei a quella oppinione volentieri. Ma me ne ritrae alquanto lo essere fratescho, che volentieri mi haderischo a tale oppinione, maxime vedendone e' subcessi im buona parte. E ci s'arogie il vedere e' tempi disposti totalmente contro ad essi Venetiani, adeo che credo sia cosa miracolosa più presto che naturale. Quomodocunque sit, credo che l'officio nostro sia più presto ricorrere a Idio, e pregharlo che lasci seguire il meglio, che poterne fare altro iuditio; anchora che io non sappia come questa conclusione t'abbia molto a satisfare, non perchè io creda che tu manchi di fede, ma sono certo non te n'avanza molta. Ricordovi bene, fate ogni diligentia di mantenere insieme il Cristianissimo, la Santità di Nostro Signore e il Cattolico; et advertite che una desperatione non facessi fare di quelle cose a qualcuno, di che nascessi la totale rovina di Italia; che quello exercito franzese non resti totalmente a discretione d'altri, che importerebbe troppo. Io harò caro haverti satisfatto, e in quello che io manchassi lascerò suplire al mio dottore. Ricordati sono tuo et a te mi rachomando. Idio ti guardi.
In Pisa a' dì iiijº d'ottobre 1509.
tuo Alamanno Salviati Capitano.
Al mio caro Nicolò Machiavelli in
Firenze.
LETTERE DI AMICI AL MACHIAVELLI, SCRITTE NEGLI ANNI 1509-1510.
Niccolò honorando. — Io riceve' la vostra de' 18 da Mantova, et intendo la suspensione dello animo vostro, etc.: di che mi maraviglio, havendo havuto alle mani altre cure di molto maggiore importantia, et ad pigliare partiti più periculosi che andare fino ad Verona. Bisogna, se mai usasti diligentia in advisare, lo facciate hora ad volere «turare la bocca a le pancaccie. Feci la anbasciata al Gonfaloniere: respose atendessi ad scrivere solecitamente.»[725] Hoggi andrò ad trovare l'amico che ha mandato per me, et farò el bisogno. Nuove non ci sono, che tutte dependono di costà. Fecionsi tutti e' Nove, così quelli cinque che mancavono come li altri 4 che hanno ad intrare ad gennaio. Hanno di già casso Francesco da Cortona, che è stato buona spesa. Non altro.
Florentiae, die xx novembris 1509.
Quem nosti.
Nicolao Maclavello secretario florentino,
in Verona o dove sia.
Niccolò honorando. Io vi scripsi pochi dì sono brevemente, perchè non ci era cosa alcuna di nuovo da darvene adviso, et manco ci è di presente. Sì che, in questo caso, se alhora fu' breve, hora sarò brevissimo ec.[727].... Et benchè molti chiachieroni cavassino fuora che fusti stato..., non è vero nulla.... Dio voglia.... Dixivi anchora come havevo visitato l'amico et datoli uno ducato, el quale mi ha renduto Francesco del Nero, perchè ne havevo necessità. Et li dixi havervi mandato certe zachere mi havevi chiesto. Sonvi ritornato dipoi. Hollo trovato che il male di che dubitava era chiaro, et voleva ire ad Prato in casa lo amico. Havevasi tagliato e capelli. Non so come si farà che bisogna patientia, et qui non è punto: et chi ne vuol guarire presto ne guarisce più tardi. Èlli advenuto quello mi ho sempre pensato. Attendete ad scrivere nuove assai, et fareteci piacere. Non attro. A voi mi raccomando.
Florentiae, die 30 novembris 1509.
Quem nosti.
El libro riharò hoggi et renderollo ec.[728]
Nicolao Maclavello secretario florentino
tanquam fratri honorando,
in Verona.
Al nome di Dio, addì xxii di novembre 1509.
