191.  Lettera del 18 maggio 1521, Opere, vol. VIII, pag. 159-61.

192.  Berni, Casa, ecc., Opere Burlesche: Londra, 1723, vol. I, pag. 77.

193.  Gregorovius, Geschichte, vol. VIII, pag. 392 e segg.; De Leva, Storia di Carlo V, lib. II, cap. 3; Ranke, Die Römischen Päpste, lib. I, cap. III; Reumont, Geschichte der Stadt Rom, lib. VIII, parte II; Constantin Ritter von Höfler, Papst Adrian VI (1522- 1523): Wien, Braumüller, 1880.

194.  Nardi, Storia, vol. II, pag. 73-5

195.  Nardi, Storia di Firenze, vol. II, pag. 74-75.

196.  Vedi il Discorso dei Pazzi nell'Arch. stor. it., vol. I, pag. 420 e seg.

197.  Questa seconda proposta di riforma, fatta dal Machiavelli, fu prima pubblicata da A. D'Ancona, insieme con un altro scritto sull'Ordinanza, nel suo opuscolo per nozze Cavalieri-Zabban, 16 ottobre 1872, col titolo: Due scritture inedite di Niccolò Machiavelli: Pisa, Nistri, 1872. La ripubblicò poi l'Amico nella sua Vita del Machiavelli, pag. 550 e segg. L'originale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 79.

198.  Questo scritto autografo si trova nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 63. Vedi Appendice, doc. XII. Ne fu pubblicato un brano dal signor Amico nella sua Vita di N. Machiavelli, a pag. 269. Egli lo crede un abbozzo di lettera scritta al cardinal Soderini, quando fu la prima volta istituita l'Ordinanza. Leggendolo con attenzione, si vede però che non è una lettera, ma una proposta indirizzata al cardinal de' Medici, per ricostituire l'Ordinanza.

199.  Filippo de' Nerli, Commentarî, pag. 137-8.

200.  Nardi, vol. II, pag. 83-4. Di tutto ciò parla minutamente anche Iacopo Pitti, nella sua Storia fiorentina, lib. II, pag. 122. (Arch. stor. it., vol. I). Dice che era apparecchiata la Provvisione per la riforma, ed a pag. 124 la riepiloga, dando un sunto di quella stessa che era stata scritta dal Machiavelli, il che ci conferma che questi ne aveva ricevuto commissione dal Cardinale.

201.  Nardi, Storia, vol. II, pag. 85; Capponi, Storia della repubblica di Firenze, vol. II, pag. 336; Pitti, Storia fiorentina, pag. 125.

202.  «Ma non riuscendo l'impresa del signor Renzo..., si trovarono poi Zanobi e Luigi implicati in quella congiura, senza poterla eseguire, e dubitando, essendosene troppo allargati, che ella non si scoprisse; però amendue erano tanto più di quelli che assai sollecitavano il cardinale de' Medici, perchè si mettessero in esecuzione i disegni di sopra narrati, e que' vani parlamenti, che andavano attorno per la nuova riforma del governo, parendo loro, se tale effetto seguiva, d'assicurarsi de' pericoli che portavano scoprendosi la loro congiura, la quale male si poteva più mandare ad effetto.» Nerli. Commentarî, pag. 138.

203.  Nardi, Storia, vol. II, pag. 89.

204.  Furono pubblicati da Paolo Piccolomini nel Giornale Storico della letteratura italiana, 1902, vol. XXXIX, pag. 327 e segg.

205.  Et mortuus non posset damnari, dice la sentenza. Vedi i Documenti su questa congiura pubblicati nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. III, pag. 123 e segg.: Firenze, Vieusseux. La sentenza relativa a Piero Soderini trovasi a pag. 133-4. Egli morì e fu sepolto in Roma. Nel coro della chiesa del Carmine a Firenze, che era stato costruito dalla sua famiglia, si vede un monumento fatto da Benedetto da Rovezzano, che il Soderini avrebbe, così almeno si dice, destinato a sè stesso.

206.  A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, vol. II, pag. 456 n. ed altrove, 2ª edizione: Torino, Loescher, 1891; A. Solerti, La rappresentazione della Calandria a Lione nel 1548, nella Raccolta di Studi critici dedicata ad Alessandro d'Ancona, Torino, Loescher, 1901.

