Spectabili viro Nicholò Machiavelli,
in Firenze.
Compar mio caro. Non risponderò in questo principio a l'ultima ho da voi, ma seguirò dove io lasciai, che credo fussi, in sul ripugnare all'amore quanto potevo. Nè credete pensassi che non bene conveniant maiestas et amor, perchè a me pare havere più maiestà quando sono Francesco in Firenze, che hora qui sendo oratore. Ma consideravo che ho 40 anni, ho donna, ho figluole maritate e da marito; non ho però roba da gittare; ma che sarebbe ragionevole che tutto quello potessi risparmiare lo serbassi pelle figluole; e quanto vile choxa sia lasciarsi vincere alle voluptà; et che costei era qui vicina, et che in essa spenderei a ogni giorno, n'harei mille fastidi; oltre a questo, per esser bella et giovane et galante, havevo a pensare che, come piaceva a me, piacerebbe anchora a altri e d'altra qualità non sono io, in modo la potrei goder pocho et ne starei in continua gelosia. Et chosì, andandomi raggirando questi pensieri pel capo, fermai il proposito levarmela in tutto dall'animo; e in questa fantasia stetti dua giorni. E già mi pareva essere confirmato in modo da non esser rimosso di mia oppenione. Accadde che il terzo giorno la madre venne a parlarmi, da sera, e menò seco la figla; e io ch'arei giurato difendermi da huom coperto d'arme, con parole et con atti fu' legato. La madre parlò di sue faccende, poi s'uscì di camera, e me la lasciò sola al fuoco: nè io potetti fare non parlassi seco e li tochassi le mani e 'l collo: e mi parve sì bella e sì piacevole che tutti e' propositi havevo facto, m'uscirono del capo, e deliberai darmi in preda a essa, e che mi governassi et guidassi chome li pareva. Nè vi voglio dire quello sia subcesso poi: basta che mi è achaduto e fastidi et gelosia più non stimavo. La spesa è bene insino a qui stata minore, ma l'animo è stato sempre in angustia. E quanto più li parlo, più li vorrei parlare, e quanto più la veggo, più la vorrei vedere. Pure mi è venuto a proposito, che Piero mio nipote ci sia venuto: perchè prima veniva in chasa a cena come li pareva; hora non vien più; e potrebbesi anchora spegnere il fuoco, che non credo però sia apichato in modo che questa aqua non lo debba extinguere. Ma, Nicolò mio, voi non vedesti mai colli ochi la più bella choxa: grande, ben proporzionata, più presto grassa che magra, biancha con un colore vivo, un viso non so se è affilato o tondo, basta che mi piace, galante, piacevole, motteggievole, sempre ride, pocho accurata di sua persona, sanza aque o lisci in sul viso: dell'altre parte non voglo dire dire nulla, perchè non l'ho provate quanto desidererei. Nè crediate però che in su questo non habbi havuto da Filippo e Giuliano qualche riprensione o voglam dire amorevole monitione; e io ho risposto loro quello mi par sia vero, che mai è da riprendere uno quando tu pensi che lui conosca d'errare, perchè questo non è altro che accrescerli passione, nè per quello si ritrahe o rimuove dell'errore....
A chi vive l'intervengono diversi casi; e però non mi maraviglo che la Riccia sopra ira habbi biasimato il consiglo de' savi:[781] nè credo per questo non vi porti amore, et che non v'apra quando volete; perchè la reputerei ingrata, dove insino a hora l'ho iudicata humana et gentile. Et son certo che Antonfrancesco non l'ha facta superba; el quale mandò qui un suo frate, per un benificio, che m'ha decto che lui non dorme più a chasa sua, ma a un orto presso a Bernardo Rucellai, che si chiama la Riccia, e lo fa per havere più commodità di studiare.... Non voglo dimenticare Donato. Io sempre sono stato più rispiarmatore de' danari d'altri che de' mia, e però non ho usata la sua commessione. Io vorrei che Donato intendessi da Iacopo Gianfigliazi, se lui crede che Lorenzo lo facci imborsare chome mi promisse. Se lo crede, non entriàno in spendere più che quello s'è speso insino a hora. Se non lo crede, usereno questi rimedii che lui mi scrive. Et chome fia imborsato, pensereno al farlo vedere;[782] e credo ci riuscirà. Sì che pensate se vi piace questo modo, che io farò quello vorrete. Nè altro v'ho a dire su per questa. Christo vi guardi.
Francesco Victori oratore in Roma.
Compar mio. Non vi maraviglate che io non v'habbi risposto a una vostra de' x di giugno, perchè aspettavo quella che voi dicevi haver lasciato in villa, e poi vi volevo rispondere. Oltre a questo, voi in essa mi parevi fuor di modo aflicto, e io non potevo consolarvi, chome harei desiderato e chome desidero, perchè non sarebbe charico nè faticha nè incomodo che per voi non piglassi. E anchora che per la mia vi dicessi il rispecto havevo havuto a non vi chiamare qua su, vi dico per questa che, quando crediate sia a vostro proposito, non guardate a quello, e vegnate liberamente chome se venissi in chasa vostra. Perchè, anchora che a me chaschino più dubbii nella mente che a tutti gli altri huomini, nondimeno mi guardo da offendere nessuno; e seguita poi che vuole.
