«Ma perchè voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona esperienza di sè, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata e formata come io ho detto, essa può dolersi di voi, che avete fatto un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e non dei loro uomini.» «Ed io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi Stati in Italia, prima entrerà per questa via, fia prima che alcun altro signore di questa provincia; ed interverrà allo Stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo, che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò con questo ordine e con questi esercizî, mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo lasciare tale fondamento, che potè farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli è principe, dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città. Ed io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facoltà a poterlo eseguire. Nè penso oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perchè questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là cogli anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o perduto senza vergogna.»[177]
Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Così anche l'Arte della Guerra si riconnette col Principe. — Colui che primo in Italia seguirà i miei consigli, riuscirà con suo onore immortale nella magnanima impresa di liberare la patria. — Questo aveva il Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripetè agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo Discorso sulla riforma di Firenze, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete di nuovo nell'Arte della Guerra. Se in essa il suo pensiero dominante riesce anche più chiaro che altrove, e più esplicita apparisce la sua ammirazione per la virtù, più ardente e puro il suo patriottismo, ciò dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava così chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno potrà credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i Discorsi ed il Principe, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo più mite del Cardinale e del Papa.
Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le Storie. — Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. — Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini. — Papa Adriano VI. — Nuove proposte di riforme in Firenze. — Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.
Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano a leggere e meditare l'Arte della Guerra, la Vita di Castruccio Castracani era, come abbiamo veduto, già corsa per le mani di tutti gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo, sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo avevano perciò incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole giudizio non restò senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520 infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei Medici, come arcivescovo pro tempore della Città, era capo dello Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi già concessi dall'imperatore Carlo IV.[178] Si deve perciò attribuire in gran parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedicò le Storie, e da lui ricevette più tardi nuovo aiuto a continuarle. La condotta, come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato mandato presso quella Università, per riparare ai disordini che v'erano seguiti. Il Machiavelli formulò di sua mano la proposta, la quale fu che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava, dovesse scrivere la storia di Firenze «da quello tempo che gli parrà più conveniente, et in quella lingua latina o toscana che più gli parrà.»[179] Gli ufficiali dettarono la deliberazione il dì otto novembre 1520, conducendolo per due anni, l'uno fermo e l'altro a loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.[180]
Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per qualche tempo non potè far altro che studî preparatorî, tanto più che ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere, dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli[181] che, a quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva più indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto però il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13 aprile 1521: «Giacchè non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa, ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna, che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha accettato. La provvisione sarà di dugento ducati d'oro e le spese. Se vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile allo stare costà, a scrivere storie a fiorini di suggello.»[182] Come e perchè a un tratto così viva e non chiesta premura; così insolito disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La spiegazione si può facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralità, vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella loro grazia, e perciò la grande premura per allontanarlo da Firenze. Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.
Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta così inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se improvvisamente abbandonava la Città contro il volere dei Medici, e per suggerimento dei loro nemici, quali ormai già s'erano dichiarati i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli adunque non solo continuò i lavori per le Storie, ma accettò anche un altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera firmata il dì 11 maggio 1521 da Niccolò Michelozzi segretario degli Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere, in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione e del costume, che andava fra loro decadendo.[183] E perchè riuscisse anche più singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era già singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana, ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore per la futura quaresima.[184] Il Machiavelli, com'è da credere, prese questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occupò poco o nulla, tanto più che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui, sembrava divenire ridicola, partì a un tratto, fermandosi per via qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per vedere il Guicciardini, che era colà governatore in nome del Papa, ed ancora perchè il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato dal male della pietra[185].