207.  Vedi il prologo della Calandra nel Teatro italiano antico, vol. I, pag. 195-7: Milano, Società tipografica dei Classici italiani.

208.  Vedi A. D'Ancona, Origini del teatro in Italia; Ruth, Geschichte der italienischen Poesie (Leipzig, 1847, volumi due), opera che ha vero merito, ed è poco citata, ma spesso saccheggiata; Karl Hillebrand, Études historiques et littéraires: Paris, Franck, 1878. Vedi anche L'imitazione classica nella Commedia italiana del secolo XVI, del dott. Vincenzo De Amicis, negli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (vol. II: Pisa, Nistri, 1873); Arturo Graf, Studî drammatici (Torino, Loescher, 1878), nei quali discorre anche della Mandragola. Molte notizie si trovano nell'opera del Klein, Geschichte des Drama's, che nel vol. IV (Leipzig, 1866) comincia a trattare del teatro italiano. Essa è però così diffusa e confusa, e (per non parlare della forma stranissima) unisce a notizie utili tanto materiale eterogeneo, che riesce difficile valersene con profitto. Vedi anche i due ultimi volumi (Londra, 1881) dell'opera del Symonds, Renaissance in Italy.

209.  Vedi Atto I, sc. I. Il comico Alexis scrisse una commedia intitolata: Mandragorizomene, la donna che fa uso della mandragora. I cinque frammenti che ne restano, non danno però modo di conoscerne il soggetto e l'intreccio, benchè si veda che trattavasi di fatti amorosi. Gli antichi ed i moderni han sempre attribuito virtù miracolosa alla mandragora, che, appunto pel suo potere magico in casi d'amore, era dai Greci chiamata radice circea, e greco è il nome stesso, mandragora. Apollodoro (lib. III, cap. XV) riferisce una favola, in cui ne è dimostrata la virtù in casi d'amore, ma essa non ha relazione con la commedia del Machiavelli, il quale apprese le virtù della mandragora o mandragola dalle superstizioni popolari, orali e scritte, che correvano allora e corrono anche oggi fra i popoli latini e germanici.

Il prof. De Gubernatis, prima nella sua Storia del teatro drammatico italiano (parte IV, cap. I, Milano, Hoepli, 1883) e poi nelle sue lezioni di letteratura (nel volume che ha per titolo Niccolò Machiavelli: Frascati, 1907, a pag. 175 e segg.) ha esposto l'ipotesi che il titolo ed il concetto della Mandragola siano stati suggeriti dalla Mandragorizomene del comico Alexis, commedia della quale, lo abbiamo già detto, ci restano solo alcuni frammenti. Come nella commedia, ora perduta, delle Maschere, noi sappiamo, che il Machiavelli, per consiglio di Marcello Virgilio Adriani, imitò Aristofane, così nella Mandragola, secondo il De Gubernatis, per consiglio dello stesso Adriani, avrebbe imitato Alexis. Se non che della imitazione nelle Maschere ci dette esplicita notizia Giuliano de' Ricci, della imitazione nella Mandragola nessuno degli antichi parlò mai. Primo a parlarne fu il De Gubernatis, ma la sua ipotesi non venne, che io sappia, accettata da nessuno; alcuni la respinsero esplicitamente. Egli fu confortato ad esporla dall'avere trovato nei Mss. dell'Adriani ricordato il nome dell'Alexis. Ma ciò è troppo poco per poter dimostrare che l'Adriani conobbe la commedia greca e che ne parlò al Machiavelli. Il De Gubernatis ha esaminato i pochi frammenti che ci restano della Mandragorizomene e, sebbene non bastino a dare un'idea nè del soggetto, nè dell'intreccio, ha creduto di scorgervi qualche vaga somiglianza con alcuni brani della Mandragola. Tutto questo a noi par troppo poco per trarne qualche conclusione sicura. Non crediamo provato che il Machiavelli avesse notizia della commedia greca e che da essa prendesse il titolo della sua Mandragola, parola allora di uso comune in Italia. Questa è la ragione per la quale non possiamo accettare la ipotesi, con diligenza e persistenza, sostenuta dal prof. De Gubernatis.

