Finchè i Visigoti rimasero in Italia, la Città doveva sempre temere che d’improvviso ritornassero a darvi un secondo saccheggio; per la qual cosa il commovimento continuo che l’agitava, al pensiero del pericolo sovrastante, le toglieva calma e forza necessaria per riparare a tante perdite fatte e per ripopolarsi. Alarico era morto tosto dopo il saccheggio di Roma, nell’anno 410; quasi che tutta la sua forza vitale lo avesse abbandonato dopo di aver compiuto quel grande fatto. Il prode guerriero moriva colla gloria eterna di aver soggiogato Roma e di averle risparmiata la distruzione. I suoi soldati gli diedero sepoltura nell’alveo del fiume Busento, e indi scelsero a loro re Ataulfo, cognato di lui. Se Alarico non aveva potuto elevarsi al di sopra della condizione di nomade guerriero barbaro, Ataulfo invece, accorto di mente e ardito di mano non meno di Alarico, sembrava avere ingegno più acconcio a fondare un impero goto in Italia e ad assoggettare l’Occidente allo scettro di valorosi Germani. Egli accarezzava nel suo pensiero questo disegno, ma neppur egli poteva compierlo; e quasi un secolo doveva trascorrere in rivolgimenti tumultuosi prima che i Germani, condotte poco a poco a maturanza le loro idee politiche, di truppe irregolari assoldate dall’Impero romano, si facessero veri conquistatori e signori d’Italia.
Non sappiamo con esattezza fino a quando i Visigoti godessero dello splendido cielo d’Italia, e si deliziassero sui poggi del mezzogiorno per vendemmia festanti. Più felici dei guerrieri di Pirro e di Annibale vivevano nel soggiorno beato della Campania, senza che ne li molestasse suon di guerra nemico. Dalle ubertose sponde del Liri occupavano il paese fino a Reggio, dove non la famosa statua incantata ma una tempesta aveva impedito ad Alarico di passare in Sicilia: nè squillo di tromba gli strappava dai molli letti ove stavano sdrajati fra le braccia delle loro belle schiave a lautezza di mense.
Finalmente, Ataulfo stesso li chiamava all’arme, imperocchè, dopo lunghi e difficili negoziati con Onorio, egli avesse deliberato di partire dall’Italia desolata e di valicare le Alpi per girsene in Gallia, ove, al soldo dell’Impero, voleva combattere Giovino che aveva usurpata la dominazione di quella provincia. Nella loro ritirata, che non possiamo determinare con certezza se avvenisse nell’anno 411 oppure nel 412, i Goti avranno forse incusso alto spavento a Roma: ma per il trattato stretto con Onorio, la cui sorella Placidia il Re dei Goti aveva condotta in isposa, i Barbari non devono avere recato danneggiamento alla Città. E la narrazione d’uno Storico dei tempi posteriori, che eglino in questa loro ritirata, simili a sciame di locuste, si gettassero su Roma per la seconda volta ed esterminassero tutto quanto avevano lasciato nella prima, non ha sembianza di verità, non essendo sorretta da altre testimonianze[134].
Un altro flagello, quantunque ben meno terribile, colpiva Roma: l’ambizioso conte Eracliano, nell’anno 413 in cui era stato eletto console, s’era ribellato in Africa; e avendo impedito che ne partisse la flotta ch’era andata a prendere vettovaglie per fornire la Città affamata, mosse egli stesso con molti vascelli; e già s’apparecchiava a entrare nelle acque del Tevere per impadronirsi della Città ch’egli sapeva essere sguernita. Ma allora, Marino, capitano delle truppe imperiali (che, come tali, tornano di nuovo in campo), gli diede battaglia presso la costa; e, disfattolo pienamente, lo costrinse a fuggire in Africa dove perdette il capo[135].
Liberata da questo pericolo, partiti i Goti, la corte di Ravenna ebbe miglior agio di provvedere alla guarigione di tante piaghe che desolavano Italia. Onorio concedette alle province devastate l’esenzione da imposte, e, per la terza volta nell’anno 417, venne a Roma avvilita. Fece uno splendido ingresso trionfale, e assiso nel suo cocchio si pasceva con orgoglio puerile della vista del suo emulo Attalo, il quale, coperto di vergogna, era tratto in catene innanzi al suo carro[136]. Gli sciagurati abitatori di Roma accolsero il loro Monarca con servili acclamazioni, quantunque nel loro animo gli scagliassero muti rimproveri. Non eravi Stilicone dai cui allori egli prendesse a prestito splendore, e taceva la musa che per bocca di Claudiano gli aveva già tributate lodi adulatrici di trionfatore. Stendendo la mano e supplicando colla voce, i Romani lo eccitavano a far risorgere la Città dalle sue rovine. Se si presti fede agli Scrittori, Roma si rimetteva in breve tempo dei mali sofferti durante il saccheggio dei Goti, di maniera che sorgeva «più splendida dell’antica»[137]. I cittadini fuggiti vi ritornavano da tutte le province dell’Impero; ed erano in numero sì grande che Olimpiodoro racconta che in un giorno solo ne arrivassero quattordicimila. Tuttavia, bisogna andare cauti nell’accogliere le notizie date dagli scrittori di quell’epoca. E lo stesso Storico racconta che Albino, prefetto della Città nell’anno 414, aveva riferito all’Imperatore che la popolazione di Roma s’era accresciuta di maniera che non fosse più sufficiente la misura di grano ch’era costituita per le somministrazioni al popolo[138].
