Sotto il velame degli versi strani

della leggenda.

«Tifone è la personificazione delle tenebre e del freddo; Horo il sole del solstizio d’inverno; Serapide il sole del solstizio d’estate: Osiride il sole dell’equinozio d’autunno, che perisce sotto i colpi del suo eterno avversario. Gli organi della virilità sono il phallus, emblema della fecondità solare. Iside è la luna, sposa e sorella del Re, da cui ella riceve la influenza e ch’ella segue costantemente nella sua immensa carriera[198].» Plutarco ci porge del pari identica la chiave della astronomica allegoria, ed io d’altronde in questa mia opera, pur d’Ercole parlando, ho chiarito l’allegoria astronomica del pari che si cela sotto le famose sue gesta; sì che paja che la sapienza degli antichi sacerdoti nascondesse dei veri sotto tutti i miti, sotto tutte le leggende della pagana teogonia, nè fossero essi soltanto stranezze ed ubbie superstiziose.

Le divinità egizie ebbero per simbolo un animale qualunque, ed anzi questo emblema vivente teneva luogo quasi sempre nei templi della statua del Dio stesso e riceveva così le adorazioni de’ fedeli. Erodoto dice che gli Egizi rappresentavano Iside colle corna di bue, forse come emblema di potenza: Plutarco afferma che Mercurio posò una testa di bue su quella di Iside invece del diadema che Horo le aveva levato.

Addetta al culto di questi numi eravi tutta una casta sacerdotale, che formava la parte sapiente della nazione, consacrata a studiare le scienze positive, la fisica, l’astronomia, la storia naturale, la geografia, la medicina; a coltivare la teologia, la filosofia, la divinazione, occupandosi altresì di architettura, pittura e musica, ed a raccogliere gli annali e le cronache del proprio paese e dell’altrui. Essa era investita dell’amministrazione della giustizia, della riscossione delle imposte, e della disposizione degli impieghi. Dividevasi in profeti, in comasti e zaconi: i primi eran d’ordine superiore e vivevano assai sobrii e puri. Il desiderio di conservarsi in uno stato della più rigorosa purezza, aveva introdotto in mezzo ad essi il costume della circoncisione, e gli aveva impegnati a vestire stoffe di lino candidissime, in memoria altresì ch’Iside fosse stata, come afferma Ovidio, l’introduttrice del lino; onde così vennero designati da Marziale in un epigramma:

Linigeri, fugiunt calvi, sistrataque turba,

Inter adorantes cum stetit Hermogenes[199].

Malgrado questo, io credo giustificare la qualifica di spregevole e abbietta superstizione, che ho dato testè alla egiziana, oltre che coll’autorità di Properzio, già riferita, e colle orgie cui eran pretesto i riti isiaci, ch’eran pur quelli detti eleusini in Grecia, e che di là in Roma aveva Claudio derivati[200], pure col seguente passo di Erodoto.

«Anche i sepolcri di lui, del quale in tale occasione mi saria sacrilegio confessare il nome, sono in Sais, nel sacrario di Minerva, dopo il tempio, contigui a tutta la parete di Minerva e nel sacro terreno, stanno grandi obelischi di pietra e v’ha dappertutto un lago col bacino incrostato di pietre e ben lavorato in giro, di grandezza, come parevami, quanto il lago, chiamato in Delo in forma di ruota. In quel lago fanno di notte la rappresentazione delle passioni di lui, e gli Egizii le chiamano misterii; ma intorno ad essi, quantunque mi sappia assai ogni particolarità, sarà non pertanto bello il tacere»[201]. Si han poche nozioni sui misteri di Serapide e Osiride, dice Clavel; si sa solamente che negli ultimi, si commemorava con un cerimoniale emblematico il fine tragico d’Osiride, proditoriamente messo a morte da Tifone.

Per chi sa che in Egitto i misteri d’Iside, la generatrice di tutte le cose, fossero sempre casti e irreprensibili, perocchè soltanto sotto allegorie rappresentassero la creazione del mondo e degli esseri, il destino dell’uomo, l’investigazione della sapienza e la vita futura delle anime, non potrà rendersi ragione del severo giudizio che di tal culto i dominatori di Roma portassero così da proscriverlo sì spesso: ma ogni sua maraviglia cede ove si pensi come in Roma il culto vi giungesse travestito all’asiatica, molto diverso però dalla egizia ed anche dall’origine italica[202].

«Presso i Romani, scrive Pietro Dufour nella sua Storia della Prostituzione[203], come in Asia, tali misteri erano meri pretesti ed occasioni di disordine d’ogni sorta; la prostituzione singolarmente v’occupava il primo posto. Ecco perchè il tempio in Roma fosse distrutto e riedificato per ben dieci volte; ecco perchè il Senato alla fine non tollerasse le isiache, che per la protezione interessata, accordata loro da cittadini ricchi e possenti; ecco perchè non ostante la prodigiosa diffusione del culto d’Iside sotto gli imperatori, gli onesti s’allontanassero con orrore, e nulla più disprezzassero quanto un sacerdote d’Iside. Apulejo, nel suo Asino d’Oro, ci fa una ben mite descrizione di tali misteri, a cui s’era iniziato e non permettevasi di svelarne i riti segreti; descrive la processione solenne, in cui un sacerdote porta nelle sue braccia la venerabile effigie della Dea onnipotente, effigie che nulla ha dell’uccello, nè del quadrupede nostrale o selvaggio e più non somiglia all’uomo, ma nella stranezza sua medesima venerabile, e che ingegnosamente caratterizza il misticismo profondo e l’inviolabil segreto di cui si cinge codesta augusta religione. Davanti l’effigie, che non era che un phallus d’oro, cioè l’emblema dell’amore e della fecondità, andava una folla di gente iniziata d’ogni sesso, età e condizione vestita di lini bianchissimi; le donne cingevano di veli trasparenti i capelli pregni d’essenze, gli uomini, rasi sino alla radice de’ capelli, agitavano sistri metallici. Ma Apulejo serba prudente il silenzio su quanto si faceva nel santuario del tempio, ove compivasi l’iniziazione a suon di sistri e piccole campane. Gli scrittori antichi tacquero tutti intorno al soggetto delle misteriose iniziazioni, che dovevano essere sinonimo di prostituzione. Gli imperatori stessi non arrossirono di farsi iniziare e di prendere per ciò la maschera a testa di cane in onore di Anubi figliuolo di Iside.»