210.  Su quella data si è recentemente disputato dal Borgognoni (Domenica letteraria, anno 1882, n.º 46), dal Medin (ibid., n.º 43 e nel Giornale storico della letteratura italiana, II) e da U. G. Mondolfo (nello stesso Giornale, XXIX, pag. 115). Anche G. Mondaini si è occupato della questione in un suo scritto Il Machiavelli comico, pubblicato nel fasc. LXXXVIII del Pensiero Italiano di Milano (marzo 1898). Egli crede col Medin che la commedia sia stata scritta nel 1513. Anche il Tommasini, nel vol. II del suo libro, si è molto occupato di questa questione. In conclusione riman confermato che la Mandragola non può essere stata scritta prima del 1513, nè dopo dell'aprile 1520. Ma l'anno preciso non risulta chiaramente dimostrato.

211.  ... «in Nicia praesertim comoedia, in qua adeo iucunde vel in tristibus risum excitavit, ut illi ipsi ex persona scite expressa, in scaenam inducti cives, quanquam praealte commorderentur, totam inustae notae iniuriam, civili lenitate pertulerint: actamque Florentiae, ex ea miri leporis fama, Leo pontifex, instaurato ludo, ut Urbi ea voluptas communicaretur, cum toto scenae cultu, ipsisque histrionibus Romam acciverit.» Elogia doctorum virorum, authore Paulo Jovio. LXXVII. Nicolaus Macciavellus: Antverpiae, apud I. Bellerum, 1557.

212.  Questa lettera trovasi fra le carte del Machiavelli, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. In essa, fra le altre cose, il Della Palla scrive da Roma al Machiavelli, che trovò il Papa molto ben disposto verso di lui, e favorevole a fargli aver qualche commissione per iscrivere o altro. Questo Battista Della Palla, ora così nelle buone grazie del Papa, è lo stesso che poi cospirò contro i Medici.

213.  Un esemplare di questa edizione trovasi nella Marciana di Venezia, CXXXIII, B 8-48010. Esso non ha data, ma è legato con un'altra commedia chiamata Aristippia, che è del medesimo sesto, caratteri, carta, divisione delle parole, numerazione, ecc., ed ha la data di Roma 1524, nel mese di agosto. Perciò anche l'edizione della Mandragola fu dal Gamba e da altri giudicata del 1524. Il titolo è: Comedia | facetissima | intitolata | Mandragola | et recitata in Firenze. Questa edizione romana fa supporre l'esistenza di qualche edizione fiorentina più antica. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze trovasi infatti un esemplare di altra edizione antica, in-8, tra i libri della Magliabechiana (K. 7. 58). Esso è mancante delle carte 1 e 4, ed è descritto nel Catalogo del Fossi (vol. III, col. 105), il quale, esaminando la carta, in cui si vede un giglio, crede che l'edizione sia fiorentina. Il Brunet la dice della fine del secolo XV o dei primi del XVI, e conchiude: «Elle doit être la première de l'ouvrage.» Del secolo XV, in ogni caso, non può essere.

214.  Opere, vol. V, pag. 72. Queste parole dimostrano chiaro, che egli scriveva, quando era già fuori d'ufficio.

215.  Opere, vol. V, pag. 73.

216.  Atto III, scena III.

217.  Atto III, scena XI.

218.  Atto IV, scena I.

219.  Atto IV, scena VI.

220.  Macaulay's, Essays (ediz. Tauchnitz), vol. I, pag. 86.

221.  «But old Nicias is the glory of the piece. We cannot call to mind anything that resembles him. The follies which Molière ridicules are those of affectation, not those of fatuity. Coxcombs and pedants, not absolute simpletons are his game. Shakspeare has indeed a vast assortment of fools; but the precise species of which we speak is not, if we remember right, to be found there.... Cloten is an arrogant fool, Osiric a foppish fool, Ajax a savage fool; but Nicias is, as Thersites says of Patroclus, a fool positive.» Macaulay, Essays, vol. I, pag. 87.