Per la vostra de' 22 di questo, intendo quello mi scrivete circa a Donato; e però io vi voglo replicare tutto quello ho operato in questo caso, e perchè domandavo la lettera de' cento ducati. Un anno fa Donato mi scripse che desiderava esser imborsato; e chosì per sua parte ricerchai il magnifico Iuliano, e lui ne scripse a Lorenzo, nè so che effecto si facessi la lettera. Se non che, Donato mi ricerchava del medesimo; in modo che io, stimando che la lettera di Iuliano non facessi fructo, ne chiesi una al Cardinale de' Medici. Promisse farla; ma intanto Lorenzo venne qui, di dicembre passato, e alhora feci che 'l Cardinale gnene parlò, e anchora io, e lui promisse liberamente farlo imborsare. Successe poi che Donato e anchor voi pensasti che era meglo far vedere,[784] dicendo che in questo spenderesti ducati cento. Io, che non confidavo in una lettera semplice del Cardinale, ne conferi' con quello amico sapete, dicendoli: — Quando ci riesca, ne caveremo ducati cento. — Lui dixe: — Fa' che 'l Cardinale me ne dia commessione, e lascia poi fare a me. — In modo che la feci dare, non una volta ma dua; e alhora vi domandai per lettera, quando era il tempo che tochassi la Minore al nostro Gonfalone.[785] Il tempo era lungo, come, sapete in modo che alhora non si potè fare niente. Cominciai dipoi a ricordare a' Signori, e trovai l'amico non volto chome prima. Dubitai non diffidassi de' cento, con pensare che, havendogli havere da me, farei a sicurtà. E però scripsi a Donato, che ordinassi ch'e danari fussino qui. Nè questo feci perchè, anchor che io sia povero, non habbi modo a spendere cento ducati per uno amico, ma solo per poterli dire: Ecco qui la lettera d'aviso al tal banco, che mi paghi e' danari a posta mia. E accadde appunto ch'una mattina che l'amico desinava mecho, venne una lettera di Donato chon una inclusa a Piero del Bene e compagnia. Domandòmi che lettera fussi, e io gnene dissi. E subito mandai uno a portare la lettera a' Beni, a domandare se me la pagassino quando volessi. Loro risposono che la pagherebbono ogni volta, ma che non volevono stare ubrigati dua mesi, ma bastava loro stare ubrigati sei dì. Questa risposta non li satisfece; e se bene io li dixi: — Io mi farò dare e' danari, e quando la chosa fia condocta, li harete —, non li piacque, chome quello che non li voleva havere haver da me. E io in facto non ero per tochare e' danari, insino l'effecto non fussi seguìto; perchè non voglo che sia mai huomo che pensi che per simil conto mi vogla valere nè far fare nessuno. A me bastava solo ch'e' Beni dicessino che mi pagherieno e' cento ducati sempre, intra sei mesi che io li volessi; e io harei potuto monstrare all'amico mio questo, e forse si saria satisfacto. Ma loro me li volevono dare contanti; il che non era il bixogno. Nientedimeno il chaxo è qui. Di nuovo rapicherò questo filo; e se lui vorrà scrivere in nome del Cardinale, in buona hora; se non, harò a ogni modo una lettera del Cardinale a Lorenzo, e una ne scriverrò io, e vedremo che effecto farà. Non biasimerei però che Donato facessi chostì qualche opera col magnifico Iuliano, che crederrei fussi a proposito. E pensate che di quello potrò fare non ho a manchare; e sono tutto vostro e suo. Christo vi guardi.
Franciscus Victorius orator Rome.
Compare caro. Dopo un lungo silentio, in dua giorni passati ho tre vostre, una che mi domandate stamettio azurro per un paio di chalze, el quale vi manderò domani, nè ricercherò per chi lo voglate, che mi satisfarò del contentarvi; l'altra, latina,[787] me la doveva portare un Tafano, amico vostro; e donde sia proceduto, non m'è chapitato inanzi, ma me l'ha facta dare a un bottegaio, che la pose in mano a un mio famiglo. Duolmi non l'havere visto, e per aiutarlo per amor vostro, e per intendere il modo del vivere vostro, di che vi rimettete a lui. Faronne cerchare, e se lo ritroverrò, anchora che sia di pocha auctorità, gli monsterrò che la vostra lettera gli gioverà. L'altra che mi risponde a' quesiti vi feci, hebbi hieri. Anchora non l'ho monstra a Monsignor de' Medici, el quale mi commisse ve li facessi. Credo gli satisfarà, perchè satisfa anchora a me. Quando l'harò monstra, vi risponderò quello mi dirà.
Pluries cum Paulo fratre meo, qui te plurimum diligit, de te loquutus sum. Is, ut spero, intra mensem redibit, et ab illo scire poteris quantum tibi tribuam, et quantum de te cogitem. Sed, crede mihi, fatis agimur. Legi, superioribus diebus, librum Pontani De Fortuna, noviter impressum, quem ipse ad Consalvum magnum direxit: in quo aperte ostendit, nihil valere ingenium neque prudentiam neque fortitudinem neque alias virtutes, ubi fortuna desit. Rome, de hac re, quotidie experimentum videmus. Aliquos enim cognoscimus ignobiles, sine literis, sine ingenio, in summa esse auctoritate. Tamen acquiescendum est; et presertim tu hoc facere debes, qui malorum non es ignarus, et qui graviora passus es. Dabit Deus his quoque finem. Ego hic vivo et valeo, non penitus tamen. Strumma quod in collo, ut scis, habeo, in dies crescit, animique dubius sum an resecandum sit. Pontifici Maximo et reliquis nostris Medicibus sum, meo iudicio, satis gratus: tamen nihil ab illis peto. De salario mihi secundum leges concesso sumptus facio, et mense finito nihil ex illo mihi reliqui est. Ab amore emancippatus sum: in gratiam cum libris redii, et cum lusoriis cartis.
