Interea gustus elementa per omnia quærunt

Numquam Animo pretiis obstantibus[114].

Tornando alle soffitte, Nerone immaginò di far iscendere dalle medesime una pioggia d’unguento e di fiori, per diletto de’ convitati. Svetonio lo ricorda nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, e come nei teatri, pioggia di croco e d’altre profumate essenze tolsero alle nari de’ voluttuosi conviva i graveolenti odori dei diversi cibi.

Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco gli abiti ordinarj: ognuno vestiva una toga leggiera, detta synthesis, o cœnatoria, che veniva fornita o dal padrone di casa, o che il convitato si faceva recare dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, spiegano com’essa lasciasse o la parte superiore del corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura, talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne’ pasti dimettevansi persino gli abiti di lutto, acciò la mestizia non producesse indigestione. Si levavano i calzari, calcei, per mettere dei sandali, soleæ, che poi si abbandonavano, a miglior pulitezza de’ preziosi tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio dice alessandrini, giovani schiavi versassero sì alle mani che ai piedi acqua fresca ed anche gelata, sovente profumata. E profumi, come essenze di nardo e di croco, spargevansi su’ capegli, che poi incoronavan di rose, fiori ed erbe odorose che serbavano durante tutta la cena. Anche il pavimento era tutto sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrettanti preservativi contro l’ebrietà. Dopo spiegavansi le tovaglie, mantilia, portavasi i tovagliolini, mappæ, che troviam ricordati da Marziale nel seguente epigramma:

Attulerat mappam nemo, dum furta timentur:

Mantile e mensa surripit Hermogenes[115].

Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre, molti nondimeno le avevano di porpora o di broccato d’oro.

Fatti questi preparativi, ne’ banchetti più solenni, costumavasi eleggere il re del festino: si portavano i dadi od astragali, tali, e si gettavano le sorti per la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccie piane; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 2 e 3 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano insieme. Il miglior tiro, chiamato venus, avveniva quando ciascuna faccia presentava un numero differente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l’otteneva veniva dichiarato re. Era il tiro peggiore detto canis, quando tutti e quattro i numeri riuscivano gli stessi. Fritillus dicevasi il bossolo, entro cui agitavansi gli astragali e da cui si gittavano sulla tavola.

Eletto il re, tutti gli altri convitati dovevano, sotto pena d’ammenda, eseguire gli ordini suoi. Egli fisserà il numero delle coppe che si dovranno bevere, comanderà ad uno di cantare, all’altro, se poeta, di improvvisar versi, designerà la persona, in onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infrangeva gli ordini, veniva dal re multato nel bere un nappo di più e dicevasi cuppa potare magistra. Non si confonda il re del convito col Tricliniarcha, che era quegli che aveva su tutti gli altri servi addetti al banchetto la maggioranza e l’amministrazione della mensa.

La cena regolare, cœna recta, componevasi, oltre del pane che portavansi ne’ canestri, come c’insegna Virgilio

. . . . Cereremque, canistris

Expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis[116],

il più spesso di tre serviti, talvolta fin di sei. Valeva il primo a solleticar l’appetito e cominciavasi per consueto colle ova, onde venne l’espressione d’Orazio cantare ab ovo usque ad mala, cantar dalle ova alle frutta, e la attuale nostra cominciare ab ovo, per significare che si pigliavan le mosse del dire dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le ova si recarono in fine. Poi seguivan lattuche, fichi, olive, radici, ortaggi e salse acri e stimolanti la fame, secondo avverte Orazio:

Acria circum

Rapula, lactucæ, radices, qualia lassum

Pervellunt stomachum, siser, alec, fæcula coa[117].

Cicerone conta in questo primo servito, ch’ei chiama promulsidem, dal vin melato, mulsum, che si beveva, Petronio gustationem, Apuleio antecœnia, Varrone principia convivii e Marziale gustum, come noi appelleremmo antipasto e i francesi hors-d’œuvre; conta, dicevo, anche la salsiccia, nell’epistola 16 del libro IX: I[118].