Questa commissione ha qualche importanza solamente per la corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva colà, s'abbandonava al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacità del suo stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, «e secondo che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all'anima,[186] perchè avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.» Sperava che si affretterebbe, perchè nello stare colà portava due pericoli: «l'uno che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perchè così è l'influsso suo, non solo in questa età, ma da molti secoli in qua.»[187] Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perciò il Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera, perchè sarebbe molto più stimato dai frati, quando vedessero spesseggiare gli avvisi.[188] «E vi so dire che alla venuta di questo balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizzò con tante riverenze e tanti romori, che gli andò sossopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perchè la riputazione crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato; e io per fargli maravigliare più, sto alle volte fermo sulla penna e gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbero più.» Quanto alle bugie dei Carpigiani, e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perchè da un pezzo era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva fra le bugie.[189] E così continuarono con qualche altra lettera. Il Guicciardini, divenuto un momento più grave, scriveva che la condizione presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti alla vittoria.[190] Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re ed imperatori, fosse ora costretto a «succiare la repubblica degli zoccoli.» Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le Storie, lo diceva «ut plurimum estravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove e insolite.» Poi tornava allo scherzo.[191] Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Così ebbe fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava una baia. Nè essa poteva durare più a lungo, perchè ormai i frati cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.
Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari; ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perchè mancavano i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e però gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuperò Urbino, Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo già dato ai Fiorentini, ai quali restò solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di Camerino, tornò nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da Leone X. Alfonso d'Este ricuperò quasi tutti i suoi dominî, ma non potè riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe, nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che le fu dato. Più tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia. Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso. Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo stesso Medici, il quale capì che l'ora non era per lui anche sonata, e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il nome di Adriano VI.
L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: Roma est locanda. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522, egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi intemerati, diminuì subito le spese della Corte, restringendo tutto al puro necessario. Nè con ciò faceva altro che accrescere il malcontento. Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa; lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava retta. E così si trovò subito in un mondo a lui affatto sconosciuto, dal quale non era inteso, nè molto meno amato. Pasquino lo canzonava continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato le sue satire, perchè sapeva parlare anche sott'acqua come le rane. Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non più protetti dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi più intimi, dei quali neppur sapevano pronunziare i nomi.
Ecco che personaggi, ecco che Corte,
Che brigate, galanti cortigiane,
Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte!
Nomi da fare sbigottire un cane.[192]
Così scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e contro i quaranta cardinali poltroni, che gli avevano dato il loro voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui durò poco, giacchè il 14 settembre 1523 cessò di vivere. La gioia allora fu così grande nella Città Eterna, che alla porta del medico il quale lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: Ob Urbem servatam.[193]
A Firenze seguivano intanto altre novità. Il cardinale de' Medici governava con prudenza e, secondo il giudizio anche di repubblicani come il Nardi, riusciva superiore all'aspettativa, meglio certamente di Giuliano e di Lorenzo, che alla Città avevano sempre poco o nulla pensato. Civile nei modi, accorto e paziente, cauto nel costume tanto da non dar luogo a maldicenze, amava Firenze e cercava abbellirla. Vi costruì un canale per impedire in essa le inondazioni dell'Arno, ne fortificò le mura; e senza essere un gran Mecenate proteggeva letterati ed artisti.[194] Ma non per ciò gli mancavano nemici e nemici pericolosi. In Firenze v'erano i fautori di libertà, e fuori v'erano i Soderini, che nutrivano contro di lui un odio irrefrenabile. Essi non potevano mai perdonare ai Medici, che li avevano cacciati di Firenze, il parentado promesso, come segno di conciliazione, e poi non mai concluso. Il cardinal Soderini s'era inoltre trovato nella congiura del Petrucci contro Leone X, ed unito ai Francesi, aveva fatto vivissima opposizione al cardinal dei Medici nell'ultimo Conclave. Lo stesso sarebbe inevitabilmente seguito alla morte d'Adriano. Per tutte queste ragioni non era sperabile, che vi fosse più pace fra di loro. I Soderini in fatti si adoperavano a tutt'uomo per avversare il governo dei Medici a Firenze, dove cercavano e trovavano aderenti, dandosi per ciò molto da fare anche l'ex-gonfaloniere.