Nicolò carissimo. Io ò la vostra de' dì xviij, et per quella intendo quanto dite che tutto si farà nel modo scrivete. A Totto Machiavelli scrissi apunto nel modo avixate. Messer Giovanvettorio non si risolveva, però ò fatto scrivere a messer Antonio circha alla causa principale; et in la incompetentia scrisse anchora messer Antonio, et messer Giovanvettorio m'à promisso di soscrivere. Oggi ò avere da messer Giovanvettorio soscritta la incompetenzia, et da messer Antonio la cauxa principale; et subito la farò soscrivere a li altri advocati vostri, et manderolle a posta a messer Antonio, chome ne ordinasti. Da me non si mancha di sollecitarla, di modo sono più ripreso d'importunità che di negligentia; che ogni dì sono quatro volte almancho al palagio del potestà. Achordo non ci spero alchuno, perchè non ò mai intexo cosa alchuna. Andai al magnifico Gonfaloniere, richordandogli la causa vostra, et chome io era procuratore a potere obligarvi: quando gl'intendessi cosa alchuna, sua Magnificentia si degnassi farmelo intendere. Dissemi che Francesco del Pugliese gli aveva a rispondere; et che manderebbe per me quando avessi nulla. Io, chome v'ò detto, con ogni favore, diligentia et sollecitudine attendo a questa vostra causa; et oggi mando al giudice messer Francesco Nelli et Piero; et quando il giudice arà la causa principale, vi manderò e' parenti et amici vostri et ser Giuliano. Io scrissi in vostro nome et feci scrivere da Giovanbatista Soderini a Monsignore Reverendissimo; et detti a ser Filippo del Morello ducato uno, et di mano in mano lo terrò contento. Giovanni Ughuccioni mi disse, il conto nostro esser del pari et che non aveva denari: però mi sono fatto servire de' denari ò auti di bixogno da L.º Machiavelli. À mostrato di farlo volentieri. Non giudicherei fussi fuori di proposito voi gli scrivessi un verso, ringratiandolo; et inoltre, perchè io non so chome mi bixognerà spendere, dirgli che quello m'achade me ne serva; lui ne à posto debitore voi. Se io potrò avere quelli da Giovanni Ughuccioni, non bixognerà gli dia noia. Col priore si farà quanto scrivete; et quanto io abbia da dirvi circha al piato, lo farò sempre. Sono a' chomandi vostri.
Franc.º del N.º in Firenze.
Egregio viro Nicolao Maclavello Segretario
dignissimo apud Maximianum.
Niccolò carissimo, etc. Ci è parso farvi questi versi, per allargare più il [tem]po del signor Mar. Antonio,[731] il quale, come sapete, finì la condocta sua a dì XV di maggio; et essendo stato raffermo, non ha voluto acceptare, ma voleva crescere in condocta o in titolo; il che non è stato consentito, per non parere tempo adesso nè a l'una nè a l'altra cosa. Onde havendo lui forse qualche practica, existimando fare meglio e' facti suoi, dixe qua a noi, essersi acconcio con il Re de' Romani, ma che haveva tempo ad ratificare tucto il mese di giugno presente: et domandò qui uno mese di tempo ad levarsi, et così li furono conceduti li alloggiamenti gratis. Doppo il quale tempo si ritirò in quello di Luccha, in sulla campagna; et pare sia stato alloggiato in uno castagneto. Hora, da due giorni in qua, si è levato voce, per lettere di Roma, lui essere acconcio colla Chiesa, «et che debbi fare cinquecento fanti, et altri cinquecento se ne truova facti a Roma, sotto due connestaboli; et si dice si coniungeranno con lui. Ove si habbi ad andare et quello si habbi ad fare non s'intende dicerto. Alcuni dicono, per la guardia di Bologna; alcuni altri per andare contro al Duca o ad Vinegia in favore de' Vinitiani. Puossi ancora dubitare che queste cose non si faccino per li affari di Genova; perchè si dice quella terra essere molto sospesa et sublevata, dopo la morte di messer Gian Luigi.»[732] Anchora è da considerare che «a Serazana si sono murati intorno a' fossi: dove si crede si sieno spesi quindici o 20 mila ducati; et vi è una forteza inexpugnabile. Et se detti fossi et fortificatione è fatta per ordine de Re, è da dubitare manco; ma se fussi facto per ordine de' Genovesi, è d'averne gran suspitione; perchè quello è uno ricetto inexpugnabile, et una porta da tenere il passo della Lombardia ad la Toscana, et havendo ad le spalle quali si vede che favoriscono tucte queste actioni et moti.»
Ci è parso significarvelo, «perchè ne advertiate Monsignore Aubertet, al quale di queste cose di Serezana facemo parlare più mesi sono d'Alexandro. Et ci pare questa cosa sia stata neglecta et straccurata. Recordateglielo per parte nostra et come cosa importantissima: che se v'entrassi messer Ottaviano Fregoso, non ne lo caverebbono per frecta.» Et vedete di porgere queste cose in maniera «che noi non ne riportiamo carico con altri,» come spesso suole intervenire. Et quando «conoscessi che fussi per resultarne carico d'altri, o le tacete o le fate intendere come da voi. Non mancate di ricordarli che tenghino bene le mani in capo a' Svizeri, et che intractenghino lo 'mperadore.» Circa alle altre parte harete lettere dal publico; et a noi non occorre dire altro. Bene valete.
Ex Palatio Florentino, die xxx iunii 1510, raptim.[733]
Petrus de Soderinis
Vexillifer iustitiae perpetuus Populi Florentini.
Amico nostro carissimo [Nicolao]
Machiavello man[datario] Florentino
apud Christianissimam [Maiesta]tem
etc. [Incort]e del Re Christianissimo.