Era quindi questa Dea, ben più di Venere, la regina della prostituzione sacra a Roma e in tutto il romano impero ed aveva semplici cappelle dappertutto, al momento della maggior depravazione dei costumi. Il tempio principale era nel campo di Marte; le adiacenze, i giardini, i sotterranei d’iniziazione dovevano essere bene ampii, ascendendo a più migliaja d’uomini e donne gli iniziati che accorrevano a processione nelle feste isiache.

Di più nel recinto sacro eravi commercio continuo di dissolutezza, al quale i sacerdoti d’Iside, lordi di ogni vizio e capaci di ogni delitto, prestavano volentieri l’opera loro. Formavano essi un ben numeroso collegio, che viveva in una oscena famigliarità; lasciavansi andare a’ traviamenti tutti de’ sensi, nella sfrenatezza delle passioni, ubbriachi sempre e ripieni di cibo, giravano le vie della città vestiti dei loro lini macchiati e sudici, colla maschera da muso di cane sulla faccia, ed in mano il sistro, scrollando il quale chiedevano l’elemosina, battevano alle porte e minacciavano la collera d’Iside a chi si rifiutava di farla. Essi esercitavano nello stesso tempo l’infame mestiere di lenoni, incaricavansi, concorrendo colle vecchie meretrici, di tutti i negozj amorosi, delle corrispondenze, degli erotici convegni, dei traffici e delle seduzioni. Il tempio e i giardini erano asilo ai protetti amanti e agli adulteri da lor travestiti con abiti e veli di lino. I mariti ed i gelosi non penetravano impunemente in quei luoghi consacrati al piacere, ove non si vedevano che coppie amorose, ove non si ascoltavano che sospiri coperti dai suoni dei sistri. Giovenale — come gli altri poeti che già citai — parla in più luoghi nelle sue Satire delle pratiche dei santuarj d’Iside. Rammento questi versi della Satira IX a Nevolo Cinedo:

Nuper enim, ut repeto, fanum Isidis et Ganymedem

Pacis, et advectæ secreta palatia matris,

Et Cererem (nam quo non prostat femina templo?)

Notior Aufidio mœchus et celebrare solebas[204].

Il tipo di Arbace nel bel romanzo di Bulwer è l’espressione fedele della dottrina e della brutale passione ad un tempo del sacerdote di Iside: quello di Caleno del sacerdote lenone, scellerato e schifoso. Apecide, il severo fratello di Jone, aveva avuto ben d’onde d’essersi presto stomacato di quelle sacerdotali nefandità.

Era stato in Pompei questo culto introdotto dagli Alessandrini, che pei loro commerci avevano assai frequenti occasioni di venirvi; e però molti di que’ del paese eransi presto a’ misteri Isiaci iniziati, questi essendo in venerazione di tutti. Più tardi s’era infiltrata indubbiamente anche in Pompei la corruzione isiaca, greca e romana. Se non temessi dilungarmi di troppo e non avessi presente l’economia dell’opera, riferirei i riti dell’iniziazione, diversi assai nell’origine loro egizia dalla degenerazione europea, e l’importanza che vi si assegnava; ma essi inoltre avevan luogo, nel solo Egitto, e non riguardavano d’altronde i misteri minori che celebravansi, ne’ templi altrove.

Mi restringerò dunque alla descrizione materiale del tempio d’Iside pompeiano.

Sul frontispizio della porta di questo tempio in una tavola di marmo si leggeva un’iscrizione che importa riferire per racchiudere essa dati storici di non dubbio interesse:

N . POPIDIVS . D . F . CELSINVS
ÆDEM . ISIDIS . TERRÆ . MOTV . CONLAPSAM
A . FVNDAMENTO . P . S . RESTITVIT . HVNC
DECVRIONES . OB . LIBERALITATEM
CVM . ESSET . ANNORVM . SEXS . ORDINI . SVO
GRATIS . ADLEGERVNT[205].

Poco monta a noi di risollevare la questione agitatasi calorosamente tra i dotti sulla interpretazione di quell’abbreviatura sex, parendomi d’accettare quella che mostrasi più razionale, cioè, di sexsaginta, non sex, perocchè basti l’avvertire quel che Cicerone ebbe a dire essere, cioè, più difficile venir nominato decurione in Pompei che senatore in Roma, per respingere senz’altra discussione l’assurda pretesa di coloro che avrebbero voluto leggere in questa iscrizione l’aggiunzione gratuita di Numerio Popidio Celsino all’ordine dei decurioni nell’età di anni sei, non già in quella d’anni sessanta. Come avrebbe l’infante di sei anni potuto disporre di tanta liberalità, s’anco si volesse supporre che la massima delle dignità si fosse voluto conferire ad un fanciullo?