Ho richiesto il magnifico Lorenzo della faccenda di Donato, che non pensassi nè voi nè lui me l'havessi dimentichato. E lui mi ha promesso, alla tornata, farlo ritirare, et che insino a qui non s'è ritirato alchuno; et che tutti quelli che sono seduti o veduti havevon voto. Ma voi et Donato mi facesti entrare a promettere a quello amico, che pensa ogni modo, chome la chosa riesce, trarne; anchor che non ci duri faticha, perchè le lettere lui l'ha scripte, ma io l'ho domandate; et col magnifico Lorenzo ho facta l'opera io et tanto calda quanto ho possuto. Nondimeno lui sa che io ho quella lettera di Piero del Bene, de' cento ducati, perchè gnene mostrai, per farlo andare; e sa ch'ella non dura se non sei mesi, che sono presso alla fine. Et non vorrei che lui, pensando non avere a esser di meglo, s'ingegnassi guastare; che sapete quanto è facile. Però, quando a Donato paressi farla rifare, me ne rimetto in lui; faccendoli sempre intendere che un quatrino non se ne tocherà insino che l'effecto non è seguìto. E anche poi c'ingegneremo rispiarmare, se fia possibile. Ma a non volere che impedisca, bixogna poter monstrare la lettera; che non è anchora dua giorni me lo ricordò. Vostro danno che anchora non potessi tirar tucto a vostro tempo; pure potevi qualchosa, e vi lasciasti uscire e' tordi di mano.[788] Nè altro v'o ha dire, se non che mi rachomando a voi e alli altri Machiavelli. Cristo vi guardi.
Franciscus Victorius orator Rome.
Spectabili viro Nicolò Machiavelli,
in Firenze.
Ecce iterum mihi bella movet violenta cupido,
Compater, ecce iterum torqueor igne novo.
Veramente che Ovidio dixe bene che l'amore procedeva da otio. Io che non ho faccenda, vorrei fare chome Mino da Siena, e sto tanto ochupato in questo, che non vi riscrivo chome sarebbe il debito mio. L'una et l'altra lettera vostra circa e' quesiti vi feci, hanno visto il Papa e il Cardinale di Bibbiena e Medici, e tutti si sono maraviglati dello ingegno e lodato il iudicio. E anchora che non se ne chavi altro che parole, e per la mala sorte et perchè io non sono huomo che sappi aiutare gli amici, nondimeno, essere in buona oppenione delli huomini grandi qualche volta vi potrebbe giovare. Io volevo contradire a qualche ragione delle vostre, per passar tempo et darvi materia di scrivere; ma ochupato, chome dicho di sopra, ho posto da chanto lo scripto che havevo chominciato; e forse lo finirò un'altra volta, e manderovelo.
Io non so se havesti il panno per le chalze, che lo mandai pel prochaccio, e ordinai lo lasciassi a chasa Simon chavallaro, e poi a Filippo del Benino che ve lo facessi intendere, nè da lui ne ho risposta, in modo dubito non l'habbiate havuto. Sì che rinvenitelo, che non vorrei per niente, in una choxa m'havete chiesto da cento anni in qua, mancharvi.
Hebbi la vostra sopra il caso di Donato e la sua a' Beni, chon l'ordine di Piero. Diteli che Lorenzo m'ha promesso, chome torna, ritirarlo, e poi farlo vedere. Se lo farà, la experienza lo monstrerrà. A me ha promesso chosì, e avanti si parta, gliene ricorderò: e perchè voi mi chonoscete, lo potete far certo, che se non me l'havessi promesso, non lo direi: perchè mio chostume non è empiere li amici di vane speranze. A danari chon l'amico fareno il meglo potreno; che, ancora non s'habbi adoperare, sendo privato di speranza potrebbe cerchare d'impedire. E però lo terrò chon qualche apicho, che credo sia chosì a proposito. Nè per questa ho da dire altro. Christo vi guardi.
Franciscus Victorius orator Rome.
[Spectabili vi]ro Nicholò Machiavelli,
in Firenze.
Si epiloga la disputa sollevata intorno all'ipotesi che il Machiavelli conoscesse il greco, rispondendo alle ultime osservazioni fatte per sostenere questa ipotesi.[790]
Da qualche tempo il professor C. Triantafillis ha sollevato una nuova questione letteraria, che ha richiamato l'attenzione del pubblico. Egli vorrebbe provare, contro l'opinione finora prevalente fra i dotti, che il Machiavelli conobbe il greco, e lesse gli scrittori della Grecia nella loro lingua originale. Se ciò gli riuscisse, sarebbe certamente utile, come è sempre utile ogni verità accertata, e cadrebbero molte considerazioni fatte da autorevoli scrittori sulle conseguenze che portò nelle opere del Machiavelli la sua ignoranza del greco. Oltre di ciò, a risolvere il problema che si era proposto, il professor Triantafillis, che è nato in Grecia, doveva necessariamente ricercare quali autori greci il Machiavelli aveva, nella lingua originale o nelle traduzioni, letti, studiati, imitati o anche copiati. Nessuno potrà negare che queste indagini sono utili, e che il professor Triantafillis meriti perciò di esser molto lodato. Ma ha egli risoluto il problema che s'era proposto? Che cosa ha trovato di nuovo? Ecco quello che ci proponiamo ora di esaminare, e lo faremo con tutta la franchezza e con tutta la deferenza dovute ad un uomo che si sforza di trovare la verità.
Due sono i lavori che iniziarono la discussione, e vennero alla luce in Venezia l'anno 1875. Avevano per titolo l'uno: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci; l'altro: Sulla vita di Castruccio Castracani, scritta da Niccolò Machiavelli. Ricerche. Nel primo di essi il professor Triantafillis dimostrava tre cose:
1º Che il dialogo Dell'ira e dei modi di curarla, attribuita al Machiavelli, era una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi;
2º Che la brevissima lettera dedicatoria del Principe ha molta somiglianza coi pochi versi, che son come il proemio del Discorso del principato, da Isocrate indirizzato a Nicocle;
3º Che un brano abbastanza lungo e molto importante, perchè discorre delle varie forme di governo, nel secondo capitolo dei Discorsi sulla prima Deca, è quasi tradotto da un Frammento del sesto libro di Polibio.