222.  Queste parole non sono piaciute al Tommasini, che domanda: dove è mai la vivisezione? Il Machiavelli, egli dice, ha fatto «piuttosto una fotografia di quelle che più scontentano la vanità umana» (II, 402). — Descrivere una madre che persuade la figlia a commettere l'adulterio, un frate che bonariamente prima lo incoraggia, dicendo che con esso s'acquista un'anima a messer Domeneddio, e poi lo benedice, non si può chiamare fotografia della natura umana, specialmente se si considera che tutto ciò avviene in mezzo al sorriso e all'indifferenza. Somiglia piuttosto a quel così detto verismo, che della natura umana descrive un lato solo. Ed è la ragione per la quale ho adoperato la parola vivisezione, ed ho aggiunto che nell'arte si vuole la realtà intera. Tutto questo non toglie che in altre parti, sotto altri aspetti, la commedia resti un capolavoro di verità. Nè in ciò v'è contradizione alcuna.

223.  Oltre gli autori più sopra menzionati, fa sulla Mandragola alcune giuste osservazioni anche il signor Teodoro Mundt, nel paragrafo XIV (Die Mandragola oder Komödie und Kirche) del suo libro sul Machiavelli, da noi già altrove citato.

224.  Come vedremo a suo luogo, parlano di questa recita il Vasari nelle Vite dei Pittori, ed il Nerli in una sua lettera.

225.  Nella prima scena del primo atto, Cleandro dice: «Quando dodici anni sono, nel 1494.» Opere, vol. V, pag. 139.

226.  Questo è anche il giudizio del Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 88.

227.  In fatti la quarta scena del quarto atto è quasi letteralmente tradotta dalla seconda del terzo della Casina. La quinta è in parte tradotta anch'essa dalla terza del terzo atto della Casina, e così la sesta dalla quarta, la settima dalla quinta. Anche il soliloquio, nella scena ottava del quarto atto della Clizia, è imitato dalla prima scena dell'atto quarto della Casina. Il Machiavelli ha aggiunto di suo l'intero primo atto, il secondo, salvo l'ultima scena, e le quattro ultime scene dell'atto quinto. Tutto il resto è, più o meno, imitato o tradotto da Plauto. Merita di essere qui ricordato un lavoro di G. Tombara, Intorno alla Clizia di Niccolo Machiavelli: Rovigo, 1895. L'autore fa un diligente esame della commedia, di ciò che è in essa d'imitato o di originale. Ma io non so vedervi l'alto concetto filosofico che egli vi trova, e che, in ogni caso, alla commedia come commedia, riescirebbe, anche secondo lui, più di danno che di vantaggio.

228.  Anch'io su di ciò m'ingannai. Fu l'Arlia che, primo, dimostrò essere il Lasca l'autore della Commedia. V. Una farsa del Lasca attribuita al Machiavelli, nel Bibliofilo, 1886, pag. 74. Il Polidori ne aveva già messo in dubbio l'autenticità, senza però addurne ragioni, aggiungendo anzi non esservi in essa cosa «per la quale non potesse aggiudicarsi al commediografo fiorentino.» V. anche Gentile, Delle Commedie di A. Grazzini, detto il Lasca, a pag. 49. Pisa, Nistri, 1896. Estr. dagli Annali della Scuola Norm. Sup. di Pisa, 1896. Questo lavoro, pubblicato, quando già era stampata la seconda edizione del presente volume, mi pervenne assai tardi, e da esso ebbi notizia del breve articolo dell'Arlia. Corressi così, come meglio potei, l'errore, nelle sole copie non ancora messe in vendita.