Compare mio charo. Io ho pregato Ruberto[735] che vi rimandi presto, perchè almeno, perdendo lui, rihabbia voi. E per questo siate chontento, poi che lui è giunto, tornarvene presto, che Filippo e io vi chiamiamo tutto dì, poi che vi partisti, chè fu il dì di San Giovanni, se bene ho inteso, che non c'ero. Sono stato del continuo malato, e ho creduto a ogni modo passare nell'altro mondo: pure, da 15 dì in quà, mi sono rihavuto in modo che hora sto bene. Ma intendo tante chose a un tratto, che m'agirano il cervello, perchè, havendo havuto male, non l'ho potute intendere dì per dì, chome hanno facto gl'altri. E prima, Marchantonio Colonna, chon 150 chavalli e 500 fanti, esser ito, per ordine del Pontefice, a rivoltare Genova, et essersi chondocto là presso; et manchando di speranza, esser stato forzato a montare in su l'armata de' Venitiani, che girava là intorno, per questo medesimo effecto; havervi messo su qualche chavallo e parte della chompagnia, e 'l resto havere lasciato a discrezione. Io havevo Marcantonio, per relazione di molti, per huomo di gran iudicio e buon discorso, e molto cauto nelle imprese sue; nè mi posso persuadere qual sia stata sì potente causa che l'habbi chonstrecto chon sì pocha gente a mettere in pericolo la chompagnia, l'honore suo quale stimava tanto, e anchora la vita; perchè, se veniva in mano de' Franzesi, non credo l'havessino salvato. Lascerovi un pocho pensare anchora a voi, e alla tornata vostra ne parleremo.
Ma vegnamo al Pontefice, al quale non si può dire che, poi è in quel grado, il governo suo sia stato di matto; e in quello ha havuto a fare, pare sia ito anchora assai cautamente. Nondimeno pigla una guerra chol re di Francia, nè si vede per anchora che habbi in chompagnia altri che e' Venitiani, mezzi rovinati e disperati; e chomincia in modo a offendere il Re, da non doverne seguire pace presto. Perchè prima pigla come un ladro Monsignore d'Aus,[736] el quale el Re faceva dimostrazione stimare assai. Dipoi cercha, chon parole e chon fatti, farli ribellare Genova; e inanzi vi mandi armata o altro, publica per tutto che Genova si volterà, che non è se non dire al Re: Guardala. E poi che la prima volta non li è riuscito, dice volerla tentare la seconda. Assalta le chose del duca di Ferrara in Romagna, e per esser mal guardate, ne piglia parte. Restava la forteza di Luco che si bombardava: uscirono di Ferrara forse 605 chavalli franzesi, e al sol grido, tutte le gente del Papa si missono in fuga e lasciorono l'artiglerie; e' Franzesi ripresono tutte le terre che havevono prima tolto a Ferrara. In conclusione, io non intendo questo Papa, chome sia possibile che lui solo e' Venitiani voglin piglare la guerra contra a Francia. Dice G.i Chanacci che gli pare che 'l Papa habbi facto chome chi giuoca a fluxi o primiera, e vuole chacciare, e ha facto del resto; et che il Re sta dubbio di tenerla, dicendo fra sè: Se lui non havessi buono, e' non legherebbe sì gran posta. Ma se il Re la tiene, che si chonoscerà, chome chomincia a muovere gaglardo contro a Bologna, el Papa alhora tenterà di farne achordo. E io vi dirò il vero: vorrei che il Re pigliassi Bologna, seguissi la victoria, chacciassi il Papa di Roma, e che uscissimo di lezii, e seguitassi poi quel che volessi.
Restaci hora a vedere, se il Papa ha lo Imperadore e Spagna chon lui, chome molti giudicono. Io mi potrei ingannare, ma credo di no. Credo bene che lo Imperadore, quando havessi e' pacti che lui volessi dal Papa, si volterebbe contro al Re, perchè ha il cervello chome sapete volto a non si fermare. Ma sarebbono tali et tanti, che il Papa rimarrebbe sanza denari, e dubiterebbe di non perdere la guerra chol Re, e se la vincessi, di non havere a temere più lo Imperadore che hora non fa il Re. Hispagna, sanza lo 'mperadore, li parrebbe esser debole chon esso: dubiterebbe che se vincessi, havere a perdere non solo il Reame ma la Chastigla e l'Aragonia, per le ragioni v'à su il nipote.
Compare, io ho facto conto parlare chon voi. E delle cose drento non vo' dir niente, perchè Ruberto vi raguaglerà. L'amico è nelle mani del bechaio, chome era alla partita vostra. Nè altro. A voi mi rachomando.
In F., a dì 3 d'agosto 1510.
Franc.º
Spectabili viro Nicolao de Maclavellis
Secretario florentino apud Christianissimum
Regem Francie.