Lasciando per ora da parte la seconda di queste affermazioni, perchè il professor Triantafillis tornò più tardi, come vedremo, sulle imitazioni da Isocrate, restano la prima e la terza, che meritano di essere ben ponderate. E ciò perchè l'autore vi aggiunge ancora questo ragionamento, che parrebbe molto chiaro e stringente: Secondo il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, l'opuscolo di Plutarco fu tradotto la prima volta nel 1526, i Frammenti del sesto libro di Polibio, nel 1557. Ora il Machiavelli che morì nel 1527, aveva scritto assai prima i suoi lavori; dunque dovette leggere Plutarco e Polibio nell'originale, e così resta finalmente provato che egli conobbe il greco.
Se non che gli fu osservato dal prof. E. Piccolomini, che il ragionamento non era poi così chiaro e stringente come pareva; anzi non reggeva addirittura. Il Lessico dell'Hoffmann cita solo le traduzioni stampate, e l'anno in cui esse vennero alla luce. Or le traduzioni di autori greci, fatte in Italia nel secolo XV e nei primi del XVI, che restano ancora inedite nelle nostre biblioteche, sono infinite, ed il Machiavelli poteva, come fecero tanti altri, leggerle e valersene, senza perciò conoscere il greco. Venendo poi al caso speciale, è assai contrastato se il dialogo Dell'ira sia veramente del Machiavelli, anzi i più lo negano. L'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, era inoltre già assai prima del Machiavelli stato tradotto. Una versione inedita e latina, corretta e raffazzonata da Coluccio Salutati, a cui venne da alcuni senz'altro attribuita, trovasi nella Laurenziana, e di essa, com'è naturale, l'Hoffmann non parlò, nè doveva parlare.
Quanto al brano dei Discorsi, è certo del Machiavelli, ed è imitato, quasi tradotto, da Polibio. Esso è molto importante, ed il fatto quindi abbastanza notevole. Ci duole però di dover qui dire al prof. Triantafillis, che la cosa era stata, assai prima che da lui, osservata già da altri. Nella Bibliotheca Graeca del Fabricio (Amburgo 1718-28), vol. II, p. 757, nota b, trovansi infatti queste parole: Hanc Polybii elegantissimam dissertationem expressisse videri potest Machiavellus, lib. I, diss. in Decadem primam Livii, cap. 2. Il prof. Piccolomini notò inoltre che i Frammenti del sesto libro di Polibio erano di certo stati tradotti nella prima metà del secolo XVI: quello sulla milizia romana da Giovanni Lascaris; l'altro sulle forme dei governi (lo stesso che il Machiavelli aveva imitato) da Francesco Zefi, la cui traduzione latina trovasi nella Laurenziana.[791] Nè si può negare la possibilità che altre traduzioni inedite e più antiche si trovino nelle nostre biblioteche, o che, perdute oggi, esistessero al tempo del Machiavelli.
Il secondo opuscolo del prof. Triantafillis trattava della Vita di Castruccio Castracani, scritta dal Machiavelli. Si sapeva da tutti che questo non era un lavoro storico; molti lo avevano chiamato un romanzo, un ghiribizzo, un capriccio. Il Menagio, ricordato dal Fabricio (vol. III, pag. 352, § 64), affermò che i detti memorabili ivi ricordati eran presi dagli apoftegmi di Plutarco. Ma il prof. Triantafillis dimostrò, e per quanto sembra, fu il primo, che il Machiavelli aveva invece imitato la vita di Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, pigliando non da Plutarco, ma dalla vita di Aristippo, scritta da Diogene Laerzio, i detti memorabili, che pose in bocca del Castracani. A questo però aggiungeva: i libri XIX e XX di Diodoro sono stati, secondo lo Schoell (Storia della Letteratura greca) tradotti la prima volta nel 1578; dunque il Machiavelli non potè leggerli che nell'originale greco, come anche dal greco di Diogene Laerzio dovè togliere i detti memorabili. E così si aveva, secondo lui, una nuova conferma, che il Segretario fiorentino conobbe la lingua di Omero.
Ma quanto alle Vite di Diogene Laerzio, esse furono tradotte in latino da Ambrogio Traversari, la cui versione era già stampata alla fine del secolo XV. È difficile supporre che il Machiavelli non l'avesse letta. Quanto ai libri XIX e XX di Diodoro, fu dal prof. Piccolomini osservato, che se il Bracciolini aveva tradotto solo i primi cinque libri; se un'altra versione inedita e poco nota, che è dedicata a Pio II, e trovasi nella Laurenziana (Cod. 10 del Plut. 67), non va oltre il libro XIV, nulla impediva il supporre che anche degli altri libri vi potessero essere traduzioni inedite, anteriori al Machiavelli. Infatti egli trovò più tardi, che anche dei libri XVI e XVII v'era una traduzione, già stampata a Venezia nel 1517 (Diodori Siculi scriptoris graeci libri duo [XVI e XVII] utrumque latinitati donavit Angelus Cospus Bononiensis. Venetiis, 1517). Da ciò si vedeva sempre più, come non fosse punto vero che gli altri libri non potessero essere stati tradotti: e che, in ogni modo, il volere sopra un fatto così ipotetico fondare la certezza che il Machiavelli avesse conosciuto il greco, quando si avevano affermazioni contrarie di autorevoli scrittori antichi e moderni, non era possibile. La questione, adunque, non aveva in verità dato alcun passo, e dopo gli opuscoli del prof. Triantafillis restava nelle condizioni di prima.