229.  Il Polidori ricorda che questo Barlacchia o Barlacchi era un pubblico banditore in Firenze, e suppone (cosa poco probabile) che il Machiavelli ne assumesse il nome, quasi a dire di se stesso, che nelle commedie egli era un pubblico banditore dei vizi de' suoi concittadini. Vedi la citata prefazione alle Opere Minori del Machiavelli, pag. XIII; la nota in fine della commedia, a pag. 586, e la descrizione del codice strozziano, a pag. 415 dello stesso volume. Il prof. Hillebrand, invece, dice che la parola recensui qui significa rividi, e Barlacchia, secondo lui, vuol dire solo imbecille, tale essendo infatti l'uso volgare della parola barlacchio o barbalacchio, ed il Machiavelli avrebbe per semplice capriccio assunto un tal nome (Hillebrand, Études, etc., pag. 352, nota 1). Ma questa è un'altra ipotesi. Discorrendo delle feste e rappresentazioni fatte dalla Compagnia della Cazzuola in Firenze, il Vasari ricorda il Barlacchi come uno dei piacevoli uomini di quel tempo. Vite, ecc., vol. XII, pag. 16. Il Barlacchia in fatti era uno spirito bizzarro, che fu tra coloro che recitarono a Lione la Calandra del Bibbiena. Dalle più recenti ricerche risulta che la Commedia in versi è dello Strozzi. Il Pintor in un notevole articolo, che citiamo a pag. 170 sostiene che le parole Ego Barlacchia recensui sono scritte scherzosamente dal Machiavelli, come per dire che quella Commedia fu recitata dal Barlacchia, sebbene però non vi sia nessuna prova che la Commedia sia stata veramente recitata da lui o da altri.

230.  Atto I, scena V.

231.  Atto II, scena V.

232.  «The latter we can scarcely believe to be genuine. Neither its merits, nor its defects remind us of the reputed author.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 88.

233.  V. nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XXXIX, 1º semestre del 1902, pag. 103, l'articolo del prof. Pintor Ego Barlachia recensui. Egli, ricorda a questo proposito le ricerche di A. Salza, di P. Terrieri e di V. Rossi, che fu il primo a supporre che la Commedia in versi fosse dello Strozzi.

234.  Diamo qualche esempio. Panfilo (Atto I, scena V), parlando di Cremete, che prima gli negava ed ora vuol dargli la figlia, s'è insospettito e dice: Aliquid monstri alunt. Il Machiavelli traduce alla lettera: Nutriscono qualche mostro, il che non si capisce. Il Cesari traduce assai meglio: Qualche diavoleria ci deve esser sotto. Più oltre si parla di Miside, la quale laborat e dolore, il che vuol dire in quel luogo, che essa ha le doglie del parto, ed il Machiavelli traduce semplicemente: la muore di dolore. Il servo Davo (Atto II, scena III) consiglia a Panfilo di fingere co' suoi di voler sempre la ragazza, perchè così avrà modo di continuare lo sue cattive pratiche. Se invece dichiara di non volerla, essi per distorlo dalle male pratiche, gli cercheranno un'altra sposa e gliela troveranno, sebbene egli sia povero, perchè la cercheranno senza dote. Certo è, così dice Davo, che Cremete non ti darà la sua figlia, e tu avrai modo di continuar le tue pratiche: nec tu ea causa minuerisHaec quae facis. Il Machiavelli traduce: Nè tu per questa cagione ti rimarrai di non fare quello che tu fai, il che è assai men chiaro della traduzione del Cesari: non fia bisogno che voi vi leviate dalla vostra pratica. Quanto poi al dire, così continua il servo, che non ne troveranno altra, perchè nessuno darebbe moglie ad uno che è nella tua condizione, questo si smentisce facilmente, perchè tuo padre te la darà povera, piuttosto che lasciarti continuare in una vita contraria al buon costume. Nam quod tu speras, propulsabo facile: uxorem his moribusDabit nemo. Inopem inveniet potius quam te corrumpi sinat. Il Machiavelli traduce: E facilmente si confuta quello che tu temi, perchè nessuno darà moglie a cotesti costumi: ei la darà piuttosto ad un povero. Qui c'è inesattezza ed oscurità. Non si capisce facilmente che cosa significhi: dar moglie a cotesti costumi. Le altre parole non traducono l'originale. Il Cesari traduce: Imperocchè quanto alla vostra speranza di dire: nessuno darebbe moglie a un mio pari, ve la getto a terra con un soffio. Vostro padre ve ne troverebbe una senza dote, piuttosto che lasciarvi andare a male così. V'è certo affettazione, ma anche maggiore chiarezza e precisione.

235.  Moreni, Annali della tipografia del Torrentino, pag. 19 (Firenze, Francesco Daddi, 1819), e così pure altri scrittori.

236.  V. Il Priorista, Quartiere S. Spirito, a carte 160t.

237.  «Il suggetto de la commedia è un caso simile alla Clizia del Machiavelli.» Prologo all'Errore.

