124. Negli archi, volgarmente detti Portoni di Porta Nuova di Milano, recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia incastrate due teste antiche con iscrizioni che leggonsi: Quintus Novellius Lucii filius Vatia sevir quæstor, Cajo Novellio Lucio filii Rufo fratri, che ricordano adunque la famiglia Novellio, cui appartenne quel gran beone.
125. Vedi nel I. vol. alle misure dei liquidi: il congio conteneva sei sextarii.
126.
Mai col mantile Ermogene
A cena non andò;
Da cena col mantil sempre tornò.
Ep. Lib. XII. 29. Trad. Magenta.
127. De Arte Amandi. Lib. III, v. 207-212.
Quindi riparo alla figura offesa
Cercate, che non è per gli usi vostri
Inefficace l’arte mia. L’amante
Non miri apertamente i vasi esposti
Che l’arte ascosa giova alla beltade.
A chi non piaceria mirar sul volto
Stendere quella feccia, e lentamente
Cader pel peso suo nel caldo seno?
Trad. di Cristoforo Bocella.
128. Idem, Ibidem, v. 229.
Molte cose ignorar gli uomini denno,
Di cui gli offendon molte, se non copri
Ciò che fa d’uopo di tener celato.
Idem, Ibidem.
129.
Fa che pensar possiam che dormi allora
Che tu ti adorni.
Idem, Ibidem, v. 225.
130. Ciniflones eran gli schiavi incaricati di tingere i capelli soffiandovi sopra determinate polveri, cinerarii quelli che riscaldavan nelle ceneri i calamistri o ferri da arricciare: calamistri appellavansi anche gli schiavi che usavano di quel ferro per arricciare; psecas finalmente le schiave che profumavano i capelli e li ungevano d’olj odorosi.
131. Idem, Ibidem, 163-166.
Con le Germanich’erbe asconder puote
La donna la canizie, e può con l’arte
Miglior del vero altro cercar colore.
Vanne la donna con la chioma folta
Per i compri capelli, e col denaro,
In mancanza de’ suoi, compra gli altrui.
Idem, Ibidem.
132. Discerniculum era il pettine che si usava per far la divisa dei capelli sin giù alla fronte.
133. Ex Ponto, III: 3, 51:
Io la scrissi per quelle, a cui l’onesta
Chioma non è dentro la benda inserta,
Nè lunga giunge infino al piè la vesta.
Trad. di G. B. Bianchi.
134. Lib. I, v. 31:
Gite lungi, o Vestali, e voi matrone,
Che i piè celate sotto lunga veste.
Trad. Cristoforo Bocella.
135.
Epid. Come leggiadramente era vestita
E dorata e fregiata! e che eleganza!
Qual novità!
Perif. Di che mai si vestiva?
Forse della regilla o di mendicula
Impluvïata, come queste danno
Nome alle loro vestimenta?
Epid. Come,
Va d’impluvio vestita?
Perif. E maraviglia
Questo ti fa? E non van molte intorno
Di terre adorne?
136. Epidicus, act. 2, sc. 2, v. 45-50.
Nuovi nomi al vestir trovano ogn’anno:
E la tonaca valla e quella spessa,
E il linteolo cesicio e l’indusiata,
La patagiata, callula, crocotula,
Il suppar, la summinia, oppur la rica,
L’esotico, il basilico, il cumatile,
Il melino, il piumatile o il cerino
E dal cane perfin tolgono il nome
A prestanza.
Epid. E qual mai?
Perif. Quel di laconico.[137]
137. Infatti v’eran certi cani detti Lacones o Laconici, come ce lo apprende Orazio nell’Ode 6 degli Epodi:
Nam qualis aut Molossum aut fulvus Lacon.
Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso Orazio rammenta la Laconicas purpuras, 2, Od. 18.
138. Sat. V, v. 30:
Ratto che paventoso abbandonai
La custode pretesta, ed ai succinti
Lari la borchia puëril sacrai.
Tr. Vinc. Monti.
139.
Certamente è codesta effeminata
Moda il portar la tonaca dimessa.
. . . . . . . . . . . . . .
Vergogna a te, e femmina ti dico.
Pœnulus, Act V. Sc. V.
140. De Re Rustica 3, 13: «Quando mi trovava presso Ortensio nel territorio di Laurento, comandò venisse Orfeo, il quale essendosi presentato in lunga ruba (stola) e colla cetera, ed avendo ricevuto l’ordine di cantare, sonò la tromba, al cui suono fummo tosto circondati da sì grande quantità di cervi, di cinghiali e di altri quadrupedi, che tale spettacolo non mi parve men bello di quello che danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce, ma senza pantere.»