Tale però, come si può bene immaginare, non era la sua opinione. Infatti nelle Veglie Veneziane del 1877 egli pubblicava una lettera a me diretta, e più volte ristampata, con la quale cercava di ribattere tutte le obbiezioni che gli erano state mosse da me e dal prof. Piccolomini. Si doleva sopra tutto, che si tenesse in poco conto il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, del quale faceva molti elogi. Ma nessuno aveva mai negato il merito di quel lavoro. La sua autorità non poteva però, nel caso nostro, essere tirata in campo, perchè fuori di luogo nella questione di cui si trattava. L'Hoffmann fece e professò di far solo una bibliografia delle traduzioni stampate; il Piccolomini parlava invece delle inedite, le quali a torto il prof. Triantafillis aveva escluse dalle sue ricerche.
Quanto alla traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, la quale da alcuni si affermava solo corretta dal Salutati, e da altri era invece a lui stesso attribuita, il professor Triantafillis diceva: «Ma può Ella accertare che sia proprio di lui, e che non sia una traduzione più recente?» Si può accertare invece che è più antica, e lo sappiamo dallo stesso Salutati, che in una epistola premessa alla traduzione, la dice di un tal Symon archiepiscopus thebanus. Il fatto era stato ricordato dal prof. Piccolomini, che nei suoi scritti è sempre preciso ed esatto oltre lo scrupolo. Egli osservò poi che il Fabricio, nella sua Bibliotheca latina med. et inf. aet. (vol. VI, pag. 187), notava che il traduttore era un tal Simon Constantinopolitanus, Iacumaeus vel Sacumaeus ab Allatio dictus..., episcopus a Clemente VI renunciatus, anno 1348. E lo stesso Fabricio aggiungeva che la versione, essendo in più luoghi oscura ed ambigua, per la inesperienza del traduttore, che era greco e non conosceva bene il latino, cultiori stylo illam refinxit Coluccius Salutatus.
Quanto al Frammento di Polibio sulle forme di governo, il prof. Triantafillis sosteneva, che nessuna traduzione poteva essere antecedente al 1587, anno in cui il Frammento stesso fu pubblicato a Basilea. E continuava: «La principale poi delle ragioni per cui non potevano esistere traduzioni di alcuni brani e libri di Polibio, di Diodoro e di altri autori, era la mancanza degli originali: dico la mancanza e non la rarità.» Veramente questo linguaggio pareva allora assai sibillino, perchè non si capiva bene come mai il Machiavelli avesse potuto imitare e tradurre da originali che mancavano. Vedremo più tardi che cosa il prof. Triantafillis volesse con ciò significare. Intanto egli affermava, che in ogni caso la traduzione dello Zefi doveva essere posteriore al 1537, perchè il Negri dice che lo Zefi fioriva nel 1540, e si sa che fu censore dell'Accademia fiorentina dal 1542 al 1544. Veramente tutti sanno che l'autorità del Negri è molto disputabile. Certo è invece che alcuni lodati versi latini dello Zefi si trovano nel Lauretum, stampato dai Giunti verso il 1516, secondo il Bandini. E questi, che è ben più autorevole del Negri, discorrendo del manoscritto della traduzione di Polibio, lo dice: «saec. XVI ineuntis,» aggiungendo che lo Zefi morì nel 1546, valde senex. Nel 1540 non poteva dunque fiorire.[792]
Circa alla traduzione di Diogene Laerzio, fatta dal Traversari e stampata nel secolo XV, il prof. Triantafillis non rispondeva nulla. Si fermava invece a disputare su Diodoro Siculo. Il prof. Piccolomini aveva scritto: «dei libri XIX e XX una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli, non mi è nota.» Ed il prof. Triantafillis diceva: «Confessa che le traduzioni non esistevano al tempo di Machiavelli, ma ciò non ostante egli preferisce di credere che il Machiavelli si valesse delle traduzioni e non degli originali!» Veramente qui ci deve scusare; ma il punto ammirativo sta proprio male. Egli fa dire al Piccolomini quel che non ha mai detto. — Dei libri XIX e XX non ho finora trovato una traduzione anteriore al Machiavelli. Non è impossibile che vi sia, o vi sia stata, ma non mi è nota. — Ciò è ben diverso dal dire: non esiste e più ancora dal dire: non esisteva al tempo del Machiavelli. Strano sarebbe poi il pretendere, che dal non essergli nota un'antica traduzione di quei due libri, egli dovesse cavarne la conclusione che il Machiavelli conosceva il greco. Se dunque i due opuscoli del prof. Triantafillis lasciavano la questione nello stato di prima, la sua risposta alle obbiezioni che gli erano state fatte, mi pare che lasciassero a queste tutta la loro forza.
Egli aveva però accennato ancora ad un'altra questione più grave assai; aveva cioè promesso di dimostrare che il Machiavelli non solo aveva imitato Isocrate nella brevissima lettera dedicatoria del Principe, come abbiamo accennato più sopra;[793] ma aveva dal medesimo autore preso nientemeno che il concetto stesso del libro del Principe. Per quanto la cosa potesse parere poco credibile e assai strana, pure destò subito molta curiosità. Nei secoli XV e XVI era stato tanto generale l'uso di copiare brani, pagine, capitoli interi da autori antichi o contemporanei, senza citarli mai, che qualche cosa di questo genere poteva forse essere avvenuta anche nel Principe. E venne finalmente alla luce l'aspettato lavoro del prof. Triantafillis: Nuovi studii su Niccolò Machiavelli. Il Principe. Venezia, 1878. In esso però la questione era subito ridotta in limiti molto modesti. Da Isocrate non erano cavati i concetti fondamentali del Principe; ma le ultime cinque pagine, la esortazione cioè a liberare l'Italia dai barbari. Queste cinque pagine erano, secondo il prof. Triantafillis, imitate dalle ultime otto del Discorso d'Isocrate a Filippo re di Macedonia.[794] — Quando tutto ciò fosse vero, sarebbe una cosa assai strana, perchè quella conclusione del Principe ha talmente l'impronta del suo tempo, si riferisce talmente a fatti contemporanei, che se fosse davvero copiata dai Greci, non ci sarebbe più da distinguere in nessun modo le epoche e gli uomini fra loro più lontani.