Lettera di un amico a Niccolò Machiavelli. Firenze, 29 agosto 1510.[737]
Carissimo Nicolò. Questi di cancelleria non hanno paura d'una penna; ma l'harebbono bene d'un remo. Et se non ti hanno ragguagliato del termine in che si truovano tucte le cose tue, è stato perchè nessuno vuole fare quello che non se li apartiene. Mogliata è qui, et è viva; e' figliuoli vanno al lor piede. Della casa non si è visto il fumo, et al Pertussino[738] sarà magra vindemia. Et questo è dove tu ti truovi. I'ò hoggi mandato duo volte per il nipote tuo. Non ci è venuto anchora: debbe forse essere fori alla villa. Domani farò di vederlo et li dirò il bisogno. La festa et questo subito spaccio ha facto che li 50 ducati non ti si sono potuti rimettere. Piglieronne il charico io. Et pensa che per la prima che si scriverrà a Lione, vi si scriverrà il bisogno. «Le tue lettere hanno facto di qua sbadigliare ogniuno, et pensa et ripensa, et poi non si fa nulla. Tu ci puoi vedere fino di costà, che si faccia et che si dica; et insomma noi siamo homini, che il caldo ci stempera et il freddo ci ranichia. Insomnia a noi ha a intervenire come a quelli di chi diceva Quintio[739] (sic): sine gratia, sine honore, premium victoris erimus. Questa chiesta delle genti ci conduce in loco dove forse ancora non si vede. Io per me la veglio farci scala a un altro apuntamento con grande iactura nostra, perchè noi manchiamo dell'obligo, et bisognerà ratoparlo forse con più panno che non saria stato tucta la vesta. Così interviene a chi non prevede. Et sare' bene che chi fu causa della partita di Marcantonio provedessi hora a questo disordine, il quale con molti altri nasce da quella lasciata. Ma gli è un bene, o per meglio dire, manco male, che se queste cose vanno avanti, noi faremo un brodecto d'ogni cosa. Io per me credo che gli arà a omni mo' a intervenire del Papa e della Chiesa, come intervenne di Venezia, che tanto pinse che vi entrò. Io non somiti dire altro.» Bene vale.
Florentie, die 29 augusti 1510.
Compater vester.[740]
«Non parlate con altri di questi mia ghiribizi.»
Spectabili viro Nicolò Machiavelli, ec.
Egregie vir maior honorande, etc. Hiarsera vi si scripse in frecta, et non vi si potè significare quello che per la presente vi si dirà. Per altre havete inteso che la condotta di Marcantonio finì a mezzo maggio, et volendo lui o titolo o augumento di condocta, li fu negato, et per rispecto delli altri condoctieri, et «per i pagamenti che ne corrono ogni fiera a Lione, et per conto de' due Re, et per i donativi.» Essendoli denegato lo aumento et il titolo, lui, come quello che doveva havere prima practiche colla Santità del Papa, si gittò in quello di Luccha, nè mai s'intese di chi lui fussi soldato, se non quando il Papa ne richiese del passo per a Bologna, il quale passo per a Bologna fu conceduto. Volle di poi il Papa particolarmente intendere il cammino che aveva ad fare, et li fu risposto che era per la Valdinievole, per il contado di Pistoia, et per la via della Sambuca, che riescie ad Albergha et al Saxo, in quello di Bologna. Lui finxe di volere andare a campo a Massa de' Marchesi Malespini.
Questo secreto di volere andare alla impresa di Genova a noi non fu mai noto. «Ma dubitandone, lo amico nostro vi scripse et di questo et d'altro sino a' dì ventisei di giugno. Ma Lucchesi dovevano sapernelo intero, che ci feciono, avanti la partita di Marcantonio, minacciare dal Papa delle cose di Bargha; et bisognocci provedere quello luogho in buona forma.» Il cammino suo fu per il Lucchese, per le terre del Marchese di Massa, il quale non poteva obstare, et per i terreni di Serzana: dove, passato la Magra, se ne andò alla Spetie. Dipoi stemo più giorni non potemo havere lingua con verità del progresso suo. L'armata dei Vinitiani comparì in uno tracto, nè mai se ne seppe niente, in modo che se noi non havamo provisto Livorno bene et Pisa, dove havamo messo per MD delle bandiere, il forte di Pescia et Sancto Miniato, non saremo stati senza grande pericolo. «Perchè, poichè l'armata fu passata, il Papa hebbe a dire che se non voltava Genova, verrebbono a Pisa et Livorno; et questo perchè, volendo mandare nuove fanterie drieto a Marcantonio, et richiedendone del passo (perchè venendo da Roma bisognava toccassino il dominio nostro), noi glielo negamo assolutamente, rispondendogli, che se noi havamo conceduto il passo a Marcantonio per a Bologna, lo havamo facto perchè reputavamo andassi per defensione delle cose della Chiesa; ma domandandolo per andare in Genovese, che era contro alle cose del re di Francia, nè per queste nè per altre gente non pensassi che noi havessimo a dare passo per quella via: et così li togliemo la facultà di potere rinfrescare Marcantonio di gente. Il quale Marcantonio se andava diricto alle porte di Genova senza fermarsi, et che l'armata si fussi presentata a una medesima hora,» vi diciamo «con certitudine che Genova voltava. Questo habbiamo da persona prudente, amicissimo nostro, che era in sul luogho.»