Il secondo servito, o anche secunda mensa, costituiva il pasto sodo, e componevasi d’arrosti di vitella, di lepre, di oche, tordi, pesci, gigotti e cosiffatte leccornie, delle quali parla distesamente Ateneo nel libro XIV delle Cene dei Savi. E contavansi in esse le pasticcerie, i latticinj, e mille cose dolci, che comprendevano sotto il nome di bellaria. Non essendo ancor conosciuta la manipolazione dello zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele, che sapevano impiegare maravigliosamente[119]. — Noto qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non consta che conoscessero la forchetta; onde avendo a prender tutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, che il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso.

Qui potrebbesi tutto distendere un trattato di gastronomia romana e pompejana, ricordando i piatti più succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii[120], (i Carême e i Vatel di allora), onde anzi fu detta l’arte culinaria arte d’Apicio, da quello principalmente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò per la gola un ingente patrimonio, e giunto alle ultime duecentocinquantamila lire, preferì uccidersi di veleno, anzi che non potervi più soddisfare e lasciando dietro di sè un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo in lunghezze. Oltre di che già sa il lettore dei cinghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per averne uno pronto ad ogni istante; sa del garo pompejano, di cui già gli tenni parola; delle murene che si ingrassavano ne’ vivai ed alle quali Pollione gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che il figliuol del comico Esopo, strappata dall’orecchio della sua amica Metella e stemprata nell’aceto, e che Orazio tramandò ricordata a’ posteri ne’ versi che piacemi rammentare:

Filius Æsopi detractam ex aure Metelli

(Scilicet ut decies solidum exsorberet), aceto

Diluit insignem baccam[121].

Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Caligola, di cui narra Svetonio: Pretiosissimas margaritas aceto liquefactas serbabat[122].

Egualmente dovrei dire de’ vini; ma già il lettore non ha dimenticato che ne’ capitoli della Storia io l’avessi ad erudire dei tanti e celebrati vini che produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorrentino, del Massico, del Celene, del Cecubo, del Pompejano, che bevean in coppe coronate di fiori, sicchè allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Italia Ænotria, quasi regione dei vini; ma non pareva bastassero alla gola di que’ ghiottoni che furono i Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co’ meglio rinomati di Germania e di Francia, dalla Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, e tutti ambissero di vecchia data, sì che si contassero per consolati e ne tracannassero all’ubbriachezza uomini e donne, come lasciò Seneca scritto: Non minus potant et oleo et mero vires provocant, atque invitis ingesta visceribus per os reddunt et vinum omne vomita remediuntur[123]. Nè priverò di commemorazione a questo punto quel mio concittadino Novellio Torquato milanese[124], ricordato da Plinio, ammesso a que’ tempi in Roma a’ primi onori della città, il quale fu cognominato Tricongio[125], dal bere che faceva tre cogni di vino tutto d’un fiato, senza nè riposarsi, nè respirare, nè lasciarne pur una gocciola nel boccale da gittare in terra per far quel rumore che addimandavano cottabo.

E a tutte queste sontuose mense private servivano molti schiavi, al cenno del tricliniarca.

Prima era il coquus, che nella cucina confezionava le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo che s’agguagliò alla spesa d’un trionfo; poi il lectisterniator, che sprimacciava i letti su cui giacevano i commensali; il nomenclator che annunziava le vivande e i loro pregi, il prægustator, cui era commesso di gustare i piatti a tavola, onde conoscere se fatti a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno, lo structor che disponeva le vivande su’ vassoi nei diversi serviti e collocavali sul portavivande, che Petronio chiama repositorium, e fungeva altresì da scalco, lo scissor che trinciava le vivande, il carptor che le tagliava in parti; il pincerna o coppiere che mesceva a’ convitati il vino ed erano per lo più eletti a tale ufficio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schiavi, e il vocillator che compiva suppergiù la stessa cosa.