A me sembra, come del resto fu subito notato dal prof. Molmenti nella Nuova Antologia, che chi legge quelle due conclusioni non può in modo alcuno creder l'una copiata e neppure imitata dall'altra. Nell'una Isocrate persuade Filippo, che aveva già compiuto grandi imprese, a mettere la concordia tra i Greci, per assalire poi e domare i paesi barbari dell'Asia. Nell'altra il Machiavelli vuol persuadere Lorenzo dei Medici a liberare colle armi l'Italia dai barbari. Certo nella situazione generale v'è qualche analogia; ma, salvo ciò, chi legge quei due brani molto diversi per idee, per stile ed anche per lunghezza, poco altro può trovarvi di comune. Isocrate parla minutamente degli Argivi, dei Tebani, dei Lacedemoni, dei Macedoni, e consiglia la conquista dei paesi barbari; il Machiavelli parla delle condizioni generali d'Italia, e consiglia la liberazione della patria. Più volte si son fatti paragoni fra la storia dell'Italia e quella della Grecia; e se vi sono alcune vaghe somiglianze fra i due discorsi, ciò può dipendere dalla natura stessa del soggetto. Io non credo che si possa rigorosamente provare, che in quel luogo del Machiavelli siano vere e proprie imitazioni da Isocrate, quantunque non si possa escludere la possibilità di qualche reminiscenza, la quale io sono anzi disposto ad ammettere.[795] Ma a confutare quello che dice il prof. Triantafillis, basta rimandare i lettori al suo libro stesso, dove i due brani sono con molta sincerità messi l'uno dopo l'altro. Chi non si persuadesse da sè, leggendoli, non potrebbe esser persuaso neppure da un lungo ragionamento. E chi poi volesse veder la grandissima distanza che corre fra le idee d'Isocrate e quelle esposte nel Principe, non dovrebbe fare altro che leggere qualche altra pagina del Discorso del Principato d'Isocrate a Nicocle, così ben tradotto dal Leopardi.
Ma il prof. Triantafillis prosegue dicendo che, dopo aver provato che il Machiavelli, «nella parte rettorica del suo lavoro, seguì le tracce d'Isocrate,» proverà che «nella parte politica si valse degli scritti di Aristotele, di Polibio, di Diodoro Siculo e di Plutarco» (pag. 50). Ora, che il Machiavelli si sia valso di Aristotele e di altri autori greci e latini è evidente, è notissimo, egli stesso lo dice più volte. Ma i brani che il prof. Triantafillis cita a conferma di ciò, sono così pochi e di così poca importanza, che se altro non vi fosse, si potrebbe dire provata piuttosto l'assoluta indipendenza del libro del Principe dall'antichità. Il Triantafillis si affatica, per esempio, a dimostrare che il Machiavelli quando, nel secondo capitolo del Principe, dice che non parlerà in esso delle repubbliche, avendone già parlato altrove, non può alludere ai Discorsi, perchè questi furono scritti dopo, e perchè fra essi ed il Principe v'è contradizione, avendo in quelli imitato Polibio, in questo Aristotele, ecc., ecc. A tutto ciò si potrebbe rispondere, e si potrebbe anche provare, che queste presunte contradizioni sono immaginarie. Ma, ammesso pure tutto quello che egli vuole, che cosa finalmente ne risulta? Ne risulta, secondo lui, che quando il Machiavelli diceva: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo,» copiava un tale concetto da Aristotele. Questa, infatti, è la sola cosa che hanno in comune i due periodi dell'uno e quelli dell'altro, che il prof. Triantafillis ristampa a pag. 57 del suo lavoro. Ma val proprio la pena d'occuparsi di ciò? Noi lasciamo da parte anche le altre poche citazioni da Aristotele, perchè troppo poco importanti, e perchè nessuno ha mai messo in dubbio che il Machiavelli avesse letto, studiato e qualche volta anche imitato Aristotele.
Qui sorge però un'altra questione. Il prof. Triantafillis aveva, come vedemmo, detto che di certi autori greci, studiati e imitati dal Machiavelli, non vi potevano allora essere traduzioni, perchè mancavano gli originali. Ora finalmente si capisce che cosa volesse con ciò significare. Egli crede d'avere scoperto, che il Machiavelli aveva conosciuto quella Raccolta del Porfirogenito, in cui erano molti brani di autori greci a noi sconosciuti, e della quale una piccola parte solamente ci è pervenuta. Non s'intende bene, se egli supponga che di questa Raccolta il Machiavelli conoscesse solo il libro Delle Virtù e dei Vizi, pervenuto sino a noi con qualche altro, come par che dica a pag. 52, o pure tutta quanta la Raccolta, come parrebbe a pag. 53. In questo caso, osserva giustamente il Piccolomini, la notizia sarebbe grandiosa davvero. Potremmo sperare di ritrovare molti e molti brani d'autori greci a noi affatto sconosciuti. Sfortunatamente però questi sogni si dileguano appena letto il libro del prof. Triantafillis, perchè in esso si trova invece quanto basta a mandare in fumo tutte le speranze che aveva prima fatte concepire.