Questo vi si significa non per «esaltare le cose di Marcantonio o del Papa, ma perchè voi advertiate il re di Francia et Robertet del pericolo che si è portato; acciò che si provegha per una altra volta, confortandoli ad fare quelli provedimenti» che habbino ad «tenere ferma quella terra,» che bisognano «grandi, mentre che il Papa sta in questa fantasia.» Et il più «importante provedimento che si possa fare,» come per la agiunta hiarsera vi si scripse, «è mandarvi subito uno nuovo governatore, il quale sia» buono et prudente, et sia per tenervi le fanterie che sono pagate da quella terra, «et per non fare di quelle cose che» vi si fanno. Et se non fussi una singulare affectione che noi portiamo al re di Francia, non si metterebbe la falcie nella biada d'altri. Ma li vogliamo havere facto intendere quello che forse non hanno inteso da altri: del governatore passato Genovesi si laudano, «et vorrebbe essere» lui o uno altro simile a lui, che fussi per administrare iustitia. Et ricordate faccino presto. Se piace al Re di Francia et Roberthet, lo tenghino secreto, per non nuocere ad altri sanza proficto alcuno. «Ma se ricercheranno, troveranno questa essere la verità.»
Nel ritornarsene, Marcantonio mandò qui a domandare il passo, et essendoli negato, si misse ad imbarcarsi. Di quelle poche gente haveva Marcantonio a cavallo, imbarchò cavalli buoni da 120 in 130; delli altri ne venderono una parte, 2 o 3 ducati l'uno. Et avendo cominciato ad amazzare quelli che avanzavano, domandandoli in dono alcuni fanti, li donò loro. De' quali, quelli che sono arrivati nel dominio nostro sono stati tucti isvaligiati; benchè fussino ronzini deboli et di pocha qualità. Èssi inteso che il signor Mutio ne ha recuperati qualche uno, come per altra vi si è scripto. Marcantonio per mare isboccò a Porto Baratto,[742] et alla vista della armata franzese, si levò et andossene in quello di Siena sotto Massa, a uno luogho decto Pecora vecchia. Lui per staffecta se n'è andato a Roma, «donde s'intende che il Papa sta in opinione volere rifare la impresa di Genova.»
Il capitano delle galee vinitiane che sono a Civitavecchia si trova a Roma, «et dice aspectare altri legni per decta impresa di Genova, dove dice che hanno ad calare e' Svizeri per la via di Savoia et di Savona, de' quali il Papa haveva chiesti semila. Loro hanno decto che volevano essere octo mila, et ultimamente hanno facto intendere che vogliono essere diecimila almeno. Et il Papa si dice havere mandato là il danaro per altanti.» Se è vero o no, di costà se ne debba havere più certa notitia. Questo è «quanto a Marcantonio et alle cose di Genova.» Quanto alla causa del non havere dato «notitia a buona hora» etc., quello che si potè indovinare si scripse sino al tempo di Alexandro Nasi et a Francesco Pandolfini, apresso il quale ne può essere testimone. Ma si scriveva per coniectura. Quando si sarebbe potuto, «il Papa non ha lasciato venire li advisi prima da Roma, et dipoi da Bologna.»