141. «I Campani gente molle e libidinosa.» Trinummus, Act. II, sc. 4, v. 144.
142. Satira VI, v. 130.
143. Carmen XVI. Ad Aurelium et Furium. Traduco:
Che il costume del poeta
Sia pudico, a voi sol basti;
Ma i suoi versi nessun vieta
Ch’esser possano men casti.
144. V. 1 e 2. Thomas Moore, lavorò su di tale credenza, un leggiadrissimo poemetto Gli Amori degli Angeli, che il cavaliere Andrea Maffei recò in versi italiani.
145. Profezia di Osea. Capo 1 e 2: «Va prendi per moglie una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice.» Traduzione di Monsignor Antonio Martini, del quale non è inopportuno riferire il commento: «Con questo straordinario comando fatto al santo Profeta di sposare una sordida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ubbidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di questa donna, e principalmente indirizza questo fatto profetico a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc.» Non c’è più nulla a dire!
146. Osea. Cap. III. V. 1, 2: «Or il Signore mi disse.: Va ancora ed ama una donna amata dall’amico e adultera.... ed io me la cavai per quindici monete d’argento e un coro di orzo e mezzo coro di grano.» Trad. Martini, il quale, non si sgomenta punto del fodi eam e commenta che: per ritrarla dalla sua cattiva vita le dà il profeta quindici sicli d’argento ed il resto. E soggiunge: «Questa non è la dote con cui egli si comperi costei per sua moglie perocchè egli non la sposò, ma tutto questo si crede dato a colei pel vitto di un anno, e tutto questo messo insieme è sì poca cosa, che dimostra la vile condizione di essa e l’orzo serviva pel pane delle persone più meschine.»
147. Così Apulejo fa parlare la Dea stessa: «Io sono la natura, madre di tutte le cose, padrona degli elementi, principio dei secoli, sovrana degli Dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei cieli, i salutari venti dei mari, e il cupo e lugubre silenzio dell’inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi. I Fenici mi chiamano la Pessinunzia, madre degli Dei; quelli di Creta, Diana Dittina; i Siciliani, Proserpina Igia; gli Eleusini, l’antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona, ed alcuni Ecate. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia; ma gli Egizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside.»
148. Trattato del Sublime. Sezione X. pag. 25. Edizione Mil. 1822. Soc. Tip. de’ Classici Italiani.
149.
Te mal tuo grado scuotere,
Buon Bassareo, non vo’,
Nè ciò che i sacri pampini
Celano, al dì trarrò.
Il frigio corno, e i timpani
Deh! frena, il cui fier eco
In noi di noi medesimi
Desta amor folle e cieco;
E con tropp’arduo vertice
Ne segue Orgoglio il metro
E sè di arcani prodiga,
Lucida più del vetro.
Trad. Gargallo.
150.
LA VEGLIA DI VENERE
Inno
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Giunta è la primavera:
Cantiam, che s’apre intera.
In primavera a esistere
Incominciato ha il mondo:
Gli Amori ora s’accordano
In nodo più giocondo;
Melodïosi e belli
S’accoppiano gli augelli.
Dalle carezze, l’albero,
Delle pioggie feconde
Tutto dispiega il nobile
Onor delle sue fronde,
E degli Amor la Madre,
In fra l’ombre leggiadre
De’ bei boschetti splendere
Doman vedrem più bella
Intrecciar i tugurii
Di rami di mortella
E dal suo letto altero
Dione avrà l’impero[151].
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Le spume dell’oceano
Fecero in tal stagione
Nascer, commiste al sangue
Di un’immortal, Dïone,
Del mar tra i numi fieri
E i bipedi corsieri.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
L’anno ella tinge in porpora,
Veste di fior smaglianti,
Delle sue poppe, turgide
Pei soffii fecondanti
Di Favonio, ogni dove
Soave il latte piove.
Versa le stille roride
Della notturna brezza,
Tremule a lei le lagrime
Brillano per grossezza,
E sembra ognor che cada
La goccia di rugiada.
Ella i color purpurei
Dona al pudico fiore,
Spremuto in ciel da’ limpidi
Astri il notturno umore,
Le verginali spoglie
Alla diman gli scioglie.
S’accoppieran le vergini
Rose al suo forte grido,
Dal sangue già di Venere,
Dal bacio di Cupido
Nata e di sol vestita,
Di fiamma e margarita.