Quali sono in vero le ragioni, le prove su cui si fonda l'asserzione, che il Machiavelli avesse conosciuto i famosi Excerpta del Porfirogenito?
1º Il Frammento del sesto libro di Polibio sui governi non era stato tradotto, perchè mancava; ma il Machiavelli lo conobbe, adunque lo lesse in greco, e lo trovò nella Raccolta del Porfirogenito (pag. 53), di cui conservava per suo uso esclusivo una copia. Così è provato ad un tempo che conobbe il greco e la Raccolta. — Ma noi abbiam visto, invece, che quel Frammento di Polibio potè esser tradotto dallo Zefi assai prima di quel che suppone il prof. Triantafillis. Ed in ogni caso, osservava il prof. Piccolomini, esso non venne a noi dalla Raccolta del Porfirogenito, ordinata per materie; ma da quella che procede, libro per libro, dal VI al XVII; fu stampata nell'edizione Hervagiana (Excerpta antiqua), e trovasi nel così detto Codice Urbinate ed in altri ancora.
2º Quel Frammento di Polibio ha nel Machiavelli un titolo speciale, che non si trova nell'originale, nè in alcuna traduzione antica: Di quante spezie sono le repubbliche e di quale fu la repubblica romana. Dunque il Machiavelli lo ha tradotto dalla Raccolta del Porfirogenito (pag. 53). — Prima di tutto il Machiavelli innestò un brano del Frammento di Polibio in un suo capitolo assai più lungo, ed a quel capitolo, come a tutti gli altri, pose un titolo che non era costretto a copiare da nessuno. La Raccolta del Porfirogenito poi, notò il Piccolomini, era divisa per materie, e non aveva un titolo speciale a ciascun estratto, ma un titolo generale a tutti gli estratti raccolti da un libro. Delle ambascerie è il titolo d'un libro, Delle Virtù e dei Vizi è il titolo d'un altro. I titoli in alcune edizioni premessi a Frammenti di Polibio son cavati da codici contenenti l'altra Raccolta, e spesso anche vennero raffazzonati da scrittori più moderni. Lo Schweighäuser, per esempio, si valse molto degli Excerpta antiqua, che procedono, libro per libro, senza seguire un ordine per materie, come la Raccolta del Porfirogenito.
3º Il Machiavelli, prosegue il prof. Triantafillis, citando fatti di storia greca e romana cade in molti errori e contradizioni. — Ciò, quando sia vero, potrebbe provare, che egli non conobbe a fondo la storia e gli scrittori antichi; ma il prof. Triantafillis ha bisogno invece di provare, che il Machiavelli era un erudito, che traduceva, imitava dalla Raccolta del Porfirogenito brani staccati di autori antichi, agli altri eruditi ancora ignoti. Questo spiegherebbe, secondo lui, com'è che nelle sue opere si trovino massime così generose accanto a massime così inique. Copiava da un'antologia, senza coordinare i brani discordanti. E i suoi errori storici nascevano appunto da ciò, che di alcuni autori antichi, ignoti agli altri, egli solo poteva in parte almeno valersi, perchè egli solo ne possedeva dei brani staccati, gli estratti cioè della Raccolta del Porfirogenito.
Nei cap. IX e XIX del Principe, il Machiavelli loda Nabide per la difesa di Sparta, e perchè seppe tenersi amico il popolo. E dopo d'aver ciò notato, il prof. Triantafillis riporta un lungo brano del libro XIII di Polibio, osservando che se il Machiavelli lo avesse conosciuto, avrebbe saputo che tristo uomo era Nabide, come si vede anche da Plutarco e da Diodoro Siculo. E ne conclude che il Machiavelli dovè conoscere qualche estratto della solita Raccolta del Porfirogenito, nel quale si parlava solamente della difesa fatta da Nabide, e non del suo carattere personale. — Se non che appunto il brano del libro XIII di Polibio, citato dal prof. Triantafillis, trovasi nella Raccolta del Porfirogenito anche più intero che negli Excerpta antiqua. Se dunque il Machiavelli avesse di quella conosciuto almeno la parte che ne conosciamo noi, avrebbe certamente letto anche il brano del libro XIII. Il vero è che nei due capitoli del Principe, citati dal prof. Triantafillis, non si parla del carattere di Nabide, ma si loda la difesa che egli fece di Sparta. Tante altre volte il Machiavelli, per fatti simili, lodò il Valentino, di cui pur conosceva assai bene il carattere perverso. In ogni modo non potè, quanto a Nabide, essere ingannato dalla Raccolta del Porfirogenito, la quale conteneva appunto quel brano di Polibio, che avrebbe dovuto trarlo d'inganno, secondo l'opinione del prof. Triantafillis. Il Burd (pag. 240-241) ha poi recentemente dimostrato, che qui il Machiavelli cavò invece le sue notizie da Livio (XXXIV, 22-40).
Nel cap. XII del Principe si legge, che Filippo il Macedone fu fatto dai Tebani, dopo la morte di Epaminonda, capitano delle loro genti, e tolse ad essi, dopo la vittoria, la libertà. Ciò è falso, secondo il prof. Triantafillis. Il Machiavelli fu tratto in errore da un altro fatto simile, avvenuto 150 anni dopo, che trovasi appunto narrato nel libro Delle Virtù e dei Vizi della Raccolta citata. — Ma si può invece notare, che Epaminonda morì nel 362, e Diodoro Siculo (XVI, 59) narra che nel 346 i Beozi chiesero aiuto a Filippo. Giustino poi (VIII, 2), riferendo forse al 352 fatti seguìti nel 346, narra la cosa quasi con le parole stesse del Machiavelli: Thebani, Thessalique.... Philippum Macedoniae regem ducem eligunt, et externae dominationi quam in suis timuerunt sponte succedunt. E altrove (VIII, 3), riferendosi ai medesimi fatti, dice: civitates quarum paulo ante dux fuerat.... hostiliter occupatas diripuit.