I banchetti poi rallegravansi con musicali istrumenti, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione descritta nel Satyricon; con danze di leggiadre e lascive fanciulle, saltatrices, celebri in questo le ballerine gaditane, ossia venute da Cadice, come le più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rappresentate nelle pitture pompejane, e per lo più apparivano vestite d’un ampio e trasparente pezzo di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno alla persona in pieghe graziose, talora lasciavano spandersi a modo d’un velo su parte del corpo, e tal altra affatto rimovendo dalle membra e facendo svolazzare per aria così da mostrarle tutte all’occhio degli spettatori. Costume codesto pur in Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi, o suonatrici di flauto, che pria durante il banchetto facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi, allorchè le vivande e i vini avevano mandati i fumi alla testa e convertito in orgia il banchetto, si mescolavano a’ lubrici conviva.

Quando poi, per dirla col Parini,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse,

si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spettacolo di lotte gladiatorie, non ischifando avanti il pericolo che il sangue avesse zampillato fin sulla sintesi e sul mantile o sovra il piatto medesimo.

A tutte queste distrazioni che allietavano le mense, Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote nelle sue Epistole, sappiamo com’egli preferisse udir buone letture d’alcun autore greco o latino. Ma pochi erano allora del gusto e dell’onestà dell’insubre magistrato e letterato.

Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi dell’ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero d’inviar quanto gli fosse piaciuto a’ parenti od agli amici. Qualche parasita, che fornì materia alle arguzie di Marziale, li serbava per goderseli l’indomani.

V’erano poi di quelli che non avevan portato seco il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello che aveva loro fornito il padrone di casa: e il medesimo Marziale li ha personificati in Ermogene, quello stesso che già ricordai, il quale non avendo potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di vederseli rubati, nessuno gli aveva portati, pur d’esercitare l’industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia:

Ad cœnam Hermogenes mappam non attulit umquam

A cœna semper retulit Hermogenes[126].

Ciò fatto, si recavano dagli schiavi i calzari, si accendevano le torcie per rischiarare i convitati che toglievan congedo dall’anfitrione e, quand’erano in senno, salutavansi fra loro augurandosi la salute del corpo e dello spirito.

Sovente erano alla porta attesi da’ loro schiavi con le lanterne di Cartagine, non tanto per illuminare le tenebre, giacchè allora per le vie non fosse illuminazione, o per proteggerli dai ladri, quanto per respingere gli attacchi de’ giovinastri, perocchè a que’ tempi anche figli di buone famiglie si recassero a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di applicar loro una buona bastonatura, o far loro qualche cattivo scherzo, come nel primo quarto del nostro secolo vedemmo praticarsi egualmente in Milano dalla Compagnia della Teppa. Si sa che Nerone imperatore aveva pure di simili gusti, e si camuffava perfin da schiavo, affine d’abbandonarvisi le notti, e di brutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita stessa fu posta a repentaglio più d’una volta.

Rivelati i misteri della mensa antica, cerchiamo adesso di indagare quelli della toaletta, nè forse riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare anche le vesti femminili, farò pur un cenno di poi delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e così imporrò fine a questo capitolo, nel quale la sovrabbondante materia mi affaticò a contenermi nei limiti proporzionati dell’opera.

Ho già superiormente accennate le diverse schiave od ancelle addette al servizio delle matrone: ora veggiamole in movimento intorno a queste. — Sono tutte silenziose e nude fino alla cintura ad attendere il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto d’avorio incrostato d’oro e di gemme nel cubiculo vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l’inerzia lasciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le chiama, e senza far rumore entrano le più favorite cubiculari e l’aiutano a scendere dalle sofici piume. La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e liscia la pelle, suppergiù come le moderne signore, pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata, il cold cream. Gli adoratori del giorno non la ravviserebbero in quel punto. Oltre quella maschera screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste il volume di sua superba capellatura, nè le ben arcuate sopracciglia, nè le perle della bocca. A ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto attiguo. Una schiava ne custodisce l’ingresso, perocchè occhio profano non debba sorprendere i misteri della sua artifiziata toaletta, giusta il precetto d’Ovidio, erudito maestro nell’arte d’amare:

Hinc quoque præsidium læsæ petitote figuræ:

Non est pro vestris ars mea rebus iners.

Non tamen expositas mensa deprendat amator

Pyxidas: ars faciem dissimulata juvet.