Il maggiore scontento era adesso tra i giovani che frequentavano la compagnia degli Orti Oricellari, sebbene in origine fossero stati quasi tutti partigiani de' Medici. Qualcuno s'era, come allora seguiva facilmente, da essi alienato per ragioni tutte personali; altri come Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni, Iacopo da Diacceto, educati alle lettere classiche, animati da una voglia grandissima di far qualcosa di straordinario, che illustrasse il loro nome, s'erano andati ogni giorno più esaltando nel sentire i ragionamenti del Machiavelli. Questi, che ormai aveva passato i cinquant'anni, e non pensava certo a congiure, non s'avvedeva neppure che i suoi scritti e più ancora i suoi discorsi facevano sull'animo di quei giovani un effetto che non era solo letterario o scientifico. Continuava quindi con entusiasmo a parlar loro di repubblica romana e d'Italia; di popolo armato; di grandi uomini messi in cielo accanto agli Dei, per avere sacrificato alla patria le sostanze, la vita. Ed intanto alcuni de' suoi uditori cominciavano a intendersi coi Soderini ed a cospirare con essi, senza nulla dire a lui nè agli altri compagni, molti dei quali rimanevano sempre amici del Cardinale e ne frequentavano la casa. Questi poi, di buona o di mala fede che fosse, aveva anch'egli contribuito ad infiammar l'animo di quei giovani. Sia che qualche volta pensasse sul serio, secondo il concetto già espostogli dal Machiavelli, a riordinar la Repubblica per modo, che dopo la sua morte rimanesse libera davvero; sia (e ciò era forse la verità) che volesse, coll'alimentare le illusioni degli scontenti, scoprirne i nomi, certo è che egli, come aveva già fatto altre volte, continuava anche ora ad interrogar molti sul modo di ricostituire e riordinar la Repubblica. E per ispirare a tutti maggior fede nelle sue intenzioni, si faceva di continuo veder passeggiare nel proprio giardino col poeta Girolamo Benivieni, l'ardente seguace del Savonarola.[195]
Così fu che gli presentarono nuove proposte di riforma Zanobi Buondelmonti, Alessandro de' Pazzi, e Niccolò Machiavelli. La prima non abbiamo, ma fu vista dal Nerli che la ricorda. Quella del Pazzi, che venne poi pubblicata, proponeva un Gonfaloniere perpetuo, un Consiglio Grande ed un Senato, il quale doveva essere anch'esso a vita, rinnovandosi da sè stesso, ed avere in mano la somma delle cose.[196] Com'era naturale poi in chi sosteneva questo governo aristocratico, al Pazzi non piaceva la proposta assai più democratica fatta già a Leone X dal Machiavelli. Ma questi la ripeteva ora al Cardinale, modificandola alquanto, solo per renderla ancora più esplicita, e dandole addirittura la forma di deliberazione. «Considerando i nostri Magnifici ed Eccelsi Signori, come nulla sia più laudabile cosa, che l'ordinare una repubblica concorde e libera, nella quale ogni privato interesse ceda al pubblico bene, e gli appetiti d'una falsa gloria si spengano; confortati e spinti dal reverendissimo nostro Signore, signor Giulio cardinal dei Medici; invocato il nome di Dio, provvidono ed ordinarono, ecc.» Così cominciava la proposta di provvisione, la quale ricostituiva il Consiglio Maggiore, rappresentante di tutto il popolo, coi poteri già avuti prima del 1512; ordinava la elezione di un Gonfaloniere ogni tre anni; annullava i Consigli del Popolo, del Comune e dei Cento, trasformando quello dei Sessanta in una specie di piccolo Senato o nuovo Consiglio dei Cento, con l'autorità stessa che avevano avuta gli Ottanta prima del 1512. Si proponeva inoltre di far eleggere dai Signori in ufficio dodici cittadini di 45 anni finiti, ai quali, insieme col Cardinale, veniva per un anno solo concessa, senza poterla prorogare nè rinnovare, piena autorità di fare altre leggi.[197] E ciò sempre per assicurare ai Medici il potere durante la loro vita. Il Machiavelli compose allora anche un altro breve scritto sulla milizia cittadina, cercando senza mai smettere, di persuadere a tutti, che unico modo ad avere un buono esercito era il ricostituire l'Ordinanza, come a tempo del Soderini, non restringendola però a pochi armati, come s'era fatto recentemente, perchè ciò la rendeva inutile.[198]