La Città andava poco a poco risorgendo e ripopolavasi, quantunque non si restituisse nel primitivo splendore come vorrebbero far credere quelle narrazioni e le voci adulatrici di coloro che celebravano Onorio col titolo di restauratore della Città. Ma che Roma, pochi anni dopo della conquista dei Goti, fosse ancora la grande, la magnifica, ci mostrò Olimpiodoro: ed anche Rutilio, che ne partiva nell’anno 417 per tornare in patria, poteva confortare il suo animo della caduta di lei con quei versi inspirati, nei quali esorta la Città a rialzare il suo capo venerando, ad ornarsi d’alloro ed a cingere il turrito diadema, e ad alzare di nuovo il suo scudo brillante. I terribili mali sofferti nel saccheggio, sclamava, potevano esser posti in obblio dalla remissione dei tributi: elevando lo sguardo al cielo si allevia ogni dolore, imperocchè anche gli astri tramontino per risorgere brillanti sempre di luce novella. L’oltracotanza superba di Brenno aveva ricevuto punizione, ed il Sannita la aveva espiata colla servitù: la fuga e la disfatta di Pirro e di Annibale avevano vendicate le loro vittorie. In simil guisa Roma risorgerà legislatrice dei secoli, essa sola non temente il lavorio della Parca; tutte le contrade della terra di nuovo le porgeranno tributi e il bottino fatto sui Barbari empirà i suoi porti: i campi che il Reno bagna, saranno dissodati eternamente per lei; per lei il Nilo riverserà fuor del suo letto le onde fecondatrici; Africa a lei dispenserà la ubertà dei suoi prodotti: e flotte romane solcheranno le onde del Tebro trionfatore, coronato di giunchi[139].
Questi augurii il Poeta ancora pagano volgeva a Roma, salutandola con voce velata dal pianto. Ma non furono profetici. Abbattuta da quel colpo tremendo, la Città non ebbe più forza di sollevarsi. Per buona sorte dei popoli d’Occidente, Roma non raccolse più dalla polvere la corona d’alloro cadutale di capo. E soltanto dalle ceneri dell’antichità essa si elevò sotto forma novella dopo le pugne lunghe e dolorose della sua seconda nascita, per reggere col pastorale durante lunghi secoli il mondo morale, dopochè essa aveva dominato, per tempo sì lungo, mezzo il mondo colla potenza della sua spada[140].
Nel tempo in cui la vita politica di Roma si spegneva e le istituzioni civili dell’antichità perivano, nel tempo stesso in cui l’Impero, premuto sempre più dai Germani invasori, perdeva una provincia dopo l’altra e minacciava finalmente di perire esso stesso, era in Roma un solo istituto che non aveva mai vacillato e che sottometter doveva alle leggi della civiltà quei Barbari medesimi, i quali più tardi ne diventavano difensori ed ausiliarî a ottenergli la signoria della Città e di parecchie province d’Italia. Quell’istituto era la Chiesa, era il Papato. Durante i varî avvenimenti che s’erano succeduti nel periodo di presso che quattro secoli di dominazione degl’Imperatori, sulla cattedra vescovile di Roma sedeva una gerarchia di preti elettivi, antica quasi quanto il Monarcato, la quale, dopo di Pietro che la tradizione narra essere stato fondatore dell’Episcopato romano, già contava una serie di quarantacinque Vescovi fino al tempo in cui i Goti conquistarono la Città[141]. Alla storia di Roma e dell’Impero era proceduta allato e di pari passo la storia della Chiesa: storia arcana, dapprima, di un’associazione misteriosa d’amore e di libertà morale; indi storia di martiri eroi a cui era succeduta storia di acri pugne contro il Paganesimo, e del trionfo riportato dal Cristianesimo sulla Religione degli idoli; storia finalmente di continue lotte contro le eresie sorte in Oriente e nel Mezzogiorno. Nei tempi della dominazione imperiale di Roma, la Chiesa aveva accolto in sè le più elevate idee spirituali; e la libertà, bene sommo e felicità del genere umano, otteneva consecrazione nella cerchia della vita morale, poichè era stata soffocata nel mondo politico. L’energia che la Chiesa aveva dimostrata contro il despotismo di Costantino e dei suoi succeditori era stata salutare e gloriosa; ma quell’istituto troppo presto cadeva dalla spirituale sua altezza, corrotto in generale da quella tendenza egoistica che non si disgiunge mai da tutto ciò ch’è dell’uomo, e avvelenato in particolare dall’avarizia e dall’ambizione. Ricchezze d’ogni maniera, composte di offerte di mani liberali e di beni stabili che chiamavansi patrimonii, fluivano a questa Chiesa, la quale, nel tempo stesso in cui dava alla sua amministrazione esteriore un ordinamento sapiente, poneva le basi ed innalzava il suo sistema dogmatico che il genio dei suoi Padri e dei suoi Teologi difendeva e raffermava. Il Vescovo di Roma, sedente in Laterano, volgeva la sua operosità alla sola amministrazione ecclesiastica; e, quantunque non avesse ancora potenza politica, tuttavia cominciava già nel secolo quinto ad esercitare sulla Città una certa influenza che non era unicamente d’indole spirituale e morale, ma che, nelle relazioni innumerevoli della Chiesa sulla universa vita civile, assumeva anche natura tutt’affatto materiale. La lontananza dell’Imperatore da Roma accresceva venerazione alla persona del Vescovo cui la fede insegnava a rendere ossequio come a persona sacra; e le necessità sempre più stringenti e la miseria crescente nel popolo, lo facevano riverire salvatore, difensore, padre della Città. E Roma amministrata nelle bisogne civili da prefetti e dal Senato, nell’ordinamento spirituale retta dal suo Vescovo, quasi separata dalla vita publica dello Impero di cui aveva cessato di essere la capitale, cadeva più e più sempre nella letargica condizione di municipio isolato; ed ora comprendeva che soltanto in grazia del suo Vescovo le veniva ancor tributata onoranza. Poco a poco però il popolo perdeva ogni partecipazione ai negozî politici, nè più ormai doveva aver parte che alle faccende ecclesiastiche e teologiche.