Quem non offendat toto fex illita vultu

Cum fluit in tepidos pondere lapsa sinus?[127]

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Multa viros nescire decet; pars maxima rerum

Offendat, si non interiora tegas[128].

Anzi, aggiunge il Poeta:

Tu quoque dum coleris, nos te dormire putemus[129].

E le cosmete si pongono all’opera. Con tepido latte di giumenta appena emunto l’una rammollisce le arse molliche della faccia e la lava; l’altra mastica le pastiglie greche che debbonsi applicare, dopo avere sullo specchio di metallo fiatato e provato aver ella sano e profumato l’alito; una terza l’imbelletta col rossetto, fucus; una quarta, sciolto in una conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia; poi v’ha chi pulisce col dentifricium i denti e colloca i posticci nelle gengive, assicurandoli con un filo d’oro. Il medesimo Ovidio dell’artificio del liscio ne dettò un poema: De Medicamine faciei, che non ci giunse per altro completo.

Succedono alle cosmete le parrucchiere, Calamistræ, ajutate dai ciniflones, dai cinerarii e dalle psecas[130]. L’opera loro è tutto un faticoso lavorio. Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la moda, e però usavan del sapo, pallottole di sego e semi di faggio, per colorirli di un color bruno chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre, quando il color favorito era il rosso e vi spendevano di grosse somme; oppur si tingevano a celare la canizie. È sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne ammonisce:

Femina canitiem Germanis inficit herbis;

Et melior vero queritur arte color.

Femina proceda densissima crinibus emptis;

Proque suis alios efficit ære suos[131].

Talvolta disponevano i capelli a ricevere la tintura, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i canuti colla volsella, che noi diremmo pinzetta. Pettinati, poscia calamistrati, unti e profumati, il pettine o quello più precisamente detto il discerniculum[132] e la mano industre acconciano in mille fantasie le chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi, galeri, grappoli od eriche, corymbia, mitre orientali; vi infiggono spilloni aurei ed effigiati, acus domatorio, e topazj e rubini e ametiste e perle e, dopo tutto, la dama si specchia nel lucidissimo disco d’argento. Pompei offrì esempi di siffatti specchi d’argento; uno si rinvenne di forma circolare il più usuale, con un manico per reggerlo quando si adoperava; altro di forma oblunga rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla padrona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la toaletta. Mantenevasi lucente la superficie dello specchio con una spugna, per consueto attaccata al telajo dello specchio stesso con una corta cordicella e con polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie non saranno state ben rannodate! guai se non ben foggiato il galerus, se alcun capello sfuggirà indisciplinato, se verrà usata lentezza! perocchè la crudele elegante le punzecchierebbe il seno o le braccia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando pure non la rimetterebbe al lorario, che sospesa la sventurata penzolone pe’ capelli, la flagellerebbe finchè non piacesse alla padrona di cessare.

Quindi è alle ugne che dona le sue cure e insomma ogni istrumento è adoprato a diversi altri ufficj, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o polveri fine di fiori odorosissimi istropicciati sul corpo, respingendo l’epilimna, perchè unguento della qualità più comune.

Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una camera della terza corte, si trovò una quantità di questi oggetti di toaletta femminile, che i Romani compendiavano col nome di mundus muliebris: uno dei suddetti specchi di metallo, decorato nel rovescio d’arabeschi, dei fermagli d’oro di forma rotonda, degli spilloni d’avorio per i capelli, un pettine, una cassettina di manteche, vasetti di vetro che contenevan belletto, boccette d’acqua d’odore, braccialetti d’avorio, orecchini, dentiscalpia o stuzzicadenti, monili, forbici, ecc., ecc.

Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l’uno un vassoio d’argento con latte per lavarsi le dita che la dama asciuga ne’ capelli ricciuti di lui, gli altri i cibi dello jentaculum, o colazione, e il vin di Cipro, o retico; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col filosofo di casa, o col mercante, o coll’unguentario che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta veneria, la schiava che presiede ai piaceri de’ suoi amori, ed alla quale dischiude le confidenze de’ suoi adoratori, chiedendo se costoro abbian mandato nella mattina i salutigeruli, o tal altro messaggio per lei.