Piuttosto noterò e in questa e nelle altre iscrizioni che pur riferirò nella descrizione di questo tempio, come la famiglia Popidia fosse tutta benemerita del culto isiaco che si osservava in Pompei.

All’ingresso del tempio stava una cassetta per ricevere le offerte in denaro e due fonti lustrali, che si appellavano aquiminaria, su d’una delle quali l’iscrizione: Longinus Duumvir.

Esso appartiene al novero di que’ templi che si dicono ipetri, parola greca che significa scoperto, ed è assai piccolo, per la ragione che ho già superiormente addotta, della costumanza cioè che il popolo non vi fosse ammesso, deponendo egli le sue offerte sul sacro limitare. Molto più il culto d’Iside aveva bisogno d’essere circondato da misticismo e segreto, per meglio accreditarne i misteri. Infatti sotto il podio su cui posava il simulacro della Dea, ancor di presente si vede una fornice od angusta cameretta cui si accede per una dissimulata scaletta, dalla quale non visti i sacerdoti dalla vuota statua emettevano responsi, accreditandone autrice la Dea: esempio strettamente imitato da certi cattivi ministri dell’altare fino a’ nostri giorni nel far muovere gli occhi o nel farli piangere di madonne e di crocifissi.

Lungo i lati esterni del tempio corrono otto colonne di stucco per ogni parte e sei si accampano di fronte e sono d’ordine dorico, senza base e dell’altezza di nove piedi e mezzo. L’edificio di materia laterizia è per altro ricoperto di un intonaco assai duro.

Il santuario, o cella, come si soleva denominare, che non è che un tempietto quadrato nel fondo dell’edificio, aveva due nicchie per parte, mentre nel prospetto sorgevano due are fiancheggiate da due podii, su cui si rinvennero due tavole isiache, di cui una affatto intera con caratteri geroglifici, come sogliono osservarsi nel rovescio delle statuette d’Iside e de’ Pastofori nei musei, giusta l’osservazione che ne fa il Romanelli.

Due are erano ai lati, una per ardervi le vittime, l’altra per accogliervi le ceneri, che allo scoprirsi del tempio vennero ancora vedute. Altre are minori appoggiate alle colonne servivano per ardervi timiami ed incensi di continuo per aggiungere reverenza al luogo.

Presso all’ara sinistra vedesi un’altra cameretta con sotterranea scala e deve essere stata destinata alle lustrazioni, o purificazioni volute dal rito, a cagione del lavacro che nel fondo si osserva. Bassorilievi di stucco ne decorano le pareti e in una nicchia è dipinto un Arpocrate che, il dito sulla bocca, intima silenzio. Una statua d’Iside in terra cotta ed una d’Anubi colla testa canina, ch’eran pur qui, andarono ad arricchire in un colle altre immense preziosità scoperte il Museo Nazionale. Quella d’Iside dorata aveva nel suo piedistallo questa iscrizione:

L . CÆCILIVS
PHOEBVS . POSVIT
L . D . D .[206]

Diversi oggetti di non dubbio interesse ed attinenti il culto si rinvennero del pari, come lettisterni di bronzo, su cui era inteso si assidessero le divinità in certe feste; lampade, lucerne, pàtere, lebeti, turiboli, accerre, prefericoli, simpuli, mallei, secespiti, cultri, litui, crotali, aspergilli[207], utensili tutti religiosi, aghi augurali per iscrutare entro le viscere delle vittime, e sistri, istrumenti, questi ultimi specialmente in uso nelle cerimonie isiache, come anche nel dipinto della Dea in questo tempio trovato su d’una parete, si vede stringere un sistro nella destra, e del quale perchè caratteristico di questo culto, e perchè spesso si riscontri accennato nelle poesie e negli scritti antichi, convien che ne dica qualche parola.

Già vedemmo, citando Tibullo, come il poeta ricordasse la sua Delia agitare e rintronar l’aria de’ sistri in onore di Iside, e questo istrumento di argento o di bronzo che certo non poteva rendere alcuna armonia, ma solo un suono acuto che congiunto alla grossolana tibia, appellata chnoue nell’Egitto, ed al muggito del bove Api, produceva quell’orribil frastuono che Claudiano espresse in questi versi imitativi:

Nilotica sistris

Ripa sonat phariosque modos Ægyptia ducit

Tibia, submissis admugit cornibus Apis[208].

Nè vanno obbliate la statua di Venere Anadiomene in marmo, qui del pari trovata posata su d’un pilastro, avente le braccia, il collo e l’ombelico dorato, e quelle di Bacco e di Priapo in marmo greco; non inutile osservazione codesta, perocchè tenga a provare come il tempio sacro ad una divinità non escludesse i simulacri di altre. Sul plinto della statua di Bacco, che era lo stesso che presso gli Egizi Osiride, si legge questa iscrizione:

N . POPIDIVS . AMPLIATVS
PATER . P . S[209].

Passando alla sala de’ Misteri, voglionsi riguardare alcune pitture, ma più ancora l’iscrizione nel pavimento di mosaico che così suona:

N . POPIDI . CELSINI
N . POPIDI . AMPLIATI
CORNELIA . CELSA[210].

Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’ sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano, altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero 360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte nell’opera sua di questi due personaggi.

Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca. È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si trovò e che fu letta da Jannelli per Cereiiai Pumpaiianai, cioè Curia Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure scoperta e che, letta, si chiamava trebus.

Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al 1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento, l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran patera, erme e teste di numi.

Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo culto bandite.

Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside, misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri, vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati. Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale, conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi ancora ci inspirano rispetto.»

Tempio d’Esculapio o di Giove e di Giunone.

Un altro tempio è nella strada di Stabia, stato scoperto dal 1766 al 1768, nel lato destro; e per una statua figulina rappresentante Esculapio, il Dio preposto all’arte medica, venne dai più ritenuto per sacro a quella divinità e nelle Guide è così designato, e sotto questo titolo l’ha pur descritto Dyer nella sua Pompeii (pag. 138). Gau, continuatore di Mazois, invece lo pensò dedicato a Nettuno: a questo Dio marino credendo attribuire una testa barbuta e di gran carattere vedutavi su di un capitello, e del resto si sappia da medaglie, bassorilievi e statue in altri luoghi trovati, non che dagli scritti d’uomini dottissimi, che anche Esculapio venisse rappresentato con gran barba. Altri, scrive Galanti, lo pretende tempio di Priapo, pur senza che ragion di sorta ne venga addotta[211].

Ma scostandosi da tutti questi chiari scrittori, Ernesto Breton nella sua Pompeja (pag. 53) lo proclama sacro a Giove e Giunone, rifiutando così l’opinione di altri che l’assegnavano a Minerva o alle tre divinità del Campidoglio.

«Deux statues, scrive egli, médiocres en terre cuite, trouvées dans ces ruines et placées aujourd’hui au Musée, représentent, dit-on, Jupiter et Junon; mais elles ont été prises aussi pour Esculape et Hygie, et de là sont nées des nouvelles conjectures qui ont étés émises par Winkelmann dans le premier volume de l’Histoire de l’Art. D’un autre côté, comme on y a trouvé aussi un buste de Minerve, Overbeck a cru pouvoir supposer que le temple était dédié aux trois divinités du Capitole. Aucune de ces suppositions ne nous paraît suffisamment justifiée; cependant nous avons cru devoir donner à cet édifice le nom que lui assignent les plans et les ouvrages les plus récentes, tout en reconnaissant que des nombreux ex-voto, pieds, mains, etc. en terre cuite, aient pu fournir un argument puissant en faveur de la dédicace du temple aux divinités de la médicine.»

Gli intenti dell’opera mia non sono, e l’ho già detto, di misurarmi in polemiche co’ dotti che dichiararono le preziose antichità di Pompei; nondimeno se m’è lecito esprimere un dubbio sull’assegnazione che si dice fatta di questo tempio a Giove e Giunone, le due maggiori divinità dell’Olimpo pagano, io l’appoggerei alla circostanza che un tal tempio sia il più piccolo di tutti gli altri pompejani, non misurando che 21 metri in lunghezza e sette in larghezza, e che forse a quelle maggiori divinità sarebbesi eretto più grande e dicevole delubro. D’altronde, poichè in Pompei abbiam trovato un altro tempio, anzi il più grande di tutti i templi di Pompei e tale da annoverarsi fra i più vasti anche d’altrove, dedicato al Tonante, perchè in città non amplissima sarebbesi alla medesima divinità un secondo tempio consacrato?

Non entrerò pure in disquisizioni mitologiche, trattando di parecchi Esculapii esistiti; ma mi giova per altro combattere qui l’opinione di coloro che vorrebbero questo nume proveniente d’altra regione che dalla Fenicia. Sanconiatone, venerando scrittore dell’antichità, afferma questa sentenza ch’io reco, e dichiarandolo figlio di Sydic e di una delle Titanidi, lo presenta qual fratello dei Cabiri o grandi dei, come significa il loro nome orientale, anzi il più distinto di tutti sotto il nome di Esmuno.

Secondo lo stesso Sanconiatone, la Titanide madre d’Esculapio era Astarte bellissima Dea; secondo Ovidio, nei Fasti, è Arsinoe; comunque sia, Esculapio essendo fra gli Dei Cabiri, mi persuade ognor più che i Pompejani gli avessero dedicato un tempio, perchè provenienti essi da’ Pelasgi, od anche da’ Greci, i Dioscuri o Cabiri, che ho già detto altrove essere una cosa sola[212], vi erano in grande venerazione. Or come conciliare cosifatta somma venerazione col non avere essi in Pompei alcun tempio, se questo di cui tratto non era sacro ad Esculapio?

Un’altra ragione io deduco dall’aver veduto in sommo onore in Pompei il culto d’Iside. Venuto questo, come superiormente dissi, dall’Egitto, poteva essere stato parimenti recato quello d’Esculapio dall’Egitto, ove i Fenicj il portarono e dove ottenne d’essere adorato, forse più che presso ogni altro popolo, perchè, secondo l’autorità di Ammiano Marcellino, gli Egizj vantavansi che questo Dio più d’ogni altro popolo li onorasse di sua presenza[213].

Narra la favola come Esculapio inventasse un gran numero di salutari rimedj, unisse la chirurgia alla medicina, e accompagnando Ercole e Giasone nella spedizione della Colchide, prestasse grandi servigi agli Argonauti. E aggiunge che non contento di risanare i malati, risuscitasse anche i morti; onde Plutone l’avesse a citare davanti al tribunale di Giove, lagnandosi che l’impero dei morti si fosse notabilmente diminuito e corresse rischio per lui di rimanere interamente deserto; di modo che Giove irritato avesse con un colpo di fulmine a uccidere Esculapio, il quale vendicato poi da Apollo, ottenesse quindi gli onori divini[214]. Questo ammesso, si capisce perchè i medici lo eleggessero a propria divinità tutelare.