238.  Opere, vol. VII, lettera XLVI, pag. 152.

239.  Opere, vol. V, Asino d'Oro, cap. IV, pag. 397.

240.  Asino d'Oro, cap. V.

241.  Il La Fontaine nella sua favola, Les Compagnons d'Ulysse, ed il Fénélon nel suo dialogo, Ulysse et Gryllus, hanno del pari imitato Plutarco, indotti forse dall'esempio del Machiavelli e del Gelli. Nel La Fontaine non figura il porcello, ma un lupo, un leone, un orso; nel Fénélon, come nel Machiavelli ed in Plutarco, è il porcello che non vuol tornare uomo.

242.  Busini, Lettere, pag. 243.

243.  Opere, vol. V, pag. 419.

244.  L'epigramma greco trovasi nell'Anthologia Planudea, IV, 275. L'imitazione di Ausonio, In simulacrum Occasionis et Poenitentiae, contiene, come ci fu fatto notare dal prof. Piccolomini, alcuni particolari, che mancano nell'originale e sono nel Machiavelli, il che mette fuori d'ogni dubbio che questi ha imitato Ausonio. — La Penitenza, di cui parla il Machiavelli, egli diceva, manca nell'epigramma greco e trovasi nel latino, che del resto è quasi tradotto nell'italiano. Il Poliziano aveva già confrontato l'epigramma greco con quello d'Ausonio, notandone le concordanze e le differenze. Miscell., cap. XLIX, pag. 265, ediz. di Basilea, 1553. Vedi anche Jacobs, Anthol. Gr., vol. VIII, pag. 145 e seg.

245.  Opere, vol. V, pag. 425.

246.  Opere, vol. V, pag. 427.

247.  Opere, vol. V, pag. 427-432.

248.  Opere, vol. V, pag. 433.

249.  Opere, vol. V, pag. 438.

250.  Opere, vol. V, pag. 456.

251.  L'epigramma XII, 78, dell'Anthologia Palatina.

252.  Recentemente il Tommasini (II, 824) ha pubblicato un nuovo epigramma del Machiavelli, il quale, come giustamente osserva egli stesso, non aggiunge nulla alla sua fama poetica.

253.  Diamo in Appendice (doc. XIII) questo sonetto, e quello, ben noto, a Giuliano de' Medici, Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti, che trovasi nel medesimo codice vaticano, con alcune varianti che meritano di essere conosciute. Dobbiamo la copia dell'uno e dell'altro alla cortesia del valente giovane signor Giulio Salvadori, che li trovò nel vol. III del Codice miscellaneo vaticano 5225, a pag. 673 e pag. 674. Si trovano insieme con molti Capitoli di Cinquecentisti, fra i quali ve ne sono anche del Machiavelli, scritti però da mano più recente che i due sonetti, i quali, sono su carta più rozza e bruna, che si distingue perciò dagli altri fogli ond'è composto il volume. Dopo aver paragonato la scrittura dei due sonetti all'autografo del Machiavelli, il signor Salvadori giudicò che essa vi somiglia assai, ma non è autografa. È però certo, egli dice, del Cinquecento. Questa fu pure l'opinione del professor Monaci dell'Università di Roma, quando venne, a mia preghiera, consultato dal signor Salvadori. Il trovarsi poi nella Vaticana, fra altri scritti del Machiavelli, una copia così antica del sonetto a Giuliano de' Medici, ci sembra che venga a convalidare tutto quello che abbiamo già detto (vol. II, pag. 202 e segg.) su di esso e sulla sua autenticità.

254.  Rajna, La data del «Dialogo intorno alla lingua» di N. Machiavelli nei Rendiconti dell'Accad. dei Lincei, seduta del 19 marzo 1893. Lavoro eccellente come sono generalmente tutti quelli del Rajna.