Il suo rossor che ascondere
Vuol nella veste, ontosa,
L’invido nodo a sciogliere
Più non sarà ritrosa:
Sposa ella pur fra poco
Il mostrerà di fuoco.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Per lei le ninfe volgono
Al bosco di mortella;
Un bel fanciul le seguita:
Se avesse le quadrella,
Voi non lo credereste
Partecipe alle feste.
Ite, o Ninfe, nell’ozio
Amor l’armi depose:
Inerme e ignudo mostrasi.
Siccome a lui s’impose,
Perchè l’arco non tenda,
Nè colta face offenda.
Pur rimanete in guardia,
O Ninfe, al vostro core;
Senz’armi ancor, bellissimo
Come le avesse, è Amore
E allor non vale scudo
Se si presenta ignudo.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core.
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Simili a te, noi vergini
Venere a te c’invia,
Noi ti preghiamo, o Delia
Vergine, acciò non sia
Brutta la sacra selva
Da sangue mai di belva.
Solo di questo supplici
Noi ti moviam preghiera;
Ella medesma a chiederlo
Verrebbe lusinghiera;
Se a vergin fia decente,
Qui ti vorria presente.
Per tre notti continue
Gli spensierati cori,
Scelti fra tanto numero,
Coronati di fiori,
Correr vedresti lieti
Pe’ tuoi boschi e mirteti.
Qui saran Bacco e Cerere
E de’ poeti il Dio:
Noi veglierem tra i cantici,
Se tale è il tuo desio:
Dïone alle foreste
Regni, o Delia celeste[152].
Ella si elesse il seggio
Sovra de’ fiori iblei,
Recinta dalle Grazie,
Darà i responsi bei;
Ibla, dà tutti i tuoi
Fior che produci a noi[153].
Ibla la veste spoglia
De’ fior che son tua cura
Per quanto lunga estendesi
Dell’Enna la pianura:[154]
Qui saran forosette
E montanine schiette.
Quante ninfe soggiornano
Bosco, foresta o fonte,
La Madre dell’Aligero
Nume le vuol qui pronte.
Vuol che, se nudo incede,
Si neghi a Amor la fede.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Fia che dimani irradii
Del suo sorriso amico
I nuovi fiori e l’Etere
Sposo alla terra antico,
Che colle nubi ognora
Paterne le ristora.
Si scioglierà benefica
In sen dell’alma sposa,
Onde nell’ampie viscere
La vita rigogliosa
S’agita, si commove
A creazioni nove.
Dell’universo Venere
Col soffio suo possente
Entro le vene penetra
E n’occupa la mente;
Procreatrice eterna,
Il mondo ella governa.
Ella pei campi eterei,
In terra, al mare in fondo
Il creator suo spirito
Infonde ovunque, al mondo
Obbedïenti addita
Le sorgenti di vita.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Ella portò nel Lazio
I Trojani Penati,
Di Laurento la vergine
Del figlio univa ai fati.
Lei dal suo tempio tolse
Che sposa Marte accolse.
Diè alle Sabine vergini
I Romulei mariti,
Onde i Ramnesi uscirono,
Uscirono i Quiriti,
Di Romolo la gente
E Cesare possente.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Sentono i campi Venere,
Voluttà li feconda:
Ebbe tra i campi il figlio
Di Dion culla gioconda
E crebbe ai delicati
Baci de’ fior’ più grati.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Tutti si legan gli esseri
Col vincolo d’imene:
Sulla giovenca spingesi
Il toro, ed ecco viene
Mosso da questa legge
Lungo i ruscelli il gregge.
Vuole la Dea dispieghino
Gli augelli i loro canti,
Per le paludi stridono
I cigni e i proprii vanti
Moduli invidïata
Di Terëo la cognata[155].
La voce sua melodica,
Sarà d’amore invito,
Nè la sorella piangere
S’udrà pel reo marito:
Taccio al canto gentile,
Finchè verrà il mio aprile.
Come la rondin garrula,
Allor canterò anch’io,
Onde la Musa arridami
E l’Eliconio Dio;
Però che già Amiclea[156]
Sè col tacer perdea.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d’affetto in core,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
151. Tradussi Dione, come nel testo: forse più giustamente dovea dire Dionea, da Dione che Omero dà per madre a Venere. Esiodo la dice figlia dell’Oceano e di Teti, e fa nascere Venere dalle spume del mare.