Certo è che Pausania e Diodoro Siculo ne fan sapere come gli ammalati traessero in folla ne’ templi di questo Dio, ond’essere dalle loro infermità risanati; d’ordinario vi passassero la notte e allorquando avevano ricevuto qualche sollievo o guarigione, vi lasciassero delle immagini rappresentanti le parti del loro corpo che erano state guarite.

È questa allora altra particolarità che vale d’argomento non lieve a ritenere questo piccolo tempio pompejano sacro ad Esculapio, appunto per i numerosi ex voto, piedi e mani ecc. che Bréton conferma esservisi rinvenuti.

Se non che, dopo tutto, con maggior probabilità potrebbe questo delubro essere stato ad un tempo stesso sacro ad Esculapio e a Giove e Giunone, da che si ponga mente che in uno stesso giorno si celebrava a queste tre divinità ed a Giano dai Romani la festa. Nel Kalendarium, che dicesi d’Ovidio, il quale venne stampato in capo a molte edizioni delle opere di tal poeta e riprodotto pur da Heinzius nella nitidissima edizione di esse fatta nel secolo scorso a Parigi da J. Barbou e ch’io pure posseggo, Kalendarium che ha molta attinenza coi Fasti dell’illustre Poeta, m’accadde appunto di constatare tale particolarità consegnata nel primo di gennajo sotto questa precisa rubrica: A. Kal. Januari; Jani festum, Junonis, Jovis et Æsculapii. Così potrebbe essere allora ogni differenza conciliata, collo ammettere, cioè, che sacro fosse il tempio in questione a tutte e tre queste divinità.

Tale delubro era ipetro, per dirla con termine greco, o subdiale con parola latina, vale a dire scoperto, e le mura già rivestite di stucco, ora sono affatto scrostate. Si ascende al santuario per nove gradini; doveva avere colonne, scomparse affatto, e nel centro dell’area sta una grand’ara di tufo ornata di triglifi dorici, di buon gusto, e che taluni paragonano al celebre sarcofago trovato a Roma ne’ sepolcri degli Scipioni, conservato ora nel museo del Vaticano. Il santuario poi aveva il pavimento di mosaico e le pareti erano tutte quante istoriate di pitture, di cui appena è rimasta qualche traccia.

Tempio di Mercurio.

Come per gli altri templi pompeiani, così anche per questo piccolo tempio, che dal suo principio, cioè dalla scoperta fattane nel 1817, ebbe dalla Direzione degli Scavi la designazione di Mercurio, per una statuetta che di questo Dio fu tosto rinvenuta, si affaticarono gli archeologi a supporvi altra destinazione. Il prof. Garrucci[215] lo volle consacrato ad Augusto, senza per altro ristare davanti all’esistenza in Pompei d’un altro tempio sacro allo stesso divinizzato imperatore, pur da lui riconosciuto nel Panteon di cui fra poco avrò a dire. Altri poi il pretesero sacro a Quirino.

Questi ultimi almeno si fecero forti nella opinione loro della iscrizione tutta guasta rinvenuta su d’un piedistallo in vicinanza delle porte del tempio e che il celebre storico ed archeologo tedesco Mommsen, tanto benemerito de’ nostri patrii studj, ha creduto di potere ristabilire e leggere in questo modo[216].

ROMVLVS MARTIS
FILIVS VRBEM ROMam
CondidIT ET REGNAVIT ANNOS
Duo de quADRAGINTA ISQVE
Primus dux DVCE HOSTIVM
Acrone rege CAENINENSIVM
interfECTO SPOLIA opima
Iovi FERETRIO CONSECRavit
RECEPTVSQVE IN DEORUM
NVMERVM QVIRINVS APELLATVS EST[217].

Se non che non può essere questa una perentoria ragione che prodursi voglia ad accogliere siffatta opinione, da che elevandosi questo tempio nel mezzo del lato orientale del Foro, dal quale non è separato che da un angusto vestibolo, il piedistallo e la statua di Romolo che vi sarà stata sopra, potessero servire di decorazione al Foro stesso, senza quindi aver relazione alcuna col prossimo tempio. «D’altronde, osserva opportunamente Dyer, siccome un’altra iscrizione simile relativa ad Enea, si trovava al lato opposto, è evidente ch’esse hanno appartenuto a due statue di questi personaggi. Del resto non è una iscrizione di questa specie che sarebbe stata collocata sotto la statua d’una divinità»[218].

Quando invece si rifletta che Pompei era, come feci notare in addietro più volte, navale di molto momento, ossia porto marittimo importante e commerciale, doveva esser più che giusto che i Pompeiani avessero in onore e in venerazione il Dio de’ commercianti e de’ naviganti, oltre a tutti gli altri attributi che la superstizione pagana gli concedeva e che Ferrante Guisoni compendiò in questi versi:

Quasi in cotal maniera Erme celeste

Guida a’ nocchier, ritrovator dell’arti,

Scala al sommo Fattore, e delle Muse

Amico ed oratore e cortigiano,

Accorto trafficante e ne’ cammini

Dubbj scorta fedele....

«Il culto di questo Dio, dice il Dizionario della Mitologia di tutti i popoli, era specialmente adottato ne’ luoghi di gran commercio.» Vitruvio poi nel passo che già m’avvenne di citare nel principio di questo capitolo, dicendo che il tempio a Mercurio debba essere nel Foro, porge argomento maggiore a ritenere il tempio di che parlo per veramente sacro a Mercurio, molto più poi che il Foro pompejano fosse in vicinanza alla marina e quindi più proprio a’ nocchieri e naviganti, che l’invocavano propizio a’ loro viaggi e negozj.