Già dopo l’anno 417, la Città era funestata dalle lotte contro la setta dei Pelagiani e dei Celestini, e poco appresso dividevasi in fazioni che acremente disputavansi per la successione al ricco seggio vescovile. Il greco Zosimo, ch’era succeduto a Innocenzo, moriva addì 26 di Dicembre dell’anno 418. Nel tempo in cui la parte maggiore del clero e del popolo, nella chiesa di santo Marcello, eleggeva il romano Bonifacio a succeditore del defunto, la fazione avversa nella basilica lateranense acclamava vescovo l’arcidiacono Eulalio. Il popolo parteggiava per Bonifacio, ma il prefetto Simmaco amico di Eulalio spediva lettere ad Onorio in Ravenna, in cui egli si dichiarava contro di Bonifacio. L’Imperatore comandava che s’insediasse il candidato del prefetto. Nuovo scisma (era il terzo di questo genere nella Chiesa romana) divideva il popolo; e l’ambizione sacerdotale minacciava di funestare nuovamente la Città con avvenimenti sanguinosi, simili a quelli che la avevano già rattristata ai tempi di Damaso e di Ursicino. Eulalio aveva già preso possesso della basilica di san Pietro, e Bonifacio s’era ritirato in san Paolo fuori delle mura. Il prefetto gli spediva un tribuno a citarlo dinanzi a sè per udire il comando dell’Imperatore, ma il popolo inasprito si sollevava tumultuando e maltrattava il messo. Allora Simmaco publicò i decreti dello Imperatore, e fè chiudere le porte della Città per impedire a Bonifacio di entrarvi. Ma quelli che parteggiavano per il Vescovo escluso corsero all’Imperatore, e gli fecero conoscere che nella elezione di Eulalio erano state violate le leggi canoniche e che invece Bonifacio era stato eletto a vescovo dalla grande maggioranza con ogni regola di forme. Onorio, temendo di irritare i Romani, dichiarò essere sua voglia che della scandalosa scissura pronunciasse sentenza un Concilio. Le due fazioni comparvero innanzi a un Sinodo raccolto prima in Ravenna e poi a Spoleto; e, finchè questo avesse pronunciato il suo decreto, fu proibito ai due Candidati di entrare in Roma. Obbediva Bonifacio, e prendeva dimora nel cimitero di santa Felicita presso la Via Salaria; ma Eulalio, che aveva posta sua sede in Anzio presso la chiesa di santo Ermete, con disprezzo insolente entrava in Città, e nel giorno di Pasqua amministrava il battesimo e celebrava messa solenne in Laterano, laddove il suo competitore stava contento a fare lo stesso nella basilica di santa Agnese fuori delle mura. E ne seguiva che Onorio irritato abbandonava Eulalio, il quale, cacciato della Città, fu condannato a confino nella Campania, laddove Bonifacio, quale Vescovo eletto, saliva alla cattedra di Pietro nell’anno 419[142].
Questi negozî ecclesiastici incominciavano ora a impadronirsi intieramente dell’animo dei Romani, pei quali, perduta ogni operosità di vita politica, l’elezione del loro Vescovo era un avvenimento importante, imperocchè fosse il solo campo in cui potessero usare senza inceppamento del loro volere. E che eglino fossero quasi messi fuori dello Impero, vedevano da ciò, che tutto quanto deliberasse la corte di Ravenna loro s’imponeva, sofferendolo essi come un fatto compiuto.
Addì 15 di Agosto del 423 moriva in Ravenna Onorio imperatore. La sua salma fu trasportata a Roma ed ebbe sepoltura in vicinanza al san Pietro. Tutt’a un tratto l’Impero occidentale mancò di un Principe che, succedendogli, prendesse le redini dello Stato; perocchè la stirpe del gran Teodosio in linea maschile si fosse estinta in Occidente, e Placidia poco tempo prima della morte di suo fratello fosse stata costretta da raggiri di corte a partirsi di Ravenna ed a ricoverarsi a Bisanzio col suo figlio Valentiniano, che ella aveva avuto di Costanzio suo secondo sposo e che era ancora in tenera età. L’imperatore greco Teodosio ondeggiò qualche tempo nel pensiero se dovesse ricongiungere all’Impero d’Oriente le province occidentali, o se dovesse porre sul capo di un bambino che ancor non favellava la corona d’Occidente. Di repente gli giunse, a suo terrore, la notizia che Giovanni primicerio dei notai aveva alzato arditamente in Ravenna lo stendardo della ribellione e s’era coperto della porpora imperiale. Quest’uomo di potente ingegno s’era impadronito senza fatica d’Italia; e Roma stessa avrebbe riconosciuto il suo impero se nell’anno 425 non avesse toccata una grande sconfitta dall’armi di Ardaburio e di Aspare generali di Teodosio, i quali, conducendo seco Placidia col figliuoletto, forti di un potente esercito e di una flotta, s’impadronirono di Ravenna, e l’usurpatore diedero in mano al carnefice.
Il fanciullo Valentiniano accompagnato dalla madre, di Ravenna passava a Roma dove un plenipotenziario di Teodosio gli porgeva il manto imperiale e il dichiarava Augusto sotto nome di Valentiniano III in tutela di Placidia. Egli aveva allora soli sette anni[143]. Il giovinetto Imperatore pose sua residenza nella forte Ravenna dove venne educato in effeminata mollezza dalla madre che anelava ad impero, e che, debole troppo per guidare lo Stato sconnesso da tanto disordine, doveva cadere sciagurata vittima di raggiri astuti. Imperocchè quella donna, la cui vita fortunosa risveglia grande allettamento in chi studia la storia di quel tempo, non possedesse grande ingegno di reggitrice di popoli; e, quantunque avesse potuto giovarsi del senno di due uomini illustri, di Ezio e di Bonifacio, ella, per leggerezza femminile e per passione d’intrigo, perdesse l’uno per l’altro. Conseguenza dell’astuzia di Ezio e della debolezza di lei fu la perdita della ricca provincia di Africa. Bonifacio, indotto al tradimento dalla ignobile gelosia del suo rivale, nel bollore della collera chiamava i Vandali di Spagna. Dopo soltanto che erano sbarcati in Africa nell’anno 429, conosceva l’error suo; ma l’eroico pentimento di lui era troppo tardo, imperocchè Genserico in dieci anni si rendesse soggetta tutta la contrada, e in quella ubertosa provincia, ch’era il grande granajo di Roma, tenesse la chiave d’Italia. Quell’avvenimento recò un colpo mortale a Roma e gettò la Città, sempre più indebolita, in balia del più grave infortunio.