152. Delia, soprannome di Diana, dall’isola di Delo, ove era nata. Vedi Virgilio, Eglog. 3, v. 67.
153. Ibla, monte della Sicilia, celebre per lo squisito miele che vi si raccoglieva. Due città sicule portavano questo nome, Hybla major e Hybla parva, sulla costa orientale, le cui rovine veggonsi tuttavia in riva al mare. I colli che la circondano, lungo il fiume Alabus, sono in tutte le stagioni coperti di fiori, di piante odorifere, di timo e di sermolino, d’onde le api traggono anche presentemente il più squisito miele. Già induce a credere che il miele d’Ibla, tanto vantato dagli antichi, fosse raccolto presso d’Ibla la piccola.
154. Enna, città in luogo eminente in mezzo della Sicilia. Le praterie dei dintorni, inframmezzate da limpidi ruscelli, indorse di sempre verdeggianti boschi e di fiori odorosi, erano considerate come il soggiorno prediletto di Cerere. Fu in quella bellissima campagna che venne rapita la di lei figlia Libera, più nota sotto il nome di Proserpina.
155. Tereo, dice la Mitologia, fu re di Tracia, figliuolo di Marte e della ninfa Bistonide. Ebbe per moglie Progne, figlia di Pandione re di Atene, la quale dopo alcun tempo, mostrò desiderio di rivedere la propria sorella Filomela. Tereo per compiacerla si recò in Atene, ed ottenne da Pandione che lasciasse partire secolui Filomela; ma invaghitosene cammin facendo, la violò in una casa pastoreccia, ed affinchè non palesasse il suo delitto, le tagliò la lingua facendo credere alla moglie che la sorella era morta in mare. Filomela giunse però a poter disegnare sopra una tela la sua disgrazia, e la fe’ poscia per mezzo d’una fantesca a Progne pervenire. Questa trasse astutamente la sorella dal luogo ov’era rinchiusa e seco la condusse nella reggia; indi per vendicarsi, prese il bambino Iti, partorito da Filomela, e dopo di averlo ridotto in pezzi, li diè a mangiare al padre. Tereo di ciò avvedutosi, prese ad inseguire con isguainato brando le due sorelle, le quali furono dagli Dei per compassione trasformate Progne in rondine, Filomela in usignuolo, Iti in fagiano e Tereo in upupa. — Vedi Ovid. Met., lib. 6. Mitologia di tutti i Popoli. vol 6.
156. Amiclea od Amicla, città antica italiana, che dissero fabbricata dai compagni di Castore e Polluce, i cui abitanti astenevansi da ogni nutrimento animale. Furono distrutti dai serpenti, de’ quali abbondava il suo paese. Erano grandi osservatori del silenzio, onde taciti li chiamò Virgilio: Tacitis regnavit Amiclis (Æneid. lib. 10, v. 565) e qui pure nel Pervigilium vien designata Amicla d’essersi perduta col silenzio: forse non avendo invocato soccorso a tempo quando era devastata dai serpenti.
157.
A placarla con suppliche voi chiama
Tutte il dover: dipendon dal suo nome
E onestade e bellezza e buona fama.
Tr. G. B. Bianchi.
158. Vedi nel Vol. I. il Cap. VIII. — I Templi, dove si parla di quello di Iside.
159. «De’ ladri e degli augei vigil custode.»
160. N. 176 del Catalogo del Museo Nazionale di Napoli, Raccolta Pornografica. — Napoli, 1866. Stabilim. Tip. in S. Teresa.
161. Arditi, Il Fascino, pag. 45, nt. 2.
162. Vol. II. Cap. XII, p. 106-113. Milano, 1873. Presso Felice Legros, editore.
163.
Omai palesi della Buona Dea
Fansi gli arcani, allor che il flauto i lombi
Comincia a stuzzicar: del corno al suono,
Del vino all’estro, di Priapo attonite
Le Menadi, rotondo il crin, volteggiano.
Oh quanta allora in que’ cervelli accendasi
Libidinosa rabbia! Oh con qual impeto
Guizzano, scoppian, s’agitan, vociferano!
Del vecchio vin che bevvero, qual circola
Acre vapor nel trasudante femore.
Sat. VI, v. 314-319.
164. V. 346-49:
Ed or qual ara del suo Clodio è priva?
Vecchi amici, a l’orecchio il nostro avviso,
Già datomi una volta, ancor mi sona:
Chiudila, custodiscila. — Benissimo,
Ma de’ custodi chi sarà il custode?
165.