Tra l’edificio detto d’Eumachia e la Curia sorge codesto tempio. Il suo vestibolo è coperto e il suo tetto era sorretto da quattro colonne d’ordine corintio, da quanto almeno s’argomenta da’ loro capitelli, esse più non esistendo. Il muro di cinta del peribolo era decorato di modanature; e da ciò che le muraglie non furono mai rivestite di stucco, nè l’altare era stato terminato, Dyer suppone che i Pompejani fossero stati sorpresi dalla eruzione del Vesuvio nel tempo in cui ricostruivano il tempio distrutto dal tremuoto nell’anno di Cristo 63[219]; quantunque, s’egli avesse ben ripensato, avrebbe veduto in qualche punto frammenti di marmo aderenti alle pareti, che lascian a ragione sospettare che tutte le mura dovessero invece essere rivestite di lastre di marmo.

Alla cella, o santuario, si ascende per due scale laterali: nel centro del recinto, o area, vedesi un’ara di marmo bianco, ornata di un bassorilievo che appare incompiuto e rappresenta un sacrificio. Taluno ha creduto di ravvisare la testa di Cicerone in quella del sacerdote sagrificatore.

A destra dell’angusto santuario, che non misura, a dir di Bréton, più architetto, a vero dire, che archeologo nell’opera sua, quattro metri di larghezza su tre e cinquanta di profondità, e a basso del podium, scopresi l’ingresso a tre sale, già abitazione de’ ministri del tempio.

Ora questo tempio si fa servire a ripostiglio di frammenti di scultura o d’altri oggetti che si vengono scoprendo negli scavi, finchè non si credano meritevoli di migliore conservazione nel Museo Nazionale di Napoli; e però il suo ingresso è chiuso da un cancello di ferro.

Tempio della Fortuna.

Capricciosa dispensiera de’ beni come de’ mali, de’ piaceri come de’ dolori, della ricchezza come della povertà, non era possibile che la Fortuna, che il Guidi felicemente dipinge

Una donna superba al par di Giuno

Colle treccie dorate all’aura sparse

E co’ begli occhi di cerulea luce[220],

e che si dice, per la bocca dello stesso poeta

Figlia di Giove, e che germana al Fato

Sovra il trono immortale

A lui mi siedo a lato,

non si avesse in Pompei il proprio delubro. Sia che vogliasi aver serbato sempre questa città le tradizioni della Grecia, dalla quale se ne ripetono da molti le origini, sia che vogliasi invece aver essa adottate consuetudini e vita romane, questa Dea essendo sì in Grecia che in Roma venerata, aveva il di lei tempio tutta la ragion d’essere anche in Pompei.

Il nominarsi Tyche in Grecia, fu causa che diversi scrittori opinassero fosse una tale divinità sconosciuta alla più remota antichità greca, non trovandosene menzione in Omero ed in Esiodo. Ma sotto il nome di Tyche è memorata da Omero nel suo Inno a Cerere, che la fa, diversamente da altri, figliuola all’Oceano, e da Pindaro. Le greche derivazioni ed attinenze in Pompei sarebbero così ancora una volta attestate da questo nome greco che vi ritroviamo portato da persone, come oggidì portasi tra noi il nome di Fortunato e Fortunata. Già ho ricordato nel quarto Capitolo di questo libro la funebre iscrizione scolpita sulla tomba di Nevoleja Tyche, e di un’altra Tyche avverrà pur ch’io parli nel Capitolo delle Tombe.

Il tempio pompejano sacro alla Fortuna era piccolo, ma vi si ascendeva per una bella gradinata di marmo bianco, dietro la quale si ergevano quattro colonne di cui per altro non si trovarono che i capitelli. Questo tempio fu scoperto, secondo Bonucci, nel 1827; secondo Bréton nel 1823. Una iscrizione già collocata sull’architrave del santuario ci apprende a chi fossero i cittadini debitori di quell’edificio:

M . TVLLIVS M . F . D . V . I . TER . QVINQ . AVGVR . TR . MIL .
A . POP . ÆDEM . FORTVNÆ . AVGVSTI . SOLO . ET . PEC . SVA[221].

Per coloro che potessero supporre, a cagion di questi nomi e d’una delle belle statue rinvenute a fianco al santuario colla pretesta tinta in violetto, — attribuita all’Oratore Romano, poichè l’altra è di donna ed aveva le fimbrie della tonaca dorate e quelle della stola di porpora, — che questa iscrizione accenni a M. T. Cicerone, osserva ragionevolmente Overbek, che l’epiteto di Augusta assegnato alla Fortuna indica un’epoca posteriore alla fondazione dell’Impero; sì che il fondatore del tempio, quando lo si voglia ritenere della famiglia di Cicerone, ne dovrebbe essere un discendente[222].

Su d’un’altra pietra infissa nel terreno si ricordava ancora il nome del fondatore del tempio:

M . TULLII . M . F . AREA . PRIVATA[223]

Un’ara, o tronco, per le offerte publiche sorgeva in mezzo alla gradinata.

Entrati nel tempietto per la porta aperta fra le due colonne medie del pronao, nel fondo della cella, che era coperta e rivestita di preziosi marmi, rimpetto all’ingresso è una gran nicchia ovale; due sono ai lati quadrate, forse destinate alle statue della famiglia del fondatore: un’edicola sorge nel mezzo, composta di un basamento con due piedistalli sporgenti, su cui posano due colonne corintie che ne sostengono il frontispizio e dentro di essa posta l’immagine della Fortuna.