La fede nelle buone intenzioni del Cardinale divenne allora così generale, che Filippo de' Nerli, frequentatore degli Orti Oricellari, e sempre fidato pallesco, narra come la Città si trovasse divisa, e gli animi sollevati per queste nuove speranze. Ricordando poi che appunto per ciò si proposero in quei giorni parecchi modelli di riforma, aggiunge: «Se ne scopersero molto Zanobi Buondelmonti ed anche Niccolò Machiavelli, gli scritti dei quali io vidi, e tutti andavano nelle mani del Cardinale, che mostrava farne grandissimo capitale. Alessandro de' Pazzi scrisse una molto elegante e bella orazione latina, con la quale lo ringraziava, in nome del popolo, per la restituita repubblica, e fu letta con applausi fra molti cittadini, ad una cena.» Le cose, egli continua, andarono tanto oltre, che il Cardinale cominciò a pensare di farle tornare indietro, ma non sapeva più come.[199] E Iacopo Nardi, che nelle sue Storie fa pur molti elogi al governo di lui, dice chiaro che in questa occasione egli «simulava, abusando della buona fede di alcuni forse troppo creduli cittadini, che tanto più facilmente cadevano nell'inganno, quanto più vedevano che non dava punto ascolto ai lamenti ed ai rimproveri de' suoi intimi, i quali avvertivano che questo era un gioco pericoloso.» Ma il suo animo cominciò a scoprirsi finalmente, quando il Pazzi gli presentò la propria orazione. Rispose che era in quel momento assai occupato e non poteva leggerla; la portasse a Niccolò della Magna, il tedesco Niccolò Schömberg, suo fidatissimo. E questi, dopo averla letta, disse con molta freddezza: «Piace veramente la vostra orazione, ma non punto il suggetto di quella.»[200]
Fu chiaro allora a tutti che Sua Eminenza aveva giocato finamente d'astuzia, ingannando gl'ingenui. Egli aveva nell'ultimo Conclave dovuto capire, che l'odio de' Soderini era inestinguibile, che essi tramavano qualche cosa contro di lui, e ciò lo aveva, come vedemmo, indotto ad affrettare il suo ritorno a Firenze. Nè poteva ignorare che Battista della Palla, per favori chiesti e non ottenuti, era da amico divenuto nemico, e se ne stava in Roma a trattare anch'egli co' Soderini, ricevendo da Firenze lettere continue. Ma con chi corrispondesse, che cosa tramasse, non riusciva facile indovinarlo. Malatesta ed Orazio Baglioni erano col duca d'Urbino andati nel Senese, dopo la morte di Leone X, col proposito di mutarvi il governo, indotti a ciò dal cardinal Soderini, nemico del Petrucci, messo colà dai Medici. Dopo questo primo passo, si sperava di poterli più facilmente cacciar da Firenze. Ma il cardinale Giulio mandò a vuoto l'impresa, per mezzo di Svizzeri e Tedeschi da lui assoldati, riuscendo poi a prendere i Baglioni stessi e il duca d'Urbino ai suoi stipendi. Poco dopo s'avanzava con le sue genti Lorenzo Orsini, detto Renzo da Ceri, mandato anch'egli dal cardinal Soderini, a tentar di nuovo la fallita impresa. E da Genova partivano, al medesimo scopo, parecchi soldati francesi. Ma anche questo secondo tentativo andò a vuoto, perchè il cardinal de' Medici aveva riassoldato un discreto numero di fanti e di cavalli; ed i Francesi furono richiamati, per la cattiva piega che pigliavano le loro cose in Lombardia. Il Conclave che, aspettando l'arrivo di papa Adriano, governava in Roma, si dimostrò subito avverso all'impresa; e Renzo da Ceri allora, non avendo più animo di avanzarsi, tornò indietro.[201]
Questi fatti però dimostravano ad esuberanza, che i nemici dei Medici, in Firenze e fuori, non erano pochi, non mancavano nè di animo, nè di danari. E per iscoprire appunto chi essi erano, il Cardinale continuava con sempre maggiore insistenza i ragionamenti sulla ricostituzione della Repubblica. Un tal suo procedere non restò finalmente senza qualche resultato. Il poeta Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Iacopo da Diacceto ed altri giovani degli Orti Oricellari avevano d'accordo coi Soderini cospirato d'ammazzarlo. Battista della Palla era il loro intermediario in Roma, ed essi aspettavano che riuscisse l'impresa di Renzo da Ceri, per metter mano ai pugnali. Fallita invece tale speranza, per meglio nascondersi, si rivolsero con più calore degli altri ad esaltare la finta liberalità del Cardinale. Speravano così di salvare la vita, e senza i pericoli della congiura, che ormai non poteva più riuscire, costringerlo a dare le riforme promesse o fatte sperare.[202] Tutto ciò doveva certo insospettire, ma non bastava a scoprirli con sicurezza, perchè insieme con essi molti altri ancora esprimevano le medesime opinioni, ed al Cardinale perciò non era possibile distinguere chiaramente gli amici dai nemici.