. . . . a poco a poco
Te aggregheranno del bel numer uno
Quei che accerchian la fronte in lunghe bende,
E tutto avvolgon di monili ’l collo.
Ne’ penetrali lor, con ampie tazze
E ventraia di tenera porcella
Placan la Bona Dea. Ma quelle soglie,
Con rito inverso, or non avvien che tocchi
Piè femminile: a’ soli maschi l’ara
Apresi de la Dea. Lungi, o profane!
Alto s’intona; no, che qui non geme
Tibia ispirata da femmineo labbro.
Tal’orgie i Batti usar fra tede arcane
Solean, stancando l’Attica Cotitto.
Id., Ibid. Trad. di Gargallo.
166.
. . . Via, fuori
. . . . qual vergogna! S’alzi
Da l’equestre cuscin, chi non possiede
L’equestre censo; e de’ mezzan d’amore
Vi sottentrino i figli, in qual sia chiasso
Nati pur sien. Costinci applauda il figlio
Del grasso banditor tra la ben nata
Da’ rezïari giovinaglia, e quella
Degli accoltellatori.
V. 153-158. — Tr. Gargallo.
167.
È vecchia usanza, o Postumo, ed antica
Far cigolar gli altrui letti, e il santo
Genio schermir che a talami presiede.
V. 21-22.
168.
Lascio i parti supposti, i gaudi, i voti
Spesso appagati dal Velabro. Oh quante
Volte raccolti son dalle sue fogne
Gli ignoti bimbi, sul cui falso corpo
Nome di Scauri apponsi, e poi ne ottiene
Suoi pontefici Giove, i salî Marte.
Capricciosa fortuna ivi la notte
A que’ nudi bambin volteggia intorno,
E con l’alito suo tutti gli scalda,
E in grembo se li avvolge. Allor tra gli alti
Palagi li dispensa, e ne prepara
Segreta farsa a sè: l’amor son questi,
Questi son la sua cura; e che sien detti
Figli delle Fortuna ella gioisce.
Sat. VI, vv. 602-609.
169. «Nei quadrivii e ne’ chiassi.» Carmen LVIII, Ad Cœlium.
170.
Amo ed odio insiem, se chieda
A me alcun come succeda?
Io l’ignoro, eppure il sento
E ne provo un gran tormento.
Carmen LXXXV. — Mia trad.
171.
Iam ne exciderunt vigilatis furta Suburræ
Et mea nocturnis trita fenestra dolis?
Per quam demisso quoties tibi fune pependi,
Alterna veniens in tua colla manu.
E già i bei furti di Suburra e il caro
Trescar notturno, e il mio
Balcon per te socchiuso, agli altri avaro,
Ti caddero in obblio?
Il mio balcon, d’onde alla fune appesa
Spesso vêr te calai,
E con alterna delle mani offesa
Al collo tuo sbalzai?
Trad. Vismara.
172.
Pria della mensa è poca cosa assai,
Ma il vin le dona mille grazie e mille.
173.
Bianca e fredda a veder, ma tra i bicchieri
Un di goderne, un di sfidarne ha petto.
Trad. Vismara.
174.
Non più vezzoso ad occhieggiar qual fai,
O fra i spettacol’ del lascivo Foro,
O sul passaggio di Pompeo n’andrai.
E d’ora innanzi non ti dar la pena
Di torcer suso il collo agli alti scanni[175]
Ne l’affollata teatrale arena.
Nè per la via farai fermar lettica
O aprir portiera onde ficcarvi il capo
E parlottar colla passante amica.
Ma pria di tutto fuor di casa, fuori
Ligdamo, fonte d’ogni mal; si venda,
E con i ferri ai pie’ serva e lavori.
175. Dissi già nel capitolo de’ Teatri come le cortigiane fossero nel quattordicesimo gradino del teatro, citando all’uopo il Satyricon di Apulejo.
176. Amorum, Lib. III. Eleg. XV:
Madre di amori teneri,
Cerca novel poeta.
Trad. di Francesco Cavriani.
177.
Che vidi incauto? perchè i fati vollero
Che arcana colpa il guardo mio scorgesse?
Vide a caso Atteone ignuda Cinzia;
Pur de’ suoi cani pasto egli è rimaso.
Trad. di Paolo Mistrorigo.
178. Sopra la Vita di Publio Ovidio Nasone, Discorsi. Discorso I.
179.
Punito io son, chè un turpe fatto videro
Gli incauti occhi; son reo che gli occhi ebb’io.