Un plinto di bianco marmo doveva certo servire a qualche cosa di sacro; esso reca la seguente iscrizione:

VETTI . AGATHEMERVS
SVAVIS . CÆSLÆ . PRIME
POTHVS . NVMITORI
ANTEROS . LACVTVLANI
MINIST . PRIM . FORTVNÆ . AVG . IVSS .
M . STAI . RVFI . GN . MELISSÆI . D . V . I . D .
P . SILIO . L . VOLVSIO . SATVRN . COS .[224].

Dalla quale iscrizione due nozioni apprendiamo: la prima, nella qualifica di ministri primi, che ci richiama alla divisione de’ sacerdoti de’ templi in tre classi: antistites, sacerdotes, ministri; la seconda che il servizio di questo tempio essendo confidato a’ ministri, dell’ordine, cioè, inferiore del sacerdozio, ministri potessero essere anche gente non libera, perchè Agatemero indicato senza la polita indicazione di F. (Filius) o di L. (Libertus), succeduto dal genitivo del nome Vetti significava appunto schiavo di Vezio, come Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore e Antero di Lacutulanio.

In un altro plinto di marmo, esistente nel santuario stesso, si lesse quest’altra iscrizione:

TAVRO . STATILIO
TI . PLATILIO . ÆLIAN . COS
L . STATIVS . FAVSTVS . PRO
SIGNO . QVOD . A . LEGE . FORTVNÆ
AVGVSTÆ . MINISTORVM . PONERE
DEBEBAT . REFERENTE . Q . POMPEIO . AMETHYSIO
QVÆSTORE . BASIS . DVAS . MARMORIAS . DECREVERVNT
PRO . SIGNO . PONIRET .[225]

Finalmente non lascerò di tener conto d’altro frammento di iscrizione, che conserva queste parole:

. . . . STO CÆSARI
PARENTI . PATRIÆ

La quale essendo stata letta Augusto Cæsari Parenti Patriæ, congiuntamente agli altri aggiuntivi dati nelle altre iscrizioni alla Fortuna, oltre il determinare che l’epoca della erezione del delubro è posteriore, come già si notò, ad Augusto, chiarisce che a questo Cesare il delubro stesso era indubbiamente dedicato.

Tempio d’Augusto.

Contuttociò in Pompei v’era uno speciale tempio conservato a questo Cesare divinizzato dalla adulazione romana e più ancora dalla tirannide di Tiberio, ed esso venne rimesso alla luce interamente dal 1821 al 1822.

Al momento della sua scoperta venne denominato Panteon, qual tempio sacro a tutti gli Dei Maggiori, perocchè in tale supposizione si indusse per il ritrovamento di dodici piedistalli, che si reputò avessero dovuto servire a sostenerne le statue. Bonucci affermò ch’esso si potrebbe chiamare la galleria delle feste pompejane e giudicò dedotto il suo piano da quello del tempio di Serapide in Pozzuoli. Per siffatta somiglianza da taluni si pensò che pur a questa divinità fosse dedicato; ma con migliori ragioni lo stesso Bonucci fissò la denominazione in quella di Tempio d’Augusto. «Vitruvio, scrive egli, che colloca questo nel Forum, e le innumerevoli iscrizioni trovate a Pompei che fanno menzione dei sacerdoti d’Augusto (gli Augustali), sembrano confermare la nostra opinione. Questi ultimi erano stati eletti da due magistrati ai quali era confidato l’incarico di procurare col mezzo dei voti publici l’esecuzione delle solennità consacrate ad Augusto. E tutti i segni del banchetto sacro (epulum), e della distribuzione delle viscere al popolo (visceratio), non altrimenti che le immagini dei Ministri sì spesso ripetute in questo tempio, non vogliono essi forse indicarci la storia di ciò che queste iscrizioni ci spiegano brevemente?».

Si sa da Tacito che i Sodales Augustales erano sacerdoti che sagrificavano ad Augusto. Istituiti da Tiberio per soprantendere agli onori divini prestati ad Augusto ed alla famiglia Giulia, erano in numero di ventuno e venivano trascelti fra le principali famiglie romane[226]. Vogliono quindi essere distinti i Sodales Augustales dai semplici Augustales, che formavano un ordine di sacerdoti istituiti da Augusto e scelti nella classe dei liberti; di cui l’ufficio consisteva nel presiedere ai riti religiosi del culto dei Lares Compitales, deità le quali, come più innanzi dirò, avevano tabernacolo e culto nel posto ove le strade s’incrocicchiavano[227]. A qualche passo dall’ingresso principale del nostro monumento, leggevasi su d’un marmo il seguente frammento che parla precisamente di questi confratelli (sodales), che dovevano avervi il loro collegio:

. . . . AMINI . AVGVSTALI . SODALI
AVGVSTALI . Q .

Ho già altrove ricordato l’esistenza degli Augustali in Pompei; erano tali Calvenzio, Munazio Fausto, Arrio Diomede, Nistacidio, Olconio Rufo e altri, che figurano nelle iscrizioni pompejane publicate.

Nell’interno del tempio, nel fondo della cella, fu trovato un podio: esso doveva reggere la statua di Augusto; di questa non fu trovato che un braccio sorreggente un globo; certo che la rovina doveva essere avvenuta nel tremuoto del 63.

L’edificio ha una porta decorata da due ordini di colonne che formano un portico e circondano un atrio scoperto, nel mezzo del quale sta un’ara. Nel peristilio di esso atrio sulle pareti son dipinte le imbandigioni d’una lauta mensa; poi Psiche colle ali di farfalla che accompagna l’Amante al convito degli Amori.