La storia interna di Roma di questo tempo è animata dall’operosità del vescovo Sisto III, il quale, romano di nascita, addì 24 di Luglio dell’anno 432, saliva alla cattedra di san Pietro. Egli fu illustre per fervore nell’ornare Roma di chiese; e poichè fosse consuetudine che i Vescovi romani, a monumento di qualche vittoria riportata sopra perniciose eresie, edificassero novelle chiese, così fece egli pure. Il suo predecessore Celestino I, nell’anno antecedente 431, aveva tenuto il Concilio di Efeso per condannare la setta dei Nestoriani, i quali negavano alla Vergine Maria il solenne predicato di «Deipara», e Sisto celebrava questo trionfo della fede cattolica erigendo a nuovo una splendida chiesa là dove sorgeva la basilica antica di Liberio, e ch’egli dedicava a Maria Vergine, madre di Dio[144]. Egli rese adorno di musaici l’interno di questo tempio che probabilmente fu il primo che in Roma si dedicasse alla Vergine. Molti di quei musaici si conservano ancora; e la loro antichità ed il disegno li rende pregevoli come antichissimi di tutte le chiese di Roma, se si eccettuino i musaici in santa Pudenziana della cui origine è incerto il tempo e gli ornati bacchici esistenti in santa Costanza di stile alquanto rozzo. Di origine contemporanea possono essere soltanto gli avanzi di musaici che vedonsi nella chiesa di santa Sabina posta sull’Aventino, bella basilica che deve essere stata edificata dal vescovo Pietro sotto il pontificato di Sisto III.
Lo stile dei musaici in santa Maria conserva ancora le forme tradizionali dell’arte antica; nè vi si scorge traccia di quel gusto così detto bisantino, il quale, poco tempo dopo, già comincia a intravedersi nei musaici coi quali Leone Magno, succeditore di Sisto, fece ornare, per incarico di Placidia, l’arco trionfale del san Paolo[145].
Egli è prezzo dell’opera che c’indugiamo a parlare di questi musaici; imperocchè sieno i soli in Roma che nei loro disegni rappresentino lo svolgimento del Cristianesimo negli episodî principali di storia dell’antico e del nuovo Testamento. Quantunque l’artefice ne sia sconosciuto, e benchè parecchi soggetti non sieno trattati in pari guisa, tuttavia la idea straordinaria di un ciclo di fatti di storia biblica non poteva accogliersi che nella mente di un solo artista, oppure non poteva essere condotta da parecchi che dietro l’ordinamento di un solo. Le storie sono distribuite in maniera, che le pareti della navata di mezzo sono coperte di disegni rappresentanti alcuni avvenimenti del Testamento antico, i quali servono d’introduzione alla storia della Vergine e del Cristo, di cui si mirano dipinture sull’arco trionfale, all’istessa guisa che la promessa simbolica dell’êra antica corrisponde e precede all’adempimento compiutosi nella nuova. Al di sopra dell’architrave, in tutta la sua lunghezza, le istorie ornano le due pareti di quella navata, in trentasei quadri tetragoni disposti gli uni sopra gli altri in due serie. Ma la loro piccolezza rende difficile all’occhio di comprenderli pienamente, per la qual cosa operano allo sguardo dell’osservatore effetto meno vivo dei musaici normanni di Monreale eseguiti in tempi più tardi. Oggidì se ne può comprendere pienamente il valore soltanto da copie, e si conosce che in generale erano mirabili per bellezza semplice e per il nobile stile dell’arte antica. Essi cominciano la storia dell’antico Testamento da Melchisedecco che rende onore ad Abramo; e rappresentano con tratti espressivi la vita e le geste dei Patriarchi da Mosè e da Giosuè fino all’ingredire nella terra promessa. I primi sono i più belli, e presentano l’idillio della vita patriarcale colla gentilezza dell’arte antica, e sembra che col loro stile siensi fatti precursori di quei piccoli quadri splendidissimi onde Raffaello ornò le logge. In tutti i quadri di battaglie e di guerre della storia di Giosuè, sembra invece che l’artista abbia seguito la maniera fredda dei basso-rilievi della colonna di Trajano goffamente e senza che comprendesse l’animatezza di quel genere di dipinture[146].