Trad. di Paolo Mistrorigo.
180.
Versi ed error, due colpe mi perdettero.
Id., Ibid.
181. Fu Sotade poeta di Tracia, che scrisse in verso ogni sorta di libidini, e sembra che scrivesse in quel genere che i Francesi chiamano poesie fuggitive e che in latino diconsi commatæ, cioè incise, spartite. Così le chiama Quintiliano; e pare che a’ tempi di lui fossero conosciute, perciocchè egli proibisse agli istitutori di parlarne a’ giovinetti. Intitolavansi quelle poesie del poeta Sotade Cinaedos, per cui Marziale lo chiama Cinedo, ed altri chiama Jonico quel poema, giacchè l’epiteto di jonico davasi a tutto ciò ch’era molle e lascivo. Visse questo poeta a’ tempi di Tolomeo, che il fece gittare in mare entro una cassa di piombo.
182. Molti de’ carmi di Catullo tengo da me volgarizzati inediti; epperò mi valgo sempre per questo poeta della mia traduzione non edita per anco.
Donna non fu che tanto
Amata fosse, come or tu da me;
Nè mai servata, quanto
Da me lo fosse, la giurata fè.
Lesbia, or tu m’hai condotto,
Fossi pur buona, a più non ti stimar:
Nè, s’anco più corrotto
Tu avessi il cor, ti lascerò d’amar.
183.
Abbastanza io fui la favola
De le mense scioperate,
E di me ciascun fe’ ridere
A sua posta le brigate.
Tr. Vismara.
184. Sat. 2, lib. I:
Facil Venere e pronta amo e colei
Che ti dice: fra breve; e fia maggiore
La voluttà, se partirà il marito.
Mi son sostituito nella traduzione al Gargallo, che questa volta non ho proprio capito che dir si volesse.
185. Sat. I. Lib. 11.
. . . . . Canidia, figlia
D’Albuzio, a’ suoi nemici erbe e veleno.
Tr. Gargallo.
186. «Irritabil genia quella dei vati.» Oraz.
187.
Il diritto dei tre figli mi diede,
De’ miei studi poetici in mercede,
Chi potea darlo: addio consorte: vano
Il don sortir non dee del mio sovrano.
Trad. Magenta.
188.
LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE[189]
Or la misera fame, ed i sottili
Distillati veleni entro le dapi,
Tutto un popolo esangue e amici pingui
Per ricchi funerali, ed un impero,
Che sotto il nome della pace infinto,
Mollemente si solve e si consuma,
Quanto fa dir la nostra età la bella
Età dell’oro, canteran le Muse.
E canteranno i lagrimosi incendi
Della marmorea Roma[190], agli occhi loro
Vaghi sollazzi della negra notte,
Egregie gesta di colui che baldo
Dell’assassinio della madre esulta,
Che alle Furie materne altre ne oppone,
Alle serpi altre serpi, ognor la mano
Pronta a nuovi pugnali e di peggiori
Stragi a far tutto esterrefatto il mondo.
Canteranno esse scellerati carmi,
Oscene voluttà, sozzi imenei
D’un favorito della sposa infami[191],
Di Venere nefandi monumenti;
Nè l’onta proveran de’ loro canti
Le svergognate Muse, e di lor nome
Verginal, di lor fama immacolata
Fatte immemori adesso. Ah! via gittato
Ogni pudor, sotto color bugiardo
Di lor saver, prostitüir sè stesse,
E le figliuole dell’olimpio Giove
Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla
Sentan necessità, fanno a vil prezzo
Di lor sacra persona empio mercato.
Esse al capriccio dei superbo Mena[192]
Piegan codarde, ovver di Policleto
Obbedïenti al cenno, anco beate
D’esigua lode, appassionate, ardenti
Delle recenti impronte, onde una fronte
Va maculata, o delle ree vestigia
Che lasciò la catena od il flagello
A un Geta[193], che da jer fatto è liberto.
Immemori, che più? del divo padre
E de’ numi cognati e dell’antico
Onor di casta e verginal pietate.
Oh dolor! Alle Furie e a mostri orrendi
Hanno eretto l’altare e i cenni impuri
Dell’ignobile Tizio[194] osano voci
Del Destino appellar: quanto ha l’Olimpo
Consacrarono all’Erebo; già templi
Osaron scellerati ergere ed are
Sacrileghe, e per quanto è di lor possa,
I cacciati dal cielo empi Titani
Tentan ripor nelle superne sedi
E stolto crede a’ loro accenti il mondo.