Circa alla causa perchè lo oratore non è stato in Corte, se ne può assegnare molte. Prima Alexandro era stato di costà più di due anni, et desiderava extremamente tornare; et se cotesta Maestà non se ne contentava, stava a lei il dargli licentia. Lui, sanza licentia di costà, non sarebbe tornato. Et di qua si scontrarono le electioni qualificate ad non fare sì lungho viaggio. Venne di poi la electione di Ruberto Acciaiuoli, il quale per non essere di molto gagliarda complexione, non è potuto venire in questi caldi; ma infra due giorni partirà infallanter; «et non ci è stato artificio di alcuna ragione.» Questa cosa adunche «non debba ombreggiare,» essendovi «maxime stato voi che sete secretario della Signoria,» et per altri tempi «vi conoscono.» Qui non è stato «mai huomo che habbi pensato di partirsi dalle obligationi» etc., se non fussimo «in modo forzati che non havessimo rimedio.» Et quando questo si pensassi fare «da altri, doverrà Sua Maestà ancora lei provedere che noi possiamo persistere in fede,» come è «lo animo nostro. Et a' casi di Roberthet» si è pensato, et dato tale ordine «a Ruberto, che Sua Signoria vedrà» che non ha avuto «da dubitare della fede di qua di persona;» perchè noi «ci guardiamo dallo intromettere. Quando le promesse sono facte, non troverranno nel mondo una fede tanto stabile et tanto ferma quanto quella di qua.» Non si è differito di dare ordine «alli affari suoi per stare ad vedere quello che segue» etc. Perchè havendo una volta «fermo di stare in confederatione con il Re di Francia,» sappiamo molto bene quanto tempo è che «Roberthet è stato il primo secretario, et prima del Re Carlo, et dipoi di cotesta Maestà. Conosciamo la prudentia sua, la pratica grande che ha di cotesti maneggi, lo ingegno elevato che ha, et la cognitione che tiene delle cose di Italia;» et finaliter «quanto sia amato da cotesta Maestà.» Et però, non sia alcuno che existimi che noi habbiamo «immaginato o sognato non che pensato, che la auctorità sua non vengha a crescere in dies, perchè così meritano le sue virtù; et» così è desiderato grandemente da noi. Et però, chi havessi «pensato simile cose, si sarebbe partito molto dalla verità.» È parso di honorare Ruberto nel venire suo, che porti «la mente et ordine di quello che si ha ad fare verso Roberthet.» Et così seguirà et sarà cosa che «lui riconoscerà la fede di ciascheduno di qua, et basti.»
Restami ad farvi intendere che «indebitamente è stato dato carico a Monsignore di Volterra, che lui sia venuto dal canto di qua per operare che la Città si dispongha alla voglia del Papa. Chiamiamo Idio in testimone che questa opinion è falsissima, perchè nè lui enterrebbe in maneggio che tornassi contro S. Maestà, et qui non ne sarebbe udito.» Certificandovi che «S. Santità nuovamente lo chiama, forse per dubio che lui non pigli qualche altro cammino» etc. Fate fede di costà della verità, «chè certo le opere sue non meritano queste sinistre opinioni. Lui partì da Roma indispostissimo, macilento che non si reggeva a cavallo, et però in lettiera venne dal canto di qua, dove si è sempre stato in Casentino et in Mugello, nè qui è mai comparso, per non trovarsi in dispositione da potere negotiare. Pure speriamo in Dio che il male terminerà presto.» Vorremo che di costà si credessi che «lui non pensò mai di fare cosa che tornassi dishonore o damno a S. Maestà, ma sì bene utilità et honore.» Et sempre che «lui lo possa fare sanza incorrere nella indignatione di S. Santità, non porta huomo cappello in testa che lo facci più francamente et più volentieri.» Se sarà creduto così, sarà creduto la verità, sin minus, «harà patientia, seguiterà di fare bene, sperando che se non lo conosceranno li huomini, non mancherà di conoscerlo quello che vede tucto.» Et quelle verità che non appariscono in uno tempo, non mancha che si manifestano in uno altro. Non «fu mai più bella cosa. Noi dal Papa siamo tenuti franzesi naturali et stiecti;» et per questo «si è pensato da S. Santità delle cose che non sono state nè belle nè buone per noi: et i Franzesi dubitano della fede nostra.»
Questo ho voluto scrivervi per satisfare a me medesimo; «et perchè ne diciate di costà tucto a parte, secondo vi parrà conveniente. Tucto reputate scriptovi dallo amico nostro et così l'usate.» La brigata vostra sta bene. Scrivetele che, bisognando cosa che io possi, facci mecho con ogni sicurtà. Et bene valete. In frecta.
Ex Florentia, die vta augusti mdx.
Vester Antonius Iohannis della Valle.
notarius etc.
Compare carissimo. Io vi scripsi vj giorni sono. Di poi, come per le publiche vedete, el favore che si chiese «al Re, per havere uno condoctiere si mette di qua a entrata, perchè solicitato da qualcheuno desidera si tolga messere Teodoro.[744] Et voi, hora che non havete più paura, non vi ricordate di quello si richiese al Re, che fu di potere trarre col suo favore uno condoctiere di Lombardia. Lui ve l'ha dato, et voi lo lasciate in secco. Et però non vi maravigliate se voi non siate adoperati ad nulla. Voi vorresti uno che non dependessi nè da Francia nè dal Papa nè da Spagna nè da' Vinitiani nè da lo Imperadore. Mandate pel Soffi o al Turco per un bascià, o pel Tamburlano: che vi venga,» dice Monsignore di Cattro foys, «el canchero.»[745] E vi ricordo messer Hercole, che 'l fare et non fare non sta insieme. Il volere consiglio et favore di qua, et chiederlo et non lo acceptare, non sta insieme. Io vi dico che se «voi non torrete qualche uno di Lombardia, voi resterete in mala gratia, perchè io so che 'l Re ha dato intentione che voi torrete messere Teodoro.»[746] Fatelo intendere a chi vi pare, et uscite di questa pratica, che non pare si possa far niente, senza mala gratia et dispiacere di tutto el mondo. Altro non accadendo, mi raccomanderete alla Excellentia del Gonfaloniere, et li amici. Valete.