Alcuni musaici rappresentanti la storia di Cristo adornano il grande e splendido arco di trionfo che Sisto III ergeva sopra l’altar maggiore a ricordanza della vittoria della Chiesa ortodossa. Il Cristiano di quei tempi leggeva in quelle imagini con compiacimento la storia delle battaglie di Roma religiosa; e se oggi l’osservatore le contempla soltanto per il disegno, in quel tempo invece operavano sulla moltitudine con quella forza per la quale è commosso l’animo nostro alla ricordanza di gravi avvenimenti succeduti in tempo poco remoto. I disegni che coprono tutta la parete al di sopra ed ai due lati dell’arco, sono distribuiti in quadruplici compartimenti fra loro corrispondenti. Nel punto di mezzo ossia nel capo dell’arco si mira l’imagine del trono, dinanzi a cui sta il mistico libro coi sette suggelli. Ai lati sono san Pietro e san Paolo e le figure simboleggianti gli Evangelisti, il vitello e l’angelo, il leone e l’aquila. Indi segue l’annunciazione: l’angelo si presenta alla Vergine che siede in atto soave e dietro a lei sono due altri angeli. In nessuna di queste dipinture Maria ha il capo circondato dell’aureola, ed è cosa che per la storia delle idee di quei tempi merita considerazione. Vi segue il quadro che mostra la presentazione di Cristo al tempio, ossia Maria che tiene tra le sue braccia il bambino cinto la testa dell’aureola di gloria. Nella seconda serie è rappresentata l’adorazione dei Magi con concezione stravagante. Il bambino siede solo sul trono: due Re, dalle svelte forme giovanili e coperti il capo del berretto frigio sormontato da corona e simile agli elmi ovali dei Dioscuri o al berretto dei prigionieri di Dacia dei basso-rilievi dell’arco di Trajano, gli stanno dinanzi offrendogli donativi. Dietro al soglio del Re bambino, vedonsi quattro angeli e l’astro celeste[147]. A questo quadro corrisponde dal lato opposto un secondo che rappresenta Cristo disputante nel tempio con due angeli dietro di sè. Il terzo che succede tosto dopo, a destra dell’osservatore rappresenta un episodio della vita di Erode di cui non si comprende facilmente il significato, ed alla sinistra la strage dei fanciulli. I pittori italiani dei tempi posteriori trattarono quell’argomento doloroso con paurose fantasie; ma questo musaico antico mostra un alto e bello concepimento dell’artista che si restrinse a dipingere un gruppo di dolenti donne, le quali atterrite stringono loro fanciulletti tra le braccia, e tre sgherri che con mossa animatissima si scagliano a strapparli loro dal seno[148]. Finalmente alle estremità dell’arco chiudono la serie dei quadri i soliti disegni delle due città di Gerusalemme e di Betelemme verso le quali alzano gli occhi alcune greggi di agnelli che sono simbolo dei fedeli. Sono questi i celebri musaici in santa Maria Maggiore. Per altezza e per unità di concetto essi superano tutti gli altri di Roma; e, prossimi per purezza di stile agli antichi, sono un bel monumento dell’ultimo splendore dell’arte romana del secolo quinto.
Il Libro Pontificale narra degli splendidi arredi onde papa Sisto fè dono alla sua chiesa di santa Maria; e dalla descrizione che ne dà si pare che, dopo il saccheggio dei Goti, l’oro fosse divenuto raro nella Città. Imperocchè in esso sia fatto menzione di un solo calice (schyphus) di puro oro che avrebbe pesato, se si possa crederlo, cinquanta libbre. Gli altri doni offerti sono invece d’argento; e fra essi è cenno di un altare coperto di lamine del peso complessivo di trecento libbre, e di una figura di cervo che, posta sopra il bacino del battistero, versava acqua dalla bocca, ed era pesante di trenta libbre. Malgrado dello erario depauperato, Valentiniano era cortese alle preghiere del Vescovo, chè la confessione del san Pietro ornava di un basso-rilievo in oro seminato di pietre preziose rappresentante la figura del Salvatore e dei dodici Apostoli, e nella basilica lateranense poneva un tabernacolo (fastigium) d’argento in sostituzione dello antico, che i Goti, ad onta del loro rispetto alle chiese, avevano rapito[149]. Questo solo arredo pesava cinquecento undici libbre, per la qual cosa si può di leggieri argomentare quale ricchezza avranno raccolta gli Ariani nel bottino delle chiese. Onorio, Placidia e Valentiniano ed i Vescovi di quel tempo davano con fervore opera a restituire ciò che nel sacco era stato rapito. Le chiese si riempivano di nuovo di ornamenti d’oro e di argento massiccio, nè v’ha alcuno di quei Vescovi che il Libro Pontificale non celebri pei donativi offerti a parecchie chiese in vasi, in doppieri, in altari ed in arredi. Indarno innalzava la voce santo Gerolamo contro quella eccessiva magnificenza. «Le pareti splendono di rilucenti marmi», esclamava, «i tetti brillano per l’oro, gli altari sfavillano di gemme, ma i veri servi di Cristo dello splendore esterno non sono vaghi. Potrà dirmi qualcuno che il tempio d’Israello ricco era, e che la mensa, i doppieri, i turiboli, le patene, i calici, i bacini e gli altri arredi erano d’oro. Ma poichè il Signore elesse la povertà a suo tempio, alla croce dobbiamo pensare, e la ricchezza come fango vile avere a disprezzo.» Così san Gerolamo[150]. Ma il clero zelante delle chiese di Roma pensava altrimenti, e voleva che ognuna di esse fosse ad imitazione del tempio di Salomone, e lo prendeva a modello nella pompa orientale degli arredi sacri e degli abiti sacerdotali. Di maniera che nel periodo di soli quaranta anni si ammassava in Roma una ricchezza novella la quale avrebbe servito di bottino a quei Barbari, che la sorte e l’indole di vita nomade dovevano spingere di bel nuovo sopra la Città.
Moriva Sisto III addì 11 di Agosto dell’anno 440, ed i Romani ad una voce eleggevano a suo succeditore il diacono Leone. Figlio di Quintiano, era toscano di nascita; e la Città non aveva a dolersi dell’elezione di quest’uomo illustre, che colla sua influenza salvare doveva la Città dalla distruzione. Trent’anni prima, torme di uomini fuggenti da Roma avevano cercato un asilo in Africa, ed ora invece erano mutate le sorti con inversa vicenda. Una moltitudine di gente fuggiva da Cartagine che allora cadeva in mano dei Vandali; e dalle province devastate di Numidia e da Ippona, dove santo Agostino nell’anno 430 era morto, riparavano a Roma: e forse fra coloro che chiedevano ospitalità ai Romani, che dovevano essere memori del beneficio simile che ne avevano ricevuto, saranno stati alcuni che scampati di Roma al tempo del sacco di Alarico, avranno continuato a dimorare in Africa finchè la novella sciagura ne li ricacciava. Tra i fuggiaschi, molti erano che appartenevano alla setta panteistica dei Manichei, e che continuarono a tenere loro congreghe in Roma finchè le discopriva papa Leone. Costretti ad abiurare le loro credenze o ad esulare, quegli sciagurati deserti di patria erano caduti di male in male. Avevano veduto in Africa le loro case arse dai Vandali seguaci di Ario, ed ora dovevano mirare ardere dinanzi le chiese di Roma i loro scritti ereticali, ed era un gran numero di volumi che per buona sorte dei posteri furono distrutti. Ed offrono prova mirabile di duplice fanatismo religioso, dall’un lato genti le quali fuggendo trasportano seco un grave peso non utile alla vita, e dall’altro i roghi sui quali quei volumi sono arsi[151].
Leone volgeva tutta la sua operosità a conservar la purità della dottrina ortodossa. Le forze dello intelletto umano, oziose adesso che era loro precluso il campo dell’operosità politica e civile, s’erano rivolte con ardore alle speculazioni teologiche. Manichei, Priscilliani, Pelagiani ergevano arditamente il capo nelle province, e la nuova eresia sôrta in Costantinopoli dagli insegnamenti di Eutichio, il quale aumentava le sottili dispute agitantisi intorno la natura di Cristo, affermando che Cristo era di due nature, non in due nature, trascinava il Vescovo di Roma a violente ed ostinate contese coll’Oriente. In tali cure trovava egli valido appoggio in Placidia ed in Valentiniano che egli vedeva soventi volte in Roma, dove traevano di Ravenna a pregare sulla tomba degli Apostoli. In quei loro pellegrinaggi, offrivano donativi preziosi alle chiese; e già abbiamo veduto che, ad opera di Placidia, ai tempi di Leone era stata ornata di musaici la chiesa di san Paolo. Placidia moriva in Roma, ove ella si era recata insieme col figlio, addì 27 di Novembre del 450, poco dopo che Teodosio il Giovane era passato di vita in Bisanzio. Ella non ebbe sepoltura nel mausoleo di san Pietro, ma fu trasportata a Ravenna; ed il suo corpo collocato nella tomba sopra un trono di legno di cipresso, si conservò in integro stato per secoli[152].
La morte di questa donna illustre precorse la caduta di Roma imperiale, come già alla morte di Cleopatra era succeduta la caduta della Republica romana. Egli è un fenomeno meraviglioso nella Storia, che nei tempi di decadimento s’elevino alcune figure di donne, la cui influenza sulla loro epoca è grande, e la cui vita è lo specchio in cui si riflette l’imagine dei costumi del loro tempo. Durante il periodo del decadimento di Roma, furono in Occidente ed in Oriente Placidia, Pulcheria, Eudocia, Eudossia ed Onoria figlia di Placidia, donne le quali colla storia dei loro affetti recano qualche lume nella deserta oscurità di quel tempo e ne scemano l’orrore. E tra le storie della vita di tutte quelle donne illustri, poche sono che abbiano maggiore importanza storica, nessuna forse che risvegli tanta meraviglia per gli avvenimenti sì vari e sì fortunosi, per l’attrattiva delle avventure e dei luoghi ove si compirono, quanto la vita di Placidia, della quale in poche parole tracceremo il profilo. Figlia a Teodosio il grande e sorella ad Onorio, giovinetta di ventun anno, cadeva in mano di Alarico che la traeva seco in Calabria. In Narbona diveniva sposa di Ataulfo re dei Goti. Un figlio avuto di quel maritaggio le moriva in Barcellona, e tosto dopo perdeva il marito trucidato in una congiura. Strappata vilmente dal suo palazzo dall’assassino Singerico, caricata di catene, era condannata a camminare lungo tratto dinanzi al cavallo dell’usurpatore. Rimandata a Ravenna presso il fratello, era costretta, ella, la vedova di Ataulfo, a dare contro sua voglia la mano di sposa al generale Costanzio del quale aveva due figli, Valentiniano ed Onoria. Costanzio moriva d’improvviso; e l’imperatore Onorio, il quale poco tempo prima era accusato dalla fama di una passione colpevole per la sorella, cacciava la sciagurata donna che coi suoi due figli ricoverava a Bisanzio. E di qui ella faceva ritorno poco tempo dopo con un’armata, e dopo molte traversie sofferte in viaggio, approdava in Italia, collocava il figlio sul trono d’Occidente, e per lo spazio di venticinque lunghi anni come tutrice o piuttosto come vera signora, teneva sotto il suo potere l’Impero romano.
Tosto dopo la morte di Placidia e di Teodosio, s’eleva la figura di Onoria figlia di lei, che sì triste influenza aver doveva sul destino di Roma. La vita quasi claustrale cui era condannata alla corte di Ravenna, era in abborrimento alla giovinetta sedicenne, la quale, trascinata dal tumulto delle passioni ardenti nel primo periodo della vita, faceva lieto di secreti abbracciamenti il suo maggiordomo Eugenio. Ma ben presto gl’indicî della gravidanza tradivano il secreto agli occhi di Placidia, la quale mandava la traviata donzella alla corte di Costantinopoli, dove la spietata severità della vergine Pulcheria la rinchiudeva in un carcere ad espiazione involontaria del fallo. Colà sin dall’anno 434 nel languore della prigionia, la bella desolata scontava i piaceri vietati dello amore, e sulle ali della fantasia accesa dallo spiro ardente del cielo di Bisanzio, s’abbandonava a pensieri romanzeschi, e balenavale alla mente l’idea avventurosa d’invocare in suo ajuto il terribile guerriero del suo tempo, l’unno Attila, e di chiamarlo di Pannonia, promettendogli in premio la sua destra e i suoi diritti ad una parte dell’Impero. La ricordanza delle avventure di Eudocia moglie di Teodosio, e della bella greca Atenaide, l’esempio della vita errabonda della propria madre che non aveva avuto a schivo di calcare il letto di un Re barbaro, del conquistatore di Roma, valse a dissipare le sue dubbiezze se pure ne accolse. Ella potè trovare opportunità di spedire ad Attila un eunuco che gli recasse una sua lettera e l’anello di fidanzata. Ciò era succeduto prima ancora della morte di Teodosio; ed appena il senatore Marciano, che Pulcheria aveva scelto a sposo, era salito al trono d’Oriente, Attila, sollevando a pretesto i suoi sponsali con Onoria, a Marciano domandava tributi ed a Valentiniano chiedeva che gli fosse data la sua sposa[153]. Ma l’una cosa e l’altra gli fu negata. La corte di Costantinopoli s’affrettava a rimandare la sciagurata principessa a Ravenna, affine di distogliere da sè l’ira di Attila. Appena arrivata in Italia, Onoria era costretta a dare la sua mano ad un offiziale della corte, imperocchè quel maritaggio dovesse togliere qualunque titolo alle pretese del Re degli Unni. Appena compiuta la ceremonia, la figlia di Placidia era cacciata in un carcere in cui era condannata a languire per lungo tempo.