4º Il cap. XIX del Principe discorre di dieci imperatori, da Marco Aurelio a Massimino, e il prof. Triantafillis, dimenticando uno di questi imperatori, Marco Aurelio, divide in due un altro, Antonino Caracalla, per una malaugurata virgola che si trova più d'una volta fra i due nomi in molte edizioni italiane, e forse anche perchè, dopo la soppressione del primo imperatore, non gli tornava più il numero di dieci. In ogni modo egli aggiunge, che le notizie date dal Machiavelli su questi dieci imperatori si trovano tali e quali in alcuni brani di Dione Cassio e di Giovanni Antiocheno, riportati fra gli estratti del libro Delle Virtù e dei Vizi. Ed è vero, ma si trovano, come notò il Piccolomini, anche più in Erodiano che fu tradotto dal Poliziano.[796] Ed il trovare nel Machiavelli espressioni affatto simili a quelle di Gio. Antiocheno, non deve trarre in inganno, se si osserva che questo autore copiava addirittura da Erodiano come in genere copiava le altre sue fonti. Intorno ai dieci imperatori sono però in Erodiano particolari dati dal Machiavelli, che mancano nell'Antiocheno.
5º Il cap. XXV del Principe comincia con alcune parole, che il prof. Triantafillis crede copiate da un luogo del XV libro di Polibio. Ma veramente quelle poche righe non si posson dire copiate da Polibio. Non v'è di comune altro che un accenno al potere che ha la fortuna nelle cose umane, idea mille volte ripetuta da tanti, specialmente nei secoli XV e XVI. Il brano di Polibio poi, è bene ricordarlo, fu pubblicato nel 1549 e non appartiene alla Raccolta del Porfirogenito.
6º Tornando indietro, notiamo, che nel cap. VIII del Principe il Machiavelli parla due volte di Agatocle; e secondo il Triantafillis i due brani si contradicono, perchè il primo è preso da Diodoro Siculo, il secondo invece da un Frammento di Polibio. Ma i due brani del Machiavelli non si contradicono, ed il secondo non par copiato dal brano di Polibio, che il Triantafillis ristampa, e che trovasi nella Raccolta del Porfirogenito. Infatti, nel primo il Machiavelli dice che Agatocle fu scellerato, e narra come con le sue scelleratezze seppe divenire sicuro principe di Siracusa, e difenderla dai Cartaginesi. Nel secondo dice che questi fortunati successi dipendono generalmente dalle crudeltà bene usate, cioè quando son necessarie, e smesse subito dopo. Polibio invece adduce, fra molti altri, l'esempio di Agatocle a provare come l'animo e i costumi dei principi mutino, uniformandosi ai tempi, e aggiunge che Agatocle, tenuto prima crudelissimo, fu poi «reputato clementissimo e dolcissimo.» Ora il Machiavelli nè lo dice mutato, nè tenuto dolce e clemente. Abbiam già detto che egli trasse invece da Giustino (libro XXII) le sue notizie su Agatocle.
Il prof. Triantafillis ha ragione, quando osserva (pag. 71) che nel cap. XIV del Principe sono molte reminiscenze del terzo capitolo della vita di Filopemene, scritta da Plutarco, senza che per ciò si debba consentirgli che il capitolo del Machiavelli «sia quasi tutto tolto» da Plutarco, il quale del resto era allora tradotto.[797]
Dopo quanto abbiam detto ci sembra di poter concludere, che il prof. Triantafillis si è, colle sue ricerche, reso benemerito dei buoni studi, cercando le fonti antiche del Machiavelli, tanto più che ne ha anche scoperto qualcuna che finora non era stata osservata da altri (specialmente nella Vita di C. Castracani). Molte volte però ha voluto vedere imitazione dove veramente non ce n'era.
Non ha provato che il Machiavelli conoscesse il greco;
Nè che avesse cavato da Isocrate o da altri i concetti fondamentali del Principe;
Nè che avesse conosciuto gli Excerpta del Porfirogenito.
In tutto ciò si è, secondo noi, grandemente illuso.
Ci pare, invece, ad esuberanza provato, ed è generalmente ammesso dai dotti, che il Machiavelli non conobbe il greco. Sarebbe stato in verità un fatto assolutamente inesplicabile, se, conoscendolo, non lo avesse mai detto nè fatto sapere a nessuno, in un secolo in cui si dava tanta importanza allo studio di quella lingua, che il conoscerla recava non solamente grande onore, ma spesso anche materiale utilità. Il Machiavelli non ne fece mai ne' suoi scritti cenno diretto o indiretto. Una volta sola, che noi sappiamo, si trovò costretto a fare uso di alcune lettere greche, e fu nell'Arte della Guerra, nella quale se ne valse come di segni convenzionali, non bastandogli le lettere dell'alfabeto latino. Ebbene, in quella parte dell'autografo, che ancora ci resta dell'Arte della Guerra, trovasi un foglio, evidentemente del tempo, ma d'altra mano, il quale contiene appunto un alfabeto greco con alcune spiegazioni intorno ai dittonghi, alle vocali, alle consonanti, ecc. Questo può far supporre, che, anche per servirsi del solo alfabeto greco, avesse avuto bisogno di ricorrere ad un amico. Ma su di ciò ritorneremo, quando dovremo ragionare dell'Arte della Guerra.