Ex Blesis. Die x octobris mdx.
Manum agnoscis.
Spectabili viro Niccolao Maclavello,
Secretario excelsi Populi Fiorentini
[compatri] carissmo, in Florentia.
Lettera di Biagio Bonaccorsi a Niccolò Machiavelli. Firenze, 22 agosto 1510.[747]
Niccolò, io vi ho scritto hoggi uno verso, dictante D. Mar.,[748] come vedrete. Et se io non vi ho scripto et non vi scriverrò, non ve ne maravigliate, chè li tanti affanni in che mi truovo mi cavono del cervello. Come sapete, la mia donna era malata al partire vostro; et finalmente mi è stata lasciata per morta da ogniuno, et se Dio non mi porge la sua gratia, non la troverrete viva. Et sono condocto ad tal termine che io desidero più la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei. Spendo ogni dì poco meno d'uno fiorino; et così rimarrò abandonato sanza compagnia et sanza roba. Non altro; raccontandomi a voi; et pregate Dio vi dia migliore fortuna che non fa a me, che forse lo merito più di voi.
Florentiae, die xxii augusti 1510.
Vester Blasius.
Nicolao Maclavello secretario florentino
suo plurime honorando. In
corte del Christianissimo Re.
Sentenza degli Otto di Guardia e Balia contro Filippo Strozzi, per aver preso in moglie Clarice figlia di Piero de' Medici, ribelle.
Die 16 ianuarii 1508/9.
Magnifici Octo viri Custodie et balie civitatis Florentie, omnes simul in loco eorum solite audientie et residentie collegialiter adunati, pro eorum officio exercendo, ut moris est, visa quadam notificatione, tempore eorum in officio precessorum reperta in tamburis, sub die xijª mensis decembris proxime preteriti, continenti in effectu quabiter Filippus alterius Filippi de Stroziis accepit in uxorem filiam Pieri de Medicis, rebellis huius Civitatis, et inimici huic bono et optimo regimini; et quod in predictis et circa predicta fiat ius et iustitia, prout latius constat et apparet in dicta notificatione, ad quam et contenta in ea dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
item visa quadam alia notificatione, coram dicto Officio exibita, sub die secunda presentis mensis ianuarii, per quam continetur idem effectus contra eumdem Filippum, et qualiter dictus Filippus accepit in uxorem Claricem filiam olim Pieri Laurentii de Medicis, et narratis quam pluribus per dictum Pierum de Medicis attentatis contra Comune Florentie, et contra formam statutorum dicti Comunis, et ibidem concluditur quod filii tam masculi quam femine dicti Pieri de Medicis declarentur rebelles Comunis Florentie;
et visis etiam duabus aliis notificationibus eiusdem effectus, repertis in tamburis dicti Officii, sub die quindecima presentis mensis ianuarii, et una alia notificatione exibita dicto Officio, hac presenti die, effectus predicti; et omnibus et singulis in dictis notificationibus et qualibet earum contentis, et de quibus latius continetur in libro querelarum et notificationum dicti Officii, sub diebus predictis, ad quem quidem librum et ad quas notificationes in omnibus et per omnia dicti domini Octo se retulerunt et referunt, et hic pro expresse narratis, et de verbo ad verbum appositis haberi voluerunt et mandaverunt;
et visis citationibus factis de dicto Filippo de Strozziis et earum relationibus: et visa ipsius Filippi comparitione et responsione et confexione, et qui confexus est matrimonium predictum contraxisse cum dicta Clarice iam sunt menses duo proxime elapsi, non tamen animo et intentione turbandi pacificum statum civitatis Florentie, et prout latius in dicta eius comparitione et responsione, facta coram dicto Officio, sub die quinta presentis mensis ianuarii, continetur et apparet, ad quam dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
et visa etiam alia comparitione responsione et exceptionibus, factis et oppositis per dictum Filippum de Strozziis, sub die duodecima presentis mensis ianuarii, et omnibus et singulis in dicta comparitione contentis;
et visa etiam sententia rebellionis contra dictum Pierum de Medicis lata et data, de anno Domini millesimo quadringentesimo nonagesimo quinto et sub die vigesimaquinta mentis septembris dicti anni, vel alio veriori tempore, per quam in effectu tunc domini Octo Custodie et balie civitatis Florentie, servatis debitis servandis et obtento partito secundum ordinamenta, deliberaverunt et declaverunt dictum Pierum ac etiam Julianum fratres et filios Laurentii de Medicis de Florentia et quemlibet eorum fuisse et esse rebelles Comunis Florentie, et prout latius in dicta sententia continetur, ad quam ad infrascriptum effectum dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