Sono questi gli avvenimenti che precedettero la terribile catastrofe che ora minacciava la città di Roma della sua totale rovina. Molte ragioni politiche consigliavano al Re degli Unni di spingere i suoi popoli contro Occidente e contro le province di Gallia, anzichè sopra Costantinopoli. Non seguiamo il cammino di quei Barbari che, seminando sui loro passi strage e distruzione, desolano il centro d’Europa, ma osserviamo con compiacimento quegli stessi Visigoti dinanzi ai quali Roma un tempo aveva tremato, farsi ora difensori della civiltà romana e congiungersi alle soldatesche di Ezio, e vediamo Romani e Germani, quasi fossero conscî dei futuri legami che dovevano più tardi stringere le due schiatte, combattere insieme da valorosi le orde sarmatiche condotte da Attila. Una delle più grandi battaglie combattuta fra popoli di cui serbi ricordanza la Storia d’Europa, fu l’ultimo fatto eroico dell’Impero: e se essa orna di glorioso splendore la fine di Roma, illustra anche il nome dei Goti; e, mondandolo della macchia del saccheggio ch’eglino un tempo vi avevano dato, impone silenzio all’odio che quell’avvenimento eccita contro di loro[154].
Il Re degli Unni sconfitto, raccozzati gli avanzi dispersi delle sue soldatesche, tornava nella remota Pannonia, ma soltanto per isvernarvi e per raccogliere nuove truppe. Nella primavera dell’anno 452, valicava le Alpi Giulie e scendeva in Italia a liberare la sua fidanzata, a conquistare il retaggio del padre e della madre di lei, e a prendervi il titolo che gli apparteneva quale suo sposo. Traversava il Friuli e distruggeva le città infelici delle Venezie, d’Insubria e dell’Emilia che incontrava nel suo cammino; quando tutt’a un tratto, quasi rattenuto da incerto animo, faceva sosta là dove il Mincio sbocca in Po. Tra lui e Roma non una fortezza s’alzava, nessun esercito s’accampava che lo tenesse in rispetto, imperocchè Ezio si trovasse ben lungi nelle Gallie dove a stento levava soldatesche, e le città sguernite, che impedire non potevano ad Attila la prosecuzione del suo cammino, non promettessero neppure di sostenere un assedio di tre mesi, come aveva resistito l’infelice ed eroica Aquileja. L’imbelle Valentiniano, non ardiva di chiudersi in Ravenna, ma fuggendone a precipizio, riparava in Roma, dov’era esposto a maggiore pericolo che non fosse stato Onorio ai tempi di Alarico, imperocchè lui non difendessero mura bene munite, o rocca da natura fatta difficile ad espugnarsi, o esercito agguerrito. La Città vedeva sè stessa esposta alla balìa d’un inimico inumano; ed i Romani, ridotti alla disperazione e incapaci persino del pensiero di armarsi e di difendere le proprie mura, esclamavano atterriti che da Attila, le cui mani grondavano del sangue sparso di fresco in Aquileja, e dalle orde barbariche di lui, non poteva aspettarsi neppure quella mercè che il grande animo di Alarico aveva loro concesso.
In tale difficoltà, il Senato deliberava di spedire al Re unno un’ambasceria che lo pregasse di pace e di desistere dall’impresa. Avieno presidente del Senato, uomo consolare e dei più ragguardevoli di Roma, Trigezio, che altra volta era stato prefetto pretorio d’Italia, e il vescovo Leone furono eletti a quel difficile messaggio. Leone era aggiunto a quei due senatori, affinchè l’aureola della sua dignità sacerdotale rendesse più onorata e più sacra la loro missione, e perchè fosse di giovamento colla forza di sua eloquenza straordinaria, e acciocchè finalmente si acchetasse l’animo del popolo di Roma, che probabilmente ad alte grida lui avrà designato ad ambasciadore[155]. Rade volte un uomo della Chiesa fu eletto ad opera più gloriosa. La figura di un pontefice, che, calmo e venerando, si presenta dinanzi ad uno dei più terribili mostri dell’umanità, il quale è in procinto di dare alla distruzione la capitale del mondo civile, torreggia sublime nella Storia. E la missione di Leone gli assicurò l’immortalità, e deve valergli la gratitudine dell’uman genere, imperocchè azioni simili sieno rare come i grandi avvenimenti della Storia, e meritino una gloria che mai non morrà a coloro che le compierono, anche se vi sieno stati appellati dal caso.