Una breve parola adesso di queste veneriæ, perocchè in Pompei più d’una iscrizione vi faccia cenno. E basti per tutte citare quella di una Tiche, che fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue, si è indotti a conchiudere che la qualità di tali femmine o schiave non dovesse essere ignobile e turpe, come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del tempo portavano che le schiave favorite, o liberte, fossero destinate a tale officio di osceno lenocinio. I lessici non recano, e neppur quello del Forcellini, spiegazione di sorta di tal nome applicato a schiava avente incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò avrebbero rivelato gli scavi pompejani. Notarono per altro i lessici il venereum come luogo addetto a’ bagni e destinato per avventura alle amorose voluttà, e si riferirono all’iscrizione da me riportata nel dire dell’annunzio d’appigionarsi nei predii di Giulia Felice, dove, fra gli altri molti locali, presso al balneum, si ricorda il venereum. E le venereæ erano esse particolarmente addette al servizio di codesti venerei? Nulla di più probabile. Veggasi più avanti il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto.

La volta è venuta delle sandaligerulæ, delle vestisplicæ, e delle ornatrices, le funzioni delle quali ho già al lettore spiegato. Vediamo adesso i diversi abiti ed abbigliamenti ond’erano chiamate a vestire ed adornare la loro padrona.

La tunica era per le donne il primo e più indispensabile de’ vestimenti di sotto, e la portavano sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma dopo le frequenti relazioni coll’Egitto, si mutò in lino. Gli abiti di seta e i fini e trasparenti tessuti di Cos, che Petronio chiamò nel suo Satyricon vento tessile, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tunica interior, chiamata eziandio intima, era quella che vestivasi sotto un’altra tunica, portandosene fin quattro dalle persone dilicate. Dicevasi anche intusiasta una specie di camicia o veste che portavano in casa.

La stola, ho detto altrove come fosse una lunga veste bianca, che si portava sopra la tunica, e si attaccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio: discendeva fino a terra coprendo ben anche i piedi, ed aveva fimbrie d’oro e di porpora. Ho già riferito i versi di Ovidio, che così la ricordano:

Scripsimus hæc istis, quarum nec vitta pudicos

Contingit crines, nec stola longa pedes[133].

Nell’altro poema De Arte amandi, vi accenna in questo distico del pari:

Este procul villa tenues, insigne pudoris;

Quæque tegit medios, instita longa pedes[134].

La calthula era un piccolo mantello d’una stofa color della caltha, la calendula officinalis di Linneo, fiore di color giallo.

Il cerinum era un abito di stofa pur gialla.

La crocota era la veste di gala del colore del zafferano, imitata dalle greche, che la portavano alle feste Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo crocotula.

La cymatilis, abito del color dell’acqua marina e di stofa marezzata, come potrebbe essere il moderno moerro.

La impluviata era veste di color bruno, riquadrata a’ quattro lati, come appunto l’impluvium d’una casa. Sebbene Varrone parli dell’impluvia come di un mantello contro la pioggia, pure vi doveva essere anche l’impluviata o l’impluvium come veste, se così lo noma Plauto nella scena seconda del secondo atto dell’Epidicus.

Ecco in qual modo fa narrare l’incontro di una cortigiana col suo ganzo:

EPIDICUS

Sed vestita, aurata, crocote ut lepide! ut concinne! ut nove!

PERIPHANES

Quid erat induta an regillam induculam, an mendiculam,

Impluviatam? ut istæ faciunt vestimentis nomina.

EPIDICUS

Utin’impluvium induta eat?

PERIPHANES

Quid istuc est mirabile?

Quasi non fundis exornatæ multæ incedant per vias?[135]

Vi è dunque ricordato l’impluvium, ma con esso anche la regilla. Plauto nella stessa scena ricorda altresì le seguenti vestimenta:

. . . vesti quotannis nomina inveniunt nova:

Tunicam vallam, tunicam spissam, linteolum cæsicium,

Indusiatam, patagiatam, callulam, aut crocotulam!