255.  Vedi la più volte citata Prefazione Polidori, a pag. XIV e XV.

256.  Codice Ricci, Palatino, 815 (già 21, 2, 692), pag. 819.

257.  Al Tommasini (I, pag. 100) non parve possibile che il Machiavelli fosse autore di questo Dialogo, che egli giudicava irreverente verso Dante, scritto «da pedantuccio uggioso, che con insufficienti ragioni gli si volle attribuire.» Ma più riesamino la questione, e più io sono costretto a persistere nel mio primo giudizio, che del resto è stato recentemente avvalorato da scrittori, che son pure autorevolissimi nella filologia e nella storia della lingua. Il compianto e benemerito Gaspary, nella sua bella Storia della letteratura italiana (II, 536) attribuisce il Dialogo al Machiavelli, e lo chiama höchst originelle. Il professore Rajna se ne occupò a lungo, nella Memoria qui sopra citata. In essa egli afferma che il contenuto del Dialogo è «tale davvero da rivelarci una mente così poderosa e originale, che il pensiero correrebbe al Machiavelli, quand'anche non fossimo assolutamente costretti a non uscir di Firenze.» La stessa opinione fu, in modo egualmente esplicito, manifestata dal professore F. D'Ovidio.

258.  Nella prima edizione io credetti possibile supporre che il Dialogo fosse stato scritto anche prima del 1512. Il Gaspary dimostrò invece che non poteva essere anteriore al 1513, ed il Rajna, continuando la stessa ricerca, dimostrò con valide ragioni e con logica stringente, che quasi certamente il Dialogo fu scritto nell'autunno del 1514; certo non più tardi del 1516, nè prima del 1514.

— Recentemente, nel suo secondo volume (pag. 349 e segg.), il Tommasini modificò alquanto la sua prima opinione, senza però abbandonarla del tutto, senza cioè accettare come interamente provata l'autenticità del Dialogo.

259.  Opere, vol. V, pag. 3-21.

260.  Le stampe dicono huis, ma il cod. Ricci dice huy.

261.  Nelle precedenti edizioni io avevo qui, in nota, osservato che c'era una certa somiglianza tra questo riassumere, per mezzo degli scrittori antichi, la lingua imbastardita, corrotta, ed il restaurare le istituzioni corrotte, riconducendole ai loro principii, di che il Machiavelli parlò spesso ne' suoi scritti politici.

Il sen. Morandi, in un suo recente lavoro, osservò che il Machiavelli, nel luogo citato, parla di lingue addirittura trasformate (divenute un'altra cosa) come il greco e latino. E trovò che io ero caduto in un grosso errore, che egli combattè vivacemente. (Morandi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo da Vinci e la prima grammatica italiana, pagg. 105 e segg. Città di Castello, Lapi, 1908). Il Machiavelli, secondo lui, confutava in anticipazione la dottrina del Bembo, il quale sosteneva la lingua essere formata dagli scrittori, il che era contrario alla dottrina sostenuta da lui, che la diceva fiorentina, ed affermava che essa trovava la sua sorgente nel popolo di Firenze. Aggiungeva che con quella nota io veniva a dar ragione al Bembo contro il Machiavelli.

La dottrina del Machiavelli io l'ho esposta nel testo assai chiaramente, e non ho nulla da mutare. Nè ho inteso in nessun modo combatterla nella fugace osservazione fatta in una nota. Siccome però il Morandi ha ragione quando dice che, nel luogo citato, il Machiavelli accenna a lingue affatto decadute o morte come il greco ed il latino, così, per non generare equivoco, ho soppresso la nota incriminata. Mi sia lecito però osservare che, quando si dicesse che ai tempi del Beccaria e del Filangieri la lingua italiana era infranciosata e decaduta, e venne coll'aiuto e l'esempio dei buoni scrittori riassunta e rimessa nella buona via dal Parini, dal Foscolo, da altri, non direbbe un'eresia e non sarebbe perciò sostenitore della dottrina del Bembo contro quella del Machiavelli.

262.  Qui c'è qualche divergenza da quello che dice nell'Arte della Guerra (Opere, vol. IV, pag. 282-3), che fu scritta dopo. Ma sarebbe strano vedere in ciò (come fa il Polidori) un'altra ragione per negare che il Machiavelli sia autore del Dialogo.

263.  Questo modo di ricordar l'Ariosto, come notò il Gaspary, dimostra che allora non era anche pubblicato l'Orlando Furioso, che il Machiavelli, nel dicembre 1517, aveva letto ed ammirato (Lettera 17 dicembre 1517, a L. Alamanni).