Il caso venne allora in suo aiuto. Fu in quei giorni appunto preso il corriere, che aveva portato le lettere e le notizie fra Battista della Palla e i congiurati di Firenze. Costui confessò d'aver parlato con Iacopo da Diacceto, il quale subito venne chiuso in carcere. Il poeta Luigi Alamanni, che era entrato nella congiura e si trovava in villa, fu avvertito in tempo. Egli fuggì allora in così gran fretta, che non pensò neppure a mettere in sull'avviso suo cugino Luigi di Tommaso Alamanni, il quale aveva del pari congiurato, e trovavasi in Arezzo, dove fu preso. Zanobi Buondelmonti passeggiava per la Città con Filippo dei Nerli, quando seppe che tutto era stato scoperto. Corse subito a casa per nascondersi; ma la moglie, raccolto il denaro che v'era, lo indusse a fuggire. E così potè andarsene prima in Garfagnana, dove era governatore Lodovico Ariosto suo amico; poi ricoverò, insieme con l'Alamanni, in Francia.
A Firenze si procedette intanto ad un giudizio sommario. Iacopo da Diacceto, messo alla tortura, senza punto esitare, disse: «Io mi voglio cavare questo cocomero di corpo: noi abbiamo voluto ammazzare il Cardinale.» Ed aggiunse, che ciò avevano deliberato, non per odio a lui, ma per amore della libertà, e perchè sapevano che egli fingeva nel parlar di riforme.[203] Finito il processo, il Diacceto e Luigi di Tommaso Alamanni furono decapitati il 7 di giugno 1522, avanti giorno. Prima di morire, il Diacceto scrisse alcuni versi latini pieni di reminiscenze classiche, cosa assai comune a quel tempo.[204] Continuarono poi le indagini e le condanne. I Soderini furono quasi tutti dichiarati ribelli; all'ex-gonfaloniere, che era stato citato, ma che morì il 13 giugno, vennero confiscati i beni, e fu dannata la sua memoria.[205] Altri ancora furono presi e processati, senza però che se ne cavasse nulla, perchè i veri e soli colpevoli erano già morti o lontani. Il cardinal Soderini non cessava per questo di tramare coi Francesi contro gli Spagnuoli e loro amici o protetti, quali erano i Medici. Se non che Adriano VI, il quale, sebbene molto temperato ed equanime, già manifestamente aderiva a Spagna, finì presto col farlo chiudere in Castel Sant'Angelo. Così tutto tornò tranquillo in Firenze, nè della nuova libertà si fece più parola.
Questa congiura, con la sua repressione sanguinosa, sciolse necessariamente la compagnia degli Orti Oricellari. Il Machiavelli, per sua fortuna, non cadde allora in sospetto, sebbene non restasse senza qualche carico d'avere co' suoi discorsi, sia pure involontariamente, acceso gli animi dei più giovani e più impetuosi. Il cardinal dei Medici gli restò tuttavia benevolo. Se non che la sua elezione al pontificato, che seguì poco dopo, lo indusse, come vedremo, a lasciare il governo di Firenze nelle mani del cardinal di Cortona, che, in nome del nuovo Papa, resse la Città con assai minore esperienza e maggiore durezza. Il Machiavelli dovette quindi decidersi a vivere sempre più ritirato in villa, dove attese alle Storie, e condusse a termine diversi lavori letterarî, fra i quali primeggiano le commedie. Di queste dobbiamo ora parlare.
Condizioni generali del teatro in Italia. — Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita. — Le Commedie dell'Ariosto. — La Calandra del cardinal Bibbiena. — Le Commedie del Machiavelli: La Mandragola, La Clizia, la Commedia in prosa, la Commedia in versi, la traduzione dell'Andria.