Supparum, aut subminiam, ricam, basilicum aut exoticum,

Cumatile, aut plumatile, cerinum aut melinum gerræ maximæ

Cani quoque etiam ademptum ’st nomen.

EPIDICUS

Qui?

PERIPHANES

Vocant laconicum[136].

La patagiata era veste ricca del patagium, ossia della larga striscia di porpora e d’oro sul davanti, simile al clavus che avevano gli uomini.

La plumatilis era un abito, la cui stofa in certi punti di luce offriva come piume d’uccelli, nel modo stesso che la Cymatilis illudeva vedersi, come già dissi, onde marine.

Ralla dicevasi il mantello di una stofa chiara e leggiera, o di velo.

Rica era un pezzo rettangolare di panno lano orlato di frangia, vestimentum quadratum, fimbriatum, como lo ha descritto Festo, portato a modo di velo sulla testa: il suo diminutivo ricinium, recinium, ricinus, o recinus, era pure a modo di velo portato sulla testa, più specialmente assunto come segno di lutto. Trovansi pure mentovati nei surriferiti versi il basilicus, l’exoticus, il laconicum, il linteolum cæsicium, il melinum, la mendicula, la spissa, il supparum come altri effetti di vestiario, ma forse non saprebbesi precisarne il rispettivo uso.

Flammeum nomavasi il velo di color giallo carico e brillante che copriva tutta la persona, e portavasi dalle giovani spose nel giorno delle nozze.

Palla, come spiegai altrove in quest’opera, era l’ampio mantello in cui s’avvolgeva la dama romana, che vietava vedersi il disegno della persona, e s’aggiustava mediante un fermaglio sopra le spalle. La statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei, e di cui già feci menzione, offerse esempio della stola, della palla e dell’amiculum, o velo della testa.

Ho già detto nel capitolo delle Tabernæ della calzatura delle donne, non che in molte parti dell’opera de’ giojelli e preziosità onde le donne si fregiavano, e tanto poi e in una parola dirò essere stato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell’abbigliamento muliebre, che non alle sole cortigiane, come fece Plauto nel surriferito brano della commedia l’Epidico, ma a tutte applicar si potesse quel verso, che testè ho riportato, che, cioè, camminassero per le vie adorne di case e di terre.

Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli uomini.

La toga era il vestito distintivo del cittadino romano, che sempre si portava da tutti in tempo di pace: coprendo tutto il corpo, nè lasciando libero che un braccio, non potevasi tenerla durante il lavoro, nè in casa. Era di lana e bianca, e per lavarla davasi a’ fulloni, de’ quali gli intrattenni il lettore; onde argomentare è dato quanta fosse la importanza di costoro. Quelli che brigavano una carica publica, presentavansi al popolo colla toga resa d’un candore più brillante, usando di una preparazione cretacea, onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne perciò agli aspiranti il nome di candidati pervenuto infino a noi. Della toga bruna, pulla, usavano solo i poveri, detti perciò anche pullati, come ci avvenne di ricordare nel trattar de’ teatri, o quelli eziandio che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori, cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga.

La toga prætexta, lunga veste bianca e tutta unita, bordeggiata di porpora, d’origine etrusca, portavano i fanciulli ingenui d’ambo i sessi, l’abbigliamento de’ quali compivasi colla bulla o piccolo globo o cuore d’oro pei ricchi, di cuojo pei poveri, sospesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio Prisco, che donolla al figliuol suo, il quale, pretestato ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico: nell’uscir di puerizia, cioè nell’entrare dell’anno decimosettimo, la dimettevano colla pretesta per assumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio ricorda:

Cum primum pavido custos mihi purpura cessit,

Bullaque succinctis Laribus donata pependit[138].

Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, dittatori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.

Trabea era la toga di porpora vestita dagli imperatori. Vedemmo già, parlando dell’ordinamento guerresco, cosa fosse la toga palmata, detta anche picta, portata dai trionfatori.