264.  Opere, vol. V, pag. 19.

265.  Opere, vol. V, pag. 21.

266.  Debbo qui riconoscere che, indotto dall'autorità del Bartoli e di altri storici della letteratura, anche io detti, nella prima edizione di quest'opera (vol. I, pag. 123-4), troppa importanza alla lettera dell'Aretino al Biondo, sulla questione della lingua. Di ciò mi son dovuto convincere dopo che, per le osservazioni giuste e cortesi del prof. F. C. Pellegrini, rilessi la lettera dell'Aretino insieme con quella del Biondo, quasi affatto dimenticata, e recentemente ripubblicata dal signor Mignini nel Propugnatore di Bologna (gennaio-aprile 1890). In sostanza i due eruditi discorrono, senza un criterio filologico determinato, sulle differenze che corrono fra il latino letterario ed il volgare. L'Aretino, esagerando molto, fa del volgare una lingua identica all'italiano, e affatto diversa dal latino letterario. Il Biondo, sebbene esageri, invece, nel voler troppo attenuare le differenze che pur riconosce fra il latino letterario ed il latino volgare, è assai più vicino al vero, vedendo nel secondo una semplice alterazione o corruzione del primo. Egli dà invece un'eccessiva importanza alle invasioni germaniche nella formazione della lingua italiana, ma la fa pure, in parte almeno, derivare dal latino volgare. Il vero è che ambedue discutono non dell'origine dell'italiano, ma principalmente, anzi quasi esclusivamente, della differenza che passa fra le due forme del latino. Dal modo però in cui una tal questione si risolve, deriva naturalmente anche la soluzione dell'altra. Ma essi non hanno nessun'idea precisa di ciò che forma il carattere essenziale d'una lingua; e qui appunto si vede assai chiara la enorme superiorità dell'ingegno divinatore del Machiavelli.

267.  Vedi vol. II, pag. 75 di quest'opera.

268.  Opere, vol. V, pag. 36.

269.  Il Codice che contiene l'autografo, è quello più volte citato da noi, e descritto nell'opuscolo, Quarto Centenario, ecc., sotto il titolo: Libro degli autografi machiavelliani della Magliabechiana. Era indicato fra i Magliabechiani col numero 1451, fra gli Strozziani col numero 366. Ora è conservato fra i codici più rari e preziosi della Biblioteca Nazionale di Firenze, e contiene otto diversi manoscritti, sei dei quali autografi del Machiavelli. Fra questi è la Descrizione della peste, in un quaderno di 16 carte. Nella prima è scritto: Epistola fatta per la peste. E subito dopo: hanc epistolam agit laurentius Philippi stroci, cives florentinus, qui colebant plateam strociorum apud forum, et est multa plurcha, quia fecit illam Cum magna diligentia et studio temporis et laboris, et ob id laudo illam Cum amiratione ob elegantiam illius, et doctrinam magniam, ò rem inauditam et amirabilem, quod est ista, et testor Deum et homines bonos. — A tergo della carta 5ª trovasi ripetuto il principio della stessa dichiarazione, più in breve, ma con un linguaggio non meno strano e scorretto: Questa Pistola compose Laurentius Philippi Strozi cives florentinus, que colebat plateam strocioram apud forum, et est plurca. Segue la Descrizione della peste, di mano del Machiavelli, preceduta da una introduzione, pubblicata già dal Polidori e da altri, la quale è scritta da una terza mano. Dopo la Descrizione si leggono queste parole, della mano stessa di chi scriveva in così strana latinità: Copiata allibro grande nero di Lorenzo alla fine (qui seguono alcuni segni poco intelligibili, che sembrerebbero indicare il numero della carta), et così mi disse. Vedi Opere Minori di N. Machiavelli, pubblicate da L. E. Polidori, nota alla pag. 415: Firenze, Le Monnier, 1852.

270.  Opere, vol. V, pag. 36. Questa è quasi tutta l'introduzione, quale trovasi nella Descrizione scritta di mano del Machiavelli. Più lunga e non meno intricata è l'altra, che, come già dissi, si legge trascritta separatamente, di mano diversa, nello stesso Codice.