Al destro lato sono distribuite dodici stanze decorate tutte di pitture d’una uniforme tinta rossa per l’uso degli Augustali; quindi, evvi il loro triclinio capace forse d’una trentina di banchettanti.

Nel santuario v’eran nicchie pei simulacri della famiglia imperiale, di cui non vennero occupate che due, l’uno a Livia, ed era di buono scalpello, l’altro a Druso, morto in Pompei, come già a suo luogo ho mentovato.

Al sinistro lato vi è un sacello e grandi are di marmo. Per alcuni pezzi di musicali istromenti rinvenuti, si corse a pensare da taluni che quivi potesse essere stata una orchestra, altri invece immaginarono poter essere un semplice ripostiglio di istromenti.

Molte pitture si trovarono su tutte le pareti del tempio; ricorderò le principali: Etra che scopre a Teseo la spada nascosta da Egeo sotto di un masso; Ulisse e Penelope; Io ed Epaso cui narra le proprie avventure; Latona, Apollo e Diana; una suonatrice di lira; una Baccante; l’offerta a Cerere delle sacerdotesse; Romolo e Remo allattati dalla Lupa e per ultimo, sulla porta dell’ingresso principale, Augusto seduto su d’un fascio d’armi coronato dalla Vittoria e il naviglio che ricorda la battaglia navale d’Azio. Se non l’ho detto altrove, sappia il lettore che pressochè tutte codeste dipinture, come le altre scoperte in Pompei, vennero dal disegno riprodotte nell’opera Il Museo Borbonico e in altre parecchie colle relative dichiarazioni storiche ed artistiche.

A fianco della minor porta fu trovata una cassetta colla sua serratura, nella quale stavano 1036 monete di bronzo e 41 d’argento, prodotte per avventura dalla vendita delle carni vittimate, un bell’anello con pietra incisa ed un altro d’argento. Verso la porta maggiore si raccolsero altre 93 monete di bronzo. Frammenti di vetro che avevan servito alle finestre erano giacenti per terra, documenti non insignificanti per chi vuol l’introduzione del vetro d’assai posteriore.

Tempio di Ercole o di Nettuno.

Una reliquia della più antica arte greca offre Pompei nel mezzo del Foro Triangolare ne’ pochi resti di un tempio, che per la sua vetustà, per le favolose origini, ne’ capitoli della storia da me recate, non che per la prossimità del bidental, di cui dirò fra breve, con tal quale fondamento venne ritenuto sacro ad Ercole, come reputo pur io doversi ritenere a questo semidio; ma il dotto Gau, per la situazione di esso vicina al mare, che domina dalla sua altura, sentenziò invece consacrato a Nettuno. In molte Guide e in libri che trattano delle pompejane antichità, senza entrare in tante congetture e archeologiche disquisizioni, venne questo vetustissimo monumento designato del resto benanco col semplice nome di tempio greco. Avverto ciò, onde il lettore che consultando quegli scritti, raffrontandoli col mio, non vi trovando detto del tempio greco, credesse farmene un appunto.

V’ha qualcuno che ne fa rimontare l’edificazione nientemeno che all’ottavo secolo avanti l’era volgare; lo che se fosse constatato, proverebbe avere Pompei esistito qualche secolo prima di Roma. Certo è che tale edificio si chiarisce infatti anteriore d’assai ai monumenti romani. Esso venne scoperto nel 1786.

I pochi avanzi che si hanno attestano da un lato la purezza de’ principj dell’arte che v’ha presieduto, e dall’altro che già dovesse essere in istato di deperimento e rovina assai prima che il Vesuvio lo seppellisse sotto i proprj furori.

«Il suo piano, scrive Bréton, — che in fatto d’architettura specialmente è utilissimo consultare nell’opera sua Pompeja, già da me più volte invocata ad autorità, — era intieramente conforme a quello de’ templi greci, e lo stile di qualche frammento della sua architettura non permette di dubitare che questo monumento non sia stato uno de’ primi costruiti dalla colonia greca che fondò Pompei. Questo tempio era ottastilo e periptero: i quattro capitelli dorici che si rinvennero sono pressochè in tutto simili a quelli dei templi di Selinunte e Pesto e scolpiti nella pietra calcare formata dal deposito delle acque del Sarno»[228].

Si innalza esso su di un basamento costituito da cinque gradini o piuttosto scaglioni, perchè su d’essi nel mezzo dell’asse della facciata era costruita una gradinata più praticabile e comoda. Nel centro dello stilobato eravi il pronao, per il quale si entrava nella cella o santuario. Nel mezzo di esso sussiste un piedistallo rotondo che aveva servito alla statua della divinità alla quale il tempio era consacrato.

Avanti la facciata riscontransi pure gli avanzi di un recinto, che il succitato continuatore di Mazois, il sullodato signor Gau, crede avesse dovuto servire a ricevere le ceneri de’ sacrificj. Alla destra del recinto veggonsi tre altari: quello di mezzo per le libazioni, quello più elegante per i sagrificj delle vittime piccole e l’altro per le più grosse.

Dietro questo recinto si scorge un Puteale, o forse più propriamente ciò che i Romani chiamavano Bidental. Importa il farlo conoscere, perocchè sia per avventura l’unico monumento che esista di questo genere di costruzioni.

Festo afferma come si chiamasse bidentale qualunque tempio in cui si immolassero bidenti, cioè pecore atte al sagrificio, e Virgilio e Fedro e Orazio e tutti gli scrittori pur del buon secolo, bidenti usarono senz’altro promiscuamente per pecore. Eccone i loro esempj: