«Chi scrisse questo vulgare

Dio li dia bene e capitare,

Chi scrisse ancora scriva

Sempre e ognora».

Una lingua, in cui stendeansi atti importanti pubblici e privati, in cui già si trovava opportuno tradurre le opere di quella che un tempo era stata nazionale, doveva essere adulta, e conosciuta ai lettori più che non quella da cui si traslatava. Già erasi compreso che l’intelligenza umana aveva acquistato un nuovo istromento, non inferiore in forza e bellezza a verun’altra forma della loquela; e mentre prima riservavasi agli usi giornalieri dell’esistenza materiale, si vide bastava a dipingere la natura con tutti i suoi particolari, enunciare il pensiero con tutte le sue finezze, prestare una voce potente a ciascuna passione.

Erra dunque il Bembo che trae tutto dai Provenzali, e asserisce che pochi scrittori di prosa si vedano in quel primo secolo, fuor dei Toscani (Sulla vulgar lingua). Erra G. B. Niccolini (Qual parte aver possa il popolo nella formazione di una lingua) scrivendo che «in prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante scrivesse, non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in latino e facendo commenti in latino». Erano già note allora, e furono meglio divisate poi molte anzi moltissime cronache in romanesco, in napoletano, in siciliano, e prose devote, e didattiche, e poesie, donde si chiarisce che Dante trovava una lingua già molto esercitata.

Bologna è di mezzo fra l’Italia settentrionale e la meridionale: vi sono professori e scolari d’ogni paese, il che doveva facilitar l’avvicinamento. Perciò Dante la esaltava; e di fatto s’avvicinava al tipo latino più che al provenzale, e vi si fissavano la fonologia e la morfologia. Pure il toscano avea meglio contemperato la tradizione latina col dialetto; delle due estremità evitato i difetti; avea chiarezza, trasparenza; era fra i dialetti italiani quel che l’italiano fra le lingue romanze; con minore mescolanza di parole tedesche, francesi, arabe.

Alcuni scrittori accettarono gli idiotismi, di che Dante li rimprovera; i migliori li abbandonavano, di che venne questo meraviglioso stromento del pensiero; il quale alla Toscana va debitore del suo splendore.

§ 19º Riassunto e paragoni.

Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche. Queste ci diedero bensì alquante voci, come rubare, bicchiere, fiasco, sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo... ma non un complesso, nè tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso; land che pei Tedeschi è terra, per noi fu un terreno incolto; ross non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; barone divenne sinonimo di paltoniere e birbo; grosso significò tutt’altro che grandezza; volk non indicò popolo ma popolaccio.

Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate, e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico, s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare. Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e pazienza e sapienza dai glottologi.

Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema, diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari negli Scrittori del Trecento.

Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo chiamati Wälschen, nome affine a Walachen, e dai Polacchi Woloch, dai Boemi Wlach. Il fondo del valacco è di parole latine, miste a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come albo, fur, ove, da cui noi serbammo albore, albume, furtiva, ovile; e così ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare. Come usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile, femminile quel de’ frutti, pruni e prune, peri e pere: come in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi, vezzeggiativi: muiierone una donnona; omoiu un omaccione; domicelu signorino; canubin il canino; mariutia, negrutiu, orbetiu, fiiastro; d’onde io argomenterei esistessero già tali alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono queste colonie.

Forma i plurali, non con affiggere la s come altre lingue neolatine, ma col cambiare l’a in e, l’u in i; molti finiscono in uri, come da jugu juguri, da nodu noduri, da fumu fumuri, somiglianti a donora, pratora, campora, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il genere neutro; l’articolo derivò da ille, ma invece di prefiggerlo, il suffigge dicendo parinte-le il parente, domn’ul il donno, omu’l l’uomo; e pel femminile a, ovvero oa se termina in è. Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179], valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: eu, tu, elea; nei, voi, ei; così nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu, tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot, totu; e gli avverbj che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma, giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte. Il superlativo e comparativo forma alla francese; maí bon, cel maí bon, che del resto non è insolito ai Latini (magis dives ecc.). I numerali ha identici ai nostri fin al cento, che dicesi sata come nel sanscrito. I verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei dialetti dell’alta Italia, in à, è, e muta, ì; e sono preceduti sempre dall’a, come gl’inglesi dal to; per es. a cantà cantare. Perdettero il futuro semplice, supplendovi con voiire volere, ma conservarono il trapassato: eu avusem, io avea veduto. Pel passivo fanno eu me vedu, io sono visto; el se vede, egli è visto; affiggono i pronomi come noi: dami, dai, dali, per dammi, dagli, danne[180].

La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana: semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso all’ablativo latino, come pulvere, sore (sole), munte, margine, facie, vale (valle), morte, langore.

Frequentissimi i participj in utu, avutu, credutu, crescutu, conosciutu, implutu, battutu, alcuni de’ quali non si hanno in latino (batuto), altri assai differenti (cognitus, cretus) mentre in italiano son eguali.

Hanno bolta, usia (uscio e volta), stala, cucina, supa, sala, sappa, vechiu, rosiu (rosso), verde, fiastra, sora (suora), caldura, ochi, urechi, voja (voglia), ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare, inaltiare, manciare (mangiare), tocare, repansare, adunare, lasare, jocare... che sono molto piu simili all’italiano che al latino scritto.

È rara nel latino la terminazione in esco, mentre noi abbiamo conosco, patisco, nutrisco, ardisco, ecc., e così nel valacco nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco.

Anche nel moldavo oggi si dice porta, bove, vacca, leo, lupe, volp, urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur (oro), fier (ferro), plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba, sordisce, vulture, magine, ciudad, alterazioni ben facili di domine, fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas; e i verbi cresk, floresk, nesk, schio, per cresco, floresco, nascor, scio.

Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo i Saggi ladini dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.

§ 20º Illazioni. Sistema della trasformazione.

Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina, qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di essi[181].

Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei. Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam, caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis e frons al femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il fortis, non forcia ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze. Così è di giardino, di gatto. Blanch c’è nello spagnuolo, nel valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi boje, in romancio bojer, in ispagnuolo boja quel che in latino carnifex. In valacco abbiamo inaltzà, bâte, per inalzare e battere; e così citu per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. Mannaja sarebbe nome nuovo, ma nel romancio abbiamo manera, e in dialetti lombardi manerin. Tacio il capitaneus che è già in un papiro del 551 presso il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?

Nel daco romano abbiamo nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù zicë nimic, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano; ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa credere che altrimenti usasse il vulgo[182].

Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi, i nostri preferissero l’uno, come grandis, fames, niger, senior, totus, piuttosto che magnus, esuries, ater, omnis[183]; e così piuttosto di sicut il quomodo[184]; de mane piuttosto di cras; subito piuttosto di cito; penso piuttosto che cogito; e supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri plus che magis; hac hora (ora) che nunc; illa hora (allora) che tunc; ad minus (almeno) che saltem; per hoc (però) che ideo e nam; perfecta mente che perfecte.

Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’ cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli protesi quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; aferesi quando la si toglie, come da rotundo tondo; apocope quando levasi la finale; sincope quando di mezzo alla parola si leva una lettera o una sillaba; onde da rubigine ruggine, da parabola parola, da civitas città, da Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare, Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; epentesi quando s’introduce una lettera nuova, come pietra e fiera in petra, fera; antitesi quando si cangia una lettera, onde diurnus, de mane, hordeum, vestro, radium diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; metatesi quando si muta ordine alle lettere, col che aer, luscinia, super divengono aria, usignuolo, sopra; antifrasi quando alla parola si dà un senso contrario, come da vir bonus, birbone. L’eufonia, cioè la dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse suprema di tutti i cambiamenti.

Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e. ripigliammo palla, di cui i Latini aveano fatto pila, e le terminazioni in osus, ontius, entius, così comuni nei primi cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto nei composti: onde non avemmo struere, ma costruire; non ducere, ma condurre, addurre, produrre; non voco ma convoco, invoco; non clamo, ma declamare; non pingo, ma dipingo.

Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine; il friulano, per esempio, dice, Vos statis in tantis miseriis: oltre quel che riferimmo del sardo.

Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’au in o, non mutare la l in i avanti ad a b c f p, nè lo j in g, nè inserire la i avanti ad e[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso, volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole latine: dece, il libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco, cogitare, manduca, unqua...; e i plurali, campora, ramora, palcora, nomora...; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina, come umeri, triumphi, justo, jurare. Vi scambiavano di lettere, resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena, dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio, fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole, rimore, sanza, neente, Deo, eo; o di generi, le sacramente, la fiore, la mare, l’oblìa, il nojo, il sedio, e in Dante il domando e il velo; e massime dell’articolo lo per il; od eccedevano in quelle desinenze provenzali d’anza, aggio. Talora sono lettere trasposte, come preta, grolia, impretare, grillanda, stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire; o lettere fognate, come in memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato, rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane, stribuire, douto; o aggiunte superfluamente, come triemare, bointà, Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare, puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli, o non ancora assimilate, come adsai, ciptadini, ecceptiamo; o sciolgonsi i dittonghi, come in audire, tesauro, aulente, claudo, pausare, gaudere; o mutasi una delle vocali in consonante, come blasmo, claro, galdio, laldare, aldire. Talora vi appajono sincopi strane: semmana, volno, venno, pensrà, sen (senza), avan’, soven’, ca, foss, fi, fol, nul; quando allungamenti, massime nelle desinenze (partiraggio, rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza e coraggio per pietà e cuore, e tue, mene, quici, mee). Le finali sono spesso viziate (interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno, le porti, febbra, adessa). Talvolta si tace la preposizione (dico voi, grazie voi sia, fa noi grazia) o si pone a sovrabbondanza (in ninferno).

I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando spegnare, allegrere, parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare, pentere sono in Dante; e in lui e in altri dissono, vedia, sentette, dicette, abbo, ei (ebbi), ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie, vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea; e i participj feruto, falluto, pentuto. Essi participj sono spesso adoprati pel nome: il destinato, il pensato, il gloriato, l’imperiato, i falliti, la finita, per destino, pensiero, gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato, l’arbitrato, il giudicato e simili.

Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come disianza, dolciore e dolzura, perdigione, bellore, increscenza, incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza e dotta, vengiare, issa, grazire, amanza, gelore e gelura, sezzajo, primajo, tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza, acceleranza, tristanza ecc. Smettemmo pure gli affissi in fratel-mo, moglie-ma, casa-ta, signor-so, e il suto dal verbo essere, che sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (è stato portato).

Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate, facendo consonare ora e ventura, destro e presto, lusinga e rimanga, pietate e matre, morte e raccolte, luna e persona, ottima e cima, majesta e gesta;

E men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Che andate pensando sì voi sol tre?

(Dante)

Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è,

Chi sciocco, chi invidiato sempre vive?

(Meo Abbracciavacca).

Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla lingua latina.

§ 21º Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio.

Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’urbanità, di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro paese (fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo; Dante), così avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità, conchiudendo: Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate donata[187].

Agli Urabro-Tusci mancava l’o, e ancora in que’ dialetti sentiamo spesso l’u al luogo dell’o; come in dopo, quattordici, Giorgio, posto: lo che avviene pure in Sicilia.

L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome conservarono i moderni Toscani.

Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere la pronunzia de’ rustici odierni: come combner per convenire: Kapfa per Capua, siccome alcuni proferiscono afdace, aftunno; fi e fia per filius e filia; faka e facat per faciat. Embratùr per imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.

A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora pzein, dla, vgnè, cminzò, cm’un (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il mutare l’e in ei, come oggi in veina, lein, canteina, per vena, lino, cantina.

Festo il nome di famuli deriva dagli Oschi, fra cui servus FAMEL nominabatur; e famei in molti dialetti si dice anche oggi il mandriano. Lo stesso dice che aruscare significa undique pecunias colligere; e ruscà su dicesi ancora in Lombardia per raccogliere d’ogni dove. Lo stesso nota antios per excruciatus; e sarebbe la voce nostra ansioso. Bacar o baccar era un vaso da bere il vino, e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole che Sabinorum lingua, saxa HERNA vocantur, ed ecco l’origine di caverna.

Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri, da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone l’avverte che vi udrà verba parum trita Romæ. A Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt[190]: il che significa che il tosco era ben disforme dal latino.

Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori. Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la favella latina: i Cumani chiesero ut publico latine loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset[192]. Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno a Capua, Terracina, Velletri, obsce et volsce fabulabantur, nam latine nesciunt[193]: e bilingues Brutiates diceansi i Bruzj perchè parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio, e l’adoprarono fin nelle monete.

In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini, Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci, dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret[196].

È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite, adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che se il Lombardo pronunzia l’eu, l’u e l’on e l’an nasali a modo francese, e contrae au e al in o, forse è dovuto alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia onza, panza, vittura, fasuli, citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì... per oncia, pancia, vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere, sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche forme lessiche ben più significanti, come mi vegl pa, io non voglio, rispondente affatto al piemontese mi voeuj pa e al milanese mi vuj no, e parallelo al tedesco Ich will nicht; se non che ci si può affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi, migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode pè, crù, conchetto (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].

I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’ varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e nelle prime italiane.

Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi: Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive in zae. E in una carta dei 1153 ap. Giulini: Et hoc vidi per annos octo et plus a terremotu in za, et a decem annis in là. Noi diciamo tal quale anche oggi[200]. Nel Novellino abbiamo che fu condotto ad Ezelino un ollaro cioè pentolajo; e che egli avendo inteso uno laro, cioè un ladro, mandollo alla forca.

Già le carte venete del XII secolo mutano il g in z (verzene, Zorzi)[201]; le bolognesi ci offrono altare sanctæ Luziæ, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano.

Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:

Com fo trahit el nos Signor

E vel dirò cunt grant dolor.

Al temp de quei malvas zudè

Un grand consey-de-Crist se fe

Chel fos trahit et ingannath

E su la cros crucificath.

Inter lo corp de quey malvas

Denter gintrava (gli entrava) el setenas

Zosin fo Yuta Scariot

Che Crist trathiva dì e not.

Quel Yuta fais et renegath

Ay sovra princep fo andath

E si ye dis, quem volef da

Se vel tradis illy vosy ma?

Respos illora quey zudè,

Trenta diner tinì de accè

Stul po trady ed ingannà

Deraz de no apresentà...

E quant ey laf sflagelath

Mult tosto ey laf incoronath

De spini grossi et ponzent

Per che el so volt fo sanguanent, ecc.

Una laude di Monza fu da me pubblicata nella Margherita Pusterla: e di somiglianti ne ha per avventura ogni città di Lombardia. Pietro de Bescapè milanese, di cui si ha un bellissimo manoscritto del 1264, dà una rozza storia del Vecchio Testamento:

Como Deo a facto lo mondo

E como de terra fo lo homo formo,

Cum el descendè de cel in terra

In la Vergene regal polzella,

E cum el sostenè passion,

Per nostra grande salvation,

E cum verà el dì del ira

Là o sarà grande rovina

Al peccator darà grameza

Lo iusto avrà grande alegreza

Ben a rexon ke l’om intenda

De que traita sta legenda...

In mille duxento sexanta quatro

Questo libro si fo facto.

Et de iunio si era lo primier dì

Quando questo libro se finì;

Et era in secunda diction

In un venerdì abbassando lo sol.

Di Buonvexin da Riva, frate umiliato, vivente circa il 1290, si ha nella biblioteca Ambrosiana un trattato di buone creanze, ove, fra lo studio di italianizzare le parole, sentesi il fondo lombardo. Comincia:

Fra Bonvexin de Riva che sta in borgo Legniano

D’le cortesie de descho ne disette primano;

D’le cortesie cinquanta che s’de’ osservare a descho

Fra Bonvexin de Riva ven parla mo de frescho.

Esso frà Bonvicino ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:

Chi loga se lumenta lo satanas rumor

D’la verzene Maria matre del Salvator;

e anch’oggi in villa dicono chi loga per qua (hoc loco) e lumentà per ricordare, rammentare.

In questo poeta già avvertimmo la formazione della conjugazione odierna mediante l’affissione del verbo ausiliare.

E che il dialetto milanese già si parlasse anteriormente, lo raccogliamo dal trovare, nel poeta Cumano che cantò la guerra decenne contro i Comaschi, nominati un Pagano prestinaro, un araldo Pandisegale: sull’arco che i Milanesi eressero dopo riedificata la patria nel 1174, son nominati Passaguado da Setara, Arnaldo de Mariola, Gerardo de Castagnianega, prevede per prete, che sono pronunzie ancora usate. A difesa del carroccio i Milanesi istituirono la compagnia de’ Gajardi, e n’era capo un di Monza, detto Mettefogo: parole del dialetto; come sono i cognomi usitati in quel tempo, Bragacurta, Bragadelana, Cavazocco, Brusamonega, e simili. Anche a Brescia trovo nel 1177 Martinus Petenalupi, Ogero de Cavalcacane; e nel 1192 Landolfo Scanamojer, Carnevale de Codeferro, ecc.

Agli incunabuli della stampa appartiene El vocabolista ecclesiastico ricolto et ordinato dal povero sacerdote de Christo frate Johanne Bernaldo savonese, stampato a Milano per Leonardo Pachel, 1489, nel quale son registrate parecchie voci nel dialetto milanese vive fin oggi, quantunque egli vi desse la terminazione italiana; come aguccia ago, amolato arrotato, assetarse sedersi, barba zio, brancata manciata, camola tignuola, copo tegola, dar fora pubblicare, despresio malizia, fiadare respirare, fidigo fegato, fronza fronda, gera ghiaja, gialdo giallo, la grassa l’adipe, impressa in fretta, ingualare eguagliare, lentigia lenticchia, lisca carice, lumisello gomitolo, meda mucchio, messedare mescolare, mezena lardone, mocare smoccolare, morone gelso, mufolento ammuffito, pagura paura, rampegar arrampicare, rognoni arnioni, rosegato roso, sbadagiare sbadigliare, scarcare sputare, scoder riscuotere, semeso sommesso, sesa siepe, spegazzato imbrattato, temporito precoce.

A Gabriele Rosa fu esibita una composizione in bergamasco, che nell’archivio notarile di Bergamo esisteva fra istrumenti privati in un volume di pergamena del 1253, sicchè vorrebbesi crederla dell’anno stesso. Sarebbe dunque anteriore a tutti questi saggi di dialetti; ma per ciò appunto si desidererebbero più concludenti prove d’autenticità, e meglio ancora un fac-simile.

Il Lasca, negli Inganni, atto III. 5, introdusse un Pider da Valsassina che parla il suo dialetto; e così si fa in altre commedie del Cinquecento, ma in modo sì sformato, da non riconoscersi più il lombardo. Anche Franco Sacchetti fa parlare molti in dialetto, massime in friulano e genovese; ma sempre piccol conto si può fare sopra chi riporta vulgari altrui. Perciò fallisce la prova fatta dal Salviati di tradurre in milanese una novella del Boccaccio[202]; e perfino la più diligente disquisizione in tal proposito pubblicata testè dal signor Biondelli.

Pel dialetto piemontese è a veder la traduzione degli statuti della società di S. Giorgio di Chieri, pubblicata dal Cibrario nel t. II, p. 287 della Storia di Chieri e assegnata al secolo XIV[203]. Del qual tempo sembra pure un uffizio ad uso de’ confratelli disciplini di Saluzzo, ove sono 32 laude in un cattivo italiano che tirerebbe al veneto. P. e.:

Or s’aprossimo lo tempo che lo rey del paradiso

Si dey nascer da una vergen como n era empromisso

Deo pure n’a tramisso lo so figlol glorioso

L’agnelo sanza peccao Ihu Xre pietoso, ecc.