Meno lunga che la toga, era la tunica, che pur gli uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero fino al gomito: più lunghe, la toga dicevasi manicata, ed era propria de’ disonesti. La mollezza fece adottare più d’una tonaca. Il portarla dimessa fino ai talloni, ciò che dicevasi tunica dimissitia, come il tener rilasciata la toga, era indizio d’animo effeminato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:

Sane genus hoc muliebrosum est timide dimissitiis.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Heus tu, tibi dico mulier[139].

La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i senatori portavano il laticlavium, che era una tonaca bordeggiata dal petto fino al basso d’una larga striscia di porpora. Angusticlavium fu detta la tonaca de’ cavalieri; la striscia di porpora che la frangiava era più stretta.

Penula, era il mantello con cappuccio, che in luogo della toga portavasi in viaggio, o in tempo di pioggia; lacerna era un altro mantello aperto sul davanti come il pallium de’ Greci, ed aveva pure cappuccio: già riportai l’epigramma di Marziale che la lasciò ricordata. La læna era un largo mantello d’inverno e di colore scarlatto, coccinea, pei ricchi e dignitari; purpurea pei sacerdoti. Abolla, un ferrajuolo di panno a due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in cima alla spalla: era lo stesso che il sagum, tranne che questo era di più ampia dimensione e di stofa più grossolana. Endromis appellavasi un mantello, o piuttosto una coperta di panno lano, in cui s’avviluppava dopo i giuochi ginnastici a prevenire il pericolo d’una infreddatura. Della synthesis, detta anche cœnatoria, ho già detto che fosse l’abito per il pasto: Nerone che si mostrava con essa in pubblico, veniva biasimato come di grave sconvenienza.

De’ calzari de’ Romani ho già informato il lettore nel capitolo delle Tabernæ, nè occorre però aggiungere verbo. In testa nulla portavano d’ordinario, solo coprivanla nelle solennità religiose. Ne’ saturnali portavano il pileus, più berretto che cappello; il petasus, che usavasi in viaggio e che Caligola permise portarsi in teatro per difendersi dal sole, aveva le tese larghe: galerus era una specie di elmo di pelle; apex, fu quello de’ sacerdoti. A difesa della testa solevasi altresì recare un lembo della toga su di essa, ma si toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna persona distinta.

In quanto al vestito degli schiavi, all’infuor della toga, propria dell’uom libero, della stola e della palla delle matrone, era eguale a quello delle donne e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la testa col cappuccio della lacerna o della penula. Vuolsi notare tuttavia che gli schiavi degli imperatori, massime nei servizio della tavola, vestivano bianco.

Varrone ricordò tuttavia come i citaredi si servissero della stola: apud Q. Hortensium, cum in agro Laurenti essem, Orphea vocari jussit: qui cum eo venisset cum stola et cithara, et cantare esset jussus, buccinam inflavit, ubi tanta circumfluxit cervorum, aprorum et cæterarum quadrupedum multitudo, ut non minus formosum mihi visum sit spectaculum, quam in circo maximo aedilium, sine africanis bestiis, cum fiunt venationes, etc.[140] Le meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola.

Detto così del vestire, i lavori femminili, che si compivano nel gynæceum, o appartamento delle matrone, chiuderanno il capitolo.

Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, nella guerra, e gli schiavi nelle tabernæ e nelle industrie: veggiam le donne adesso nell’interno della casa.

Si imbiancava da esse, si nettava, e cardava la lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e vestimenta per sè, e tonache e toghe per gli uomini, e già notai che l’occuparsi in siffatti lavori muliebri, ai primi tempi della republica, e l’incumbere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode della donna: domum mansit, lanam fecit. L’imperatore Augusto non volle mai vestirsi d’altro che di quel che lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercitavano le matrone anche al ricamo, che dicevano acupingere, pitturar coll’ago; e da ultimo, al dir di Tertulliano, nel suo trattato sulla Esortazione alla Castità, si aggiunsero altre occupazioni: l’amministrazione, cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte che le sterminate ricchezze e la effeminatezza del popolo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde la matrona non pensò più quind’innanzi che alla toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la famiglia da’ suoi cardini, si preparò la corruzione sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel gran popolo e di quel maraviglioso impero.