I legati si recarono al campo che gli Unni avevano posto presso il Mincio; e, introdotti nella tenda del Re, trovarono quel flagello di Dio che nell’anima truce era combattuto da dubbiezze, le quali lo rendevano meno inflessibile di quello che avrebbero potuto credere. Egli sembra che la ricordanza della morte subitanea onde Alarico era stato colto poco tempo dopo la presa di Roma, avesse scosso di terrore profondo l’animo rozzo dell’Unno, sul quale erano potenti i presagi della religione naturale. Si dice che i suoi amici, proponendogli l’esempio del grande Re dei Goti, lo sconsigliassero di muovere contro la Città santa[156]. Ma una leggenda, formatasi in tempi molto posteriori, narra che re Attila, accanto al vescovo Leone che lo ammoniva, vedesse elevarsi la figura sopranaturale di un estranio vecchio dal venerabile aspetto, che, involto nell’ammanto sacerdotale, ruotando una spada ignuda, gli minacciasse morte se non obbedisse alle esortazioni del santo Vescovo. Questa celebre leggenda è bella e poetica, ed onora il genio cristiano, e cattiva la nostra compassione per Roma infelice, cui difende un’apparizione celeste or che venne meno il valore tra suoi cittadini. L’arte tentò d’impadronirsi di questo subbietto; tuttavolta nè il pennello di Raffaello in una stanza del palazzo Vaticano, nè lo scalpello dello Algardi in una cappella del san Pietro riuscirono ad esprimere la semplice bellezza della poesia. Eglino rappresentarono Attila atterrito all’apparizione degli apostoli Pietro e Paolo, che colle spade sguainate si librano minacciosi sulla sua testa[157].
La pieghevolezza del Re unno è del resto un enigma come lo è la pronta ritirata di Alarico. Quantunque gli Storici non facciano cenno che forse la fame cominciasse a molestare l’esercito di Attila, e quantunque non parlino che incertamente dei movimenti che Ezio operava alle spalle di lui, non possiamo tuttavia affermare con sicurezza che gli Unni si ritirassero disarmati dalla forza di quella magia che il nome venerando di Roma esercitava pur sempre sulla fantasia del genere umano. Imperocchè un uomo come Attila, in cui era potente il genio della violenza e della dominazione, avrebbe preso la Città, se gli fosse riescito. Che se anche vogliamo credere che egli non la avrebbe condannata alla distruzione, tuttavia il furore sfrenato di genti veramente barbare, quali erano gli Unni suoi, avrebbela facilmente ridotta un cumulo di fumanti macerie. Ma quella rovina orribile fu risparmiata al mondo, e per felice sorte i popoli d’Europa poterono ancora mirare a Roma come ad un sacro monumento creato dai secoli, alla sede della civiltà e delle idee politiche e religiose.
Attila si ritirava in Pannonia, nè sappiamo se i Romani gli pagassero un riscatto e quale mai fosse. Gli Storici hanno conservato soltanto ricordanza, che partendo egli minacciasse lo sterminio a Roma e ad Italia, se non gli fosse stata data la sposa Onoria con una dote conveniente. Ma per buona sorte gli mancò il tempo di porre ad effetto quella sua minaccia, imperocchè nell’anno seguente, così come Alarico dopo la presa di Roma, subita morte lo cogliesse tra le braccia di una sua bella.
La liberazione di Roma dall’invasione di Attila diè origine più tardi ad un’altra leggenda ch’è pur degna di ricordanza. Narrasi che Leone reduce della sua gloriosa ambasceria, lieto dell’esito della sua missione e grato all’ajuto ricevuto dal Principe degli Apostoli, facesse fondere la statua di Giove Capitolino, e che con quel bronzo facesse gettare quella figura di san Pietro, che, sedente sul trono, oggidì mirasi nella basilica. Il celebre Giove del Campidoglio che nella distruzione generale delle statue degli Dei avrà trovato una fine inosservata, comparisce per l’ultima volta nella fola di questa leggenda: ma questo è tuttavia un bel simbolo della trasformazione che operavasi in Roma[158].
Egli si pare che la Città per un certo periodo di anni rendesse grazie solenni per la sua liberazione; e ciò ricavasi da una predica di Leone. Il grande Vescovo tenendo un sermone ai Romani nel giorno anniversario di quell’avvenimento, rampogna il popolo che invece di offrire preci di grazie sulla tomba degli Apostoli corresse in folla ai giuochi del circo. «La festa religiosa», sclama egli, «o diletti fratelli, nella quale la moltitudine dei fedeli, celebrando il giorno della nostra afflizione e della liberazione nostra, rendeva a Dio azioni di grazie, fu lasciata cadere quasi da tutti in obblio, come dimostra lo scarso numero dei buoni qui raccolti: e di ciò il mio cuore si conturba e geme. Ho rossore di dirlo, eppure tacere nol posso: hanno più seguaci gli spiriti del male che gli Apostoli, e maggiore moltitudine tragge agli osceni spettacoli che alle tombe dei Martiri santi. Eppure chi ha salvata questa Città? Chi la liberò dalla schiavitù? Chi la sottrasse alla strage? I giuochi del circo oppure il patrocinio dei Santi?»[159].
Quell’appassionato desiderio di giuochi circensi e di pantomine, che ancora degenerava in una vera frenesia tra i Romani di quel tempo, eccita la meraviglia nostra. Avevano ereditato dai loro padri il genio dei piaceri; e nell’istesso tempo in cui un’indifferenza letale estingueva nel popolo il sentimento di amore per la grandezza di Roma e di sollecitudine per l’Impero cadente, era ancora un furibondo fervore per le lotte ardenti tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri. Un Vescovo di Gallia, contemporaneo a Leone, atterrito di quella mania di piaceri ch’egli considerava condizione morbosa della società, prorompeva in belle e terribili parole che ci dipingono la figura di Roma sulla cui faccia è impressa la contrazione spaventosa della morte: «Chi mai in prossimità della schiavitù può pensare al circo? Chi può accorrere allo spettacolo di un’esecuzione e mostrare col riso che vi prende diletto? Noi ci sollazziamo fra la paura della servitù, noi ridiamo fra il terrore della morte. Potremmo credere che tutto il popolo romano si sia cibato a sazietà di erbe sardoniche: muore e ride»[160].