et visis omnibus et singulis statutis legibus provisionibus et ordinamentis Populi et Comunis Florentie, disponentibus tam contra rebelles Comunis Florentie et eorum filios et descendentes quam contra contrahentes matrimonium cum dictis rebellibus, et legibus provisionibus et ordinamentis quibuscumque, et maxime hiis de quibus in dictis notificationibus et qualibet vel altera earum fit mentio, et omnibus et singulis in eis contentis;
et visis omnibus et singulis legibus statutis provisionibus et ordinamentis circa predicta et infrascripta disponentibus, et omnibus et singulis in eis contentis;
et habito super predictis et infrascriptis dicti domini Octo inter eos maturo colloquio et consultatione;
Volentes in predictis, ut decet, ius et iustitiam ministrare, visis omnibus et singulis que in predictis et circa predicta videnda et consideranda fuerunt; vigore cuiuscumque eorum auctoritatis potestatis et balie, servatis servandis, et obtento partito secundum ordinamenta, et per omnes fabas nigras, amplectentes omnes notificationes predictas et de quibus supra fit mentio et qualibet earum, deliberaverunt et deliberando declaraverunt:
Filios masculos dicti Pieri Laurentii de Medicis, secundum formam statutorum et ordinamentorum Comunis Florentie, nec aliter nec alio modo, fuisse incursos et esse rebelles Populi et Comunis Florentie; dictam vero et infrascriptam
Claricem, filiam dicti olim Pieri Laurentii de Medicis, declaraverunt non fuisse nec esse rebelle in dicti Populi et Comunis Florentie; et propterea ipsam Claricem liberaverunt et obsolverunt a suprascriptis et supra narratis notificationibus et qualibet earum, et ab omnibus et singulis in eis et qualibet earum contentis, et pro absoluta et liberata haberi voluerunt et mandaverunt.
Quo vero ad dictum Filippum de Strozziis, pro eo quod contraxit matrimonium cum dicta Clarice, pro omnibus et singulis preiudiciis in quibus diceretur esse incursus, ex causis in notificationibus supra narratis et qualibet earum contentis; vigore cuiuscumque eorum auctoritatis potestatis et balie, servatis servandis, et obtento partito secundum ordinamenta et ut supra, deliberaverunt et deliberando relegaverunt et confinaverunt dictum et infrascriptum
Filippum alterius Filippi de Strozziis, civem florentinum, ad eundum, standum et permanendum in regno Neapolitano, pro tempore et termino trium annorum proxime futurorum, initiandorum die qua se ad dicta confinia presentaverit; ad que se presentare teneatur et debeat infra viginti dies proxime futuros a die notificationis sibi fiende de predictis;[750] et infra triginta dies postea subcessive post dictos viginti dies proxime et inmediate sequentes, teneatur et debeat misisse, presentari fecisse et dimisisse eorum Officio fidem, manu publici notarii, talis sue presentationis ad confinia predicta. Et teneatur et debeat predicta omnia et singula attendere et observare, sub pena rebellis Populi et Comunis Florentie. Et quod finitis dictis tribus annis, absque aliquo partito aut deliberatione desuper fienda, redire possit ad civitatem Florentie eiusque comitatum et districtum et ubi sibi libuerit et plaucerit, libere licite et inpune.
Ac etiam, ultra predicta, dictum Filippum condemnaverunt in florenis quingentis auri largis in auro, dandis et solvendis Provisori eorum Officii pro dicto Officio recipienti, secundum ordinamenta, infra tres dies ab hodie proxime futuros, sub pena dupli quantitatis predicte dicto Officio solvende ut supra.
Et salvis predictis supra per dictos dominos Octo deliberatis iudicatis et declaratis et in suo robore permanentibus, eundem Filippum de Strozziis liberaverunt et absolverunt ab omnibus et singulis aliis penis et preiudiciis, in quibus modo aliquo diceretur et allegaretur incursum esse, ex narratis in supra narratis notificationibus et de quibus supra fit mentio et qualibet earum; et pro absoluto et liberato haberi voluerunt et mandaverunt in omnibus et per omnia. Mandantes etc.
Incamerata die 18 ianuarii 1508 per Joannem Malaspina famulum Rotellini dicti Officii; et ita retulit dicta die incamerasse condemnationem et relegationem suprascriptam.
Commissa fuerunt predicta notificare dicto Filippo, die 19 ianuarii 1508, Joanni Malaspine famulo Rotellini dicti Officii.
Qui dicta die retulit mihi notario infrascripto predicta notificasse dicto Filippo personaliter et in personam, dicta eadem die xviiij dicti mensis ianuarii, cum dimissione cedule notificationis predicte.