L'Italia, com'è noto, ebbe più di uno scrittore comico, e qualche poeta tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca, da cui non si potè liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto. S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere del popolo, il quale continuò a preferire i Mimi e le Atellane. Queste antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni, che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Più tardi dettero origine a quella che si chiamò la commedia dell'arte, la quale divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era già molto diffusa fra di noi. Essa, com'è noto, veniva quasi improvvisata dagli attori, ai quali si dava solo lo scenario, cioè il soggetto, l'intreccio generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti più salienti dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone, Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilità, lente trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.
Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ciò che era assai prima seguìto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni, che già erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come poteva dalla commedia dell'arte, che già fioriva, cavarsi un dramma, una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano più possibili nè la vera ispirazione epica, nè il dolore veramente tragico. La Sofonisba del Trissino e la Rosmunda del Rucellai, che sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai una vera e propria vitalità, nè furono seguìte da altre opere migliori. Allora però, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in Italia, e più fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre più alla commedia dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riuscì pure a migliorarla, correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacità e spontaneità. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continuò a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire anch'essa alquanto artificiosa, non perdè mai affatto il suo carattere popolare e primitivo.
Si è molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia non potè nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro, neppure d'una vera commedia nazionale, quando già per questa v'erano ad esuberanza tutti gli elementi necessarî a costituirla. Non mancavano certo vivacità e fecondità d'invenzione nella commedia dell'arte, e nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori letterarî cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza intrinseca, per vitalità propria, si resero indipendenti, arrivando ad una vera originalità nazionale. Perchè dunque a questo non potè mai giungere il nostro teatro? In verità l'essere una nazione riuscita felicemente in molte cose, non è una ragione, perchè debba riuscire del pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita sociale e nazionale siano già formate e progredite, e l'Italia non era anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero tutto, soffocando la libertà ed affrettando la decadenza. Richiede inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita dell'arte. Ed è pur da riconoscere, che allo svolgimento originale, vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che l'arte dei letterati esercitò sempre su quella del popolo, più culto che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare arrivi fra noi a quella maturità, che è necessaria a far germogliare una nuova forma di arte nazionale, più di una volta s'è visto, che esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati, che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni elemento popolare, anzi è con tale aiuto, che l'imitazione classica riuscì a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione originale d'una forma poetica nuova e nazionale, è allora che la nostra letteratura incontra le maggiori difficoltà. Non c'è quindi da maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro teatro nel secolo XVI.
Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel Rinascimento italiano già piena di classiche reminiscenze, di forme letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena vitalità popolare, prima cioè di offrire ai grandi scrittori materia adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa, senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Più di una volta pareva che fosse già per toccare la mèta; che sorgesse finalmente per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece prevaleva da capo la imitazione classica. Così si oscillava sempre fra l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al vero comico di Aristofane e di Molière.
Terenzio è assai facile, e però fu subito molto imitato in Italia; ma l'azione di Plauto sul nostro teatro non è piccola. Come scrittore comico, sebbene più rozzo, egli è assai superiore. Il suo sguardo psicologico è quello di un accorto conoscitore degli uomini; la rappresentazione dei caratteri, la forza e varietà con cui riproduce le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei caratteri, con una certa ardita superiorità che ride di tutto, sono le qualità che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli, come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella bettola, che nella sua commedia è in opposizione con la casa. Terenzio, invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto più morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio è una miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente i padri, ed il suo linguaggio è pieno di frizzi; il secondo sembra spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza e movimenti eleganti: il suo lato debole è la invenzione, alla quale supplisce con l'arte.
I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni, rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici. Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a far rappresentare antiche commedie. Seguì ben presto l'Accademia dei Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati, Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe però il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di quei duchi. Colà i Menecmi di Plauto furono tradotti e rappresentati sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi con la erudizione, a Ferrara trovò una vera forma il nostro poema cavalleresco; così dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi nazionali e popolari colà nacque pure la nuova commedia, di cui fu iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo Orlando Furioso.
Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie, ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominciò con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie originali. Nella Cassaria, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad ogni passo imitazioni da Terenzio; i Suppositi che vennero dipoi, presero il soggetto dai Captivi e dall'Eunuco, fusi insieme. E l'autore dichiara nel suo prologo, che «non solo nelli costumi, ma anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e celebrati poeti a tutta possanza imitatore.» Pure con i Suppositi già siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le due commedie, scritte dapprima in prosa, furono più tardi voltate dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perchè solo in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale, originale, e si sentiva assai più nel proprio elemento. Così si allontanava però dalla via che era propria della commedia italiana, scritta quasi sempre in prosa, per la necessità di riprodurre il dialogo familiare. Nella Lena il soggetto e i caratteri sono del secolo XVI. Più originali di tutte le altre riescono le due ultime, il Negromante e la Scolastica. Siamo con esse fra gli studenti di Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della società italiana ci è rappresentata senza velo, e la satira sferza i costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le indulgenze.
In questo modo la commedia erudita uscì dalle mani degli accademici, acquistò indipendenza e naturalezza, sempre più avvicinandosi alla società de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico, una grande semplicità e sensualità, che sono caratteri proprî della letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme più commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ciò che principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto, è la vivace dipintura dei tempi, la satira di essi, la quale è piuttosto una fine ironia, con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere nuovo; ma si sente pure che egli già s'apparecchia ad un'opera maggiore e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo nella libertà del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ciò che più richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione, ciò che egli sopra tutto ci rappresenta è l'intreccio, la mutabilità continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi. Non vuole, non può lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun carattere, di nessuna passione. Una grande varietà di episodî, che non sempre trovano la loro unità, o la trovano solo nel continuo mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di colui che creerà l'Orlando Furioso. Il grande poema sembra già vivere nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di venire alla luce. Si direbbe che esso già agita la mente del poeta, ed altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra le mani.
La Calandra del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel primo decennio del secolo XVI, levò gran rumore. Fu da molti affermato che essa iniziò il nuovo genere in Italia, il che non è vero, essendo stata già preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali è molto inferiore. Il Bibbiena era però cardinale, toscano ed assai faceto; non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il pubblico, e vi riuscì. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi più autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono. Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu subito molte volte recitata in varie città d'Italia, e poi anche, nel settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della nazione fiorentina, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia, per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.[206] Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso, «perchè la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e perchè e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate.» Si scusa inoltre co' suoi uditori, se la commedia non è antica, perchè le cose moderne piacciono più; si scusa anche se non è latina, perchè vuole essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data, non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.[207] Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato. Pure la Calandra è presa dai Menecmi di Plauto, sostituendo ai due gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto più, perchè l'autore era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno e di veramente nuovo non v'è che la forma esteriore, la vivacità e la naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta è troppo lungo e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti più osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perchè tutto dipende dalla eccessiva imbecillità di Calandro, cui si può dare ad intendere quello che si vuole. Insomma è più che altro una farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si può facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La Calandra rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione, avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa la sua propria forma. Questo è ciò che le dà una importanza storica nella nostra letteratura.[208]
Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver dato il suo vero carattere alla commedia italiana, è di certo il Machiavelli, che superò tutti con la Mandragola. Che egli avesse un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo già visto ne' suoi scritti, massime nelle lettere familiari; che perciò si sentisse inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando si provò ad imitar le Nuvole di Aristofane, scrivendo le Maschere, che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci nella Mandragola la migliore commedia del teatro italiano, superiore, secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle più belle del Molière.
L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo nel 1504.[209] Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia fu scritta assai più tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno lieti della vita del Machiavelli.[210] Il Giovio, ne' suoi Elogia doctorum virorum, dice che Leone X, sentito del gran successo della Mandragola in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare anche in Roma.[211] E da una lettera che scrisse Battista della Palla il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era già pronto per farla recitare.[212] In quell'anno adunque la commedia era stata assai probabilmente già rappresentata in Firenze. La più antica edizione, di cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;[213] ma par certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora più antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la Mandragola fu recitata a Venezia, dove il teatro era così affollato, che non si potè dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione con la Rosmunda del Rucellai.
La Mandragola ha per noi una doppia importanza, perchè da un lato ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore originalità; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto che egli s'era formato degli uomini e della società del suo tempo. Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi, quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza è pur qualche volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece uno scroscio di riso. Se voi chiedete, così dice nel prologo, come mai l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere uomo savio e grave,