Inoltre vi sono diciotto recomendaciones in vero piemontese.

Non mancò chi tolse a provare che il piemontese forse più ch’altri dialetti ritenne del latino, perocchè dice ses e sömo da es e sumus; is, ist pronomi; om, dom, magister, liber, papaver, cadaver, setember, otober, par, dispar, vas, sal, gius, ses, dominica, fumela, pansa, spuè, stranuè, (da spuere e sternuere, anzichè dal frequentativo), fenestra, ceresa, ecc.; modi comuni, del resto, ai parlari dell’Italia alpina.

Del principio del 1300 si ha una cronaca saluzzese di Gio. Andrea Saluzzo signor del Castellaro, in rozzo italiano misto a parole prette piemontesi, come gesia, eschalero (scala), quiglieri (cucchiaj), governore (governatore), servanta (serva), fruita (frutta), largour (larghezza), Menia (Domenica), chatar (comprare), rabelar (strascicare), penta (dipinta) ecc.

Delfino Muletti, nelle Memorie di Saluzzo, vol. iv, reca delle laude del 1400 nel dialetto saluzzese, e una iscrizione posta il 1403 sulla chiesa di San Sebastiano: ma questa può piuttosto dirsi in rozzissimo italiano che in dialetto; quelle orazioni sono l’anello fra il dialetto piemontese e il valdese, che si connette con quei della Linguadoca:

«Noe ce tornerema devotament al altissim De nostro Segnor Yhu Christ, da qual venen tuit gli bin e tute le grasie che nos n’a dait grasia en cast beneit di de fer questa disciplina ch’el nos dea grasia che noi la pussèm e voglièm fer a tuit gli temp de la nostra vita al sò los, onor e gloria, e a recordament de la soa santissima passion, e a esmendament di nostri peccai, asiò che quant noi passerema da questa misera vita, el nos condua tuit a la gloria de vita eterna».

Del dialetto nizzardo il primo esempio a stampa è il Compendion del Abaco per Francesco Pellos di Nizza, Torino 1492. Comincia:

«Jesus done a mi gratia et sia en so plaser che fassa principi he fin de aquest compendio de abaco de art de aritmetica he semblament dels exempels de jeometria contegnut en los presents sequents capitols, lo quals tracleray coma a mi sera possible, perchè les citadins de lo ciutat de Nisa son sotils et speculatieus en ogni causa, et specialment de las dichas arts».

Stranissimo è il dialetto genovese; e raccontasi vulgarmente d’un commissario, il quale non volle segnare il foglio di via ad un cittadino per Cogoleto, atteso che non sapeva trascrivere in lettere la bisbetica pronunzia di quel nome. Lo stesso caso dev’essere intervenuto ad un notajo nel 1110, che di molti testimonj non indica il nome, quorum nomina sunt difficilia scribere (Mon. Hist. patriæ, Chart. II. 186).

Di esso genovese dialetto Matteo Mollino conserva manoscritte alcune poesie d’autore ignoto, tra il 1270 e il 1320 (Spotorno, Storia letteraria della Liguria, tom. I. p. 283). Una, celebrando la vittoria riportata nel 1294 a Lajazzo, comincia:

L’alegranza de le nove

Chi noamente son vegnue

A dir parole me commove

Chi non son de ese taxue...

Quelli se levan lantor

Como leon descaenai

Tutti criando alor alor...

Ben fè mestè l’ermo in testa,

Si era spessa la tempesta;

L’aere pareia nuvelao...

Correa mille duxenti

Zunto ge novanta e quatro.

Or ne sea De lodao,

E la soa doze maire

Chi vitoria n’ha dao...

Ha pure un componimento giocoso intorno ai marroni: